Favola della notte in cui Venezia divenne un teatro.
Di Marialuisa Veneziano
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Per accompagnare La ragazza dietro il sipario, si consiglia l’ascolto del Prologo, “L’Armonia”, dall’opera L’Ormindo di Francesco Cavalli, rappresentata al Teatro San Cassiano nel 1644.
Una voce proveniente dal primo teatro musicale veneziano per seguire Lucia dietro il sipario, nel momento in cui l’opera cominciò ad aprire le proprie porte alla città.
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Venezia, nell’inverno del 1637, sembrava una città costruita apposta per ingannare gli occhi.
I palazzi galleggiavano sull’acqua, le strade finivano nei canali e le persone indossavano maschere per mostrare con maggiore libertà ciò che erano davvero. Di notte, le luci delle finestre si spezzavano sulla laguna e ogni gondola pareva portare con sé un segreto.
In una piccola bottega vicino a San Cassiano lavorava Lucia, figlia di un fabbricante di maschere.
Suo padre modellava volti di cartapesta per nobili, attori e dame. Costruiva sorrisi per persone tristi, nasi severi per uomini ridicoli e guance innocenti per chi aveva parecchie cose da nascondere.
— Una buona maschera — diceva — non serve a diventare qualcun altro. Serve a trovare il coraggio di essere se stessi senza farsi riconoscere.
Lucia ritagliava stoffe, incollava piume e dipingeva sopracciglia sottilissime. Aveva quindici anni e una curiosità che suo padre considerava insieme un dono e una disgrazia.

Da bambina aveva sentito parlare degli spettacoli organizzati nei palazzi. Musiche, scene dipinte, dèi che scendevano dal cielo, mostri che emergevano dal mare.
Ma quegli spettacoli erano riservati ai principi e agli invitati.
— Perché la musica può entrare soltanto nei palazzi? — domandava Lucia.
— Perché i ricchi credono che una cosa diventi più preziosa quando gli altri non possono averla.
Lucia guardava il sole riflettersi sul canale.
— Allora il sole dev’essere molto povero.
Un mattino arrivò una notizia straordinaria.
Nel Teatro San Cassiano sarebbe stata rappresentata un’opera aperta non soltanto agli ospiti di una corte, ma a chiunque potesse acquistare un biglietto.
Si sarebbe intitolata L’Andromeda.
La città intera cominciò a parlarne. I nobili temevano di dover respirare la stessa aria dei mercanti. I mercanti speravano di sedersi accanto ai nobili per poter raccontare di averli visti sbadigliare. I gondolieri imparavano già le melodie fischiettate dai musicisti durante le prove.
Lucia riuscì a farsi assumere come aiutante dietro le quinte.
La prima volta che entrò nel teatro, rimase immobile.
Il palcoscenico era un mondo ancora incompleto. C’erano colonne dipinte che da vicino sembravano storte, nuvole appese alle corde e onde costruite con tavole di legno. Carrucole, carrucole ovunque: servivano a sollevare divinità, cambiare fondali e far apparire creature marine.

Lucia capì subito che il teatro era il luogo in cui si diceva la verità utilizzando quasi soltanto cose finte.
Portava costumi, accendeva lucerne e aiutava suo padre a preparare le maschere. Conobbe cantanti convinti che il mondo finisse appena uscivano di scena e musicisti che litigavano per una nota mentre il tetto perdeva acqua.
Il più anziano dei macchinisti si chiamava Bortolo.
Conosceva ogni corda e ogni botola. Sapeva far volare un dio senza che perdesse la parrucca e far sorgere il sole anche durante un temporale. Ma da quando erano arrivati nuovi meccanismi, nessuno ascoltava più i suoi consigli.
— Le macchine moderne fanno tutto da sole — gli dicevano.
— Anche gli sciocchi fanno molte cose da soli — rispondeva Bortolo. — Non per questo funzionano meglio.
Fra i finanziatori dello spettacolo vi era messer Alvise Dandolo, un nobile elegante, appassionato di musica e profondamente diffidente verso le persone comuni.
— L’arte è come una gemma — ripeteva. — Se passa per troppe mani, perde il proprio splendore.
Lucia, che stava portando alcune maschere, si fermò.
— Una gemma forse. Una canzone, invece, cresce ogni volta che qualcuno la ricorda.
Messer Alvise la osservò.
— Chi ti ha chiesto di parlare?
— Nessuno, signore.
— E allora perché l’hai fatto?
— Perché non sempre chi ha qualcosa da dire riceve l’invito.
Il nobile non rispose. Era abituato alle persone che gli davano ragione e trovava inquietanti quelle che gli offrivano un pensiero.
La sera della prima, il teatro si riempì.
Arrivarono nobili coperti di velluto, mercanti, forestieri, artigiani e giovani che avevano speso quasi tutti i propri risparmi per assistere allo spettacolo. Non sedevano negli stessi posti e non avevano pagato lo stesso prezzo, ma attendevano il medesimo sipario.
Dietro le quinte, invece, regnava il disastro.
La maschera della protagonista era spezzata.

La macchina che avrebbe dovuto far emergere il mostro marino era bloccata.
Metà delle lucerne si era spenta.
E, cosa ancora più grave, alcune corde che sostenevano il fondale erano state tagliate.
— Bisogna annullare! — gridò il direttore.
— Lo sapevo — disse messer Alvise. — Uno spettacolo per tutti non poteva che finire così.
Lucia esaminò i meccanismi. I nodi erano stati sciolti da una mano esperta.
Vide Bortolo allontanarsi nel corridoio.
Lo seguì fino al deposito.
— Siete stato voi?
Il vecchio non negò.
— Volevano sostituirmi con quelle macchine.
— E avete deciso di distruggere il lavoro di tutti?
— Volevo dimostrare che senza di me il teatro non può funzionare.
Lucia lo guardò a lungo.
— Se per essere necessario dovete rendere incapaci gli altri, non siete necessario. Siete soltanto un ostacolo molto esperto.
Bortolo abbassò gli occhi.
Da oltre la porta arrivavano le proteste del pubblico. Il sipario non si alzava e qualcuno aveva già cominciato a chiedere indietro il denaro, voce che a teatro viaggia sempre più rapidamente della musica.
Lucia prese un grande telo bianco.
— Potete ancora aiutarci.
— Dopo ciò che ho fatto?
— Non vi chiedo di fingere che non sia accaduto. Vi chiedo di decidere che cosa farne.
Lucia fece sistemare il telo sul fondo della scena. Dietro vi collocò alcune lucerne. Con stoffe, aste e ritagli di cartone costruì la sagoma di un enorme mostro marino.

Bortolo osservò il lavoro.
— Le zampe sono troppo corte.
— Allungatele.
— La testa non farà paura.
— Fatela vivere.
Il vecchio prese le corde. Le sue mani ricordavano ciò che il suo orgoglio aveva quasi distrutto.
Quando finalmente il sipario si aprì, il pubblico vide una scena quasi vuota.
Messer Alvise impallidì.
Poi cominciò la musica.
Gli strumenti suggerirono il movimento del mare. Dietro il telo apparvero onde d’ombra. Il mostro crebbe sulla parete fino a diventare più grande di qualsiasi macchina costruita per rappresentarlo.
Un bambino in platea gridò:
— Arriva!
La madre cercò di farlo tacere, ma ormai anche gli adulti vedevano la creatura.
Non era reale.
Eppure lo era abbastanza.
La protagonista entrò senza la maschera che si era spezzata. Per la prima volta il pubblico poteva vedere il suo volto nudo: la paura, il respiro, gli occhi rivolti verso Perseo.
Cantò.
Nessun ornamento riusciva a nascondere l’essere umano che viveva dentro il personaggio.
Lucia, dietro le quinte, muoveva le ombre insieme a Bortolo.
Le macchine non funzionavano, ma il teatro sì.
Quando Perseo liberò Andromeda, gli spettatori trattennero il respiro. Nobili, mercanti, servi e forestieri dimenticarono per qualche istante il prezzo del proprio posto.
Nessuno era diventato uguale agli altri.
Ma tutti stavano guardando nella stessa direzione.
Alla fine calò il sipario.
Per alcuni secondi vi fu silenzio.
Poi il teatro esplose in un applauso così forte che le maschere appese nel laboratorio di Lucia sembrarono tremare.
Messer Alvise raggiunse la ragazza.
— Credi che abbiano davvero compreso l’opera?
Lucia guardò il pubblico che usciva.
Un gondoliere imitava il canto di Perseo. Una venditrice di verdure si asciugava gli occhi. Il bambino che aveva gridato muoveva le braccia fingendo di combattere il mostro.
— Non hanno compreso tutti la stessa cosa — rispose.
— E questo non ti dispiace?
— No. La bellezza non è un ordine. Non deve ottenere la stessa risposta da tutti.
— Allora che cosa deve ottenere?
Lucia sorrise.
— Una porta aperta.
Il giorno seguente, Venezia parlava soltanto dello spettacolo.
Le arie ascoltate nel teatro passarono nelle botteghe, nelle locande e sulle gondole. Alcuni le cantavano bene. Altri le trasformavano senza pietà. I compositori avrebbero preferito che tutti rispettassero ogni nota, ma la musica, una volta entrata nelle strade, aveva cominciato ad appartenere anche a chi la ricordava male.
Bortolo tornò al lavoro. Insegnò ai giovani macchinisti ciò che sapeva, senza più nascondere i propri segreti.
Aveva capito che il sapere non perde valore quando rende gli altri capaci. Soltanto la vanità ha bisogno di allievi che rimangano piccoli.
Lucia continuò a lavorare dietro il sipario. Non divenne una cantante famosa né una nobildonna.
Divenne qualcosa di più raro: una persona capace di far arrivare la bellezza agli altri senza pretendere di apparire al centro della scena.
E ogni volta che il teatro apriva le porte, si ricordava della frase di messer Alvise sulla gemma.
Forse aveva ragione: una pietra preziosa, passando di mano in mano, poteva perdere splendore.
Ma la musica non era una pietra.
Era una fiamma.
E una fiamma non diventa più povera quando accende un’altra luce.
La bellezza custodita per pochi può rendere magnifico un palazzo; la bellezza condivisa può illuminare un’intera città. Il vero valore dell’arte non sta nel separare chi la possiede da chi ne è escluso, ma nel creare, almeno per un istante, un luogo in cui molte vite diverse possano guardare insieme nella stessa direzione.






