Con Lincoln in the Bardo di Missy Mazzoli, il Met affida per la prima volta nella sua storia una prima assoluta a una compositrice. Ma la vera rivoluzione dell’opera non è statistica: è dare voce a ciò che rimane sospeso fra perdita, memoria e amore.
di Marialuisa Veneziano
20 ottobre 2026
Il Metropolitan Opera House di New York ha conosciuto di tutto.
Re che impazziscono. Donne che muoiono d’amore. Uomini che vendono l’anima. Dei, demoni, rivoluzioni, assassinii, redenzioni, tradimenti. Ha dato voce a secoli di passioni umane, spesso con quella generosità che solo l’opera possiede: quando non sappiamo più che cosa dire, qualcuno comincia a cantare.
Eppure, in centoquarantatré anni di storia, una cosa non era ancora accaduta.
Una donna non aveva mai visto una propria opera nascere in prima assoluta su quel palcoscenico.
Il 19 ottobre 2026 quel silenzio si interrompe.
Missy Mazzoli firma Lincoln in the Bardo, su libretto di Royce Vavrek, dal romanzo di George Saunders. Yannick Nézet-Séguin dirige, Lileana Blain-Cruz cura la regia, Peter Mattei interpreta Abraham Lincoln. Intorno a lui, una costellazione di vivi soltanto in apparenza: Christine Goerke, Stephanie Blythe, Anthony Roth Costanzo, Ryan McKinny, Janai Brugger e altri ancora popolano un luogo che non è né questo mondo né l’altro.
Il dato storico è enorme.
Ma sarebbe quasi un peccato fermarsi lì.
Perché Lincoln in the Bardo non chiede soltanto al Metropolitan di colmare una lacuna della propria storia.
Chiede qualcosa di più difficile.
Chiede a un teatro abituato a ospitare i morti di ascoltarli davvero.
Un padre entra in un cimitero
Il punto di partenza è semplice e insopportabile.
Nel 1862 Willie Lincoln, figlio undicenne di Abraham Lincoln, muore. Il romanzo di George Saunders immagina il bambino trattenuto in una zona intermedia, il bardo: termine proveniente dalla tradizione buddhista tibetana e utilizzato qui come spazio fra una vita terminata e ciò che verrà dopo.
Willie non è solo.
Intorno a lui esiste una folla di anime incapaci, per ragioni diverse, di riconoscere pienamente la propria morte.
Ma nel mondo dei morti entra un vivo.
Suo padre.
Lincoln visita la tomba del figlio.
L’uomo che porta sulle spalle una nazione lacerata dalla guerra civile si trova improvvisamente davanti a una tragedia molto più piccola, e proprio per questo smisurata.
Un bambino non c’è più.
Tutto qui.
Tutto.
Saunders ha costruito il romanzo come una moltitudine di voci. Mazzoli e Vavrek hanno dovuto compiere il gesto opposto: sottrarre, condensare, scegliere. Dai circa 117 personaggi del libro sono stati estratti Willie, Lincoln, tre fantasmi principali e una costellazione di figure secondarie capaci di conservare quel senso di comunità inquieta e disordinata che abita l’originale.
Ed è proprio qui che l’opera trova la propria necessità.
Perché un romanzo può far parlare i morti attraverso la parola scritta.
Il teatro musicale può fare qualcosa di diverso.
Può assegnare a ciascuno una materia sonora.
Non soltanto una frase.
Un respiro.
Un registro.
Una densità.
Una ferita trasformata in timbro.
Missy Mazzoli e il privilegio inquietante dei fantasmi
Mazzoli ha raccontato di aver avuto una sorta di illuminazione mentre componeva: a un certo punto si è ricordata che quasi tutti i personaggi sono morti.
L’unico vivo è Lincoln.
Da lì la scrittura vocale ha potuto liberarsi.
I fantasmi non sono obbligati a cantare secondo le convenzioni dei vivi.
Possono deformare la linea.
Frantumare l’emissione.
Ornare ossessivamente una frase.
Produrre suoni innaturali.
Bevins, il giovane inquieto che si è tolto la vita, è caratterizzato da una vocalità agitata, ricchissima di ornamenti. Elise Traynor, ragazza adolescente, viene affidata a un controtenore, così che la giovinezza della voce acquisti contemporaneamente qualcosa di fragile e di straniante.
È una scelta musicologicamente bellissima.
Perché la voce operistica, per secoli, ha organizzato il corpo attraverso categorie riconoscibili: soprano, tenore, baritono, basso; giovane eroina, amante, padre, re, antagonista.
Mazzoli utilizza quelle categorie per incrinarle.
Nel bardo non basta più sapere chi sei.
Bisogna capire che cosa sei diventato dopo la morte.
Anche l’orchestra partecipa a questa instabilità.
La compositrice mantiene un organico sostanzialmente tradizionale, ma vi introduce percussioni inconsuete, accordi di ottoni deliberatamente aspri, tecniche estese degli archi — fino al vetro fatto scivolare sulle corde — e persino un coro di professionisti chiamato, a un certo punto, a utilizzare i kazoo.
Sembra quasi una piccola irriverenza.
E invece è una scelta drammaturgica molto seria.
Perché la morte, in quest’opera, non è continuamente solenne.
I morti di Saunders sono vanitosi, ridicoli, spaventati, teneri, ottusi, osceni, confusi.
Esattamente come i vivi.
Ed è importante.
Il dolore senza ironia rischierebbe di diventare monumentalità.
Mazzoli cerca invece una musica capace di piangere e, un attimo dopo, di inciampare.
Come accade spesso alla vita quando pretende di essere tragica senza accorgersi che il quotidiano continua comunque ad avere scarpe slacciate, rumori imbarazzanti e persone che dicono la cosa sbagliata nel momento peggiore.
Il dolore non canta sempre piano
Qui l’opera contemporanea si trova davanti a uno dei problemi più antichi del teatro musicale.
Come si mette in musica il dolore senza sfruttarlo?
La perdita di un figlio è materia pericolosa.
È facilissimo chiedere all’orchestra di commuoverci.
Bastano archi sufficientemente dolenti, qualche intervallo ben scelto, una dinamica che si assottiglia e il pubblico capirà dove deve piangere.
Ma questa è emozione amministrata.
Un’opera autenticamente interessante deve fare qualcosa di più difficile.
Deve lasciarci soli davanti alla perdita abbastanza a lungo da impedirci di consumarla come spettacolo.
Mazzoli possiede qui un rapporto particolarmente personale con il tema. Oltre al lavoro compositivo, svolge anche attività come death doula, accompagnando persone e famiglie nel processo del morire. Ha spiegato che parte della propria riflessione sulla morte è inevitabilmente confluita nella partitura.
Questo dato non garantisce, naturalmente, il valore artistico di un’opera.
Ma aiuta a comprenderne l’atteggiamento.
La morte non viene osservata da lontano.
Non è un simbolo elegante.
È una condizione dalla quale nessuno possiede un lasciapassare.
E forse proprio per questo il vero soggetto di Lincoln in the Bardo non è la morte.
È ciò che la morte rende visibile:
l’amore quando non ha più un corpo al quale rivolgersi.
Il presidente e il padre
Qui Abraham Lincoln diventa teatralmente interessantissimo.
Perché tutti conosciamo l’icona.
Il presidente.
La guerra civile.
La storia nazionale.
Ma l’opera deve compiere una riduzione quasi crudele.
Togliere l’uomo pubblico fino a lasciare soltanto il padre.
Peter Mattei affronta dunque un ruolo nel quale la grandezza non può provenire dall’autorità.
Deve provenire dalla vulnerabilità.
È un capovolgimento importante.
L’unico personaggio vivo dell’opera rischia di essere, emotivamente, quello più vicino ai morti.
Perché il lutto produce proprio questa esperienza.
Si continua a respirare.
Si continua a camminare.
Gli altri continuano a parlare.
La giornata continua ad avere orari.
Ma qualcosa dentro di noi è rimasto dall’altra parte.
È forse per questo che il bardo funziona così bene come metafora musicale.
Non descrive soltanto dove si trovano i morti.
Descrive anche il luogo in cui restano, per un certo tempo, coloro che sopravvivono.
Il lutto è un bardo dei vivi.
Un tempo nel quale la persona amata non è più presente, ma non è ancora diventata memoria.
È ancora chiamata.
Cercata.
Aspettata.
Quasi ascoltata.
E l’opera, che da quattro secoli vive proprio della capacità di rendere presente ciò che non c’è, diventa il luogo ideale per raccontarlo.
Centoquarantatré anni
Poi resta la questione storica.
Non possiamo ignorarla.
Il Metropolitan Opera apre nel 1883.
Nel 2026 Missy Mazzoli diventa la prima compositrice a vedere una propria opera presentata in prima mondiale dal teatro. Negli ultimi anni il Met aveva già portato in scena opere di donne — da Kaija Saariaho a Jeanine Tesori e Gabriela Lena Frank — ma si trattava di titoli già debuttati altrove. Con Lincoln in the Bardo, per la prima volta, una compositrice riceve dal Met quello spazio simbolicamente più radicale: il momento in cui un’opera non viene semplicemente accolta, ma nasce.
La tentazione sarebbe di scrivere:
“Finalmente.”
Ed effettivamente la parola viene spontanea.
Ma non basta.
Perché una prima storica non corregge retroattivamente centoquarantatré anni.
E soprattutto non dovrebbe trasformare Mazzoli in un simbolo prima ancora di permetterle di essere valutata come compositrice.
La domanda interessante non è:
“Come ha fatto una donna ad arrivare finalmente al Met?”
La domanda più scomoda è:
quante opere non conosciamo perché per molto tempo determinate persone non sono state messe nella condizione di arrivarci?
Il canone musicale non è soltanto l’insieme dei capolavori che il tempo ha selezionato.
È anche il risultato delle istituzioni che hanno potuto commissionare, rappresentare, pubblicare, ripetere, registrare.
Un’opera sopravvive se qualcuno le concede abbastanza occasioni di esistere.
Il talento è necessario.
Ma il talento che non incontra un palcoscenico rischia di restare una possibilità privata.
E la storia della musica è piena non soltanto di opere dimenticate.
È piena di opere che non ebbero nemmeno la possibilità di essere dimenticate, perché non furono mai messe nella condizione di nascere.
Questo è il vero significato storico del 19 ottobre.
Non il fatto che una donna entri improvvisamente nel tempio.
Ma che un’istituzione riconosca, con enorme ritardo, che il tempio era stato costruito lasciando troppe porte chiuse.
La regia: un cimitero che non vuole sembrare morto
La produzione di Lileana Blain-Cruz evita, almeno nelle intenzioni dichiarate e nei materiali preparatori, il cimitero realistico.
Adam Rigg ha immaginato un paesaggio di alberi e vegetazione ispirato a Oak Hill Cemetery, trasformato però in uno spazio sospeso, irreale. I costumi di Montana Levi Blanco attraversano epoche diverse e mostrano fisicamente il passaggio del tempo: sagome storiche sulle quali avanzano muschio, muffa, decomposizione.
È un’idea scenicamente molto interessante.
I morti portano il tempo sul corpo.
Non indossano semplicemente un costume d’epoca.
Indossano ciò che il tempo ha fatto alla loro epoca.
La produzione utilizza inoltre burattini, illusioni, effetti pirotecnici, creature vegetali, metamorfosi e persino un cavallo vivo. Alcuni fantasmi entrano letteralmente negli altri; qualcuno scompare; una donna può trasformarsi in maiali e in una fornace ardente.
Il rischio è evidente.
Un’opera sulla morte può diventare un gigantesco luna park dell’aldilà.
Ma la scelta può funzionare proprio se il prodigio scenico non sostituisce la commozione.
Il fantastico di Saunders non serve a rendere la morte più spettacolare.
Serve a renderla più umana.
Perché ciascun fantasma continua a raccontarsi la propria storia.
E finché la racconta, non riesce ad andarsene.
L’opera come luogo in cui i morti insistono
In fondo, però, tutto questo ci riporta a una questione antichissima.
Perché l’opera parla tanto bene con i morti?
Orfeo scende nell’Ade.
Don Giovanni viene trascinato nell’abisso.
Lucia canta già quasi da un altro mondo.
Violetta muore mentre la musica le restituisce, per pochi istanti, una forza che il corpo non possiede più.
Mimì sembra andarsene prima ancora che gli altri se ne accorgano.
Wotan parla con ciò che sta per scomparire.
Butterfly prepara la propria morte come ultimo atto di libertà.
Il teatro musicale possiede da sempre una strana familiarità con il confine.
Forse perché il canto è già, in sé, qualcosa di irreale.
Nessuno nella vita quotidiana comunica una tragedia familiare su un La bemolle sostenuto dall’orchestra.
E proprio per questo l’opera può dire una verità che il realismo non riesce sempre a raggiungere.
Quando una persona parla, la crediamo.
Quando canta, comprendiamo che le parole da sole non bastano più.
È lì che comincia il teatro musicale.
Nel punto in cui il linguaggio comune non contiene più abbastanza spazio per ciò che deve essere detto.
E se il vero fantasma fosse il canone?
C’è infine una coincidenza quasi troppo perfetta.
Lincoln in the Bardo parla di anime che rimangono bloccate perché non riescono ad accettare che il mondo sia cambiato.
E debutta in uno dei luoghi simbolicamente più potenti della tradizione operistica occidentale.
Sarebbe facile farne un’allegoria grossolana.
Non serve.
Ma la domanda resta suggestiva.
Anche le istituzioni culturali possono vivere in una specie di bardo?
Possono continuare a ripetere rituali, repertori, gerarchie e abitudini perché temono che cambiare significhi perdere se stesse?
Il Metropolitan, naturalmente, deve continuare a rappresentare Verdi, Wagner, Puccini, Mozart.
Il nuovo non deve sostituire il repertorio.
Deve entrare in conversazione con esso.
Questo è il punto.
Un teatro d’opera non rimane vivo perché smette di custodire il passato.
Rimane vivo quando il passato non gli impedisce di produrre presente.
Una casa che esegue perfettamente soltanto opere morte rischia, ironicamente, di trasformarsi nel più elegante dei cimiteri.
Un grande teatro deve invece consentire che qualcuno, ogni tanto, scriva una musica di cui non conosciamo ancora il destino.
Perché anche La traviata, una sera, fu musica contemporanea.
Anche Carmen.
Anche Tristan.
Anche Wozzeck.
Il canone non nasce canonico.
Diventa tale perché qualcuno ha avuto il coraggio di mettere in scena qualcosa che non possedeva ancora la garanzia della storia.
La notte del 19 ottobre
Quando il sipario si è alzato, il Metropolitan si è trovato davanti a due prime contemporaneamente.
La prima di un’opera.
E la prima di una possibilità istituzionale.
Missy Mazzoli deve essere giudicata per ciò che ha scritto, non per il dato anagrafico o simbolico che la accompagna.
Il 19 ottobre non è stato importante perché una compositrice “merita un applauso” in quanto donna.
Sarebbe un modo quasi paternalistico di trasformare una conquista in concessione.
E’ stato importante perché, per la prima volta, il Met ha affidato a una donna ciò che ha affidato per decenni agli uomini:
il diritto di rischiare.
Il diritto di scrivere un’opera grande o imperfetta.
Di commuovere oppure dividere.
Di essere discussa.
Di riuscire.
Perfino di fallire.
La vera uguaglianza artistica comincia anche lì: quando non chiediamo a qualcuno di rappresentare un’intera categoria, ma gli permettiamo semplicemente di essere un autore.
E forse non poteva esserci opera più adatta per attraversare questa soglia.
Perché Lincoln in the Bardo parla proprio di voci rimaste troppo a lungo sospese.
Voci che continuano a chiamare.
Voci che non sono riuscite a passare oltre.
Voci che chiedono di essere ascoltate prima di poter finalmente lasciar andare ciò che le trattiene.
Il 19 ottobre, per la prima volta in centoquarantatré anni, una nuova opera composta da una donna nasce sul palcoscenico del Metropolitan.
Poi le luci si sono abbassate.
L’orchestra ha cominciato.
Sono entrati i morti.
E per qualche ora la domanda non è stata più chi abbia avuto diritto, fino a oggi, di scrivere la storia dell’opera.
La domanda è stata molto più umana.
Che cosa rimane di noi quando qualcuno che amiamo non c’è più?
Forse rimane una voce.
Forse un gesto.
Forse una frase che continuiamo a ripetere anche quando non c’è più nessuno a cui dirla.
Forse è proprio per questo che abbiamo inventato la musica.
Perché alcune persone smettono di essere presenti.
Ma dentro di noi non smettono immediatamente di parlare.
E quando le parole non bastano più a trattenerle,
resta il canto.










































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