
Una lettura musicologica dei legami, delle assenze e di ciò che resta
di Marialuisa Veneziano
8 settembre 2026
Ci sono amicizie che terminano con una porta sbattuta.
Sono quasi fortunate.
Possiedono una data, una causa, forse perfino un colpevole. Possiamo raccontarle: “è successo questo”, “ha detto quello”, “da quel momento non ci siamo più parlati”.
Poi esistono le altre.
Quelle che non finiscono affatto.
Diminuiscono.
Prima una telefonata ogni giorno. Poi una volta alla settimana. Poi un messaggio distratto, qualche compleanno, una promessa di vedersi formulata con la stessa convinzione con cui certi governi annunciano riforme epocali.
Infine il silenzio.
Nessuna lite.
Nessuna morte.
E tuttavia qualcosa è morto.
Forse è questa una delle forme più singolari del dolore adulto: perdere qualcuno che continua tranquillamente a esistere.
La musica conosce bene questo genere di scomparsa.
Perché in musica non tutto ciò che tace è finito.
Aristotele aveva già capito il problema
Molto prima dei social network, Aristotele aveva distinto tre forme fondamentali di amicizia: quella fondata sull’utilità, quella fondata sul piacere e quella, assai più rara, basata sul riconoscimento reciproco del bene.
Le prime due durano finché dura ciò che le sostiene.
Se cambia l’interesse, finisce l’utilità.
Se cambia il piacere, finisce la frequentazione.
La terza è più difficile perché non utilizza l’altro per qualcosa: vede l’altro.
Duemila anni dopo possediamo strumenti sofisticatissimi per mantenerci in contatto e continuiamo ad avere esattamente lo stesso problema.
Non è difficile avere relazioni.
È difficile incontrare qualcuno davanti al quale non sia necessario essere continuamente interessanti, utili, efficienti, allegri.
La società contemporanea premia moltissimo la prestazione.
Perfino nelle relazioni.
Bisogna essere disponibili ma non troppo bisognosi, sensibili ma non pesanti, presenti ma non invadenti, fragili ma preferibilmente in orari compatibili con gli impegni altrui.
Il dolore, soprattutto, possiede scarsissime capacità di networking.
Quando la vita comincia a colpire sul serio — malattia, perdita, fallimento, separazione, paura — scopriamo che alcune persone erano affezionate alla nostra versione in tonalità maggiore.
Alla prima modulazione verso il minore chiedono educatamente il conto.
E proprio qui la musica comincia a diventare interessante.
Il contrappunto dell’amicizia
Una buona amicizia non assomiglia all’unisono.
L’unisono è rassicurante: due voci eseguono la stessa nota.
Ma due esseri umani che pensassero sempre nello stesso modo sarebbero probabilmente insopportabili dopo venti minuti.
L’amicizia autentica somiglia piuttosto al contrappunto.
Nel contrappunto le voci rimangono autonome.
Non devono coincidere.
Possiedono direzioni, profili e ritmi differenti, e tuttavia costruiscono insieme una forma intelligibile.
Questa è una delle intuizioni più profonde che la storia della musica possa offrire alla filosofia delle relazioni.
La seconda voce non è importante perché ripete la prima.
Forse perché non cerchiamo sempre qualcuno che elimini il dolore.
È importante perché le risponde senza annullarsi.
Bach lo sapeva perfettamente.
In una fuga il soggetto viene pronunciato da una voce e poi consegnato a un’altra. Mentre una parla, le altre non cessano di esistere. Continuano, commentano, sostengono, contraddicono.
Nessuna buona fuga funziona se tutte le parti pretendono contemporaneamente di essere il soprano.
Anche la vita sociale, peraltro.
Solo che da noi il problema si chiama riunione.
L’amicizia richiede proprio questa capacità contrappuntistica: continuare a essere se stessi mentre si lascia spazio all’esistenza dell’altro.
Non fusione.
Relazione.
La dissonanza non è il contrario dell’armonia
Abbiamo commesso un grave torto alla parola “armonia”.
La utilizziamo come sinonimo di assenza di conflitto.
Una famiglia armoniosa.
Una coppia armoniosa.
Un’amicizia armoniosa.
Come se l’armonia musicale consistesse in una interminabile successione di consonanze.
Sarebbe insopportabile.
La storia della musica occidentale è, in larghissima parte, una storia della gestione della tensione.
Appoggiature.
Ritardi.
Note di passaggio.
Dissonanze preparate.
Accordi alterati.
Cromatismi.
Dominanti che promettono risoluzioni e poi, con una certa perfidia, vanno altrove.
La musica non elimina la tensione.
Le attribuisce un senso.
È una differenza enorme.
Una settima di dominante non è bella malgrado la propria instabilità.
È bella anche grazie a essa.
Un ritardo acquista forza proprio perché una voce rimane momentaneamente dove non dovrebbe più essere.
Curiosa definizione, se ci pensiamo, anche di certe persone nella nostra vita.
La maturità musicale consiste nel capire che la dissonanza non è necessariamente errore.
La maturità affettiva forse dovrebbe imparare la stessa cosa.
Un amico non è colui che non ci contraddice mai.
È colui con il quale perfino il dissenso conserva una relazione.
E poi arrivano le cadenze d’inganno
Chi studia armonia conosce bene quella piccola crudeltà chiamata cadenza d’inganno.
Tutto sembra preparare la conclusione.
La dominante tende con chiarezza verso la tonica.
Il nostro orecchio sa già dove sta andando.
E invece no.
L’accordo devia.
La risoluzione attesa viene negata e la musica prende un’altra strada.
Se c’è un procedimento musicale che descrive bene la vita adulta, eccolo.
Ci prepariamo per una conclusione.
Arriva una deviazione.
Pensavamo fosse quella persona.
Quel lavoro, quella casa, quel futuro, quell’amicizia.
Dominante.
Poi la vita mette un altro accordo.
Non abbiamo sbagliato teoria.
È semplicemente arrivata una cadenza d’inganno.
La cosa straordinaria è che in musica una cadenza d’inganno non distrugge necessariamente la composizione.
La prolunga.
Costringe la frase a cercare un’altra soluzione.
Quante volte accade lo stesso a noi?
La mazzata non rende bella la vita. Sarebbe una sciocchezza sostenerlo.
Ma può modificare la forma.
Schubert e l’arte di cambiare luce senza cambiare stanza
Pochi compositori conoscono il sentimento della precarietà come Schubert.
Nella sua musica accade frequentemente qualcosa di misterioso: non siamo ancora usciti da una frase e già il paesaggio armonico è cambiato.
Una modulazione, una relazione di terza, un’improvvisa regione tonale lontana, e ciò che fino a un istante prima sembrava familiare acquista un’altra luce.
È una musica che sa quanto poco basti perché ciò che conosciamo diventi estraneo.
Anche le persone fanno così.
Qualcuno che conosceva il nostro modo di ridere, le nostre paure, dettagli che nessun altro avrebbe potuto capire, un giorno ci parla con la cortesia riservata a un conoscente.
Ed è forse proprio questo a ferire.
Non la distanza.
La trasformazione dell’intimità in estraneità.
Una vecchia amicizia non diventa dolorosa perché abbiamo dimenticato.
Diventa dolorosa proprio perché ricordiamo benissimo.
La musica possiede memoria
La filosofia ha discusso per secoli sul rapporto fra tempo, identità e memoria.
La musica ne offre una dimostrazione concreta.
Non possiamo comprendere una melodia ascoltando soltanto la nota presente.
Ogni nota acquista significato perché ricordiamo quella precedente e immaginiamo quella successiva.
Senza memoria non esiste frase musicale.
Esistono soltanto suoni successivi.
Quando Beethoven presenta un tema e molto più tardi lo fa ritornare trasformato, l’emozione nasce anche dal riconoscimento.
Lo abbiamo già ascoltato.
Ma non è più lo stesso.
Esattamente come noi.
Forse è per questo che una canzone associata a una persona possiede un potere quasi brutale.
Non è soltanto memoria autobiografica.
La struttura stessa della musica ci costringe a vivere contemporaneamente presente e passato.
Una fotografia dice:
eri lì.
Una musica può dire:
per qualche minuto, sei ancora lì.
Ed è una differenza quasi metafisica.
Perché ascoltiamo musica quando stiamo male?
Non necessariamente perché desideriamo essere consolati.
Talvolta facciamo qualcosa di apparentemente assurdo.
Siamo tristi e scegliamo musica triste.
Siamo soli e ascoltiamo Schubert.
Abbiamo il cuore allegramente devastato e decidiamo che sia il momento ideale per Mahler.
Dal punto di vista dell’efficienza emotiva sembrerebbe una strategia discutibile.
Eppure funziona.
Perché?
Cerchiamo qualcosa che lo riconosca.
Schopenhauer attribuiva alla musica una posizione singolarissima fra le arti, perché riteneva che essa raggiungesse direttamente la struttura profonda del nostro volere, senza passare dalla rappresentazione degli oggetti.
Possiamo discutere la sua metafisica.
Ma l’intuizione rimane potentissima.
La musica non ha bisogno di dirci:
“capisco che sei triste”.
Può semplicemente costruire una forma nella quale la tristezza diventa abitabile.
Questo fanno alcune grandi opere.
Non eliminano il dolore.
Gli danno pareti.
La musica non dice: “Devi reagire”
Qui possiede un vantaggio notevole rispetto a molti esseri umani.
Una sonata non ci chiede quando finalmente decideremo di andare avanti.
Un quartetto non ci suggerisce che “il tempo aggiusta tutto”.
Mahler non invia buongiornissimi motivazionali.
La musica non pretende che il nostro dolore abbia una scadenza socialmente accettabile.
Rimane.
E forse la sua capacità di rimanere spiega perché, nei momenti più difficili, possiamo percepirla quasi come una presenza.
Attenzione, però.
La musica non sostituisce l’amicizia. Non può accompagnarci in ospedale. Non può tenerci una mano. Non può dirci che stiamo sbagliando. Non può fare quella cosa terribile e meravigliosa che fa un vero amico: contraddirci quando sarebbe molto più semplice assecondarci.
Ma può insegnarci qualcosa sulla qualità della presenza.
Il quartetto d’archi come piccola teoria politica dell’amicizia
Prendiamo un quartetto.
Due violini, viola, violoncello.
Quattro identità timbriche.
Nessuno è autosufficiente.
Il primo violino può guidare, ma senza viola e violoncello perderebbe profondità armonica; senza il secondo violino, gran parte della struttura interna diventerebbe impensabile.
Nella grande tradizione quartettistica — Haydn, Mozart, Beethoven, Schubert, Bartók — le quattro parti diventano interlocutori.
Goethe definì il quartetto come una conversazione fra quattro persone ragionevoli: l’immagine è celebre perché coglie qualcosa di essenziale.
In musica da camera non basta suonare bene la propria parte.
Bisogna ascoltare ciò che fanno gli altri mentre si suona la propria.
Questa potrebbe essere una delle migliori definizioni dell’amicizia.
Non smettere di esistere per ascoltare l’altro.
Non smettere di ascoltare l’altro mentre esistiamo.
Mozart e Haydn: la grandezza di riconoscere la grandezza altrui
C’è poi un tipo di amicizia particolarmente raro nel mondo artistico: quella capace di sopravvivere al talento dell’altro.
Mozart dedicò a Haydn sei quartetti scritti dopo un lungo e severissimo lavoro compositivo.
Haydn, ascoltando Mozart, riconobbe apertamente la straordinaria grandezza del giovane collega.
È un gesto meno banale di quanto sembri.
Riconoscere la superiorità o il talento dell’altro senza sentirsi diminuiti è una delle forme più mature dell’amicizia.
L’invidia dice:
se brilli tu, io scompaio.
L’amicizia dice:
posso vedere la tua luce senza perdere la mia.
Anche questa è polifonia.
Schumann e Brahms: quando credere nell’altro viene prima di sé
Nel 1853 Robert Schumann accolse il giovane Brahms e gli dedicò un articolo destinato a cambiare la sua carriera, presentandolo come una nuova grande voce della musica tedesca.
Poi la vita precipitò.
La crisi psichica di Schumann, il tentato suicidio, il ricovero.
Brahms rimase vicino a Clara e alla famiglia.
Qui la storia della musica smette di essere un catalogo di opere e torna a essere storia di esseri umani.
Dietro le partiture troviamo persone che hanno avuto paura, che hanno protetto, tradito, sostenuto, ammirato.
Il genio non immunizza dalla fragilità.
Anzi, qualche volta la amplifica.
Lennon e McCartney: l’amicizia non è sempre consonanza
E possiamo uscire tranquillamente dalle sale da concerto.
Lennon e McCartney mostrano un altro tipo di relazione creativa.
Collaborazione.
Competizione.
Complicità.
Irritazione.
Allontanamento.
Il loro rapporto dimostra che un legame fecondo non deve necessariamente essere pacifico.
A volte abbiamo bisogno di qualcuno che non ci dica “bravo”.
Abbiamo bisogno di qualcuno capace di dire:
puoi fare meglio.
L’altro diventa il limite contro il quale misuriamo noi stessi.
Anche questa è amicizia.
Non la più comoda.
Talvolta la più fertile.
E quando l’amicizia finisce?
Qui la musica possiede una risposta sorprendente.
In una composizione, una voce può scomparire molto prima dell’ultima battuta e tuttavia aver modificato tutto ciò che viene dopo.
Non deve necessariamente arrivare alla conclusione per avere avuto senso.
Forse dovremmo concedere la stessa dignità ad alcune relazioni.
Non tutte le persone incontrate nella vita sono destinate a rimanere fino alla fine.
Alcune appartengono a un movimento.
Altre a poche battute.
Qualcuna entra soltanto per cambiare tonalità.
Il dolore nasce quando confondiamo importanza e durata.
Una cosa breve può essere decisiva.
Una cosa lunghissima può essere irrilevante.
La musica lo sa da sempre.
Il problema della solitudine contemporanea
La nostra epoca possiede una quantità impressionante di mezzi di comunicazione e una sorprendente difficoltà nella relazione.
Non è necessariamente una contraddizione.
La comunicazione richiede connessione.
L’intimità richiede esposizione.
Sono cose diverse.
Possiamo parlare ogni giorno con decine di persone senza essere conosciuti veramente da nessuna.
Possiamo produrre continuamente una versione presentabile di noi stessi.
Poi arriva una mazzata della vita.
Ed ecco che quella costruzione diventa troppo faticosa da mantenere.
È proprio allora che scopriamo la differenza fra pubblico e amicizia.
Il pubblico vuole possibilmente una buona esecuzione.
L’amico vero può assistere anche alle prove.
Alle interruzioni.
Alle battute sbagliate.
Ai giorni nei quali non sappiamo neppure quale pezzo stiamo suonando.
Forse l’amico vero è proprio questo:
qualcuno davanti al quale possiamo smettere di esibirci.
Il silenzio fa parte della musica
Non bisogna dimenticarlo.
Una pausa non è assenza di musica.
Possiede durata.
Posizione.
Funzione.
Può preparare un attacco, sospendere una frase, creare attesa, rendere enorme ciò che viene dopo.
Anche nell’amicizia esistono silenzi differenti.
Quello rispettoso.
Quello imbarazzato.
Quello punitivo.
Quello della distanza.
Quello in cui due persone non hanno bisogno di parlare.
La qualità di una relazione si misura forse anche nella qualità dei suoi silenzi.
Ci sono persone con cui venti secondi di silenzio sembrano una catastrofe diplomatica.
Con altre possiamo attraversare un’intera sera senza sentire il bisogno di riempire nulla.
È un privilegio raro.
In musica si chiamerebbe respirazione.
Quello che la musica può insegnarci sugli amici
Forse non dobbiamo cercare persone che suonino sempre la nostra stessa nota.
Dobbiamo cercare quelle capaci di entrare nella nostra tonalità senza pretendere di possederla.
Persone che sappiano accompagnare senza sommergere.
Che sappiano prendere il tema quando non abbiamo più fiato.
Che sappiano anche lasciarci soli per qualche battuta senza abbandonare il pezzo.
Persone con le quali la dissonanza non significhi immediatamente rottura.
E soprattutto persone che non abbiano paura delle nostre tonalità minori.
Perché la vera prova dell’amicizia arriva raramente nelle giornate luminose.
Arriva quando diventiamo meno facili.
Meno divertenti.
Meno utili.
Quando non abbiamo una soluzione brillante.
Quando non possiamo ricambiare.
Quando l’unica cosa che possiamo offrire è la nostra presenza stanca.
È lì che si scopre chi stava ascoltando la musica e chi aspettava soltanto il proprio turno per cantare.
Coda
La vita non è una sinfonia ben costruita.
Non possiede necessariamente esposizione, sviluppo e ricapitolazione.
Talvolta dimentica perfino il tema principale.
Fa entrare persone senza spiegazioni e le fa uscire senza cadenza.
Promette risoluzioni e offre modulazioni.
Ci assegna improvvisamente tonalità che non avremmo scelto.
Eppure continuiamo.
Forse perché, come nella musica, il senso non risiede soltanto nell’accordo finale.
Risiede nelle relazioni fra ciò che è avvenuto.
Crescendo scopriamo che alcune amicizie erano soltanto consonanze facili.
Altre erano dissonanze necessarie.
Alcune persone ci hanno accompagnato.
Altre ci hanno insegnato a camminare senza accompagnamento.
Qualcuna è diventata silenzio.
Ma il silenzio, la musica ce lo ha insegnato, non coincide sempre con il nulla.
A volte è ciò che rimane dopo che una voce ha smesso di cantare.
E forse l’amicizia vera non consiste nel promettere:
“sarò sempre qui”.
Le vite sono troppo fragili per promesse così assolute.
Forse consiste in qualcosa di più umile e molto più difficile:
“quando sarò qui, ti ascolterò davvero.”
Perché la musica non ci insegna che tutte le dissonanze risolveranno.
Non ci insegna che ogni tema ritornerà.
Non ci garantisce che ciò che amiamo arriverà con noi all’ultima battuta.
Ci insegna qualcosa di più serio:
che anche una voce destinata a tacere può aver cambiato definitivamente l’armonia.
E che certe persone, quando sono state veramente ascoltate e veramente amate, non continuano necessariamente a camminarci accanto.
Ma continuano a risuonare.



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