Categoria: La Musica racconta – Novelle per grandi e piccoli

“La Musica racconta” è una rubrica di novelle brevi, ironiche e divulgative per grandi e piccoli. Ogni storia parte da una nota, uno strumento o un silenzio per spiegare la musica e, già che c’è, qualche stranezza dell’animo umano. Perché la teoria musicale può sembrare seria, ma la vita lo è molto meno.

  • Il monastero delle melodie perdute

    Una notte, la memoria tacque. La musica cercò un’altra strada.

    di Marialuisa Veneziano

    *************

    🎧 MUSICA PER LA LETTURA – Pérotin — Viderunt omnes
    Prima di entrare nel monastero, premi play (Clicca sulla freccia nera per aprire l’ascolto)
    Queste voci appartengono a un Medioevo successivo a quello di Guido d’Arezzo, ma raccontano ciò che la sua intuizione avrebbe contribuito a rendere possibile: una musica capace di essere affidata alla scrittura, attraversare il tempo e diventare sempre più complessa senza perdere la propria memoria.
    Durante la lettura, ascolta il canto come se fosse una costruzione che nasce lentamente sopra una voce antica.
    Prima una traccia.
    Poi altre voci.
    Poi uno spazio intero che prende forma.
    Una musica può sopravvivere soltanto quando trova il modo di essere ricordata.
    Premi play. Poi entra nel monastero.


    La prima melodia scomparve durante i Vespri.

    Nessuno se ne accorse subito.

    Fra Martino aveva cantato quelle parole per quasi quarant’anni e, quando la voce gli si fermò improvvisamente in gola, i confratelli pensarono a un colpo di tosse, a una distrazione, forse all’età, che ha il cattivo gusto di presentarsi proprio nei momenti in cui preferiremmo ignorarla.

    Martino ricominciò.

    La prima sillaba uscì sicura.

    La seconda anche.

    Poi niente.

    Silenzio.

    L’anziano sollevò gli occhi.

    I monaci attesero.

    Fra Martino riprovò.

    La melodia non venne.

    Era assurdo.

    Sapeva le parole.

    Ricordava perfino il punto in cui il canto saliva.

    Eppure la nota successiva era sparita.

    Non dimenticata.

    Sparita.

    Come una porta che si sappia essere esistita per tutta la vita e che, tornando a cercarla, si trovi sostituita da un muro.

    Il priore fece cenno a un altro monaco.

    Questi provò.

    Si fermò nello stesso punto.

    Un terzo tentò.

    Niente.

    Qualcuno aprì l’antifonario.

    Sopra le parole stavano i segni consueti: piccoli tratti, curve, accenti, quei neumi che da generazioni aiutavano la memoria dei cantori.

    Fra Martino li fissò a lungo.

    Sapeva che la voce doveva salire.

    Poi scendere.

    Poi piegarsi.

    Ma da dove?

    Di quanto?

    Su quale altezza?

    La pagina ricordava il gesto della melodia.

    Non la melodia.

    Fu la prima volta che nel monastero di Pomposa qualcuno ebbe paura d’un canto.


    Pomposa viveva di memoria.

    I monaci ricordavano salmi, antifone, inni, responsori, sequenze.

    Le melodie passavano da una bocca all’altra come il fuoco d’una candela che ne accende un’altra senza perdere la propria fiamma.

    Fra Martino era il più celebre di tutti.

    — Bruciate pure i libri — diceva qualche volta. — Il canto è qui.

    E si toccava la fronte.

    Poi il petto.

    — E qui.

    Era una bella frase.

    Le belle frasi hanno però un difetto: gli uomini finiscono facilmente per crederle vere soltanto perché suonano bene.

    Fra i pochi che non ne erano del tutto convinti c’era Guido.

    Giovane, ostinato, curioso e afflitto da quel genere d’intelligenza che rende difficile accettare una risposta semplicemente perché tutti l’hanno accettata prima di noi.

    Quella sera non disse nulla.

    Guardò Martino.

    Guardò la pagina.

    E soprattutto guardò quel piccolo spazio vuoto nel quale avrebbe dovuto trovarsi una nota.


    Il canto non tornò il giorno seguente.

    Né quello dopo.

    Tre giorni più tardi ne scomparve un altro.

    Poi un responsorio.

    Poi la conclusione d’un salmo.

    Poi un inno che tutti conoscevano fin dall’infanzia.

    Il fenomeno diventò così frequente che fu necessario trovargli un nome.

    Gli uomini fanno spesso questa cosa con ciò che temono: se non possono dominarlo, almeno lo battezzano.

    Lo chiamarono il Ladro dei Canti.

    Ben presto il Ladro acquistò abitudini, intenzioni e perfino un carattere.

    C’era chi giurava di aver udito passi nella biblioteca.

    Chi sosteneva che le melodie scomparissero soltanto nelle notti senza luna.

    Chi aveva visto una finestra aperta.

    Chi ricordava benissimo d’averla vista chiusa.

    Il priore ordinò che gli antifonari fossero custoditi sotto chiave.

    La mattina successiva scomparve un’altra melodia.

    Fu allora che Guido disse:

    — Non è nei libri che bisogna cercare il ladro.

    Fra Martino lo guardò male.

    — E dove?

    Guido aprì l’antifonario.

    Indicò i neumi.

    — Qui.

    — Nei segni?

    — In ciò che i segni non dicono.

    Il priore, padre Ademaro, gli fece cenno di continuare.

    — Questi segni ci aiutano perché conosciamo già il canto — spiegò Guido. — Ci ricordano se la voce sale o scende. Ma se la memoria scompare, non ci dicono con precisione dove andare.

    Martino si irrigidì.

    — La memoria non scompare.

    Guido lo guardò.

    Il vecchio comprese subito la crudeltà involontaria della frase.

    Nessuno disse altro.


    Quella notte Guido prese un pezzo di pergamena.

    Tracciò una linea.

    Poi un’altra.

    Poi un’altra ancora.

    Mise un segno sulla prima.

    Lo guardò.

    Lo cancellò.

    Ricominciò.

    A mezzanotte le linee erano quattro.

    Accanto aveva un monocordo.

    Faceva vibrare la corda.

    Ascoltava.

    Scriveva.

    Cancellava.

    Provava ancora.

    Fra Michele lo trovò così.

    — Il priore ti ha proibito di continuare.

    Guido non sollevò la testa.

    — Infatti sto cercando di continuare con grande discrezione.

    Michele guardò la pagina.

    — Che cosa sono?

    — Strade.

    — Sembrano righe.

    — Tutte le strade, viste da abbastanza lontano, sembrano righe.

    Michele sospirò.

    — E dove portano?

    Guido gli porse il foglio.

    — Cantalo.

    — Non conosco questa melodia.

    — Appunto.

    Michele lo fissò.

    — Vuoi che canti qualcosa che non ho mai sentito.

    — Sì.

    — Leggendolo.

    — Sì.

    — Da quattro righe.

    — Sì.

    Michele lo osservò a lungo.

    — Se fallisco, promettimi almeno che ammetterai di essere impazzito.

    — Se fallisci, cambierò il sistema.

    Questa risposta preoccupò Michele assai più della follia.


    Provò.

    Sbagliò.

    Guido lo fermò.

    Riprese.

    Sbagliò ancora.

    Alla quarta volta Michele perse la pazienza.

    Alla quinta trovò il primo intervallo.

    Alla sesta arrivò alla fine.

    Rimasero immobili.

    La melodia era semplice.

    Niente di straordinario.

    Eppure, in quella stanza, era appena avvenuto qualcosa che nessuno dei due avrebbe più dimenticato.

    Un uomo aveva cantato una musica che non aveva mai ascoltato.

    Non gliel’aveva insegnata una voce.

    Gliel’aveva insegnata una pagina.

    Guido prese la pergamena con entrambe le mani.

    — Funziona.

    Michele non rispose.

    — Funziona.

    Questa volta Michele sorrise.

    — Allora siamo nei guai.


    Il problema delle idee nuove non è che siano sempre sbagliate.

    È che, qualche volta, sono giuste nel momento più scomodo possibile.

    Quando padre Ademaro vide le pergamene, non gridò.

    Peggio.

    Le osservò in silenzio.

    — Tu vuoi mettere la musica fra delle linee.

    — Voglio darle un luogo preciso.

    — La musica non ha bisogno d’un luogo.

    — Finché qualcuno la ricorda.

    Il priore lo fissò.

    Guido proseguì.

    — Padre, noi crediamo che il canto viva nei libri. Ma i libri, senza memoria, non bastano.

    — E tu credi di poter fare meglio di generazioni di monaci?

    — No.

    Guido indicò le righe.

    — Credo che possiamo lasciare a chi verrà dopo qualcosa di più di quello che abbiamo ricevuto.

    Era una risposta rispettosa.

    Questo non impedì al priore di vietargli di continuare.


    Guido obbedì per due giorni.

    Al terzo scoprì i nomi.

    L’inno era quello dedicato a san Giovanni Battista.

    Lo cantò lentamente.

    Le frasi salivano una dopo l’altra.

    Ut queant laxis…

    Resonare fibris…

    Mira gestorum…

    Famuli tuorum…

    Solve polluti…

    Labii reatum…

    Si fermò.

    Guardò le iniziali.

    UT.

    RE.

    MI.

    FA.

    SOL.

    LA.

    Sei sillabe.

    Sei gradini.

    Sei punti ai quali aggrapparsi quando la memoria esitava.

    Michele entrò e trovò Guido che scriveva quei nomi in grande.

    — Che cosa fai?

    — Sto dando un nome ai suoni.

    Michele scoppiò a ridere.

    — I suoni non hanno bisogno d’un nome.

    Guido sollevò gli occhi.

    — Nemmeno tu ne avresti bisogno, se nessuno dovesse mai chiamarti.

    Michele smise di ridere.


    Il giorno dopo la pergamena era sul tavolo del priore.

    — Hai dato nomi alle note.

    — Sillabe.

    — Nomi.

    — Se preferite.

    Ademaro si alzò.

    — Prima le hai messe fra delle righe. Adesso le battezzi. Che cosa verrà dopo?

    Guido esitò.

    — Forse riusciremo a insegnarle più in fretta.

    — Non sto scherzando.

    — Nemmeno io.

    Il priore batté una mano sul tavolo.

    — La musica sacra non appartiene a te.

    — Lo so.

    — E allora smetti di trattarla come se potessi rifarla.

    Guido divenne pallido.

    — Proprio perché non mi appartiene non posso accettare che muoia con chi la conosce.

    Il silenzio cambiò.

    Non era più quello d’una discussione.

    Era diventato qualcosa di più pericoloso.

    Ademaro indicò le pergamene.

    — Tu vuoi chiudere il canto dentro questi segni.

    Guido prese il foglio.

    — Una gabbia serve a impedire a qualcosa di andare lontano.

    Lo posò sul tavolo.

    — Queste righe fanno il contrario.

    Il priore non parlò.

    — Non sto imprigionando la musica.

    Guido guardò le quattro linee.

    — Le sto costruendo una strada.


    Gli fu proibito l’accesso alla biblioteca.

    Le pergamene furono confiscate.

    Per settimane il monastero tornò apparentemente alla normalità.

    Soltanto il Ladro dei Canti non rispettò il divieto.

    Continuò il proprio lavoro.

    Una melodia.

    Poi un’altra.

    I monaci partirono per abbazie lontane, cercando uomini che ricordassero ciò che a Pomposa era andato perduto.

    Ma tornavano spesso con versioni differenti.

    Un cantore giurava che una frase salisse.

    Un altro la ricordava discendente.

    Entrambi erano pronti a giurare davanti all’altare.

    La memoria aveva cominciato non soltanto a dimenticare.

    Aveva cominciato a inventare.


    Poi arrivò la vigilia della grande celebrazione.

    Avrebbero partecipato ospiti, pellegrini, ecclesiastici.

    Da settimane si preparava il canto solenne.

    Fra Martino lo intonò un’ultima volta.

    Prima frase.

    Seconda.

    Terza.

    Alla quarta si fermò.

    Il coro tentò di proseguire.

    Nessuno riuscì.

    Martino ripartì.

    Niente.

    Michele provò.

    Niente.

    Il canto era quasi interamente svanito.

    Aprirono il libro.

    I segni erano lì.

    Perfetti.

    Inutili.

    Fu mandato un cavaliere verso un monastero vicino.

    Cominciò a piovere.

    Il fiume crebbe.

    Il cavaliere tornò.

    La strada era impraticabile.

    L’indomani, davanti a centinaia di persone, il monastero avrebbe dovuto cantare una musica che nessuno ricordava più.

    Il Ladro aveva scelto il momento migliore.


    Fu fra Martino a dire:

    — Chiamate Guido.

    Padre Ademaro alzò gli occhi.

    Il vecchio non li abbassò.

    — Chiamatelo.

    Guido arrivò poco dopo.

    Vide il libro aperto.

    Non fece domande.

    — Posso tentare.

    Ademaro aprì un armadio.

    Dentro c’erano tutte le sue pergamene.

    Guido lo guardò.

    Il priore disse soltanto:

    — Non le ho bruciate.

    Era, nel linguaggio di Ademaro, quasi una dichiarazione d’affetto.


    Lavorarono tutta la notte.

    Non ci furono miracoli.

    Ci furono errori.

    Discussioni.

    Ricordi contraddittori.

    Candele consumate.

    Inchiostro rovesciato.

    Fra Martino ricordava una cadenza.

    Michele un frammento.

    Un altro confratello sosteneva il contrario.

    Guido ascoltava tutti.

    Provava sul monocordo.

    Confrontava.

    Scriveva.

    Cancellava.

    Quando finalmente la melodia parve ricomposta, chiamò sei novizi.

    Martino protestò.

    — Non la conoscono.

    — È proprio per questo che servono.

    Guido mise davanti a loro la nuova pergamena.

    — Nessuno vi canterà il pezzo.

    I giovani si guardarono.

    — Lo leggerete.

    Cominciarono.

    Sbagliarono.

    Ripresero.

    Guido indicò:

    — Ut.

    Poi:

    — Re.

    — Mi.

    Le voci si aggiustarono.

    Una frase.

    Poi due.

    Poi tre.

    E, a poco a poco, nella sala risuonò quel canto che nessuno di quei ragazzi aveva mai udito prima.

    Fra Martino si sedette.

    Michele smise di sorridere.

    Ademaro guardava le pergamene come si guarda qualcosa che ci costringe a rinunciare a un’opinione alla quale eravamo molto affezionati.

    Ma mancava ancora l’ultima frase.

    Sul vecchio manoscritto il margine era rovinato.

    I segni non si leggevano.

    Nessuno ricordava.

    Fuori il cielo cominciava già a schiarire.

    — È finita — disse Ademaro.

    — No.

    Fra Martino aveva parlato.

    Chiuse gli occhi.

    Cantò la frase precedente.

    Una volta.

    Due.

    Poi lentamente:

    — Fa…

    Guido si voltò.

    Martino riprese.

    — Sol…

    Gli tremò la voce.

    — La.

    E improvvisamente la conclusione tornò.

    Non tutta insieme.

    Un frammento dopo l’altro.

    La memoria dell’uomo e il nuovo sistema di Guido s’incontrarono a metà strada.

    La melodia ricomparve.

    Guido la scrisse.

    Questa volta nessuno avrebbe più dovuto affidarla alla memoria d’un solo uomo.


    La mattina il monastero cantò.

    Gli ospiti ascoltarono.

    Nessuno seppe che, poche ore prima, quella musica aveva rischiato di scomparire.

    Qualcuno lodò la bellezza del coro.

    Un dignitario si addormentò durante il salmo più lungo e alla fine dichiarò d’esserne stato profondamente commosso.

    La storia, come si vede, possiede anche un senso dell’umorismo.

    Guido non cantò.

    Ascoltò.

    Le voci dei novizi si alzavano insieme a quelle dei vecchi monaci.

    E allora comprese che il vero prodigio non era aver salvato quel canto.

    Era aver trovato un modo perché un uomo potesse insegnare qualcosa anche a qualcuno che non avrebbe mai incontrato.


    Quando Guido lasciò Pomposa, padre Ademaro gli restituì la sacca con tutte le pergamene.

    — Pensavo fossero confiscate.

    — Lo erano.

    — E adesso?

    — Adesso sono un problema che preferisco affidare ad altri.

    Guido sorrise.

    Il priore no.

    Poi prese una delle pagine.

    — Avevo paura che, scrivendo la musica, avreste finito per credere di possederla.

    Guido rimase in silenzio.

    — Forse — continuò Ademaro — non avevo capito che si può scrivere qualcosa anche per il motivo opposto.

    — Quale?

    Il priore gli consegnò la pergamena.

    — Perché smetta di appartenere soltanto a noi.


    Ad Arezzo, tempo dopo, alcuni ragazzi ricevettero fogli con linee, segni e sillabe.

    Non conoscevano quei canti.

    Guido non li intonò.

    Indicò soltanto.

    Ut.

    Re.

    Mi.

    Fa.

    Sol.

    La.

    Le voci partirono incerte.

    Poi trovarono la strada.

    E così la musica imparò una cosa che fino ad allora aveva affidato quasi soltanto alla memoria degli uomini:

    come attraversare il tempo senza chiedere il permesso alla morte.


    LA MORALE

    Guido non cercò di imprigionare la musica sulla carta.

    Cercò di impedirle di morire con chi la ricordava.

    Perché custodire davvero qualcosa non significa trattenerla per noi, ma darle una forma che possa raggiungere chi verrà dopo.

    La memoria è preziosa, ma fragile. La conoscenza diventa eredità soltanto quando sappiamo trasmetterla.

    Per questo quelle linee non furono una gabbia.

    Furono un ponte.

    E forse vale anche per ciò che ciascuno di noi riceve nella vita:

    non ci viene affidato perché finisca con noi, ma perché attraverso di noi possa continuare il viaggio.

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  • Le dodici principesse e il trono vuoto

    Quando una voce vuole dominare le altre, perfino la musica può cominciare a morire

    di Marialuisa Veneziano

    **********

    🎧 MUSICA PER LA LETTURA
    Arnold Schönberg — Variations for Orchestra, op. 31
    Prima di entrare nel regno delle dodici principesse, clicca sulla freccia nera e premi play.
    Questa volta la musica non accompagna soltanto la storia: ne custodisce il segreto.
    Nelle Variazioni per orchestra op. 31 di Arnold Schönberg, i dodici suoni entrano in un nuovo ordine, nel quale nessuno è chiamato a regnare stabilmente sugli altri. Si incontrano, si trasformano, ritornano sotto forme diverse, fino a costruire un universo sonoro in cui l’equilibrio non nasce dal predominio di una sola voce.
    È la stessa domanda nascosta dietro il trono vuoto.
    Mentre leggi, non cercare necessariamente una melodia da seguire.
    Lascia piuttosto che la musica ti sorprenda.
    Dodici suoni. Dodici principesse. Nessuna regina.
    Comincia l’ascolto.
    Poi apri la porta.

    Ci sono troni che fanno paura quando sono occupati.

    Quello del re Aldebrando cominciò a farne quando rimase vuoto.

    A corte nessuno lo avrebbe ammesso, naturalmente.

    Le corti hanno sempre avuto una straordinaria capacità di attribuire nomi decorosi alle proprie paure: l’ambizione diventa senso dello Stato, l’invidia prudenza, la vigliaccheria moderazione e il desiderio di sapere chi comanderà domani, quando è espresso con sufficiente gravità, prende il nome di preoccupazione per il bene del regno.

    Così, la mattina dopo la morte del sovrano, nessuno disse:

    «Chi si prenderà il trono?»

    Dissero invece:

    «Occorre assicurare la continuità della Corona.»

    Che, tradotto nella lingua degli uomini, significava pressappoco la stessa cosa.

    Il problema era che Aldebrando non aveva lasciato figli maschi.

    Aveva lasciato dodici figlie.

    E, quel che era peggio per coloro che amano le questioni semplici, le aveva amate tutte.

    Non allo stesso modo — i genitori che dicono di amare tutti i figli nello stesso modo sono forse sinceri, ma certamente imprecisi — bensì con quell’arte difficile che consiste nel comprendere che persone diverse hanno bisogno di amori diversi.

    La maggiore si chiamava Aurelia.

    Era prudente, composta, abituata da anni a sentir dire che un giorno avrebbe dovuto assumersi grandi responsabilità; sicché aveva finito con l’assumersi anche quelle che nessuno le aveva affidato.

    Beatrice possedeva un’intelligenza tagliente e il difetto, non raro nelle persone intelligenti, di adoperarla talvolta quando sarebbe stato più caritatevole lasciarla nel fodero.

    Cecilia parlava poco, ma ricordava tutto.

    Diana aveva un carattere così impetuoso che un giorno un ambasciatore aveva osservato che la principessa entrava nelle stanze alcuni secondi prima del proprio corpo.

    Elena amava le regole.

    Flora amava le persone, il che la portava spesso a violare le regole stabilite da Elena.

    Ginevra desiderava il trono.

    È bene dirlo subito.

    Non perché fosse cattiva.

    Le persone cattive sono assai più comode nelle favole: fanno il male e risparmiano al narratore ogni spiegazione.

    Ginevra, invece, era generosa, brillante, coraggiosa e sinceramente convinta che il regno sarebbe stato migliore sotto il suo governo.

    È una convinzione che ha causato nella storia più disgrazie della pura malvagità.

    Livia aveva paura quasi di tutto, ma possedeva la curiosa capacità di essere coraggiosa quando qualcun altro aveva più paura di lei.

    Matilde metteva in discussione ogni cosa, compresa la necessità di mettere in discussione ogni cosa.

    Nerina preferiva le biblioteche ai ricevimenti, scelta che a corte veniva giudicata con la stessa indulgenza riservata a una malattia infantile destinata, si sperava, a passare.

    Ottavia aveva una memoria prodigiosa.

    E infine c’era Viola.

    La più giovane.

    Così abituata a essere la dodicesima che aveva imparato presto una verità che i primi nati comprendono assai più tardi:

    chi arriva ultimo a parlare, se ha pazienza, spesso sente cose che gli altri non hanno ascoltato.

    Quando il re fu sepolto, il Consiglio della Corona si riunì nella Grande Sala.

    In fondo alla sala stava il trono.

    Nero, altissimo, con dodici piccoli intarsi d’argento disposti lungo lo schienale.

    Da secoli nessuno faceva caso a quegli intarsi.

    È un destino comune alle cose che vediamo ogni giorno: diventano invisibili proprio grazie alla loro presenza.

    Davanti al trono stava il cancelliere, marchese Ortensio di Cadenza.

    Ortensio era un uomo magro, accurato e perfettamente pettinato, il quale nutriva per l’ordine un affetto tanto sincero da diffidare di tutto ciò che non aveva personalmente disposto.

    — Altezza — disse rivolgendosi ad Aurelia — secondo le consuetudini del regno…

    — Mio padre non ha nominato un’erede — lo interruppe Ginevra.

    Il cancelliere fece una breve pausa.

    — Infatti.

    — Dunque non esiste alcuna consuetudine applicabile.

    — Principessa, le consuetudini possiedono precisamente il vantaggio d’essere applicabili anche quando nessuno ricorda più perché esistano.

    Beatrice sorrise.

    — È forse la migliore definizione di consuetudine che io abbia mai sentito.

    Ortensio la ignorò.

    — La principessa Aurelia è la maggiore.

    Tutti guardarono Aurelia.

    Aurelia guardò il trono.

    Avrebbe potuto dire sì.

    Era stata preparata per anni a quel momento.

    Aveva imparato diritto, storia, economia, diplomazia.

    Le avevano insegnato come salutare un ambasciatore ostile, come ricevere una notizia terribile senza sbiancare e perfino quanto a lungo fosse opportuno tacere prima di rispondere a una dichiarazione di guerra.

    Nessuno, tuttavia, le aveva insegnato come sedersi sul trono del proprio padre il giorno dopo averlo perduto.

    — Aspetteremo — disse.

    Ortensio impallidì quasi impercettibilmente.

    Gli uomini che amano l’ordine tollerano molte cose.

    L’attesa raramente è fra queste.

    — Aspetteremo cosa?

    Aurelia prese dalla tasca della veste una chiave.

    — Questo.

    La mostrò.

    Era una piccola chiave d’argento che il re aveva portato al collo fino all’ultimo giorno.

    Nella notte precedente alla morte, l’aveva consegnata alla figlia maggiore dicendo soltanto:

    «Quando tutti cercheranno chi deve essere la prima, apri ciò che ho lasciato.»

    Aurelia si avvicinò al trono.

    Sotto il bracciolo destro trovò una serratura.

    Nessuna di loro l’aveva mai notata.

    La chiave entrò.

    Scattò qualcosa.

    Dallo schienale del trono uscì lentamente un piccolo cassetto.

    Dentro c’erano dodici lettere.

    Ognuna portava il nome di una principessa.

    E sotto le lettere, una tredicesima busta.

    Senza nome.

    Aurelia la prese.

    Sul sigillo c’erano incise poche parole:

    DA APRIRE SOLTANTO QUANDO TUTTE AVRANNO PARLATO.

    Ginevra alzò un sopracciglio.

    — Nostro padre conservava il senso del teatro fino alla fine.

    — Finalmente sappiamo da chi l’hai ereditato — disse Beatrice.

    Aurelia distribuì le lettere.

    Ogni sorella aprì la propria.

    Nella stanza si fece silenzio.

    — La mia contiene una nota — disse Cecilia.

    — Anche la mia — disse Elena.

    — La mia pure.

    Una dopo l’altra mostrarono i fogli.

    Su ciascuno era scritto un solo nome di nota musicale e una frase.

    Aurelia lesse:

    MI — “Non essere la prima soltanto perché altri ti hanno messo davanti.”

    Beatrice:

    FA — “L’intelligenza che umilia una voce finisce per ascoltare soltanto se stessa.”

    Cecilia:

    DO DIESIS — “Ricordare non significa ripetere.”

    Diana:

    SOL — “La forza che non sa attendere diventa rumore.”

    Elena:

    RE DIESIS — “Una regola è giusta soltanto finché protegge anche chi non l’ha scritta.”

    Flora:

    LA — “Ascoltare qualcuno significa correre il rischio di cambiare idea.”

    Ginevra:

    SI BEMOLLE — “Chi desidera il centro dovrebbe prima domandarsi chi resterà ai margini.”

    Livia:

    RE — “Il coraggio non è parlare per primi.”

    Matilde:

    LA BEMOLLE — “Dubita anche del tuo dubbio.”

    Nerina:

    SI — “Ciò che viene dimenticato non è sempre ciò che vale meno.”

    Ottavia:

    DO — “La memoria diventa prigione quando pretende che il futuro somigli al passato.”

    Viola aprì per ultima.

    FA DIESIS — “Ciò che manca sembra piccolo soltanto finché non manca davvero.”

    Nessuna parlò.

    Poi Diana disse:

    — Che cosa significa?

    — Che nostro padre era diventato ancora più enigmatico negli ultimi mesi — rispose Ginevra.

    Ortensio si schiarì la voce.

    — Con tutto il rispetto dovuto alla memoria del sovrano, il regno non può essere governato da un indovinello.

    Fu allora che dalla torre arrivò un rintocco.

    Uno.

    Due.

    Tre.

    Poi un suono strano.

    Come una campana che avesse dimenticato se stessa.

    Tutti alzarono la testa.

    Il maestro delle campane entrò nella sala pochi minuti dopo, pallido.

    — Maestà…

    Si fermò.

    Il trono era vuoto.

    Non sapendo a chi rivolgersi, fece un inchino collettivo, che non fu elegante ma ebbe almeno il pregio dell’imparzialità.

    — Una delle campane non suona più correttamente.

    — Si sarà incrinata — disse Ortensio.

    — No, signore.

    — Allora cos’ha?

    Il vecchio esitò.

    — Manca una nota.

    Beatrice sorrise.

    — Una campana non può perdere una nota.

    — Infatti, Altezza.

    — E dunque?

    Il vecchio deglutì.

    — La nota è scomparsa anche dalle altre.

    Questa volta nessuno sorrise.

    La notizia impiegò poche ore a raggiungere la città.

    Il fa diesis era sparito.

    Non stonato.

    Non abbassato.

    Non alterato.

    Sparito.

    I violinisti potevano mettere il dito esattamente dove quella nota avrebbe dovuto trovarsi e ottenere un suono che scivolava altrove.

    Gli organi saltavano quel punto come se sulla tastiera ci fosse un gradino spezzato.

    I flauti lo cercavano e producevano soltanto aria.

    Perfino i bambini, provando a cantarlo, sentivano la voce cadere un semitono prima o salire a quello successivo.

    Naturalmente molti dichiararono che non era grave.

    Gli uomini hanno una straordinaria inclinazione a considerare trascurabile ciò che ancora non impedisce loro di cenare.

    — Una nota su dodici — disse un mercante. — Ne restano undici.

    Il giorno seguente ne sparì un’altra.

    Poi una terza.

    A quel punto il mercante smise di fare calcoli.

    Le melodie cominciarono a deformarsi.

    Le canzoni popolari inciampavano.

    Le ninnananne avevano buchi improvvisi.

    Un quartetto dovette interrompersi a metà d’un brano perché due strumenti non riuscivano più a incontrarsi.

    La cosa più inquietante, tuttavia, non era la bruttezza dei nuovi suoni.

    Era la sensazione che il mondo si stesse restringendo.

    Come una lingua dalla quale qualcuno cancellasse, una alla volta, le parole.

    La terza notte Viola non riuscì a dormire.

    Riprese la lettera del padre.

    FA DIESIS.

    La prima nota scomparsa.

    Lesse la frase.

    Ciò che manca sembra piccolo soltanto finché non manca davvero.

    Si alzò.

    Attraversò il corridoio.

    La biblioteca era buia.

    Nerina era seduta a un tavolo con tre candele accese e diciassette libri aperti.

    — Non dormi mai?

    — Dormo quando gli altri smettono di fare cose che poi devo capire.

    Viola le mostrò il foglio.

    — La prima nota scomparsa è la mia.

    Nerina rimase immobile.

    Poi chiamò Ottavia.

    Poi Cecilia.

    Mezz’ora dopo tutte e dodici erano nella biblioteca, alcune avvolte in mantelli, altre ancora in veste da notte; Diana portava una candela in mano con l’atteggiamento di chi sarebbe stata perfettamente disposta a usarla come arma.

    Posero le lettere sul tavolo.

    Nerina le osservò.

    — Forse non sono dodici messaggi.

    — Sono palesemente dodici messaggi — disse Elena.

    — No. Forse sono un messaggio solo, diviso in dodici parti.

    Ottavia prese i fogli.

    — Ma in quale ordine?

    Ginevra rispose:

    — In quello della nostra nascita.

    Provarono.

    Non accadde nulla.

    — Forse per altezza — suggerì Diana.

    — Se nostro padre ha affidato il futuro del regno alla nostra altezza, abbiamo problemi maggiori della successione — disse Beatrice.

    Provarono secondo l’età.

    Secondo l’alfabeto.

    Secondo la disposizione delle stanze.

    Secondo il giorno di nascita.

    Niente.

    Fu Viola a notare una cosa.

    — Le note.

    Tutte si voltarono.

    — Non sono in ordine.

    Elena sospirò.

    — Questo è evidente.

    — No. Voglio dire: forse l’ordine è proprio il fatto che non siano in ordine.

    Silenzio.

    Nerina la guardò.

    Viola prese una matita e trascrisse:

    Ottavia contò.

    — Nessuna si ripete.

    — Tutte e dodici — disse Cecilia.

    Proprio in quel momento la grande campana della torre batté mezzanotte.

    Un quarto suono scomparve dal mondo.

    Il giorno dopo le principesse convocarono il vecchio maestro di cappella.

    Si chiamava Erasmo e aveva raggiunto quell’età nella quale gli uomini non sono necessariamente più saggi, ma hanno almeno smesso di preoccuparsi se qualcuno li considera tali.

    Ascoltò.

    Guardò la serie.

    Poi si tolse gli occhiali.

    — Vostro padre studiava questa idea da anni.

    Ortensio, presente alla riunione, si irrigidì.

    — Quale idea?

    Erasmo lo guardò.

    — Quella di una musica nella quale nessun suono potesse reclamare per sé il diritto d’essere casa.

    — Una musica senza centro? — domandò Aurelia.

    — Esattamente.

    Il cancelliere scosse il capo.

    — Assurdo. Ogni ordine necessita d’un centro.

    Erasmo sorrise.

    — Voi confondete spesso il centro con chi vi sta seduto sopra.

    Ortensio non sorrise.

    — E queste note?

    Il maestro indicò la serie.

    — Una legge. Prima che una nota torni, tutte le altre devono aver avuto diritto di parola.

    Viola guardò le sorelle.

    — “Quando tutte avranno parlato.”

    La tredicesima busta.

    Corsero alla sala del trono.

    Aurelia la prese.

    — Tutte abbiamo letto le nostre lettere.

    — Ma non abbiamo fatto parlare le note — disse Cecilia.

    Erasmo annuì.

    Nella sala c’era un antico clavicembalo.

    Aurelia si sedette.

    — Nell’ordine?

    — Nell’ordine lasciato dal re.

    Suonò il Mi.

    Poi Fa.

    Do diesis.

    Sol.

    A ogni suono uno degli intarsi d’argento sul trono si illuminava.

    Re diesis.

    La.

    Si bemolle.

    Re.

    La bemolle.

    Si.

    Do.

    Aurelia arrivò all’ultima.

    Fa diesis.

    Il tasto scese.

    Nessun suono.

    La prima nota scomparsa.

    Uno degli intarsi rimase spento.

    Il meccanismo non si aprì.

    Ortensio disse piano:

    — Siamo arrivati troppo tardi.

    Quella notte sparì il quinto suono.

    Il regno cominciò ad avere paura.

    E la paura, quando non comprende, chiede quasi sempre un padrone.

    La gente si radunò davanti al palazzo.

    — Una regina!

    — Incoronate Aurelia!

    — Qualcuno governi!

    Altri gridavano il nome di Ginevra.

    Il Consiglio si divise.

    Ortensio convocò Aurelia in privato.

    — Domani sarete incoronata.

    — No.

    — Altezza, il popolo ha bisogno d’un centro.

    — Il popolo ha bisogno che le note tornino.

    — E torneranno quando sarà ristabilito l’ordine.

    Aurelia lo guardò.

    — Ne siete certo?

    Ortensio esitò appena.

    Troppo poco perché chiunque altro se ne accorgesse.

    Abbastanza perché Aurelia sì.

    — Che cosa sapete?

    — Quello che so è che vostro padre, negli ultimi anni, si era lasciato sedurre da idee pericolose.

    — Quali?

    — Che dodici voci potessero governare senza che nessuna fosse prima.

    — E voi non eravate d’accordo.

    — Io conosco gli uomini.

    — È una frase che spesso pronunciano coloro che hanno smesso di fidarsi di loro.

    Ortensio si alzò.

    — Una nazione non è un esperimento musicale.

    — Forse.

    Aurelia lo fissò.

    — Ma questa crisi lo è.

    Nerina, nel frattempo, aveva trovato qualcosa.

    Dietro un antico armadio della biblioteca esisteva una porta.

    Sul legno erano incise dodici linee.

    E sopra:

    QUANDO LA STRADA DAVANTI A VOI SARÀ CHIUSA, CERCATE QUELLA CHE TORNA INDIETRO.

    — Indietro — disse Ottavia.

    Prese la serie.

    La lesse al contrario.

    FA♯ – DO – SI – LA♭ – RE – SI♭ – LA – RE♯ – SOL – DO♯ – FA – MI.

    Appena pronunciò l’ultima nota, la porta scattò.

    Dietro c’era un corridoio.

    Beatrice guardò le altre.

    — Nostro padre aveva indubbiamente troppo tempo libero.

    Entrarono.

    Il passaggio scendeva sotto il palazzo.

    Arrivarono a una sala rivestita di specchi.

    Al centro stava un’iscrizione:

    NON BASTA TORNARE.
    CIÒ CHE SALE IMPARI A SCENDERE.
    CIÒ CHE SCENDE IMPARI A SALIRE.

    Erasmo, che le aveva seguite con la lentezza di chi sa che gli enigmi non diventano più facili correndo, passò un dito sulle parole.

    — Inversione.

    Elena lo guardò.

    — Cioè?

    — Se una nota sale d’un intervallo, la sua immagine deve scendere dello stesso intervallo.

    Matilde sorrise.

    — Perfino nostro padre aveva capito che il contrario non è sempre un nemico. A volte è una strada.

    Ricostruirono la serie.

    Ci vollero ore.

    Ogni errore spegneva le torce della sala.

    Ogni volta ricominciavano.

    Diana perse la pazienza.

    Elena insistette su una soluzione sbagliata per quasi mezz’ora.

    Ginevra accusò Beatrice di distrarla.

    Beatrice rispose che, per distrarre Ginevra da se stessa, sarebbe occorso molto più talento.

    Aurelia batté una mano sul tavolo.

    — Basta!

    Silenzio.

    Viola, che fino a quel momento non aveva parlato, disse:

    — Stiamo facendo esattamente ciò che nostro padre voleva impedirci.

    — Cioè?

    — Ognuna aspetta soltanto il momento di ripetere la propria idea.

    Nessuno rispose.

    Era irritante.

    E, come spesso accade alle cose irritanti, era vero.

    Quella volta provarono diversamente.

    Una parlava.

    Le altre ascoltavano.

    Una proposta non veniva scartata finché tutte non l’avevano compresa.

    Ci misero meno di un’ora.

    Lo specchio centrale si aprì.

    Dietro trovarono una piccola stanza.

    E nella stanza, un leggio.

    Sul leggio mancava un foglio.

    Il dodicesimo.

    — Qualcuno è arrivato prima di noi — disse Cecilia.

    Non occorsero grandi indagini.

    Sulla polvere c’erano impronte.

    Ordinatissime.

    Uguali.

    E sul pavimento una piccola goccia di ceralacca verde.

    Ortensio sigillava tutti i documenti di Stato con ceralacca verde.

    Ginevra impallidì.

    — Il cancelliere.

    Risalirono.

    Ma Ortensio le stava aspettando.

    Nella Sala del Trono.

    Con le guardie.

    E con la corona.

    — Domani all’alba — disse — Aurelia sarà regina.

    — Avete preso il foglio — disse Nerina.

    Ortensio non negò.

    — L’ho distrutto.

    Viola fece un passo avanti.

    — Perché?

    Per la prima volta il cancelliere sembrò vecchio.

    — Perché ho visto un regno quasi distrutto una volta.

    Le principesse tacquero.

    — Vostro nonno morì lasciando due eredi. Due. Bastarono per sette anni di guerra. Ho visto città incendiate perché due uomini ritenevano entrambi di avere diritto alla stessa sedia. Vostro padre pensava che dodici persone potessero governare senza un sovrano.

    Rise.

    Non con allegria.

    — Dodici.

    Ginevra guardò la corona.

    — E quindi avete fatto sparire le note?

    — No.

    Ortensio la guardò.

    — Ma sapevo che sarebbe accaduto.

    — Come?

    — Vostro padre mi mostrò il meccanismo anni fa. Mi disse che alla sua morte il trono avrebbe “messo alla prova il regno”.

    — E voi avete nascosto l’ultima parte.

    — Ho impedito una follia.

    Viola sussurrò:

    — No. Avete impedito che tutte le voci arrivassero alla fine.

    Ortensio indicò il trono.

    — Quel seggio ha tenuto unito questo paese per quattrocento anni.

    Matilde guardò la sedia nera.

    — Curioso. Credevo fossero state le persone.

    — Le persone hanno bisogno di sapere chi comanda!

    Fu allora che Ginevra prese la corona.

    Tutte si voltarono.

    La tenne fra le mani.

    Era il momento che aveva immaginato per anni.

    Il peso dell’oro.

    Le pietre.

    Il diritto d’essere guardata per prima.

    Ortensio sorrise.

    — Voi capite.

    Ginevra osservò il trono.

    Poi le sorelle.

    Si avvicinò lentamente.

    Per un istante parve sul punto di sedersi.

    Invece posò la corona sul cuscino.

    — È questo il problema — disse.

    Ortensio aggrottò la fronte.

    — Quale?

    — Che io capisco benissimo.

    Si voltò verso di lui.

    — Ho desiderato quella sedia per metà della mia vita. E proprio per questo non mi fido di ciò che penso quando la guardo.

    Aurelia abbassò gli occhi.

    Beatrice non fece battute.

    Era forse il più grande omaggio che sapesse rendere.

    All’alba mancavano ormai sette note.

    La città suonava come un mondo che stesse dimenticando la propria lingua.

    Le principesse tornarono nella stanza degli specchi.

    Il dodicesimo foglio era scomparso.

    Ma Ottavia ricordava ogni parola letta.

    — Io l’ho visto — disse.

    — Quando?

    — Una volta. Nostro padre lo teneva sulla scrivania mesi fa. Non capii cosa fosse.

    Chiuse gli occhi.

    Recitò:

    “QUANDO AVRETE ATTRAVERSATO LA SERIE, IL RITORNO E LO SPECCHIO, NON CERCATE UN NOME. CERCATE CIÒ CHE NESSUNO DI VOI È DISPOSTO A PERDERE.”

    — Il regno — disse Aurelia.

    — Nostro padre — disse Flora.

    — La libertà — disse Matilde.

    — Il trono — disse Ginevra.

    Poi si fermò.

    — No.

    Viola la guardò.

    Ginevra comprese prima delle altre.

    — La propria voce.

    Silenzio.

    Al centro della stanza c’erano dodici piccole cavità.

    Una per ogni nota.

    Erasmo disse:

    — Forse l’ultima prova non riguarda ciò che dovete suonare.

    — Ma ciò a cui siete disposte a rinunciare — disse Cecilia.

    Una dopo l’altra, le principesse posero nelle cavità i propri sigilli.

    Quando Viola appoggiò il dodicesimo, la parete si aprì.

    Una scala saliva.

    Non scendeva.

    Saliva dentro il trono.

    Arrivarono dietro lo schienale della grande sedia.

    Lì trovarono dodici corde tese, una per ogni intarsio.

    Undici erano spezzate.

    Una sola resisteva ancora.

    Ortensio, che le aveva seguite, entrò.

    — Fermatevi.

    Viola guardò la corda.

    — Se questa si spezza, sparirà l’ultima nota.

    — Se la toccate, potreste distruggere tutto!

    Aurelia si voltò.

    — E se non facciamo nulla?

    Il cancelliere non rispose.

    Fu la risposta.

    Erasmo esaminò il meccanismo.

    — Le corde non devono essere riparate una per una.

    — Allora come?

    Il vecchio indicò dodici piccoli martelletti.

    — Devono suonare insieme nella successione stabilita.

    — Ma le note sono scomparse.

    — Dal regno, sì.

    Erasmo guardò le principesse.

    — Non da voi.

    Nessuna capì.

    Poi Cecilia portò una mano al petto.

    Le lettere.

    Le frasi.

    I sigilli.

    Ognuna di loro aveva ricevuto una nota.

    Non dovevano suonarla con uno strumento.

    Dovevano cantarla.

    — Non posso — disse Livia. — Quelle note non esistono più.

    Erasmo sorrise.

    — Esistono nella memoria.

    Ottavia diede il primo suono.

    Incerto.

    Aurelia lo seguì.

    Una dopo l’altra cercarono la propria altezza.

    Era difficile.

    Alcune esitavano.

    Alcune erano troppo basse.

    Altre troppo alte.

    Ginevra partì prima del proprio turno.

    Il meccanismo tremò.

    — Aspetta! — gridò Viola.

    Ginevra tacque.

    E per la prima volta nella sua vita aspettò che undici altre voci avessero diritto di esistere prima di usare di nuovo la propria.

    Mi.

    Fa.

    Do diesis.

    Sol.

    Re diesis.

    La.

    Si bemolle.

    Re.

    La bemolle.

    Si.

    Do.

    Rimaneva Fa diesis.

    Viola aprì la bocca.

    Non uscì nulla.

    La prima nota scomparsa.

    La più lontana ormai dalla memoria.

    Ortensio sussurrò:

    — Non può farlo.

    Viola chiuse gli occhi.

    Pensò alla frase del padre.

    Ciò che manca sembra piccolo soltanto finché non manca davvero.

    Poi accadde una cosa che nessuno aveva previsto.

    Le undici sorelle non cantarono al posto suo.

    Non la aiutarono dandole la nota.

    Rimasero in silenzio.

    Le lasciarono spazio.

    Viola respirò.

    Provò.

    Un suono incerto.

    No.

    Ancora.

    Più vicino.

    Poi finalmente:

    Fa diesis.

    La dodicesima corda vibrò.

    Per alcuni secondi non accadde nulla.

    Poi le undici corde spezzate cominciarono a risuonare.

    Una dopo l’altra.

    Il meccanismo intero si mise in movimento.

    Dalla città arrivò una campana.

    Poi un’altra.

    Un violino, da qualche finestra.

    Un flauto.

    Un bambino che gridava.

    Le note tornavano.

    Tutte.

    Ma il trono cominciò a tremare.

    Ortensio urlò:

    — Fuggite!

    Una crepa attraversò lo schienale.

    Poi un’altra.

    La corona cadde.

    Il grande seggio nero si aprì in due.

    Dentro non c’era oro.

    Né una seconda corona.

    Né un documento che proclamasse il nome d’una regina.

    C’era soltanto una lastra d’argento.

    E sopra, le ultime parole di Aldebrando.

    Aurelia lesse ad alta voce:

    “SE SIETE ARRIVATE FIN QUI, AVRETE FINALMENTE COMPRESO PERCHÉ NON HO NOMINATO UN’EREDE.”

    Nessuna respirava.

    “PER SECOLI ABBIAMO CREDUTO CHE L’ORDINE NASCESSE DA UNA VOCE CAPACE DI FAR TACERE LE ALTRE.”

    Ginevra abbassò gli occhi.

    “HO SCOPERTO TROPPO TARDI CHE ESISTE UN ORDINE PIÙ DIFFICILE.”

    Beatrice continuò:

    “QUELLO NEL QUALE NESSUNA VOCE PUÒ TORNARE A IMPORSI PRIMA CHE TUTTE LE ALTRE SIANO STATE ASCOLTATE.”

    Viola lesse l’ultima frase.

    “IL TRONO RESTI VUOTO.”

    Sotto, più piccolo:

    “NON PERCHÉ NESSUNO SIA DEGNO DI SEDERVISI.
    MA PERCHÉ NESSUNO DEBBA PIÙ ESSERE NECESSARIO AL CENTRO.”

    Ortensio si lasciò cadere su una sedia.

    Per tutta la vita aveva temuto un regno senza sovrano.

    Guardò le dodici principesse.

    — E chi governerà?

    Aurelia sorrise.

    — Noi.

    — Tutte?

    — Tutte.

    — È impossibile.

    Beatrice inclinò la testa.

    — Questo argomento ha il difetto d’essere già stato smentito diverse volte stanotte.

    — Litigherete.

    — Certamente — disse Matilde.

    — Avrete opinioni opposte.

    — Lo speriamo.

    — Una vorrà parlare quando un’altra non ha finito.

    Ginevra sorrise amaramente.

    — Su questo dovremo lavorare.

    Ortensio guardò il trono spezzato.

    — E quando non sarete d’accordo?

    Fu Viola a rispondere.

    — Ricominceremo ad ascoltare dall’inizio.

    Da quel giorno il trono rimase vuoto.

    Non fu distrutto.

    Le principesse vollero che restasse nella Sala Grande, con la crepa ancora visibile.

    Per ricordare.

    Dodici seggi più piccoli furono disposti in cerchio.

    Nessuno davanti.

    Nessuno dietro.

    E, cosa che scandalizzò parecchio i dignitari più anziani, nessun posto rialzato.

    Le dodici sorelle governarono.

    Litigarono moltissimo.

    È bene precisarlo.

    Chi immagina che l’uguaglianza produca automaticamente concordia ha probabilmente conosciuto poca uguaglianza e ancor meno esseri umani.

    Aurelia era troppo prudente.

    Diana troppo veloce.

    Elena voleva regolamentare perfino la durata delle discussioni.

    Matilde desiderava discutere il regolamento.

    Beatrice faceva osservazioni che sarebbe stato diplomaticamente preferibile pensare soltanto.

    Ginevra ebbe ancora, più di una volta, nostalgia della corona.

    E Viola, che aveva imparato il valore dell’ultima voce, qualche volta dimenticò che anche l’ultima può diventare arrogante quando si convince d’essere la più saggia.

    Non divennero perfette.

    Divennero attente.

    Che è cosa assai più utile.

    Stabilirono una sola regola.

    Nessuna questione importante poteva essere chiusa finché tutte e dodici non avessero parlato.

    E nessuna poteva intervenire una seconda volta prima che le altre avessero avuto il proprio turno.

    I cortigiani trovarono il sistema lento.

    I mercanti esasperante.

    Gli ambasciatori stranieri incomprensibile.

    Qualche volta lo era davvero.

    Ma accadde qualcosa.

    Le decisioni cominciarono a contenere parti di realtà che prima non entravano mai nella Sala del Trono.

    Le paure di Livia.

    I dubbi di Matilde.

    La memoria di Ottavia.

    La compassione di Flora.

    La disciplina di Elena.

    L’ambizione di Ginevra, che quando non poteva dominare diventava energia.

    Perfino i silenzi di Cecilia.

    Il regno non diventò privo di conflitti.

    Diventò incapace di fingere che una sola voce potesse contenerli tutti.

    Anni dopo, un bambino visitò il palazzo.

    Davanti al grande trono spezzato domandò alla guida:

    — Chi siede lì?

    — Nessuno.

    Il bambino parve sorpreso.

    — Allora a cosa serve?

    La guida esitò.

    Viola, ormai adulta, passava proprio in quel momento.

    Si fermò.

    — Serve a ricordarci una cosa.

    — Quale?

    Viola guardò il vecchio seggio.

    — Che non tutto ciò che è vuoto aspetta di essere riempito.

    Il bambino non comprese.

    Come spesso capita ai bambini, però, ricordò.

    Molti anni più tardi avrebbe capito anche il resto.


    LA MORALE DEL TRONO VUOTO

    Questa favola si ispira alla dodecafonia, il sistema musicale ideato da Arnold Schönberg in cui i dodici suoni della scala cromatica vengono messi sullo stesso piano: nessuno deve imporsi stabilmente come centro, e ciascuno deve avere il proprio spazio prima che uno possa tornare.

    Per questo le dodici principesse non devono scoprire chi sia la migliore.

    Devono capire che la domanda stessa è sbagliata.

    Non sempre l’armonia nasce quando una voce domina le altre.

    A volte nasce quando tutte possono essere ascoltate senza che nessuna venga dichiarata inutile.

    Le sorelle sono diverse, proprio come le dodici note.

    E il loro valore non consiste nell’essere uguali, ma nell’essere insostituibili.

    Quando una nota scompare, la musica si impoverisce.

    Quando una voce viene esclusa, anche il mondo diventa più piccolo.

    Il trono vuoto diventa allora il simbolo più importante della favola: non rappresenta un potere che manca, ma un centro che nessuno ha più bisogno di occupare.

    Perché qualche volta chiamiamo “disordine” soltanto un ordine nel quale non siamo più noi a comandare.

    Ed è forse questa la lezione più difficile della dodecafonia, e anche della vita: prima di ripetere la tua voce, assicurati che tutte le altre abbiano avuto il diritto di essere ascoltate.


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  • La falena d’argento e il nome perduto

    Prima dell’alba, un nome avrebbe dovuto dimostrare di meritare il futuro

    di Marialuisa Veneziano

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    🎧 MUSICA PER LA LETTURA
    Carl Maria von Weber: Grand Duo concertant, op. 48, per clarinetto e pianoforte
    Lascia che sia il clarinetto ad accompagnarti nella Parigi nebbiosa di Madame Oblio, tra botteghe illuminate, nomi che scompaiono e promesse affidate al tempo.
    Weber scrive per il clarinetto come se fosse una voce umana: sa inquietare, raccontare, indugiare nell’ombra e poi improvvisamente aprirsi alla luce.
    Non è soltanto una musica di accompagnamento
    È quasi una seconda voce della fiaba.
    Inizia la musica. Poi comincia a leggere.

    (Clicca sulla freccia nera per far apparire l’ascolto).

    A Parigi, in certi inverni, la nebbia aveva il cattivo gusto di entrare dappertutto.

    Entrava sotto le porte, si aggrappava alle ruote delle carrozze, appannava i vetri, si infilava nei colletti e rendeva i lampioni così pallidi che parevano chiedere scusa per non riuscire a illuminare meglio.

    La sera, nei quartieri più laboriosi, le botteghe chiudevano una dopo l’altra.

    Il calzolaio spegneva la lampada.

    Il libraio ritirava il cavalletto.

    Il fornaio ricopriva il pane rimasto.

    Persino i cavalli, a una certa ora, sembravano battere gli zoccoli con meno convinzione.

    Ma c’era una piccola bottega che spesso rimaneva accesa più a lungo delle altre.

    Da quella bottega uscivano rumori strani.

    Un raschiare.

    Un colpo leggero.

    Madame Oblio aveva imparato qualcosa che persino il tempo, da solo, non avrebbe potuto insegnarle. Esistono nomi che vogliono essere ricordati. Ed esistono nomi che accettano di diventare una responsabilità.

    Un tintinnio metallico.

    Poi silenzio.

    Poi una nota.

    Talvolta una sola.

    Lunga.

    Scura.

    Come se qualcuno stesse provando la voce di una creatura ancora senza nome.

    La bottega apparteneva alla famiglia Buffet.

    E lì si costruivano clarinetti.

    Jean-Louis Buffet era un uomo che non sapeva fare nulla in fretta.

    Il che, a Parigi, era già una forma di ribellione.

    Aveva mani robuste, un grembiule quasi sempre coperto di polvere di legno e la fastidiosa abitudine di ricontrollare una cosa proprio quando tutti gli altri erano convinti che fosse finita.

    Una vite poteva essere stretta.

    Jean-Louis la ricontrollava.

    Una chiave poteva funzionare.

    Jean-Louis la provava ancora.

    Un foro poteva essere ben calibrato.

    Jean-Louis lo misurava un’altra volta.

    Il suo apprendista, un ragazzo magro chiamato Étienne, lo trovava esasperante.

    — Monsieur Buffet — disse un pomeriggio, mentre fuori pioveva da tre ore e dentro la bottega anche la stufa sembrava essersi stancata — quella chiave funziona.

    Jean-Louis non alzò gli occhi.

    — Sì.

    Étienne aspettò.

    — Allora perché la state smontando?

    — Perché funziona quasi bene.

    — Ma quasi bene non significa bene?

    Jean-Louis si fermò.

    Guardò il ragazzo.

    — No.

    — A me sembrava di sì.

    — È per questo che sei ancora apprendista.

    Étienne sospirò.

    Jean-Louis sorrise.

    Poi gli mostrò la chiave.

    — Guarda qui.

    — Non vedo nulla.

    — Esatto.

    — Esatto cosa?

    — Il difetto è così piccolo che forse il musicista non saprà mai che esiste.

    Étienne si illuminò.

    — Allora possiamo lasciarlo.

    Jean-Louis tornò serio.

    — È proprio questo che non dobbiamo fare.

    Il ragazzo lo fissò.

    — Perché?

    Jean-Louis appoggiò lo strumento sul banco.

    — Perché fare bene qualcosa solo quando qualcuno può accorgersene non è mestiere.

    Fece una pausa.

    — È vanità.

    Étienne, che aveva quindici anni e riteneva la vanità un problema molto meno grave della fame, non parve del tutto convinto.

    Ma tacque.

    Fuori, sotto la pioggia, una donna vestita di grigio aveva smesso di camminare.

    Aveva ascoltato ogni parola.

    Poi riprese il cammino.

    Si chiamava Madame Oblio.

    Naturalmente nessuno sapeva se fosse il suo vero nome.

    I più anziani sostenevano che nessuno nascesse con un nome simile.

    I bambini, invece, ritenevano perfettamente possibile nascere già chiamandosi Oblio, specialmente se si aveva l’aria di quella donna.

    Madame Oblio era alta.

    Molto alta.

    E così sottile che, quando attraversava un vicolo immerso nella nebbia, pareva una riga d’inchiostro tracciata sulla pagina sbagliata.

    Indossava un abito color cenere.

    Non grigio chiaro.

    Non argento.

    Cenere.

    La seta cadeva pesante fino al selciato e sembrava assorbire la luce invece di rifletterla.

    La gonna era ampia, il busto severamente stretto, le maniche lunghe.

    Sul collo portava un alto pizzo nero.

    Sulle spalle, una mantellina di velluto scuro.

    Alla gola, una spilla d’argento a forma di falena.

    Le mani erano sempre coperte da guanti color avorio.

    Sempre.

    Anche d’estate.

    Anche in casa.

    Anche quando scriveva.

    Da un cappello dalla tesa larga scendeva un velo sottile.

    Dietro si intuiva un volto pallido, quasi immobile.

    Ma gli occhi si vedevano bene.

    Erano grigi.

    Non severi.

    Non crudeli.

    Semplicemente vecchi di troppe cose viste.

    Occhi abituati a osservare gli uomini dichiarare eterno ciò che sarebbe durato una stagione.

    Madame Oblio portava con sé una piccola borsa nera.

    Dentro c’erano una gomma bianca, una boccetta d’inchiostro trasparente, un paio di forbicine d’argento e un enorme registro.

    Sulla copertina era inciso:

    NOMI DI CUI IL MONDO HA SMESSO DI AVERE BISOGNO.

    Madame Oblio non amava spiegare il proprio mestiere.

    Se qualcuno glielo chiedeva, rispondeva:

    — Faccio ordine.

    Era una risposta che poteva significare tutto.

    E infatti significava molto.

    Madame Oblio cancellava i nomi.

    Non quelli appena morti.

    Sarebbe stato troppo facile.

    Aspettava.

    Un anno.

    Dieci.

    Cento.

    Quando un nome sopravviveva soltanto perché qualcuno pretendeva che sopravvivesse, Madame Oblio arrivava.

    Cancellava la firma di chi aveva amato più la gloria dell’opera.

    Il titolo di chi aveva governato soltanto per essere celebrato.

    L’iniziale di chi aveva voluto essere ricordato senza aver lasciato nulla di utile a nessuno.

    Non provava piacere.

    Non provava rimorso.

    Diceva:

    — Il tempo non è crudele. È selettivo.

    E nessuno osava domandarle chi le avesse dato il diritto di decidere.

    Forse perché, in fondo, tutti avevano paura della risposta.

    Nello stesso inverno in cui Madame Oblio ascoltò Jean-Louis parlare al suo apprendista, nella bottega entrò per la prima volta Zoé Crampon.

    Zoé non aveva l’aria di una persona destinata a cambiare la storia di qualcosa.

    Il che, come spesso accade, era un ottimo inizio.

    Aveva occhi vivaci, guanti color prugna e una risata che arrivava sempre mezzo secondo prima di quanto la buona educazione avrebbe consigliato.

    Jean-Louis le mostrò la bottega con orgoglio.

    Le mostrò il legno.

    Gli attrezzi.

    Le chiavi.

    Gli strumenti terminati.

    Zoé annuiva.

    — Interessante.

    — Solo interessante?

    — Molto interessante.

    — Peggio.

    Lei rise.

    Poi si fermò davanti a un banco pieno di piccoli componenti.

    Prese una vite minuscola.

    — E questa?

    — Serve a fissare una chiave.

    — Se mancasse?

    — Il meccanismo funzionerebbe male.

    Zoé la osservò.

    — Quindi una cosa che nessuno vede può rovinare tutto.

    Jean-Louis la guardò.

    — In sostanza, sì.

    Lei rimise la vite al suo posto.

    — È una bella lezione.

    — È una vite.

    — Le cose piccole danno ottime lezioni. Gli uomini importanti, molto meno.

    Jean-Louis non seppe cosa rispondere.

    Fu il primo di molti momenti in cui Zoé ebbe l’ultima parola.

    Qualche giorno dopo Jean-Louis le fece ascoltare uno strumento nuovo.

    Un clarinettista venne in bottega.

    Montò lo strumento.

    Inspirò.

    Suonò una frase.

    Jean-Louis era soddisfatto.

    Zoé no.

    — C’è qualcosa.

    Il clarinettista sorrise.

    — Madame è musicista?

    — No.

    Jean-Louis sospirò.

    — Appunto.

    Zoé gli lanciò uno sguardo.

    — Suoni ancora.

    L’uomo suonò.

    Zoé sollevò un dito.

    — Ecco.

    — Cosa?

    — Quella nota.

    Jean-Louis prese lo strumento.

    — È intonata.

    — Non ho detto che non lo è.

    — E allora?

    Zoé cercò la parola.

    — È trattenuta.

    Jean-Louis aggrottò la fronte.

    — Una nota non può essere trattenuta.

    — Questa sì.

    Il clarinettista suonò ancora.

    Jean-Louis ascoltò con più attenzione.

    E finalmente sentì.

    Una minima resistenza.

    Quasi nulla.

    Smontò il clarinetto.

    Controllò il meccanismo.

    Corresse un dettaglio minuscolo.

    Il musicista riprovò.

    La nota cambiò.

    Non di altezza.

    Di libertà.

    Zoé sorrise.

    — Adesso respira.

    Jean-Louis la guardò più a lungo del necessario.

    E fu così, senza castelli, senza draghi e senza violini celestiali, che cominciò una grande storia d’amore.

    Si sposarono nel 1836.

    Il matrimonio fu allegro e imperfetto.

    Uno zio bevve troppo.

    Un bambino dormì sotto un tavolo.

    Un violinista saltò un’intera frase musicale, ma la eseguì così male che nessuno poté dimostrare che fosse davvero mancata.

    Zoé rise.

    Jean-Louis la guardò ridere.

    Pensò che sarebbe stato felice di ascoltare quel suono per il resto della vita.

    Naturalmente non glielo disse.

    Gli uomini dell’Ottocento, come quelli di qualunque altro secolo, erano capaci di costruire cose complicatissime e di fallire miseramente davanti a una frase semplice.

    Pochi giorni dopo Jean-Louis portò in bottega una nuova tavola di legno.

    Su di essa era inciso:

    BUFFET

    Zoé la osservò.

    — Bella.

    Jean-Louis si irrigidì.

    — Che c’è?

    — Nulla.

    — Quando dici “bella” in quel modo c’è sempre qualcosa.

    Zoé prese un pezzetto di carboncino.

    Accanto alla parola Buffet scrisse:

    CRAMPON

    Jean-Louis rimase in silenzio.

    Ora c’era scritto:

    BUFFET CRAMPON

    — È lungo — disse.

    — Anche un buon matrimonio.

    — È il nome della mia famiglia.

    Zoé annuì.

    — Lo so.

    — La bottega è nata così.

    — Lo so.

    Jean-Louis la guardò.

    — E allora?

    Zoé posò il carboncino.

    — Non voglio cancellare ciò che c’era prima di me.

    Poi indicò il secondo nome.

    — Voglio capire se una storia, per continuare, debba restare identica.

    Jean-Louis non rispose.

    Fuori, una carrozza passò sollevando spruzzi di fango.

    Zoé guardò ancora la tavola.

    — Forse un’eredità non è una cosa da conservare sotto vetro.

    — E cos’è?

    — Qualcosa a cui aggiungere il proprio pezzo senza distruggere quello degli altri.

    Jean-Louis osservò i due nomi.

    Per la prima volta non vide due cognomi.

    Vide due direzioni che si incontravano.

    Non sapeva ancora che, dall’altro lato della strada, Madame Oblio era ferma sotto un lampione.

    E stava osservando proprio quella tavola.

    Quella sera Madame Oblio tornò a casa.

    Se casa poteva chiamarsi.

    Era un appartamento al terzo piano di un edificio che nessuno ricordava di aver visto costruire.

    Le pareti erano coperte di scaffali.

    Sugli scaffali c’erano registri.

    Migliaia.

    Madame Oblio accese una sola lampada.

    Si sedette.

    Aprì il grande libro.

    Cercò la B.

    Buffet.

    Nulla.

    Poi la C.

    Crampon.

    Nulla.

    Prese la penna.

    La tenne sospesa.

    Non scrisse.

    — Vedremo — mormorò.

    Poi chiuse il libro.

    La mattina seguente, sulla tavola rimaneva soltanto una parola.

    BUFFET

    Crampon era sparito.

    Non cancellato male.

    Non raschiato.

    Sparito.

    Zoé lo notò per prima.

    — Jean-Louis.

    — Cosa?

    — Vieni qui.

    Lui arrivò.

    Guardò.

    — Hai cancellato tu?

    Zoé sollevò lentamente gli occhi.

    Jean-Louis capì subito di aver posto la domanda sbagliata.

    — Scusa.

    Riscrissero il nome.

    Il mattino dopo scomparve Buffet.

    Rimase solo:

    CRAMPON

    Il terzo giorno scomparvero entrambi.

    Questa volta Jean-Louis non disse nulla.

    Prese il carboncino.

    Li riscrisse.

    Poi cominciarono le dimenticanze.

    Un fornitore entrò.

    — Buongiorno, monsieur…

    Si bloccò.

    Jean-Louis lo conosceva da anni.

    — Buffet.

    L’uomo arrossì.

    — Naturalmente.

    Il giorno dopo una vicina incontrò Zoé per strada.

    — Madame…

    Silenzio.

    — Crampon.

    — Sì. Perdoni.

    Ma la cosa peggiore accadde una sera.

    Zoé stava scrivendo una lettera.

    Arrivò alla firma.

    Zoé C…

    La penna si fermò.

    Jean-Louis la vide sbiancare.

    — Che succede?

    Zoé continuava a fissare il foglio.

    — Non ricordo.

    — Cosa?

    — Il mio cognome.

    Jean-Louis rise.

    Lei no.

    — Non ricordo il mio cognome.

    Passarono cinque lunghi secondi.

    Poi la parola tornò.

    — Crampon.

    Zoé posò la penna.

    Quella notte nessuno dei due dormì bene.

    A mezzanotte esatta suonò il campanello.

    Jean-Louis scese.

    Aprì.

    Madame Oblio era davanti alla porta.

    La nebbia si muoveva dietro di lei come una tenda.

    L’abito color cenere.

    I guanti.

    La falena d’argento.

    Il velo.

    — Buonasera.

    — Chi siete?

    — Dipende da quanto avete da perdere.

    Jean-Louis non apprezzò la risposta.

    Zoé arrivò alle sue spalle.

    Madame Oblio entrò.

    Non chiese permesso.

    Si avvicinò all’insegna.

    — Buffet Crampon.

    Pronunciò lentamente i due nomi.

    Come se li stesse pesando.

    Poi aprì la borsa.

    Estrasse il registro.

    Lo posò sul banco.

    Jean-Louis lesse la copertina.

    NOMI DI CUI IL MONDO HA SMESSO DI AVERE BISOGNO.

    — È lei — sussurrò Zoé.

    Madame Oblio la guardò.

    — Ci conosciamo?

    — No.

    — Allora come fate a saperlo?

    Zoé abbassò lo sguardo sulla gomma bianca.

    — Intuito.

    Madame Oblio sorrise.

    — Pericolosa qualità.

    Jean-Louis si mise davanti alla tavola.

    — Cosa volete?

    — Una risposta.

    — A quale domanda?

    Madame Oblio sfiorò la parola Buffet.

    — Perché questo dovrebbe restare?

    Jean-Louis rispose immediatamente:

    — È il nome di mio padre.

    — Non ve l’ho chiesto.

    — Ha fondato questa bottega.

    — Molte botteghe chiudono.

    — Ha lavorato tutta la vita.

    — Molti lo fanno.

    Jean-Louis tacque.

    Madame Oblio indicò Crampon.

    — E questo?

    Zoé la guardò.

    — È il mio nome.

    — Lo vedo.

    — Rappresenta una nuova storia.

    — Tutte le storie sono nuove all’inizio.

    Zoé strinse le labbra.

    Madame Oblio guardò entrambi.

    — Voi credete che un nome meriti di vivere perché vi appartiene.

    Nessuno rispose.

    — È un errore comune.

    Aprì il libro.

    — I miei scaffali sono pieni di persone che pensavano lo stesso.

    Jean-Louis si irrigidì.

    — Non avrete questi nomi.

    Madame Oblio sorrise.

    — Non ancora.

    Estrasse un piccolo orologio d’argento.

    — Avete fino all’alba.

    — Per fare cosa?

    — Convincermi che queste due parole significano qualcosa anche per chi non siete voi.

    Jean-Louis guardò Zoé.

    — E se non ci riusciamo?

    Madame Oblio prese la gomma.

    — Domattina nessuno ricorderà che siano mai esistite.

    Poi uscì.

    Jean-Louis passò la prima ora a cercare argomenti.

    — Mio padre.

    Zoé scosse la testa.

    — Glielo hai già detto.

    — La bottega.

    — Anche.

    — Gli strumenti.

    — Troppo generico.

    — La qualità.

    — Suona come un cartello pubblicitario.

    Jean-Louis la guardò male.

    Zoé si sedette.

    — Stiamo sbagliando.

    — Cosa?

    — Stiamo cercando di spiegare perché meritiamo di essere ricordati.

    — È precisamente ciò che ci ha chiesto.

    Zoé scosse il capo.

    — No.

    — Zoé…

    — Ci ha chiesto cosa significano questi nomi per chi non siamo noi.

    Jean-Louis tacque.

    Zoé indicò un clarinetto incompleto.

    — Finiscilo.

    — Ora?

    — Ora.

    — Mancano poche ore all’alba!

    — Appunto.

    — E quello dovrebbe salvare il nostro nome?

    Zoé lo guardò.

    — Smettila di salvarlo.

    Jean-Louis la fissò.

    — Cosa?

    — Da quando è arrivata quella donna, non pensi più al clarinetto.

    — Sto cercando di evitare che dimentichino il mio cognome!

    — Esattamente.

    Zoé si alzò.

    — E se per salvare il nome smetti di fare bene ciò che quel nome dovrebbe rappresentare, allora Madame Oblio ha già vinto.

    Silenzio.

    Jean-Louis guardò il banco.

    Il legno.

    Le chiavi.

    Gli strumenti.

    Poi si tolse la giacca.

    Indossò il grembiule.

    E cominciò.

    La notte avanzò.

    Jean-Louis lavorava.

    Zoé ascoltava.

    Étienne fu svegliato e mandato a prendere una lampada.

    — A quest’ora? — protestò.

    — A quest’ora.

    — Stiamo impazzendo?

    — Probabilmente.

    — Bene. Volevo solo saperlo.

    Lavorarono.

    Una chiave quasi perfetta venne smontata.

    Un tampone sostituito.

    Una molla alleggerita.

    A un certo punto Étienne sbadigliò.

    — Monsieur Buffet, nessuno saprà mai che abbiamo passato mezz’ora su quella vite.

    Jean-Louis si fermò.

    Lo guardò.

    Poi sorrise.

    — Esatto.

    Zoé abbassò gli occhi per nascondere il proprio sorriso.

    Poco prima dell’alba lo strumento era pronto.

    Non era decorato.

    Non era straordinario da vedere.

    Non aveva nulla di teatrale.

    Era semplicemente fatto bene.

    Madame Oblio arrivò con il primo chiarore.

    — Tempo.

    Jean-Louis le porse il clarinetto.

    Lei lo guardò.

    — Questo sarebbe il vostro argomento?

    — No.

    — E allora?

    — È il nostro lavoro.

    Madame Oblio aggrottò appena le sopracciglia.

    Jean-Louis chiamò Étienne.

    — Suona.

    Il ragazzo impallidì.

    — Io?

    — Tu.

    — Davanti a lei?

    Guardò Madame Oblio.

    — Preferirei un incendio.

    — Suona.

    Étienne prese lo strumento.

    Inspirò.

    La prima nota uscì esitante.

    La seconda meglio.

    Poi una frase.

    Semplice.

    Chiara.

    Il suono riempì la bottega.

    Madame Oblio ascoltò.

    Quando Étienne terminò, lei aspettò.

    — E dunque?

    Jean-Louis rispose:

    — Lui non sa quanto tempo ho impiegato su quella chiave.

    Madame Oblio taceva.

    — Non sa chi abbia scelto il legno.

    Zoé aggiunse:

    — Non sa quante persone abbiano imparato prima di noi ciò che ci ha permesso di costruirlo.

    Jean-Louis guardò l’apprendista.

    — E un giorno, forse, qualcuno suonerà uno strumento fatto qui senza sapere nulla di me.

    — Terribile — disse Madame Oblio.

    Jean-Louis sorrise appena.

    — Una settimana fa avrei pensato di sì.

    — E adesso?

    — Adesso penso che forse sia proprio questo il punto.

    Madame Oblio lo studiò.

    Zoé intervenne.

    — Un nome non dovrebbe obbligare il futuro a ricordare il passato.

    — Interessante.

    — Dovrebbe obbligare chi lo porta a essere degno di ciò che promette.

    Madame Oblio non si mosse.

    Jean-Louis indicò l’insegna.

    — Se Buffet Crampon significa soltanto noi due, cancellatelo.

    Zoé lo guardò.

    Jean-Louis continuò.

    — Se invece può significare un lavoro fatto con cura per qualcuno che forse non conosceremo mai…

    Madame Oblio abbassò gli occhi sul clarinetto.

    — Allora?

    Jean-Louis respirò.

    — Allora il nome non è più un monumento.

    Zoé completò:

    — È una responsabilità.

    Madame Oblio prese la gomma.

    Si avvicinò all’insegna.

    Passò la mano.

    BUFFET scomparve.

    Jean-Louis fece un passo.

    Zoé lo trattenne.

    Seconda passata.

    CRAMPON scomparve.

    Tavola vuota.

    Étienne spalancò gli occhi.

    — Ma…

    Madame Oblio alzò un dito.

    — Suona.

    Il ragazzo obbedì.

    La nota uscì.

    Identica.

    Libera.

    Madame Oblio guardò Jean-Louis.

    — Il vostro nome non c’è più.

    Poi indicò il clarinetto.

    — Eppure questo è rimasto.

    Jean-Louis non rispose.

    Madame Oblio sorrise.

    — Perché?

    Zoé fu la prima a capire.

    — Perché il valore non era scritto sull’insegna.

    Madame Oblio annuì lentamente.

    — Era nel lavoro.

    Silenzio.

    Poi, con un gesto lieve, passò nuovamente il guanto sulla tavola.

    Le lettere tornarono.

    BUFFET CRAMPON

    Jean-Louis la fissò.

    — Perché ce lo restituite?

    Madame Oblio richiuse la gomma nella borsa.

    — Perché adesso sapete che non vi appartiene.

    Jean-Louis corrugò la fronte.

    Lei indicò l’insegna.

    — Da oggi quel nome non dirà chi siete.

    Guardò lo strumento.

    — Dirà cosa promettete.

    Zoé la osservò.

    — E se un giorno quella promessa non fosse mantenuta?

    Madame Oblio sorrise.

    — Tornerò.

    Fece per andarsene.

    Poi Zoé la chiamò.

    — Madame Oblio.

    La donna si voltò.

    — Posso farvi una domanda?

    — Una.

    — Perché conservate i nomi che cancellate?

    Madame Oblio rimase immobile.

    — Chi vi ha detto che li conservo?

    Zoé indicò il registro.

    — Se voleste davvero distruggerli, non avreste bisogno di scriverli.

    Per la prima volta Madame Oblio sembrò sorpresa.

    Zoé continuò:

    — Li ricordate tutti?

    La donna non rispose.

    Jean-Louis guardò il grande libro.

    — Tutti quelli che il mondo ha dimenticato?

    Madame Oblio abbassò gli occhi.

    Passò una mano sulla copertina.

    — Qualcuno deve pur farlo.

    Zoé sorrise piano.

    — Allora non siete l’Oblio.

    Madame Oblio la fissò.

    — Come?

    — Siete l’ultima memoria.

    La donna rimase perfettamente immobile.

    Perfino la nebbia oltre la porta sembrò fermarsi.

    Poi Madame Oblio sollevò lentamente le mani.

    Si tolse i guanti.

    Le sue dita erano sottili.

    Normali.

    Umane.

    Zoé notò una cosa.

    Sul dito indice c’era una piccola macchia d’inchiostro.

    Madame Oblio la guardò.

    — Curioso.

    — Cosa?

    — In centinaia d’anni nessuno mi aveva mai fatto notare che forse ho sbagliato mestiere.

    Zoé sorrise.

    — Capita.

    Madame Oblio quasi rise.

    Quasi.

    Poi uscì nella nebbia.


    Epilogo

    Gli anni passarono.

    Gli anni hanno questa abitudine.

    Cambiano i visi.

    Consumano le mani.

    Sbiadiscono le fotografie.

    Rendono vecchie le novità.

    Jean-Louis invecchiò.

    Zoé pure.

    Étienne diventò adulto.

    Altri entrarono nella bottega.

    Altri impararono.

    Altri sbagliarono.

    Altri corressero.

    Gli strumenti cambiarono.

    Si perfezionarono.

    Viaggiarono.

    Furono suonati in sale luminose e in stanze povere.

    Da professionisti e da ragazzi alla prima lezione.

    Da persone che conoscevano quella storia e da persone che non avevano mai sentito pronunciare i nomi di Jean-Louis o Zoé.

    E forse era proprio quello il loro trionfo.

    Perché la vera eredità non costringe chi viene dopo a vivere rivolto all’indietro.

    Gli mette qualcosa di buono tra le mani.

    E gli dice:

    Vai.

    Madame Oblio tornò molte volte.

    Nelle sere d’inverno.

    Sempre con l’abito color cenere.

    Sempre con la falena d’argento.

    Sempre con il grande registro.

    Si fermava davanti all’insegna.

    BUFFET CRAMPON

    La osservava.

    Poi ascoltava.

    Se dalla bottega arrivava il rumore di qualcuno che lavorava ancora quando sarebbe stato più facile accontentarsi…

    se una mano ricontrollava una chiave che nessun cliente avrebbe mai saputo essere stata corretta…

    se qualcuno cercava non il suono più facile, ma quello più giusto…

    Madame Oblio richiudeva la borsa.

    E continuava il proprio cammino.

    Una sera d’inverno, molti anni più tardi, rimase davanti alla bottega più a lungo del solito.

    Dall’interno arrivò il suono di un clarinetto.

    Prima una nota.

    Poi un’altra.

    Infine una melodia.

    Madame Oblio sollevò il viso verso l’insegna.

    La falena d’argento tremò appena alla luce del lampione.

    La sua mano scese verso la borsa.

    Sfiorò la gomma bianca.

    Ma non la prese.

    Restò ad ascoltare fino all’ultima nota.

    Poi sorrise.

    E scomparve nella nebbia.


    Morale

    I primi chiedono:

    «Quanto a lungo parlerete di me?»

    I secondi chiedono:

    «Che cosa diventerà migliore perché io sono passato di qui?»

    È una domanda assai più severa.

    Perché la fama può essere ereditata. La reputazione può essere comprata. Una targa può durare secoli.

    Ma nessuna scritta, nessuna statua, nessun cognome può sostituire il valore reale di ciò che viene consegnato agli altri.

    E forse è per questo che un clarinetto è una creatura più saggia di molti uomini.

    Non cerca di possedere il respiro.

    Se lo facesse, non produrrebbe alcun suono.

    Lo riceve, lo trasforma e lo lascia andare.

    Così fanno le cose che meritano davvero di durare.

    Così fanno i maestri, così fanno gli amori migliori; così fanno le vite che non hanno bisogno di diventare monumenti.

    Perché, prima o poi, Madame Oblio viene a prendere il nostro nome.

    È il suo mestiere.

    Ma la domanda che conta non è se riusciremo a impedirglielo.

    È un’altra:

    quando il nostro nome non sarà più pronunciato, resterà nel mondo qualcosa che, grazie al nostro passaggio, funziona meglio, respira meglio, vive meglio?

    Se la risposta è no, nessuna lapide sarà abbastanza grande.

    Se la risposta è sì, forse abbiamo già ottenuto qualcosa di più importante della memoria.

    Abbiamo lasciato un’eredità.

    Abbiamo ricevuto qualcosa dal mondo e non ci siamo limitati a trattenerlo.

    Lo abbiamo lavorato. Curato. Migliorato e consegnato oltre.

    Proprio come accade nel clarinetto.

    Il respiro entra, attraversa il legno, diventa suono.

    E poi se ne va.

    Ma dopo essere passato da lì, non è più soltanto aria.

    È diventato musica.

    Forse anche noi siamo questo: un luogo di passaggio tra ciò che abbiamo ricevuto e ciò che avremo il coraggio di lasciare.

    E allora, quando Madame Oblio verrà, potrà pure prendere il nostro nome. Ciò che abbiamo davvero trasmesso sarà già altrove, nelle mani, nelle vite, nel respiro di qualcun altro.

    I SIMBOLI DELLA NOVELLA (Clicca sulla freccia nera per aprire i contenuti)

    La falena d’argento
    Appartiene alla notte, ma cerca la luce.

    Il registro
    Conserva ciò che il mondo non sa più nominare.

    La gomma bianca
    Cancella le lettere, ma rivela il valore.

    Il clarinetto
    Trasforma un respiro in eredità.

    L’insegna
    Un nome vale solo quanto la promessa che mantiene.

    La nebbia
    Nasconde il mondo per far parlare il mistero.


    Una risposta a “La falena d’argento e il nome perduto”

    1. Avatar Danilo Dolciotti
      Danilo Dolciotti

      Bellissima questa favola sul clarinetto e su uno dei produttori migliori di clarinetti… bravissima

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  • Il duello senza pistole

    Liszt, Thalberg e la notte in cui Parigi combatté con ottantotto tasti.

    di Marialuisa Veneziano

    ************

    🎧 MUSICA PER LA LETTURA – (Box 1)
    Sigismond Thalberg – Fantaisie sur des thèmes de Moïse, op. 33
    Questa volta non ascoltiamo una semplice colonna sonora.Entriamo direttamente nel duello.
    Comincia con Thalberg: cerca quella melodia che sembra cantare nel centro della tastiera mentre le altre dita le costruiscono sopra e sotto un intero mondo sonoro. È il celebre effetto delle “tre mani”.

    Clicca sulla freccia nera per far apparire l’ascolto

    Matteo ricevette l’arma alle nove del mattino.

    Era lunga quindici centimetri, aveva la punta appena temperata ed era rossa.

    — Non perderla — disse il signor Valmont.

    Matteo la rigirò tra le dita.

    — È una matita.

    — Lo vedo.

    — Avevate detto che mi avreste affidato una cosa importante.

    Il direttore della tipografia sollevò gli occhi.

    — Con quella, questa sera, ucciderai un uomo.

    Matteo lasciò quasi cadere la matita.

    Valmont scoppiò a ridere.

    — Un nome, idiota. Ucciderai un nome.

    Sul banco, tra caratteri di piombo, stracci sporchi d’inchiostro e fogli ancora umidi, erano distese due prime pagine.

    La prima annunciava:

    La seconda:

    Matteo lesse la prima.

    Poi la seconda.

    Poi tornò alla prima.

    — Ma il concerto è stasera.

    — Ottima memoria.

    — Non hanno ancora suonato.

    — Altra osservazione impeccabile.

    — E voi avete già scritto chi ha vinto?

    — Ho scritto entrambe le possibilità.

    Matteo si grattò la fronte.

    — E se non vince nessuno?

    Valmont smise di sorridere.

    Lo guardò con quella particolare compassione che gli adulti riservano ai bambini quando dicono qualcosa di ragionevole.

    — Hai quattordici anni, vero?

    — Sì.

    — Si sente.

    Indicò le due pagine.

    — Stasera andrai al palazzo della principessa Belgiojoso. Ascolterai Liszt e Thalberg. Quando avranno finito, prenderai questa matita e farai una croce sul nome del perdente.

    — E poi?

    — Corri qui.

    — Quanto forte?

    — Se vuoi conservare il lavoro, abbastanza da arrivare prima delle due.

    Matteo infilò la matita in tasca.

    — Quindi sarò io a decidere chi ha vinto.

    Valmont rise.

    — No, ragazzo mio. Parigi ha già deciso.

    — E allora io a cosa servo?

    — A scoprire quale Parigi aveva ragione.

    Quella frase rimase nella testa di Matteo per tutta la giornata.

    Non perché fosse particolarmente intelligente.

    Perché, camminando per la città, si accorse che era vera.

    Parigi si era divisa.

    Non con barricate.

    Non ancora.

    Con qualcosa di molto più comodo: le opinioni.

    Nei caffè si litigava.

    Nei salotti si litigava con voce più bassa.

    Nelle botteghe si litigava interrompendo il lavoro.

    Sui giornali si litigava con l’inchiostro, che aveva il vantaggio di rendere permanenti anche le sciocchezze.

    — Liszt è un genio.

    — Liszt è un acrobata.

    — Thalberg fa cantare il pianoforte.

    — Thalberg fa sempre lo stesso trucco.

    — Liszt è il futuro.

    — Thalberg ha gusto.

    — Liszt ha il fuoco.

    — Thalberg non ne ha bisogno.

    Vicino al Pont-Neuf, Matteo consegnò alcune bozze a un uomo che stava discutendo animatamente.

    — Thalberg non vale la metà di Liszt!

    Matteo si fermò.

    — L’avete sentito?

    L’uomo lo guardò.

    — Chi?

    — Thalberg.

    — No.

    — E allora come sapete che Liszt è migliore?

    L’uomo si tolse lentamente gli occhiali.

    — Tu per chi sei?

    — Non lo so.

    L’uomo lo fissò con sospetto.

    — E allora perché parli?

    Matteo proseguì.

    Dieci minuti dopo udì due signore.

    — Liszt sarà certamente insopportabile.

    — Lo hai mai ascoltato?

    — Mai.

    — E allora?

    La signora aprì il ventaglio.

    — Mia cara, certe cose si capiscono.

    Matteo continuò a camminare.

    Verso mezzogiorno cominciò ad avere l’impressione che il concerto della sera servisse a tutto tranne che ad ascoltare musica. Il palazzo della principessa Cristina Trivulzio di Belgiojoso era già in fermento.

    Il concerto sarebbe stato benefico. Una parte del ricavato sarebbe servita agli italiani in difficoltà ed esuli.

    Quando Matteo lo seppe, si raddrizzò.

    — Io sono italiano e sono in difficoltà.

    Il maggiordomo che gli stava consegnando una pila di programmi lo squadrò.

    — Ti terrò presente se avanzano tartine.

    Matteo decise che, per un francese, era un uomo spiritoso.

    Passò il pomeriggio trasportando sedie, piegando fogli e cercando di non rompere nulla che valesse più di sua madre, cioè quasi tutto.

    Fu allora che sentì il primo pianoforte.

    La porta di un salottino era aperta.

    Matteo sbirciò.

    Un uomo elegantissimo sedeva alla tastiera.

    Non si muoveva molto.

    Non ne aveva bisogno.

    Dal pianoforte uscì una melodia nitida, perfettamente riconoscibile, come se qualcuno stesse cantando nel centro dello strumento.

    Ma sopra quella voce correvano arabeschi.

    E sotto si muoveva il basso.

    Matteo guardò le mani.

    Due.

    Ascoltò.

    Tre.

    Guardò di nuovo.

    Due.

    Fece qualche passo.

    Si chinò accanto al pianoforte.

    La musica si interruppe.

    — C’è qualcosa di interessante sotto?

    Matteo alzò la testa.

    L’uomo lo osservava.

    — Cercavo la terza mano.

    Silenzio.

    — Quale terza mano?

    — Quella che suona la melodia.

    L’uomo rimase serio.

    Poi rise.

    — E l’hai trovata?

    — No.

    — Peccato. È anni che la cercano.

    Matteo si rialzò.

    — Voi siete Thalberg.

    — Dipende.

    — Da cosa?

    — Se vieni a riscuotere denaro, no.

    Matteo sorrise.

    Sigismond Thalberg gli fece cenno di avvicinarsi.

    — Guarda.

    Ripeté lentamente il passaggio.

    La melodia passava fra i pollici, nel registro centrale. Le altre dita costruivano intorno un paesaggio sonoro che dava l’illusione di più piani sovrapposti.

    Matteo spalancò gli occhi.

    — È un trucco.

    Thalberg lo guardò.

    — Tu lavori in una tipografia?

    — Sì.

    — Quando stampi la parola mare, il foglio si bagna?

    — No.

    — Allora anche voi fate trucchi.

    — Non è la stessa cosa.

    — Naturalmente. Il mio costa molto di più.

    Matteo rise.

    Poi ricordò la matita nella tasca.

    — Stasera vincerete?

    Thalberg smise di suonare.

    — Contro chi?

    — Liszt.

    — Ah.

    Il nome rimase fra loro.

    — Tutti dicono che sarà un duello.

    — Gli esseri umani amano molto i duelli nei quali non rischiano di essere colpiti.

    — Ma voi volete vincere?

    Thalberg lo guardò.

    Matteo si aspettava una frase magnifica sulla superiorità dell’arte.

    Thalberg disse:

    — Moltissimo.

    Matteo rimase deluso.

    — Pensavo avreste detto che conta soltanto la musica.

    Thalberg richiuse piano la tastiera.

    — È una delle cose che i musicisti dicono quando hanno già vinto.

    BOX MUSICOLOGICO (Clicca sulla freccia nera per aprire i contenuti)

    L’altro pianoforte si trovava due stanze più in là.

    Matteo sentì la stessa frase nove volte.

    Alla decima si affacciò.

    Franz Liszt sedeva da solo.

    Suonava quattro battute.

    Si fermava.

    Ripeteva.

    Ancora.

    Ancora.

    Alla dodicesima Matteo domandò:

    — Non vi riesce?

    Liszt si voltò.

    — Come?

    — Quel pezzo.

    — Perché?

    — Continuate a rifarlo.

    Liszt lo studiò.

    — Quando tu non sai fare qualcosa, quante volte provi?

    — Di solito alla terza arriva il signor Valmont e mi chiama incapace.

    Liszt rise.

    Matteo entrò.

    Nel piegarsi per raccogliere alcuni programmi, lasciò cadere le due prime pagine.

    Liszt le raccolse.

    Lesse:

    LISZT SCHIACCIA THALBERG.

    Un sorriso.

    Girò il foglio.

    THALBERG DETRONIZZA LISZT.

    Il sorriso rimase, ma gli occhi cambiarono.

    — Previdenti.

    — Devo riportarne uno stanotte.

    — Allora non avrai difficoltà.

    — Quale?

    Liszt indicò il primo.

    Matteo rise.

    — Anche Thalberg vuole vincere.

    — Che uomo sorprendente.

    — Pensavo anche voi avreste detto che conta soltanto la musica.

    Liszt tornò al pianoforte.

    — Thalberg ti ha detto così?

    — No.

    — Allora, per una volta, siamo perfettamente d’accordo.

    Riprese le quattro battute.

    Matteo lo osservò.

    Due uomini diversissimi.

    Entrambi volevano vincere.

    Per ragioni che Matteo non conosceva ancora, la cosa gli piacque.

    Li rendeva meno statue.

    Più pericolosi.

    Più umani.

    Ed è proprio quando ci si sente importanti che si commettono le stupidaggini migliori.

    Thalberg era nel corridoio quando Matteo uscì.

    — Hai incontrato Liszt?

    — Sì.

    — E?

    Matteo avrebbe potuto dire:

    Sta provando.

    Avrebbe potuto dire:

    Vuole vincere.

    Avrebbe potuto tacere.

    Invece sentì la voce di Valmont nella testa.

    Nessuno compra un giornale se non succede niente.

    — Ha detto che stasera vi farà dimenticare.

    Thalberg si fermò.

    — Ha detto questo?

    Il cuore di Matteo ebbe un piccolo sobbalzo.

    — Più o meno.

    Era falso.

    Non completamente falso, si disse.

    Liszt voleva vincere.

    Una frase, in fondo, valeva l’altra.

    Thalberg lo guardò ancora per un momento.

    Poi entrò nella sala prove e chiuse la porta.

    Poco dopo Matteo sentì il pianoforte.

    Non più calmo come prima.

    Più rapido.

    Più duro.

    Una frase venne ripetuta tre volte.

    Matteo sentì freddo.

    Aveva fatto qualcosa.

    Non sapeva quanto grande.

    Per la prima volta tirò fuori la matita rossa.

    La guardò.

    Non sembrava più tanto innocente.

    Alle otto il palazzo smise di essere una casa.

    Divenne un teatro.

    Poi, lentamente, un’arena.

    Carrozze davanti all’ingresso.

    Gioielli.

    Uniformi.

    Profumi.

    Seta.

    Ventagli.

    Voci.

    Matteo riconobbe i sostenitori di Liszt e quelli di Thalberg senza che nessuno portasse una divisa.

    Bastava ascoltarli.

    — Se Thalberg fa ancora quel suo giochetto della melodia centrale, me ne vado.

    — Davvero?

    — Naturalmente.

    — Lo avete mai sentito?

    — No.

    Più avanti:

    — Liszt suona troppo forte.

    — Non ha ancora cominciato.

    — Non importa.

    Matteo strinse i programmi.

    Aveva trascorso il pomeriggio con i due uomini.

    Nessuno dei due assomigliava alla versione che ne davano quelle persone.

    Mentre attraversava il salone, qualcuno gli sfilò dalla tasca i fogli.

    Matteo si girò spaventato.

    La principessa Belgiojoso li stava leggendo.

    Uno.

    Poi l’altro.

    — Molto pratico.

    — Altezza…

    — Non preoccuparti. Non denuncerò il tuo giornale per eccesso di immaginazione.

    Gli restituì i fogli.

    — Quale userete?

    — Quello giusto.

    — E se fossero sbagliati entrambi?

    Matteo esitò.

    — Il mio direttore dice che è impossibile.

    La principessa lo osservò.

    — Dev’essere un uomo molto fortunato.

    — Perché?

    — Io ho trascorso gran parte della vita vedendo accadere cose che uomini molto sicuri avevano appena definito impossibili.

    Poi indicò la sala.

    — Ascolta bene.

    — È quello che devo fare.

    — No.

    Cristina sorrise appena.

    — Tu devi scegliere. È diverso.

    Si allontanò.

    Matteo rimase lì.

    Per la prima volta quelle due cose gli sembrarono davvero diverse.

    Quando Thalberg si avvicinò al pianoforte, la sala cadde nel silenzio.

    Un silenzio tutt’altro che innocente.

    Centinaia di persone stavano aspettando.

    Alcune la musica.

    Molte il verdetto.

    Thalberg posò le mani sulla tastiera.

    Cominciò la Fantasia sul Mosè di Rossini.

    Matteo lo conosceva ormai abbastanza da vedere ciò che il pubblico non poteva vedere.

    All’inizio Thalberg era teso.

    Lo capì dalle spalle.

    Dalla prima respirazione.

    Da quel gesto minuscolo con cui aveva sistemato il polsino.

    Forse stava pensando alla frase che Matteo gli aveva attribuito a Liszt.

    Vi farà dimenticare.

    Matteo sentì la vergogna salire.

    Poi Thalberg cominciò davvero a suonare.

    E dimenticò tutto.

    La melodia comparve nel centro della tastiera.

    Cantava.

    Non aveva altro verbo.

    Cantava.

    Attorno a essa, le note correvano come acqua attorno a una pietra.

    Sopra.

    Sotto.

    Tre piani sonori con due mani.

    Matteo guardò.

    Non cercò più la terza.

    Chiuse gli occhi.

    E vide sua madre.

    Non nel presente.

    Due anni prima.

    Durante il viaggio verso Parigi.

    Una stanza presa per una notte.

    Poche monete.

    La pioggia.

    Lui che chiedeva se il giorno dopo avrebbero mangiato.

    Sua madre che non rispondeva.

    Poi, nel buio, una canzone italiana.

    Cantata piano.

    Con una voce che voleva sembrare sicura e non lo era.

    Matteo, allora, lo aveva capito.

    Ma aveva fatto finta di no.

    Thalberg continuava.

    La melodia restava ferma al centro mentre intorno tutto cambiava.

    Proprio come quella voce.

    Sua madre aveva avuto paura.

    E aveva cantato lo stesso.

    Matteo aprì gli occhi.

    Per alcuni secondi non vide il salotto della principessa.

    Vide casa.

    Una casa che non esisteva più.

    L’ultima nota si spense.

    Ci fu un brevissimo silenzio.

    Poi l’applauso.

    Enorme.

    Matteo infilò la mano nella tasca.

    Tirò fuori la pagina:

    THALBERG DETRONIZZA LISZT.

    Prese la matita rossa.

    Avvicinò la punta alla carta.

    Un centimetro.

    Mezzo.

    Si fermò.

    Liszt non aveva ancora suonato.

    Ripiegò il foglio.

    *******

    🎧 ORA CAMBIA IL SUONO – (Box 2)
    Franz Liszt – Grande fantaisie sur des motifs de Niobe, S.419
    Hai ascoltato Thalberg mentre Matteo ritrovava qualcosa del proprio passato.
    Adesso entra Liszt.
    Non cercare lo stesso tipo di bellezza: il duello comincia davvero proprio perché il pianoforte cambia volto.

    Clicca sulla freccia nera per far apparire l’ascolto.

    Thalberg passò vicino a lui.

    — Allora?

    Matteo sobbalzò.

    — Cosa?

    — La terza mano.

    Il ragazzo sorrise.

    — Non l’ho trovata.

    — Bene.

    — Bene?

    Thalberg abbassò la voce.

    — Quando smetti di cercare il trucco, qualche volta cominci a sentire la musica.

    E andò via.

    Matteo rimase immobile.

    La frase gli fece ancora più male.

    Perché lui, quel pomeriggio, aveva fatto esattamente il contrario.

    Aveva cercato il trucco dentro due uomini.

    E ne aveva inventato uno.

    Quando Liszt entrò, una parte del pubblico applaudì prima ancora che toccasse la tastiera.

    Matteo si accorse che gli dava fastidio.

    Poi ricordò che era successo anche con Thalberg.

    Gli adulti, pensò, riuscivano spesso a essere ingiusti in modo perfettamente equilibrato.

    Liszt sedette.

    Non guardò Thalberg.

    O forse lo fece.

    Matteo non seppe dirlo.

    Cominciò.

    La Niobe entrò nella sala in maniera completamente diversa.

    Matteo cercò, all’inizio, ciò che aveva trovato in Thalberg.

    La voce centrale.

    La continuità.

    Quel canto.

    Non c’era.

    Si sentì quasi tradito.

    Poi Liszt cambiò prospettiva.

    Un passaggio esplose.

    Un altro si ritirò improvvisamente.

    Il pianoforte sembrò diventare troppo stretto per ciò che il pianista pretendeva da lui.

    A tratti orchestra.

    A tratti una voce sola.

    A tratti materia.

    A tratti vertigine.

    Matteo smise di pensare a sua madre.

    Cominciò a pensare a se stesso.

    Alla tipografia.

    Alle scarpe troppo grandi che portava perché erano state di suo cugino.

    Alla stanza che divideva con sua madre.

    Alle lettere di piombo che componeva ogni giorno per raccontare le vite degli altri.

    Aveva sempre pensato che un giorno avrebbe avuto una tipografia sua.

    Non perché lo desiderasse.

    Perché era l’unico futuro che conosceva.

    Poi Liszt suonò una frase che sembrò spalancare qualcosa.

    Matteo ebbe un pensiero.

    E se non fosse già deciso?

    Tutto qui.

    Un pensiero minuscolo.

    Ma alcuni pensieri hanno bisogno di pochissimo spazio per rendere improvvisamente piccola la stanza in cui hai vissuto fino a quel momento.

    E se non fosse già deciso che cosa avrebbe fatto?

    Dove sarebbe vissuto?

    Chi sarebbe diventato?

    Liszt terminò.

    La sala esplose.

    Matteo non applaudì subito.

    Aveva bisogno delle mani per tenere insieme una cosa che non sapeva nominare.

    Thalberg gli aveva restituito un luogo da cui proveniva.

    Liszt gli aveva fatto sospettare che potesse esisterne uno verso cui andare.

    Matteo prese le due pagine.

    Le mise una accanto all’altra.

    Guardò la matita rossa.

    E capì di essere nei guai.

    La musica finì.

    La gara cominciò.

    — Liszt!

    — Thalberg!

    — Thalberg!

    — Liszt!

    I nomi rimbalzarono nella sala.

    Qualcuno rise.

    Qualcuno fischiò.

    La principessa alzò una mano.

    Il rumore calò.

    Non del tutto.

    Mai del tutto.

    — A quanto pare — disse — Parigi è venuta qui con una domanda.

    — Chi ha vinto! — gridò qualcuno.

    Risate.

    Matteo guardò i pianisti.

    Liszt aveva l’aria di un uomo che fingeva molto bene di non essere interessato.

    Thalberg quella di un uomo che fingeva ancora meglio.

    La principessa li guardò.

    Poi guardò Matteo.

    E vide i due fogli.

    — Vieni qui.

    Il sangue lasciò il volto del ragazzo.

    Fece finta di non avere capito.

    — Tu.

    Niente da fare.

    Attraversò la sala.

    Ogni passo gli sembrò rumoroso.

    La principessa indicò i fogli.

    — Il tuo giornale vuole un nome.

    — Sì.

    — Bene. Daglielo.

    Matteo deglutì.

    Qualcuno disse:

    — Facciamo giudicare il ragazzo!

    Una risata percorse il salone.

    — Allora? — domandò un uomo. — Chi è stato migliore?

    Matteo guardò Thalberg.

    Poi Liszt.

    La risposta non arrivò.

    — Non lo so.

    Risate.

    — Non lo sa!

    — Che giudice!

    — Ma deve scegliere!

    Matteo infilò la mano in tasca.

    Strinse la matita.

    Guardò Thalberg.

    — Quando suonava lui…

    Il salone lentamente tacque.

    — …avevo dimenticato che monsieur Liszt esistesse.

    Qualcuno mormorò approvazione.

    Matteo si voltò verso Liszt.

    — E quando ha suonato lui avevo dimenticato che esistesse monsieur Thalberg.

    Il mormorio cambiò.

    L’uomo del caffè, quello che aveva già deciso al mattino, sbuffò.

    — E questo cosa dimostra?

    Matteo abbassò gli occhi sulle due prime pagine.

    La risposta arrivò da lì.

    — Che per decidere chi era migliore avrei dovuto ricordarmi dell’altro mentre ascoltavo.

    Nessuno rise.

    — Ma allora avrei ascoltato peggio.

    Silenzio.

    Matteo continuò, ormai troppo spaventato per fermarsi.

    — Monsieur Thalberg mi ha fatto ricordare casa.

    Guardò Liszt.

    — Monsieur Liszt mi ha fatto chiedere dove potrei andare.

    Poi guardò la sala.

    — Non so quale delle due cose sia migliore.

    Pausa.

    — E non voglio perderne una soltanto per poter dire che ho scelto bene.

    Quella frase non produsse applausi.

    Matteo ne fu quasi felice.

    Gli applausi avrebbero rovinato tutto.

    Produsse invece qualcosa di più raro.

    Persone che non sapevano immediatamente cosa dire.

    Avrebbe potuto fermarsi.

    La principessa avrebbe trovato una frase elegante.

    Il pubblico avrebbe discusso.

    Valmont avrebbe urlato.

    La vita sarebbe continuata.

    Ma Matteo vide Thalberg.

    E vide di nuovo quella porta chiusa nel pomeriggio.

    La musica più nervosa.

    La frase inventata.

    Alzò la mano.

    — C’è un’altra cosa.

    La principessa sospirò.

    — Naturalmente.

    Qualche risata.

    Matteo guardò Thalberg.

    — Vi ho mentito.

    Thalberg aggrottò la fronte.

    — Quando?

    — Oggi.

    Liszt sollevò lo sguardo.

    — Vi ho detto che monsieur Liszt aveva promesso di farvi dimenticare.

    La sala si fece immobile.

    Thalberg si voltò verso Liszt.

    Liszt disse semplicemente:

    — Non l’ho detto.

    Matteo sentì il viso bruciare.

    — Lo so.

    — Perché? — chiese Thalberg.

    Non era arrabbiato.

    Sarebbe stato più facile se lo fosse stato.

    Matteo guardò i fogli.

    — Perché così sembrava una storia migliore.

    Nessuno si mosse.

    — Pensavo che se vi foste odiati un po’ di più, la gente avrebbe voluto sapere ancora di più chi avrebbe vinto.

    Thalberg continuava a guardarlo.

    — E adesso?

    Matteo inspirò.

    — Adesso penso che la musica fosse più interessante della storia che avevo inventato.

    Liszt abbassò gli occhi.

    Thalberg fece lo stesso.

    Per un momento i due uomini non sembrarono né rivali né virtuosi.

    Sembrarono due persone che avevano appena scoperto quanto facilmente gli altri potessero raccontare al posto loro ciò che provavano.

    La principessa osservò Matteo.

    — Hai imparato in fretta.

    — Cosa?

    — Il mestiere del giornalista.

    La sala rise.

    Matteo diventò rosso.

    Poi Cristina aggiunse:

    — Fortunatamente stai anche imparando il rimedio.

    Il cronista accanto al pianoforte alzò la voce.

    — Tutto molto bello, Altezza. Ma domattina i lettori chiederanno ancora chi ha vinto.

    La tensione tornò.

    — Il ragazzo ha due titoli — continuò. — Uno dei due sarà pur vero.

    Matteo guardò i fogli.

    LISZT SCHIACCIA THALBERG.

    THALBERG DETRONIZZA LISZT.

    La punta rossa aspettava.

    Quella era la cosa più semplice.

    Una croce.

    Un perdente.

    Un vincitore.

    Una storia pulita.

    Matteo pensò a Valmont.

    Al lavoro.

    A sua madre.

    Alle monete che portava a casa.

    Poi tracciò una linea.

    Sul primo titolo.

    Un mormorio.

    Spostò la matita.

    Tracciò una linea sul secondo.

    — Ragazzo! — gridò il cronista.

    Matteo ripose la matita.

    — Sono sbagliati.

    — Tutti e due?

    — Sì.

    — E noi cosa dovremmo scrivere?

    Matteo alzò le spalle.

    — Quello che è successo.

    — È ciò che stavamo facendo!

    Matteo guardò le due frasi cancellate.

    — No.

    Poi, molto piano:

    — Stavate scrivendo quello che volevate succedesse.

    Fu Liszt a ridere per primo.

    Una risata breve.

    Thalberg lo guardò.

    Poi rise anche lui.

    Non un abbraccio.

    Non una riconciliazione da favola.

    Nessuno dei due aveva improvvisamente smesso di desiderare la vittoria.

    Ma per un momento sembrarono vedere dall’esterno la gabbia dentro cui Parigi li aveva messi.

    E ciò bastò.

    Quando quasi tutti furono usciti, Matteo tornò nel salone.

    Doveva recuperare i programmi abbandonati.

    C’erano bicchieri sui tavoli, candele consumate, una sedia rovesciata.

    Il pianoforte era ancora aperto.

    Liszt stava per andare via.

    Thalberg era vicino alla porta.

    Si incontrarono al centro della stanza.

    Matteo si nascose istintivamente dietro una tenda.

    Non voleva origliare.

    Voleva soltanto capire se si sarebbero uccisi.

    Liszt guardò Thalberg.

    — Il ragazzo ha mentito male.

    — Molto.

    — Avrebbe potuto inventare qualcosa di più offensivo.

    — Gliel’ho già detto.

    Un silenzio.

    Poi Liszt indicò il pianoforte.

    — Quella melodia nel registro centrale.

    Thalberg lo guardò.

    — Cosa?

    — Fatemela vedere.

    Thalberg rimase immobile per un secondo.

    Poi tornò alla tastiera.

    Suonò lentamente il passaggio.

    Liszt osservò.

    Provò.

    Thalberg scosse la testa.

    — No.

    Liszt ripeté.

    — Così?

    — Peggio.

    Liszt lo guardò.

    — Sapete che avete un carattere insopportabile?

    — Il pubblico mi trova elegante.

    — Il pubblico non vi conosce.

    Per la prima volta Matteo capì una cosa che i titoli non avrebbero mai potuto raccontare.

    Due rivali potevano studiarsi.

    Rubarsi un’idea.

    Ammirarsi controvoglia.

    Desiderare di superarsi e, proprio per questo, costringersi a diventare migliori.

    La competizione non era necessariamente il male.

    Il male cominciava quando qualcuno pretendeva che, per esistere uno, l’altro dovesse essere cancellato.

    Matteo uscì dalla tenda.

    Liszt lo vide.

    — Tu.

    Matteo si fermò.

    — Mi dispiace ancora.

    Thalberg fece un gesto con la mano.

    — Lo sappiamo.

    Liszt indicò il pianoforte.

    — Sai suonare?

    — No.

    — Perfetto. Vieni.

    Matteo si avvicinò.

    Liszt indicò un tasto.

    — Premi.

    Matteo lo fece.

    Una nota.

    Thalberg inclinò la testa.

    — Troppo pesante.

    Liszt disse:

    — Non ascoltarlo. È invidioso.

    Thalberg premette lo stesso tasto.

    — Ecco.

    Liszt fece una smorfia.

    — Troppo elegante.

    Matteo li guardò.

    — Chi dei due l’ha suonata meglio?

    I due pianisti tacquero.

    Liszt indicò la porta.

    — Fuori.

    Quella volta Matteo rise prima di obbedire.

    Quando arrivò in tipografia erano passate le due.

    Valmont era in piedi.

    Non disse nulla.

    Era peggio.

    Matteo gli porse i fogli.

    Il direttore vide il primo titolo cancellato.

    Poi il secondo.

    Sollevò lentamente lo sguardo.

    — Spiegami.

    — Non hanno funzionato.

    — Sono titoli. Non devono funzionare.

    — Erano sbagliati.

    — Chi ha vinto?

    — Non lo so.

    — Matteo.

    — Davvero.

    — Ti ho mandato a scoprire una sola cosa.

    — Lo so.

    — E torni senza saperla.

    Matteo abbassò la testa.

    — Sì.

    Valmont inspirò.

    — Sai almeno perché?

    Matteo ci pensò.

    — Perché mentre suonavano non riuscivo a confrontarli.

    — È esattamente il contrario di quello che dovevi fare.

    — Credo di sì.

    — Hai fallito.

    Matteo guardò la matita rossa.

    Poi disse:

    — Forse.

    Valmont diventò paonazzo.

    — Forse?

    — Però ho ascoltato tutto.

    Silenzio.

    I tipografi avevano smesso di lavorare.

    Valmont guardò i due fogli.

    Poi Matteo.

    Infine li gettò sul banco.

    — Smontate.

    Un uomo cominciò a togliere i caratteri dal compositoio.

    SCHIACCIA.

    Una lettera alla volta.

    S.

    C.

    H.

    I.

    A.

    C.

    C.

    I.

    A.

    Il verbo scomparve.

    Poi:

    DETRONIZZA.

    D.

    E.

    T.

    R.

    O.

    N.

    I.

    Z.

    Z.

    A.

    Matteo osservò.

    Al mattino quelle parole gli erano sembrate fatti.

    Ora tornavano a essere ciò che erano sempre state:

    pezzi di piombo scelti da qualcuno.

    Valmont prese un compositoio vuoto.

    — Bene.

    Guardò Matteo.

    — Visto che hai distrutto due prime pagine, aiutami con la terza.

    — Io?

    — Non farmelo ripetere.

    Matteo pensò.

    — “Liszt e Thalberg suonano magnificamente”.

    Valmont lo guardò con disgusto.

    — Voglio vendere giornali, non sonniferi.

    Matteo rifletté ancora.

    Pensò al salone.

    Al pubblico.

    Alla matita.

    Alle due mani di Thalberg che sembravano tre.

    Alle quattro battute che Liszt aveva provato dodici volte.

    A sua madre.

    Al futuro.

    Poi disse:

    — Scrivete…

    Valmont aspettò.

    PARIGI ASPETTAVA UN VINCITORE.

    — E poi?

    Matteo sorrise.

    LA MUSICA NON NE HA SCELTO UNO.

    Valmont lo fissò.

    — È lungo.

    Matteo abbassò gli occhi.

    Il direttore prese un carattere di piombo.

    — Ma si può lavorare.

    Fu il complimento più grande che Matteo avesse mai ricevuto da lui.

    ******

    Parigi si svegliò esattamente come era andata a dormire.

    Divisa.

    Chi sosteneva Liszt continuò a sostenere Liszt.

    Chi amava Thalberg continuò a preferire Thalberg.

    Qualcuno giurò che Liszt avesse trionfato.

    Qualcun altro che Thalberg gli avesse dato una lezione.

    Matteo ne fu quasi contento.

    La storia non aveva cambiato il mondo.

    Le storie migliori raramente lo fanno in una notte.

    Stava consegnando i giornali quando vide una copia del Journal des Débats.

    La aprì.

    Cercò il resoconto della serata.

    Lesse il giudizio di Jules Janin.

    Il critico non aveva consegnato a Parigi il vincitore assoluto che aspettava.

    Il senso era semplice:

    due vincitori. Nessun vinto.

    Matteo rimase fermo sul marciapiede.

    Poi rise.

    L’uomo del caffè del giorno precedente era lì.

    — Cos’hai da ridere?

    — Niente.

    — Alla fine chi ha vinto?

    Matteo lo guardò.

    — Voi per chi eravate?

    — Liszt.

    — Avete ascoltato Thalberg?

    — Naturalmente.

    Matteo sorrise.

    — No.

    L’uomo aggrottò la fronte.

    — Come sarebbe “no”?

    Ma Matteo era già andato via.

    Aveva una tipografia da raggiungere.

    Valmont gli avrebbe detratto dalla paga il costo della matita che aveva spezzato correndo.

    Perché quella mattina, senza pensarci, Matteo aveva infilato la mano in tasca, l’aveva trovata e l’aveva spezzata in due.

    Poi si era pentito.

    Una buona matita non aveva nessuna colpa.

    Aveva raccolto entrambe le metà.

    E le aveva tenute.

    Per ricordarsi una cosa: non è lo strumento che cancella i nomi.

    È la mano che decide di usarlo per farlo.


    Non siamo nati per diventare la copia migliore di qualcun altro.

    C’è sempre qualcuno più veloce, più sicuro, più applaudito. Ma confrontarsi continuamente può farci dimenticare una domanda più importante:

    Sto diventando davvero la persona che voglio essere?

    Liszt e Thalberg erano diversi proprio perché cercavano strade diverse. Nessuno dei due aveva bisogno di cancellare l’altro per avere valore.

    Anche nella vita è così: crescere non significa arrivare prima degli altri, ma capire qual è la propria direzione. Perché il vero fallimento non è essere secondi. È passare il tempo a correre una gara che non ci appartiene.

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  • La Scala Incantata di Clarinello Blu

    Una favola newyorkese fra jazz, scherzi e note ribelli

    di Marialuisa Veneziano

    **********

    🎧 MUSICA PER LA LETTURA
    Premi play prima di iniziare a leggere.
    Il primo suono che sentirai è già una piccola rivoluzione: il clarinetto parte dal registro grave e, invece di salire ordinatamente nota dopo nota, piega la scala in un unico lungo glissando.
    È proprio da quel gesto che nasce Clarinello Blu.
    Durante la lettura prova a fare attenzione a come Gershwin costruisce continuamente ponti fra mondi diversi: jazz e scrittura sinfonica, energia urbana e lirismo, ritmo e canto, ironia e malinconia.
    E soprattutto ascolta una cosa: quel celebre glissando sembra libero, quasi improvvisato. In realtà richiede un controllo raffinatissimo di fiato, imboccatura, lingua e diteggiatura.
    Forse è proprio questo il piccolo segreto nascosto dentro la nostra favola:
    la libertà più convincente è spesso quella che ha studiato abbastanza da potersi permettere di sembrare spontanea.
    Per accompagnare la lettura userei la registrazione di Andrew Litton al pianoforte e alla direzione con la Dallas Symphony Orchestra: è una versione energica e molto narrativa, e l’attacco del clarinetto rende immediatamente riconoscibile il mondo della novella.
    Un consiglio: non ascoltare soltanto le note. Ascolta anche come passano dall’una all’altra. È proprio lì che Clarinello ha nascosto la sua magia.

    New York, febbraio 1924.

    Clarinello Blu aveva un’opinione molto seria delle scale.

    Una scala, secondo lui, doveva avere gradini.

    Era questa, del resto, la ragione per cui si chiamava scala.

    Do.

    Re.

    Mi.

    Fa.

    Sol.

    E così via.

    Una nota dopo l’altra, senza scorciatoie, senza salti dal balcone, senza quelle deplorevoli abitudini che avevano certi tromboni di arrivare a destinazione scivolando.

    Clarinello detestava i tromboni.

    Non personalmente.

    Musicalmente.

    — Non mi fido di uno strumento che può stare fra due note — diceva.

    Il trombone Arturo Sbrodoloni, quando lo sentiva, allungava placidamente la coulisse.

    — Fra due note c’è parecchio spazio.

    — Non c’è niente.

    — Ah no?

    Arturo produceva allora un lento, scandaloso glissando.

    Clarinello rabbrividiva dalla campana all’imboccatura.

    — Volgare.

    — Comodo.

    — Ineducato.

    — Arrivo prima.

    — Il problema non è arrivare.

    — Questo lo dicono sempre quelli che fanno le scale.

    E Arturo se ne andava scivolando.

    Clarinello restava al proprio leggio, indignato e segretamente un po’ invidioso.

    Apparteneva a Ross Gorman, clarinettista dell’orchestra di Paul Whiteman, e aveva costruito tutta la propria reputazione sulla precisione.

    Attacchi puliti.

    Legato elegante.

    Staccato brillante.

    Intonazione sorvegliata con un rigore che sfiorava la polizia musicale.

    Aveva persino dato un nome alle proprie chiavi.

    Non perché fosse affezionato.

    Per poterle rimproverare individualmente.

    — Teodora, sei in ritardo.

    — Ernesto, chiudi bene.

    — Giulietta, se continui a perdere, ti faccio revisionare.

    La prima violinista, Donna Violante Stradivaria, lo considerava uno strumento affidabile.

    Detto da Donna Violante, equivaleva quasi a una dichiarazione d’amore.

    Lei era una signora sottile, impeccabile, con il riccio del manico sempre perfettamente pettinato e una convinzione incrollabile: tutto ciò che era veramente musicale era già stato fatto in Europa almeno cinquant’anni prima.

    — Mozart — diceva.

    E bastava.

    Se qualcuno nominava una novità:

    — Mozart.

    Se qualcuno parlava di jazz:

    — Mozart.

    Una volta Tito Squillo, la tromba, le aveva domandato:

    — E se Mozart fosse vivo oggi?

    Donna Violante aveva riflettuto.

    — Eviterebbe certe compagnie.

    Tito non le aveva più rivolto domande filosofiche.

    C’era poi Basilio Brontoloni, il fagotto.

    Basilio possedeva il raro dono di sembrare pessimista anche quando era felicissimo.

    — Buongiorno — diceva.

    E pareva una diagnosi.

    Era però il migliore amico di Clarinello.

    Quella mattina sedevano insieme sul palco dell’Aeolian Hall durante una prova.

    Sul leggio c’era una partitura nuova.

    In cima, un nome:

    GEORGE GERSHWIN

    e sotto:

    RHAPSODY IN BLUE.

    Basilio lesse il titolo tre volte.

    — Rapsodia in blu.

    — Sì.

    — Perché blu?

    — Non lo so.

    — Non cominciamo bene.

    Donna Violante, due file più avanti, si voltò.

    — “Blue” allude certamente a una sensibilità americana.

    Tito Squillo intervenne:

    — Potrebbe alludere al blues.

    Donna Violante fece quella faccia particolare che assumeva quando qualcuno le ricordava che il Novecento era già cominciato.

    — Appunto. Americana.

    Sul palco arrivò George Gershwin.

    Aveva venticinque anni, una quantità di capelli neri che sembravano pensare per conto proprio e l’aria di un uomo che avesse appena avuto cinque idee mentre gli altri stavano ancora formulando la prima.

    Si sedette al pianoforte.

    Basilio lo osservò.

    — È giovane.

    — Molto — disse Clarinello.

    — Questo mi preoccupa.

    — Perché?

    — I giovani non sanno ancora quali cose siano impossibili.

    Tito Squillo rise.

    — E sarebbe un difetto?

    Basilio ci pensò.

    — Dipende molto da chi deve suonarle.

    Paul Whiteman alzò la bacchetta.

    L’orchestra tacque.

    Clarinello sentì Ross Gorman sistemare l’imboccatura.

    Guardò la prima battuta.

    Era lui.

    L’inizio della Rhapsody in Blue apparteneva al clarinetto.

    Questo gli piaceva moltissimo.

    Prima ancora che Gershwin toccasse il pianoforte, prima che l’orchestra spiegasse che razza di musica fosse quella, doveva parlare lui.

    Un trillo grave.

    Poi la salita.

    Clarinello osservò le note.

    Una scala.

    Ottimo.

    Finalmente qualcosa di civile.

    Partirono.

    Il trillo vibrò nel registro grave.

    Poi cominciò la scala.

    Uno.

    Due.

    Tre gradini.

    Tutto perfetto.

    Fu allora che Basilio Brontoloni ebbe un’idea.

    Le idee di Basilio erano rare.

    Per questa ragione venivano quasi sempre sottovalutate.

    Si sporse appena e sussurrò:

    — Clarinello.

    Lui continuò a salire.

    — Clarinello.

    Nessuna risposta.

    — Donna Violante ha appena sbagliato una nota.

    Era falso.

    Ma funzionò.

    Clarinello sentì una risata salirgli dentro.

    La trattenne.

    Quarto gradino.

    Quinto.

    Basilio continuò:

    — Credo fosse un fa diesis.

    La risata salì ancora.

    Sesto gradino.

    — O forse un sol.

    Clarinello non resistette.

    E la scala…

    si sciolse.

    Le note smisero di essere gradini.

    Il suono si piegò.

    Scivolò.

    Sbuffò.

    Strisciò fra le altezze.

    Salì dal grave verso l’acuto in un’unica curva sfacciata, come se qualcuno avesse tolto improvvisamente tutti i gradini e Clarinello avesse deciso, invece di cadere, di risalire sulla ringhiera.

    La sala fu attraversata da un lungo:

    WRAAAAAAAAAAH!

    Poi silenzio.

    Assoluto.

    Clarinello avrebbe voluto farsi piccolo quanto un ottavino.

    Donna Violante aveva smesso di respirare.

    Tito Squillo spalancava la campana.

    Basilio fissava il leggio con l’aria di chi non sapesse assolutamente nulla.

    Paul Whiteman abbassò lentamente la bacchetta.

    Ross Gorman rimase con il clarinetto in mano.

    George Gershwin si voltò dal pianoforte.

    Clarinello pensò:

    Fine della carriera.

    Si vide già appeso alla parete di qualche ristorante.

    «Autentico clarinetto decorativo.»

    Forse con dei fiori nella campana.

    Gershwin disse:

    — Ancora.

    Clarinello non capì.

    Neppure Ross Gorman.

    — Scusa?

    Gershwin fece un gesto con la mano.

    — Quella cosa.

    Donna Violante mormorò:

    — Quale cosa?

    Basilio, senza voltarsi:

    — Credo intenda il reato.

    Gershwin sorrise.

    — Rifalla.

    Ross riportò Clarinello alla bocca.

    Il povero strumento era sconvolto.

    Maestro, quella non era una cosa. Era una disgrazia.

    Ripartì.

    Trillo.

    Salita.

    Clarinello tentò di ricreare lo stesso effetto.

    Wraaaaaaah.

    Gershwin scosse la testa.

    — No.

    Clarinello si offese.

    Prima era sbagliato perché l’aveva fatto.

    Adesso era sbagliato perché non lo faceva abbastanza bene.

    Terzo tentativo.

    — Troppo dritto.

    Quarto.

    — Troppo pulito.

    Donna Violante si voltò verso Basilio.

    — Ha detto “troppo pulito”?

    — Ho sentito.

    — A un clarinetto?

    — Sì.

    Donna Violante guardò il soffitto.

    Forse cercava Mozart.

    Quinto tentativo.

    Clarinello inspirò.

    Lasciò che Ross allentasse appena il controllo del suono.

    Le dita cominciarono la salita, ma questa volta non cercarono ogni gradino con la stessa precisione. L’imboccatura, il fiato, la lingua, la cavità della bocca cominciarono a collaborare.

    Il suono si incurvò.

    Salì.

    Non più scala.

    Non ancora grido.

    Qualcosa fra un lamento, una risata e una sirena newyorkese che avesse studiato armonia.

    Gershwin batté una mano sul pianoforte.

    — Quello.

    Clarinello sentì un brivido.

    Quello.

    Proprio quello che per anni avrebbe considerato un difetto.

    Adesso era diventato l’inizio.


    La notizia fece il giro dell’orchestra in undici minuti.

    In dodici, era già falsa.

    Alle percussioni raccontavano che Clarinello avesse improvvisato per protesta.

    I corni sostenevano che Gershwin avesse pianto.

    Donna Violante affermava di avere previsto tutto.

    Basilio le ricordò che dieci minuti prima aveva invocato Mozart.

    — Mozart avrebbe compreso — rispose lei.

    — Certamente.

    Clarinello, invece, era euforico.

    — Hai visto?

    disse a Basilio.

    — Ho sentito.

    — Gli è piaciuto.

    — Pare.

    — Ha cambiato la musica per me.

    Basilio lo guardò.

    — Non esagerare.

    — Ha detto “quello”.

    — Anche il mio medico dice spesso “quello”. Non ne traggo conclusioni artistiche.

    Clarinello non lo ascoltò.

    Continuava a provare.

    Il problema era che adesso il glissando, per riuscire veramente, richiedeva lavoro.

    Questo lo contrariava.

    — Come sarebbe?

    domandò quella sera a Zio Chalumò, il più anziano clarinetto dell’orchestra.

    Zio Chalumò abitava in una custodia nera imbottita di velluto e sosteneva di essere nato quando le ance avevano ancora rispetto per gli anziani.

    Il suo vero nome era Chalumeau, ma Basilio lo aveva francesizzato male una volta e il soprannome era rimasto.

    — Come sarebbe cosa?

    — Stamattina l’ho fatto senza pensarci.

    — Sì.

    — Ora, quando provo a rifarlo, è difficile.

    — Sì.

    — Non dovrebbe essere il contrario?

    Zio Chalumò sbadigliò.

    — Benvenuto nell’arte.

    — Non capisco.

    — La prima volta sei inciampato.

    — Io non sono inciampato.

    — Scivolato.

    — Suona meglio.

    — Molto. Adesso devi imparare a cadere apposta senza romperti il collo.

    Clarinello guardò le proprie chiavi.

    — Ma è un glissando.

    — Precisamente.

    — Basta far scorrere le dita.

    Zio Chalumò lo fissò.

    Poi scoppiò a ridere.

    Era una risata secca, legnosa, antica.

    — Cosa c’è?

    — Niente. Continua pure.

    — Perché ridi?

    — Perché stai scoprendo che un clarinetto non è un trombone.

    Dalla custodia accanto Arturo Sbrodoloni sporse la coulisse.

    — Finalmente.

    — Nessuno ti ha interpellato — disse Clarinello.

    Zio Chalumò spiegò.

    Sul clarinetto non esiste una coulisse capace di collegare meccanicamente tutte le altezze. Per produrre un glissando esteso e continuo non bastava aprire le chiavi in successione.

    Servivano le dita.

    Ma non soltanto.

    Serviva il fiato.

    Serviva l’imboccatura.

    Serviva modificare la pressione e, soprattutto, il modo in cui il musicista modellava dentro di sé la colonna d’aria.

    La lingua.

    La gola.

    La cavità orale.

    Clarinello rimase scandalizzato.

    — Tutto questo per sembrare che io stia facendo quello che mi pare?

    — Esattamente.

    — È una truffa.

    — È tecnica.

    — Peggio.

    Zio Chalumò sorrise.

    — Le cose che sembrano libere, ragazzo mio, molto spesso sono quelle che hanno lavorato più a lungo per non far vedere lo sforzo.

    Clarinello rimase in silenzio.

    Quella frase gli dava fastidio.

    Di solito era un buon segno.


    Nei giorni successivi diventò bravissimo.

    Glissando.

    Ancora.

    Ancora.

    Ancora.

    Gershwin chiedeva più ampiezza.

    Ross modificava l’imboccatura.

    Clarinello imparava a non spezzare la linea.

    Il suono cominciava con quel trillo grave quasi sospettoso e poi si apriva verso l’acuto con una libertà che sembrava improvvisata e invece richiedeva un controllo sempre più sottile.

    L’orchestra ormai aspettava soltanto quello.

    Tito Squillo lo imitava malissimo durante le pause.

    Arturo Sbrodoloni sosteneva che i tromboni lo facessero da secoli e chiedeva il pagamento degli arretrati.

    Basilio aveva composto una piccola marcia intitolata Trionfo del clarinetto che finalmente ha scoperto il trombone.

    Donna Violante dichiarava di non trovarla divertente.

    Era la prima a ridere.

    Clarinello cominciò a montarsi la campana.

    Prima pochissimo.

    Poi abbastanza.

    Infine moltissimo.

    Un pomeriggio, in un punto lirico della Rapsodia, aggiunse un piccolo scivolamento.

    Gershwin alzò la testa.

    — No.

    Clarinello ci rimase male.

    Due pagine dopo ci riprovò.

    — No.

    Alla terza, Gershwin smise di suonare.

    Ross Gorman abbassò il clarinetto.

    — Non lì.

    Clarinello era indignato.

    Durante la pausa corse da Zio Chalumò.

    — Non capisco quell’uomo.

    — Ottimo.

    — Gli piace il glissando.

    — Sì.

    — È diventato il mio suono.

    — No.

    — Come no?

    — È un suono che fai.

    — È la stessa cosa.

    Zio Chalumò si mise seduto.

    — Ah. Siamo già a questo punto.

    — Quale punto?

    — Quello in cui un musicista scopre una cosa bella e comincia a infilarla ovunque finché non diventa insopportabile.

    — Non è vero.

    — Certamente.

    — Anche Donna Violante dice “certamente” così.

    — Sto invecchiando.

    Clarinello sbuffò.

    — Perché all’inizio sì e dopo no?

    Zio Chalumò smise di scherzare.

    — Perché lì apre qualcosa.

    — Che cosa?

    — La Rapsodia.

    — Anche altrove potrebbe aprire.

    — E quante porte vuoi in una stanza?

    Clarinello tacque.

    — Quel gesto funziona perché arriva proprio lì — continuò il vecchio. — Prima che il pubblico abbia capito che cosa sta per ascoltare. Prima che il pianoforte entri. Prima che l’orchestra possa comportarsi come un’orchestra beneducata.

    — Quindi?

    — Quindi in pochi secondi gli dici: “Attento. Qui le note potrebbero non camminare come pensavi”.

    Clarinello guardò il pavimento.

    — Ma è mio.

    — Ecco il problema.

    — Cosa?

    — Hai cominciato domandandoti che cosa può servire alla musica. Adesso ti domandi che cosa può far ricordare te.

    Fu un colpo.

    Non violento.

    Peggio.

    Preciso.

    Clarinello non parlò più con Zio Chalumò per due giorni.

    Ne ebbe però una conversazione lunghissima nella propria testa.

    La perse.


    I protagonisti: (da sinistra) Basilio Brontoloni, Donna Violante Stradivaria, Clarinello Blu,  Nonno Chalumó, Arturo Sbrodoloni

    Tre giorni prima del concerto, accadde una disgrazia.

    Il glissando diventò perfetto.

    Clarinello lo fece una volta.

    Impeccabile.

    Lo rifece.

    Identico.

    Una terza.

    Uguale.

    Attacco.

    Curva.

    Crescita.

    Arrivo.

    Nessuna sbavatura.

    Basilio lo ascoltò.

    — Molto bello.

    Clarinello lo guardò.

    — No.

    — Per una volta ti faccio un complimento e ti offendi?

    — Non è bello.

    — Ho appena detto che—

    — È morto.

    Basilio tacque.

    Clarinello lo rifecе.

    Tecnica impeccabile.

    Nessuna sorpresa.

    — Senti?

    Basilio non rispose subito.

    — Sì.

    — Che cosa?

    — Sai già tutto quello che succederà.

    — Certo. L’ho studiato.

    — Forse è quello.

    Clarinello ricominciò.

    Ancora più preciso.

    Ancora più morto.

    Arrivò Donna Violante.

    Ascoltò.

    — Magnifico controllo.

    Clarinello quasi pianse.

    Era la cosa peggiore che potesse dirgli.

    — Prima ridevo.

    Donna Violante lo osservò.

    — Adesso esegui.

    — Non voglio eseguire.

    — È una frase curiosa da sentire in un’orchestra.

    — Sai cosa intendo.

    Sì.

    Lo sapeva.

    Donna Violante guardò la partitura.

    Poi lui.

    — Forse stai cercando di essere identico alla volta in cui sei stato spontaneo.

    Clarinello la fissò.

    Basilio spalancò gli occhi.

    Donna Violante si irrigidì.

    — Perché mi guardate?

    Basilio si portò una zampa al cuore.

    — Hai appena detto qualcosa di moderno.

    — Ti prego.

    — Sono emozionato.

    — Basilio.

    — Devo sedermi.

    — Sei già seduto.

    — Peggio.

    Ma Clarinello non rideva.

    Aveva paura.

    Fra tre giorni avrebbe aperto Rhapsody in Blue davanti a una sala piena.

    E la cosa che era nata da uno scherzo ora sembrava un esercizio.

    Aveva imparato perfettamente come farla.

    Aveva dimenticato perché.


    Quella notte uscì dalla custodia.

    Non chiedetemi come un clarinetto possa aprire una custodia, scendere da un palco e camminare per Manhattan.

    Se è questo il problema che avete con la storia, vi prego di considerare che un fagotto di nome Basilio Brontoloni ha parlato per diverse pagine senza che nessuno protestasse.

    New York era sveglia.

    New York nel 1924 sembrava possedere una quantità di energia incompatibile con il sonno.

    Automobili.

    Treni sopraelevati.

    Passi.

    Voci.

    Porte.

    Freni.

    Motori.

    Musica che usciva dai locali.

    Clarinello camminò.

    Per la prima volta provò a non cercare note.

    Ascoltò soltanto.

    Il treno sopraelevato passò:

    ta-TÀ ta-ta, ta-TÀ ta-ta.

    Una ruota aveva un piccolo difetto e produceva un accento là dove non avrebbe dovuto esserci.

    Clarinello sorrise.

    Più avanti un venditore abbassò una serranda.

    Un ritmo metallico.

    Un taxi suonò il clacson.

    Un altro rispose.

    — Molto male intonato — commentò Clarinello.

    Poi si fermò.

    — Sto diventando Donna Violante.

    Continuò.

    Da un locale seminterrato arrivava musica.

    Entrò.

    Un pianista suonava con tre uomini.

    Clarinello si mise in fondo.

    Ascoltò un tema.

    Semplice.

    Il pianista lo espose.

    Poi lo riprese.

    Ma non nello stesso modo.

    Una nota arrivò prima.

    Un’altra sembrò indugiare.

    La terza venne quasi accarezzata dal basso.

    Il ritmo restava riconoscibile eppure sembrava respirare diversamente.

    Il tema tornò ancora.

    Nuovo.

    E ancora riconoscibile.

    Clarinello si avvicinò.

    — Sta sbagliando.

    Una voce accanto a lui disse:

    — Speriamo.

    Era Zio Chalumò.

    Clarinello sobbalzò.

    — Mi hai seguito?

    — Alla mia età non seguo nessuno.

    — Come sei arrivato?

    — Stessa clausola narrativa che vale per te.

    Si sedettero.

    — Suona ogni volta diverso — disse Clarinello.

    — Sì.

    — Ma non sembra casuale.

    — No.

    — Sa esattamente dove si trova.

    — Sì.

    — Eppure cambia.

    — Vedo che l’udito funziona.

    Clarinello lo ignorò.

    Il pianista terminò una frase.

    Il batterista la prese.

    Il basso spostò il peso.

    Il tema tornò.

    — Pensavo che libertà significasse non sapere in anticipo cosa fare.

    Zio Chalumò sorrise.

    — Sarebbe comodo.

    — E invece?

    — Tu cosa senti?

    Clarinello ascoltò.

    Poi disse:

    — Sembra libero perché sa dove può andare.

    Il vecchio non rispose.

    — Non perché non conosce la strada.

    Ancora silenzio.

    — La conosce così bene che può permettersi di uscirne e ritrovarla.

    Zio Chalumò annuì appena.

    Clarinello si voltò.

    — Perché non dici niente?

    — Perché finalmente non ne hai bisogno.


    Il 12 febbraio 1924 arrivò con il freddo.

    All’Aeolian Hall il concerto portava un titolo ambizioso:

    An Experiment in Modern Music.

    Donna Violante lo lesse.

    — “Esperimento”.

    Basilio:

    — Sì.

    — Non amo essere parte di un esperimento.

    — Nemmeno i topi.

    — Basilio.

    — Cercavo di confortarti.

    La sala si riempì.

    Musicisti.

    Critici.

    Curiosi.

    Persone convinte che il jazz dovesse restare dove stava.

    Persone convinte che l’orchestra dovesse fare altrettanto.

    Persone che non sapevano ancora cosa pensare e che, senza saperlo, erano probabilmente le più fortunate.

    Gershwin sedeva al pianoforte.

    Paul Whiteman era pronto.

    Ross Gorman prese Clarinello.

    Il clarinetto sentì il proprio cuore.

    Non ne aveva uno.

    Quella sera ne aveva almeno tre.

    La bacchetta si alzò.

    Silenzio.

    Basilio gli sussurrò:

    — Clarinello.

    — Ti prego, non dire che Donna Violante ha sbagliato una nota.

    — Non avrei osato.

    Pausa.

    — Volevo dirti che se va male possiamo sempre dare la colpa a Gershwin.

    Clarinello rise.

    Piano.

    Abbastanza.

    Poi arrivò il momento.

    Trillo.

    Grave.

    Vibrante.

    Il suono cominciò a salire.

    Per un attimo Clarinello vide davanti a sé tutti i gradini.

    Le dita.

    L’imboccatura.

    La lingua.

    La gola.

    Il fiato.

    La tecnica.

    La versione perfetta.

    Poteva farla.

    Sapeva esattamente come.

    Poi pensò alla città.

    Al treno.

    Alla serranda.

    Al pianista del seminterrato.

    Alla prima prova.

    E comprese che aveva fatto per settimane una domanda sbagliata.

    Non:

    Come faccio a riprodurre quel glissando?

    Ma:

    Che cosa deve succedere al pubblico mentre lo faccio?

    E la risposta era lì.

    Doveva perdere il pavimento.

    Solo per pochi secondi.

    Doveva aspettarsi una scala e trovarsi improvvisamente davanti a una curva.

    Doveva capire, prima ancora che Gershwin suonasse una nota al pianoforte, che quella musica avrebbe attraversato territori nei quali le vecchie porte non sempre sarebbero rimaste chiuse.

    Clarinello lasciò andare il suono.

    La scala si sciolse.

    Il grave si allungò.

    Il timbro si piegò.

    La salita prese corpo, ironia, sensualità, insolenza.

    Non fu identica a quella della prova.

    Per fortuna.

    Arrivò in alto.

    Un istante di sospensione.

    Poi il pianoforte di Gershwin entrò.

    E la Rapsodia cominciò davvero.

    Clarinello sentì George sorridere.

    Non guardò.

    Quella volta non aveva bisogno di approvazione.

    Aveva capito perché quel suono fosse lì.

    12 FEBBRAIO 1924 – Quella sera accadde davvero ( clicca sulla freccia)


    Dopo il concerto, Tito Squillo sosteneva di avere sempre saputo che sarebbe stato un successo.

    Basilio:

    — Ieri hai detto che quella salita sembrava un gatto calpestato.

    — Era un’analisi timbrica.

    Arturo Sbrodoloni reclamava ancora i diritti d’autore sul principio dello scivolamento.

    Donna Violante si avvicinò a Clarinello.

    — Bene.

    Lui aspettò.

    — Tutto qui?

    — Molto bene.

    Clarinello spalancò le chiavi.

    — Donna Violante!

    — Non abituarti.

    Fece per andarsene.

    Poi si voltò.

    — Una sola cosa.

    Clarinello sospirò.

    — Naturalmente.

    — Quello che hai fatto questa sera…

    — Sì?

    — Non farlo mai nel Concerto di Mozart.

    Clarinello scoppiò in una risata tale che persino Arturo Sbrodoloni ammise di essere impressionato.


    Gli anni passarono.

    Quel glissando diventò inseparabile da Rhapsody in Blue.

    Clarinetti di città diverse cominciarono a studiarlo.

    Maestri ne discutevano.

    Allievi soffrivano.

    Ance venivano accusate ingiustamente.

    Qualcuno cercava un suono più lamentoso.

    Qualcun altro più brillante.

    Alcuni iniziavano lentamente e acceleravano.

    Altri costruivano una curva più continua.

    Clarinello, diventato anziano, ascoltava.

    E, come accade spesso a chi da giovane ha combattuto contro le regole, cominciò gradualmente a crearne di proprie.

    — Troppo corto.

    — Troppo veloce.

    — Io lo facevo più largo.

    — L’imboccatura!

    — Non così!

    — Ma cosa insegnano oggi?

    Zio Chalumò, che ormai era talmente vecchio da essere probabilmente precedente all’invenzione del legno, sopportò per molto tempo.

    Poi un giorno disse:

    — Violante.

    Clarinello si voltò.

    — Cosa?

    — Niente, Donna Violante.

    — Ritira immediatamente.

    — Troppo tardi.

    — Io non sono come lei.

    — Certamente.

    Clarinello si immobilizzò.

    Quella parola.

    Detta in quel modo.

    Era grave.

    Il giorno dopo ascoltò un ragazzo provare l’attacco della Rapsodia.

    Primo tentativo.

    Terribile.

    Secondo.

    Peggio.

    Terzo.

    Troppo studiato.

    Clarinello stava già per intervenire.

    Al quarto, però, accadde qualcosa.

    Il ragazzo lasciò andare un poco il suono.

    La curva fu diversa da quella di Ross Gorman.

    Diversa da quella che Clarinello ricordava.

    Più scura.

    Forse meno ironica.

    Quasi malinconica.

    Clarinello sentì salire l’antica obiezione:

    Non era così.

    Aprì la campana per parlare.

    Poi si fermò.

    Il ragazzo proseguì.

    Il pianoforte entrò.

    E quella particolare curva aveva preparato perfettamente quella Rapsodia, suonata da quel musicista, in quel momento.

    Clarinello richiuse la campana.

    Zio Chalumò lo osservò.

    — Niente?

    — Niente.

    — Sei malato?

    Clarinello sorrise.

    — Non era come il mio.

    — No.

    — Non era neanche come quello della prima volta.

    — No.

    Silenzio.

    Poi Clarinello disse:

    — Meno male.

    Zio Chalumò non rispose.

    Clarinello guardò il giovane musicista riprendere il clarinetto.

    Aveva finalmente capito che una tradizione muore in due modi.

    Muore quando viene dimenticata.

    Ma può morire anche quando viene conservata così perfettamente da non permetterle più di respirare.

    La prima risata di Ross Gorman era diventata storia proprio perché qualcuno aveva avuto il coraggio di non correggerla.

    Sarebbe stato curioso trasformarla, un secolo dopo, in qualcosa che nessuno avesse più il diritto di cambiare.

    Il ragazzo riprovò.

    Questa volta sbagliò.

    Clarinello sorrise.

    — Male.

    — Ah! — disse Zio Chalumò. — Eccoti tornato.

    — Ho detto che può essere diverso. Non ho detto che tutto vada bene.

    Il vecchio scoppiò a ridere.

    — Finalmente una filosofia musicale sensata.

    E, per qualche ragione, a Clarinello sembrò il complimento migliore ricevuto in tutta la vita.


    Clarinello aveva passato molto tempo a confondere cose differenti.

    Prima aveva creduto che essere corretti significasse non uscire mai dalla strada.

    Poi, quando uno scherzo era diventato una trovata musicale straordinaria, aveva pensato che essere liberi significasse uscire dalla strada ogni volta che ne avesse voglia.

    Infine aveva scoperto una terza possibilità.

    La più difficile: sapere dove si trova la strada, conoscere ciò che la regola protegge, possedere gli strumenti necessari.

    E soltanto allora decidere se, in quel preciso momento, valga la pena attraversare il confine.

    Non è un dettaglio.

    Perché oggi tendiamo spesso a raccontare l’originalità come se fosse una virtù sufficiente.

    «Sii diverso.»

    «Rompi gli schemi.»

    «Non seguire le regole.»

    Belle frasi.

    Ma anche un bambino di tre anni può rompere uno schema.

    Il problema artistico — e forse umano — è capire che cosa costruire dopo averlo rotto.

    Ross Gorman non rese memorabile l’inizio di Rhapsody in Blue semplicemente perché fece qualcosa di diverso da ciò che era scritto. Quella deviazione acquistò senso perché Gershwin riconobbe che possedeva il carattere giusto per aprire quel mondo musicale: un mondo in cui il linguaggio sinfonico incontrava jazz, blues, energia urbana, lirismo, ritmo e teatralità senza chiedere il permesso a una sola categoria.

    E poi c’è un altro paradosso ancora più bello.

    Quel gesto che sembra quasi una sfrontatezza improvvisata richiede tecnica.

    Sul clarinetto, ottenere una salita continua di quell’estensione non significa semplicemente “far scivolare le dita”. Il musicista deve coordinare progressivamente diteggiatura, imboccatura, flusso dell’aria, lingua e configurazione del tratto vocale affinché l’altezza possa piegarsi e attraversare ciò che normalmente percepiamo come gradini distinti.

    In altre parole:

    per far sembrare che la scala non abbia gradini bisogna conoscere molto bene ogni gradino.

    Ed è forse questo uno dei più bei paradossi dell’arte. La disciplina non è necessariamente il contrario della libertà. Può esserne la condizione.

    Un grande improvvisatore non è qualcuno che «non sa cosa farà».

    È qualcuno che possiede un linguaggio così profondamente da poter prendere una strada non prevista senza perdere la capacità di tornare.

    E anche nella vita esiste qualcosa di simile. Ci sono regole che abbiamo il diritto di contestare. Tradizioni che meritano di essere trasformate. Definizioni dalle quali è necessario uscire.

    Ma non tutto ciò che ci limita è automaticamente nemico.

    A volte un limite custodisce una ragione che non abbiamo ancora compreso.

    E non tutto ciò che ci distingue deve essere continuamente mostrato.

    Clarinello lo scoprì quando cominciò a mettere il proprio glissando dappertutto.

    Anche una caratteristica autentica può diventare maniera. Anche una qualità può diventare vanità.

    Anche la libertà può trasformarsi in posa quando smettiamo di domandarci perché facciamo qualcosa e cominciamo a farla soltanto perché ormai gli altri si aspettano che siamo “quelli che fanno quella cosa”.

    Forse maturare significa anche questo: non trascorrere tutta la vita a dimostrare di essere diversi. E nemmeno a dimostrare di essere impeccabili.

    Ma arrivare a possedere abbastanza profondamente ciò che siamo da non doverlo esibire a ogni battuta.

    C’è infine la lezione più sottile lasciata da quel primo glissando.

    Gershwin avrebbe potuto correggerlo. Era il compositore. Aveva la partitura. Aveva l’autorità.

    E invece ascoltò.

    Forse la vera intelligenza creativa non consiste soltanto nel sapere ciò che vogliamo.

    Consiste anche nel riconoscere qualcosa di migliore quando arriva da dove non lo avevamo previsto.

    È difficile.

    Perché significa accettare che una nostra opera, un nostro progetto, perfino un’idea alla quale teniamo possa diventare più ricca attraverso l’intervento di qualcun altro.

    Significa rinunciare per un momento alla soddisfazione di dire: «L’avevo pensato io.» per poter dire: «Questo funziona. Teniamolo.»

    Ed è una forma di grandezza molto meno rumorosa dell’originalità.

    Si chiama ascolto.

    Così, forse, Clarinello Blu aveva avuto ragione soltanto a metà.

    Fra una nota e l’altra c’erano davvero dei gradini.

    Ma non c’erano soltanto quelli.

    C’era anche lo spazio.

    E ci volle una risata al momento sbagliato perché qualcuno avesse finalmente il coraggio di attraversarlo.




    🎬 CLARINELLO FUORI DALLA FAVOLA

    Dopo aver conosciuto Clarinello Blu, è arrivato il momento di uscire per qualche minuto dalla favola.

    Perché dietro la sua scala incantata ci sono un clarinettista vero, un effetto difficilissimo e una Rapsodia che, più di cent’anni dopo, continua a non stare ferma dentro una sola definizione.

    🎙️ ASCOLTA IL VERO “CLARINELLO” DEL 1924
    Il glissando di Ross Gorman nella prima registrazione di Rhapsody in Blue
    Il 10 giugno 1924, pochi mesi dopo la prima esecuzione all’Aeolian Hall, George Gershwin registrò Rhapsody in Blue al pianoforte con la Paul Whiteman Concert Orchestra. All’inizio si sente proprio Ross Gorman, il clarinettista legato alla nascita del celebre glissando.
    Cosa ascoltare: non aspettarti il suono levigatissimo di una moderna orchestra sinfonica. È una registrazione acustica del 1924. Proprio per questo ha un fascino enorme: stai ascoltando quella musica quando era ancora praticamente nuova.
    Il nostro Clarinello Blu è immaginario. Ma questo clarinetto ha davvero più di cent’anni.
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  • Le ottantotto porte

    La musica trovò nuove strade proprio dove la vita aveva cancellato quelle di prima.

    di Marialuisa Veneziano

    *****

    🎧 MUSICA PER LA LETTURA
    Per accompagnare Le ottantotto porte, si consiglia l’ascolto del Concerto per pianoforte per la mano sinistra in Re maggiore di Maurice Ravel.
    Ravel scrisse questo Concerto per Paul Wittgenstein, il pianista che, dopo aver perduto il braccio destro durante la Prima guerra mondiale, continuò la propria carriera affidando a una sola mano una tastiera rimasta, ostinatamente, di ottantotto tasti.
    Il brano nasce quasi dal buio: contrabbassi e controfagotto emergono dal registro grave, poi la massa orchestrale cresce fino all’ingresso del pianoforte. Da quel momento Ravel costruisce una straordinaria illusione sonora: bassi, melodie, accordi, arpeggi e diversi piani musicali sembrano richiedere due mani, mentre tutto è affidato alla sola sinistra.
    È esattamente il viaggio della nostra novella: non cancellare ciò che manca, ma scoprire un modo nuovo di attraversare lo spazio rimasto.
    Clicca sulla freccia del logo “cuffie”, premi play, poi comincia a leggere.

    A Vienna c’era un pianoforte che, quando nessuno lo guardava, diventava una città.

    Aveva ottantotto porte.

    Cinquantadue erano bianche, trentasei nere. Alcune conducevano in stanze luminose, altre in cantine profonde; certe si aprivano su corridoi così acuti che sembravano fatti d’aria, altre su sotterranei nei quali il suono camminava lentamente e faceva vibrare il pavimento.

    Le due Mani di Paul Wittgenstein conoscevano quella città meglio di chiunque altro.

    Destra abitava volentieri nei quartieri alti.

    Sosteneva che lassù la luce fosse migliore.

    — È soprattutto una questione artistica — spiegava.

    Sinistra, che passava molto tempo fra bassi, accordi e fondamenta armoniche, la prendeva in giro.

    — Certo. Anche i piccioni preferiscono stare in alto.

    — Stai paragonando una melodia a un piccione?

    — Dipende dalla melodia.

    Destra era rapida, brillante e lievemente convinta che il pubblico venisse ai concerti principalmente per lei.

    Sinistra era più robusta, paziente e aveva sviluppato la tipica irritazione di chi sostiene metà del mondo mentre l’altra metà riceve i fiori.

    — Senza i miei bassi — diceva — cadresti.

    — Senza le mie melodie — rispondeva Destra — nessuno si accorgerebbe che sei caduta.

    Poi litigavano.

    Ma appena Paul cominciava a suonare, ogni discussione diventava inutile.

    Le due Mani correvano per la città.

    Sinistra apriva una porta grave, lasciava entrare un accordo; Destra rispondeva da tre ottave più in alto. Una frase passava dall’una all’altra, una scala attraversava il centro della tastiera, un arpeggio accendeva in successione finestre che all’orecchio sembravano brillare tutte insieme.

    Il Pianoforte ascoltava.

    Era un tipo metodico e possedeva un’unica mania.

    Prima di ogni esecuzione contava.

    — Uno, due, tre, quattro, cinque…

    Sinistra.

    Poi Destra.

    — Sei, sette, otto, nove, dieci. Bene. La città è completa.

    Destra rideva.

    — E se domani fossimo undici?

    Il Pianoforte impallidiva.

    — Impossibile.

    Sinistra insisteva:

    — E nove?

    Il vecchio strumento diventava serissimo.

    — Ancora più impossibile.

    — Perché?

    — Perché siete dieci.

    Per il Pianoforte era una risposta perfetta.

    Poi arrivò il 1914.

    E gli uomini decisero nuovamente che il mondo aveva bisogno di una guerra.

    Gli strumenti non hanno mai compreso bene le guerre.

    Sanno riconoscere una marcia, naturalmente. Conoscono trombe, tamburi, inni e fanfare. Ma non hanno mai capito perché gli esseri umani abbiano impiegato secoli per imparare a costruire orchestre — luoghi nei quali decine di voci diverse devono ascoltarsi per poter esistere insieme — e continuino poi, con una regolarità impressionante, a dimenticare la lezione appena escono dal teatro.

    Una mattina Paul chiuse il pianoforte.

    Nella stanza c’erano valigie.

    Voci.

    Saluti pronunciati troppo rapidamente.

    Destra sfiorò Sinistra.

    — Quando torniamo, rifacciamo quella scala?

    — Quale?

    — Quella in cui cerchi inutilmente di raggiungermi sull’ultimo do.

    Sinistra si offese.

    — Inutilmente?

    — Ti concedo cinque anni di allenamento.

    — Ti aspetto nei bassi.

    — Non scendo mai così in basso.

    — Per paura?

    Destra rise.

    Poi le due Mani si toccarono un’ultima volta.

    — Non rubarmi le melodie.

    — Tu non rubarmi i bassi.

    — Promesso?

    — Promesso.

    Paul partì.

    Il Pianoforte rimase chiuso.

    Passò un inverno.

    Poi una primavera.

    La polvere cominciò a posarsi sulle ottantotto porte.

    Ogni tanto qualcuno sollevava il coperchio per pulire.

    Il Pianoforte ne approfittava.

    Contava.

    Ottantotto.

    Sempre ottantotto.

    Gli dava conforto.

    Se la città conservava tutte le sue porte, pensava, prima o poi sarebbero tornati anche i suoi abitanti.

    Un giorno finalmente udì dei passi.

    Li riconobbe.

    La porta della stanza si aprì.

    Paul era tornato.

    Il Pianoforte sentì tutte le proprie corde tendersi di gioia.

    Il coperchio si sollevò.

    Paul si sedette.

    Sinistra apparve sulla tastiera.

    Il vecchio strumento cominciò automaticamente:

    — Uno, due, tre, quattro, cinque…

    Aspettò.

    Poi sorrise.

    — Sei?

    Silenzio.

    — Sette?

    Sinistra non si mosse.

    — Otto?

    Il Pianoforte guardò il posto accanto a lei.

    Per la prima volta comprese che esistono numeri che non vengono dopo.

    Destra non era tornata.

    Paul Wittgenstein aveva perduto il braccio destro dopo essere stato ferito durante la guerra.

    Nella città delle ottantotto porte non crollò nessun palazzo.

    Non si spense nessuna luce.

    Eppure tutto sembrò improvvisamente diverso.

    Per molti giorni nessuno suonò.

    Sinistra rimaneva sulla soglia della città e guardava.

    C’erano porte che aveva sempre aperto insieme a Destra.

    Altre che appartenevano quasi soltanto a lei.

    Un mi acuto ricordava perfettamente un trillo.

    Un do centrale ricordava quante volte le due Mani si erano incontrate proprio lì.

    Persino certi errori avevano conservato memoria.

    Una sera Sinistra avanzò.

    Sfiorò un tasto.

    Si fermò.

    — Non posso.

    Il Pianoforte non disse «puoi».

    Non disse «devi essere forte».

    Non disse nessuna delle cose che gli esseri umani pronunciano quando hanno troppa paura del dolore altrui per riuscire semplicemente a sedersi accanto ad esso.

    Rimase con lei.

    Qualche giorno dopo arrivò il Cartografo.

    Nessuno sapeva chi lo avesse chiamato.

    Era un piccolo compasso d’ottone vestito con grande eleganza, portava un monocolo e trascinava dietro di sé rotoli di mappe.

    Il suo mestiere consisteva nello stabilire fin dove le persone potessero arrivare.

    — Cinque dita — disse osservando Sinistra.

    Aprì il compasso.

    Misurò.

    Scrisse.

    Misurò ancora.

    Poi srotolò una grande pianta della tastiera.

    Tracciò una linea nera.

    Metà della città rimase dall’altra parte.

    Sopra scrisse:

    TERRITORIO NON PIÙ RAGGIUNGIBILE

    Sinistra lo fissò.

    — Che cosa avete fatto?

    — Ho corretto la mappa.

    — Ma quelle porte esistono.

    — Non ho detto il contrario.

    — Allora perché avete tracciato una linea?

    Il Cartografo sorrise con dolcezza.

    — Per proteggervi.

    Sinistra lo guardò.

    — Da cosa?

    — Dalla speranza inutile.

    Il Pianoforte ebbe un brivido.

    Il Cartografo continuò:

    — Se sapete in anticipo dove non potete andare, eviterete la sofferenza di provarci.

    Era difficile arrabbiarsi con lui.

    Non era crudele.

    Non desiderava il male di nessuno.

    Era soltanto convinto che la prudenza consistesse nel restringere il mondo fino a renderlo proporzionato alla paura.

    Sinistra guardò la linea.

    Per qualche tempo gli credette.

    Le porte oltre il confine vennero chiuse.

    I tasti acuti rimasero al buio.

    Un Si bemolle protestò.

    — Scusate?

    Il Cartografo continuò a scrivere.

    — Lei è fuori zona.

    — Sono un tasto.

    — Fuori zona.

    — Non mi avete chiesto nulla.

    — Le mappe non interrogano il territorio.

    — Forse dovrebbero cominciare.

    Un Do diesis continuava invece ad accendere la propria lampada ogni sera.

    Il Cartografo tornava ogni mattina a spegnerla.

    — Ho detto chiuso.

    — E io ho detto che sono un tasto, non una salumeria.

    Sinistra qualche volta rideva.

    Ma lentamente cominciò ad abituarsi alla città dimezzata.

    È una cosa pericolosa.

    Gli esseri umani riescono ad abituarsi perfino alle stanze nelle quali non avrebbero mai scelto di vivere.

    Una notte, però, Sinistra udì qualcosa.

    Tin.

    Si voltò.

    Il suono proveniva da oltre la linea.

    Tin.

    — Chi c’è?

    Una vocina rispose:

    — Io.

    — Io chi?

    — Do.

    — Ce ne sono parecchi.

    — Quello che avete spento.

    Sinistra si avvicinò al confine.

    Dall’altra parte, un piccolo Do acuto faceva oscillare la propria porta.

    — Non dovresti essere sveglio.

    — Non dovrei?

    — Sei fuori dal territorio raggiungibile.

    — Ah.

    Pausa.

    — E questo significa che non faccio più parte della musica?

    Sinistra non seppe rispondere.

    Il piccolo Do insistette:

    — Non ti sto chiedendo se puoi premere me.

    — E allora?

    — Ti sto chiedendo se devo smettere di esistere soltanto perché tu non sai ancora come arrivare fin qui.

    La domanda rimase sospesa.

    Sinistra guardò la linea nera.

    Per la prima volta non vide un confine.

    Vide una frase scritta da qualcun altro sulla propria vita.

    La notte successiva la oltrepassò.

    Non arrivò lontano.

    Dopo pochi tasti era già stanca.

    Il Cartografo la trovò.

    — Visto?

    Sinistra respirava a fatica.

    — Visto cosa?

    — Che avevo ragione.

    — Sono arrivata oltre la linea.

    — E siete esausta.

    — Sono due cose diverse.

    Il Cartografo scosse il compasso.

    — Una mano deve conoscere i propri limiti.

    Sinistra lo guardò.

    — Forse.

    Poi aggiunse:

    — Ma vorrei conoscerli io.

    Da quel giorno cominciò l’esplorazione.

    Il primo a offrirsi di aiutarla fu Vecchio Pedale, che viveva sotto la città e soffriva da anni per il fatto che nessuno lo invitasse mai nelle fotografie.

    — Tutti parlano dei tasti — borbottava. — Sempre i tasti. “Che bella tastiera.” “Che tocco meraviglioso.” “Che mani eleganti.” Poi arriva il momento di tenere in piedi mezza armonia e improvvisamente qualcuno si ricorda che esisto.

    Sinistra suonò un basso.

    — Adesso devo andare lassù.

    — Vai.

    — Ma perderò questa nota.

    — Non necessariamente.

    Paul abbassò il pedale.

    Sinistra lasciò il basso e corse verso il centro della tastiera.

    La nota continuò a vibrare.

    Si fermò.

    — È ancora qui.

    — Naturalmente.

    — Ma io me ne sono andata.

    Vecchio Pedale sbuffò.

    — Bambina, trattenere ciò che non può restare fisicamente nello stesso luogo è praticamente il mio mestiere.

    Sinistra ascoltò quel basso lontano.

    Per un istante pensò a Destra.

    — Quindi qualcosa può continuare anche quando non è più dove lo avevamo lasciato?

    Vecchio Pedale la guardò.

    Per una volta non scherzò.

    — Qualche volta.

    Il secondo passaggio fu il Ponte degli Arpeggi.

    Sinistra scoprì che non era necessario possedere tutte le note di un accordo nello stesso istante.

    Poteva raggiungerle in successione.

    Velocemente.

    Una dopo l’altra.

    E l’orecchio avrebbe tenuto insieme il percorso.

    Il Cartografo arrivò indignato.

    — Non vale.

    — Perché?

    — Non siete stata in tutti quei punti contemporaneamente.

    Il Pianoforte intervenne:

    — Nemmeno un ricordo si trova ancora nel luogo da cui proviene, eppure riesce tranquillamente a riempire una stanza.

    Il Cartografo richiuse il compasso.

    Non amava discutere con i pianoforti anziani.

    Avevano troppi esempi.

    Sinistra imparò altro.

    Il pollice poteva far emergere una melodia mentre le altre dita costruivano un accompagnamento.

    Il pedale poteva legare zone lontane.

    Una rapida successione poteva creare all’orecchio l’impressione di più piani contemporanei.

    I grandi salti permettevano di attraversare registri che cinque dita non avrebbero mai potuto occupare nello stesso momento.

    Il Pianoforte scoprì che la tecnica non serviva a fingere che il limite non esistesse.

    Serviva a inventare una relazione nuova con esso.

    Sinistra, però, commise un errore.

    Un errore inevitabile.

    Cominciò a credere che, se si fosse allenata abbastanza, avrebbe potuto riaprire ogni porta esattamente come prima.

    Voleva dimostrare che nulla era cambiato.

    Correva.

    Saltava.

    Forzava.

    Provava passaggi impossibili finché le dita le facevano male.

    Una sera tentò ancora una volta di raggiungere in un solo gesto ciò che un tempo Destra e Sinistra prendevano insieme.

    Fallì.

    Riprovò.

    Fallì.

    Ancora.

    Il suono si spezzò.

    Sinistra crollò sulla tastiera.

    Il Cartografo comparve.

    Non sorrise.

    Le porse la vecchia mappa.

    — Torniamo indietro.

    Sinistra aveva gli occhi pieni di lacrime.

    — Forse avevate ragione.

    Lui indicò la linea.

    — È più sicuro.

    Sinistra prese la mappa.

    La guardò.

    Sopra il territorio chiuso c’era scritto:

    IMPOSSIBILE.

    Prese una matita.

    Cancellò la parola.

    Il Cartografo aggrottò la fronte.

    Al suo posto Sinistra scrisse:

    DA ATTRAVERSARE DIVERSAMENTE

    — È impreciso — disse il Cartografo.

    — Sì.

    — Non stabilisce dove riuscirete ad arrivare.

    — Esatto.

    — Potreste fallire.

    Sinistra annuì.

    — Anche questo è esatto.

    Il Cartografo rimase turbato.

    Le mappe, secondo lui, avrebbero dovuto eliminare sorprese.

    Quella invece sembrava fatta apposta per conservarle.

    Passarono gli anni.

    Paul Wittgenstein tornò a esibirsi.

    Studiò il repertorio esistente per la mano sinistra e sviluppò una tecnica straordinariamente sofisticata.

    Sinistra divenne capace di cose che un tempo non aveva mai avuto necessità di imparare.

    Ma non diventò Destra.

    E questo fu il punto.

    Per molto tempo aveva creduto che guarire significasse riuscire a sostituirla.

    Poi comprese che quella non sarebbe stata guarigione.

    Sarebbe stata cancellazione.

    Destra aveva avuto una voce.

    Una storia.

    Un posto.

    Non doveva essere sostituita perché la vita potesse continuare.

    Poi arrivò Maurice Ravel.

    Entrò nella città con una partitura sotto il braccio e un’eleganza talmente precisa che persino il Cartografo lo trovò rassicurante.

    — Finalmente — disse — qualcuno metodico.

    Ravel lo guardò.

    — Chi siete?

    — Il Cartografo.

    — Di cosa?

    — Delle possibilità.

    Ravel alzò un sopracciglio.

    — Professione ambiziosa.

    Il Cartografo gli mostrò la vecchia mappa.

    — Il pianista possiede una sola mano.

    — Ne sono informato.

    — Cinque dita.

    — Anche di questo.

    — Suggerirei dunque una musica proporzionata.

    Ravel guardò gli ottantotto tasti.

    — Il pianoforte ne possiede ancora ottantotto.

    Il Cartografo irrigidì il compasso.

    — Non può utilizzarli contemporaneamente.

    — Nemmeno con due mani.

    Il Pianoforte provò immediatamente simpatia per il francese.

    Ravel studiò a fondo le possibilità della scrittura pianistica per la sola mano sinistra.

    Conosceva il repertorio precedente.

    Sapeva che il problema non consisteva semplicemente nel distribuire meno note.

    La sfida era creare l’impressione di una ricchezza polifonica e armonica nella quale l’ascoltatore potesse dimenticare la limitazione fisica che la produceva.

    Quando Sinistra vide le prime pagine del Concerto, fu felice.

    Poi le lesse.

    La felicità durò pochissimo.

    — Monsieur Ravel.

    — Sì?

    — Qui avete scritto il basso.

    — Sì.

    — Poi la melodia.

    — Certamente.

    — Poi accordi.

    — Sarebbe triste evitarli.

    Sinistra voltò pagina.

    — QUI AVETE SCRITTO TUTTO INSIEME!

    Ravel annuì.

    — Mi fa piacere che la partitura sia leggibile.

    — Con quale mano dovrei suonare?

    — Con la vostra.

    — È UNA!

    — È un dato che tende a ripetersi in questa casa.

    Sinistra gli puntò contro cinque dita indignate.

    — State cercando di farmi sembrare due mani.

    Ravel diventò serio.

    — No.

    Silenzio.

    — Se avessi desiderato due mani, avrei scritto per due mani.

    Indicò la tastiera.

    — Voglio sapere quanta musica può contenere questa.

    Sinistra non dimenticò quelle parole.

    Ma non significò che andarono sempre d’accordo.

    Al contrario.

    Paul Wittgenstein e Ravel ebbero divergenze reali sull’interpretazione e sulle modifiche apportate alla parte solistica.

    Nella nostra città ciò significava discussioni memorabili.

    — Questo passaggio non funziona.

    — Deve funzionare.

    — Sono io a doverlo suonare.

    — E io l’ho scritto.

    — Ho cinque dita!

    Ravel chiuse gli occhi.

    — Questo dettaglio sta diventando ossessivo.

    — Dovete semplificare.

    Ravel lo guardò.

    — Perché?

    — Perché è difficile.

    — È un Concerto.

    — È scritto per qualcuno che ha perduto una mano!

    Ravel smise di scherzare.

    Guardò Paul.

    Poi Sinistra.

    — La vostra perdita ha già ristretto abbastanza la vostra vita. Non vedo perché dovrebbe restringere anche la musica che vi affido.

    Il Cartografo smise di prendere appunti.

    Sinistra pure.

    Nessuno aveva mai parlato così.

    Non pietà.

    Non consolazione.

    Non una musica più piccola per una vita ferita.

    Una musica enorme.

    Forse persino troppo.

    Proprio per questo degna di essere tentata.

    Ma prima del concerto rimaneva una porta.

    Sinistra la evitava da anni.

    Si trovava vicino al centro della città.

    Non era realmente diversa dalle altre.

    Eppure per lei lo era.

    Era la porta davanti alla quale Destra e Sinistra si incontravano spesso quando Paul era giovane.

    Sinistra l’aveva chiamata, semplicemente:

    la porta di Destra.

    Una notte vi arrivò.

    Appoggiò le dita.

    — Sono tornata.

    Nessuna risposta.

    Provò ad aprirla.

    La porta rimase chiusa.

    — Ho attraversato quasi tutta la città.

    Silenzio.

    — Ho imparato strade nuove.

    Silenzio.

    — Posso raggiungere luoghi che credevo perduti.

    La porta non si mosse.

    Sinistra cominciò a piangere.

    — Perché tu no?

    Il Pianoforte era dietro di lei.

    — Perché alcune porte non si riaprono.

    Sinistra si voltò.

    — Allora ho fallito.

    — Perché?

    — Perché manca ancora.

    Il Pianoforte guardò la porta.

    Poi guardò le altre ottantasette.

    Alcune illuminate.

    Alcune buie.

    Alcune consumate dal passaggio.

    — Una città può continuare a vivere anche intorno a una casa vuota.

    Sinistra chiuse gli occhi.

    — Ma rimane vuota.

    — Sì.

    Era la cosa più difficile da accettare.

    E anche la più vera.

    Nessuna tecnica avrebbe riportato Destra.

    Nessun Concerto.

    Nessun applauso.

    Nessuna morale ben scritta.

    Quella porta sarebbe rimasta chiusa.

    Sinistra vi appoggiò davanti una piccola lampada.

    Non per fingere che qualcuno fosse dentro.

    Per ricordare che qualcuno c’era stato.

    Poi andò via.

    Il 5 gennaio 1932, a Vienna, Paul Wittgenstein si sedette davanti al pianoforte per la prima esecuzione del Concerto per la mano sinistra di Maurice Ravel.

    L’orchestra attendeva.

    Il Cartografo sedeva in platea.

    Aveva portato la mappa.

    Non poteva farne a meno.

    Il Concerto cominciò dal fondo.

    Controfagotto.

    Contrabbassi.

    Un suono scuro, quasi sotterraneo.

    Come se la musica non volesse fingere di cominciare in un luogo luminoso.

    L’orchestra cresceva lentamente.

    Poi arrivò il pianoforte.

    Sinistra entrò.

    Non chiedeva scusa.

    Un basso.

    Il pedale lo trattenne.

    La mano corse altrove.

    Accordi.

    Una melodia.

    Un arpeggio trasformò la successione in una grande superficie sonora.

    Il pollice fece emergere una voce interna mentre le altre dita costruivano intorno l’armonia.

    Il Cartografo aprì il compasso.

    Segnò il punto in cui si trovava la mano.

    Poi cercò di segnare il punto in cui si trovava il suono.

    Non coincidevano.

    Corrugò la fronte.

    Sinistra saltò.

    Una risonanza rimase indietro.

    Un’altra voce comparve più avanti.

    Il Cartografo prese un righello.

    Poi un altro.

    Poi una squadra.

    Il signore seduto accanto a lui cominciò a preoccuparsi.

    — State costruendo qualcosa?

    — Sto misurando.

    — Cosa?

    Il Cartografo non rispose.

    Arrivò la grande cadenza.

    L’orchestra tacque.

    Paul rimase solo.

    Una mano davanti a un’intera città.

    Per un istante Sinistra ebbe paura.

    Non di sbagliare.

    Di nuovo, per un attimo, vide tutto attraverso la vecchia mappa.

    Cinque.

    Metà.

    Mancante.

    Poi guardò la tastiera.

    Ottantotto porte.

    Una di quelle porte sarebbe rimasta chiusa per sempre.

    Le altre no.

    Cominciò.

    Il basso risuonò.

    La mano salì.

    Gli arpeggi riempirono lo spazio.

    Una melodia emerse.

    Poi un’altra sembrò nascere dalla risonanza della prima.

    L’orecchio costruiva simultaneità dove l’occhio vedeva successione.

    Il Cartografo guardò freneticamente la mappa.

    — Non può essere.

    Il Pianoforte lo sentì.

    — Cosa?

    — La mano è qui.

    — Sì.

    — Ma la musica sembra essere anche là.

    — Sì.

    — E laggiù.

    — Pare di sì.

    Il Cartografo aprì ancora il compasso.

    Non bastava.

    La città non era diventata più piccola.

    Era cambiato il modo di attraversarla.

    Finalmente l’uomo accanto gli domandò:

    — Avete trovato quello che cercavate?

    Il Cartografo rimase immobile.

    Guardava cinque dita.

    Ottantotto tasti.

    Una sala piena di suono.

    — No.

    — Cosa non trovate?

    Abbassò lentamente il compasso.

    — Il confine.

    L’ultima nota arrivò.

    Poi il silenzio.

    Poi gli applausi.

    Sinistra restò appoggiata sulla tastiera.

    Il Pianoforte le domandò:

    — Adesso ti senti intera?

    Sinistra rimase sorpresa.

    — No.

    — No?

    Guardò la porta di Destra nella città che soltanto loro potevano vedere.

    La piccola lampada era ancora accesa.

    — Mi manca.

    — Ancora?

    — Sempre.

    Il Pianoforte abbassò la voce.

    — Allora tutto questo non è servito?

    Sinistra sorrise.

    — È servito a capire che ciò che manca non deve per forza diventare tutto ciò che resta.

    Il Pianoforte sentì qualcosa vibrare nelle corde senza che nessuno avesse premuto un tasto.

    Il Cartografo arrivò dopo il concerto.

    Aveva arrotolato la vecchia mappa.

    — Devo rifarla.

    — Perché?

    — È sbagliata.

    Sinistra lo guardò.

    — No.

    Lui sembrò confuso.

    — Ho tracciato un confine che non esiste.

    — Il limite esisteva.

    — E allora?

    Sinistra gli prese la matita.

    — Avete sbagliato il nome.

    Aprì la mappa.

    Cancellò:

    TERRITORIO IMPOSSIBILE

    E scrisse:

    TERRITORIO NON ANCORA CONOSCIUTO

    Il Cartografo studiò le parole.

    — È molto meno preciso.

    — Lo so.

    — Potrebbe cambiare.

    — Anche questo.

    — Potreste scoprire che qualche strada rimane davvero chiusa.

    Sinistra guardò la porta di Destra.

    — Succede.

    Il Cartografo seguì il suo sguardo.

    — E quella come devo segnarla?

    Sinistra rimase in silenzio.

    Poi rispose:

    — Non chiamatela vuota. Scrivete che fa parte della storia.

    Il Cartografo prese la matita.

    Scrisse.

    Quella sera, prima di andare via, piegò il compasso.

    Per la prima volta nella sua vita lasciò sulla mappa uno spazio che non aveva ancora deciso come misurare.

    Molti anni più tardi un bambino si sedette davanti a un vecchio pianoforte viennese.

    Appoggiò le mani sui tasti.

    Il Pianoforte sentì tornare la vecchia abitudine.

    — Uno, due, tre…

    Si fermò.

    Il bambino sollevò le mani.

    Naturalmente non aveva sentito nulla.

    — C’è qualcosa che non va?

    Il Pianoforte guardò quelle dita.

    Ricordò Destra.

    Ricordò Sinistra.

    La guerra.

    La linea nera.

    Vecchio Pedale.

    Il piccolo Do rimasto acceso oltre il confine.

    Il Cartografo.

    Ravel.

    La cadenza.

    La porta che non si sarebbe riaperta.

    E comprese finalmente ciò che aveva impiegato una vita a imparare.

    Contare serve a sapere quanto abbiamo.

    Non può dirci quanto spazio potremo imparare ad abitare.

    Così non contò più.

    Guardò il bambino.

    E gli fece la sola domanda che ormai gli sembrava importante:

    — Che cosa hai da dire?

    Il bambino abbassò le mani.

    Nella città si aprì la prima porta.

    Poi la seconda.

    Poi un’altra ancora.

    E la musica ricominciò.


    Ci sono momenti in cui la vita ridisegna la nostra mappa senza chiederci il permesso. Alcune strade scompaiono davvero. Alcune porte restano chiuse. E ricominciare non significa fingere che non sia successo, né convincersi che con abbastanza volontà ogni limite possa essere cancellato. Ma c’è una differenza enorme tra conoscere un limite e permettergli di diventare il confine di tutto ciò che siamo. La tecnica, l’intelligenza, l’arte e perfino l’amore non sempre restituiscono ciò che abbiamo perduto. A volte fanno qualcosa di più umile e più prezioso: ci insegnano modi nuovi di abitare ciò che è rimasto. Perché una perdita può cambiare la nostra mappa. Non deve necessariamente diventare il confine del mondo.


    BOX STORICO

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  • Il processo alla voce impossibile

    Nel tribunale della Musica, essere nuovi può diventare il più grave dei sospetti.

    di Marialuisa Veneziano

    ************

    🎧 MUSICA PER LA LETTURA
    Per accompagnare Il processo alla voce impossibile, si consiglia l’ascolto del Concerto in mi bemolle maggiore per sassofono contralto e orchestra d’archi, op. 109 di Aleksandr Glazunov, nell’esecuzione di Valentine Michaud con la Danish National Symphony Orchestra, diretta da Vasily Petrenko.
    Circa quattordici minuti nei quali il sassofono non deve più giustificare la propria esistenza né dimostrare da chi abbia ricevuto la sua voce: semplicemente parla. Il timbro passa dalla cantabilità più intima alla brillantezza virtuosistica, dialoga con gli archi, si trasforma eppure rimane sempre riconoscibile. È quasi la risposta musicale al processo della nostra favola: ciò che abbiamo ereditato può attraversarci senza impedirci di diventare qualcosa che prima non esisteva.
    Clicca sulla freccia del logo “cuffie”, premi play e comincia a leggere.

    A Parigi, in una bottega dove era impossibile trovare un cacciavite perché Adolphe Sax sosteneva di averlo «messo in un posto sicuro», nacque uno strumento che provocò immediatamente un problema.

    Non un problema di suono.

    Il suono era magnifico.

    Il problema era capire da dove venisse.

    Adolphe lo aveva costruito con un corpo di metallo lucente, molte chiavi e una piccola ancia sul bocchino.

    Lo posò sul banco.

    Lo osservò.

    Poi gli soffiò dentro.

    La bottega si riempì di una voce calda e profonda, capace di essere forte senza gridare e dolce senza chiedere scusa.

    Il Clarinetto Celestino sollevò le chiavi.

    — Interessante.

    Il Barone Trombone inclinò il padiglione.

    — Audace.

    Mademoiselle Oboe strinse gli occhi.

    — Sospetto.

    Il nuovo strumento aprì lentamente gli occhi.

    — Sono nato?

    Adolphe sorrise.

    — Pare proprio di sì.

    — E chi sono?

    — Sassofono.

    Il piccolo ripeté il nome.

    — Sas-so-fo-no.

    Gli piacque.

    Aveva appena cominciato a sorridere quando Celestino si avvicinò.

    Guardò il bocchino.

    Poi l’ancia.

    Poi di nuovo il bocchino.

    — Un momento.

    Il Sassofono si preoccupò.

    — Cosa?

    Celestino indicò l’ancia.

    — Quella la conosco.

    Il Barone Trombone si avvicinò.

    — Anche questo metallo mi sembra stranamente familiare.

    Mademoiselle Oboe esaminò le chiavi.

    — E queste?

    Silenzio.

    Adolphe, che conosceva molto bene il momento in cui gli strumenti stavano per trasformare una curiosità in un processo, prese il cappotto.

    — Buonanotte.

    — Dove vai? — domandò il Sassofono.

    — A dormire.

    — E noi?

    Sax aprì la porta.

    — Cercate di non fondare nessun tribunale prima di domani.

    La porta si chiuse.

    Gli strumenti si guardarono.

    Celestino tossì.

    — Naturalmente non fonderemo un tribunale.


    Alle otto e dodici del mattino seguente il Tribunale era già stato fondato.

    Si chiamava:

    ALTA CORTE DELLE VOCI AUTENTICHE

    Presiedeva il Professor Purissimo, un vecchio diapason d’argento tanto diritto che persino la propria ombra sembrava mettersi sull’attenti.

    Purissimo aveva dedicato tutta la vita a una convinzione:

    Ogni cosa veramente originale deve provenire soltanto da se stessa.

    Nessuno gli aveva mai fatto notare che persino lui era stato costruito da qualcuno.

    Non sarebbe stato prudente.

    Sulla parete dietro il giudice campeggiava un’enorme scritta:

    SE SOMIGLIA A QUALCOSA, INDAGARE.

    Il Sassofono sedeva al centro della sala.

    Accanto a lui c’era Annetta, la piccola ancia del bocchino.

    Annetta non aveva alcuna qualifica giuridica, ma questo non le aveva impedito di dichiararsi avvocato della difesa.

    — Sapete qualcosa di diritto? — le aveva chiesto il Sassofono.

    — No.

    — E allora perché difendete me?

    — Perché sono piccola e aggressiva. È praticamente una formazione professionale.

    Il Professor Purissimo batté il martelletto.

    TAC!

    — Si apra il processo contro lo strumento denominato… come?

    — Sassofono.

    Purissimo sfogliò un registro.

    — Nome recente.

    — Sono nato ieri.

    — Peggio ancora.

    Un mormorio attraversò la sala.

    Purissimo proseguì:

    — L’imputato è accusato di possedere una voce costruita con elementi già appartenuti ad altri strumenti.

    Il Sassofono spalancò gli occhi.

    — Ma io non ho rubato niente!

    — Lo stabiliremo.

    — Sono nato ieri!

    — La giovinezza non costituisce attenuante musicale.

    Annetta si alzò.

    — Obiezione.

    Purissimo la guardò.

    — Su quale base?

    — Mi sembrava il momento giusto.

    — Respinta.

    — Bene. Volevo solo provare.


    Il primo testimone fu il Clarinetto Celestino.

    Entrò con passo elegante.

    — Riconoscete qualcosa dell’imputato? — domandò Purissimo.

    Celestino osservò il Sassofono.

    — L’ancia semplice.

    La sala mormorò.

    Purissimo si sporse.

    — Dunque confermate che l’imputato possiede qualcosa che apparteneva già alla vostra famiglia?

    Celestino si sistemò.

    — Preferirei dire che ha avuto ottimo gusto.

    Annetta balzò in piedi.

    — L’ancia non è stata inventata da voi.

    Celestino si offese.

    — Non ho mai detto questo.

    — Lo stavate pensando con un accento insopportabile.

    Purissimo batté il martelletto.

    — Silenzio!

    Secondo testimone: il vecchio Oficleide.

    Guardò il corpo metallico del Sassofono.

    — Conosco quel principio.

    Terzo testimone: Mademoiselle Oboe.

    — Quelle chiavi non sono nate ieri.

    Quarto testimone: il Flauto.

    — Nemmeno i fori.

    Quinto testimone: il Barone Trombone.

    — Non so esattamente perché mi abbiano convocato, ma desidero far mettere a verbale che nella mia famiglia il metallo è presente da generazioni.

    Purissimo chiuse il fascicolo.

    Il Sassofono si sentì improvvisamente molto piccolo.

    Guardò il proprio corpo.

    La propria ancia.

    Le chiavi.

    Fino a quel momento gli erano sembrate parti di lui.

    Adesso sembravano prove.

    — Quindi… — sussurrò — non c’è niente che sia davvero mio?

    Purissimo lo sentì.

    — È precisamente ciò che il Tribunale intende stabilire.


    La sentenza provvisoria fu terribile.

    — Hai sette giorni — dichiarò Purissimo.

    — Per fare cosa?

    — Per trovare almeno una parte della tua voce che non debba nulla a nessuno.

    — E se non ci riesco?

    Il giudice indicò una grande gomma da cancellare posata sul tavolo.

    Annetta impallidì.

    — Non vorrete…

    — Il nome “Sassofono” verrà cancellato dai registri.

    — E lui?

    Purissimo guardò lo strumento.

    — Verrà classificato come Copia Musicale Composita numero 47.

    Il Sassofono sentì un brivido.

    — Non avrò più un nome?

    — Le copie non ne hanno bisogno.

    Annetta saltò sul banco.

    — Questa è una barbarie!

    Purissimo la fissò.

    — La barbarie non è di competenza di questa Corte.

    — Peccato. Sareste molto qualificato.


    Quella stessa sera il Sassofono decise di partire.

    Doveva trovare il Primo Suono.

    Una voce assolutamente originale.

    Qualcosa che non fosse nato da nulla di precedente.

    Annetta venne con lui.

    Celestino si presentò davanti alla porta con una valigia.

    — Vengo anch’io.

    Il Sassofono lo guardò.

    — Hai testimoniato contro di me.

    — Ho detto che hai un’ancia.

    — È sembrato piuttosto grave.

    — Non immaginavo volessero cancellarti il nome.

    Dietro di lui comparve il Barone Trombone con un mantello.

    — Verrò anch’io.

    — Perché?

    — Per spirito di giustizia.

    Celestino lo guardò.

    — E quella cesta?

    Il Trombone la nascose.

    — Provviste.

    — Per sette giorni?

    — Non sappiamo quanto durerà la giustizia.

    Annetta sbirciò dentro.

    — Avete portato sei croissant.

    — La giustizia consuma energie.

    Partirono.


    La prima tappa fu il Museo degli Strumenti Antichissimi.

    Il custode era un clavicembalo così vecchio che ogni volta che raccontava un ricordo qualcuno doveva controllare se fosse ancora Storia o fosse già diventato Archeologia.

    — Cerchiamo lo strumento più originale del mondo — disse il Sassofono.

    Il Clavicembalo si illuminò.

    — Finalmente.

    — Siete voi?

    — Ovviamente.

    Da una teca arrivò una voce.

    — Ehm.

    Era un Salterio.

    Il Clavicembalo si irrigidì.

    — Non cominciare.

    Il Salterio sorrise.

    — Non ho detto nulla.

    — Lo stavi pensando storicamente.

    Provarono con il Pianoforte.

    — Sei nato da qualcosa?

    Il Pianoforte guardò il Clavicembalo.

    Poi il Clavicordo.

    Poi Cristofori ritratto in un quadro.

    — Preferirei non rispondere senza il mio liutaio.

    Provarono con il Violino.

    — Prima di te esisteva qualcosa di simile?

    Il Violino si mise a contemplare il soffitto.

    — La genealogia è un concetto borghese.

    Annetta sospirò.

    — Traduzione: sì.

    A sera avevano interrogato ventitré strumenti.

    Tutti avevano antenati.

    Tutti avevano ricevuto qualcosa.

    Nessuno era comparso dal nulla.

    Il Sassofono era sconsolato.

    — Se nessuno è completamente originale, perché stanno processando me?

    Il Barone Trombone mangiò il terzo croissant.

    — Perché sei l’ultimo arrivato.

    — E quindi?

    Celestino rispose piano:

    — È sempre più facile vedere i debiti di chi viene dopo di noi che ricordare i nostri.

    Il Sassofono rimase in silenzio.

    Era il primo pensiero che portò con sé dalla strada.


    Il giorno seguente arrivarono alla Sala degli Antenati.

    Era nascosta sotto il museo.

    Lì vivevano strumenti che il mondo aveva quasi smesso di suonare.

    Cornetti antichi.

    Bombarde.

    Serpentoni.

    Viole d’amore.

    Chalumeaux.

    Uno di loro, un vecchio Chalumeau, riconobbe Celestino.

    — Ah.

    Il Clarinetto si fermò.

    — Ci conosciamo?

    — Non personalmente.

    Il vecchio strumento sorrise.

    — Ma una parte di me è arrivata fino a te.

    Celestino non disse nulla.

    Per la prima volta il Sassofono lo vide senza l’aria elegante.

    Sembrava soltanto emozionato.

    — Vi dà fastidio? — domandò il Sassofono.

    — Cosa?

    — Che qualcosa di voi sia finito dentro uno strumento venuto dopo.

    Il Chalumeau rise.

    — Finito?

    — Sì.

    — Ragazzo, se qualcosa di me è arrivato fino a lui, allora non è finito affatto.

    Il Sassofono si avvicinò.

    — Ma lui non suona come voi.

    — Meno male.

    — Perché?

    Il vecchio Chalumeau gli rivolse uno sguardo divertito.

    — Che pessima eredità sarebbe quella che obbliga i figli a diventare copie dei nonni?


    Più avanti incontrarono Madame Viola d’amore.

    Il Sassofono le raccontò del processo.

    Lei ascoltò.

    — Vogliono sapere se c’è qualcosa in te che non venga da nessuno?

    — Sì.

    — E tu vuoi trovarla?

    — Devo.

    — Perché?

    La domanda lo irritò.

    — Perché altrimenti non sarò originale.

    La Viola sorrise.

    — E perché devi essere originale?

    — Per avere diritto al mio nome.

    Lei smise di sorridere.

    — Questo è pericoloso.

    — Cosa?

    — Confondere il valore con l’assenza di debiti.

    Il Sassofono non capì.

    La Viola indicò Celestino.

    — Da chi hai imparato a parlare così bene?

    Celestino indicò i propri maestri.

    Indicò la propria storia.

    — E tu? — domandò al Trombone.

    Il Barone iniziò un discorso genealogico talmente lungo che Annetta dovette interromperlo.

    — Abbiamo capito: siete praticamente imparentato con l’Impero Romano.

    La Viola tornò al Sassofono.

    — Vedi?

    — Cosa?

    — Tutti portiamo dentro qualcosa ricevuto.

    — Allora nessuno è originale.

    La Viola scosse la testa.

    — Stai ancora guardando le parti.

    — Dove dovrei guardare?

    — A ciò che accade quando quelle parti diventano te.


    Quella notte il Sassofono non dormì.

    Guardò Annetta.

    — Tu vieni da prima di me.

    — Sì.

    Guardò Celestino.

    — Anche la tua imboccatura.

    — Sì.

    Guardò il Barone.

    — Il metallo.

    — Non personalmente, ma accetto il tributo.

    Il Sassofono sospirò.

    — Allora io sono fatto di passato.

    Annetta gli diede un colpetto sul bocchino.

    — Tutti siamo fatti anche di passato.

    — E il futuro?

    Lei sorrise.

    — Quello dipende da cosa ci fai.


    Il sesto giorno accadde qualcosa di inaspettato.

    Il Sassofono vide un’ombra muoversi dietro una colonna.

    — Chi c’è?

    Nessuno.

    Il Barone Trombone si lanciò avanti.

    Il mantello gli si impigliò.

    Cadde.

    — Un agguato!

    Celestino lo guardò a terra.

    — Siete inciampato.

    — Un agguato del pavimento.

    Dietro la colonna comparve il Professor Purissimo.

    Il Sassofono indietreggiò.

    — Ci avete seguiti?

    — Dovevo verificare che non falsificaste le prove.

    Annetta strinse gli occhi.

    — Per sei giorni?

    Purissimo tacque.

    Celestino si avvicinò.

    — Perché siete davvero qui?

    Il vecchio diapason abbassò lo sguardo.

    Era la prima volta che sembrava meno diritto.

    Il Sassofono notò qualcosa.

    Sul fianco di Purissimo c’era una piccola incisione.

    Una data.

    E il nome di un costruttore.

    — Anche voi siete stato costruito.

    Purissimo si irrigidì.

    — Naturalmente.

    — Con un metallo che esisteva prima di voi.

    Silenzio.

    — E il principio con cui vibrate?

    Purissimo non rispose.

    — Anche quello era già conosciuto.

    Annetta spalancò gli occhi.

    — Professor Purissimo…

    Il diapason gridò:

    — LO SO!

    La Sala degli Antenati tacque.

    Purissimo tremava.

    — Lo so da sempre.

    Il Sassofono lo guardò.

    — E allora perché avete creato il Tribunale?

    Purissimo rimase molto tempo senza parlare.

    Poi la sua voce cambiò.

    Non era più quella del giudice.

    — Perché avevo paura.

    — Di cosa?

    — Che se tutto viene da qualcosa… allora niente appartenga davvero a nessuno.

    Il Sassofono si avvicinò.

    Purissimo continuò:

    — Ho trascorso la vita cercando una voce completamente pura. Una nota senza antenati. Un’idea che non dovesse ringraziare nulla.

    — L’avete trovata?

    Il diapason chiuse gli occhi.

    — No.

    — E allora?

    Purissimo lo guardò.

    — Ho cominciato a giudicare gli altri.

    Annetta, per una volta, non disse nulla.


    Il settimo giorno tornarono al Tribunale.

    La sala era gremita.

    Strumenti di ogni famiglia occupavano i banchi.

    Sul tavolo del Professor Purissimo era pronta la grande gomma.

    Il Sassofono avanzò.

    Purissimo assunse nuovamente il volto severo del giudice.

    — Avete trovato una parte della vostra voce che non provenga da nulla di precedente?

    Il Sassofono inspirò.

    — No.

    Un brusio percorse la sala.

    Mademoiselle Oboe sussurrò:

    — È finita.

    Purissimo guardò la gomma.

    — Allora ammettete l’accusa?

    — No.

    — Avete appena dichiarato…

    — Ho trovato qualcosa di più importante.

    Purissimo alzò gli occhi.

    Il Sassofono si voltò verso il pubblico.

    — Ho cercato il Primo Suono.

    — E?

    — Non esiste.

    Qualcuno protestò.

    Il Sassofono continuò.

    — Il pianoforte ha una storia. Il clarinetto ha una storia. Il violino ha una storia. Il trombone…

    Il Barone si alzò.

    — Una storia particolarmente prestigiosa.

    — Sedetevi.

    — Certamente.

    Il Sassofono guardò Purissimo.

    — Persino voi avete una storia.

    Il giudice non rispose.

    — Quindi sì: in me ci sono cose venute da altri.

    Indicò Celestino.

    — Un principio che conosco grazie a strumenti come lui.

    Indicò i vecchi antenati.

    — Idee costruite nei secoli.

    Poi toccò il proprio corpo.

    — Io non sono nato dal nulla.

    Purissimo afferrò il martelletto.

    — E dunque?

    Il Sassofono sorrise.

    — Dunque non devo dimostrare che nessuno mi abbia dato qualcosa. Devo dimostrare che ciò che ho ricevuto non si ferma in me nello stesso modo in cui è arrivato.

    Silenzio.

    Purissimo rimase immobile.

    Poi disse:

    — Parole.

    Il Sassofono annuì.

    — Avete ragione.

    La sala trattenne il fiato.

    — La musica dovrebbe rispondere con la musica.

    Il Sassofono prese posto al centro.

    Celestino lo guardava.

    L’Oficleide.

    Mademoiselle Oboe.

    Gli strumenti antichi.

    Tutti coloro ai quali, in qualche modo, doveva qualcosa.

    Prese fiato.

    Suonò.

    La prima frase aveva qualcosa che Celestino riconobbe.

    — L’ancia — sussurrò.

    Poi arrivò un colore che l’Oficleide riconobbe.

    — Il metallo.

    Una figurazione attraversò le chiavi.

    Mademoiselle Oboe sorrise appena.

    — Conosco anche quello.

    Il Professor Purissimo ascoltava.

    Sembrava quasi soddisfatto.

    Ecco la prova, pensava.

    È fatto di pezzi degli altri.

    Ma la frase continuò.

    Il Sassofono lasciò che ogni cosa ricevuta passasse attraverso di lui.

    Non la nascose.

    Non la imitò.

    La trasformò.

    Il suono diventò più caldo.

    Poi più profondo.

    Poi improvvisamente brillante.

    Una voce che poteva sorridere e, un istante dopo, confessare qualcosa.

    Celestino non riusciva più a dire:

    questo viene da me.

    L’Oficleide non poteva più dire:

    questo è mio.

    Mademoiselle Oboe smise di cercare somiglianze.

    Perché a un certo punto tutte quelle tracce avevano smesso di essere pezzi separati.

    Erano diventate una voce sola.

    La voce del Sassofono.

    Quando terminò, nessuno parlò.

    Annetta si asciugò un angolo.

    — Polvere.

    Celestino sorrise.

    — Certamente.

    — Non commentare.


    Il Professor Purissimo guardò la grande gomma.

    Poi il Registro delle Voci Autentiche.

    Lo aprì alla prima pagina.

    C’era scritto:

    È ORIGINALE SOLTANTO CIÒ CHE NON DEVE NULLA A NESSUNO.

    Purissimo rimase a lungo a fissarla.

    Poi la strappò.

    La sala trasalì.

    — Professor…

    Lui prese la penna.

    Scrisse lentamente:

    CONOSCI CIÒ CHE HAI RICEVUTO. POI DECIDI CHE COSA FARNE.

    Il Sassofono lo guardò.

    — Sono assolto?

    Purissimo si sistemò.

    — Tecnicamente il Tribunale non possiede ancora una procedura per casi di questo genere.

    Annetta sbuffò.

    — Naturalmente.

    Il giudice abbassò la voce.

    — Ma conserverai il tuo nome.

    Il Sassofono sorrise.

    — Grazie.

    Purissimo lo fermò.

    — Non ringraziare me.

    — E chi?

    Il vecchio diapason guardò tutti gli strumenti presenti.

    — Quelli che ti hanno preceduto.

    Poi aggiunse:

    — E quelli che un giorno partiranno da te.

    Prima che la seduta terminasse, Annetta alzò una zampetta immaginaria.

    — Una questione.

    Purissimo sospirò.

    — Cosa?

    — Adesso voi vi chiamerete ancora Professor Purissimo?

    Un brusio divertito attraversò la sala.

    Purissimo la fulminò.

    — Certamente.

    — Suggerirei Professor Quasi-Purissimo.

    Qualcuno rise.

    — Respinta.

    — Professor Abbastanza-Autentico?

    Risero più forte.

    — Respinta!

    — Professor Debitore-Riconoscente?

    Persino Madamoiselle Oboe rise.

    Purissimo cercò di resistere.

    Poi accadde una cosa che nessuno aveva mai sentito.

    Il vecchio diapason rise.

    Una risata piccola.

    Argentea.

    Perfettamente intonata.

    — Seduta tolta! — gridò.


    Qualche tempo dopo Adolphe Sax costruì altri strumenti della stessa famiglia.

    Più piccoli.

    Più grandi.

    Più acuti.

    Più profondi.

    Uno di loro, appena nato, si avvicinò al primo Sassofono.

    — Posso chiederti una cosa?

    — Certo.

    — È vero che hai copiato gli altri strumenti?

    La bottega si fermò.

    Celestino voltò la testa.

    Annetta sorrise.

    Il Sassofono guardò il piccolo.

    — Ho ricevuto moltissimo dagli altri.

    — Allora è vero?

    — No.

    — Non capisco.

    Il Sassofono indicò una scala.

    — Se qualcuno ti insegna il primo gradino, sei obbligato a fermarti lì?

    — No.

    — E se sali?

    — Arrivo al secondo.

    — E poi?

    — Al terzo.

    Il Sassofono sorrise.

    — Ecco.

    Il piccolo rifletté.

    — Quindi ricevere non significa copiare.

    — No.

    — E cosa significa?

    Il Sassofono guardò fuori dalla finestra.

    Parigi continuava a fare rumore come se avesse qualcosa di urgentissimo da dire.

    Poi rispose:

    — Significa che qualcuno ti ha dato un punto da cui partire. Il resto della strada, però, devi percorrerlo tu.

    Annetta si sporse dal bocchino.

    — Possibilmente intonati.

    E nella bottega scoppiarono tutti a ridere.

    Poi il Sassofono prese fiato.

    E suonò.

    Dentro quella voce c’erano secoli di strumenti.

    Inventori.

    Tentativi.

    Errori.

    Scoperte.

    Ma il suono che uscì non apparteneva più a nessuno di loro.

    Era passato attraverso una storia.

    E aveva trovato un modo nuovo di continuare.

    Nessuno crea davvero partendo dal nulla. Dentro ciò che siamo vivono parole ricevute, esempi, errori, insegnamenti, gesti, idee e persone che ci hanno preceduto. Essere originali non significa fingere di non dovere niente a nessuno. Significa conoscere ciò che abbiamo ricevuto e avere abbastanza libertà da trasformarlo. Copiare significa fermarsi dove qualcuno si è già fermato. Ereditare significa partire da lì. Perché la vera identità non nasce cancellando le tracce degli altri. Nasce quando quelle tracce attraversano noi e, senza scomparire, diventano qualcosa che prima non esisteva.

    🎭 NEL CAST DELLA FAVOLA
    Ogni personaggio ha una voce. E ogni voce nasconde un’idea. (Clicca sulla freccia e scopri di più!)

    🎷 Il Sassofono — (L’identità)
    Appena nato e già imputato. Non sa ancora bene chi sia, ma tutti sembrano sapere cosa dovrebbe essere. Scoprirà che diventare se stessi non significa partire da zero, ma fare qualcosa di nuovo con ciò che abbiamo ricevuto.

    ⚖️ Professor Purissimo — (L’illusione della purezza)
    Diapason, giudice e nemico personale di tutto ciò che non entra perfettamente in una definizione. Pretende origini incontaminate dagli altri perché teme di scoprire che anche lui deve qualcosa a qualcuno. Molto severo con i debiti altrui, meno con i propri.

    🌾 Annetta — (La coscienza ironica)
    È un’ancia minuscola con l’autostima di un’orchestra sinfonica. Interrompe, punge, corregge e dice ad alta voce ciò che tutti pensano piano. Ricorda che la verità non diventa meno vera solo perché fa ridere.

    🎶 Celestino, il Clarinetto — (L’eredità)
    Elegante, raffinato e inizialmente felicissimo di riconoscere qualcosa di sé nel Sassofono. Poi capisce che trasmettere non significa possedere. Un buon antenato lascia tracce; un pessimo antenato pretende diritti d’autore sui discendenti.

    🎼 Mademoiselle Oboe — (Il pregiudizio elegante)
    Raffinata, impeccabile e convinta che il buon gusto abbia sempre bisogno del suo permesso. Riconosce subito nel Sassofono qualcosa di già visto e per questo lo guarda con sospetto: rappresenta chi confonde la familiarità con il valore e la novità con una colpa. Però, quando smette di cercare somiglianze e comincia davvero ad ascoltare, scopre che perfino l’eleganza può imparare qualcosa dall’imprevisto.

    🎺 Barone Trombone — (La tradizione)
    Porta il proprio albero genealogico anche quando va a comprare il pane. È convinto che essere antichi sia già una qualità, ma finirà per capire che la tradizione vale davvero solo quando offre un punto di partenza, non un posto dove fermarsi.

    🎼 Madame Viola d’Amore — (La memoria che lascia andare)
    Ha visto mode nascere, trionfare e scomparire, quindi non si impressiona facilmente. Sa che essere superati non significa essere cancellati. La vera memoria non trattiene: consegna.

    🎩 Adolphe Sax — (L’invenzione)
    Mette insieme cose già esistenti e ha l’audacia di chiamare il risultato “nuovo”. È precisamente così che funziona molta creatività. L’inventore non crea dal nulla: vede possibilità dove gli altri vedono soltanto pezzi sparsi.


    BOX STORICO

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