Un raccoglimento dell’animo tra suono e silenzio, ove il timore si dilegua e la morte si rivela nella sua composta verità.
di Marialuisa Veneziano
Ancona 15 aprile 2026
Ricordo con una chiarezza quasi imbarazzante — come accade per quegli istanti che non chiedono di essere ricordati e proprio per questo non si lasciano dimenticare — la sera in cui, senza alcuna disposizione d’animo particolare, mi trovai ad ascoltare il Requiem di Fauré. Non vi era in me né il fervore dello studioso, né la devota attesa di chi si accosta a un’opera sacra con l’intenzione di esserne edificato; anzi, se devo essere sincera, portavo con me quella distrazione elegante e un poco colpevole di chi crede di poter attraversare la bellezza senza esserne toccato.
E tuttavia, bastarono poche battute — poche, ma di una qualità così singolare da sfuggire a ogni descrizione frettolosa — perché quella mia sicurezza, così ben disposta e così poco fondata, si incrinasse con una discrezione che, se non fosse stata tanto profonda, si sarebbe potuta scambiare per gentilezza.
Non accadde nulla di ciò che, per consuetudine, ci si attenderebbe da un Requiem. Nessuna gravità opprimente, nessun senso di imminente catastrofe, nessuna di quelle solennità che, più che elevare, sembrano talvolta compiacersi del proprio peso. Vi era invece una sorta di misura — e mi si conceda il termine, benché imperfetto — che non umiliava il dolore, ma neppure lo esibiva; una compostezza che non negava la morte, ma la sottraeva a ogni teatralità.
Fu allora che compresi, non senza una certa resistenza interiore, che Gabriel Fauré non intendeva persuadermi di alcunché. Egli non voleva insegnare, né commuovere nel senso più immediato del termine; e questa sua rinuncia — così insolita, così poco accomodante — produceva un effetto più radicale di qualsiasi dichiarazione: mi lasciava sola, ma non abbandonata; esposta, ma non minacciata.
È singolare come, nella storia della musica, le opere più ardite si riconoscano non tanto per ciò che affermano, quanto per ciò che osano omettere. Nel caso del Requiem di Fauré, tale omissione assume un carattere quasi filosofico: egli rinuncia al terrore. Là dove altri — e basterà evocare i nomi di Wolfgang Amadeus Mozart e Giuseppe Verdi — avevano interrogato la morte attraverso il tremore o la sfida, Fauré sceglie una via che, a prima vista, potrebbe apparire meno intensa, ma che, a uno sguardo più attento, si rivela di una audacia quasi sconcertante: egli sottrae alla morte il suo apparato.
E che cosa resta, quando si priva la fine delle sue immagini più temute?
Resta, per dirla con una franchezza che non esclude la grazia, il semplice fatto di non poter continuare. Un limite, e nulla più.
Ora, se vi è qualcosa che l’animo umano sopporta con difficoltà, non è tanto la presenza del male, quanto l’assenza di una forma che lo renda intelligibile. Il giudizio, la pena, persino il castigo — tutte queste figure, per quanto terribili, hanno il vantaggio di offrire una narrazione. Ma Fauré, con una discrezione che rasenta l’ironia, ritira questa narrazione, e lascia l’ascoltatore di fronte a una verità più nuda, e perciò più esigente: quella di un’esistenza che non ha bisogno di essere giustificata né punita, ma soltanto compresa nel suo finire.
Questa comprensione, tuttavia, non si dà come concetto, ma come esperienza — e, per quanto mi riguarda, essa si rivelò con una chiarezza inattesa nel “Sanctus”.
Vi è, in quel momento, un’apparizione che sfugge a ogni descrizione ordinaria. L’arpa — e qui ogni parola rischia di essere o troppo povera o troppo insistita — non accompagna, non sostiene: inaugura. Il suo suono si distende con una naturalezza tale da far dimenticare la sua origine, come se non fosse prodotto, ma semplicemente dato.
Ebbi allora la singolare impressione — che non saprei difendere con argomenti, ma che non posso negare — di trovarmi sospesa. Non sollevata, non elevata nel senso retorico del termine, ma liberata dal peso stesso dell’essere collocata. Era come planare, sì, ma senza vento, senza direzione: sopra un mare infinito, immobile, la cui estensione non suscitava vertigine, ma una quiete inattesa.
Le corde dell’arpa disegnavano, per così dire, la superficie di questo mare; e quando il coro entrò, non lo fece per dominarla, ma per abitarla. Le voci si posavano su quel suono come luce su acqua, senza incresparlo. Nulla vi era di solenne nel senso comune: nessuna affermazione, nessuna volontà di elevarsi. E tuttavia, proprio in questa rinuncia, si manifestava qualcosa di più alto di qualsiasi elevazione: una presenza che non chiedeva di essere riconosciuta, perché non poteva essere negata.
Se il “Sanctus” fu, per così dire, una rivelazione dello spazio, il “Pie Jesu” fu una rivelazione del limite.
Qui la musica si ritrae ancora, come una persona di grande educazione che, avendo detto l’essenziale, non insiste. La voce sola si leva, e la sua semplicità è tale da disarmare ogni tentativo di interpretazione. Non vi è supplica nel senso drammatico del termine; non vi è urgenza, né timore. Vi è, piuttosto, una forma di abbandono che non ha nulla di passivo, ma che deriva da una comprensione così completa da non avere più bisogno di resistere.
Ricordo di aver avvertito, in quel momento, una sensazione che potrei descrivere — con qualche timore di essere fraintesa — come una perdita. Non perdita di qualcosa di caro, ma perdita di una tensione. Come se una parte di me, sempre vigile e sempre pronta a opporsi, si fosse improvvisamente trovata senza funzione.
E fu allora che la morte, parola che fino a quel momento avevo trattato con quella prudenza che è propria delle cose non comprese, cessò di apparirmi come un’interruzione violenta. Non divenne amica — sarebbe un’espressione troppo facile — ma smise di essere nemica.
In questa trasformazione dello sguardo, che avviene senza dichiararsi, risiede forse la più alta lezione del Requiem di Fauré. Non vi è consolazione, perché la consolazione implica una promessa; e Fauré, con una coerenza che rasenta la severità, si rifiuta di promettere. Non vi è nemmeno disperazione, perché la disperazione richiede un conflitto, e qui il conflitto è già stato superato.
Vi è, invece, una sorta di equilibrio — fragile, certo, e tuttavia sufficiente — che nasce dalla rinuncia alle immagini che, pur rendendo la morte più sopportabile, la rendono anche meno vera.
Quando, infine, l’“In Paradisum” si dispiega, non si ha l’impressione di giungere a una conclusione, ma di assistere a una progressiva sottrazione. Le voci si fanno leggere, le armonie si rarefanno, come se il suono stesso, giunto al limite della propria necessità, si ritirasse con una discrezione quasi morale.
Non vi è trionfo, non vi è approdo. Vi è, piuttosto, il venir meno di quella esigenza — così profondamente umana — di giungere.
E forse, se mi è concesso un pensiero conclusivo, è proprio qui che l’opera raggiunge la sua verità più alta: nel suggerire, senza mai affermarlo, che la fine non è un evento da comprendere, ma una condizione da accogliere; e che tale accoglienza, lungi dall’essere una resa, può costituire — per quanto breve e precaria — una forma di pace.

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