Family concert a Senigallia (An): la FORM tra magia, racconto e consapevolezza

Dal caos incantato de “L’ Apprendista stregone” alla chiarezza narrativa di “Pierino e il lupo”: un Family Concert della FORM che trasforma l’ascolto in esperienza e i ragazzi in interlocutori della musica.

Senigallia, 22 marzo 2026


di Marialuisa Veneziano

Prima ancora che la musica inizi, c’è sempre un momento fragile e prezioso in cui tutto è ancora possibile.

Le luci esitano, il brusio si assottiglia, il teatro trattiene il respiro senza dichiararlo. È un tempo sospeso, quasi impercettibile, eppure decisivo: lì si misura la qualità di ciò che sta per accadere.

Al Teatro La Fenice di Senigallia, domenica 22 marzo, quel momento aveva una densità particolare. Non era solo attesa. Era disponibilità. Bambini protesi verso il palco, ragazzi raccolti in un silenzio inatteso, famiglie immerse in una quiete vigile. Non un pubblico distratto, ma un pubblico già in ascolto prima ancora che il suono nascesse.

E questo cambia tutto.

Perché quando l’ascolto precede la musica, la musica non deve conquistare: può accadere.

Molti di quei ragazzi non arrivavano vuoti. Portavano con sé tracce, incontri precedenti, intuizioni sedimentate. E così, fin dal primo istante, ciò che si è creato non è stato un semplice rapporto tra chi esegue e chi riceve, ma una relazione. Un dialogo silenzioso, pronto a farsi suono.

Quando la FORM – Orchestra Filarmonica Marchigiana – ha preso posto, guidata dal gesto misurato di Jacopo Rivani, il concerto — in un certo senso — era già iniziato.

E quando la prima nota ha attraversato la sala, non ha trovato spettatori.

Ha trovato coscienze attente.

Era un Family Concert. Ma in questa definizione non c’era alcuna riduzione: c’era un’apertura. Un atto di fiducia. L’idea che la musica, anche nella sua complessità, possa essere abitata da tutti — se solo si crea lo spazio giusto.

L’apprendista che perde il controllo, Pierino che dà un volto al suono: la musica tra vertigine e coscienza.

E allora il viaggio ha avuto inizio.

Con “L’apprendista stregone”.

E subito la musica si è fatta gesto.

Un apprendista che osa troppo, una formula che sfugge, una scopa che prende vita. L’acqua che sale, che cresce, che non si ferma più. Ma ciò che rende questo racconto così potente non è la storia — è il modo in cui viene pensata.

Paul Dukas costruisce il brano come un organismo che si autoalimenta. Una cellula ritmica minima si insinua nell’orchestra e comincia a proliferare. Si ripete, si espande, si moltiplica fino a perdere ogni possibilità di controllo.

La scopa non è un oggetto.

È un principio.

Un ritmo che diventa destino.

Gli archi la mettono in moto, i legni la rincorrono, gli ottoni la amplificano fino a farla diventare travolgente. L’orchestrazione non descrive l’azione: la genera, la spinge, la rende inevitabile.

E in questo processo si nasconde una verità che va oltre la musica: ciò che non sappiamo governare cresce fino a dominarci.

In questa tensione così viva, così prorompente, la lettura interpretativa ha scelto una via più contenuta, più sorvegliata. I tempi, talvolta trattenuti, hanno privilegiato la chiarezza rispetto all’urgenza, restituendo con attenzione ciò che nella scrittura di Dukas vive anche e necessariamente di eccesso, di slancio quasi febbrile.

E tuttavia, proprio in questa scelta, l’orchestra ha mostrato una solidità notevole. Il suono era compatto, le sezioni dialogavano con precisione, i piani sonori risultavano leggibili. Una lettura meno travolgente, forse, ma consapevole, capace di rendere intellegibile, nonostante tutto, la complessità.

E i ragazzi — straordinariamente — erano dentro tutto questo.

Seguivano. Riconoscevano. Intuivano.

Non subivano la musica. La abitavano.

Poi, quando il flusso ha raggiunto il suo limite — quando il caos si è mostrato nella sua forma più piena — il racconto si è trasformato.

Non si è interrotto.

Si è chiarito.

È entrato “Pierino e il lupo”.

E improvvisamente, la musica ha preso volto.

Con Sergej Prokofiev, ogni suono diventa identità. Il flauto vola leggero nell’uccellino, l’oboe ondeggia nell’anatra, il clarinetto si muove furtivo nel gatto, il fagotto si appoggia pesante nel nonno, i corni spalancano l’ombra del lupo.

E Pierino — gli archi — non è solo un personaggio.

È un equilibrio.

La voce recitante di Lucia Palozzi si inseriva con intelligenza, come un filo discreto che lega senza stringere. Non spiegava: accompagnava. Non traduceva: lasciava emergere.

E accadeva qualcosa di raro.

I ragazzi sorridevano prima ancora che il suono si compisse. Anticipavano. Collegavano.

Il gatto è lì.
Il lupo sta arrivando.
L’uccellino è già in volo.

Non era più un concerto.

Era un riconoscimento.

E in quel riconoscere si compiva qualcosa di profondamente educativo.

Perché la cultura non è ciò che si spiega.

È ciò che si riconosce quando lo si incontra.

Ed ecco allora il legame, potente, inevitabile, tra i due brani.

Nel primo, la musica è materia in espansione, energia che cresce, forza che sfugge.
Nel secondo, quella stessa materia si organizza, si chiarisce, si lascia nominare.

È il passaggio dal caos alla forma.

Dall’esperienza alla comprensione.

Dalla vertigine alla coscienza.

E questo — più di ogni altra cosa — è il cuore della pedagogia.

La Filarmonica Marchigiana ha sostenuto questo percorso con professionalità e coerenza, costruendo un suono che non cercava l’effetto, ma il senso. E in questo, anche la direzione di Rivani — pur nella sua scelta di contenimento — ha mantenuto saldo il filo del discorso, privilegiando la leggibilità, la struttura, la chiarezza.

E allora si comprende.

Non si è trattato solo di un concerto.

Ma di un’esperienza.

Di quelle che non si consumano nel momento in cui accadono, ma continuano a lavorare dentro.

Alla fine, gli applausi non erano soltanto un segno di entusiasmo.

Erano un atto di consapevolezza.

Come se il pubblico avesse capito di aver ricevuto qualcosa che non si esaurisce.

Un ritmo che continua a girare.
Un suono che resta.
Un’immagine che non si dissolve.

Perché la musica, quando incontra davvero chi ascolta, non finisce.

Si deposita.

E da lì — lentamente — comincia a trasformare.


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