Categoria: La Musica racconta – Novelle per grandi e piccoli

“La Musica racconta” è una rubrica di novelle brevi, ironiche e divulgative per grandi e piccoli. Ogni storia parte da una nota, uno strumento o un silenzio per spiegare la musica e, già che c’è, qualche stranezza dell’animo umano. Perché la teoria musicale può sembrare seria, ma la vita lo è molto meno.

  • La ragazza dietro il sipario

    La ragazza dietro il sipario

    Favola della notte in cui Venezia divenne un teatro.

    Di Marialuisa Veneziano

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    🎧 Musica per la lettura
    Per accompagnare La ragazza dietro il sipario, si consiglia l’ascolto del Prologo, “L’Armonia”, dall’opera L’Ormindo di Francesco Cavalli, rappresentata al Teatro San Cassiano nel 1644.
    Una voce proveniente dal primo teatro musicale veneziano per seguire Lucia dietro il sipario, nel momento in cui l’opera cominciò ad aprire le proprie porte alla città.
    Clicca sulla freccia del paragrafo, avvia il brano e comincia subito a leggere: musica e favola termineranno quasi insieme.

    Venezia, nell’inverno del 1637, sembrava una città costruita apposta per ingannare gli occhi.

    I palazzi galleggiavano sull’acqua, le strade finivano nei canali e le persone indossavano maschere per mostrare con maggiore libertà ciò che erano davvero. Di notte, le luci delle finestre si spezzavano sulla laguna e ogni gondola pareva portare con sé un segreto.

    In una piccola bottega vicino a San Cassiano lavorava Lucia, figlia di un fabbricante di maschere.

    Suo padre modellava volti di cartapesta per nobili, attori e dame. Costruiva sorrisi per persone tristi, nasi severi per uomini ridicoli e guance innocenti per chi aveva parecchie cose da nascondere.

    — Una buona maschera — diceva — non serve a diventare qualcun altro. Serve a trovare il coraggio di essere se stessi senza farsi riconoscere.

    Lucia ritagliava stoffe, incollava piume e dipingeva sopracciglia sottilissime. Aveva quindici anni e una curiosità che suo padre considerava insieme un dono e una disgrazia.

    Da bambina aveva sentito parlare degli spettacoli organizzati nei palazzi. Musiche, scene dipinte, dèi che scendevano dal cielo, mostri che emergevano dal mare.

    Ma quegli spettacoli erano riservati ai principi e agli invitati.

    — Perché la musica può entrare soltanto nei palazzi? — domandava Lucia.

    — Perché i ricchi credono che una cosa diventi più preziosa quando gli altri non possono averla.

    Lucia guardava il sole riflettersi sul canale.

    — Allora il sole dev’essere molto povero.

    Un mattino arrivò una notizia straordinaria.

    Nel Teatro San Cassiano sarebbe stata rappresentata un’opera aperta non soltanto agli ospiti di una corte, ma a chiunque potesse acquistare un biglietto.

    Si sarebbe intitolata L’Andromeda.

    La città intera cominciò a parlarne. I nobili temevano di dover respirare la stessa aria dei mercanti. I mercanti speravano di sedersi accanto ai nobili per poter raccontare di averli visti sbadigliare. I gondolieri imparavano già le melodie fischiettate dai musicisti durante le prove.

    Lucia riuscì a farsi assumere come aiutante dietro le quinte.

    La prima volta che entrò nel teatro, rimase immobile.

    Il palcoscenico era un mondo ancora incompleto. C’erano colonne dipinte che da vicino sembravano storte, nuvole appese alle corde e onde costruite con tavole di legno. Carrucole, carrucole ovunque: servivano a sollevare divinità, cambiare fondali e far apparire creature marine.

    Lucia capì subito che il teatro era il luogo in cui si diceva la verità utilizzando quasi soltanto cose finte.

    Portava costumi, accendeva lucerne e aiutava suo padre a preparare le maschere. Conobbe cantanti convinti che il mondo finisse appena uscivano di scena e musicisti che litigavano per una nota mentre il tetto perdeva acqua.

    Il più anziano dei macchinisti si chiamava Bortolo.

    Conosceva ogni corda e ogni botola. Sapeva far volare un dio senza che perdesse la parrucca e far sorgere il sole anche durante un temporale. Ma da quando erano arrivati nuovi meccanismi, nessuno ascoltava più i suoi consigli.

    — Le macchine moderne fanno tutto da sole — gli dicevano.

    — Anche gli sciocchi fanno molte cose da soli — rispondeva Bortolo. — Non per questo funzionano meglio.

    Fra i finanziatori dello spettacolo vi era messer Alvise Dandolo, un nobile elegante, appassionato di musica e profondamente diffidente verso le persone comuni.

    — L’arte è come una gemma — ripeteva. — Se passa per troppe mani, perde il proprio splendore.

    Lucia, che stava portando alcune maschere, si fermò.

    — Una gemma forse. Una canzone, invece, cresce ogni volta che qualcuno la ricorda.

    Messer Alvise la osservò.

    — Chi ti ha chiesto di parlare?

    — Nessuno, signore.

    — E allora perché l’hai fatto?

    — Perché non sempre chi ha qualcosa da dire riceve l’invito.

    Il nobile non rispose. Era abituato alle persone che gli davano ragione e trovava inquietanti quelle che gli offrivano un pensiero.

    La sera della prima, il teatro si riempì.

    Arrivarono nobili coperti di velluto, mercanti, forestieri, artigiani e giovani che avevano speso quasi tutti i propri risparmi per assistere allo spettacolo. Non sedevano negli stessi posti e non avevano pagato lo stesso prezzo, ma attendevano il medesimo sipario.

    Dietro le quinte, invece, regnava il disastro.

    La maschera della protagonista era spezzata.

    La macchina che avrebbe dovuto far emergere il mostro marino era bloccata.

    Metà delle lucerne si era spenta.

    E, cosa ancora più grave, alcune corde che sostenevano il fondale erano state tagliate.

    — Bisogna annullare! — gridò il direttore.

    — Lo sapevo — disse messer Alvise. — Uno spettacolo per tutti non poteva che finire così.

    Lucia esaminò i meccanismi. I nodi erano stati sciolti da una mano esperta.

    Vide Bortolo allontanarsi nel corridoio.

    Lo seguì fino al deposito.

    — Siete stato voi?

    Il vecchio non negò.

    — Volevano sostituirmi con quelle macchine.

    — E avete deciso di distruggere il lavoro di tutti?

    — Volevo dimostrare che senza di me il teatro non può funzionare.

    Lucia lo guardò a lungo.

    — Se per essere necessario dovete rendere incapaci gli altri, non siete necessario. Siete soltanto un ostacolo molto esperto.

    Bortolo abbassò gli occhi.

    Da oltre la porta arrivavano le proteste del pubblico. Il sipario non si alzava e qualcuno aveva già cominciato a chiedere indietro il denaro, voce che a teatro viaggia sempre più rapidamente della musica.

    Lucia prese un grande telo bianco.

    — Potete ancora aiutarci.

    — Dopo ciò che ho fatto?

    — Non vi chiedo di fingere che non sia accaduto. Vi chiedo di decidere che cosa farne.

    Lucia fece sistemare il telo sul fondo della scena. Dietro vi collocò alcune lucerne. Con stoffe, aste e ritagli di cartone costruì la sagoma di un enorme mostro marino.

    Bortolo osservò il lavoro.

    — Le zampe sono troppo corte.

    — Allungatele.

    — La testa non farà paura.

    — Fatela vivere.

    Il vecchio prese le corde. Le sue mani ricordavano ciò che il suo orgoglio aveva quasi distrutto.

    Quando finalmente il sipario si aprì, il pubblico vide una scena quasi vuota.

    Messer Alvise impallidì.

    Poi cominciò la musica.

    Gli strumenti suggerirono il movimento del mare. Dietro il telo apparvero onde d’ombra. Il mostro crebbe sulla parete fino a diventare più grande di qualsiasi macchina costruita per rappresentarlo.

    Un bambino in platea gridò:

    — Arriva!

    La madre cercò di farlo tacere, ma ormai anche gli adulti vedevano la creatura.

    Non era reale.

    Eppure lo era abbastanza.

    La protagonista entrò senza la maschera che si era spezzata. Per la prima volta il pubblico poteva vedere il suo volto nudo: la paura, il respiro, gli occhi rivolti verso Perseo.

    Cantò.

    Nessun ornamento riusciva a nascondere l’essere umano che viveva dentro il personaggio.

    Lucia, dietro le quinte, muoveva le ombre insieme a Bortolo.

    Le macchine non funzionavano, ma il teatro sì.

    Quando Perseo liberò Andromeda, gli spettatori trattennero il respiro. Nobili, mercanti, servi e forestieri dimenticarono per qualche istante il prezzo del proprio posto.

    Nessuno era diventato uguale agli altri.

    Ma tutti stavano guardando nella stessa direzione.

    Alla fine calò il sipario.

    Per alcuni secondi vi fu silenzio.

    Poi il teatro esplose in un applauso così forte che le maschere appese nel laboratorio di Lucia sembrarono tremare.

    Messer Alvise raggiunse la ragazza.

    — Credi che abbiano davvero compreso l’opera?

    Lucia guardò il pubblico che usciva.

    Un gondoliere imitava il canto di Perseo. Una venditrice di verdure si asciugava gli occhi. Il bambino che aveva gridato muoveva le braccia fingendo di combattere il mostro.

    — Non hanno compreso tutti la stessa cosa — rispose.

    — E questo non ti dispiace?

    — No. La bellezza non è un ordine. Non deve ottenere la stessa risposta da tutti.

    — Allora che cosa deve ottenere?

    Lucia sorrise.

    — Una porta aperta.

    Il giorno seguente, Venezia parlava soltanto dello spettacolo.

    Le arie ascoltate nel teatro passarono nelle botteghe, nelle locande e sulle gondole. Alcuni le cantavano bene. Altri le trasformavano senza pietà. I compositori avrebbero preferito che tutti rispettassero ogni nota, ma la musica, una volta entrata nelle strade, aveva cominciato ad appartenere anche a chi la ricordava male.

    Bortolo tornò al lavoro. Insegnò ai giovani macchinisti ciò che sapeva, senza più nascondere i propri segreti.

    Aveva capito che il sapere non perde valore quando rende gli altri capaci. Soltanto la vanità ha bisogno di allievi che rimangano piccoli.

    Lucia continuò a lavorare dietro il sipario. Non divenne una cantante famosa né una nobildonna.

    Divenne qualcosa di più raro: una persona capace di far arrivare la bellezza agli altri senza pretendere di apparire al centro della scena.

    E ogni volta che il teatro apriva le porte, si ricordava della frase di messer Alvise sulla gemma.

    Forse aveva ragione: una pietra preziosa, passando di mano in mano, poteva perdere splendore.

    Ma la musica non era una pietra.

    Era una fiamma.

    E una fiamma non diventa più povera quando accende un’altra luce.

    La bellezza custodita per pochi può rendere magnifico un palazzo; la bellezza condivisa può illuminare un’intera città. Il vero valore dell’arte non sta nel separare chi la possiede da chi ne è escluso, ma nel creare, almeno per un istante, un luogo in cui molte vite diverse possano guardare insieme nella stessa direzione.

  • Il castello senza eco

    Il castello senza eco

    Una favola musicale sulla memoria e sul coraggio di ascoltare.

    Di Marialuisa Veneziano




    C’era una volta, sulla cima di una collina circondata da boschi di faggi, un castello tanto grande che nessuno era mai riuscito a contare tutte le sue finestre.

    Aveva torri sottili, tetti d’ardesia, cortili lastricati e lunghi corridoi nei quali cento persone avrebbero potuto camminare affiancate senza sfiorarsi.

    Eppure quel castello possedeva una particolarità assai strana.

    Non aveva eco.

    Se qualcuno batteva le mani nella sala del trono, il suono moriva immediatamente.

    Se una dama rideva sotto le volte di pietra, la sua risata non tornava indietro.

    Persino le campane, che nelle giornate serene avrebbero dovuto farsi udire fino ai villaggi lontani, producevano rintocchi brevi e opachi, come se fossero avvolte nella lana.

    Il re, che si chiamava Teodoro il Risoluto, considerava tutto ciò una fortuna.

    — Le persone educate — diceva — non ripetono mai ciò che hanno già detto. Non vedo perché debbano farlo i muri.

    I cortigiani annuivano, come fanno spesso i cortigiani quando non hanno compreso nulla ma desiderano conservarsi il pranzo.

    Nel castello viveva la principessa Eliana, figlia del re.

    Eliana aveva dodici anni, capelli scuri, occhi attenti e la fastidiosa abitudine di fare domande proprio quando gli adulti preferivano non rispondere.

    Amava la musica più di ogni altra cosa.

    Studiava il flauto con il vecchio maestro Isidoro, il quale le aveva insegnato che un suono nasce da una vibrazione e viaggia nell’aria come una piccola onda invisibile.

    — Quando incontra una parete — le spiegava — può essere assorbito oppure tornare indietro.

    — Come una persona quando non viene accolta?

    Il maestro rimase per qualche istante in silenzio.

    — Più o meno — disse infine. — Ma i muri, in genere, sono meno complicati.

    Eliana aveva anche imparato che l’eco non era esattamente la stessa cosa della risonanza.

    L’eco ripeteva un suono dopo un breve intervallo. La risonanza, invece, lo accoglieva, lo amplificava e lo faceva durare più a lungo.

    In una buona sala da concerto, le note non dovevano svanire troppo presto né confondersi tra loro. Dovevano avere il tempo di nascere, vivere e poi spegnersi.

    Nel castello, però, non accadeva niente di tutto questo.

    I suoni cadevano appena usciti dagli strumenti.

    — È come se il castello avesse paura di ricordare — disse una volta Eliana.

    Il maestro Isidoro abbassò gli occhi.

    — I castelli non hanno paura.

    — E gli uomini?

    — Gli uomini costruiscono castelli proprio per nascondervi le proprie paure.

    Dopo aver pronunciato quelle parole, Isidoro chiuse lo spartito e dichiarò terminata la lezione con venti minuti di anticipo. Era il metodo abituale degli adulti quando si accorgevano di avere detto la verità.

    Una notte d’autunno Eliana si svegliò all’improvviso.

    Il vento scuoteva le finestre e la pioggia batteva sui vetri. Nel camino, il fuoco si era quasi spento.

    Fu allora che la principessa udì tre note di flauto.

    Erano note sottili e lontane.

    La prima saliva.

    La seconda rimaneva sospesa.

    La terza sembrava cercare qualcosa che non riusciva a trovare.

    Eliana si alzò dal letto.

    Le note provenivano dalla parte settentrionale del castello, dove sorgeva una torre chiusa da molti anni.

    Attese.

    La melodia non continuò.

    La notte seguente, allo scoccare della mezzanotte, le tre note tornarono.

    Questa volta furono cinque.

    Le prime erano le stesse; le altre due formavano una piccola frase musicale, ma si interrompevano proprio quando sembravano sul punto di concludersi.

    Eliana conosceva bene quella sensazione.

    Il maestro Isidoro le aveva spiegato che una frase musicale incompleta genera tensione. L’orecchio attende una nota capace di riportare equilibrio, proprio come si aspetta la fine di una domanda.

    Ma quella risposta non arrivava mai.

    La principessa andò dal padre.

    — Nella torre settentrionale qualcuno suona il flauto.

    Re Teodoro, che stava firmando un decreto contro l’eccessiva crescita delle erbacce, spezzò la penna.

    — È il vento.

    — Il vento non suona sempre le stesse note.

    — Questo è un vento ordinato.

    — E perché si ferma sempre nello stesso punto?

    — Perché è anche rispettoso degli orari.

    Eliana lo fissò.

    — Posso entrare nella torre?

    — No.

    — Perché?

    — Perché è chiusa.

    — E perché è chiusa?

    — Perché nessuno deve entrarvi.

    — E perché nessuno deve entrarvi?

    Il re si alzò.

    — Perché io sono il re e ho esaurito i “perché” disponibili per oggi.

    Quella notte la melodia tornò ancora.

    Sette note.

    Poi nove.

    Ogni sera diventava più lunga e più inquieta. Talvolta sembrava un canto; talvolta una preghiera. Ma terminava sempre prima dell’ultima nota.

    Eliana cominciò a fare domande agli abitanti del castello.

    Il cuoco dichiarò di non sapere nulla e versò il sale nella torta invece che nella zuppa.

    La governante disse che la torre era disabitata, ma si fece il segno della croce.

    Il campanaro sostenne di essere sordo da molti anni, sebbene udisse benissimo quando qualcuno parlava della sua paga.

    Infine Eliana interrogò il giardiniere, un uomo vecchissimo che conosceva la storia di ogni albero.

    — Che cosa c’è nella torre settentrionale?

    Il giardiniere continuò a potare una rosa.

    — La polvere.

    — E sotto la polvere?

    — Altra polvere.

    — E sotto l’altra polvere?

    L’uomo sospirò.

    — Un ricordo che il re ha tentato di chiudere a chiave.

    — Quale ricordo?

    — Non spetta a me raccontarlo.

    — A chi spetta?

    — A chi avrà il coraggio di ascoltarlo.

    Il giorno seguente, mentre passeggiava fuori dalle mura, Eliana incontrò una mendicante cieca. La donna sedeva accanto a una fontana e teneva sulle ginocchia un piccolo tamburo.

    — Principessa — disse senza alzare il capo.

    Eliana si fermò.

    — Come sapete chi sono?

    — Le persone importanti camminano come se la strada appartenesse loro. Tu cammini come se volessi sapere dove conduce.

    La bambina sorrise.

    — Conoscete la torre settentrionale?

    La mendicante batté un dito sul tamburo. Il suono si diffuse nella piazza e tornò lievemente dalle case.

    — Nel tuo castello l’eco non è morta — disse. — È stata imprigionata.

    Eliana si sedette accanto a lei.

    La donna raccontò che molti anni prima, quando la regina era ancora viva, a corte lavorava un giovane musicista. Si chiamava Lorian e suonava il flauto con tanta dolcezza che, quando eseguiva una melodia, persino le tende sembravano muoversi per ascoltarlo.

    Durante la lunga malattia della regina, Lorian compose per lei un canto.

    Non era una musica triste. Parlava delle cose amate che continuano a vivere nella memoria di chi resta.

    La regina morì prima che il brano fosse terminato.

    Il re, sconvolto, ordinò che nessuno lo suonasse mai più.

    Fece rinchiudere nella torre il flauto, lo spartito incompleto e ogni oggetto appartenuto alla regina. Vietò ai cortigiani di pronunciarne il nome e proibì ai musicisti di eseguire melodie che potessero ricordarla.

    — Pensava che, se nessuno avesse più parlato del dolore, il dolore sarebbe scomparso — disse la mendicante.

    — E invece?

    — Il dolore è un ospite assai maleducato. Se non gli si apre la porta, entra dalla cantina.

    Da quel giorno il castello aveva smesso di restituire i suoni.

    — Perché?

    — Perché l’eco è memoria. E una casa alla quale viene proibito di ricordare finisce per non rispondere più a nessuno.

    Eliana tornò al castello.

    Per tre giorni cercò la chiave della torre.

    Frugò nelle casse, negli armadi e nei cassetti del guardaroba reale. Esaminò le tasche dei mantelli del padre mentre lui dormiva durante le riunioni del Consiglio, abitudine che il re definiva “meditazione strategica”.

    Alla fine trovò la chiave nascosta nel vecchio metronomo del maestro Isidoro.

    Il maestro la sorprese mentre lo apriva.

    — Non dovresti farlo.

    — Voi sapevate tutto?

    Isidoro sedette lentamente.

    — Ho suonato nell’orchestra quando la regina era viva.

    — Perché non mi avete detto nulla?

    — Per paura.

    — Di mio padre?

    — Anche. Ma soprattutto di ricordare.

    Eliana prese la chiave.

    — Io entrerò nella torre.

    — Il re te lo proibirà.

    — Allora entrerò prima che abbia il tempo di farlo.

    Quella notte una tempesta si abbatté sul castello.

    Eliana attraversò i corridoi con una candela. I suoi passi, come sempre, non produssero eco.

    Raggiunse la torre settentrionale e inserì la chiave nella serratura.

    La porta si aprì con un gemito.

    La scala saliva a spirale nel buio.

    A ogni gradino, Eliana aveva l’impressione di udire qualcosa: un respiro, una parola, forse un pianto. Ma non appena si fermava, tutto taceva.

    In cima trovò una stanza rotonda.

    Al centro vi era un leggio con uno spartito ingiallito. Sopra un tavolo riposava un flauto d’argento.

    Le pareti erano coperte da ritratti velati.

    Eliana sollevò uno dei teli e vide il volto di sua madre.

    Non l’aveva mai conosciuta. Il re le aveva mostrato soltanto un piccolo ritratto ufficiale, nel quale la regina appariva immobile e severa.

    In quello della torre, invece, rideva.

    Eliana prese il flauto.

    Le tre note della melodia risuonarono da sole.

    Poi altre tre.

    Infine l’intera frase che ogni notte si interrompeva.

    Sullo spartito mancava l’ultima battuta.

    Eliana portò lo strumento alle labbra e provò a continuare.

    Suonò una nota troppo alta.

    Le pareti tremarono.

    Da qualche parte nel castello si udì una porta sbattere e, per la prima volta dopo molti anni, il rumore tornò indietro.

    Eliana tentò ancora.

    Questa volta la nota era troppo bassa.

    Dalle pareti si levarono voci confuse: nomi, risate, parole che qualcuno aveva pronunciato molto tempo prima.

    Il castello stava restituendo ciò che aveva trattenuto.

    La principessa provò una terza volta.

    In quel momento la porta della torre si spalancò.

    Il re entrò, seguito dal maestro Isidoro.

    — Fermati! — gridò.

    La sua voce rimbalzò sulle pareti.

    «Fermati… fermati… fermati…»

    Il re impallidì.

    — Se completerai quella musica, tornerà tutto.

    — Che cosa?

    — Il dolore.

    Eliana abbassò il flauto.

    — Il dolore non se n’è mai andato.

    Il re guardò il ritratto della regina.

    — Io volevo dimenticare.

    — Avete soltanto costretto tutti a ricordare in silenzio.

    — Non capisci.

    — Forse no. Ma voi non volete capire da molti anni.

    Eliana osservò lo spartito.

    Poi pensò alla frase musicale incompleta. Ogni suono aveva bisogno di trovare il proprio luogo. Non sempre la nota giusta era la più bella o la più forte: era quella capace di dare senso a tutte le precedenti.

    Portò il flauto alle labbra.

    Suonò l’ultima nota.

    Per un istante non accadde nulla.

    Poi la nota tornò.

    Prima debole, come un sussurro.

    Poi più chiara.

    Infine cento volte, da ogni muro, da ogni scala, da ogni stanza.

    Le campane cominciarono a risuonare.

    I passi delle guardie riempirono i corridoi.

    Dalle cucine giunsero il tintinnio delle pentole e la voce del cuoco, che per l’emozione salò nuovamente la torta.

    Le persone pronunciarono i nomi di coloro che avevano perduto. Qualcuno rise. Qualcuno pianse.

    Il re ascoltò la melodia composta per la regina.

    All’inizio rimase immobile.

    Poi una lacrima gli attraversò il viso.

    Naturalmente, il giorno seguente dichiarò che nella torre vi era molta polvere. I re possono riconoscere il dolore, ma ammettere un errore richiede spesso una costituzione più robusta.

    La torre settentrionale non venne più chiusa.

    Il flauto rimase nella sala, accanto al ritratto della regina. Ogni anno Eliana eseguiva la melodia completa.

    Il castello riacquistò la propria voce.

    Le campane si udivano fino ai villaggi. Le risate correvano sotto le volte. Persino i passi più piccoli lasciavano dietro di sé una breve risposta.

    Da allora nessuno fu più costretto a dimenticare ciò che amava.

    E quando qualcuno soffriva, gli altri non gli dicevano di tacere o di essere forte.

    Gli sedevano accanto.

    E ascoltavano.

    Ciò che non viene ascoltato non scompare. Rimane dentro di noi, finché non trova una voce capace di liberarlo.

  • La leggenda del violino immortale

    La leggenda del violino immortale

    Una favola sul tempo, la memoria e ciò che ci rende umani.

    di Marialuisa Veneziano

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    Consiglio d’ascolto durante la lettura
    Arvo Pärt, Spiegel im Spiegel, per violino e pianoforte.
    Una musica sospesa tra il tempo che passa e ciò che, misteriosamente, rimane. Clicca sulla freccia, avvia la musica e inizia a leggere.


    C’era una volta, nella città di Valdombra, un liutaio di nome Alvise, celebre per la bellezza dei suoi violini e per la scarsa pazienza che dimostrava verso chi li suonava.

    La sua bottega profumava di abete, acero, resina e colla calda. Alle pareti erano appese casse armoniche ancora senza corde; sui tavoli riposavano piroli, ponticelli e archetti; negli armadi, le tavole di legno attendevano per anni che il tempo le rendesse adatte alla musica.

    Alvise conosceva ogni segreto del proprio mestiere.

    Sapeva che l’abete, leggero ed elastico, doveva formare la tavola armonica, perché accoglieva la vibrazione delle corde. Sapeva che l’acero, più duro, era adatto al fondo e alle fasce. Sapeva intagliare le due effe con una precisione tale che sembravano occhi sottili aperti sul mondo.

    Conosceva persino l’anima del violino: un piccolo cilindro di legno nascosto all’interno dello strumento, invisibile agli spettatori ma indispensabile perché il suono potesse vibrare con equilibrio.

    — È curioso — gli disse un giorno il giovane apprendista — che la parte chiamata anima sia proprio quella che nessuno vede.

    — Le cose importanti si nascondono spesso — rispose Alvise.

    Fu una frase molto saggia; cioì nonostante, egli la dimenticò immediatamente.

    Il liutaio desiderava costruire strumenti perfetti. Non tollerava una venatura irregolare, una goccia di vernice fuori posto o un graffio sulla cassa.

    Quando un violinista gli riportava uno strumento da riparare, Alvise lo osservava con orrore.

    — Che cosa gli avete fatto?

    — L’ho suonato — rispondeva il musicista.

    Alvise giudicava quella spiegazione assai poco convincente.

    Un mattino entrò nella bottega un vecchio violinista. Portava uno strumento che Alvise aveva costruito molti anni prima. La vernice era consumata vicino al manico, il bordo presentava qualche scheggiatura e sulla tavola armonica appariva una piccola macchia di cera.

    — È ridotto malissimo! — esclamò il liutaio.

    — Ha suonato molto — rispose il vecchio.

    — Posso eliminare la macchia.

    Il violinista strinse lo strumento al petto.

    — Quella cera cadde da una candela quando mia figlia aveva cinque anni. Io suonavo per farla addormentare.

    — Posso cancellarla senza lasciare traccia.

    — È proprio per questo che non ve lo affiderò.

    Alvise lo guardò uscire con disappunto.

    Gli uomini, pensò, trascorrono la vita a desiderare cose perfette e poi, quando le possiedono, si affezionano ai loro difetti.

    Qualche giorno dopo, il liutaio udì parlare di un abete straordinario che cresceva oltre le montagne. Si raccontava che non perdesse mai un ramo, che la neve non riuscisse a piegarlo e che nessun insetto avesse mai intaccato la sua corteccia.

    Alvise partì immediatamente.

    Dopo tre giorni di cammino raggiunse un bosco fitto e silenzioso. Al centro di una radura si innalzava l’albero.

    Era altissimo, diritto e immobile. Non aveva una sola foglia secca. Sul tronco non comparivano nodi, crepe o cicatrici.

    Accanto all’abete sedeva un vecchio guardaboschi.

    — È questo l’albero che non invecchia? — domandò Alvise.

    — Così dicono.

    — Da quanto tempo cresce qui?

    — Da prima che mio nonno imparasse a mentire.

    — E quanti anni aveva vostro nonno?

    — Non lo so. Mentiva anche su quello.

    Alvise accarezzò la corteccia dell’albero.

    — Con questo legno potrei costruire un violino che duri per sempre.

    Il guardaboschi indicò i rami.

    — Nessun uccello vi ha mai fatto il nido.

    — Sono troppo alti.

    — Gli uccelli, mi pare, sanno volare.

    — Forse hanno paura di rovinarli.

    Il vecchio sorrise.

    — Oppure hanno capito che certi rami non sanno ospitare nulla.

    Alvise non gli prestò ascolto. Gli uomini accettano molto volentieri i consigli, purché confermino ciò che hanno già deciso.

    Quella notte, senza vento né tempesta, un grande ramo cadde dall’albero.

    Alvise lo considerò un dono.

    Il guardaboschi lo considerò un avvertimento.

    La mattina seguente, il liutaio caricò il ramo su un carro e tornò a Valdombra.

    Il legno era straordinario. Non si deformava con l’umidità, non si screpolava con il calore e non mostrava alcun segno del tempo. Tuttavia era difficile da lavorare.

    Quando Alvise tentava di curvarlo, tornava diritto. Quando provava a stagionarlo, rimaneva identico.

    — È ostinato — disse l’apprendista.

    — È perfetto — rispose il liutaio. — Solo le cose imperfette si lasciano cambiare.

    Alvise impiegò sette anni per costruire il violino.

    Scavò la tavola armonica, modellò il fondo, curvò le fasce, intagliò le effe e collocò l’anima. Scelse una vernice color ambra e la stese con tanta cura che sulla superficie non rimase neppure l’ombra di un pennello.

    Quando lo strumento fu terminato, sembrava fatto di luce.

    Il più celebre violinista della città, maestro Evaristo, venne a provarlo.

    Posò il violino sulla spalla, accordò le corde e fece scorrere l’archetto.

    Il suono era purissimo. Gli acuti brillavano, i bassi erano pieni e ogni nota nasceva limpida, precisa, perfettamente uguale a se stessa.

    — Non oppone alcuna resistenza — disse Evaristo.

    — Perché non possiede difetti — rispose Alvise.

    Il musicista acquistò il violino per una somma così alta che il liutaio dovette contare il denaro tre volte, non per prudenza ma per piacere.

    Per anni Evaristo suonò nelle corti e nei grandi teatri.

    Lo strumento non si scordava quasi mai, non soffriva il caldo, non temeva il freddo e non conservava il segno delle mani.

    I critici ne erano entusiasti.

    Uno di loro scrisse:

    «Nel suo suono non rimane alcuna traccia della fatica umana.»

    Alvise fece incorniciare la recensione.

    Evaristo, invece, cominciò a inquietarsi.

    Ogni concerto era impeccabile, ma identico al precedente. Il violino restituiva tutte le note e non sembrava conservarne nessuna. Non si lasciava trasformare dal tocco, dalla stanchezza, dalla gioia o dal dolore di chi lo suonava.

    Una sera, uscendo dal teatro, un vecchio spettatore disse:

    — Il maestro non ha commesso nemmeno un errore.

    — È vero — rispose l’amico. — Ma non mi è sembrato che avesse qualcosa da raccontare.

    Dopo qualche tempo Evaristo vendette il violino.

    Lo acquistò un giovane ufficiale e lo portò con sé durante una guerra.

    La sera lo suonava per i compagni nelle tende, negli ospedali e nelle case distrutte. Le sue melodie ricordavano ai soldati le madri, le spose, i figli e i paesi lontani.

    Quando la guerra terminò, l’ufficiale tornò a Valdombra.

    L’uniforme era lacera, i capelli erano diventati grigi sulle tempie e una mano tremava leggermente.

    Il violino, invece, era immutato.

    Il soldato lo osservò a lungo.

    — Tu eri con noi — gli disse — eppure non sei stato da nessuna parte.

    Lo vendette e comprò uno strumento comune, sul cui fondo incise i nomi dei compagni che non erano tornati.

    Il violino immortale passò poi nelle mani di una madre, che lo regalò al proprio figlio.

    Il ragazzo non era un prodigio. Durante le prime lezioni produceva suoni così acuti che il gatto di casa si trasferì spontaneamente dai vicini.

    Studiava con impazienza, dimenticava spesso di tendere l’archetto e una volta lasciò cadere lo strumento.

    La madre corse a raccoglierlo.

    Non vi era neppure un graffio.

    — È indistruttibile! — esclamò il ragazzo.

    Da quel momento lo suonò senza timore. Negli anni imparò a trarne melodie sempre più profonde. Posava ogni giorno il mento nello stesso punto, stringeva il manico con la stessa mano e passava l’archetto sulle corde per ore.

    Ma il violino non conservò alcun segno di lui.

    Il ragazzo morì ancora giovane.

    Dopo il funerale, la madre prese lo strumento e si sedette accanto alla finestra. Cercò sulla vernice l’impronta delle dita del figlio, il segno lasciato dal mento, una piccola abrasione, una macchia, qualsiasi traccia del suo passaggio.

    Il violino era perfetto.

    Sembrava che il ragazzo non lo avesse mai toccato.

    La donna lo riportò ad Alvise, che ormai era diventato molto vecchio.

    — Non lo voglio più — disse.

    — Ma è ancora intatto.

    — È proprio questo il problema.

    — Vostro figlio lo amava.

    La madre accarezzò il legno liscio.

    — Credevo che non avrebbe perduto nulla. Non avevo capito che non avrebbe ricordato niente.

    Lasciò il violino sul banco e se ne andò.

    Alvise rimase a lungo in silenzio.

    Quella sera entrò nella bottega una bambina. Portava un violino povero e malandato. Il fondo era scollato, il ponticello inclinato e la vernice quasi completamente consumata.

    — Potete ripararlo? — domandò.

    Alvise sospirò.

    — Sarebbe più semplice costruirne uno nuovo.

    — Ma io voglio questo.

    — È pieno di difetti.

    La bambina indicò un piccolo segno sul bordo.

    — Qui mio padre lo urtò contro una sedia.

    Poi mostrò una macchia di cera.

    — Questa la fece mia madre una sera che mancò la luce.

    Infine accarezzò il manico consumato.

    — E questo sono io.

    Alvise prese il violino immortale e glielo porse.

    — Prova questo.

    La bambina lo posò sulla spalla e suonò una breve melodia.

    La bottega si riempì di un suono perfetto, luminoso e limpido.

    Poi la bambina abbassò lo strumento.

    — Non ti piace? — domandò Alvise.

    — È bellissimo.

    — È il miglior violino mai costruito.

    La bambina lo restituì.

    — Ma quando lo suono non sa chi sono.

    — I violini non sanno nulla.

    — Allora perché il mio conosce il peso della mia mano?

    Il liutaio non trovò una risposta.

    — Ti regalo questo — disse.

    La bambina scosse la testa.

    — Preferisco il mio.

    — Il tuo un giorno si romperà.

    — Allora dovrò averne cura.

    Alvise riparò il vecchio violino senza chiedere denaro.

    Quando la bambina uscì, egli rimase solo con lo strumento immortale.

    Prese un coltello e tentò di incidere una piccola linea sulla cassa. Il segno scomparve.

    Versò una goccia di cera sulla tavola armonica. Scivolò via.

    Avvicinò il violino al fuoco. Il legno non annerì.

    Infine prese l’archetto.

    Alvise conosceva ogni segreto della costruzione, ma non aveva mai imparato davvero a suonare. Le sue dita si posarono goffamente sulle corde e produssero alcune note incerte.

    Poi ricordò una melodia che sua madre gli cantava quando era bambino.

    La suonò lentamente.

    Per un istante, il violino sembrò tremare. Il suono non fu limpido né perfetto. Fu fragile, esitante e umano.

    Alvise sorrise.

    Quando abbassò lo strumento, cercò sul legno il segno del proprio mento.

    Non vi era nulla.

    Dopo la morte del liutaio, il violino fu portato nel museo di Valdombra.

    Gli studiosi tentarono di stabilire chi lo avesse costruito e quanti anni avesse. Ma il legno non presentava usura, la vernice era intatta e nessun proprietario vi aveva lasciato un’incisione o un’impronta.

    Alla fine, sotto la teca, fu collocata una targhetta:

    VIOLINO IMMORTALE
    AUTORE IGNOTO
    DATAZIONE INCERTA
    PROPRIETARI SCONOSCIUTI

    Molti anni dopo, una vecchia musicista entrò nel museo portando con sé un violino consunto e riparato innumerevoli volte.

    Era la bambina che aveva visitato la bottega di Alvise.

    Il bordo conservava ancora il segno della sedia, la tavola armonica portava la macchia di cera e il manico era ormai quasi chiaro per il lungo passaggio delle dita.

    Un giovane custode la osservò.

    — Perché non acquista uno strumento migliore?

    La donna accarezzò il proprio violino.

    — Perché questo conosce tutta la mia musica, anche quella che io non ricordo più.

    Poi cominciò a suonare.

    La melodia non era perfetta. Alcune note tremavano, altre avevano il suono ruvido del legno invecchiato. Eppure, uno dopo l’altro, i visitatori si allontanarono dalla teca del violino immortale e si raccolsero intorno alla donna.

    Quando ella terminò, nella sala rimase un lungo silenzio.

    Il violino immortale brillava ancora dietro il vetro. Aveva attraversato amori, guerre, partenze e lutti senza perdere una sola venatura.

    Ma nessuna mano aveva potuto lasciargli una carezza.

    Nessun dolore aveva potuto affidargli un nome.

    Nessuna vita aveva potuto dimorare in lui.

    Vivere significa lasciarsi cambiare. Chi pretende di restare intatto può forse evitare le ferite, ma perderà anche l’amore, la memoria e tutto ciò che rende una vita degna di essere ricordata.