Andrea Strappa firma una sinfonia intensa e necessaria, mentre Alessio Allegrini e Human Rights Orchestra mostrano che la musica può ancora farsi coscienza, cura e comunità.
di Marialuisa Veneziano
Lucerna, 28 maggio 2026
Lucerna, la sera del 27 maggio 2026, sembrava trattenere il fiato prima ancora che la musica cominciasse. Il lago, fuori dal KKL, non faceva rumore; eppure era impossibile non sentirlo. Stava lì, come stanno certe presenze antiche: senza parlare, ma dicendo tutto. La sua superficie quieta pareva una pagina non ancora scritta, o forse una pagina già scritta da secoli, sulla quale l’uomo continua a posare le sue domande più povere e più grandi: che cosa ci sostiene quando perdiamo l’equilibrio? Che cosa ci salva quando la vita non ci obbedisce? Che cosa resta della bellezza, se non osa chinarsi sulla fragilità?
Dentro la sala, intanto, il pubblico prendeva posto. Ogni concerto comincia così, con quella piccola liturgia laica fatta di passi contenuti, programmi sfogliati, colpi di tosse prudenti, sguardi che cercano il palco come si cerca una promessa. Poi le luci si abbassano, e l’uomo moderno — questa creatura tanto indaffarata, tanto efficiente, tanto persuasa di avere in tasca il mondo e spesso incapace di abitare il proprio cuore — è costretto finalmente a tacere.
E nel silenzio, talvolta, accade l’imprevisto: la musica non intrattiene. Interroga.
Il concerto della Human Rights Orchestra, diretto da Alessio Allegrini, non era soltanto un appuntamento internazionale di grande prestigio. Il programma, presentato da CONCORDIA, riuniva al KKL di Lucerna il Terzo Concerto per pianoforte di Rachmaninov con Sergei Babayan, la Sinfonia “Dal nuovo mondo” di Dvořák e una nuova pagina di Andrea Strappa, in una serata pensata come incontro fra alta musica e sostegno concreto a progetti umanitari. CONCORDIA sottolinea inoltre che i musicisti rinunciano al compenso per prove e concerto, permettendo che il ricavato dei biglietti venga destinato a organizzazioni benefiche. Ma vi sono eventi che sarebbe quasi offensivo raccontare soltanto per programma, interpreti e applausi. Come se, davanti a una ferita che ha trovato voce, ci si limitasse a descrivere la stoffa del bendaggio. La cronaca, qui, serve; ma non basta. Bisogna domandarsi che cosa sia avvenuto più in profondità: quale specie di patto si sia stretto, quella sera, fra il suono e l’uomo.
Al centro di quel patto stava Alessio Allegrini. Cornista di fama internazionale, Primo Corno dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, della Lucerne Festival Orchestra e dell’Orchestra Mozart fondata da Claudio Abbado, Allegrini è una figura rara: un interprete nel quale il virtuosismo non si chiude nella propria lucentezza, ma si converte in responsabilità. È fondatore del movimento Musicians for Human Rights e creatore della Human Rights Orchestra, di cui è direttore musicale dal 2010; il suo impegno sociale lo ha portato in diverse parti del mondo a sostenere progetti che vedono nella musica e nell’educazione musicale strumenti di trasformazione civile.

In un tempo in cui l’eccellenza rischia spesso di diventare un altare eretto al proprio nome, Allegrini sembra ricordare una verità più antica e più scomoda: il talento, quando è autentico, non domanda soltanto ammirazione; domanda destinazione. A chi serve? Verso chi va? Quale notte prova a rischiarare? Il suono, nelle sue mani, non è un lusso da proteggere sotto vetro, ma una lampada da portare là dove la vita fa più fatica.
La Human Rights Orchestra, da lui fondata, nasce precisamente da questa visione. Non è un’orchestra stabile nel senso ordinario, ma una comunità musicale che si ricompone ogni volta attorno a una causa, a un’urgenza, a un margine del mondo. Musicians for Human Rights viene fondato nel 2009 da Allegrini insieme a musicisti e umanisti attivi in quattro continenti, con l’intento di promuovere una cultura dei diritti umani e dell’impegno sociale attraverso la musica. E questa origine si avverte. L’orchestra non suona come un’istituzione che difende un blasone; suona come una comunità che risponde a una chiamata. Non c’è nulla di dilettantesco, nulla di ingenuamente “buono” nel suo modo di porsi: la bontà, quando pretende di sostituire la qualità, produce spesso disastri con ottime intenzioni e pessima intonazione. Qui accade l’opposto. L’ideale non alleggerisce il rigore: lo rende più necessario. Perché se si suona per una causa umana, non si può suonare pressappoco. La pietà, in musica, esige precisione. È dentro questa architettura morale che è apparsa Immersi nel suono della vita, la sinfonia di Andrea Strappa.
E qui l’articolo deve fare un passo più lento, quasi togliersi il cappello.
Andrea Strappa, compositore e musicista marchigiano, nato a Fermo nel 1961, si è formato al Conservatorio “Gioachino Rossini” di Pesaro diplomandosi in Pianoforte, Composizione e Musica Elettronica, e si è laureato al DAMS di Bologna. La sua attività intreccia composizione, didattica, ricerca sul suono e attenzione alla parola poetica e alla fiaba; nelle sue opere ricorrono spesso il rapporto fra scrittura strumentale, elettronica, testi letterari e dimensione educativa. Non è un dato accessorio. Perché Immersi nel suono della vita nasce proprio da questa doppia appartenenza: rigore compositivo e tenerezza pedagogica, struttura e immaginazione, tecnica e cura. Strappa non scrive come chi voglia stupire il mondo con l’ennesima invenzione sonora; scrive come chi sa che ogni suono, prima di diventare forma, è un atto di ascolto.

La sinfonia nasce dal progetto promosso da Allegrini presso la piscina del Villaggio Paralimpico di Roma, dove la musica accompagna l’accesso all’acqua per persone con disabilità. Nell’intervista preparatoria, Strappa racconta che l’idea iniziale era riprendere un lavoro precedente, ma poi la necessità di aderire più intimamente al senso dell’esperienza lo ha condotto verso una nuova partitura: più breve, più concentrata, più esposta, costruita attorno al passaggio dalla difficoltà iniziale verso una possibile forma di benessere.
È qui che il concerto smette definitivamente di essere concerto e diventa parabola.
L’acqua, nella sinfonia, non è elemento decorativo. Non è scenario, non è colore, non è quella graziosa trasparenza che piace tanto alle metafore quando vogliono fare bella figura. È molto di più: è la materia stessa della prova. È il luogo in cui il corpo scopre di non bastare a se stesso. È una soglia liquida, un confine senza porta, un grembo e insieme un pericolo. Chi entra in acqua deve accettare una legge diversa da quella della terra. Deve cedere qualcosa. Deve smettere di comandare e imparare a fidarsi. Per questo, quando Strappa parla dell’uomo “gettato” nella vita, quando richiama l’idea di un’esistenza recitata senza copione, quando collega il colpo di piatti al tuffo e all’ingresso dei suoni registrati nella piscina, non sta costruendo un bel commento filosofico a posteriori: sta rivelando il centro della partitura.
Noi siamo così.
Tutti.
Non entriamo nella vita con un libretto d’istruzioni. Non riceviamo prima la parte, poi la scena, poi gli applausi. Siamo buttati dentro: chi con più forza, chi con più ferite, chi con un corpo obbediente, chi con un corpo che domanda ogni giorno più pazienza. E tutti, prima o poi, arriviamo a un bordo. Guardiamo l’acqua. Facciamo finta di non avere paura. Poi la paura ci guarda meglio di quanto noi guardiamo lei. Il riferimento di Strappa alla teoria insiemistica di Allen Forte, e in particolare all’insieme 9-12, illumina questa scelta. Si tratta di un materiale sonoro che consente al compositore di sottrarsi ad alcune codifiche storiche e culturali del linguaggio musicale, per cercare una prospettiva più ampia, meno vincolata a gesti armonici immediatamente riconoscibili. Nell’intervista, Strappa parla proprio della volontà di liberarsi da “ipercodifiche” sedimentate, assumendo regole più astratte e insiemistiche capaci di aprire lo sguardo oltre gli idiomi tradizionali. La grandezza della sinfonia sta qui: non trasforma la fragilità in spettacolo. Non la espone come un santino. Non la addolcisce con quella melassa emotiva che a volte, sotto il nome di sensibilità, nasconde soltanto una forma più elegante di superficialità. Strappa non chiede pietà per qualcuno. Chiede ascolto per tutti.
La prima parte del brano si muove in una zona di tensione. La dissonanza non è ornamento moderno, non è smorfia intellettuale, non è un cartello con scritto “attenzione, musica contemporanea”. È una condizione spirituale. È il suono del limite prima che esso trovi una lingua. È il tremore della soglia. È il punto in cui l’orecchio, privato della consueta casa tonale, deve imparare a respirare in uno spazio nuovo.
Qui la musicologia si fa destino.
Perché la consonanza, in fondo, è una patria. Ci accoglie perché la riconosciamo. La dissonanza, invece, è esilio. Non sempre dolore, non sempre violenza; ma certamente perdita di un orientamento. Eppure, vi sono momenti della vita in cui soltanto l’esilio dice la verità. Chi soffre non vive in do maggiore, per quanto certi ottimisti da salotto cerchino disperatamente di convincerlo del contrario. Chi ha paura non procede per cadenze perfette. Chi deve entrare in un’acqua che lo spaventa non sente dentro di sé un accordo risolto, ma una trama instabile, un urto, una domanda.
Strappa non risolve subito questa domanda. La lascia vibrare.
Ed è qui che il brivido nasce. Non dal patetico, ma dal vero.
Perché nulla commuove più profondamente di una verità non addomesticata. La dissonanza, nella sua sinfonia, non è il male da cancellare. È una stanza da attraversare. È la forma sonora della paura quando ancora non sa diventare coraggio. È l’acqua fredda sul petto. È quel mezzo secondo, infinito, in cui il corpo non è più sul bordo e non è ancora sostenuto dall’acqua.
Poi entrano i suoni reali della piscina.
Rumori, frammenti, tracce d’ambiente, materiali registrati durante l’esperienza al Villaggio Paralimpico. Strappa spiega di non averli trattati come semplice documento o come effetto sovrapposto, ma come corpi sonori da filtrare, rielaborare e integrare con l’orchestra. I suoni della vita reale vengono posti accanto agli strumenti classici, cercando una compenetrazione e non una giustapposizione fredda.
È un gesto potentissimo.
Perché in quel momento la sala da concerto, con tutta la sua nobiltà, deve fare spazio al mondo. Il rumore dell’acqua, che in un’altra circostanza sarebbe rimasto fuori, entra fra violini, fiati, ottoni, percussioni. Non entra come intruso. Entra come testimone.
E allora si comprende che la musica non ha il compito di rendere bella la sofferenza. Sarebbe osceno. Ha piuttosto il compito di impedire che la sofferenza resti muta. Di darle una forma abbastanza ampia perché possa essere guardata senza vergogna. Di trasformare il rumore in ascolto, senza cancellare la sua ruvidità.
Da Pierre Schaeffer in poi, il Novecento ha insegnato che il suono concreto può diventare materiale musicale. Ma in Strappa questa eredità non ha il sapore del laboratorio chiuso, della prova tecnica, dell’esperimento che si compiace della propria novità. Qui il suono concreto è concreto davvero: non perché registrato, ma perché porta addosso la vita. È acqua attraversata da corpi. È rumore abitato da paure. È materia acustica che conserva il calore dell’umano.
E poi c’è la tecnologia.
Anche qui, Strappa non cade né nella nostalgia né nel feticismo. Non rifiuta la tecnica come farebbe un umanesimo impaurito, ma non la adora come fanno certe modernità senza anima. Nell’intervista riflette sulla tecnica come estensione del corpo umano, da McLuhan fino all’informatica, e insiste sulla necessità che essa resti subordinata al soggetto, alla cura, alla sensibilità dei viventi. La tecnica guarda all’oggetto e alla prestazione; l’umanesimo guarda al volto, alla gioia, alla sofferenza, alla creatura che abbiamo accanto.
Questa è una delle chiavi filosofiche più profonde dell’opera.
Viviamo in un’epoca che sa moltiplicare i mezzi e smarrire i fini. Possediamo strumenti per registrare ogni vibrazione e spesso non sappiamo più ascoltare una voce. Sappiamo amplificare il suono e tacitare l’uomo. Sappiamo costruire macchine meravigliose e poi usarle per diventare più soli. In Immersi nel suono della vita, invece, l’elettronica non allontana dall’umano: lo avvicina. Il filtro digitale diventa una lente di pietà. Il touchscreen non è un gadget, ma una mano che sfiora l’acqua. La tecnologia non domina; accompagna.
È qui che la visione di Strappa incontra profondamente quella di Allegrini. Entrambi, ciascuno nel proprio ruolo, sembrano dire la stessa cosa: la grandezza non consiste nel sovrastare, ma nel servire. L’orchestra serve la causa; la tecnica serve il suono; il suono serve l’uomo; e l’uomo, se ha imparato qualcosa, serve ciò che è più fragile di lui.
Nella seconda parte della sinfonia, la materia si apre a una memoria inattesa: Gianni Rodari. Strappa recupera una melodia composta nel 2020 su L’orologio, la filastrocca dell’artigiano che ripara gli orologi con la cura di un medico, per restituire alle persone “il tempo più bello del mondo”. Nell’intervista, il compositore collega questa immagine al tema della cura e alla volontà di offrire ancora momenti buoni da vivere.
Ed ecco che l’acqua diventa tempo.
Il tempo è l’altra grande piscina in cui tutti siamo immersi. Nessuno ha scelto di entrarci, nessuno sa davvero quando ne uscirà, e tuttavia tutti vi impariamo, più o meno goffamente, a muoverci. Alcuni nuotano con sicurezza apparente; altri annaspano; altri ancora attendono una mano. Il tempo dei sani e il tempo dei malati non scorrono allo stesso modo. Il tempo di chi ha paura non è quello di chi osserva da fuori. Il tempo di un corpo fragile può diventare lentissimo, quasi immobile, come una lancetta che non osa più proseguire.
Strappa parla di un tempo onirico, interiore, non cronologico, fatto di crescendi, diminuendi, dinamismi profondi che non sempre si lasciano tradurre in parole. E infatti la sua musica non procede come un orologio, ma come una coscienza. Non misura: ricorda. Non conta: ascolta. Non corre verso la fine: cerca un modo più umano di durare.
L’orologiaio di Rodari diventa allora una figura segreta del compositore.
Strappa non ripara il tempo nel senso meccanico. Ripara il nostro rapporto con esso.
Non ci restituisce ciò che abbiamo perduto. Nessuna musica lo può fare, e diffidiamo pure di chi lo promette con troppa sicurezza: in genere vuole venderci qualcosa, o un biglietto o un’illusione. Ma la musica può compiere un miracolo più discreto. Può fare in modo che il tempo non sia soltanto ciò che ci consuma, ma anche ciò che ci raccoglie. Può trasformare la durata in esperienza, il dolore in forma, la paura in respiro.
Per questo Immersi nel suono della vita commuove: perché non piange al posto nostro. Ci accompagna dove noi abbiamo paura di piangere.
Non è una musica consolatoria. È una musica compassionevole.
E la differenza è enorme.
La consolazione, quando è facile, mette una coperta sopra il dolore e invita tutti a guardare altrove. La compassione, invece, si siede accanto. Non pretende di capire tutto, non fa discorsi troppo lunghi, non distribuisce soluzioni come caramelle. Resta. Respira insieme. E in quel restare c’è già una forma di salvezza.
Il programma della serata amplificava questa lettura. Rachmaninov, con il Terzo Concerto, rappresentava il soggetto romantico spinto fino al limite delle proprie possibilità: il pianoforte come corpo titanico, confessionale e vertiginoso; la tecnica come abisso e non come esibizione. Dvořák, con la Sinfonia “Dal nuovo mondo”, apriva invece lo spazio dell’altrove, della nostalgia, dell’orizzonte cercato. Tra questi due monumenti, la sinfonia di Strappa poneva una domanda più silenziosa e più radicale: quale nuovo mondo possiamo desiderare, se non sappiamo ascoltare il mondo fragile che abbiamo davanti?
È domanda da far tremare.
Perché i diritti umani, in fondo, cominciano molto prima dei documenti solenni, delle dichiarazioni, dei protocolli, delle firme. Cominciano quando qualcuno decide che la fatica dell’altro lo riguarda. Quando il limite altrui non viene guardato come una distanza, ma come una chiamata. Quando la fragilità non viene sopportata, ma riconosciuta come parte della nostra stessa condizione.
La Human Rights Orchestra, quella sera, ha dato forma sonora a questa evidenza. Non ha predicato. Ha suonato. E ha fatto bene, perché la musica, quando comincia a predicare troppo, rischia di diventare una predica con gli archi: cosa dalla quale anche i santi, probabilmente, chiederebbero congedo. Ma quando lascia che sia il suono a pensare, allora può arrivare dove il discorso si ferma.
Alla fine, dopo l’ultimo respiro orchestrale, non restava soltanto il ricordo di un concerto. Restava una specie di tremore. Quella vibrazione sottile che nasce quando qualcosa, dentro di noi, è stato toccato senza essere violato. Come se la musica avesse aperto una porta in una stanza che avevamo chiuso da tempo.
Allegrini, con la Human Rights Orchestra, ha mostrato che l’eccellenza può ancora avere una coscienza.
Strappa, con Immersi nel suono della vita, ha mostrato che la composizione contemporanea può ancora avere un cuore senza perdere intelligenza, e può avere intelligenza senza prosciugare il cuore.
Questo è raro.
E quando accade, bisogna dirlo con gratitudine.
La musica non salva sempre. Sarebbe falso, e forse anche crudele, affermarlo. Non cancella la malattia, non scioglie ogni paura, non rimette a posto tutte le lancette, non restituisce tutti i corpi alla leggerezza. Ma può fare qualcosa che, in certi momenti, somiglia moltissimo a una salvezza: può impedire alla fragilità di sentirsi sola.
Le dà una voce.
Le dà una forma.
Le dà un respiro.
E allora l’uomo, che era entrato in sala come spettatore, ne esce un poco meno spettatore della vita. Ha ascoltato l’acqua, e forse ha riconosciuto la propria. Ha ascoltato la dissonanza, e forse ha smesso di vergognarsene. Ha ascoltato il tempo, e forse ha capito che anche un tempo ferito può ancora cantare.
Quella sera, al KKL di Lucerna, non si è celebrata soltanto la musica.
Si è celebrata la sua più alta possibilità: diventare pietà senza debolezza, pensiero senza freddezza, bellezza senza vanità.
Un’orchestra ha suonato.
Un compositore ha aperto una ferita e l’ha trasformata in forma.
Un direttore ha raccolto molte vite in un solo respiro.
E per qualche minuto — pochi, preziosi, irreparabili — il mondo non è sembrato guarito.
Ma ascoltato.



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