Anno: 2026

  • Il monastero delle melodie perdute

    Una notte, la memoria tacque. La musica cercò un’altra strada.

    di Marialuisa Veneziano

    *************

    🎧 MUSICA PER LA LETTURA – Pérotin — Viderunt omnes
    Prima di entrare nel monastero, premi play (Clicca sulla freccia nera per aprire l’ascolto)
    Queste voci appartengono a un Medioevo successivo a quello di Guido d’Arezzo, ma raccontano ciò che la sua intuizione avrebbe contribuito a rendere possibile: una musica capace di essere affidata alla scrittura, attraversare il tempo e diventare sempre più complessa senza perdere la propria memoria.
    Durante la lettura, ascolta il canto come se fosse una costruzione che nasce lentamente sopra una voce antica.
    Prima una traccia.
    Poi altre voci.
    Poi uno spazio intero che prende forma.
    Una musica può sopravvivere soltanto quando trova il modo di essere ricordata.
    Premi play. Poi entra nel monastero.


    La prima melodia scomparve durante i Vespri.

    Nessuno se ne accorse subito.

    Fra Martino aveva cantato quelle parole per quasi quarant’anni e, quando la voce gli si fermò improvvisamente in gola, i confratelli pensarono a un colpo di tosse, a una distrazione, forse all’età, che ha il cattivo gusto di presentarsi proprio nei momenti in cui preferiremmo ignorarla.

    Martino ricominciò.

    La prima sillaba uscì sicura.

    La seconda anche.

    Poi niente.

    Silenzio.

    L’anziano sollevò gli occhi.

    I monaci attesero.

    Fra Martino riprovò.

    La melodia non venne.

    Era assurdo.

    Sapeva le parole.

    Ricordava perfino il punto in cui il canto saliva.

    Eppure la nota successiva era sparita.

    Non dimenticata.

    Sparita.

    Come una porta che si sappia essere esistita per tutta la vita e che, tornando a cercarla, si trovi sostituita da un muro.

    Il priore fece cenno a un altro monaco.

    Questi provò.

    Si fermò nello stesso punto.

    Un terzo tentò.

    Niente.

    Qualcuno aprì l’antifonario.

    Sopra le parole stavano i segni consueti: piccoli tratti, curve, accenti, quei neumi che da generazioni aiutavano la memoria dei cantori.

    Fra Martino li fissò a lungo.

    Sapeva che la voce doveva salire.

    Poi scendere.

    Poi piegarsi.

    Ma da dove?

    Di quanto?

    Su quale altezza?

    La pagina ricordava il gesto della melodia.

    Non la melodia.

    Fu la prima volta che nel monastero di Pomposa qualcuno ebbe paura d’un canto.


    Pomposa viveva di memoria.

    I monaci ricordavano salmi, antifone, inni, responsori, sequenze.

    Le melodie passavano da una bocca all’altra come il fuoco d’una candela che ne accende un’altra senza perdere la propria fiamma.

    Fra Martino era il più celebre di tutti.

    — Bruciate pure i libri — diceva qualche volta. — Il canto è qui.

    E si toccava la fronte.

    Poi il petto.

    — E qui.

    Era una bella frase.

    Le belle frasi hanno però un difetto: gli uomini finiscono facilmente per crederle vere soltanto perché suonano bene.

    Fra i pochi che non ne erano del tutto convinti c’era Guido.

    Giovane, ostinato, curioso e afflitto da quel genere d’intelligenza che rende difficile accettare una risposta semplicemente perché tutti l’hanno accettata prima di noi.

    Quella sera non disse nulla.

    Guardò Martino.

    Guardò la pagina.

    E soprattutto guardò quel piccolo spazio vuoto nel quale avrebbe dovuto trovarsi una nota.


    Il canto non tornò il giorno seguente.

    Né quello dopo.

    Tre giorni più tardi ne scomparve un altro.

    Poi un responsorio.

    Poi la conclusione d’un salmo.

    Poi un inno che tutti conoscevano fin dall’infanzia.

    Il fenomeno diventò così frequente che fu necessario trovargli un nome.

    Gli uomini fanno spesso questa cosa con ciò che temono: se non possono dominarlo, almeno lo battezzano.

    Lo chiamarono il Ladro dei Canti.

    Ben presto il Ladro acquistò abitudini, intenzioni e perfino un carattere.

    C’era chi giurava di aver udito passi nella biblioteca.

    Chi sosteneva che le melodie scomparissero soltanto nelle notti senza luna.

    Chi aveva visto una finestra aperta.

    Chi ricordava benissimo d’averla vista chiusa.

    Il priore ordinò che gli antifonari fossero custoditi sotto chiave.

    La mattina successiva scomparve un’altra melodia.

    Fu allora che Guido disse:

    — Non è nei libri che bisogna cercare il ladro.

    Fra Martino lo guardò male.

    — E dove?

    Guido aprì l’antifonario.

    Indicò i neumi.

    — Qui.

    — Nei segni?

    — In ciò che i segni non dicono.

    Il priore, padre Ademaro, gli fece cenno di continuare.

    — Questi segni ci aiutano perché conosciamo già il canto — spiegò Guido. — Ci ricordano se la voce sale o scende. Ma se la memoria scompare, non ci dicono con precisione dove andare.

    Martino si irrigidì.

    — La memoria non scompare.

    Guido lo guardò.

    Il vecchio comprese subito la crudeltà involontaria della frase.

    Nessuno disse altro.


    Quella notte Guido prese un pezzo di pergamena.

    Tracciò una linea.

    Poi un’altra.

    Poi un’altra ancora.

    Mise un segno sulla prima.

    Lo guardò.

    Lo cancellò.

    Ricominciò.

    A mezzanotte le linee erano quattro.

    Accanto aveva un monocordo.

    Faceva vibrare la corda.

    Ascoltava.

    Scriveva.

    Cancellava.

    Provava ancora.

    Fra Michele lo trovò così.

    — Il priore ti ha proibito di continuare.

    Guido non sollevò la testa.

    — Infatti sto cercando di continuare con grande discrezione.

    Michele guardò la pagina.

    — Che cosa sono?

    — Strade.

    — Sembrano righe.

    — Tutte le strade, viste da abbastanza lontano, sembrano righe.

    Michele sospirò.

    — E dove portano?

    Guido gli porse il foglio.

    — Cantalo.

    — Non conosco questa melodia.

    — Appunto.

    Michele lo fissò.

    — Vuoi che canti qualcosa che non ho mai sentito.

    — Sì.

    — Leggendolo.

    — Sì.

    — Da quattro righe.

    — Sì.

    Michele lo osservò a lungo.

    — Se fallisco, promettimi almeno che ammetterai di essere impazzito.

    — Se fallisci, cambierò il sistema.

    Questa risposta preoccupò Michele assai più della follia.


    Provò.

    Sbagliò.

    Guido lo fermò.

    Riprese.

    Sbagliò ancora.

    Alla quarta volta Michele perse la pazienza.

    Alla quinta trovò il primo intervallo.

    Alla sesta arrivò alla fine.

    Rimasero immobili.

    La melodia era semplice.

    Niente di straordinario.

    Eppure, in quella stanza, era appena avvenuto qualcosa che nessuno dei due avrebbe più dimenticato.

    Un uomo aveva cantato una musica che non aveva mai ascoltato.

    Non gliel’aveva insegnata una voce.

    Gliel’aveva insegnata una pagina.

    Guido prese la pergamena con entrambe le mani.

    — Funziona.

    Michele non rispose.

    — Funziona.

    Questa volta Michele sorrise.

    — Allora siamo nei guai.


    Il problema delle idee nuove non è che siano sempre sbagliate.

    È che, qualche volta, sono giuste nel momento più scomodo possibile.

    Quando padre Ademaro vide le pergamene, non gridò.

    Peggio.

    Le osservò in silenzio.

    — Tu vuoi mettere la musica fra delle linee.

    — Voglio darle un luogo preciso.

    — La musica non ha bisogno d’un luogo.

    — Finché qualcuno la ricorda.

    Il priore lo fissò.

    Guido proseguì.

    — Padre, noi crediamo che il canto viva nei libri. Ma i libri, senza memoria, non bastano.

    — E tu credi di poter fare meglio di generazioni di monaci?

    — No.

    Guido indicò le righe.

    — Credo che possiamo lasciare a chi verrà dopo qualcosa di più di quello che abbiamo ricevuto.

    Era una risposta rispettosa.

    Questo non impedì al priore di vietargli di continuare.


    Guido obbedì per due giorni.

    Al terzo scoprì i nomi.

    L’inno era quello dedicato a san Giovanni Battista.

    Lo cantò lentamente.

    Le frasi salivano una dopo l’altra.

    Ut queant laxis…

    Resonare fibris…

    Mira gestorum…

    Famuli tuorum…

    Solve polluti…

    Labii reatum…

    Si fermò.

    Guardò le iniziali.

    UT.

    RE.

    MI.

    FA.

    SOL.

    LA.

    Sei sillabe.

    Sei gradini.

    Sei punti ai quali aggrapparsi quando la memoria esitava.

    Michele entrò e trovò Guido che scriveva quei nomi in grande.

    — Che cosa fai?

    — Sto dando un nome ai suoni.

    Michele scoppiò a ridere.

    — I suoni non hanno bisogno d’un nome.

    Guido sollevò gli occhi.

    — Nemmeno tu ne avresti bisogno, se nessuno dovesse mai chiamarti.

    Michele smise di ridere.


    Il giorno dopo la pergamena era sul tavolo del priore.

    — Hai dato nomi alle note.

    — Sillabe.

    — Nomi.

    — Se preferite.

    Ademaro si alzò.

    — Prima le hai messe fra delle righe. Adesso le battezzi. Che cosa verrà dopo?

    Guido esitò.

    — Forse riusciremo a insegnarle più in fretta.

    — Non sto scherzando.

    — Nemmeno io.

    Il priore batté una mano sul tavolo.

    — La musica sacra non appartiene a te.

    — Lo so.

    — E allora smetti di trattarla come se potessi rifarla.

    Guido divenne pallido.

    — Proprio perché non mi appartiene non posso accettare che muoia con chi la conosce.

    Il silenzio cambiò.

    Non era più quello d’una discussione.

    Era diventato qualcosa di più pericoloso.

    Ademaro indicò le pergamene.

    — Tu vuoi chiudere il canto dentro questi segni.

    Guido prese il foglio.

    — Una gabbia serve a impedire a qualcosa di andare lontano.

    Lo posò sul tavolo.

    — Queste righe fanno il contrario.

    Il priore non parlò.

    — Non sto imprigionando la musica.

    Guido guardò le quattro linee.

    — Le sto costruendo una strada.


    Gli fu proibito l’accesso alla biblioteca.

    Le pergamene furono confiscate.

    Per settimane il monastero tornò apparentemente alla normalità.

    Soltanto il Ladro dei Canti non rispettò il divieto.

    Continuò il proprio lavoro.

    Una melodia.

    Poi un’altra.

    I monaci partirono per abbazie lontane, cercando uomini che ricordassero ciò che a Pomposa era andato perduto.

    Ma tornavano spesso con versioni differenti.

    Un cantore giurava che una frase salisse.

    Un altro la ricordava discendente.

    Entrambi erano pronti a giurare davanti all’altare.

    La memoria aveva cominciato non soltanto a dimenticare.

    Aveva cominciato a inventare.


    Poi arrivò la vigilia della grande celebrazione.

    Avrebbero partecipato ospiti, pellegrini, ecclesiastici.

    Da settimane si preparava il canto solenne.

    Fra Martino lo intonò un’ultima volta.

    Prima frase.

    Seconda.

    Terza.

    Alla quarta si fermò.

    Il coro tentò di proseguire.

    Nessuno riuscì.

    Martino ripartì.

    Niente.

    Michele provò.

    Niente.

    Il canto era quasi interamente svanito.

    Aprirono il libro.

    I segni erano lì.

    Perfetti.

    Inutili.

    Fu mandato un cavaliere verso un monastero vicino.

    Cominciò a piovere.

    Il fiume crebbe.

    Il cavaliere tornò.

    La strada era impraticabile.

    L’indomani, davanti a centinaia di persone, il monastero avrebbe dovuto cantare una musica che nessuno ricordava più.

    Il Ladro aveva scelto il momento migliore.


    Fu fra Martino a dire:

    — Chiamate Guido.

    Padre Ademaro alzò gli occhi.

    Il vecchio non li abbassò.

    — Chiamatelo.

    Guido arrivò poco dopo.

    Vide il libro aperto.

    Non fece domande.

    — Posso tentare.

    Ademaro aprì un armadio.

    Dentro c’erano tutte le sue pergamene.

    Guido lo guardò.

    Il priore disse soltanto:

    — Non le ho bruciate.

    Era, nel linguaggio di Ademaro, quasi una dichiarazione d’affetto.


    Lavorarono tutta la notte.

    Non ci furono miracoli.

    Ci furono errori.

    Discussioni.

    Ricordi contraddittori.

    Candele consumate.

    Inchiostro rovesciato.

    Fra Martino ricordava una cadenza.

    Michele un frammento.

    Un altro confratello sosteneva il contrario.

    Guido ascoltava tutti.

    Provava sul monocordo.

    Confrontava.

    Scriveva.

    Cancellava.

    Quando finalmente la melodia parve ricomposta, chiamò sei novizi.

    Martino protestò.

    — Non la conoscono.

    — È proprio per questo che servono.

    Guido mise davanti a loro la nuova pergamena.

    — Nessuno vi canterà il pezzo.

    I giovani si guardarono.

    — Lo leggerete.

    Cominciarono.

    Sbagliarono.

    Ripresero.

    Guido indicò:

    — Ut.

    Poi:

    — Re.

    — Mi.

    Le voci si aggiustarono.

    Una frase.

    Poi due.

    Poi tre.

    E, a poco a poco, nella sala risuonò quel canto che nessuno di quei ragazzi aveva mai udito prima.

    Fra Martino si sedette.

    Michele smise di sorridere.

    Ademaro guardava le pergamene come si guarda qualcosa che ci costringe a rinunciare a un’opinione alla quale eravamo molto affezionati.

    Ma mancava ancora l’ultima frase.

    Sul vecchio manoscritto il margine era rovinato.

    I segni non si leggevano.

    Nessuno ricordava.

    Fuori il cielo cominciava già a schiarire.

    — È finita — disse Ademaro.

    — No.

    Fra Martino aveva parlato.

    Chiuse gli occhi.

    Cantò la frase precedente.

    Una volta.

    Due.

    Poi lentamente:

    — Fa…

    Guido si voltò.

    Martino riprese.

    — Sol…

    Gli tremò la voce.

    — La.

    E improvvisamente la conclusione tornò.

    Non tutta insieme.

    Un frammento dopo l’altro.

    La memoria dell’uomo e il nuovo sistema di Guido s’incontrarono a metà strada.

    La melodia ricomparve.

    Guido la scrisse.

    Questa volta nessuno avrebbe più dovuto affidarla alla memoria d’un solo uomo.


    La mattina il monastero cantò.

    Gli ospiti ascoltarono.

    Nessuno seppe che, poche ore prima, quella musica aveva rischiato di scomparire.

    Qualcuno lodò la bellezza del coro.

    Un dignitario si addormentò durante il salmo più lungo e alla fine dichiarò d’esserne stato profondamente commosso.

    La storia, come si vede, possiede anche un senso dell’umorismo.

    Guido non cantò.

    Ascoltò.

    Le voci dei novizi si alzavano insieme a quelle dei vecchi monaci.

    E allora comprese che il vero prodigio non era aver salvato quel canto.

    Era aver trovato un modo perché un uomo potesse insegnare qualcosa anche a qualcuno che non avrebbe mai incontrato.


    Quando Guido lasciò Pomposa, padre Ademaro gli restituì la sacca con tutte le pergamene.

    — Pensavo fossero confiscate.

    — Lo erano.

    — E adesso?

    — Adesso sono un problema che preferisco affidare ad altri.

    Guido sorrise.

    Il priore no.

    Poi prese una delle pagine.

    — Avevo paura che, scrivendo la musica, avreste finito per credere di possederla.

    Guido rimase in silenzio.

    — Forse — continuò Ademaro — non avevo capito che si può scrivere qualcosa anche per il motivo opposto.

    — Quale?

    Il priore gli consegnò la pergamena.

    — Perché smetta di appartenere soltanto a noi.


    Ad Arezzo, tempo dopo, alcuni ragazzi ricevettero fogli con linee, segni e sillabe.

    Non conoscevano quei canti.

    Guido non li intonò.

    Indicò soltanto.

    Ut.

    Re.

    Mi.

    Fa.

    Sol.

    La.

    Le voci partirono incerte.

    Poi trovarono la strada.

    E così la musica imparò una cosa che fino ad allora aveva affidato quasi soltanto alla memoria degli uomini:

    come attraversare il tempo senza chiedere il permesso alla morte.


    LA MORALE

    Guido non cercò di imprigionare la musica sulla carta.

    Cercò di impedirle di morire con chi la ricordava.

    Perché custodire davvero qualcosa non significa trattenerla per noi, ma darle una forma che possa raggiungere chi verrà dopo.

    La memoria è preziosa, ma fragile. La conoscenza diventa eredità soltanto quando sappiamo trasmetterla.

    Per questo quelle linee non furono una gabbia.

    Furono un ponte.

    E forse vale anche per ciò che ciascuno di noi riceve nella vita:

    non ci viene affidato perché finisca con noi, ma perché attraverso di noi possa continuare il viaggio.

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  • Quando il suono si fa colore: I Solisti Aquilani al Festival Respighi di Bologna

    Quando il suono si fa colore: I Solisti Aquilani al Festival Respighi di Bologna

    Da Casella a Liszt, dalla nuova pagina di Marco Taralli al Trittico botticelliano: al Teatro Manzoni una serata costruita intorno alla memoria, con Michele Campanella e la direzione di Davide Trolton

    di Marialuisa Veneziano


    13 ottobre 2026

    Bologna ha con il passato una familiarità che altre città, forse più prudenti, chiamerebbero soggezione. Lo conserva nei portici, lo nasconde dietro un muro, lo lascia affiorare da una facciata; e quando sembra averlo messo debitamente al sicuro nella storia, quello ricompare, con una certa ostinazione, a chiedere di essere nuovamente interpretato.

    Mercoledì 7 ottobre è accaduto anche in musica.

    Al Teatro Auditorium Manzoni, il Festival Respighi Bologna si è intrecciato con un’altra ricorrenza significativa, i quarant’anni di Musica Insieme, affidando ai Solisti Aquilani, al pianoforte di Michele Campanella e alla direzione di Davide Trolton un programma che, osservato distrattamente, avrebbe potuto apparire assai eterogeneo: Alfredo Casella, Franz Liszt, Marco Taralli, Ottorino Respighi.

    Ma la musica, quando un programma è pensato bene, ama smentire le apparenze.

    Il filo esisteva.

    Ed era il tempo.

    Non quello misurato dal metronomo, ma quello più misterioso attraverso il quale un compositore guarda indietro e decide che il passato non è ancora finito.

    Casella cerca forme antiche mentre intorno a lui la storia precipita nella guerra. Liszt, al contrario, scrive una pagina tanto inquieta da sembrare proiettata in avanti. Taralli dichiara già nel titolo il proprio dialogo con l’antico. Respighi, infine, compie l’operazione forse più vertiginosa: guarda tre dipinti del Quattrocento e domanda alla musica di farli tornare a muoversi.

    Il concerto diventava così, quasi senza dichiararlo, una riflessione su una domanda essenziale:

    che cosa significa essere moderni quando si possiede una memoria?


    Casella: costruire mentre il mondo si disfa

    Il Concerto per archi, pianoforte e percussioni op. 69 di Alfredo Casella porta con sé una data che impedisce di ascoltarlo innocentemente.

    1943.

    Casella lo scrive a Roma fra ottobre e novembre, durante l’occupazione tedesca, mentre la malattia che lo avrebbe condotto alla morte pochi anni dopo ha già cominciato a manifestarsi. La composizione, destinata a Paul Sacher e alla sua orchestra di Basilea, nasce dunque mentre due instabilità — quella della storia e quella del corpo — bussano contemporaneamente alla porta dell’autore.

    Eppure Casella non risponde con una musica disgregata.

    Fa quasi il contrario.

    Costruisce.

    Contrappunto, forma, danza, simmetria.

    Come se, mentre il mondo perdeva le proprie coordinate, la musica potesse almeno continuare a tracciare linee dritte.

    L’Allegro alquanto pesante iniziale possiede una scrittura contrappuntistica fitta, nella quale il pianoforte non si comporta secondo il modello romantico del solista sovrano circondato da sudditi orchestrali. Entra invece nel meccanismo, vi si oppone e insieme vi appartiene.

    È una differenza sostanziale.

    Il pianoforte non è semplicemente davanti agli archi.

    È dentro la struttura.

    Michele Campanella si confrontava dunque con una pagina nella quale il virtuosismo non può diventare esibizione esteriore: deve farsi precisione ritmica, articolazione, capacità di emergere e subito dopo rientrare nel tessuto.

    E la presenza di Campanella, figura storica della scuola pianistica italiana, conferiva a questo repertorio un peso particolare: non il pianoforte come esercizio atletico, ma come intelligenza della forma. Musica Insieme lo presentava, non a torto, come una vera istituzione della scuola pianistica napoletana, alla vigilia del doppio traguardo degli ottant’anni e dei sessant’anni di carriera.

    Poi arriva la Sarabanda.

    E qui il tempo cambia.

    La danza antica, già presente nella coeva Sonata per arpa op. 68 e trasportata da Casella nel Concerto, non è archeologia. Non c’è alcun Settecento da cartolina.

    La sarabanda diventa piuttosto memoria di un ordine.

    Passo grave, scansione, raccoglimento.

    Una forma del passato chiamata a parlare dentro una delle epoche più disordinate della storia europea.

    È difficile non sentirvi qualcosa di profondamente umano: quando ogni cosa vacilla, cercare una forma non significa necessariamente fuggire dal presente.

    Può significare resistergli.

    Anche il finale parte con energia, quasi con ostinata fiducia nel movimento, prima di approdare a una conclusione più oscura, sostenuta da un disegno grave degli strumenti bassi che le fonti dell’epoca lessero persino come un presentimento funebre.

    Non occorre forzare la biografia per comprenderne il peso.

    Basta ascoltare l’idea.

    Una musica che vuole procedere.

    E qualcosa, sotto, che comincia a trattenerla.


    Liszt: il pianoforte prima di diventare imperatore

    Poi Malédiction.

    E il titolo, bisogna riconoscerlo, non promette precisamente una serata di serena villeggiatura.

    Liszt scrisse questa singolare pagina per pianoforte e archi negli anni Trenta dell’Ottocento; rimase inedita durante la sua vita e vide la pubblicazione soltanto nel 1915. Le fonti pongono persino un problema interessante sulla sua stessa identità: concerto per pianoforte e archi o più intimo lavoro cameristico con pianoforte fortemente concertante?

    È proprio questa ambiguità a renderla affascinante.

    Il giovane Liszt non è ancora il monumento di se stesso.

    Non è ancora interamente il pianista prometeico che il secolo avrebbe imparato ad adorare e, talvolta, a temere.

    Sta cercando.

    La scrittura è instabile, nervosa, percorsa da tensioni armoniche che sembrano voler sottrarre continuamente il terreno sotto i piedi dell’ascoltatore.

    E così, dopo Casella, il pianoforte cambia improvvisamente natura.

    Nel primo era parte di un organismo costruttivo.

    In Liszt diventa una forza perturbatrice.

    Qui la modernità non cerca un’architettura antica nella quale trovare riparo.

    Sembra volerla incendiare dall’interno.

    L’accostamento era dunque assai meno arbitrario di quanto potesse apparire: Casella e Liszt mettono entrambi in discussione il rapporto fra individuo e collettività sonora.

    Dove finisce il solista?

    Dove comincia l’ensemble?

    Quando il pianoforte conduce, e quando viene assorbito?

    Domande tecniche, certamente.

    Ma le grandi forme concertanti sono sempre, in fondo, anche piccole metafore sociali.

    C’è un individuo.

    C’è una comunità.

    E bisogna trovare il modo di farli parlare senza che uno distrugga l’altra.


    Marco Taralli: l’antico dopo che l’antico è già accaduto

    La Piccola Suite nello stile antico di Marco Taralli portava il programma direttamente nel presente.

    La composizione era freschissima: la prima esecuzione assoluta era avvenuta il giorno precedente all’Aquila, sempre con i Solisti Aquilani, Trolton e Campanella; Bologna ne raccoglieva immediatamente il seguito.

    Ma già il titolo pone un problema estetico interessante.

    Che cosa significa, nel 2026, scrivere “nello stile antico”?

    Non possiamo più compiere quel gesto con la stessa innocenza con cui lo si sarebbe fatto due secoli fa.

    Fra noi e l’antico sono passati Stravinskij, Casella, Respighi, neoclassicismo, postmodernità, filologia, prassi storicamente informata.

    L’antico, oggi, non è mai soltanto antico.

    È il ricordo che possediamo dell’antico.

    Taralli entra dunque in un territorio delicato: utilizzare una grammatica riconoscibile senza trasformarla in travestimento, far parlare la memoria senza ridurla a nostalgia.

    Ed è precisamente per questo che la sua presenza nel programma assumeva senso.

    Casella aveva recuperato la sarabanda.

    Respighi avrebbe di lì a poco convocato il Rinascimento botticelliano.

    Taralli si collocava fra questi due mondi ricordandoci che la relazione della musica italiana con la propria storia non è mai stata pacificata.

    Noi italiani abbiamo un problema meraviglioso e terribile: possediamo talmente tanto passato che rischiamo continuamente di esserne proprietari invece che interlocutori.

    La musica migliore evita entrambi gli estremi.

    Non distrugge ciò che è venuto prima per dimostrarsi moderna.

    Ma neppure lo lucida fino a trasformarlo in soprammobile.

    Lo interroga.


    Respighi: quando Botticelli comincia a muoversi

    Poi arriva il Trittico botticelliano.

    E tutto ciò che fino a quel momento era stato discorso sulla memoria diventa improvvisamente colore.

    Respighi lo compone nel 1927 per un organico sorprendentemente contenuto: flauto, oboe, clarinetto, fagotto, corno, tromba, triangolo, campanelli, celesta, arpa, pianoforte e archi. Una tavolozza cameristica, dunque, lontana dalla massa orchestrale delle grandi pagine romane.

    È una scelta decisiva.

    Per Botticelli non serve il marmo.

    Serve la trasparenza.

    Respighi non vuole dipingere sopra i quadri. Vuole trovare il loro equivalente temporale.

    Perché qui sta la difficoltà profonda della musica ispirata alla pittura.

    Un dipinto esiste tutto contemporaneamente.

    La musica no.

    La Primavera di Botticelli è già interamente davanti a noi nell’istante in cui la guardiamo: Mercurio, le Grazie, Venere, Flora, Zefiro.

    Respighi deve invece costringerci a incontrarla nel tempo.

    Deve decidere quale colore verrà prima.

    Quale figura dovrà emergere.

    Quale movimento dovremo immaginare.

    In altre parole, deve compiere un piccolo prodigio:

    far camminare ciò che Botticelli aveva fermato.


    La Primavera: non descrivere i fiori, ma farli nascere

    Nella Primavera trilli, tremoli, figurazioni mobili e reminiscenze di danze antiche producono una scrittura leggera, continuamente attraversata da piccoli moti interni.

    Ma parlare soltanto di “descrittivismo” sarebbe riduttivo.

    Respighi non sta componendo un catalogo sonoro di fiori, alberi e ninfe.

    Sta traducendo la qualità del movimento botticelliano.

    Guardiamo le Tre Grazie.

    I corpi sembrano muoversi e tuttavia posseggono la perfezione immobile dell’immagine.

    La musica deve compiere esattamente questa contraddizione: avanzare senza perdere grazia, danzare senza diventare pesante.

    Ed è qui che un complesso come I Solisti Aquilani trova un repertorio particolarmente congeniale alla propria natura.

    La partitura chiede precisione cameristica prima ancora che potenza.

    Ascolto reciproco.

    Elasticità.

    Capacità di passare il colore da uno strumento all’altro senza che la frase perda continuità.

    Il merito dell’ensemble sta proprio nel ricordare quanto Respighi possa essere raffinato quando lo si libera dall’equivoco secondo cui sarebbe soltanto il compositore delle grandi esplosioni orchestrali.

    Il Respighi del Trittico non alza la voce.

    Dipinge con la punta del pennello.


    L’Adorazione dei Magi: quando il Rinascimento ricorda il Medioevo

    Il secondo quadro cambia completamente la luce.

    Nell’Adorazione dei Magi appare una scrittura pastorale; flauto e fagotto introducono anche la melodia di Veni, veni Emmanuel, mentre la strumentazione utilizza colori che suggeriscono l’avvicinarsi della carovana e un Oriente più sognato che geografico.

    Ed ecco un cortocircuito temporale magnifico.

    Noi ascoltiamo un compositore del Novecento.

    Che guarda un pittore del Quattrocento.

    Che rappresenta una scena evangelica.

    Utilizzando una melodia proveniente da una tradizione ancora più antica.

    Quanti tempi esistono contemporaneamente in queste poche battute?

    È questa la ragione per cui parlare semplicemente di “musica antica” e “musica moderna” talvolta non serve a nulla.

    Nella memoria musicale il tempo non procede in linea retta.

    Si ripiega.

    Ritorna.

    Sopravvive.

    Un frammento medievale può entrare nel Novecento e, senza cessare di appartenere al proprio passato, diventare materia nuova.

    Respighi comprendeva questa possibilità con un’intelligenza straordinaria.

    Non imbalsamava l’antico.

    Lo faceva risuonare nel presente.


    Venere: il mare prima della dea

    Infine, La nascita di Venere.

    E Respighi compie qui forse la scelta più poetica dell’intero trittico.

    Prima della dea, ci dà il mare.

    Gli archi costruiscono un movimento ondeggiante; trilli, arpeggi e leggere oscillazioni timbriche trasformano la superficie orchestrale in acqua. Solo progressivamente emerge un motivo più ampio, legato alla figura di Venere e costruito attraverso richiami modali arcaizzanti.

    È un dettaglio importante.

    Respighi non traduce il quadro dicendo: “questa è Venere”.

    Ci conduce verso di lei.

    La musica diventa attesa dello sguardo.

    Prima sentiamo l’acqua.

    Poi il vento.

    Poi qualcosa si solleva.

    Ed è proprio in questa pagina che la piccola orchestra dimostra quanto il colore non dipenda dal numero degli strumenti, ma dalla qualità delle loro relazioni.

    Celesta, arpa, pianoforte, fiati e archi non producono semplicemente una bella sonorità.

    Costruiscono profondità.

    Respighi orchestra come un pittore che conosca il valore dello spazio fra due colori.

    La trasparenza non è assenza di materia.

    È materia perfettamente distribuita.

    E qui I Solisti Aquilani meritano un riconoscimento particolare: una compagine nata sulla cultura dell’ensemble possiede naturalmente quell’attenzione alla linea interna che il Trittico richiede. Anche una delle cronache successive alla serata, pur assai severa su altri aspetti dell’esecuzione, ha riconosciuto esplicitamente la qualità dell’ensemble.

    Davide Trolton si trovava davanti a un compito tutt’altro che elementare. Un programma simile non richiede un unico gesto direttoriale, ma quattro differenti idee di peso, tempo e articolazione: la geometria di Casella non può respirare come Liszt; l’arcaismo di Taralli non può essere trattato come il colorismo di Respighi. Il valore della bacchetta, qui, si misura anzitutto nella capacità di non uniformare.

    E affidare un programma tanto esposto a un giovane direttore significa anche ricordare che la tradizione non si conserva soltanto affidandola a chi la conosce da decenni.

    Si conserva consegnandola a qualcuno che dovrà ancora portarla altrove.


    Una serata italiana, ma non provinciale

    Alla fine, il dato più interessante del concerto bolognese non era la presenza di quattro compositori assai diversi.

    Era ciò che accadeva mettendoli uno accanto all’altro.

    Liszt guardava avanti.

    Casella guardava indietro per continuare ad avanzare.

    Taralli domandava all’antico se avesse ancora qualcosa da dire.

    Respighi prendeva Botticelli per mano e lo conduceva nel Novecento.

    Nessuno di loro considerava il passato un luogo nel quale tornare ad abitare.

    Lo consideravano un interlocutore.

    E questa è forse una delle questioni centrali della musica italiana.

    Abbiamo ereditato un patrimonio talmente vasto che potremmo trascorrere intere stagioni a celebrarlo.

    Ma celebrare non basta.

    Il compito dell’interpretazione è un altro.

    Occorre permettere a una pagina già scritta di accadere nuovamente.

    Non riprodurla.

    Farle correre ancora un rischio.

    È in questo che il lavoro di un’orchestra diventa davvero culturale: non quando esegue correttamente il passato, ma quando riesce a sottrarlo alla condizione di passato.

    I Solisti Aquilani, guidati da un eccellente e sensibile Davide Trolton, hanno portato a Bologna proprio questa identità: quella di un ensemble nel quale la disciplina cameristica rimane il fondamento anche quando il repertorio assume dimensione orchestrale. Campanella ha dato alla serata il peso di una lunga storia interpretativa; Trolton quello di una generazione che quella storia deve ricevere senza esserne schiacciata.

    E alla fine è rimasto Respighi.

    O forse Botticelli.

    Non è facile stabilire dove terminasse l’uno e cominciasse l’altro.

    La Primavera continuava a danzare.

    I Magi proseguivano il loro viaggio.

    Venere saliva ancora dall’acqua.

    Soltanto che, per una sera, non avevano più bisogno di essere guardati.

    Avevano trovato un’altra maniera di esistere.

    Erano diventati suono.

    Ed è forse questo il prodigio più serio della musica quando incontra un’opera d’arte: non illustrarla, non spiegarla, non sovrapporle una didascalia sonora.

    Restituirle il tempo che la pittura le aveva tolto.

    Botticelli aveva fermato un istante.

    Respighi lo rimise in movimento.

    E al Manzoni, quasi un secolo dopo, quel movimento ha avuto ancora qualcuno disposto a continuarlo.

    Photo Credit: Paolo Perna

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  • Rachmaninoff: quando il cuore torna dal silenzio

    L’ascolto di oggi: Concerto n°2 in Do minore op.18, S. Rachmaninov

    Domenica in ascolto — Un ascolto da portarsi dentro

    di Marialuisa Veneziano


    Prima che inizi la musica

    Anche questa domenica la proposta è arrivata da un nostro lettore.

    Il Secondo Concerto per pianoforte e orchestra di Sergej Rachmaninoff.

    Ci sono pagine per le quali occorre preparare l’orecchio. Per questa, forse, occorre preparare qualcos’altro.

    Perché il Concerto n. 2 in do minore op. 18 non chiede soltanto di essere ascoltato. Chiede di essere attraversato.

    Bisogna accettare le sue esagerazioni, le sue immense arcate melodiche, le sue ombre, le sue improvvise aperture; bisogna consentire a Rachmaninoff una cosa che oggi concediamo con una certa difficoltà agli artisti: essere sentimentale senza essere superficiale, appassionato senza vergognarsene, vulnerabile senza trasformare la vulnerabilità in debolezza.

    Siamo nella Russia fra Otto e Novecento. Čajkovskij è morto da pochi anni. Una generazione di musicisti ha ereditato da lui non una maniera, ma quasi una domanda: fino a che punto si può far entrare la vita dentro la forma musicale senza distruggerla?

    Rachmaninoff darà una delle risposte più potenti.

    Ma prima di arrivarci dovrà attraversare il silenzio.


    L’uomo che non riusciva più a comporre

    Nel marzo del 1897 Rachmaninoff ha ventitré anni e assiste a San Pietroburgo alla prima esecuzione della sua Prima Sinfonia.

    È convinto che quella partitura possa consacrarlo.

    Accade il contrario.

    L’esecuzione è problematica, l’accoglienza durissima, la critica feroce. Il giovane compositore ne esce devastato. Anni dopo ricorderà quella serata come un’esperienza che lo aveva lasciato profondamente cambiato. Per circa tre anni la sua attività compositiva si riduce drasticamente: continua a dirigere, suonare, lavorare, ma ciò che prima sembrava naturale — sedersi e creare musica — diventa terribilmente difficile.

    È forse questa una delle paure più atroci per un artista.

    Non perdere il successo.

    Perdere l’accesso a se stesso.

    Avere ancora le mani, conoscere ancora il mestiere, continuare a sentire musica negli altri e domandarsi se quella sorgente che una volta esisteva dentro di noi si sia prosciugata.

    Nel 1899 Rachmaninoff promette un nuovo concerto per pianoforte, ma non riesce a scriverlo. La pressione aumenta. All’inizio del 1900 viene persuaso a rivolgersi al medico Nikolaj Dahl, psichiatra e appassionato musicista dilettante. Da gennaio ad aprile lo incontra quotidianamente. Dahl utilizza anche tecniche ipnotiche e di suggestione, lavorando sul sonno, sull’umore, sulla fiducia e soprattutto sulla possibilità che Rachmaninoff torni a comporre. Il musicista ricorderà in seguito che quel trattamento lo aiutò realmente e che, con l’arrivo dell’estate, le idee ricominciarono a muoversi.

    E qui bisogna fermarsi.

    Perché conosciamo già il finale della storia e siamo tentati di trasformarlo in una favola.

    Il medico cura il compositore. Il compositore guarisce. Nasce il capolavoro.

    No.

    La vita non è così ordinata.

    Rachmaninoff non entra nello studio di Dahl senza musica e ne esce con il Secondo Concerto sotto il braccio.

    Accade qualcosa di molto più umano.

    Ricominciò lentamente a credere che avrebbe potuto scrivere ancora.

    Ed è diverso.

    La prima vittoria non fu il Concerto.

    Fu forse una battuta.

    Poi un’altra.

    Poi la sensazione, dimenticata da tempo, che da una frase potesse nascerne una seconda.

    Durante l’estate del 1900 vengono completati il secondo e il terzo movimento. Rachmaninoff li esegue a Mosca in dicembre e ottiene un successo enorme. Solo dopo scriverà il primo movimento. Il Concerto completo debutta nel novembre 1901 con lui stesso al pianoforte e Aleksandr Siloti sul podio. La partitura porta una dedica semplice e immensa nel suo significato:

    A Nikolaj Dahl.

    Non “al medico che mi ha guarito”.

    A colui che, in un momento preciso della sua vita, aveva contribuito a restituirgli una possibilità.

    Quella di ricominciare.


    🎧 Apri l’ascolto. Poi continua a leggere

    Prima di avviare il Concerto, dimentica per un momento la sua celebrità.

    Dimentica i film che ne hanno utilizzato le melodie, le incisioni leggendarie, i pianisti che lo hanno trasformato in una prova quasi iniziatica del grande repertorio.

    Immagina soltanto un uomo davanti a un pianoforte.

    Per molto tempo ha dubitato di poter ancora comporre.

    Adesso posa le mani sulla tastiera.

    E il Concerto comincia.

    ASCOLTA il Concerto n°2 in Do minore op.18 di S. Rachmaninov (Clicca sulla freccia nera per far apparire l’ascolto)

    Dentro la partitura

    Non comincia con una melodia. Comincia con un battito.

    Nelle prime battute Rachmaninoff compie qualcosa di geniale.

    Non ci regala subito uno dei suoi grandi temi.

    Ci fa aspettare.

    Il pianoforte suona una successione di accordi, sempre più pieni, sempre più forti.

    Molti hanno sentito in quelle sonorità un richiamo alle campane russe, un universo acustico che attraverserà profondamente l’immaginazione di Rachmaninoff. Anche il pianista e compositore Nikolaj Medtner associava proprio l’apertura del Concerto a una Russia che sembra emergere progressivamente davanti all’ascoltatore.

    Ma lasciamo per un istante da parte la Russia.

    Ascoltiamoli semplicemente come suono.

    Un accordo.

    Poi un altro.

    Ancora.

    Sempre più forte.

    È difficile conoscere la storia della composizione e non avvertire qualcosa di quasi fisico in questo gesto.

    Come quando, dopo essere rimasti molto tempo immobili, proviamo ad alzarci.

    La prima volta non corriamo.

    Verifichiamo se le gambe ci reggono.

    E questi accordi sembrano fare proprio questo.

    Ci sei?

    Ancora.

    Ci sei ancora?

    Ancora.

    Poi l’orchestra entra.

    E finalmente la musica cammina.


    I. Moderato

    Il pianoforte apre la porta. Ma è l’orchestra a parlare.

    Quando gli archi espongono il primo tema in do minore, il pianoforte non se ne appropria.

    Questo particolare è meraviglioso.

    Rachmaninoff era uno dei più grandi pianisti del proprio tempo. Aveva mani prodigiose, tecnica formidabile e una tastiera intera a disposizione per presentarsi al mondo con un gesto spettacolare.

    Invece fa un’altra cosa.

    Lascia cantare gli altri.

    Il pianoforte accompagna il tema orchestrale con grandi figurazioni che scorrono sotto la melodia. È presente ovunque, ma non pretende di essere la voce principale.

    Quasi che il primo gesto di un uomo tornato alla composizione non fosse gridare «eccomi», ma ascoltare.

    Musicalmente, l’effetto è straordinario: la melodia degli archi sembra avanzare sopra una corrente incessante. La superficie canta; sotto, qualcosa continua a muoversi.

    Ed è già Rachmaninoff.

    Perché nella sua musica quasi mai un sentimento è una cosa sola.

    Sotto la serenità può esserci inquietudine.

    Dentro una melodia luminosa sopravvive una nota che fa male.

    Nel momento della massima espansione rimane spesso qualcosa che non si risolve completamente.

    È forse questa la ragione per cui le sue melodie, anche quando sono sontuose, non sembrano mai completamente felici.

    Ricordano.


    Poi arriva il secondo grande tema.

    E qui il mondo cambia.

    Il pianoforte finalmente canta.

    Non è una piccola frase graziosa; è una di quelle melodie che in Rachmaninoff sembrano aver bisogno di uno spazio enorme per riuscire a respirare. Si sollevano, ricadono, ritardano continuamente il punto in cui pensavamo sarebbero arrivate.

    Questa è una delle caratteristiche più profondamente umane della sua scrittura.

    Rachmaninoff conosce il potere dell’attesa armonica.

    Potrebbe portarci subito a casa.

    Non lo fa.

    Rimanda la risoluzione.

    Inserisce una tensione.

    Prolunga una nota.

    Fa deviare la frase.

    E proprio quando cominciamo a desiderare disperatamente che quella melodia trovi finalmente un punto in cui posarsi, le permette di arrivarci.

    La commozione nasce anche da questo.

    Non dalla nota che arriva, ma da tutto il tempo in cui l’abbiamo aspettata.

    È così lontano dalla vita?

    Quante cose diventano preziose non per ciò che sono, ma per quanto abbiamo dovuto attenderle?


    🎧 Ascolta questo

    Riascolta l’inizio e osserva il rapporto fra pianoforte e orchestra.

    Prima il pianoforte costruisce lo spazio.

    Poi l’orchestra canta.

    Più avanti sarà il pianoforte a ricevere la grande melodia lirica.

    Non c’è un protagonista che domina e un’orchestra che obbedisce.

    C’è uno scambio.

    Uno sostiene mentre l’altro parla.

    Poi si invertiscono.

    E improvvisamente questo enorme concerto virtuosistico ci racconta una cosa semplicissima:

    anche una voce fortissima, qualche volta, ha bisogno di essere sostenuta.


    Lo sviluppo porta la musica verso regioni sempre più tormentate.

    Le idee che conoscevamo vengono spezzate, accelerate, spinte una contro l’altra. L’orchestra cresce; il pianoforte diventa sempre più fisico. Arriva un momento in cui sembra che tutta la struttura non possa contenere l’energia accumulata.

    E allora il tema iniziale ritorna con una forza enorme.

    Non è più la melodia che avevamo incontrato all’inizio.

    Le note possono essere riconoscibili, ma noi non siamo più nello stesso punto.

    Abbiamo attraversato qualcosa.

    È la grande capacità del Romanticismo: farci capire che ritornare non significa tornare indietro.

    Una melodia ascoltata dopo una tempesta non è più la stessa melodia.

    Come una casa nella quale rientriamo dopo molti anni.

    La porta è identica.

    Noi no.


    II. Adagio sostenuto

    Adesso lasciatelo respirare

    Dopo la tensione del primo movimento, Rachmaninoff compie uno dei cambiamenti di luce più belli dell’intero repertorio.

    Entriamo in mi maggiore.

    Il pianoforte dispone lentamente i suoi arpeggi.

    E sopra questa trama cominciano a emergere le voci dell’orchestra: prima il flauto, poi soprattutto il clarinetto, che lascia apparire una delle melodie più intime del Concerto.

    Qui non accade quasi nulla.

    E accade tutto.

    Il pianoforte accompagna.

    Gli arpeggi continuano a tornare.

    Non chiedono attenzione.

    Non vogliono stupirci.

    Creano un luogo.

    È come quando qualcuno non riesce ancora a raccontare ciò che gli è accaduto e un’altra persona gli rimane accanto senza obbligarlo a parlare.

    Questo, per me, è uno dei momenti più umani dell’intera partitura.

    Il pianoforte sa aspettare.


    Poi prende la melodia.

    E quando lo fa, ci rendiamo conto che Rachmaninoff non sta componendo semplicemente un “tema d’amore”.

    Quell’etichetta sarebbe troppo piccola.

    Dentro questa musica c’è desiderio, certamente. C’è tenerezza. Ma vi è anche qualcosa di molto più difficile da definire: il sentimento di una felicità che sa di essere fragile.

    La melodia sale.

    Sembra voler dire qualcosa.

    Arriva quasi al punto di confessarlo.

    Poi si ritrae.

    Riprende coraggio.

    Torna.

    È proprio qui che armonia e psicologia diventano la stessa cosa.

    Le tensioni armoniche impediscono alla frase di riposare troppo presto; le modulazioni cambiano continuamente il colore emotivo; ciò che sembrava stabilità si incrina e ciò che sembrava inquietudine trova improvvisamente un appoggio.

    Rachmaninoff non descrive un sentimento.

    Ne riproduce il comportamento.

    Perché quando siamo profondamente commossi facciamo esattamente questo.

    Avanziamo.

    Ci fermiamo.

    Torniamo su qualcosa.

    Pensiamo di averlo superato.

    E basta una parola perché tutto ricominci.


    L’Adagio cresce.

    La quiete iniziale non regge per sempre.

    Il pianoforte diventa più agitato, la scrittura si addensa, il movimento raggiunge un culmine nel quale ciò che era stato sussurrato sembra non poter più rimanere segreto.

    Ma Rachmaninoff non termina lì.

    Ed è questo che rende la pagina adulta.

    Dopo aver toccato il culmine, torna all’intimità.

    Come accade dopo un pianto vero.

    Non quello cinematografico nel quale il mondo cambia improvvisamente.

    Quello reale.

    Quando smettiamo perché non abbiamo più lacrime, ci asciughiamo il viso e la stanza è ancora la stessa.

    Solo che noi respiriamo un po’ diversamente.


    🎧 Ascolta questo

    Segui gli arpeggi del pianoforte senza perderli.

    Mentre sopra cambiano le voci, mentre la melodia passa dagli strumenti al solista, loro continuano.

    Quasi un battito.

    Quasi il tempo.

    Quasi la vita quotidiana che insiste ad andare avanti anche nei giorni in cui dentro di noi è accaduto qualcosa di immenso.

    Forse per questo il secondo movimento commuove tanto.

    Il mondo non si ferma mentre soffriamo.

    E qualche volta, proprio il fatto che continui, lentamente ci salva.


    III. Allegro scherzando

    Non basta sopravvivere. A un certo punto bisogna tornare a desiderare.

    Il Finale cambia immediatamente temperatura.

    Dopo l’intimità dell’Adagio, torna il movimento. Il pianoforte recupera energia, l’orchestra reagisce, il ritmo diventa nervoso, brillante, a tratti impetuoso.

    È facile sentirvi semplicemente la necessità formale di un finale energico.

    Ma proviamo ad ascoltarlo dopo ciò che sappiamo.

    Il primo movimento aveva dovuto imparare a muoversi.

    Il secondo aveva imparato a respirare.

    Il terzo sembra chiedere qualcosa di più difficile:

    vuoi ancora qualcosa dalla vita?

    Perché tornare a vivere non significa soltanto smettere di stare male.

    Significa tornare a desiderare.

    Ed è molto più rischioso.

    Chi non desidera non perde.

    Chi non ama non viene abbandonato.

    Chi non tenta non fallisce.

    Dopo una grande ferita, rinunciare può persino sembrare una forma di intelligenza.

    Rachmaninoff, invece, torna a desiderare.

    E lo sentiamo quando appare il grande secondo tema del Finale.


    È una delle melodie più celebri che abbia scritto.

    Si apre con naturalezza, cresce, allarga il proprio respiro e sembra chiedere all’orchestra intera di diventare un solo enorme strumento capace di cantare.

    Qui Rachmaninoff non ha più pudore.

    E per fortuna.

    La tradizione tardoromantica russa alla quale appartiene aveva ereditato da Čajkovskij una straordinaria capacità di trasformare la melodia in esperienza psicologica. Non si tratta di una generica “anima russa”, formula suggestiva ma troppo facile; si tratta di precise scelte compositive: frasi amplissime, armonie che ritardano la distensione, colori orchestrali scuri e profondi, grandi crescendi costruiti su una tensione tenuta a lungo.

    L’emozione, insomma, non sostituisce la tecnica.

    È resa possibile dalla tecnica.

    Ed è per questo che non diventa sentimentalismo.


    Quella melodia del Finale viene continuamente ostacolata.

    Non riesce ancora a diventare ciò che vuole essere.

    Torna il materiale energico.

    La musica devia.

    Il pianoforte lotta.

    L’orchestra rilancia.

    Rachmaninoff continua a prometterci un approdo e continua a rimandarlo.

    Perché se avesse consegnato subito la grande esplosione finale, ci avrebbe commossi per trenta secondi.

    Invece ci costringe a meritarla con l’ascolto.

    La melodia deve prima conoscere l’interruzione.

    Il desiderio deve incontrare una resistenza.

    La luce deve ricordarsi che cosa fosse il buio.


    E poi accade

    Verso la conclusione, il tema torna.

    Ma adesso qualcosa è cambiato.

    La tonalità si apre verso do maggiore.

    L’orchestra si allarga.

    Il pianoforte non è più l’uomo solo delle prime battute che prova un accordo dopo l’altro.

    Ora è dentro l’orchestra e contemporaneamente sopra di essa; partecipa, sostiene, conquista lo spazio.

    E quella melodia che prima aveva dovuto chiedere il permesso di esistere può finalmente distendersi in tutta la propria ampiezza.

    Non chiamerei questo “trionfo sulla depressione”.

    Sarebbe troppo brutale nei confronti della vita vera.

    Lo chiamerei in un altro modo.

    Il ritorno della possibilità.

    La possibilità di provare ancora gioia.

    Di fidarsi ancora di una frase.

    Di scrivere ancora una pagina.

    Di amare ancora qualcosa abbastanza da aver paura di perderla.


    La nota che resta

    Forse il Secondo Concerto ci commuove ancora così profondamente perché non ci promette una vita senza dolore.

    Ci promette qualcosa di più credibile.

    Che dal dolore possa ancora nascere movimento.

    Che dopo una lunga immobilità possiamo ritrovare un gesto.

    Che una voce che credevamo perduta possa tornare, inizialmente incerta, e scoprire di avere ancora molto da dire.

    Ci avevano insegnato a chiamare questo Concerto “romantico”.

    È vero.

    Ma “romantico” non significa soltanto innamorato.

    Significa credere che l’interiorità umana sia abbastanza importante da meritare un’intera orchestra.

    La paura.

    Il desiderio.

    La memoria.

    La perdita.

    La speranza.

    Persino la vergogna di avere avuto bisogno di qualcuno.

    Tutto può entrare nella musica.

    E Rachmaninoff ci mette tutto.


    Forse ricominciare non significa tornare ad essere quelli di prima.
    Significa scoprire che, nonostante tutto, dentro di noi esiste ancora qualcosa capace di cantare.


    🔎 Una cosa da sapere

    Il Concerto nacque al contrario

    C’è un dettaglio della sua storia che sembra quasi inventato apposta per questa musica.

    Rachmaninoff non compose per primo il primo movimento.

    Nell’estate del 1900 nacquero l’Adagio sostenuto e il Finale. Furono proprio questi due movimenti a essere eseguiti pubblicamente per primi, nel dicembre dello stesso anno, ottenendo una calorosa accoglienza. Soltanto successivamente arrivò il Moderato iniziale; nel novembre 1901 il Concerto completo fu presentato a Mosca con Rachmaninoff al pianoforte e Siloti direttore.

    È curioso pensarci.

    Noi ascoltiamo quegli accordi iniziali come se fossero la porta dalla quale l’intera opera è entrata nel mondo.

    Storicamente furono invece una delle ultime cose a nascere.

    Quasi che Rachmaninoff, soltanto dopo aver trovato una destinazione, fosse riuscito a comprendere da dove il viaggio dovesse cominciare.

    E forse anche questo accade nella vita.

    Talvolta capiamo davvero il nostro inizio soltanto quando siamo già andati molto avanti.


    Portalo con te

    Fra poco l’ultimo accordo finirà.

    Il do maggiore si spegnerà.

    Il pianoforte tornerà ad essere legno, corde e silenzio.

    Eppure prova a ricordare come tutto era cominciato.

    Non con una melodia.

    Con accordi ripetuti.

    Quasi una domanda rivolta al proprio stesso corpo.

    Posso ancora?

    Trentacinque minuti dopo, la risposta non arriva attraverso una frase.

    Arriva attraverso un’intera orchestra.

    Questo è ciò che la musica può fare e le parole, qualche volta, no.

    Può prendere una domanda alla quale non sappiamo rispondere e tenerla con sé abbastanza a lungo perché cambi forma.

    Non sempre troveremo una soluzione.

    Non sempre il nostro do minore diventerà do maggiore.

    E sarebbe offensivo prometterlo.

    Ma esistono giorni nei quali il miracolo è molto più piccolo.

    Alzarsi.

    Telefonare.

    Scrivere una riga.

    Aprire il pianoforte.

    Provare ancora una volta.

    Un accordo.

    Poi un altro.

    E forse è proprio per questo che, più di un secolo dopo, milioni di persone continuano a riconoscersi nel Secondo Concerto di Rachmaninoff.

    Non perché racconti la vittoria di un uomo sul dolore.

    Ma perché racconta qualcosa che conosciamo tutti.

    Quel momento fragile e quasi invisibile in cui, dopo aver creduto di non avere più nulla da dare, sentiamo muoversi qualcosa dentro di noi.

    Non sappiamo ancora se durerà.

    Non sappiamo dove ci porterà.

    Ma c’è.

    E per oggi può bastare.


    🎧 Un ultimo ascolto

    Quando il Concerto sarà terminato, torna soltanto alle prime battute.

    Ascolta nuovamente quegli accordi.

    La prima volta non sapevi dove sarebbero arrivati.

    Adesso sì.

    Ed è impossibile ascoltarli nello stesso modo.

    Forse è questo uno dei più grandi poteri della musica: il finale riesce a cambiare perfino il significato dell’inizio.

    Le note sono identiche.

    Sei tu che, nel frattempo, hai attraversato qualcosa.


    2 risposte a “Rachmaninoff: quando il cuore torna dal silenzio”

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      Anonimo

      E’ proprio quella descritta la vera essenza della musica di Rachmaninov, non un sentimento, ma descrizione di un vissuto, di un’esperienza, di un tormento e di un ritorno al principio, nel cui iato si nasconde e lentamente appare il senso dell’attesa. G. Leopardi nel Sabato del villaggio sosteneva che la vera felicità risiede nel desiderio e nell’attesa di una gioia futura, un momento in cui tutto sembra possibile. La grandezza di questo enorme musicista consiste proprio nella sua capacità di esprimere in una struttura compositiva il senso profondo di una realtà come solo i grandi artisti riescono a fare. Ecco perché il commento è perfetto ed esplicativo di una tecnica musicale pertinente.

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      Anonimo

      Un lungo viaggio introspettivo della vita. Il pianoforte è membro effettivo dell’orchestra che è sapientemente e mirabilmente calibrata nei timbri e nelle nuances. Meraviglioso concerto.

      Meraviglioso Rachmaninoff.

      Bellissima lettura dell’opera. Grazie

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  • Le dodici principesse e il trono vuoto

    Quando una voce vuole dominare le altre, perfino la musica può cominciare a morire

    di Marialuisa Veneziano

    **********

    🎧 MUSICA PER LA LETTURA
    Arnold Schönberg — Variations for Orchestra, op. 31
    Prima di entrare nel regno delle dodici principesse, clicca sulla freccia nera e premi play.
    Questa volta la musica non accompagna soltanto la storia: ne custodisce il segreto.
    Nelle Variazioni per orchestra op. 31 di Arnold Schönberg, i dodici suoni entrano in un nuovo ordine, nel quale nessuno è chiamato a regnare stabilmente sugli altri. Si incontrano, si trasformano, ritornano sotto forme diverse, fino a costruire un universo sonoro in cui l’equilibrio non nasce dal predominio di una sola voce.
    È la stessa domanda nascosta dietro il trono vuoto.
    Mentre leggi, non cercare necessariamente una melodia da seguire.
    Lascia piuttosto che la musica ti sorprenda.
    Dodici suoni. Dodici principesse. Nessuna regina.
    Comincia l’ascolto.
    Poi apri la porta.

    Ci sono troni che fanno paura quando sono occupati.

    Quello del re Aldebrando cominciò a farne quando rimase vuoto.

    A corte nessuno lo avrebbe ammesso, naturalmente.

    Le corti hanno sempre avuto una straordinaria capacità di attribuire nomi decorosi alle proprie paure: l’ambizione diventa senso dello Stato, l’invidia prudenza, la vigliaccheria moderazione e il desiderio di sapere chi comanderà domani, quando è espresso con sufficiente gravità, prende il nome di preoccupazione per il bene del regno.

    Così, la mattina dopo la morte del sovrano, nessuno disse:

    «Chi si prenderà il trono?»

    Dissero invece:

    «Occorre assicurare la continuità della Corona.»

    Che, tradotto nella lingua degli uomini, significava pressappoco la stessa cosa.

    Il problema era che Aldebrando non aveva lasciato figli maschi.

    Aveva lasciato dodici figlie.

    E, quel che era peggio per coloro che amano le questioni semplici, le aveva amate tutte.

    Non allo stesso modo — i genitori che dicono di amare tutti i figli nello stesso modo sono forse sinceri, ma certamente imprecisi — bensì con quell’arte difficile che consiste nel comprendere che persone diverse hanno bisogno di amori diversi.

    La maggiore si chiamava Aurelia.

    Era prudente, composta, abituata da anni a sentir dire che un giorno avrebbe dovuto assumersi grandi responsabilità; sicché aveva finito con l’assumersi anche quelle che nessuno le aveva affidato.

    Beatrice possedeva un’intelligenza tagliente e il difetto, non raro nelle persone intelligenti, di adoperarla talvolta quando sarebbe stato più caritatevole lasciarla nel fodero.

    Cecilia parlava poco, ma ricordava tutto.

    Diana aveva un carattere così impetuoso che un giorno un ambasciatore aveva osservato che la principessa entrava nelle stanze alcuni secondi prima del proprio corpo.

    Elena amava le regole.

    Flora amava le persone, il che la portava spesso a violare le regole stabilite da Elena.

    Ginevra desiderava il trono.

    È bene dirlo subito.

    Non perché fosse cattiva.

    Le persone cattive sono assai più comode nelle favole: fanno il male e risparmiano al narratore ogni spiegazione.

    Ginevra, invece, era generosa, brillante, coraggiosa e sinceramente convinta che il regno sarebbe stato migliore sotto il suo governo.

    È una convinzione che ha causato nella storia più disgrazie della pura malvagità.

    Livia aveva paura quasi di tutto, ma possedeva la curiosa capacità di essere coraggiosa quando qualcun altro aveva più paura di lei.

    Matilde metteva in discussione ogni cosa, compresa la necessità di mettere in discussione ogni cosa.

    Nerina preferiva le biblioteche ai ricevimenti, scelta che a corte veniva giudicata con la stessa indulgenza riservata a una malattia infantile destinata, si sperava, a passare.

    Ottavia aveva una memoria prodigiosa.

    E infine c’era Viola.

    La più giovane.

    Così abituata a essere la dodicesima che aveva imparato presto una verità che i primi nati comprendono assai più tardi:

    chi arriva ultimo a parlare, se ha pazienza, spesso sente cose che gli altri non hanno ascoltato.

    Quando il re fu sepolto, il Consiglio della Corona si riunì nella Grande Sala.

    In fondo alla sala stava il trono.

    Nero, altissimo, con dodici piccoli intarsi d’argento disposti lungo lo schienale.

    Da secoli nessuno faceva caso a quegli intarsi.

    È un destino comune alle cose che vediamo ogni giorno: diventano invisibili proprio grazie alla loro presenza.

    Davanti al trono stava il cancelliere, marchese Ortensio di Cadenza.

    Ortensio era un uomo magro, accurato e perfettamente pettinato, il quale nutriva per l’ordine un affetto tanto sincero da diffidare di tutto ciò che non aveva personalmente disposto.

    — Altezza — disse rivolgendosi ad Aurelia — secondo le consuetudini del regno…

    — Mio padre non ha nominato un’erede — lo interruppe Ginevra.

    Il cancelliere fece una breve pausa.

    — Infatti.

    — Dunque non esiste alcuna consuetudine applicabile.

    — Principessa, le consuetudini possiedono precisamente il vantaggio d’essere applicabili anche quando nessuno ricorda più perché esistano.

    Beatrice sorrise.

    — È forse la migliore definizione di consuetudine che io abbia mai sentito.

    Ortensio la ignorò.

    — La principessa Aurelia è la maggiore.

    Tutti guardarono Aurelia.

    Aurelia guardò il trono.

    Avrebbe potuto dire sì.

    Era stata preparata per anni a quel momento.

    Aveva imparato diritto, storia, economia, diplomazia.

    Le avevano insegnato come salutare un ambasciatore ostile, come ricevere una notizia terribile senza sbiancare e perfino quanto a lungo fosse opportuno tacere prima di rispondere a una dichiarazione di guerra.

    Nessuno, tuttavia, le aveva insegnato come sedersi sul trono del proprio padre il giorno dopo averlo perduto.

    — Aspetteremo — disse.

    Ortensio impallidì quasi impercettibilmente.

    Gli uomini che amano l’ordine tollerano molte cose.

    L’attesa raramente è fra queste.

    — Aspetteremo cosa?

    Aurelia prese dalla tasca della veste una chiave.

    — Questo.

    La mostrò.

    Era una piccola chiave d’argento che il re aveva portato al collo fino all’ultimo giorno.

    Nella notte precedente alla morte, l’aveva consegnata alla figlia maggiore dicendo soltanto:

    «Quando tutti cercheranno chi deve essere la prima, apri ciò che ho lasciato.»

    Aurelia si avvicinò al trono.

    Sotto il bracciolo destro trovò una serratura.

    Nessuna di loro l’aveva mai notata.

    La chiave entrò.

    Scattò qualcosa.

    Dallo schienale del trono uscì lentamente un piccolo cassetto.

    Dentro c’erano dodici lettere.

    Ognuna portava il nome di una principessa.

    E sotto le lettere, una tredicesima busta.

    Senza nome.

    Aurelia la prese.

    Sul sigillo c’erano incise poche parole:

    DA APRIRE SOLTANTO QUANDO TUTTE AVRANNO PARLATO.

    Ginevra alzò un sopracciglio.

    — Nostro padre conservava il senso del teatro fino alla fine.

    — Finalmente sappiamo da chi l’hai ereditato — disse Beatrice.

    Aurelia distribuì le lettere.

    Ogni sorella aprì la propria.

    Nella stanza si fece silenzio.

    — La mia contiene una nota — disse Cecilia.

    — Anche la mia — disse Elena.

    — La mia pure.

    Una dopo l’altra mostrarono i fogli.

    Su ciascuno era scritto un solo nome di nota musicale e una frase.

    Aurelia lesse:

    MI — “Non essere la prima soltanto perché altri ti hanno messo davanti.”

    Beatrice:

    FA — “L’intelligenza che umilia una voce finisce per ascoltare soltanto se stessa.”

    Cecilia:

    DO DIESIS — “Ricordare non significa ripetere.”

    Diana:

    SOL — “La forza che non sa attendere diventa rumore.”

    Elena:

    RE DIESIS — “Una regola è giusta soltanto finché protegge anche chi non l’ha scritta.”

    Flora:

    LA — “Ascoltare qualcuno significa correre il rischio di cambiare idea.”

    Ginevra:

    SI BEMOLLE — “Chi desidera il centro dovrebbe prima domandarsi chi resterà ai margini.”

    Livia:

    RE — “Il coraggio non è parlare per primi.”

    Matilde:

    LA BEMOLLE — “Dubita anche del tuo dubbio.”

    Nerina:

    SI — “Ciò che viene dimenticato non è sempre ciò che vale meno.”

    Ottavia:

    DO — “La memoria diventa prigione quando pretende che il futuro somigli al passato.”

    Viola aprì per ultima.

    FA DIESIS — “Ciò che manca sembra piccolo soltanto finché non manca davvero.”

    Nessuna parlò.

    Poi Diana disse:

    — Che cosa significa?

    — Che nostro padre era diventato ancora più enigmatico negli ultimi mesi — rispose Ginevra.

    Ortensio si schiarì la voce.

    — Con tutto il rispetto dovuto alla memoria del sovrano, il regno non può essere governato da un indovinello.

    Fu allora che dalla torre arrivò un rintocco.

    Uno.

    Due.

    Tre.

    Poi un suono strano.

    Come una campana che avesse dimenticato se stessa.

    Tutti alzarono la testa.

    Il maestro delle campane entrò nella sala pochi minuti dopo, pallido.

    — Maestà…

    Si fermò.

    Il trono era vuoto.

    Non sapendo a chi rivolgersi, fece un inchino collettivo, che non fu elegante ma ebbe almeno il pregio dell’imparzialità.

    — Una delle campane non suona più correttamente.

    — Si sarà incrinata — disse Ortensio.

    — No, signore.

    — Allora cos’ha?

    Il vecchio esitò.

    — Manca una nota.

    Beatrice sorrise.

    — Una campana non può perdere una nota.

    — Infatti, Altezza.

    — E dunque?

    Il vecchio deglutì.

    — La nota è scomparsa anche dalle altre.

    Questa volta nessuno sorrise.

    La notizia impiegò poche ore a raggiungere la città.

    Il fa diesis era sparito.

    Non stonato.

    Non abbassato.

    Non alterato.

    Sparito.

    I violinisti potevano mettere il dito esattamente dove quella nota avrebbe dovuto trovarsi e ottenere un suono che scivolava altrove.

    Gli organi saltavano quel punto come se sulla tastiera ci fosse un gradino spezzato.

    I flauti lo cercavano e producevano soltanto aria.

    Perfino i bambini, provando a cantarlo, sentivano la voce cadere un semitono prima o salire a quello successivo.

    Naturalmente molti dichiararono che non era grave.

    Gli uomini hanno una straordinaria inclinazione a considerare trascurabile ciò che ancora non impedisce loro di cenare.

    — Una nota su dodici — disse un mercante. — Ne restano undici.

    Il giorno seguente ne sparì un’altra.

    Poi una terza.

    A quel punto il mercante smise di fare calcoli.

    Le melodie cominciarono a deformarsi.

    Le canzoni popolari inciampavano.

    Le ninnananne avevano buchi improvvisi.

    Un quartetto dovette interrompersi a metà d’un brano perché due strumenti non riuscivano più a incontrarsi.

    La cosa più inquietante, tuttavia, non era la bruttezza dei nuovi suoni.

    Era la sensazione che il mondo si stesse restringendo.

    Come una lingua dalla quale qualcuno cancellasse, una alla volta, le parole.

    La terza notte Viola non riuscì a dormire.

    Riprese la lettera del padre.

    FA DIESIS.

    La prima nota scomparsa.

    Lesse la frase.

    Ciò che manca sembra piccolo soltanto finché non manca davvero.

    Si alzò.

    Attraversò il corridoio.

    La biblioteca era buia.

    Nerina era seduta a un tavolo con tre candele accese e diciassette libri aperti.

    — Non dormi mai?

    — Dormo quando gli altri smettono di fare cose che poi devo capire.

    Viola le mostrò il foglio.

    — La prima nota scomparsa è la mia.

    Nerina rimase immobile.

    Poi chiamò Ottavia.

    Poi Cecilia.

    Mezz’ora dopo tutte e dodici erano nella biblioteca, alcune avvolte in mantelli, altre ancora in veste da notte; Diana portava una candela in mano con l’atteggiamento di chi sarebbe stata perfettamente disposta a usarla come arma.

    Posero le lettere sul tavolo.

    Nerina le osservò.

    — Forse non sono dodici messaggi.

    — Sono palesemente dodici messaggi — disse Elena.

    — No. Forse sono un messaggio solo, diviso in dodici parti.

    Ottavia prese i fogli.

    — Ma in quale ordine?

    Ginevra rispose:

    — In quello della nostra nascita.

    Provarono.

    Non accadde nulla.

    — Forse per altezza — suggerì Diana.

    — Se nostro padre ha affidato il futuro del regno alla nostra altezza, abbiamo problemi maggiori della successione — disse Beatrice.

    Provarono secondo l’età.

    Secondo l’alfabeto.

    Secondo la disposizione delle stanze.

    Secondo il giorno di nascita.

    Niente.

    Fu Viola a notare una cosa.

    — Le note.

    Tutte si voltarono.

    — Non sono in ordine.

    Elena sospirò.

    — Questo è evidente.

    — No. Voglio dire: forse l’ordine è proprio il fatto che non siano in ordine.

    Silenzio.

    Nerina la guardò.

    Viola prese una matita e trascrisse:

    Ottavia contò.

    — Nessuna si ripete.

    — Tutte e dodici — disse Cecilia.

    Proprio in quel momento la grande campana della torre batté mezzanotte.

    Un quarto suono scomparve dal mondo.

    Il giorno dopo le principesse convocarono il vecchio maestro di cappella.

    Si chiamava Erasmo e aveva raggiunto quell’età nella quale gli uomini non sono necessariamente più saggi, ma hanno almeno smesso di preoccuparsi se qualcuno li considera tali.

    Ascoltò.

    Guardò la serie.

    Poi si tolse gli occhiali.

    — Vostro padre studiava questa idea da anni.

    Ortensio, presente alla riunione, si irrigidì.

    — Quale idea?

    Erasmo lo guardò.

    — Quella di una musica nella quale nessun suono potesse reclamare per sé il diritto d’essere casa.

    — Una musica senza centro? — domandò Aurelia.

    — Esattamente.

    Il cancelliere scosse il capo.

    — Assurdo. Ogni ordine necessita d’un centro.

    Erasmo sorrise.

    — Voi confondete spesso il centro con chi vi sta seduto sopra.

    Ortensio non sorrise.

    — E queste note?

    Il maestro indicò la serie.

    — Una legge. Prima che una nota torni, tutte le altre devono aver avuto diritto di parola.

    Viola guardò le sorelle.

    — “Quando tutte avranno parlato.”

    La tredicesima busta.

    Corsero alla sala del trono.

    Aurelia la prese.

    — Tutte abbiamo letto le nostre lettere.

    — Ma non abbiamo fatto parlare le note — disse Cecilia.

    Erasmo annuì.

    Nella sala c’era un antico clavicembalo.

    Aurelia si sedette.

    — Nell’ordine?

    — Nell’ordine lasciato dal re.

    Suonò il Mi.

    Poi Fa.

    Do diesis.

    Sol.

    A ogni suono uno degli intarsi d’argento sul trono si illuminava.

    Re diesis.

    La.

    Si bemolle.

    Re.

    La bemolle.

    Si.

    Do.

    Aurelia arrivò all’ultima.

    Fa diesis.

    Il tasto scese.

    Nessun suono.

    La prima nota scomparsa.

    Uno degli intarsi rimase spento.

    Il meccanismo non si aprì.

    Ortensio disse piano:

    — Siamo arrivati troppo tardi.

    Quella notte sparì il quinto suono.

    Il regno cominciò ad avere paura.

    E la paura, quando non comprende, chiede quasi sempre un padrone.

    La gente si radunò davanti al palazzo.

    — Una regina!

    — Incoronate Aurelia!

    — Qualcuno governi!

    Altri gridavano il nome di Ginevra.

    Il Consiglio si divise.

    Ortensio convocò Aurelia in privato.

    — Domani sarete incoronata.

    — No.

    — Altezza, il popolo ha bisogno d’un centro.

    — Il popolo ha bisogno che le note tornino.

    — E torneranno quando sarà ristabilito l’ordine.

    Aurelia lo guardò.

    — Ne siete certo?

    Ortensio esitò appena.

    Troppo poco perché chiunque altro se ne accorgesse.

    Abbastanza perché Aurelia sì.

    — Che cosa sapete?

    — Quello che so è che vostro padre, negli ultimi anni, si era lasciato sedurre da idee pericolose.

    — Quali?

    — Che dodici voci potessero governare senza che nessuna fosse prima.

    — E voi non eravate d’accordo.

    — Io conosco gli uomini.

    — È una frase che spesso pronunciano coloro che hanno smesso di fidarsi di loro.

    Ortensio si alzò.

    — Una nazione non è un esperimento musicale.

    — Forse.

    Aurelia lo fissò.

    — Ma questa crisi lo è.

    Nerina, nel frattempo, aveva trovato qualcosa.

    Dietro un antico armadio della biblioteca esisteva una porta.

    Sul legno erano incise dodici linee.

    E sopra:

    QUANDO LA STRADA DAVANTI A VOI SARÀ CHIUSA, CERCATE QUELLA CHE TORNA INDIETRO.

    — Indietro — disse Ottavia.

    Prese la serie.

    La lesse al contrario.

    FA♯ – DO – SI – LA♭ – RE – SI♭ – LA – RE♯ – SOL – DO♯ – FA – MI.

    Appena pronunciò l’ultima nota, la porta scattò.

    Dietro c’era un corridoio.

    Beatrice guardò le altre.

    — Nostro padre aveva indubbiamente troppo tempo libero.

    Entrarono.

    Il passaggio scendeva sotto il palazzo.

    Arrivarono a una sala rivestita di specchi.

    Al centro stava un’iscrizione:

    NON BASTA TORNARE.
    CIÒ CHE SALE IMPARI A SCENDERE.
    CIÒ CHE SCENDE IMPARI A SALIRE.

    Erasmo, che le aveva seguite con la lentezza di chi sa che gli enigmi non diventano più facili correndo, passò un dito sulle parole.

    — Inversione.

    Elena lo guardò.

    — Cioè?

    — Se una nota sale d’un intervallo, la sua immagine deve scendere dello stesso intervallo.

    Matilde sorrise.

    — Perfino nostro padre aveva capito che il contrario non è sempre un nemico. A volte è una strada.

    Ricostruirono la serie.

    Ci vollero ore.

    Ogni errore spegneva le torce della sala.

    Ogni volta ricominciavano.

    Diana perse la pazienza.

    Elena insistette su una soluzione sbagliata per quasi mezz’ora.

    Ginevra accusò Beatrice di distrarla.

    Beatrice rispose che, per distrarre Ginevra da se stessa, sarebbe occorso molto più talento.

    Aurelia batté una mano sul tavolo.

    — Basta!

    Silenzio.

    Viola, che fino a quel momento non aveva parlato, disse:

    — Stiamo facendo esattamente ciò che nostro padre voleva impedirci.

    — Cioè?

    — Ognuna aspetta soltanto il momento di ripetere la propria idea.

    Nessuno rispose.

    Era irritante.

    E, come spesso accade alle cose irritanti, era vero.

    Quella volta provarono diversamente.

    Una parlava.

    Le altre ascoltavano.

    Una proposta non veniva scartata finché tutte non l’avevano compresa.

    Ci misero meno di un’ora.

    Lo specchio centrale si aprì.

    Dietro trovarono una piccola stanza.

    E nella stanza, un leggio.

    Sul leggio mancava un foglio.

    Il dodicesimo.

    — Qualcuno è arrivato prima di noi — disse Cecilia.

    Non occorsero grandi indagini.

    Sulla polvere c’erano impronte.

    Ordinatissime.

    Uguali.

    E sul pavimento una piccola goccia di ceralacca verde.

    Ortensio sigillava tutti i documenti di Stato con ceralacca verde.

    Ginevra impallidì.

    — Il cancelliere.

    Risalirono.

    Ma Ortensio le stava aspettando.

    Nella Sala del Trono.

    Con le guardie.

    E con la corona.

    — Domani all’alba — disse — Aurelia sarà regina.

    — Avete preso il foglio — disse Nerina.

    Ortensio non negò.

    — L’ho distrutto.

    Viola fece un passo avanti.

    — Perché?

    Per la prima volta il cancelliere sembrò vecchio.

    — Perché ho visto un regno quasi distrutto una volta.

    Le principesse tacquero.

    — Vostro nonno morì lasciando due eredi. Due. Bastarono per sette anni di guerra. Ho visto città incendiate perché due uomini ritenevano entrambi di avere diritto alla stessa sedia. Vostro padre pensava che dodici persone potessero governare senza un sovrano.

    Rise.

    Non con allegria.

    — Dodici.

    Ginevra guardò la corona.

    — E quindi avete fatto sparire le note?

    — No.

    Ortensio la guardò.

    — Ma sapevo che sarebbe accaduto.

    — Come?

    — Vostro padre mi mostrò il meccanismo anni fa. Mi disse che alla sua morte il trono avrebbe “messo alla prova il regno”.

    — E voi avete nascosto l’ultima parte.

    — Ho impedito una follia.

    Viola sussurrò:

    — No. Avete impedito che tutte le voci arrivassero alla fine.

    Ortensio indicò il trono.

    — Quel seggio ha tenuto unito questo paese per quattrocento anni.

    Matilde guardò la sedia nera.

    — Curioso. Credevo fossero state le persone.

    — Le persone hanno bisogno di sapere chi comanda!

    Fu allora che Ginevra prese la corona.

    Tutte si voltarono.

    La tenne fra le mani.

    Era il momento che aveva immaginato per anni.

    Il peso dell’oro.

    Le pietre.

    Il diritto d’essere guardata per prima.

    Ortensio sorrise.

    — Voi capite.

    Ginevra osservò il trono.

    Poi le sorelle.

    Si avvicinò lentamente.

    Per un istante parve sul punto di sedersi.

    Invece posò la corona sul cuscino.

    — È questo il problema — disse.

    Ortensio aggrottò la fronte.

    — Quale?

    — Che io capisco benissimo.

    Si voltò verso di lui.

    — Ho desiderato quella sedia per metà della mia vita. E proprio per questo non mi fido di ciò che penso quando la guardo.

    Aurelia abbassò gli occhi.

    Beatrice non fece battute.

    Era forse il più grande omaggio che sapesse rendere.

    All’alba mancavano ormai sette note.

    La città suonava come un mondo che stesse dimenticando la propria lingua.

    Le principesse tornarono nella stanza degli specchi.

    Il dodicesimo foglio era scomparso.

    Ma Ottavia ricordava ogni parola letta.

    — Io l’ho visto — disse.

    — Quando?

    — Una volta. Nostro padre lo teneva sulla scrivania mesi fa. Non capii cosa fosse.

    Chiuse gli occhi.

    Recitò:

    “QUANDO AVRETE ATTRAVERSATO LA SERIE, IL RITORNO E LO SPECCHIO, NON CERCATE UN NOME. CERCATE CIÒ CHE NESSUNO DI VOI È DISPOSTO A PERDERE.”

    — Il regno — disse Aurelia.

    — Nostro padre — disse Flora.

    — La libertà — disse Matilde.

    — Il trono — disse Ginevra.

    Poi si fermò.

    — No.

    Viola la guardò.

    Ginevra comprese prima delle altre.

    — La propria voce.

    Silenzio.

    Al centro della stanza c’erano dodici piccole cavità.

    Una per ogni nota.

    Erasmo disse:

    — Forse l’ultima prova non riguarda ciò che dovete suonare.

    — Ma ciò a cui siete disposte a rinunciare — disse Cecilia.

    Una dopo l’altra, le principesse posero nelle cavità i propri sigilli.

    Quando Viola appoggiò il dodicesimo, la parete si aprì.

    Una scala saliva.

    Non scendeva.

    Saliva dentro il trono.

    Arrivarono dietro lo schienale della grande sedia.

    Lì trovarono dodici corde tese, una per ogni intarsio.

    Undici erano spezzate.

    Una sola resisteva ancora.

    Ortensio, che le aveva seguite, entrò.

    — Fermatevi.

    Viola guardò la corda.

    — Se questa si spezza, sparirà l’ultima nota.

    — Se la toccate, potreste distruggere tutto!

    Aurelia si voltò.

    — E se non facciamo nulla?

    Il cancelliere non rispose.

    Fu la risposta.

    Erasmo esaminò il meccanismo.

    — Le corde non devono essere riparate una per una.

    — Allora come?

    Il vecchio indicò dodici piccoli martelletti.

    — Devono suonare insieme nella successione stabilita.

    — Ma le note sono scomparse.

    — Dal regno, sì.

    Erasmo guardò le principesse.

    — Non da voi.

    Nessuna capì.

    Poi Cecilia portò una mano al petto.

    Le lettere.

    Le frasi.

    I sigilli.

    Ognuna di loro aveva ricevuto una nota.

    Non dovevano suonarla con uno strumento.

    Dovevano cantarla.

    — Non posso — disse Livia. — Quelle note non esistono più.

    Erasmo sorrise.

    — Esistono nella memoria.

    Ottavia diede il primo suono.

    Incerto.

    Aurelia lo seguì.

    Una dopo l’altra cercarono la propria altezza.

    Era difficile.

    Alcune esitavano.

    Alcune erano troppo basse.

    Altre troppo alte.

    Ginevra partì prima del proprio turno.

    Il meccanismo tremò.

    — Aspetta! — gridò Viola.

    Ginevra tacque.

    E per la prima volta nella sua vita aspettò che undici altre voci avessero diritto di esistere prima di usare di nuovo la propria.

    Mi.

    Fa.

    Do diesis.

    Sol.

    Re diesis.

    La.

    Si bemolle.

    Re.

    La bemolle.

    Si.

    Do.

    Rimaneva Fa diesis.

    Viola aprì la bocca.

    Non uscì nulla.

    La prima nota scomparsa.

    La più lontana ormai dalla memoria.

    Ortensio sussurrò:

    — Non può farlo.

    Viola chiuse gli occhi.

    Pensò alla frase del padre.

    Ciò che manca sembra piccolo soltanto finché non manca davvero.

    Poi accadde una cosa che nessuno aveva previsto.

    Le undici sorelle non cantarono al posto suo.

    Non la aiutarono dandole la nota.

    Rimasero in silenzio.

    Le lasciarono spazio.

    Viola respirò.

    Provò.

    Un suono incerto.

    No.

    Ancora.

    Più vicino.

    Poi finalmente:

    Fa diesis.

    La dodicesima corda vibrò.

    Per alcuni secondi non accadde nulla.

    Poi le undici corde spezzate cominciarono a risuonare.

    Una dopo l’altra.

    Il meccanismo intero si mise in movimento.

    Dalla città arrivò una campana.

    Poi un’altra.

    Un violino, da qualche finestra.

    Un flauto.

    Un bambino che gridava.

    Le note tornavano.

    Tutte.

    Ma il trono cominciò a tremare.

    Ortensio urlò:

    — Fuggite!

    Una crepa attraversò lo schienale.

    Poi un’altra.

    La corona cadde.

    Il grande seggio nero si aprì in due.

    Dentro non c’era oro.

    Né una seconda corona.

    Né un documento che proclamasse il nome d’una regina.

    C’era soltanto una lastra d’argento.

    E sopra, le ultime parole di Aldebrando.

    Aurelia lesse ad alta voce:

    “SE SIETE ARRIVATE FIN QUI, AVRETE FINALMENTE COMPRESO PERCHÉ NON HO NOMINATO UN’EREDE.”

    Nessuna respirava.

    “PER SECOLI ABBIAMO CREDUTO CHE L’ORDINE NASCESSE DA UNA VOCE CAPACE DI FAR TACERE LE ALTRE.”

    Ginevra abbassò gli occhi.

    “HO SCOPERTO TROPPO TARDI CHE ESISTE UN ORDINE PIÙ DIFFICILE.”

    Beatrice continuò:

    “QUELLO NEL QUALE NESSUNA VOCE PUÒ TORNARE A IMPORSI PRIMA CHE TUTTE LE ALTRE SIANO STATE ASCOLTATE.”

    Viola lesse l’ultima frase.

    “IL TRONO RESTI VUOTO.”

    Sotto, più piccolo:

    “NON PERCHÉ NESSUNO SIA DEGNO DI SEDERVISI.
    MA PERCHÉ NESSUNO DEBBA PIÙ ESSERE NECESSARIO AL CENTRO.”

    Ortensio si lasciò cadere su una sedia.

    Per tutta la vita aveva temuto un regno senza sovrano.

    Guardò le dodici principesse.

    — E chi governerà?

    Aurelia sorrise.

    — Noi.

    — Tutte?

    — Tutte.

    — È impossibile.

    Beatrice inclinò la testa.

    — Questo argomento ha il difetto d’essere già stato smentito diverse volte stanotte.

    — Litigherete.

    — Certamente — disse Matilde.

    — Avrete opinioni opposte.

    — Lo speriamo.

    — Una vorrà parlare quando un’altra non ha finito.

    Ginevra sorrise amaramente.

    — Su questo dovremo lavorare.

    Ortensio guardò il trono spezzato.

    — E quando non sarete d’accordo?

    Fu Viola a rispondere.

    — Ricominceremo ad ascoltare dall’inizio.

    Da quel giorno il trono rimase vuoto.

    Non fu distrutto.

    Le principesse vollero che restasse nella Sala Grande, con la crepa ancora visibile.

    Per ricordare.

    Dodici seggi più piccoli furono disposti in cerchio.

    Nessuno davanti.

    Nessuno dietro.

    E, cosa che scandalizzò parecchio i dignitari più anziani, nessun posto rialzato.

    Le dodici sorelle governarono.

    Litigarono moltissimo.

    È bene precisarlo.

    Chi immagina che l’uguaglianza produca automaticamente concordia ha probabilmente conosciuto poca uguaglianza e ancor meno esseri umani.

    Aurelia era troppo prudente.

    Diana troppo veloce.

    Elena voleva regolamentare perfino la durata delle discussioni.

    Matilde desiderava discutere il regolamento.

    Beatrice faceva osservazioni che sarebbe stato diplomaticamente preferibile pensare soltanto.

    Ginevra ebbe ancora, più di una volta, nostalgia della corona.

    E Viola, che aveva imparato il valore dell’ultima voce, qualche volta dimenticò che anche l’ultima può diventare arrogante quando si convince d’essere la più saggia.

    Non divennero perfette.

    Divennero attente.

    Che è cosa assai più utile.

    Stabilirono una sola regola.

    Nessuna questione importante poteva essere chiusa finché tutte e dodici non avessero parlato.

    E nessuna poteva intervenire una seconda volta prima che le altre avessero avuto il proprio turno.

    I cortigiani trovarono il sistema lento.

    I mercanti esasperante.

    Gli ambasciatori stranieri incomprensibile.

    Qualche volta lo era davvero.

    Ma accadde qualcosa.

    Le decisioni cominciarono a contenere parti di realtà che prima non entravano mai nella Sala del Trono.

    Le paure di Livia.

    I dubbi di Matilde.

    La memoria di Ottavia.

    La compassione di Flora.

    La disciplina di Elena.

    L’ambizione di Ginevra, che quando non poteva dominare diventava energia.

    Perfino i silenzi di Cecilia.

    Il regno non diventò privo di conflitti.

    Diventò incapace di fingere che una sola voce potesse contenerli tutti.

    Anni dopo, un bambino visitò il palazzo.

    Davanti al grande trono spezzato domandò alla guida:

    — Chi siede lì?

    — Nessuno.

    Il bambino parve sorpreso.

    — Allora a cosa serve?

    La guida esitò.

    Viola, ormai adulta, passava proprio in quel momento.

    Si fermò.

    — Serve a ricordarci una cosa.

    — Quale?

    Viola guardò il vecchio seggio.

    — Che non tutto ciò che è vuoto aspetta di essere riempito.

    Il bambino non comprese.

    Come spesso capita ai bambini, però, ricordò.

    Molti anni più tardi avrebbe capito anche il resto.


    LA MORALE DEL TRONO VUOTO

    Questa favola si ispira alla dodecafonia, il sistema musicale ideato da Arnold Schönberg in cui i dodici suoni della scala cromatica vengono messi sullo stesso piano: nessuno deve imporsi stabilmente come centro, e ciascuno deve avere il proprio spazio prima che uno possa tornare.

    Per questo le dodici principesse non devono scoprire chi sia la migliore.

    Devono capire che la domanda stessa è sbagliata.

    Non sempre l’armonia nasce quando una voce domina le altre.

    A volte nasce quando tutte possono essere ascoltate senza che nessuna venga dichiarata inutile.

    Le sorelle sono diverse, proprio come le dodici note.

    E il loro valore non consiste nell’essere uguali, ma nell’essere insostituibili.

    Quando una nota scompare, la musica si impoverisce.

    Quando una voce viene esclusa, anche il mondo diventa più piccolo.

    Il trono vuoto diventa allora il simbolo più importante della favola: non rappresenta un potere che manca, ma un centro che nessuno ha più bisogno di occupare.

    Perché qualche volta chiamiamo “disordine” soltanto un ordine nel quale non siamo più noi a comandare.

    Ed è forse questa la lezione più difficile della dodecafonia, e anche della vita: prima di ripetere la tua voce, assicurati che tutte le altre abbiano avuto il diritto di essere ascoltate.


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  • Biennale Musica 2026: e se per ascoltare il futuro dovessimo tornare bambini?

    Dal 10 al 24 ottobre Venezia ospita “A Child of Sound”, la 70ª Biennale Musica diretta da Caterina Barbieri. Non un invito all’ingenuità, ma a qualcosa di molto più difficile: liberare per qualche istante l’orecchio da ciò che crede già di sapere.

    di Marialuisa Veneziano


    6 ottobre 2026

    Un bambino non domanda se quello che sta ascoltando sia tonale.

    Non chiede se appartenga alla musica colta, all’elettronica, al noise, alla techno o all’avanguardia.

    Se sente una porta che cigola, prova a farla cigolare di nuovo.

    Se una pentola produce un suono interessante, la colpisce un’altra volta.

    Se scopre che la propria voce cambia dentro una stanza vuota, può continuare a gridare la stessa sillaba finché un adulto, meno interessato all’acustica e più alla sopravvivenza domestica, non interviene.

    Prima di imparare che cosa sia la musica, il bambino ascolta.

    E forse è precisamente questo che, crescendo, perdiamo.

    Impariamo i nomi.

    Le epoche.

    Le forme.

    Le gerarchie.

    Impariamo che Beethoven è importante, che una sinfonia possiede movimenti, che dopo una dominante ci aspettiamo una tonica, che un violino dovrebbe produrre certi suoni e che, se comincia a produrne altri, qualcuno in sala potrebbe pensare che sia arrivato il momento di preoccuparsi.

    Costruiamo competenze.

    Ed è giusto.

    Ma insieme alle competenze costruiamo anche aspettative.

    E un giorno può accadere che, invece di ascoltare ciò che una musica sta facendo, cominciamo ad ascoltare ciò che secondo noi dovrebbe fare.

    È da questa crepa che parte la Biennale Musica 2026.

    Dal 10 al 24 ottobre Venezia ospiterà la settantesima edizione del Festival Internazionale di Musica Contemporanea, diretto da Caterina Barbieri. Il titolo è A Child of Sound: 130 artisti, oltre quaranta appuntamenti, ventitré nuove opere, diciotto delle quali in prima assoluta, in un programma che dichiara apertamente di voler attraversare epoche, geografie e generi senza considerarne i confini invalicabili.

    Ma il titolo è più interessante dei numeri.

    Un bambino di suono.

    Che cosa significa?

    E soprattutto: che cosa dovrebbe farne un ascoltatore adulto?


    L’orecchio adulto ha un problema: sa troppe cose

    Caterina Barbieri definisce la musica «l’infanzia dello spirito» e costruisce il progetto della Biennale intorno all’idea di un ascolto originario: aperto, non giudicante, ancora capace di meravigliarsi davanti al suono prima di classificarlo. Nella sua dichiarazione curatoriale richiama anche Stockhausen, che legava la sperimentazione alla capacità infantile di giocare con il materiale sonoro.

    Attenzione, però.

    Non dobbiamo trasformare il bambino in una creatura mistica dotata di un udito puro che l’età adulta inevitabilmente corromperebbe.

    Non è questo il punto.

    Un bambino possiede anch’egli aspettative, memorie, preferenze. Crescendo, inoltre, imparare una grammatica musicale significa acquisire strumenti magnifici: riconoscere una modulazione, percepire una struttura, seguire una fuga di Bach o comprendere la tensione armonica di Wagner amplia enormemente l’esperienza dell’ascolto.

    Il problema nasce quando la conoscenza smette di essere una lente e diventa un cancello.

    Quando diciamo:

    «Questa non è musica.»

    «Non c’è melodia.»

    «Non capisco dove voglia andare.»

    «Sono soltanto rumori.»

    Sono frasi interessantissime, perché dicono molto meno sull’oggetto che stiamo ascoltando di quanto dicano sul nostro sistema di aspettative.

    Per secoli la musica occidentale ha educato l’orecchio a riconoscere determinate relazioni: tensione e risoluzione, consonanza e dissonanza, gerarchie tonali, periodicità ritmica, sviluppo tematico.

    Poi il Novecento ha cominciato a fare qualcosa di apparentemente irritante.

    Ha domandato:

    e se il suono potesse organizzarsi anche in altri modi?

    Se il timbro diventasse importante quanto l’altezza?

    Se la durata contasse più della melodia?

    Se un rumore avesse dignità compositiva?

    Se lo spazio nel quale ascoltiamo facesse parte dell’opera?

    Se il musicista non dovesse sempre eseguire qualcosa già completamente stabilito?

    Se il silenzio non fosse una pausa fra due eventi, ma un evento esso stesso?

    La musica contemporanea non ha abolito la grammatica.

    Ha moltiplicato le grammatiche.

    Ed è forse per questo che talvolta ci mette in difficoltà.

    Non sappiamo ancora quale dizionario utilizzare.


    Venezia, città perfetta per perdersi anche con le orecchie

    C’è poi qualcosa di particolarmente adatto nel fatto che tutto questo accada a Venezia.

    Venezia è una città che obbliga l’occhio a perdere continuamente la linea retta.

    Si gira.

    Si devia.

    Si attraversa un ponte convinti di andare da una parte e si scopre, con grande dignità, che si stava andando altrove.

    Forse anche l’orecchio contemporaneo ha bisogno di qualcosa di simile.

    Di smettere, almeno per un po’, di pretendere di conoscere anticipatamente la destinazione.

    La Biennale ha costruito il proprio programma non come una successione di “novità” contrapposte alla “tradizione”, ma come una rete di genealogie.

    Ed è questa una delle idee più intelligenti dell’edizione.

    Il 17 ottobre, nella Basilica di San Marco, i Tallis Scholars diretti da Peter Phillips attraverseranno quasi un millennio di canto: Hildegard von Bingen, Gregorio Allegri, Arvo Pärt e una nuova commissione a Kara-Lis Coverdale. Non quattro epoche collocate educatamente in quattro scaffali diversi, ma modi differenti di interrogare il rapporto fra voce, spiritualità, memoria e spazio acustico.

    Pensiamoci.

    Hildegard nasce nel XII secolo.

    Pärt appartiene al nostro tempo.

    Coverdale scrive oggi.

    Eppure, nella Basilica di San Marco, la domanda può rimanere sorprendentemente simile:

    che cosa accade alla voce umana quando prova a oltrepassare l’individuo che la produce?

    Questa è contemporaneità.

    Non necessariamente ciò che è stato composto ieri.

    Ma ciò che riesce ancora a porre una domanda oggi.


    Bach incontra Morricone. E nessuno dei due ha bisogno di chiedere permesso

    Uno dei programmi più affascinanti della Biennale mette nello stesso spazio Johann Sebastian Bach, Anton Webern, Ennio Morricone e Sarah Davachi.

    Il Parco della Musica Contemporanea Ensemble proporrà il Ricercar a sei voci dell’Offerta musicale nella celebre orchestrazione di Webern, pagine della Passione secondo Matteo, la prima esecuzione pubblica di Musica per una fine di Morricone — lavoro per coro e orchestra costruito attorno a una registrazione della voce di Pier Paolo Pasolini — e Chanters, nuova commissione di Sarah Davachi per orchestra, coro da camera e organo.

    Sembra un programma costruito da qualcuno che abbia dimenticato di rispettare i reparti del negozio.

    Ed è esattamente ciò che lo rende interessante.

    Perché Webern, quando orchestra Bach, non “modernizza” Bach.

    Fa qualcosa di molto più sottile.

    Distribuisce le linee del contrappunto fra timbri differenti, facendo sì che una struttura nata dalla relazione fra le voci diventi anche una struttura di colori.

    La melodia passa da uno strumento all’altro.

    Il contrappunto diventa quasi visibile.

    Bach rimane Bach.

    Ma l’orchestrazione modifica il modo in cui il nostro orecchio entra nella sua architettura.

    È un esempio perfetto di ciò che dovrebbe fare una Biennale dedicata all’ascolto: non dirci soltanto che cosa ascoltare, ma mostrarci che una stessa struttura può diventare nuova quando cambia il punto dal quale la osserviamo.

    E accanto a Bach arriva Morricone.

    Non quello delle melodie cinematografiche ormai entrate nell’immaginario collettivo, ma un Morricone meno immediatamente conosciuto, legato alla ricerca compositiva e al rapporto con Pasolini.

    Poi Sarah Davachi.

    La sua musica lavora spesso con durate estese, accordature, minime trasformazioni timbriche, fenomeni psicoacustici. La Biennale le assegna quest’anno il Leone d’Argento proprio riconoscendo un percorso nel quale elettronica, strumenti acustici, organologia e percezione convivono.

    Qui il “bambino di suono” comincia a diventare comprensibile.

    Non ci viene chiesto di dimenticare Bach per essere contemporanei.

    Ci viene chiesto di dimenticare, per un istante, il modo in cui siamo abituati ad ascoltarlo.


    Il rumore ha diritto di cittadinanza?

    Il Leone d’Oro alla carriera va a Keiji Haino, compositore e performer giapponese che da oltre cinquant’anni attraversa noise, free jazz, rock, improvvisazione, blues, drone ed elettronica rifiutando una collocazione stilistica stabile. La Biennale lo definisce significativamente un «poeta del rumore».

    E qui arriva una delle questioni più antiche e più divertenti della musica contemporanea:

    quando un rumore diventa musica?

    La risposta più semplice sarebbe: quando un compositore decide di usarlo.

    Ma non basta.

    Un rumore diventa materiale musicale quando entra in una relazione.

    Quando possiede durata.

    Intensità.

    Posizione.

    Timbro.

    Ripetizione.

    Contrasto.

    Memoria.

    Quando ciò che sembrava accidente viene ascoltato come evento.

    È un passaggio straordinario.

    Il mondo non cambia.

    Cambia la nostra attenzione.

    È ciò che accade quando ci rendiamo improvvisamente conto del ritmo di un treno, della frequenza intermittente di una sirena, del suono di una ventola, della risonanza di un sottopassaggio.

    Il bambino spesso fa questa operazione spontaneamente.

    L’adulto domanda subito se tutto questo «serva».

    Forse perché l’adulto ha trascorso molti anni imparando che il valore delle cose deve poter essere spiegato possibilmente entro il termine della riunione.

    L’arte ha il pessimo vizio di non collaborare.


    Il suono che non possiamo vedere

    Anche KMRU, musicista keniota fra le figure centrali della ricerca sul field recording e sulla composizione elettronica, porterà alla Biennale As Nature, progetto realizzato con Nick Verstand e Mareike Bode. Il lavoro utilizza anche suoni elettromagnetici e costruisce un ambiente multisensoriale nel quale suono, luce e componenti olfattive partecipano a un’unica esperienza percettiva.

    È un ottimo esempio di quanto il concetto stesso di “concerto” stia diventando insufficiente per descrivere alcune pratiche contemporanee.

    Il concerto tradizionale prevede qualcosa di molto preciso.

    Qualcuno produce musica.

    Qualcun altro, seduto, la ascolta.

    Il palco indica dove guardare.

    La platea indica dove stare.

    L’inizio e la fine sono riconoscibili.

    Applaudire fra i movimenti di una sinfonia richiede invece una valutazione tattica che ancora oggi mette alla prova intere generazioni di spettatori.

    In molte esperienze contemporanee questo patto cambia.

    Il pubblico cammina.

    Il suono proviene da più direzioni.

    Un’opera può dipendere dallo spazio nel quale si realizza.

    La luce entra nella composizione.

    Perfino l’olfatto può essere coinvolto.

    Non significa che il concerto tradizionale sia diventato obsoleto.

    Significa che l’ascolto non è obbligato a possedere sempre la stessa postura.

    Anche il corpo ascolta.

    Lo sappiamo da sempre, in realtà.

    Basta pensare all’organo in una cattedrale.

    Una nota grave non viene soltanto sentita.

    Si avverte fisicamente nello spazio.

    Forse alcune avanguardie non fanno altro che ricordarci qualcosa che la musica sapeva già molto prima di diventare “contemporanea”.


    E poi arriva la techno

    Ed è qui che il programma diventa ancora più interessante.

    Accanto alla composizione elettroacustica, all’organo, alla musica corale, al noise e all’improvvisazione, la Biennale ospita anche DJ set e scene della dance globale: dalla techno alle esperienze legate all’etichetta portoghese Príncipe fino al Singeli di Dar es Salaam. La stessa serata inaugurale del 10 ottobre passerà da Laraaji alle prime assolute di Kara-Lis Coverdale e Keiji Haino, per concludersi con un DJ set di Livwutang.

    Qualcuno potrebbe domandare:

    ma è ancora Biennale Musica contemporanea?

    La domanda è legittima.

    La risposta, però, dipende da ciò che intendiamo per contemporaneo.

    Se intendiamo una categoria stilistica ben delimitata — ensemble specializzati, partiture complesse, elettroacustica istituzionale — allora il programma sembra effettivamente allargare moltissimo il recinto.

    Ma se “contemporaneo” significa interrogare le forme attraverso cui oggi organizziamo il suono, il quadro cambia.

    La club culture ha sviluppato una propria sofisticatissima concezione della durata.

    La techno lavora sulla microvariazione all’interno della ripetizione.

    La musica ambient modifica il rapporto fra primo piano e sfondo.

    Il drone dilata la percezione del tempo.

    Il noise porta in primo piano densità e saturazione.

    L’elettronica permette di comporre direttamente il timbro, anziché considerarlo soltanto una proprietà dello strumento.

    Non sono generi intercambiabili.

    E non serve fingere che lo siano.

    Ma possono abitare uno stesso festival se ciò che li collega non è una presunta somiglianza sonora, bensì una domanda comune sul modo in cui ascoltiamo.

    Questa è la scommessa della Biennale.

    Ed è una scommessa molto più radicale di una semplice contaminazione.


    Hildegard accanto a un DJ: provocazione?

    No.

    O almeno, non necessariamente.

    La provocazione sarebbe metterli insieme soltanto per ottenere una fotografia curiosa.

    Qui il punto è un altro.

    Pensiamo a Hildegard von Bingen.

    Una monodia medievale nasce dentro un mondo nel quale la distinzione moderna fra autore, interprete, rito e spazio acustico non funziona esattamente come funziona oggi.

    Quella musica vive in un contesto.

    In una comunità.

    In un’architettura.

    In una concezione del tempo.

    Anche un DJ set vive in una relazione fra suono, spazio, durata, corpo e comunità.

    Le analogie finiscono rapidamente, ed è bene che finiscano.

    Ma entrambe le esperienze ci ricordano che la musica non è necessariamente soltanto un oggetto da osservare frontalmente.

    Può essere una situazione nella quale entrare.

    E questo è forse uno degli aspetti più stimolanti di A Child of Sound: costringerci a rimettere in discussione non soltanto ciò che chiamiamo musica, ma il modo in cui crediamo di doverle stare davanti.


    «Non capisco la musica contemporanea»

    Forse è la frase più importante di tutto questo articolo.

    Perché viene pronunciata spesso con una specie di imbarazzo.

    Come se non comprendere immediatamente un’opera fosse una colpa dell’ascoltatore.

    Oppure, al contrario, come se fosse automaticamente una colpa del compositore.

    Potremmo liberare entrambe le parti da questo processo.

    Non capire immediatamente può essere un’esperienza perfettamente legittima.

    Davanti a una musica che non possiede la grammatica alla quale siamo abituati, l’orecchio cerca punti di riferimento.

    Dove comincia la frase?

    Qual è la pulsazione?

    Che cosa devo ricordare?

    Quale elemento è importante?

    È lo stesso spaesamento che proviamo entrando in una città sconosciuta.

    All’inizio tutto sembra equivalersi.

    Dopo qualche giorno distinguiamo le strade.

    Dopo qualche settimana riconosciamo una piazza da un dettaglio.

    L’ascolto funziona anche attraverso la familiarità.

    Per questo forse dovremmo smettere di pretendere dalla musica contemporanea una cosa che non chiediamo quasi a nessun’altra forma complessa di conoscenza:

    essere compresa interamente al primo incontro.

    Nessuno apre un trattato di filosofia, legge tre pagine e conclude che la filosofia ha fallito perché non gli ha procurato abbastanza emozione.

    Nessuno guarda una partita di uno sport di cui ignora le regole e pretende di comprenderne immediatamente tutta la strategia.

    Con la musica, invece, siamo convinti che l’emozione debba essere istantanea.

    A volte lo è.

    Ed è meraviglioso.

    Altre volte bisogna frequentare un linguaggio.

    Permettergli di costruire lentamente dentro di noi i propri punti cardinali.


    Tornare bambini non significa diventare ignoranti

    Questo è forse il rischio più grande della metafora scelta dalla Biennale.

    Potremmo pensare che ascoltare come bambini significhi rinunciare alla competenza.

    Non è così.

    L’ascoltatore ideale non è colui che non sa nulla.

    È forse colui che riesce a sapere molto senza obbligare ciò che ascolta a confermare quello che già sa.

    È una condizione difficilissima.

    Il musicologo riconosce.

    Il musicista analizza.

    L’interprete anticipa.

    Ma a volte l’esperienza più rara consiste nel riuscire a dire:

    non so ancora che cosa sia.

    Aspetto.

    Questo “aspetto” è un atto intellettuale molto serio.

    Significa sospendere il giudizio abbastanza a lungo da consentire all’oggetto di rivelare la propria logica.

    Un bambino può ascoltare il rumore dell’acqua senza domandare immediatamente quale sia la sua funzione formale.

    Un compositore come Stockhausen può prendere quello stesso atteggiamento e trasformarlo, attraverso una tecnica gigantesca, in ricerca.

    L’innocenza artistica autentica non è assenza di sapere.

    È la capacità di non diventare prigionieri del proprio sapere.


    Può la musica guarire?

    Caterina Barbieri attribuisce al suono anche una funzione catartica, descrivendo la musica come possibilità di trasformazione e di riconnessione, e collega questa idea tanto all’infanzia quanto a Hildegard von Bingen.

    È un terreno delicato.

    La musica non è una medicina nel senso clinico del termine.

    Una sinfonia non sostituisce una terapia.

    Un concerto non risolve automaticamente il dolore.

    E sarebbe ingiusto caricare l’arte di un compito salvifico che nessuna opera potrebbe garantire.

    Ma esiste un’altra forma di trasformazione.

    La musica può dare forma a ciò che prima era soltanto confusione.

    Può permettere a un dolore di diventare esperienza condivisibile.

    Può interrompere per qualche minuto l’automatismo della giornata.

    Può cambiare la qualità della nostra attenzione.

    E a volte questo è già molto.

    Non elimina ciò che ci fa male.

    Ma può impedire che il dolore rimanga completamente privo di linguaggio.

    Forse è questa la catarsi più credibile.

    Non essere salvati dal suono.

    Essere, per qualche momento, accompagnati dentro di esso.


    Un Leone d’Oro al rumore, un Leone d’Argento alla lentezza

    Anche i due riconoscimenti principali sembrano raccontare bene questa filosofia.

    Keiji Haino, Leone d’Oro, rappresenta la radicalità del gesto, l’improvvisazione, l’attraversamento dei generi, la materia sonora portata verso il limite.

    Sarah Davachi, Leone d’Argento, lavora invece spesso sulla durata, sul timbro, sulle trasformazioni quasi impercettibili, sulle accordature e sulle risonanze.

    Due modi apparentemente opposti.

    Il rumore e l’attesa.

    La saturazione e la concentrazione.

    L’esplosione e la lentezza.

    Eppure entrambi chiedono la stessa cosa all’ascoltatore:

    presenza.

    Haino può costringerci a non sottrarci alla forza del suono.

    Davachi può obbligarci a percepire una trasformazione talmente lenta che, se smettiamo di prestare attenzione, non sappiamo più dire quando sia avvenuta.

    È interessante che una Biennale dedicata al “bambino di suono” premi due artisti tanto diversi.

    Perché un bambino non cerca necessariamente soltanto il rumore.

    Può rimanere affascinato anche da qualcosa di piccolissimo.

    Una vibrazione.

    Un’eco.

    Un suono che lentamente scompare.

    La meraviglia non dipende dal volume.

    Dipende dalla capacità di accorgersi.


    Forse il problema non è la musica contemporanea

    Arriviamo allora alla domanda più scomoda.

    E se il problema della musica contemporanea non fosse soltanto la difficoltà dei suoi linguaggi?

    E se fosse anche la velocità del nostro ascolto?

    Viviamo dentro un sistema che ci abitua a decidere rapidamente.

    Mi piace.

    Non mi piace.

    Salto.

    Avanti.

    Ancora.

    Una canzone deve convincerci prima che il pollice raggiunga lo schermo.

    Un video viene giudicato nei primi secondi.

    Perfino l’ascolto musicale è diventato, spesso, una successione di microdecisioni.

    La musica di ricerca può comportarsi malissimo dentro questo sistema.

    Può impiegare dieci minuti prima che “succeda” qualcosa.

    Può far accadere molto senza che sappiamo subito dove guardare.

    Può costruire la propria forma attraverso trasformazioni che richiedono memoria.

    Può perfino rifiutarsi di offrirci un punto culminante.

    In termini algoritmici, un disastro.

    In termini umani, forse un’occasione.

    Perché ci obbliga a esercitare una facoltà che rischia di diventare rara:

    restare.

    Non perché tutto ciò che è difficile sia necessariamente bello.

    Non lo è.

    Esiste musica contemporanea straordinaria e musica contemporanea dimenticabile, esattamente come esistono sinfonie ottocentesche sublimi e altre che la storia ha avuto buone ragioni per frequentare meno.

    L’apertura non significa abolire il giudizio.

    Significa rinviarlo abbastanza da poterlo fondare sull’esperienza anziché sul pregiudizio.

    Ed è una differenza enorme.


    A Child of Sound

    Forse è questa, alla fine, la provocazione più bella della Biennale Musica 2026.

    Non chiederci di amare tutto.

    Sarebbe impossibile e anche terribilmente noioso.

    Non chiederci di fingere di capire.

    Non trasformare l’avanguardia in una nuova ortodossia nella quale chi non apprezza abbastanza un drone di quaranta minuti debba essere espulso dal consesso degli esseri culturalmente presentabili.

    Molto più semplicemente:

    provare ad ascoltare prima di decidere.

    Dal 10 al 24 ottobre Venezia metterà nello stesso paesaggio sonoro Hildegard e la techno, Bach e l’elettronica, Morricone e Pasolini, improvvisazione radicale, organi, field recording, club culture, voci rinascimentali, prime assolute e musiche vecchie di secoli.

    Non perché tutto sia uguale.

    Al contrario.

    Perché tutto è diverso.

    E ascoltare significa precisamente imparare a distinguere senza trasformare immediatamente la differenza in una gerarchia.

    Forse crescere musicalmente non consiste soltanto nell’accumulare repertorio.

    Conoscere più compositori.

    Riconoscere più forme.

    Possedere più dischi.

    Sapere finalmente spiegare agli amici perché quella cadenza non è esattamente ciò che credono.

    Forse esiste un secondo tipo di maturità.

    Più difficile.

    Quella che arriva quando, dopo aver imparato molto, siamo ancora capaci di stupirci.

    Quando possiamo entrare in una sala e non sapere in anticipo che cosa dobbiamo provare.

    Quando un rumore può ancora farci voltare la testa.

    Quando una nota tenuta abbastanza a lungo smette di sembrarci immobile e cominciamo a sentire tutte le piccole cose che stanno cambiando al suo interno.

    Quando davanti a una musica incomprensibile non diciamo subito:

    «Non è per me.»

    Ma:

    «Aspetta. Fammi sentire ancora.»

    Forse è questo il bambino di suono.

    Non qualcuno che non conosce ancora il mondo.

    Qualcuno che, nonostante lo conosca, non ha smesso di concedergli la possibilità di sorprenderlo.

    E forse è proprio questo che dovrebbe fare una Biennale.

    Non dirci dove sta andando la musica.

    Nessuno lo sa.

    Ma metterci per qualche giorno nella condizione più fertile possibile:

    davanti a qualcosa che non abbiamo ancora imparato a chiamare per nome.

    E avere il coraggio di ascoltarlo prima che il nome arrivi.

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  • Kalinnikov: una melodia, quattro movimenti, una vita

    L’ascolto di oggi: Vasilij Kalinnikov – Sinfonia n. 1 in sol minore

    di Marialuisa Veneziano


    Prima che inizi la musica

    Ci sono compositori che sembrano avere avuto tutto il tempo del mondo.

    Una lunga carriera. Decenni di ricerca. La possibilità di correggere, ripensare, ricominciare.

    E poi c’è Vasilij Kalinnikov.

    Nato nel 1866, morto nel 1901, pochi giorni prima di compiere trentacinque anni. Una vita attraversata dalle difficoltà economiche, dalla malattia e da un talento che riuscì comunque a trovare la propria voce.

    Quando compone la sua Prima Sinfonia, fra il 1894 e il 1895, si trova a Jalta, in Crimea, dove si è trasferito nella speranza che il clima possa alleviare la tubercolosi.

    Non immaginiamo, però, una musica necessariamente ripiegata sulla sofferenza.

    Sarebbe troppo semplice.

    E anche un poco ingiusto.

    Perché, quando l’orchestra attacca, accade qualcosa di sorprendente.

    La melodia si apre.

    Respira.

    Si distende.

    Sembra voler attraversare uno spazio molto più grande di quello che la vita ha concesso al suo autore.

    E qui nasce la prima domanda della nostra domenica:

    può un uomo conoscere profondamente la fragilità e, nello stesso tempo, scrivere una musica che sembra innamorata della vita?

    Kalinnikov non ci consegna una risposta filosofica.

    Ci consegna una sinfonia.

    E forse è molto meglio così.


    🎧 Apri l’ascolto. Poi continua a leggere

    Questa pagina è pensata per essere letta con la musica accanto.

    Per accompagnare la nostra guida, propongo la registrazione dell’Orchestra Sinfonica Statale dell’URSS diretta da Evgenij Svetlanov, disponibile su YouTube con la partitura sincronizzata. È particolarmente utile perché permette di seguire visivamente la scrittura orchestrale, oltre ad ascoltarla.

    ASCOLTA VASILIJ KALINNIKOV – SINFONIA N°1
    (Clicca sulla freccia nera per far apparire l’ascolto)

    Avvia la musica.

    E per qualche istante non cercare di capire tutto.

    Lascia semplicemente che la prima melodia ti raggiunga.

    Perché sarà proprio lei a ritornare.

    E, quando lo farà, non sarà più esattamente la stessa.


    Dentro la partitura

    Quando quattro movimenti diventano un unico racconto

    La Prima Sinfonia è in sol minore e si articola nei quattro movimenti della tradizione sinfonica ottocentesca. Ma il suo principio costruttivo più significativo è la forma ciclica: il materiale tematico dei movimenti precedenti ritorna nel Finale, subendo trasformazioni che conferiscono all’intera composizione un senso di unità.

    Un dettaglio fondamentale: passiamo dal sol minore iniziale al sol maggiore conclusivo.

    Non basta, da solo, a raccontare tutta la vicenda musicale, ma costituisce un elemento importante del percorso espressivo.

    La tonalità conserva la propria fondamentale.

    Cambia il modo in cui quella fondamentale viene illuminata.

    Ed è proprio questa trasformazione che voglio invitarvi ad ascoltare.


    I. Allegro moderato

    La nascita di una melodia

    Dall’inizio a 14:12

    La sinfonia comincia senza una lunga introduzione.

    Il tema principale viene presentato dagli archi all’unisono.

    È una melodia ampia, cantabile, dal profilo immediatamente riconoscibile, che richiama il respiro della tradizione melodica russa.

    Non abbiamo l’impressione che l’orchestra stia semplicemente annunciando un’idea.

    Sembra piuttosto che abbia trovato una voce.

    Osserva il modo in cui la frase si distende: non procede attraverso piccoli frammenti isolati, ma costruisce un arco che chiede spazio per svilupparsi.

    La scrittura lascia emergere quella qualità che spesso associamo al grande sinfonismo russo: una cantabilità capace di conservare una dimensione quasi popolare senza rinunciare all’elaborazione colta.

    Ma Kalinnikov non si limita a ripetere una melodia piacevole.

    Il primo movimento adotta la forma-sonata.

    Dopo la presentazione del primo gruppo tematico, compare una seconda idea, più distesa e lirica, affidata anch’essa agli archi, con il contributo coloristico dei legni. Segue uno sviluppo nel quale il materiale viene rielaborato anche attraverso procedimenti contrappuntistici.

    Qui è importante distinguere due livelli.

    La melodia ci coinvolge emotivamente.

    La forma, invece, organizza quel coinvolgimento nel tempo.

    L’ascoltatore riconosce, perde, ritrova, attende.

    In altre parole, comincia a ricordare.

    E una sinfonia che riesce a farci ricordare qualcosa mentre la stiamo ancora ascoltando ha già stabilito con noi una relazione.

    🎧 Ascolta questo

    Durante il primo movimento, prova a distinguere tre momenti:

    • L’esposizione del tema iniziale: memorizzane il profilo.
    • L’arrivo della seconda idea: nota come cambia il carattere, soprattutto nella maggiore distensione melodica.
    • Il ritorno del materiale iniziale: ascolta ciò che è rimasto riconoscibile dopo lo sviluppo.

    Non cercare soltanto una melodia bella.

    Cerca una melodia capace di diventare memoria.

    Perché il Finale ne avrà bisogno.


    II. Andante commodamente

    La delicatezza di ciò che continua a vivere

    Da 14:12 a 21:41

    Se il primo movimento è un grande paesaggio, il secondo sembra restringere improvvisamente l’inquadratura.

    Non siamo più davanti a un orizzonte.

    Siamo vicini a qualcosa.

    Forse a una persona.

    Forse a un ricordo.

    L’Andante si apre con un ostinato dell’arpa e dei violini primi, accompagnato da accordi discendenti che cambiano colore attraverso la distribuzione fra le diverse sezioni orchestrali.

    Il corno inglese contribuisce all’atmosfera iniziale; successivamente l’oboe presenta una melodia ampia e tenera, sostenuta dai pizzicati degli archi.

    Fermiamoci qui.

    Perché questa è una lezione di orchestrazione.

    L’ostinato non è soltanto una figura di accompagnamento.

    Crea un ambiente sonoro nel quale il tema può apparire.

    È come una luce che rimane costante mentre gli oggetti, attraversandola, acquistano colori differenti.

    Il compositore utilizza la trasparenza dell’organico per farci percepire ogni ingresso strumentale.

    L’oboe non deve imporsi con la forza.

    Gli basta cominciare a cantare.

    E tuttavia non siamo davanti a una semplice pagina contemplativa.

    La melodia viene ampliata, ripresa e trasformata; il movimento attraversa regioni armoniche contrastanti prima di ritrovare la propria atmosfera iniziale.

    La tenerezza, qui, non consiste nell’assenza di tensione.

    Consiste nella possibilità di attraversarla senza perdere la capacità di cantare.

    E forse è per questo che il movimento ci commuove.

    Perché non pretende di convincerci che tutto sia semplice.

    Ci fa sentire qualcosa di delicato che continua a esistere anche quando l’armonia si allontana dalla sua stabilità.

    🎧 Ascolta questo

    Concentrati sull’ingresso dell’oboe.

    Poi presta attenzione a ciò che accade quando la melodia viene ripresa e distribuita diversamente fra gli strumenti.

    Non ascoltare soltanto le note.

    Ascolta il modo in cui cambiano significato quando cambia la voce che le pronuncia.

    Conserva nella memoria questo tema.

    Nel Finale lo ritroveremo in una veste sorprendente.

    E lì comprenderemo quanto Kalinnikov sia abile nel trasformare un’idea attraverso l’orchestrazione.


    III. Scherzo: Allegro non troppo

    La vita, fortunatamente, non procede sempre in punta di piedi

    Da 21:41 a 29:23

    Ed eccoci al terzo movimento.

    Dopo tanta intimità, Kalinnikov decide che è arrivato il momento di muoversi.

    L’orchestra cambia atteggiamento.

    Il ritmo acquista energia.

    La scrittura richiama il carattere della danza popolare, con accenti e figurazioni che conferiscono al movimento un’impronta decisamente russa.

    Lo Scherzo non è, però, un episodio puramente decorativo.

    La sua struttura è ternaria: una sezione iniziale energica, un Trio centrale contrastante e il ritorno dello Scherzo. Anche il Trio possiede una propria articolazione interna, con una melodia lirica affidata ai legni, particolarmente all’oboe.

    Ancora una volta, dunque, Kalinnikov lavora sul contrasto.

    Movimento e sospensione.

    Energia e canto.

    Danza e malinconia.

    Ed è interessante osservare che non ha bisogno di inventare continuamente nuovo materiale per ottenere varietà.

    La ricchezza nasce soprattutto dal trattamento delle idee.

    La stessa orchestra che poco prima sembrava contemplare un paesaggio interiore adesso possiede un’energia quasi corporea.

    E qui possiamo concederci una piccola osservazione.

    La musica sinfonica viene spesso presentata come un’attività spiritualmente elevata, da affrontare possibilmente con un’espressione molto seria.

    Kalinnikov, fortunatamente, ci ricorda che l’elevazione spirituale può anche avere voglia di ballare.

    🎧 Ascolta questo

    Individua il contrasto fra le sezioni esterne e il Trio centrale.

    Quando ritorna il materiale iniziale, chiediti:

    Lo percepisco esattamente come prima?

    Oppure la parentesi lirica ha modificato il modo in cui ascolto quella stessa energia?

    È una domanda semplice.

    Ma ci porta verso il cuore dell’intera sinfonia.

    Ritornare non significa necessariamente ripetere.


    IV. Finale: Allegro moderato

    Quando la memoria diventa futuro

    Da 29:23 alla conclusione

    Ed eccoci al punto decisivo.

    Il Finale comincia riprendendo il materiale tematico dell’apertura della sinfonia.

    La melodia che avevamo ascoltato all’inizio è di nuovo qui.

    Ma ora si trova in un contesto differente: Kalinnikov introduce nuove idee e richiama materiale proveniente dai movimenti precedenti, integrandolo in una costruzione che conduce alla conclusione in sol maggiore.

    Questo procedimento ha un nome preciso.

    Forma ciclica.

    Una tecnica che attraversa il sinfonismo romantico e che permette di stabilire relazioni tematiche fra movimenti diversi.

    Ma fermarsi alla definizione tecnica sarebbe riduttivo.

    Perché ciò che accade nel Finale non è una semplice dimostrazione di abilità compositiva.

    È un cambiamento di prospettiva.

    Ripensiamo al secondo movimento.

    Quella melodia affidata all’oboe sembrava appartenere a un mondo delicato, quasi privato.

    Ora ascolta ciò che accade quando alcuni materiali precedenti vengono ripresi dai gruppi orchestrali, fino a essere proclamati dagli ottoni.

    L’idea melodica non viene cancellata.

    Viene ingrandita.

    Ciò che prima era intimo acquista una dimensione collettiva.

    È una trasformazione soprattutto timbrica e dinamica, oltre che formale.

    Il compositore cambia il corpo sonoro attraverso il quale un tema viene percepito.

    Come se un pensiero, nato nella solitudine, trovasse improvvisamente la possibilità di essere pronunciato davanti al mondo.

    E qui la musica ci offre uno dei suoi paradossi più affascinanti.

    Non sempre occorre cambiare idea per cambiare significato.

    A volte basta che la stessa idea attraversi esperienze diverse.

    🎧 Ascolta questo: il grande ritorno

    Nel Finale cerca tre momenti.

    Primo: riconosci il tema dell’apertura. Ti accorgerai che il compositore vuole ricondurti al punto da cui tutto è cominciato.

    Secondo: ascolta il ritorno del materiale lirico. Presta attenzione alla diversa distribuzione orchestrale e al modo in cui l’ampliamento timbrico ne modifica il carattere.

    Terzo: segui l’ultima progressione verso la conclusione. Non ascoltarla soltanto come un aumento del volume: osserva come il materiale tematico e la tonalità contribuiscano a costruire il senso dell’arrivo.

    È qui che il sol maggiore finale assume la propria funzione espressiva.

    Non è soltanto un accordo luminoso.

    È il punto di arrivo di un percorso.


    La nota che resta

    Ci sono melodie che tornano perché non abbiamo ancora finito di comprenderle.

    Forse è questo ciò che rende così interessante la Prima Sinfonia di Kalinnikov.

    Il suo materiale tematico non rimane immobile.

    Attraversa movimenti, armonie, registri, strumenti.

    Ogni volta che ritorna, ci costringe ad ascoltarlo nuovamente.

    E non è forse ciò che accade anche a noi?

    Ritorniamo nei luoghi in cui siamo stati felici.

    Riascoltiamo una canzone che apparteneva a un’altra stagione.

    Ritroviamo una persona dopo molti anni.

    Pensiamo di incontrare qualcosa che conosciamo già.

    E invece scopriamo che nel frattempo siamo cambiati.

    Il luogo è lo stesso.

    La canzone è la stessa.

    Forse persino le parole sono le stesse.

    Ma non siamo più gli stessi ascoltatori.

    Kalinnikov costruisce musicalmente qualcosa di analogo.

    La melodia iniziale viene conservata, ma il contesto nel quale ricompare trasforma la nostra percezione.

    Non dobbiamo necessariamente interpretare questo percorso come una vittoria sulla sofferenza.

    Sarebbe una conclusione troppo comoda.

    La vita del compositore ci ricorda che la realtà non possiede sempre un Finale in maggiore.

    La sinfonia, però, può offrirci qualcosa che la realtà non garantisce.

    Una forma.

    Una possibilità di ricomporre ciò che sembrava disperso.

    Un modo di ritrovare, attraverso la memoria, un senso di continuità.

    E forse la musica serve anche a questo.

    Non soltanto a raccontare ciò che ci accade.

    Ma a mostrarci come le cose che abbiamo vissuto possano continuare a trasformarsi dentro di noi.


    🔎 Una cosa da sapere

    Una prima esecuzione da ricordare

    La Sinfonia n. 1 fu presentata a Kyiv nel 1897, sotto la direzione di Aleksandr Vinogradskij.

    Il successo fu tale che il pubblico chiese il bis del secondo e del terzo movimento. La composizione venne poi eseguita anche in altre città europee.

    Immaginiamo la scena.

    Un compositore giovane, malato, lontano dai grandi centri musicali.

    Una sinfonia che finalmente raggiunge il pubblico.

    E gli ascoltatori che, dopo aver sentito due movimenti, chiedono di riascoltarli.

    Oggi il bis di un intero movimento sinfonico potrebbe mettere in seria difficoltà l’organizzazione di una stagione concertistica.

    Ma in quel momento doveva rappresentare qualcosa di straordinario.

    Non soltanto un successo.

    La conferma che quella musica, nata in condizioni così difficili, aveva trovato qualcuno disposto ad accoglierla.

    C’è anche una curiosità successiva: nel 1943 Arturo Toscanini diresse la Prima Sinfonia con la NBC Symphony Orchestra, contribuendo alla sua diffusione attraverso una trasmissione radiofonica americana.

    Un’altra prova della capacità della partitura di attraversare epoche e contesti diversi.


    Portalo con te

    Quando l’ultimo accordo sarà finito, prova a ricordare il primo.

    Quella melodia iniziale.

    Il suo respiro.

    La sua semplicità apparente.

    Poi pensa al percorso che ha compiuto.

    È passata attraverso lo sviluppo del primo movimento.

    Ha lasciato spazio alla delicatezza dell’Andante.

    Ha incontrato l’energia dello Scherzo.

    Infine è tornata.

    Non per riportarci indietro.

    Ma per mostrarci quanta strada abbiamo percorso.

    Forse è questa la lezione più bella della sinfonia.

    Non tutto ciò che ritorna ci riconduce al passato.

    Alcune cose ritornano proprio per permetterci di andare avanti.

    Una musica.

    Una persona.

    Un ricordo.

    Una parte di noi che pensavamo perduta.

    E che un giorno riconosciamo, quasi senza aspettarcelo, in una forma nuova.

    Kalinnikov non ebbe una vita lunga.

    Ma ci ha lasciato una musica capace di suggerire che la durata non è l’unica misura dell’esistenza.

    Conta anche ciò che riusciamo a far risuonare.

    Ciò che consegniamo.

    Ciò che continua a raggiungere qualcuno quando noi non possiamo più farlo.

    La sua Prima Sinfonia finisce in sol maggiore.

    La melodia trova il proprio compimento.

    E noi, che l’abbiamo seguita, possiamo portare via una piccola certezza musicale.

    A volte la vita non ci restituisce ciò che abbiamo perduto.

    Ma può insegnarci ad ascoltare diversamente ciò che è rimasto.


    🎧 Un ultimo ascolto

    Prima di chiudere la pagina, torna all’inizio della sinfonia.

    Riascolta soltanto il primo tema.

    Adesso lo conosci.

    Sai dove arriverà.

    Sai che quella melodia attraverserà il tempo e ritornerà trasformata.

    E forse ti sembrerà già diversa.

    È il piccolo miracolo della forma ciclica: l’ultima pagina può cambiare il modo in cui ascoltiamo la prima.



    Una risposta a “Kalinnikov: una melodia, quattro movimenti, una vita”

    1. Avatar
      Anonimo

      Analisi appropriata.

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  • La falena d’argento e il nome perduto

    Prima dell’alba, un nome avrebbe dovuto dimostrare di meritare il futuro

    di Marialuisa Veneziano

    ***********

    🎧 MUSICA PER LA LETTURA
    Carl Maria von Weber: Grand Duo concertant, op. 48, per clarinetto e pianoforte
    Lascia che sia il clarinetto ad accompagnarti nella Parigi nebbiosa di Madame Oblio, tra botteghe illuminate, nomi che scompaiono e promesse affidate al tempo.
    Weber scrive per il clarinetto come se fosse una voce umana: sa inquietare, raccontare, indugiare nell’ombra e poi improvvisamente aprirsi alla luce.
    Non è soltanto una musica di accompagnamento
    È quasi una seconda voce della fiaba.
    Inizia la musica. Poi comincia a leggere.

    (Clicca sulla freccia nera per far apparire l’ascolto).

    A Parigi, in certi inverni, la nebbia aveva il cattivo gusto di entrare dappertutto.

    Entrava sotto le porte, si aggrappava alle ruote delle carrozze, appannava i vetri, si infilava nei colletti e rendeva i lampioni così pallidi che parevano chiedere scusa per non riuscire a illuminare meglio.

    La sera, nei quartieri più laboriosi, le botteghe chiudevano una dopo l’altra.

    Il calzolaio spegneva la lampada.

    Il libraio ritirava il cavalletto.

    Il fornaio ricopriva il pane rimasto.

    Persino i cavalli, a una certa ora, sembravano battere gli zoccoli con meno convinzione.

    Ma c’era una piccola bottega che spesso rimaneva accesa più a lungo delle altre.

    Da quella bottega uscivano rumori strani.

    Un raschiare.

    Un colpo leggero.

    Madame Oblio aveva imparato qualcosa che persino il tempo, da solo, non avrebbe potuto insegnarle. Esistono nomi che vogliono essere ricordati. Ed esistono nomi che accettano di diventare una responsabilità.

    Un tintinnio metallico.

    Poi silenzio.

    Poi una nota.

    Talvolta una sola.

    Lunga.

    Scura.

    Come se qualcuno stesse provando la voce di una creatura ancora senza nome.

    La bottega apparteneva alla famiglia Buffet.

    E lì si costruivano clarinetti.

    Jean-Louis Buffet era un uomo che non sapeva fare nulla in fretta.

    Il che, a Parigi, era già una forma di ribellione.

    Aveva mani robuste, un grembiule quasi sempre coperto di polvere di legno e la fastidiosa abitudine di ricontrollare una cosa proprio quando tutti gli altri erano convinti che fosse finita.

    Una vite poteva essere stretta.

    Jean-Louis la ricontrollava.

    Una chiave poteva funzionare.

    Jean-Louis la provava ancora.

    Un foro poteva essere ben calibrato.

    Jean-Louis lo misurava un’altra volta.

    Il suo apprendista, un ragazzo magro chiamato Étienne, lo trovava esasperante.

    — Monsieur Buffet — disse un pomeriggio, mentre fuori pioveva da tre ore e dentro la bottega anche la stufa sembrava essersi stancata — quella chiave funziona.

    Jean-Louis non alzò gli occhi.

    — Sì.

    Étienne aspettò.

    — Allora perché la state smontando?

    — Perché funziona quasi bene.

    — Ma quasi bene non significa bene?

    Jean-Louis si fermò.

    Guardò il ragazzo.

    — No.

    — A me sembrava di sì.

    — È per questo che sei ancora apprendista.

    Étienne sospirò.

    Jean-Louis sorrise.

    Poi gli mostrò la chiave.

    — Guarda qui.

    — Non vedo nulla.

    — Esatto.

    — Esatto cosa?

    — Il difetto è così piccolo che forse il musicista non saprà mai che esiste.

    Étienne si illuminò.

    — Allora possiamo lasciarlo.

    Jean-Louis tornò serio.

    — È proprio questo che non dobbiamo fare.

    Il ragazzo lo fissò.

    — Perché?

    Jean-Louis appoggiò lo strumento sul banco.

    — Perché fare bene qualcosa solo quando qualcuno può accorgersene non è mestiere.

    Fece una pausa.

    — È vanità.

    Étienne, che aveva quindici anni e riteneva la vanità un problema molto meno grave della fame, non parve del tutto convinto.

    Ma tacque.

    Fuori, sotto la pioggia, una donna vestita di grigio aveva smesso di camminare.

    Aveva ascoltato ogni parola.

    Poi riprese il cammino.

    Si chiamava Madame Oblio.

    Naturalmente nessuno sapeva se fosse il suo vero nome.

    I più anziani sostenevano che nessuno nascesse con un nome simile.

    I bambini, invece, ritenevano perfettamente possibile nascere già chiamandosi Oblio, specialmente se si aveva l’aria di quella donna.

    Madame Oblio era alta.

    Molto alta.

    E così sottile che, quando attraversava un vicolo immerso nella nebbia, pareva una riga d’inchiostro tracciata sulla pagina sbagliata.

    Indossava un abito color cenere.

    Non grigio chiaro.

    Non argento.

    Cenere.

    La seta cadeva pesante fino al selciato e sembrava assorbire la luce invece di rifletterla.

    La gonna era ampia, il busto severamente stretto, le maniche lunghe.

    Sul collo portava un alto pizzo nero.

    Sulle spalle, una mantellina di velluto scuro.

    Alla gola, una spilla d’argento a forma di falena.

    Le mani erano sempre coperte da guanti color avorio.

    Sempre.

    Anche d’estate.

    Anche in casa.

    Anche quando scriveva.

    Da un cappello dalla tesa larga scendeva un velo sottile.

    Dietro si intuiva un volto pallido, quasi immobile.

    Ma gli occhi si vedevano bene.

    Erano grigi.

    Non severi.

    Non crudeli.

    Semplicemente vecchi di troppe cose viste.

    Occhi abituati a osservare gli uomini dichiarare eterno ciò che sarebbe durato una stagione.

    Madame Oblio portava con sé una piccola borsa nera.

    Dentro c’erano una gomma bianca, una boccetta d’inchiostro trasparente, un paio di forbicine d’argento e un enorme registro.

    Sulla copertina era inciso:

    NOMI DI CUI IL MONDO HA SMESSO DI AVERE BISOGNO.

    Madame Oblio non amava spiegare il proprio mestiere.

    Se qualcuno glielo chiedeva, rispondeva:

    — Faccio ordine.

    Era una risposta che poteva significare tutto.

    E infatti significava molto.

    Madame Oblio cancellava i nomi.

    Non quelli appena morti.

    Sarebbe stato troppo facile.

    Aspettava.

    Un anno.

    Dieci.

    Cento.

    Quando un nome sopravviveva soltanto perché qualcuno pretendeva che sopravvivesse, Madame Oblio arrivava.

    Cancellava la firma di chi aveva amato più la gloria dell’opera.

    Il titolo di chi aveva governato soltanto per essere celebrato.

    L’iniziale di chi aveva voluto essere ricordato senza aver lasciato nulla di utile a nessuno.

    Non provava piacere.

    Non provava rimorso.

    Diceva:

    — Il tempo non è crudele. È selettivo.

    E nessuno osava domandarle chi le avesse dato il diritto di decidere.

    Forse perché, in fondo, tutti avevano paura della risposta.

    Nello stesso inverno in cui Madame Oblio ascoltò Jean-Louis parlare al suo apprendista, nella bottega entrò per la prima volta Zoé Crampon.

    Zoé non aveva l’aria di una persona destinata a cambiare la storia di qualcosa.

    Il che, come spesso accade, era un ottimo inizio.

    Aveva occhi vivaci, guanti color prugna e una risata che arrivava sempre mezzo secondo prima di quanto la buona educazione avrebbe consigliato.

    Jean-Louis le mostrò la bottega con orgoglio.

    Le mostrò il legno.

    Gli attrezzi.

    Le chiavi.

    Gli strumenti terminati.

    Zoé annuiva.

    — Interessante.

    — Solo interessante?

    — Molto interessante.

    — Peggio.

    Lei rise.

    Poi si fermò davanti a un banco pieno di piccoli componenti.

    Prese una vite minuscola.

    — E questa?

    — Serve a fissare una chiave.

    — Se mancasse?

    — Il meccanismo funzionerebbe male.

    Zoé la osservò.

    — Quindi una cosa che nessuno vede può rovinare tutto.

    Jean-Louis la guardò.

    — In sostanza, sì.

    Lei rimise la vite al suo posto.

    — È una bella lezione.

    — È una vite.

    — Le cose piccole danno ottime lezioni. Gli uomini importanti, molto meno.

    Jean-Louis non seppe cosa rispondere.

    Fu il primo di molti momenti in cui Zoé ebbe l’ultima parola.

    Qualche giorno dopo Jean-Louis le fece ascoltare uno strumento nuovo.

    Un clarinettista venne in bottega.

    Montò lo strumento.

    Inspirò.

    Suonò una frase.

    Jean-Louis era soddisfatto.

    Zoé no.

    — C’è qualcosa.

    Il clarinettista sorrise.

    — Madame è musicista?

    — No.

    Jean-Louis sospirò.

    — Appunto.

    Zoé gli lanciò uno sguardo.

    — Suoni ancora.

    L’uomo suonò.

    Zoé sollevò un dito.

    — Ecco.

    — Cosa?

    — Quella nota.

    Jean-Louis prese lo strumento.

    — È intonata.

    — Non ho detto che non lo è.

    — E allora?

    Zoé cercò la parola.

    — È trattenuta.

    Jean-Louis aggrottò la fronte.

    — Una nota non può essere trattenuta.

    — Questa sì.

    Il clarinettista suonò ancora.

    Jean-Louis ascoltò con più attenzione.

    E finalmente sentì.

    Una minima resistenza.

    Quasi nulla.

    Smontò il clarinetto.

    Controllò il meccanismo.

    Corresse un dettaglio minuscolo.

    Il musicista riprovò.

    La nota cambiò.

    Non di altezza.

    Di libertà.

    Zoé sorrise.

    — Adesso respira.

    Jean-Louis la guardò più a lungo del necessario.

    E fu così, senza castelli, senza draghi e senza violini celestiali, che cominciò una grande storia d’amore.

    Si sposarono nel 1836.

    Il matrimonio fu allegro e imperfetto.

    Uno zio bevve troppo.

    Un bambino dormì sotto un tavolo.

    Un violinista saltò un’intera frase musicale, ma la eseguì così male che nessuno poté dimostrare che fosse davvero mancata.

    Zoé rise.

    Jean-Louis la guardò ridere.

    Pensò che sarebbe stato felice di ascoltare quel suono per il resto della vita.

    Naturalmente non glielo disse.

    Gli uomini dell’Ottocento, come quelli di qualunque altro secolo, erano capaci di costruire cose complicatissime e di fallire miseramente davanti a una frase semplice.

    Pochi giorni dopo Jean-Louis portò in bottega una nuova tavola di legno.

    Su di essa era inciso:

    BUFFET

    Zoé la osservò.

    — Bella.

    Jean-Louis si irrigidì.

    — Che c’è?

    — Nulla.

    — Quando dici “bella” in quel modo c’è sempre qualcosa.

    Zoé prese un pezzetto di carboncino.

    Accanto alla parola Buffet scrisse:

    CRAMPON

    Jean-Louis rimase in silenzio.

    Ora c’era scritto:

    BUFFET CRAMPON

    — È lungo — disse.

    — Anche un buon matrimonio.

    — È il nome della mia famiglia.

    Zoé annuì.

    — Lo so.

    — La bottega è nata così.

    — Lo so.

    Jean-Louis la guardò.

    — E allora?

    Zoé posò il carboncino.

    — Non voglio cancellare ciò che c’era prima di me.

    Poi indicò il secondo nome.

    — Voglio capire se una storia, per continuare, debba restare identica.

    Jean-Louis non rispose.

    Fuori, una carrozza passò sollevando spruzzi di fango.

    Zoé guardò ancora la tavola.

    — Forse un’eredità non è una cosa da conservare sotto vetro.

    — E cos’è?

    — Qualcosa a cui aggiungere il proprio pezzo senza distruggere quello degli altri.

    Jean-Louis osservò i due nomi.

    Per la prima volta non vide due cognomi.

    Vide due direzioni che si incontravano.

    Non sapeva ancora che, dall’altro lato della strada, Madame Oblio era ferma sotto un lampione.

    E stava osservando proprio quella tavola.

    Quella sera Madame Oblio tornò a casa.

    Se casa poteva chiamarsi.

    Era un appartamento al terzo piano di un edificio che nessuno ricordava di aver visto costruire.

    Le pareti erano coperte di scaffali.

    Sugli scaffali c’erano registri.

    Migliaia.

    Madame Oblio accese una sola lampada.

    Si sedette.

    Aprì il grande libro.

    Cercò la B.

    Buffet.

    Nulla.

    Poi la C.

    Crampon.

    Nulla.

    Prese la penna.

    La tenne sospesa.

    Non scrisse.

    — Vedremo — mormorò.

    Poi chiuse il libro.

    La mattina seguente, sulla tavola rimaneva soltanto una parola.

    BUFFET

    Crampon era sparito.

    Non cancellato male.

    Non raschiato.

    Sparito.

    Zoé lo notò per prima.

    — Jean-Louis.

    — Cosa?

    — Vieni qui.

    Lui arrivò.

    Guardò.

    — Hai cancellato tu?

    Zoé sollevò lentamente gli occhi.

    Jean-Louis capì subito di aver posto la domanda sbagliata.

    — Scusa.

    Riscrissero il nome.

    Il mattino dopo scomparve Buffet.

    Rimase solo:

    CRAMPON

    Il terzo giorno scomparvero entrambi.

    Questa volta Jean-Louis non disse nulla.

    Prese il carboncino.

    Li riscrisse.

    Poi cominciarono le dimenticanze.

    Un fornitore entrò.

    — Buongiorno, monsieur…

    Si bloccò.

    Jean-Louis lo conosceva da anni.

    — Buffet.

    L’uomo arrossì.

    — Naturalmente.

    Il giorno dopo una vicina incontrò Zoé per strada.

    — Madame…

    Silenzio.

    — Crampon.

    — Sì. Perdoni.

    Ma la cosa peggiore accadde una sera.

    Zoé stava scrivendo una lettera.

    Arrivò alla firma.

    Zoé C…

    La penna si fermò.

    Jean-Louis la vide sbiancare.

    — Che succede?

    Zoé continuava a fissare il foglio.

    — Non ricordo.

    — Cosa?

    — Il mio cognome.

    Jean-Louis rise.

    Lei no.

    — Non ricordo il mio cognome.

    Passarono cinque lunghi secondi.

    Poi la parola tornò.

    — Crampon.

    Zoé posò la penna.

    Quella notte nessuno dei due dormì bene.

    A mezzanotte esatta suonò il campanello.

    Jean-Louis scese.

    Aprì.

    Madame Oblio era davanti alla porta.

    La nebbia si muoveva dietro di lei come una tenda.

    L’abito color cenere.

    I guanti.

    La falena d’argento.

    Il velo.

    — Buonasera.

    — Chi siete?

    — Dipende da quanto avete da perdere.

    Jean-Louis non apprezzò la risposta.

    Zoé arrivò alle sue spalle.

    Madame Oblio entrò.

    Non chiese permesso.

    Si avvicinò all’insegna.

    — Buffet Crampon.

    Pronunciò lentamente i due nomi.

    Come se li stesse pesando.

    Poi aprì la borsa.

    Estrasse il registro.

    Lo posò sul banco.

    Jean-Louis lesse la copertina.

    NOMI DI CUI IL MONDO HA SMESSO DI AVERE BISOGNO.

    — È lei — sussurrò Zoé.

    Madame Oblio la guardò.

    — Ci conosciamo?

    — No.

    — Allora come fate a saperlo?

    Zoé abbassò lo sguardo sulla gomma bianca.

    — Intuito.

    Madame Oblio sorrise.

    — Pericolosa qualità.

    Jean-Louis si mise davanti alla tavola.

    — Cosa volete?

    — Una risposta.

    — A quale domanda?

    Madame Oblio sfiorò la parola Buffet.

    — Perché questo dovrebbe restare?

    Jean-Louis rispose immediatamente:

    — È il nome di mio padre.

    — Non ve l’ho chiesto.

    — Ha fondato questa bottega.

    — Molte botteghe chiudono.

    — Ha lavorato tutta la vita.

    — Molti lo fanno.

    Jean-Louis tacque.

    Madame Oblio indicò Crampon.

    — E questo?

    Zoé la guardò.

    — È il mio nome.

    — Lo vedo.

    — Rappresenta una nuova storia.

    — Tutte le storie sono nuove all’inizio.

    Zoé strinse le labbra.

    Madame Oblio guardò entrambi.

    — Voi credete che un nome meriti di vivere perché vi appartiene.

    Nessuno rispose.

    — È un errore comune.

    Aprì il libro.

    — I miei scaffali sono pieni di persone che pensavano lo stesso.

    Jean-Louis si irrigidì.

    — Non avrete questi nomi.

    Madame Oblio sorrise.

    — Non ancora.

    Estrasse un piccolo orologio d’argento.

    — Avete fino all’alba.

    — Per fare cosa?

    — Convincermi che queste due parole significano qualcosa anche per chi non siete voi.

    Jean-Louis guardò Zoé.

    — E se non ci riusciamo?

    Madame Oblio prese la gomma.

    — Domattina nessuno ricorderà che siano mai esistite.

    Poi uscì.

    Jean-Louis passò la prima ora a cercare argomenti.

    — Mio padre.

    Zoé scosse la testa.

    — Glielo hai già detto.

    — La bottega.

    — Anche.

    — Gli strumenti.

    — Troppo generico.

    — La qualità.

    — Suona come un cartello pubblicitario.

    Jean-Louis la guardò male.

    Zoé si sedette.

    — Stiamo sbagliando.

    — Cosa?

    — Stiamo cercando di spiegare perché meritiamo di essere ricordati.

    — È precisamente ciò che ci ha chiesto.

    Zoé scosse il capo.

    — No.

    — Zoé…

    — Ci ha chiesto cosa significano questi nomi per chi non siamo noi.

    Jean-Louis tacque.

    Zoé indicò un clarinetto incompleto.

    — Finiscilo.

    — Ora?

    — Ora.

    — Mancano poche ore all’alba!

    — Appunto.

    — E quello dovrebbe salvare il nostro nome?

    Zoé lo guardò.

    — Smettila di salvarlo.

    Jean-Louis la fissò.

    — Cosa?

    — Da quando è arrivata quella donna, non pensi più al clarinetto.

    — Sto cercando di evitare che dimentichino il mio cognome!

    — Esattamente.

    Zoé si alzò.

    — E se per salvare il nome smetti di fare bene ciò che quel nome dovrebbe rappresentare, allora Madame Oblio ha già vinto.

    Silenzio.

    Jean-Louis guardò il banco.

    Il legno.

    Le chiavi.

    Gli strumenti.

    Poi si tolse la giacca.

    Indossò il grembiule.

    E cominciò.

    La notte avanzò.

    Jean-Louis lavorava.

    Zoé ascoltava.

    Étienne fu svegliato e mandato a prendere una lampada.

    — A quest’ora? — protestò.

    — A quest’ora.

    — Stiamo impazzendo?

    — Probabilmente.

    — Bene. Volevo solo saperlo.

    Lavorarono.

    Una chiave quasi perfetta venne smontata.

    Un tampone sostituito.

    Una molla alleggerita.

    A un certo punto Étienne sbadigliò.

    — Monsieur Buffet, nessuno saprà mai che abbiamo passato mezz’ora su quella vite.

    Jean-Louis si fermò.

    Lo guardò.

    Poi sorrise.

    — Esatto.

    Zoé abbassò gli occhi per nascondere il proprio sorriso.

    Poco prima dell’alba lo strumento era pronto.

    Non era decorato.

    Non era straordinario da vedere.

    Non aveva nulla di teatrale.

    Era semplicemente fatto bene.

    Madame Oblio arrivò con il primo chiarore.

    — Tempo.

    Jean-Louis le porse il clarinetto.

    Lei lo guardò.

    — Questo sarebbe il vostro argomento?

    — No.

    — E allora?

    — È il nostro lavoro.

    Madame Oblio aggrottò appena le sopracciglia.

    Jean-Louis chiamò Étienne.

    — Suona.

    Il ragazzo impallidì.

    — Io?

    — Tu.

    — Davanti a lei?

    Guardò Madame Oblio.

    — Preferirei un incendio.

    — Suona.

    Étienne prese lo strumento.

    Inspirò.

    La prima nota uscì esitante.

    La seconda meglio.

    Poi una frase.

    Semplice.

    Chiara.

    Il suono riempì la bottega.

    Madame Oblio ascoltò.

    Quando Étienne terminò, lei aspettò.

    — E dunque?

    Jean-Louis rispose:

    — Lui non sa quanto tempo ho impiegato su quella chiave.

    Madame Oblio taceva.

    — Non sa chi abbia scelto il legno.

    Zoé aggiunse:

    — Non sa quante persone abbiano imparato prima di noi ciò che ci ha permesso di costruirlo.

    Jean-Louis guardò l’apprendista.

    — E un giorno, forse, qualcuno suonerà uno strumento fatto qui senza sapere nulla di me.

    — Terribile — disse Madame Oblio.

    Jean-Louis sorrise appena.

    — Una settimana fa avrei pensato di sì.

    — E adesso?

    — Adesso penso che forse sia proprio questo il punto.

    Madame Oblio lo studiò.

    Zoé intervenne.

    — Un nome non dovrebbe obbligare il futuro a ricordare il passato.

    — Interessante.

    — Dovrebbe obbligare chi lo porta a essere degno di ciò che promette.

    Madame Oblio non si mosse.

    Jean-Louis indicò l’insegna.

    — Se Buffet Crampon significa soltanto noi due, cancellatelo.

    Zoé lo guardò.

    Jean-Louis continuò.

    — Se invece può significare un lavoro fatto con cura per qualcuno che forse non conosceremo mai…

    Madame Oblio abbassò gli occhi sul clarinetto.

    — Allora?

    Jean-Louis respirò.

    — Allora il nome non è più un monumento.

    Zoé completò:

    — È una responsabilità.

    Madame Oblio prese la gomma.

    Si avvicinò all’insegna.

    Passò la mano.

    BUFFET scomparve.

    Jean-Louis fece un passo.

    Zoé lo trattenne.

    Seconda passata.

    CRAMPON scomparve.

    Tavola vuota.

    Étienne spalancò gli occhi.

    — Ma…

    Madame Oblio alzò un dito.

    — Suona.

    Il ragazzo obbedì.

    La nota uscì.

    Identica.

    Libera.

    Madame Oblio guardò Jean-Louis.

    — Il vostro nome non c’è più.

    Poi indicò il clarinetto.

    — Eppure questo è rimasto.

    Jean-Louis non rispose.

    Madame Oblio sorrise.

    — Perché?

    Zoé fu la prima a capire.

    — Perché il valore non era scritto sull’insegna.

    Madame Oblio annuì lentamente.

    — Era nel lavoro.

    Silenzio.

    Poi, con un gesto lieve, passò nuovamente il guanto sulla tavola.

    Le lettere tornarono.

    BUFFET CRAMPON

    Jean-Louis la fissò.

    — Perché ce lo restituite?

    Madame Oblio richiuse la gomma nella borsa.

    — Perché adesso sapete che non vi appartiene.

    Jean-Louis corrugò la fronte.

    Lei indicò l’insegna.

    — Da oggi quel nome non dirà chi siete.

    Guardò lo strumento.

    — Dirà cosa promettete.

    Zoé la osservò.

    — E se un giorno quella promessa non fosse mantenuta?

    Madame Oblio sorrise.

    — Tornerò.

    Fece per andarsene.

    Poi Zoé la chiamò.

    — Madame Oblio.

    La donna si voltò.

    — Posso farvi una domanda?

    — Una.

    — Perché conservate i nomi che cancellate?

    Madame Oblio rimase immobile.

    — Chi vi ha detto che li conservo?

    Zoé indicò il registro.

    — Se voleste davvero distruggerli, non avreste bisogno di scriverli.

    Per la prima volta Madame Oblio sembrò sorpresa.

    Zoé continuò:

    — Li ricordate tutti?

    La donna non rispose.

    Jean-Louis guardò il grande libro.

    — Tutti quelli che il mondo ha dimenticato?

    Madame Oblio abbassò gli occhi.

    Passò una mano sulla copertina.

    — Qualcuno deve pur farlo.

    Zoé sorrise piano.

    — Allora non siete l’Oblio.

    Madame Oblio la fissò.

    — Come?

    — Siete l’ultima memoria.

    La donna rimase perfettamente immobile.

    Perfino la nebbia oltre la porta sembrò fermarsi.

    Poi Madame Oblio sollevò lentamente le mani.

    Si tolse i guanti.

    Le sue dita erano sottili.

    Normali.

    Umane.

    Zoé notò una cosa.

    Sul dito indice c’era una piccola macchia d’inchiostro.

    Madame Oblio la guardò.

    — Curioso.

    — Cosa?

    — In centinaia d’anni nessuno mi aveva mai fatto notare che forse ho sbagliato mestiere.

    Zoé sorrise.

    — Capita.

    Madame Oblio quasi rise.

    Quasi.

    Poi uscì nella nebbia.


    Epilogo

    Gli anni passarono.

    Gli anni hanno questa abitudine.

    Cambiano i visi.

    Consumano le mani.

    Sbiadiscono le fotografie.

    Rendono vecchie le novità.

    Jean-Louis invecchiò.

    Zoé pure.

    Étienne diventò adulto.

    Altri entrarono nella bottega.

    Altri impararono.

    Altri sbagliarono.

    Altri corressero.

    Gli strumenti cambiarono.

    Si perfezionarono.

    Viaggiarono.

    Furono suonati in sale luminose e in stanze povere.

    Da professionisti e da ragazzi alla prima lezione.

    Da persone che conoscevano quella storia e da persone che non avevano mai sentito pronunciare i nomi di Jean-Louis o Zoé.

    E forse era proprio quello il loro trionfo.

    Perché la vera eredità non costringe chi viene dopo a vivere rivolto all’indietro.

    Gli mette qualcosa di buono tra le mani.

    E gli dice:

    Vai.

    Madame Oblio tornò molte volte.

    Nelle sere d’inverno.

    Sempre con l’abito color cenere.

    Sempre con la falena d’argento.

    Sempre con il grande registro.

    Si fermava davanti all’insegna.

    BUFFET CRAMPON

    La osservava.

    Poi ascoltava.

    Se dalla bottega arrivava il rumore di qualcuno che lavorava ancora quando sarebbe stato più facile accontentarsi…

    se una mano ricontrollava una chiave che nessun cliente avrebbe mai saputo essere stata corretta…

    se qualcuno cercava non il suono più facile, ma quello più giusto…

    Madame Oblio richiudeva la borsa.

    E continuava il proprio cammino.

    Una sera d’inverno, molti anni più tardi, rimase davanti alla bottega più a lungo del solito.

    Dall’interno arrivò il suono di un clarinetto.

    Prima una nota.

    Poi un’altra.

    Infine una melodia.

    Madame Oblio sollevò il viso verso l’insegna.

    La falena d’argento tremò appena alla luce del lampione.

    La sua mano scese verso la borsa.

    Sfiorò la gomma bianca.

    Ma non la prese.

    Restò ad ascoltare fino all’ultima nota.

    Poi sorrise.

    E scomparve nella nebbia.


    Morale

    I primi chiedono:

    «Quanto a lungo parlerete di me?»

    I secondi chiedono:

    «Che cosa diventerà migliore perché io sono passato di qui?»

    È una domanda assai più severa.

    Perché la fama può essere ereditata. La reputazione può essere comprata. Una targa può durare secoli.

    Ma nessuna scritta, nessuna statua, nessun cognome può sostituire il valore reale di ciò che viene consegnato agli altri.

    E forse è per questo che un clarinetto è una creatura più saggia di molti uomini.

    Non cerca di possedere il respiro.

    Se lo facesse, non produrrebbe alcun suono.

    Lo riceve, lo trasforma e lo lascia andare.

    Così fanno le cose che meritano davvero di durare.

    Così fanno i maestri, così fanno gli amori migliori; così fanno le vite che non hanno bisogno di diventare monumenti.

    Perché, prima o poi, Madame Oblio viene a prendere il nostro nome.

    È il suo mestiere.

    Ma la domanda che conta non è se riusciremo a impedirglielo.

    È un’altra:

    quando il nostro nome non sarà più pronunciato, resterà nel mondo qualcosa che, grazie al nostro passaggio, funziona meglio, respira meglio, vive meglio?

    Se la risposta è no, nessuna lapide sarà abbastanza grande.

    Se la risposta è sì, forse abbiamo già ottenuto qualcosa di più importante della memoria.

    Abbiamo lasciato un’eredità.

    Abbiamo ricevuto qualcosa dal mondo e non ci siamo limitati a trattenerlo.

    Lo abbiamo lavorato. Curato. Migliorato e consegnato oltre.

    Proprio come accade nel clarinetto.

    Il respiro entra, attraversa il legno, diventa suono.

    E poi se ne va.

    Ma dopo essere passato da lì, non è più soltanto aria.

    È diventato musica.

    Forse anche noi siamo questo: un luogo di passaggio tra ciò che abbiamo ricevuto e ciò che avremo il coraggio di lasciare.

    E allora, quando Madame Oblio verrà, potrà pure prendere il nostro nome. Ciò che abbiamo davvero trasmesso sarà già altrove, nelle mani, nelle vite, nel respiro di qualcun altro.

    I SIMBOLI DELLA NOVELLA (Clicca sulla freccia nera per aprire i contenuti)

    La falena d’argento
    Appartiene alla notte, ma cerca la luce.

    Il registro
    Conserva ciò che il mondo non sa più nominare.

    La gomma bianca
    Cancella le lettere, ma rivela il valore.

    Il clarinetto
    Trasforma un respiro in eredità.

    L’insegna
    Un nome vale solo quanto la promessa che mantiene.

    La nebbia
    Nasconde il mondo per far parlare il mistero.


    Una risposta a “La falena d’argento e il nome perduto”

    1. Avatar Danilo Dolciotti
      Danilo Dolciotti

      Bellissima questa favola sul clarinetto e su uno dei produttori migliori di clarinetti… bravissima

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