Anno: 2026

  • Intervista impossibile al Silenzio

    Intervista impossibile al Silenzio

    «Mi accusate di essere vuoto. Eppure senza di me la musica non saprebbe respirare»

    di Marialuisa Veneziano


    15 settembre 2026

    Si è presentato in redazione senza bussare.

    Del resto, sarebbe stato incoerente.

    Si è seduto davanti a me e, per alcuni secondi, non ha detto nulla. Io ho aspettato. Lui pure. Dopo un po’ ho cominciato a sentirmi a disagio, come capita spesso agli esseri umani quando nessuno riempie immediatamente lo spazio con parole, notifiche, musica d’ambiente o almeno un rispettabile rumore di fondo.

    «È il suo modo di mettermi in difficoltà?»

    Il Silenzio ha sorriso.

    «No. È il vostro modo di avere paura di me.»

    Aveva cominciato bene.


    Lei ha una pessima reputazione.

    «Lo so. Mi associate all’imbarazzo, alla solitudine, alle stanze vuote, alle telefonate che non arrivano. Quando una conversazione tace dite subito: “Che silenzio!”. Come se fosse comparso un ospite indesiderato.»

    E in musica?

    «In musica, curiosamente, mi trattate con più rispetto. Lì avete perfino inventato dei segni per convocarmi.»

    Pausa di semiminima, minima, semibreve. Pause multiple. Cesure. Corone. Generalpause.

    Il Silenzio possiede una notazione.

    Non è dunque assenza di musica. È musica alla quale è stato proibito, momentaneamente, di produrre suono.

    E la differenza è enorme.

    Una pausa di semiminima non equivale al nulla. Ha una durata precisa. Occupa il tempo. Deve essere contata, pensata, respirata.

    «È divertente», osserva. «I musicisti trascorrono anni a imparare quando non devono suonare. Gli altri trascorrono una vita a evitarlo.»

    Punto per lui.


    Quindi una pausa è già musica?

    «Naturalmente. Provate a toglierle tutte.»

    Il risultato sarebbe terrificante.

    La musica diventerebbe un discorso pronunciato senza virgole, senza punti, senza inspirazioni. Una persona che vi racconta la propria vita tutta d’un fiato dalle scuole elementari alla pensione.

    Anche Mozart, dopo un po’, chiederebbe soccorso.

    La pausa organizza il discorso musicale perché separa, articola, prepara, sorprende. Può essere respiro o abisso. Può concludere una frase oppure impedire deliberatamente che essa si chiuda.

    Nel linguaggio della retorica musicale barocca esisteva persino la suspiratio: la frammentazione di una linea attraverso piccole pause capaci di evocare il sospiro.

    Il silenzio diventava figura retorica.

    Non interrompeva l’espressione.

    Era l’espressione.


    Però noi pensiamo alla musica come suono.

    «È il vostro primo errore.»

    Mi guarda quasi con compassione.

    «Confondete il materiale con la forma. Anche una cattedrale è fatta di pietra, ma nessuno direbbe che la sua grandezza dipenda dal numero dei mattoni.»

    In musica il suono acquista significato perché esistono separazione, durata, distanza.

    Pensiamo all’intervallo.

    Due note non formano un intervallo soltanto per ciò che sono, ma per la relazione che si apre fra loro.

    Perfino una melodia necessita di qualcosa che non è materialmente presente.

    Edmund Husserl, riflettendo sulla coscienza del tempo, aveva osservato che percepiamo una melodia perché la nota appena trascorsa continua a essere trattenuta nella memoria mentre attendiamo quella successiva.

    In altre parole, ascoltiamo il presente portandoci dietro ciò che non suona più e protendendoci verso ciò che non suona ancora.

    Il Silenzio sembra divertirsi.

    «Vede? Alla fine sono sempre io.»


    Beethoven la utilizzava parecchio.

    «Beethoven mi trattava con grande serietà. Qualche volta persino con brutalità.»

    Basta pensare all’attacco della Quinta Sinfonia.

    Prima ancora del celeberrimo motivo, Beethoven inserisce un minuscolo spazio ritmico. Poi quelle quattro note vengono bloccate da una corona.

    Il gesto sembra elementare.

    Non lo è.

    Quelle interruzioni trasformano poche altezze in un avvenimento.

    Suonare soltanto le note senza comprendere ciò che accade attorno ad esse significa pronunciare una domanda eliminando il punto interrogativo.

    Beethoven comprende benissimo che l’energia non nasce soltanto dal suono.

    Nasce dall’attesa del suono.

    Nel suo linguaggio maturo, le cesure possono diventare quasi drammaturgia: una frattura, una sospensione del pensiero, qualcosa che obbliga l’ascoltatore a completare interiormente ciò che l’orchestra ha momentaneamente abbandonato.

    «Beethoven», sospira il mio interlocutore, «aveva almeno la buona educazione di lasciarmi lavorare.»


    Anche Haydn amava giocare con lei.

    «Oh, Haydn! Un uomo che aveva capito che il pubblico, per essere sorpreso, deve prima sentirsi al sicuro.»

    L’umorismo musicale di Haydn è spesso costruito proprio attraverso aspettative manipolate: attese prolungate, false conclusioni, cesure, ritorni inattesi.

    Il silenzio può essere comico.

    È importante ricordarlo.

    Non è sempre morte, metafisica e nebbia sull’abisso.

    A volte è semplicemente tempismo.

    Un comico lo sa benissimo: una battuta detta mezzo secondo troppo presto può morire; mezzo secondo di pausa può farla esplodere.

    Musica e comicità condividono qualcosa di essenziale: entrambe governano l’aspettativa.

    BOX IRONICO


    E Debussy?

    Il Silenzio cambia espressione.

    «Finalmente qualcuno che non cercava sempre di riempirmi.»

    In Debussy lo spazio fra i suoni diventa spesso parte della materia timbrica. L’accordo non vale soltanto nel momento dell’attacco: vale nella sua risonanza, nel suo decadimento, nel modo in cui lascia l’aria modificata dopo di sé.

    Il pianoforte, soprattutto, insegna una verità interessante.

    Dopo che il martelletto ha colpito la corda, il pianista non può più “fare” quella nota.

    Può soltanto ascoltarla morire.

    Questa è una delle lezioni più severe dell’interpretazione.

    Il controllo non consiste sempre nell’agire.

    Talvolta consiste nel non interferire.

    Un bravo pianista deve sapere quando lasciare che un accordo continui senza aggiungere niente.

    «Concetto sorprendentemente applicabile anche alle conversazioni», osserva il Silenzio.

    Non posso dargli torto.


    E Mahler?

    «Mahler sapeva che posso essere spaventoso.»

    Nella musica di Mahler il silenzio non è quasi mai neutro. Può arrivare dopo masse orchestrali immense e, proprio per contrasto, diventare più rumoroso dell’orchestra.

    Particolarmente nelle pagine tarde, la rarefazione del tessuto sonoro assume un significato quasi esistenziale.

    Il finale della Nona Sinfonia sembra progressivamente sottrarre materia al suono.

    Le dinamiche si abbassano.

    Le frasi si frammentano.

    L’orchestra sembra perdere peso.

    Il gesto finale non possiede il carattere della conclusione teatrale.

    È piuttosto un progressivo congedo.

    E accade allora una cosa straordinaria: quando gli strumenti smettono di suonare, l’ascoltatore non percepisce immediatamente la fine.

    Per alcuni secondi continua ad ascoltare qualcosa che non c’è più.

    «Quello», dice il Silenzio, «è uno dei miei momenti migliori.»


    Però a un certo punto è arrivato John Cage e ha fatto di lei il protagonista.

    «Ah. Finalmente qualcuno mi ha dato il ruolo principale.»

    Nel 1952 John Cage presenta 4’33”.

    Il pianista David Tudor si siede allo strumento e, nei tre movimenti dell’opera, non produce intenzionalmente note al pianoforte.

    La leggenda popolare dice spesso che 4’33” sia “quattro minuti e trentatré secondi di silenzio”.

    Ma è una definizione imprecisa.

    Il punto dell’opera è proprio che il silenzio assoluto non esiste nell’esperienza dell’ascolto.

    Durante l’esecuzione rimangono i colpi di tosse, i movimenti del pubblico, il respiro, il rumore della sala, ciò che accade fuori.

    Cage modifica dunque il confine dell’opera.

    Non ci domanda di ascoltare ciò che il musicista produce.

    Ci domanda di accorgerci di ciò che stava già suonando intorno a noi.

    «Ammetta però», gli dico, «che lei ha avuto un ufficio stampa eccezionale.»

    «Settant’anni dopo ne state ancora parlando.»

    Touché.


    Però molta gente considera 4’33” una provocazione.

    «Perché dovrebbe essere un problema? La storia dell’arte è piena di provocazioni utilissime.»

    In effetti Cage non ci obbliga ad amare 4’33”.

    Ci obbliga a formulare una domanda.

    Dove finisce il rumore e comincia la musica?

    La risposta non è puramente acustica.

    Dipende dall’attenzione.

    Un clacson ascoltato come disturbo rimane rumore.

    Lo stesso clacson inserito consapevolmente in una composizione diventa materiale musicale.

    Il suono fisicamente non è cambiato.

    È cambiato il nostro modo di organizzarlo mentalmente.

    E questo significa che ascoltare non è un gesto passivo.

    È un atto creativo.


    Quindi il vero tema non è il silenzio. È l’ascolto.

    «Finalmente ci arriviamo.»

    La società contemporanea possiede una relazione curiosa con il silenzio.

    Cerchiamo continuamente di eliminarlo.

    Entriamo in un negozio: musica.

    Saliamo in automobile: musica.

    Corriamo: cuffie.

    Studiamo: playlist.

    Cuciniamo: podcast.

    Aspettiamo cinque minuti: telefono.

    Perfino l’ascensore, poveretto, ha dovuto dotarsi di una colonna sonora pur di evitare che due esseri umani trascorressero dodici secondi insieme senza un diversivo.

    Non è necessariamente un male.

    La democratizzazione dell’ascolto è una conquista enorme.

    Ma esiste una domanda meno rassicurante:

    che cosa stiamo cercando di non sentire?

    Henri Bergson distingueva il tempo misurabile degli orologi dalla durata vissuta della coscienza.

    Il silenzio ci restituisce proprio quella durata.

    Senza eventi esterni che la segmentino, improvvisamente sentiamo il tempo.

    E sentire il tempo significa anche sentire noi stessi dentro il tempo.

    Forse è questo che ci inquieta.


    In fondo anche la musica pop utilizza molto il silenzio.

    «Certo. Non ho mai firmato un contratto di esclusiva con la musica classica.»

    Una pausa prima del ritornello può renderlo immensamente più efficace.

    Uno stop improvviso dell’accompagnamento porta la voce in primo piano.

    Nel funk il rapporto fra attacco e spazio è essenziale.

    Nel jazz un musicista può creare tensione proprio evitando di riempire ogni battuta.

    Nel rock, una sospensione prima dell’esplosione sonora prepara il corpo dell’ascoltatore.

    Nella musica elettronica, il break prepara il drop anche attraverso sottrazione e rarefazione.

    Persino nel rap il silenzio può avere peso metrico: una parola isolata da una pausa può acquisire più forza di una raffica di sillabe.

    Il principio è sempre lo stesso.

    L’orecchio desidera ciò che gli viene momentaneamente negato.

    Il Silenzio sorride.

    «Non voglio vantarmi, ma ho una discreta carriera trasversale.»


    E per l’interprete cosa rappresenta?

    Qui diventa serio.

    «Responsabilità.»

    Una pausa scritta non autorizza il musicista a smettere di interpretare.

    Al contrario.

    Durante il silenzio la tensione musicale deve continuare.

    È una delle cose più difficili da insegnare.

    Lo studente principiante pensa:

    nota = musica;
    pausa = niente.

    Il musicista maturo comprende:

    nota = gesto;
    pausa = altro gesto.

    Una corona non significa “fermiamoci per un po’”.

    Significa decidere quanto il tempo possa dilatarsi senza perdere la forma.

    Una cesura non è un buco.

    È una soglia.

    E nell’ensemble la pausa è persino un atto sociale.

    Bisogna respirare insieme.

    Sentire quando gli altri stanno per entrare.

    Restare dentro il tempo anche quando non si produce alcun suono.

    È quasi una filosofia della convivenza.


    Cioè?

    «Essere presenti senza occupare spazio.»

    Resto zitto.

    Lui mi guarda.

    Per una volta ho capito la lezione.

    Forse abbiamo confuso troppo spesso la presenza con la produzione.

    Se non parliamo, crediamo di non contribuire.

    Se non interveniamo, temiamo di scomparire.

    Se non pubblichiamo, non commentiamo, non rispondiamo, non riempiamo, sembra quasi che cessiamo di esistere.

    La musica offre una possibilità differente.

    Una voce può tacere per molte battute e rimanere perfettamente dentro la composizione.

    La sua assenza momentanea non equivale all’irrilevanza.

    Anzi, può rendere decisivo il suo ritorno.

    Pensiamoci anche nelle relazioni.

    Ascoltare qualcuno non significa attendere educatamente che finisca per poter finalmente raccontare qualcosa di più interessante su di noi.

    Significa, almeno per qualche momento, rinunciare al nostro assolo.

    Non è poco.


    Allora anche il silenzio tra due persone può essere musicale?

    «Dipende.»

    Esistono silenzi diversi come esistono accordi diversi.

    C’è il silenzio dell’intimità.

    Quello in cui non bisogna riempire nulla.

    C’è il silenzio dell’imbarazzo.

    Quello della punizione.

    Quello di chi non trova parole.

    Quello di chi ne avrebbe troppe.

    C’è il silenzio dopo una notizia grave, quando qualsiasi frase suonerebbe insignificante.

    E c’è quello rarissimo di chi sa restare accanto a un dolore senza tentare immediatamente di correggerlo.

    In musica non tutte le tensioni richiedono una risoluzione istantanea.

    Alcune hanno bisogno di permanere.

    Forse le persone dovrebbero imparare lo stesso principio.

    Abbiamo una smania quasi armonica di risolvere gli altri:

    “Devi reagire.”

    “Passerà.”

    “Pensa positivo.”

    Sono tutte toniche precipitate troppo presto.

    Qualche volta l’unica risposta musicalmente corretta è una sospensione.


    Lei quindi non è sempre pacifico.

    «Assolutamente no.»

    Il silenzio può essere violento.

    Pensiamo al silenzio imposto, alla censura, all’omertà, all’indifferenza.

    Non tutto ciò che tace è profondo.

    A volte tace semplicemente perché non ha avuto il coraggio di parlare.

    È importante non romanticizzarlo.

    La musica stessa lo dimostra.

    Una pausa funziona soltanto se esiste un contesto che le attribuisce senso.

    Altrimenti non è pausa.

    È assenza di struttura.

    «Vede? Perfino io ho bisogno di grammatica.»


    Qual è il silenzio più difficile per un musicista?

    Ci pensa.

    «Quello dopo l’ultima nota.»

    Ha ragione.

    L’interprete arriva alla fine di un brano e deve affrontare un istante delicatissimo.

    Tecnicamente l’esecuzione è terminata.

    Musicalmente, spesso, no.

    Un grande esecutore non abbandona immediatamente la tastiera, l’arco o il gesto.

    Lascia morire la risonanza.

    Conserva per qualche secondo la forma nello spazio.

    Il pubblico lo percepisce.

    Ci sono finali dopo i quali un applauso immediato sembra quasi una violazione.

    Non perché esista un codice aristocratico del concerto.

    Ma perché il corpo comprende intuitivamente che qualcosa sta ancora accadendo.

    La musica è cessata.

    L’ascolto no.

    E questo è forse il punto in cui il silenzio raggiunge la propria massima intensità.


    Se dovesse dare un consiglio a chi ascolta musica?

    «Uno soltanto.»

    Aspetto.

    Naturalmente.

    «Ogni tanto non fate niente mentre ascoltate.»

    Niente.

    Non guidate.

    Non scorrete immagini.

    Non rispondete ai messaggi.

    Non ordinate la spesa.

    Non utilizzate Bach per aumentare la produttività, Chopin per addormentarvi o Mozart per convincere il vostro cervello a ottenere risultati che Mozart stesso non aveva mai promesso.

    Mettete un brano.

    Sedetevi.

    E lasciategli il diritto scandaloso di essere l’unica cosa che sta accadendo.

    Forse scopriremo che ascoltare una musica è una delle forme più radicali di attenzione che ci siano rimaste.


    Ultima domanda. Che cos’è, allora, il Silenzio?

    Per la prima volta sembra esitare.

    Poi risponde.

    «Sono il luogo in cui il suono comprende di non essere eterno.»

    E improvvisamente tutta la storia della musica sembra stare dentro quella frase.

    Una nota possiede valore perché finisce.

    Una frase può commuoverci perché non dura per sempre.

    Una sinfonia intera è possibile soltanto perché ogni suono accetta di lasciare spazio al successivo.

    Forse è proprio questa la ragione per cui la musica ci parla così profondamente della vita.

    Anche noi siamo creature temporali.

    Entriamo.

    Rimaniamo per qualche battuta.

    Cambiamo tonalità.

    Incontriamo altre voci.

    Qualche volta troviamo un’armonia.

    Qualche volta una dissonanza.

    Poi, inevitabilmente, dobbiamo tacere.

    Ma la musica ci consegna una consolazione meno ingenua dell’eternità.

    Ci insegna che finire non significa necessariamente non essere stati.

    L’ultima nota di una sinfonia scompare.

    Eppure la sinfonia è accaduta.

    Una voce tace.

    Eppure può continuare a risuonare nella memoria di chi l’ha ascoltata.

    Forse è questo che il Silenzio custodisce.

    Non il nulla.

    La traccia di ciò che è passato.

    Mi alzo per accompagnarlo alla porta.

    «Posso chiederle almeno come preferisce essere citato?»

    Mi guarda.

    Non risponde.

    E, per una volta, la risposta è perfetta.

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  • Quando una canzone diventa casa

    L’ascolto di oggi: Noa – No potho reposare

    di Marialuisa Veneziano


    Prima che inizi la musica

    Questa domenica la musica arriva ancora una volta da uno di voi.

    Un lettore ci ha proposto No potho reposare e ha scelto, in particolare, l’interpretazione dal vivo di Noa.

    E forse non poteva scegliere una versione più adatta allo spirito di questa rubrica.

    Perché esistono canzoni che appartengono a un autore.

    Poi ne esistono altre che, a un certo punto della loro storia, sembrano smettere di appartenere soltanto a chi le ha scritte. Passano di bocca in bocca, di generazione in generazione, entrano nei matrimoni, nelle partenze, nei ritorni, nelle commemorazioni. Qualcuno le canta e qualcun altro, senza sapere bene perché, sente di essere tornato a casa.

    No potho reposare è una di queste.

    Non è ufficialmente l’inno della Sardegna — dal 2018 lo è Procurade ’e moderare — ma fu persino fra i brani presi in considerazione per quel riconoscimento. Più che un inno istituzionale, è diventata qualcosa di forse ancora più difficile da decretare per legge: un luogo della memoria collettiva.


    🎧 Apri l’ascolto. Poi continua a leggere

    Questa pagina è pensata per essere letta con la musica accanto.

    ASCOLTA NOA – NON POTHO REPOSARE

    (Clicca sulla freccia nera per far apparire l’ascolto).

    La registrazione che accompagna il nostro ascolto risale al Concerto di Natale del 9 dicembre 2006. Noa la dedicò ad Andrea Parodi e alla Sardegna. Il video è oggi pubblicato sul canale ufficiale dell’artista.

    Falla partire.

    E per qualche minuto non preoccuparti di capire ogni parola.

    Prima ascolta che cosa fa la voce quando le parole appartengono a qualcosa di più grande di lei.


    Dentro la partitura

    Il titolo con cui oggi conosciamo il brano nasce dalla poesia A Diosa, scritta nel 1915 da Salvatore “Badore” Sini, avvocato e poeta di Sarule. Nel 1920 Giuseppe Rachel ne realizzò la celebre veste musicale; già dall’anno successivo la composizione figurava nel repertorio del Corpo musicale filarmonico di Nuoro diretto dallo stesso Rachel.

    Ed è importante precisare una cosa.

    No potho reposare non nasce come un antico canto anonimo emerso misteriosamente fra le montagne sarde.

    Ha degli autori. Ha una data. Ha una storia.

    Eppure il tempo ha compiuto su di essa una trasformazione affascinante: una canzone d’autore è stata progressivamente assorbita dalla tradizione fino a essere percepita come patrimonio comune. Cori, cantanti popolari, musicisti classici, jazzisti e artisti rock l’hanno attraversata in decine di interpretazioni diverse.

    Questa, per un musicologo, è già una storia meravigliosa.

    Il folklore non è sempre ciò che nasce senza autore.

    A volte è anche ciò che una comunità decide di non lasciare più andare.


    Una melodia che non riesce a stare ferma

    Il significato del titolo è semplice e terribile:

    “Non posso riposare.”

    Chi parla non trova pace perché il pensiero torna continuamente alla persona amata.

    Oggi probabilmente qualcuno consiglierebbe di distrarsi, uscire, fare sport, silenziare le notifiche e possibilmente non controllare l’ultimo accesso.

    Salvatore Sini fece qualcosa di meno pratico.

    Scrisse una poesia.

    Per nostra fortuna.

    La musica di Rachel possiede un andamento ampio, cantabile, sostenuto da una pulsazione ternaria che le conferisce qualcosa della culla e qualcosa del movimento incessante.

    Ed è proprio qui il piccolo paradosso.

    La musica ondeggia dolcemente.

    Il testo, invece, dice che non c’è pace.

    Il corpo musicale sembra cullare ciò che il cuore non riesce a placare.

    Non serve una grande complessità armonica per ottenere questo effetto. La forza risiede nella continuità della linea, nell’apertura melodica e nel ritorno delle frasi: l’amore non viene rappresentato come esplosione momentanea, ma come pensiero che insiste.

    Ritorna.

    E ritorna ancora.

    Come fanno certi nomi dentro di noi.


    🎧 Ascolta questo

    Ora prova a smettere di seguire la traduzione.

    Ascolta invece la direzione delle frasi.

    Sentirai la melodia tendere continuamente verso l’alto e poi ricadere, come se cercasse di raggiungere qualcosa che rimane sempre un poco più lontano.

    Ascolta anche le ripetizioni.

    In una cattiva canzone la ripetizione può essere mancanza d’idee.

    Qui è il contrario.

    Ripetere significa non riuscire a smettere di pensare.

    E poi ascolta Noa.

    Non cercare di stabilire se la sua pronuncia appartenga alla Sardegna. Non è questo il punto.

    Questa è una voce che arriva da altrove e che entra in una musica ricevuta in dono.

    Ed è proprio questa distanza a rendere l’interpretazione così significativa.


    Una canzone passata di mano

    Qui la storia diventa quasi più bella della musicologia.

    Noa racconta che fu Andrea Parodi a invitarla in Sardegna e a insegnarle No potho reposare. Nella descrizione pubblicata sul proprio canale ufficiale, ricorda la sua voce, la sua audacia artistica e il legame profondissimo che aveva con l’isola. Poco dopo quell’incontro Parodi morì, a 51 anni. Quando Noa partecipò al Concerto di Natale di quello stesso 2006, scelse proprio questa canzone e la dedicò alla sua memoria e alla Sardegna.

    Pensiamoci.

    Un poeta scrive per una donna.

    Un compositore trasforma quelle parole in canto.

    Un’isola adotta quel canto.

    Andrea Parodi lo porta nella propria voce fino a farne una delle interpretazioni simbolo del suo percorso.

    Poi lo insegna a una cantante israeliana.

    Lui non c’è più.

    E lei lo canta.

    Questo è ciò che la musica sa fare con il tempo.

    Non lo annulla.

    Lo attraversa.

    Andrea Parodi aveva fatto di No potho reposare una presenza costante del proprio repertorio; la Fondazione che porta il suo nome documenta anche la collaborazione con Noa nel 2006.

    E allora l’esecuzione che stiamo ascoltando non è semplicemente una cover.

    È una restituzione.


    La nota che resta

    Ci sono musiche che ricordano per noi quando noi non sappiamo più come farlo.

    È forse questa una delle ragioni per cui No potho reposare ha superato il confine della semplice canzone d’amore.

    Parla di una persona precisa, eppure ciascuno può abitarla.

    Parla di lontananza, ma è diventata appartenenza.

    Parla di qualcuno che non riesce a riposare pensando a chi ama, e nel corso di un secolo è stata cantata per amori presenti, lontani, perduti, per una terra lasciata e ritrovata, per persone che continuano a vivere nel ricordo.

    Qui accade qualcosa che appartiene alla musica più che alle parole.

    Una poesia dice:

    io amo te.

    Una canzone cantata da migliaia di persone finisce per dire:

    noi sappiamo che cosa significa.

    Ed è in quel passaggio dall’io al noi che una canzone comincia a diventare patrimonio.


    🔎 Una cosa da sapere

    No potho reposare è conosciuta anche con il titolo originario A Diosa.

    La poesia di Salvatore Sini risale al 1915; Giuseppe Rachel la mise in musica nel 1920. Nel corso del Novecento il brano è passato attraverso cori, interpreti della tradizione, musica colta, jazz e popular music, fino a diventare uno dei simboli sonori più riconoscibili della Sardegna.

    E una curiosità dice molto sul suo valore identitario: nel 2018 No potho reposare fu tra le alternative discusse per diventare inno ufficiale della Regione Sardegna. Alla fine fu scelta Procurade ’e moderare.

    Forse va bene così.

    Alcune canzoni non hanno bisogno di un decreto.

    Sono già state elette dal cuore.


    Portalo con te

    Quando l’ultima nota sarà finita, pensa per un momento al viaggio che ha compiuto questa musica.

    Da Sarule a Nuoro.

    Dalla carta alla voce.

    Dalla Sardegna al mondo.

    Da Andrea Parodi a Noa.

    E ora da un nostro lettore fino a questa pagina.

    È esattamente il motivo per cui abbiamo voluto aprire Domenica in ascolto alle vostre proposte.

    Una musica amata non rimane ferma.

    Si consegna.

    Qualcuno ce la fa conoscere.

    Noi la custodiamo per un po’.

    Poi la passiamo a qualcun altro.

    E forse è questa la forma più bella dell’immortalità che la musica possa concedere: non impedire alle cose di finire, ma permettere loro di continuare in un’altra voce.

    No potho reposare parla di un amore che non lascia riposare.

    Ma dopo più di un secolo racconta anche qualcosa d’altro.

    Una terra.

    Una lingua.

    Un uomo che affidò una canzone a un’altra voce.

    Una cantante che, quando quell’uomo non c’era più, gliela restituì cantando.

    E un lettore che oggi ha deciso di passarla a noi.

    La musica, in fondo, fa proprio questo.

    Non trattiene.

    Passa.

    E passando, qualche volta, riesce a restare.


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  • Le ottantotto porte

    La musica trovò nuove strade proprio dove la vita aveva cancellato quelle di prima.

    di Marialuisa Veneziano

    *****

    🎧 MUSICA PER LA LETTURA
    Per accompagnare Le ottantotto porte, si consiglia l’ascolto del Concerto per pianoforte per la mano sinistra in Re maggiore di Maurice Ravel.
    Ravel scrisse questo Concerto per Paul Wittgenstein, il pianista che, dopo aver perduto il braccio destro durante la Prima guerra mondiale, continuò la propria carriera affidando a una sola mano una tastiera rimasta, ostinatamente, di ottantotto tasti.
    Il brano nasce quasi dal buio: contrabbassi e controfagotto emergono dal registro grave, poi la massa orchestrale cresce fino all’ingresso del pianoforte. Da quel momento Ravel costruisce una straordinaria illusione sonora: bassi, melodie, accordi, arpeggi e diversi piani musicali sembrano richiedere due mani, mentre tutto è affidato alla sola sinistra.
    È esattamente il viaggio della nostra novella: non cancellare ciò che manca, ma scoprire un modo nuovo di attraversare lo spazio rimasto.
    Clicca sulla freccia del logo “cuffie”, premi play, poi comincia a leggere.

    A Vienna c’era un pianoforte che, quando nessuno lo guardava, diventava una città.

    Aveva ottantotto porte.

    Cinquantadue erano bianche, trentasei nere. Alcune conducevano in stanze luminose, altre in cantine profonde; certe si aprivano su corridoi così acuti che sembravano fatti d’aria, altre su sotterranei nei quali il suono camminava lentamente e faceva vibrare il pavimento.

    Le due Mani di Paul Wittgenstein conoscevano quella città meglio di chiunque altro.

    Destra abitava volentieri nei quartieri alti.

    Sosteneva che lassù la luce fosse migliore.

    — È soprattutto una questione artistica — spiegava.

    Sinistra, che passava molto tempo fra bassi, accordi e fondamenta armoniche, la prendeva in giro.

    — Certo. Anche i piccioni preferiscono stare in alto.

    — Stai paragonando una melodia a un piccione?

    — Dipende dalla melodia.

    Destra era rapida, brillante e lievemente convinta che il pubblico venisse ai concerti principalmente per lei.

    Sinistra era più robusta, paziente e aveva sviluppato la tipica irritazione di chi sostiene metà del mondo mentre l’altra metà riceve i fiori.

    — Senza i miei bassi — diceva — cadresti.

    — Senza le mie melodie — rispondeva Destra — nessuno si accorgerebbe che sei caduta.

    Poi litigavano.

    Ma appena Paul cominciava a suonare, ogni discussione diventava inutile.

    Le due Mani correvano per la città.

    Sinistra apriva una porta grave, lasciava entrare un accordo; Destra rispondeva da tre ottave più in alto. Una frase passava dall’una all’altra, una scala attraversava il centro della tastiera, un arpeggio accendeva in successione finestre che all’orecchio sembravano brillare tutte insieme.

    Il Pianoforte ascoltava.

    Era un tipo metodico e possedeva un’unica mania.

    Prima di ogni esecuzione contava.

    — Uno, due, tre, quattro, cinque…

    Sinistra.

    Poi Destra.

    — Sei, sette, otto, nove, dieci. Bene. La città è completa.

    Destra rideva.

    — E se domani fossimo undici?

    Il Pianoforte impallidiva.

    — Impossibile.

    Sinistra insisteva:

    — E nove?

    Il vecchio strumento diventava serissimo.

    — Ancora più impossibile.

    — Perché?

    — Perché siete dieci.

    Per il Pianoforte era una risposta perfetta.

    Poi arrivò il 1914.

    E gli uomini decisero nuovamente che il mondo aveva bisogno di una guerra.

    Gli strumenti non hanno mai compreso bene le guerre.

    Sanno riconoscere una marcia, naturalmente. Conoscono trombe, tamburi, inni e fanfare. Ma non hanno mai capito perché gli esseri umani abbiano impiegato secoli per imparare a costruire orchestre — luoghi nei quali decine di voci diverse devono ascoltarsi per poter esistere insieme — e continuino poi, con una regolarità impressionante, a dimenticare la lezione appena escono dal teatro.

    Una mattina Paul chiuse il pianoforte.

    Nella stanza c’erano valigie.

    Voci.

    Saluti pronunciati troppo rapidamente.

    Destra sfiorò Sinistra.

    — Quando torniamo, rifacciamo quella scala?

    — Quale?

    — Quella in cui cerchi inutilmente di raggiungermi sull’ultimo do.

    Sinistra si offese.

    — Inutilmente?

    — Ti concedo cinque anni di allenamento.

    — Ti aspetto nei bassi.

    — Non scendo mai così in basso.

    — Per paura?

    Destra rise.

    Poi le due Mani si toccarono un’ultima volta.

    — Non rubarmi le melodie.

    — Tu non rubarmi i bassi.

    — Promesso?

    — Promesso.

    Paul partì.

    Il Pianoforte rimase chiuso.

    Passò un inverno.

    Poi una primavera.

    La polvere cominciò a posarsi sulle ottantotto porte.

    Ogni tanto qualcuno sollevava il coperchio per pulire.

    Il Pianoforte ne approfittava.

    Contava.

    Ottantotto.

    Sempre ottantotto.

    Gli dava conforto.

    Se la città conservava tutte le sue porte, pensava, prima o poi sarebbero tornati anche i suoi abitanti.

    Un giorno finalmente udì dei passi.

    Li riconobbe.

    La porta della stanza si aprì.

    Paul era tornato.

    Il Pianoforte sentì tutte le proprie corde tendersi di gioia.

    Il coperchio si sollevò.

    Paul si sedette.

    Sinistra apparve sulla tastiera.

    Il vecchio strumento cominciò automaticamente:

    — Uno, due, tre, quattro, cinque…

    Aspettò.

    Poi sorrise.

    — Sei?

    Silenzio.

    — Sette?

    Sinistra non si mosse.

    — Otto?

    Il Pianoforte guardò il posto accanto a lei.

    Per la prima volta comprese che esistono numeri che non vengono dopo.

    Destra non era tornata.

    Paul Wittgenstein aveva perduto il braccio destro dopo essere stato ferito durante la guerra.

    Nella città delle ottantotto porte non crollò nessun palazzo.

    Non si spense nessuna luce.

    Eppure tutto sembrò improvvisamente diverso.

    Per molti giorni nessuno suonò.

    Sinistra rimaneva sulla soglia della città e guardava.

    C’erano porte che aveva sempre aperto insieme a Destra.

    Altre che appartenevano quasi soltanto a lei.

    Un mi acuto ricordava perfettamente un trillo.

    Un do centrale ricordava quante volte le due Mani si erano incontrate proprio lì.

    Persino certi errori avevano conservato memoria.

    Una sera Sinistra avanzò.

    Sfiorò un tasto.

    Si fermò.

    — Non posso.

    Il Pianoforte non disse «puoi».

    Non disse «devi essere forte».

    Non disse nessuna delle cose che gli esseri umani pronunciano quando hanno troppa paura del dolore altrui per riuscire semplicemente a sedersi accanto ad esso.

    Rimase con lei.

    Qualche giorno dopo arrivò il Cartografo.

    Nessuno sapeva chi lo avesse chiamato.

    Era un piccolo compasso d’ottone vestito con grande eleganza, portava un monocolo e trascinava dietro di sé rotoli di mappe.

    Il suo mestiere consisteva nello stabilire fin dove le persone potessero arrivare.

    — Cinque dita — disse osservando Sinistra.

    Aprì il compasso.

    Misurò.

    Scrisse.

    Misurò ancora.

    Poi srotolò una grande pianta della tastiera.

    Tracciò una linea nera.

    Metà della città rimase dall’altra parte.

    Sopra scrisse:

    TERRITORIO NON PIÙ RAGGIUNGIBILE

    Sinistra lo fissò.

    — Che cosa avete fatto?

    — Ho corretto la mappa.

    — Ma quelle porte esistono.

    — Non ho detto il contrario.

    — Allora perché avete tracciato una linea?

    Il Cartografo sorrise con dolcezza.

    — Per proteggervi.

    Sinistra lo guardò.

    — Da cosa?

    — Dalla speranza inutile.

    Il Pianoforte ebbe un brivido.

    Il Cartografo continuò:

    — Se sapete in anticipo dove non potete andare, eviterete la sofferenza di provarci.

    Era difficile arrabbiarsi con lui.

    Non era crudele.

    Non desiderava il male di nessuno.

    Era soltanto convinto che la prudenza consistesse nel restringere il mondo fino a renderlo proporzionato alla paura.

    Sinistra guardò la linea.

    Per qualche tempo gli credette.

    Le porte oltre il confine vennero chiuse.

    I tasti acuti rimasero al buio.

    Un Si bemolle protestò.

    — Scusate?

    Il Cartografo continuò a scrivere.

    — Lei è fuori zona.

    — Sono un tasto.

    — Fuori zona.

    — Non mi avete chiesto nulla.

    — Le mappe non interrogano il territorio.

    — Forse dovrebbero cominciare.

    Un Do diesis continuava invece ad accendere la propria lampada ogni sera.

    Il Cartografo tornava ogni mattina a spegnerla.

    — Ho detto chiuso.

    — E io ho detto che sono un tasto, non una salumeria.

    Sinistra qualche volta rideva.

    Ma lentamente cominciò ad abituarsi alla città dimezzata.

    È una cosa pericolosa.

    Gli esseri umani riescono ad abituarsi perfino alle stanze nelle quali non avrebbero mai scelto di vivere.

    Una notte, però, Sinistra udì qualcosa.

    Tin.

    Si voltò.

    Il suono proveniva da oltre la linea.

    Tin.

    — Chi c’è?

    Una vocina rispose:

    — Io.

    — Io chi?

    — Do.

    — Ce ne sono parecchi.

    — Quello che avete spento.

    Sinistra si avvicinò al confine.

    Dall’altra parte, un piccolo Do acuto faceva oscillare la propria porta.

    — Non dovresti essere sveglio.

    — Non dovrei?

    — Sei fuori dal territorio raggiungibile.

    — Ah.

    Pausa.

    — E questo significa che non faccio più parte della musica?

    Sinistra non seppe rispondere.

    Il piccolo Do insistette:

    — Non ti sto chiedendo se puoi premere me.

    — E allora?

    — Ti sto chiedendo se devo smettere di esistere soltanto perché tu non sai ancora come arrivare fin qui.

    La domanda rimase sospesa.

    Sinistra guardò la linea nera.

    Per la prima volta non vide un confine.

    Vide una frase scritta da qualcun altro sulla propria vita.

    La notte successiva la oltrepassò.

    Non arrivò lontano.

    Dopo pochi tasti era già stanca.

    Il Cartografo la trovò.

    — Visto?

    Sinistra respirava a fatica.

    — Visto cosa?

    — Che avevo ragione.

    — Sono arrivata oltre la linea.

    — E siete esausta.

    — Sono due cose diverse.

    Il Cartografo scosse il compasso.

    — Una mano deve conoscere i propri limiti.

    Sinistra lo guardò.

    — Forse.

    Poi aggiunse:

    — Ma vorrei conoscerli io.

    Da quel giorno cominciò l’esplorazione.

    Il primo a offrirsi di aiutarla fu Vecchio Pedale, che viveva sotto la città e soffriva da anni per il fatto che nessuno lo invitasse mai nelle fotografie.

    — Tutti parlano dei tasti — borbottava. — Sempre i tasti. “Che bella tastiera.” “Che tocco meraviglioso.” “Che mani eleganti.” Poi arriva il momento di tenere in piedi mezza armonia e improvvisamente qualcuno si ricorda che esisto.

    Sinistra suonò un basso.

    — Adesso devo andare lassù.

    — Vai.

    — Ma perderò questa nota.

    — Non necessariamente.

    Paul abbassò il pedale.

    Sinistra lasciò il basso e corse verso il centro della tastiera.

    La nota continuò a vibrare.

    Si fermò.

    — È ancora qui.

    — Naturalmente.

    — Ma io me ne sono andata.

    Vecchio Pedale sbuffò.

    — Bambina, trattenere ciò che non può restare fisicamente nello stesso luogo è praticamente il mio mestiere.

    Sinistra ascoltò quel basso lontano.

    Per un istante pensò a Destra.

    — Quindi qualcosa può continuare anche quando non è più dove lo avevamo lasciato?

    Vecchio Pedale la guardò.

    Per una volta non scherzò.

    — Qualche volta.

    Il secondo passaggio fu il Ponte degli Arpeggi.

    Sinistra scoprì che non era necessario possedere tutte le note di un accordo nello stesso istante.

    Poteva raggiungerle in successione.

    Velocemente.

    Una dopo l’altra.

    E l’orecchio avrebbe tenuto insieme il percorso.

    Il Cartografo arrivò indignato.

    — Non vale.

    — Perché?

    — Non siete stata in tutti quei punti contemporaneamente.

    Il Pianoforte intervenne:

    — Nemmeno un ricordo si trova ancora nel luogo da cui proviene, eppure riesce tranquillamente a riempire una stanza.

    Il Cartografo richiuse il compasso.

    Non amava discutere con i pianoforti anziani.

    Avevano troppi esempi.

    Sinistra imparò altro.

    Il pollice poteva far emergere una melodia mentre le altre dita costruivano un accompagnamento.

    Il pedale poteva legare zone lontane.

    Una rapida successione poteva creare all’orecchio l’impressione di più piani contemporanei.

    I grandi salti permettevano di attraversare registri che cinque dita non avrebbero mai potuto occupare nello stesso momento.

    Il Pianoforte scoprì che la tecnica non serviva a fingere che il limite non esistesse.

    Serviva a inventare una relazione nuova con esso.

    Sinistra, però, commise un errore.

    Un errore inevitabile.

    Cominciò a credere che, se si fosse allenata abbastanza, avrebbe potuto riaprire ogni porta esattamente come prima.

    Voleva dimostrare che nulla era cambiato.

    Correva.

    Saltava.

    Forzava.

    Provava passaggi impossibili finché le dita le facevano male.

    Una sera tentò ancora una volta di raggiungere in un solo gesto ciò che un tempo Destra e Sinistra prendevano insieme.

    Fallì.

    Riprovò.

    Fallì.

    Ancora.

    Il suono si spezzò.

    Sinistra crollò sulla tastiera.

    Il Cartografo comparve.

    Non sorrise.

    Le porse la vecchia mappa.

    — Torniamo indietro.

    Sinistra aveva gli occhi pieni di lacrime.

    — Forse avevate ragione.

    Lui indicò la linea.

    — È più sicuro.

    Sinistra prese la mappa.

    La guardò.

    Sopra il territorio chiuso c’era scritto:

    IMPOSSIBILE.

    Prese una matita.

    Cancellò la parola.

    Il Cartografo aggrottò la fronte.

    Al suo posto Sinistra scrisse:

    DA ATTRAVERSARE DIVERSAMENTE

    — È impreciso — disse il Cartografo.

    — Sì.

    — Non stabilisce dove riuscirete ad arrivare.

    — Esatto.

    — Potreste fallire.

    Sinistra annuì.

    — Anche questo è esatto.

    Il Cartografo rimase turbato.

    Le mappe, secondo lui, avrebbero dovuto eliminare sorprese.

    Quella invece sembrava fatta apposta per conservarle.

    Passarono gli anni.

    Paul Wittgenstein tornò a esibirsi.

    Studiò il repertorio esistente per la mano sinistra e sviluppò una tecnica straordinariamente sofisticata.

    Sinistra divenne capace di cose che un tempo non aveva mai avuto necessità di imparare.

    Ma non diventò Destra.

    E questo fu il punto.

    Per molto tempo aveva creduto che guarire significasse riuscire a sostituirla.

    Poi comprese che quella non sarebbe stata guarigione.

    Sarebbe stata cancellazione.

    Destra aveva avuto una voce.

    Una storia.

    Un posto.

    Non doveva essere sostituita perché la vita potesse continuare.

    Poi arrivò Maurice Ravel.

    Entrò nella città con una partitura sotto il braccio e un’eleganza talmente precisa che persino il Cartografo lo trovò rassicurante.

    — Finalmente — disse — qualcuno metodico.

    Ravel lo guardò.

    — Chi siete?

    — Il Cartografo.

    — Di cosa?

    — Delle possibilità.

    Ravel alzò un sopracciglio.

    — Professione ambiziosa.

    Il Cartografo gli mostrò la vecchia mappa.

    — Il pianista possiede una sola mano.

    — Ne sono informato.

    — Cinque dita.

    — Anche di questo.

    — Suggerirei dunque una musica proporzionata.

    Ravel guardò gli ottantotto tasti.

    — Il pianoforte ne possiede ancora ottantotto.

    Il Cartografo irrigidì il compasso.

    — Non può utilizzarli contemporaneamente.

    — Nemmeno con due mani.

    Il Pianoforte provò immediatamente simpatia per il francese.

    Ravel studiò a fondo le possibilità della scrittura pianistica per la sola mano sinistra.

    Conosceva il repertorio precedente.

    Sapeva che il problema non consisteva semplicemente nel distribuire meno note.

    La sfida era creare l’impressione di una ricchezza polifonica e armonica nella quale l’ascoltatore potesse dimenticare la limitazione fisica che la produceva.

    Quando Sinistra vide le prime pagine del Concerto, fu felice.

    Poi le lesse.

    La felicità durò pochissimo.

    — Monsieur Ravel.

    — Sì?

    — Qui avete scritto il basso.

    — Sì.

    — Poi la melodia.

    — Certamente.

    — Poi accordi.

    — Sarebbe triste evitarli.

    Sinistra voltò pagina.

    — QUI AVETE SCRITTO TUTTO INSIEME!

    Ravel annuì.

    — Mi fa piacere che la partitura sia leggibile.

    — Con quale mano dovrei suonare?

    — Con la vostra.

    — È UNA!

    — È un dato che tende a ripetersi in questa casa.

    Sinistra gli puntò contro cinque dita indignate.

    — State cercando di farmi sembrare due mani.

    Ravel diventò serio.

    — No.

    Silenzio.

    — Se avessi desiderato due mani, avrei scritto per due mani.

    Indicò la tastiera.

    — Voglio sapere quanta musica può contenere questa.

    Sinistra non dimenticò quelle parole.

    Ma non significò che andarono sempre d’accordo.

    Al contrario.

    Paul Wittgenstein e Ravel ebbero divergenze reali sull’interpretazione e sulle modifiche apportate alla parte solistica.

    Nella nostra città ciò significava discussioni memorabili.

    — Questo passaggio non funziona.

    — Deve funzionare.

    — Sono io a doverlo suonare.

    — E io l’ho scritto.

    — Ho cinque dita!

    Ravel chiuse gli occhi.

    — Questo dettaglio sta diventando ossessivo.

    — Dovete semplificare.

    Ravel lo guardò.

    — Perché?

    — Perché è difficile.

    — È un Concerto.

    — È scritto per qualcuno che ha perduto una mano!

    Ravel smise di scherzare.

    Guardò Paul.

    Poi Sinistra.

    — La vostra perdita ha già ristretto abbastanza la vostra vita. Non vedo perché dovrebbe restringere anche la musica che vi affido.

    Il Cartografo smise di prendere appunti.

    Sinistra pure.

    Nessuno aveva mai parlato così.

    Non pietà.

    Non consolazione.

    Non una musica più piccola per una vita ferita.

    Una musica enorme.

    Forse persino troppo.

    Proprio per questo degna di essere tentata.

    Ma prima del concerto rimaneva una porta.

    Sinistra la evitava da anni.

    Si trovava vicino al centro della città.

    Non era realmente diversa dalle altre.

    Eppure per lei lo era.

    Era la porta davanti alla quale Destra e Sinistra si incontravano spesso quando Paul era giovane.

    Sinistra l’aveva chiamata, semplicemente:

    la porta di Destra.

    Una notte vi arrivò.

    Appoggiò le dita.

    — Sono tornata.

    Nessuna risposta.

    Provò ad aprirla.

    La porta rimase chiusa.

    — Ho attraversato quasi tutta la città.

    Silenzio.

    — Ho imparato strade nuove.

    Silenzio.

    — Posso raggiungere luoghi che credevo perduti.

    La porta non si mosse.

    Sinistra cominciò a piangere.

    — Perché tu no?

    Il Pianoforte era dietro di lei.

    — Perché alcune porte non si riaprono.

    Sinistra si voltò.

    — Allora ho fallito.

    — Perché?

    — Perché manca ancora.

    Il Pianoforte guardò la porta.

    Poi guardò le altre ottantasette.

    Alcune illuminate.

    Alcune buie.

    Alcune consumate dal passaggio.

    — Una città può continuare a vivere anche intorno a una casa vuota.

    Sinistra chiuse gli occhi.

    — Ma rimane vuota.

    — Sì.

    Era la cosa più difficile da accettare.

    E anche la più vera.

    Nessuna tecnica avrebbe riportato Destra.

    Nessun Concerto.

    Nessun applauso.

    Nessuna morale ben scritta.

    Quella porta sarebbe rimasta chiusa.

    Sinistra vi appoggiò davanti una piccola lampada.

    Non per fingere che qualcuno fosse dentro.

    Per ricordare che qualcuno c’era stato.

    Poi andò via.

    Il 5 gennaio 1932, a Vienna, Paul Wittgenstein si sedette davanti al pianoforte per la prima esecuzione del Concerto per la mano sinistra di Maurice Ravel.

    L’orchestra attendeva.

    Il Cartografo sedeva in platea.

    Aveva portato la mappa.

    Non poteva farne a meno.

    Il Concerto cominciò dal fondo.

    Controfagotto.

    Contrabbassi.

    Un suono scuro, quasi sotterraneo.

    Come se la musica non volesse fingere di cominciare in un luogo luminoso.

    L’orchestra cresceva lentamente.

    Poi arrivò il pianoforte.

    Sinistra entrò.

    Non chiedeva scusa.

    Un basso.

    Il pedale lo trattenne.

    La mano corse altrove.

    Accordi.

    Una melodia.

    Un arpeggio trasformò la successione in una grande superficie sonora.

    Il pollice fece emergere una voce interna mentre le altre dita costruivano intorno l’armonia.

    Il Cartografo aprì il compasso.

    Segnò il punto in cui si trovava la mano.

    Poi cercò di segnare il punto in cui si trovava il suono.

    Non coincidevano.

    Corrugò la fronte.

    Sinistra saltò.

    Una risonanza rimase indietro.

    Un’altra voce comparve più avanti.

    Il Cartografo prese un righello.

    Poi un altro.

    Poi una squadra.

    Il signore seduto accanto a lui cominciò a preoccuparsi.

    — State costruendo qualcosa?

    — Sto misurando.

    — Cosa?

    Il Cartografo non rispose.

    Arrivò la grande cadenza.

    L’orchestra tacque.

    Paul rimase solo.

    Una mano davanti a un’intera città.

    Per un istante Sinistra ebbe paura.

    Non di sbagliare.

    Di nuovo, per un attimo, vide tutto attraverso la vecchia mappa.

    Cinque.

    Metà.

    Mancante.

    Poi guardò la tastiera.

    Ottantotto porte.

    Una di quelle porte sarebbe rimasta chiusa per sempre.

    Le altre no.

    Cominciò.

    Il basso risuonò.

    La mano salì.

    Gli arpeggi riempirono lo spazio.

    Una melodia emerse.

    Poi un’altra sembrò nascere dalla risonanza della prima.

    L’orecchio costruiva simultaneità dove l’occhio vedeva successione.

    Il Cartografo guardò freneticamente la mappa.

    — Non può essere.

    Il Pianoforte lo sentì.

    — Cosa?

    — La mano è qui.

    — Sì.

    — Ma la musica sembra essere anche là.

    — Sì.

    — E laggiù.

    — Pare di sì.

    Il Cartografo aprì ancora il compasso.

    Non bastava.

    La città non era diventata più piccola.

    Era cambiato il modo di attraversarla.

    Finalmente l’uomo accanto gli domandò:

    — Avete trovato quello che cercavate?

    Il Cartografo rimase immobile.

    Guardava cinque dita.

    Ottantotto tasti.

    Una sala piena di suono.

    — No.

    — Cosa non trovate?

    Abbassò lentamente il compasso.

    — Il confine.

    L’ultima nota arrivò.

    Poi il silenzio.

    Poi gli applausi.

    Sinistra restò appoggiata sulla tastiera.

    Il Pianoforte le domandò:

    — Adesso ti senti intera?

    Sinistra rimase sorpresa.

    — No.

    — No?

    Guardò la porta di Destra nella città che soltanto loro potevano vedere.

    La piccola lampada era ancora accesa.

    — Mi manca.

    — Ancora?

    — Sempre.

    Il Pianoforte abbassò la voce.

    — Allora tutto questo non è servito?

    Sinistra sorrise.

    — È servito a capire che ciò che manca non deve per forza diventare tutto ciò che resta.

    Il Pianoforte sentì qualcosa vibrare nelle corde senza che nessuno avesse premuto un tasto.

    Il Cartografo arrivò dopo il concerto.

    Aveva arrotolato la vecchia mappa.

    — Devo rifarla.

    — Perché?

    — È sbagliata.

    Sinistra lo guardò.

    — No.

    Lui sembrò confuso.

    — Ho tracciato un confine che non esiste.

    — Il limite esisteva.

    — E allora?

    Sinistra gli prese la matita.

    — Avete sbagliato il nome.

    Aprì la mappa.

    Cancellò:

    TERRITORIO IMPOSSIBILE

    E scrisse:

    TERRITORIO NON ANCORA CONOSCIUTO

    Il Cartografo studiò le parole.

    — È molto meno preciso.

    — Lo so.

    — Potrebbe cambiare.

    — Anche questo.

    — Potreste scoprire che qualche strada rimane davvero chiusa.

    Sinistra guardò la porta di Destra.

    — Succede.

    Il Cartografo seguì il suo sguardo.

    — E quella come devo segnarla?

    Sinistra rimase in silenzio.

    Poi rispose:

    — Non chiamatela vuota. Scrivete che fa parte della storia.

    Il Cartografo prese la matita.

    Scrisse.

    Quella sera, prima di andare via, piegò il compasso.

    Per la prima volta nella sua vita lasciò sulla mappa uno spazio che non aveva ancora deciso come misurare.

    Molti anni più tardi un bambino si sedette davanti a un vecchio pianoforte viennese.

    Appoggiò le mani sui tasti.

    Il Pianoforte sentì tornare la vecchia abitudine.

    — Uno, due, tre…

    Si fermò.

    Il bambino sollevò le mani.

    Naturalmente non aveva sentito nulla.

    — C’è qualcosa che non va?

    Il Pianoforte guardò quelle dita.

    Ricordò Destra.

    Ricordò Sinistra.

    La guerra.

    La linea nera.

    Vecchio Pedale.

    Il piccolo Do rimasto acceso oltre il confine.

    Il Cartografo.

    Ravel.

    La cadenza.

    La porta che non si sarebbe riaperta.

    E comprese finalmente ciò che aveva impiegato una vita a imparare.

    Contare serve a sapere quanto abbiamo.

    Non può dirci quanto spazio potremo imparare ad abitare.

    Così non contò più.

    Guardò il bambino.

    E gli fece la sola domanda che ormai gli sembrava importante:

    — Che cosa hai da dire?

    Il bambino abbassò le mani.

    Nella città si aprì la prima porta.

    Poi la seconda.

    Poi un’altra ancora.

    E la musica ricominciò.


    Ci sono momenti in cui la vita ridisegna la nostra mappa senza chiederci il permesso. Alcune strade scompaiono davvero. Alcune porte restano chiuse. E ricominciare non significa fingere che non sia successo, né convincersi che con abbastanza volontà ogni limite possa essere cancellato. Ma c’è una differenza enorme tra conoscere un limite e permettergli di diventare il confine di tutto ciò che siamo. La tecnica, l’intelligenza, l’arte e perfino l’amore non sempre restituiscono ciò che abbiamo perduto. A volte fanno qualcosa di più umile e più prezioso: ci insegnano modi nuovi di abitare ciò che è rimasto. Perché una perdita può cambiare la nostra mappa. Non deve necessariamente diventare il confine del mondo.


    BOX STORICO

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  • Cadenze di inganno

    Una lettura musicologica dei legami, delle assenze e di ciò che resta

    di Marialuisa Veneziano


    8 settembre 2026

    Ci sono amicizie che terminano con una porta sbattuta.

    Sono quasi fortunate.

    Possiedono una data, una causa, forse perfino un colpevole. Possiamo raccontarle: “è successo questo”, “ha detto quello”, “da quel momento non ci siamo più parlati”.

    Poi esistono le altre.

    Quelle che non finiscono affatto.

    Diminuiscono.

    Prima una telefonata ogni giorno. Poi una volta alla settimana. Poi un messaggio distratto, qualche compleanno, una promessa di vedersi formulata con la stessa convinzione con cui certi governi annunciano riforme epocali.

    Infine il silenzio.

    Nessuna lite.

    Nessuna morte.

    E tuttavia qualcosa è morto.

    Forse è questa una delle forme più singolari del dolore adulto: perdere qualcuno che continua tranquillamente a esistere.

    La musica conosce bene questo genere di scomparsa.

    Perché in musica non tutto ciò che tace è finito.


    Aristotele aveva già capito il problema

    Molto prima dei social network, Aristotele aveva distinto tre forme fondamentali di amicizia: quella fondata sull’utilità, quella fondata sul piacere e quella, assai più rara, basata sul riconoscimento reciproco del bene.

    Le prime due durano finché dura ciò che le sostiene.

    Se cambia l’interesse, finisce l’utilità.

    Se cambia il piacere, finisce la frequentazione.

    La terza è più difficile perché non utilizza l’altro per qualcosa: vede l’altro.

    Duemila anni dopo possediamo strumenti sofisticatissimi per mantenerci in contatto e continuiamo ad avere esattamente lo stesso problema.

    Non è difficile avere relazioni.

    È difficile incontrare qualcuno davanti al quale non sia necessario essere continuamente interessanti, utili, efficienti, allegri.

    La società contemporanea premia moltissimo la prestazione.

    Perfino nelle relazioni.

    Bisogna essere disponibili ma non troppo bisognosi, sensibili ma non pesanti, presenti ma non invadenti, fragili ma preferibilmente in orari compatibili con gli impegni altrui.

    Il dolore, soprattutto, possiede scarsissime capacità di networking.

    Quando la vita comincia a colpire sul serio — malattia, perdita, fallimento, separazione, paura — scopriamo che alcune persone erano affezionate alla nostra versione in tonalità maggiore.

    Alla prima modulazione verso il minore chiedono educatamente il conto.

    E proprio qui la musica comincia a diventare interessante.


    Il contrappunto dell’amicizia

    Una buona amicizia non assomiglia all’unisono.

    L’unisono è rassicurante: due voci eseguono la stessa nota.

    Ma due esseri umani che pensassero sempre nello stesso modo sarebbero probabilmente insopportabili dopo venti minuti.

    L’amicizia autentica somiglia piuttosto al contrappunto.

    Nel contrappunto le voci rimangono autonome.

    Non devono coincidere.

    Possiedono direzioni, profili e ritmi differenti, e tuttavia costruiscono insieme una forma intelligibile.

    Questa è una delle intuizioni più profonde che la storia della musica possa offrire alla filosofia delle relazioni.

    La seconda voce non è importante perché ripete la prima.

    Forse perché non cerchiamo sempre qualcuno che elimini il dolore.

    È importante perché le risponde senza annullarsi.

    Bach lo sapeva perfettamente.

    In una fuga il soggetto viene pronunciato da una voce e poi consegnato a un’altra. Mentre una parla, le altre non cessano di esistere. Continuano, commentano, sostengono, contraddicono.

    Nessuna buona fuga funziona se tutte le parti pretendono contemporaneamente di essere il soprano.

    Anche la vita sociale, peraltro.

    Solo che da noi il problema si chiama riunione.

    L’amicizia richiede proprio questa capacità contrappuntistica: continuare a essere se stessi mentre si lascia spazio all’esistenza dell’altro.

    Non fusione.

    Relazione.


    La dissonanza non è il contrario dell’armonia

    Abbiamo commesso un grave torto alla parola “armonia”.

    La utilizziamo come sinonimo di assenza di conflitto.

    Una famiglia armoniosa.

    Una coppia armoniosa.

    Un’amicizia armoniosa.

    Come se l’armonia musicale consistesse in una interminabile successione di consonanze.

    Sarebbe insopportabile.

    La storia della musica occidentale è, in larghissima parte, una storia della gestione della tensione.

    Appoggiature.

    Ritardi.

    Note di passaggio.

    Dissonanze preparate.

    Accordi alterati.

    Cromatismi.

    Dominanti che promettono risoluzioni e poi, con una certa perfidia, vanno altrove.

    La musica non elimina la tensione.

    Le attribuisce un senso.

    È una differenza enorme.

    Una settima di dominante non è bella malgrado la propria instabilità.

    È bella anche grazie a essa.

    Un ritardo acquista forza proprio perché una voce rimane momentaneamente dove non dovrebbe più essere.

    Curiosa definizione, se ci pensiamo, anche di certe persone nella nostra vita.

    La maturità musicale consiste nel capire che la dissonanza non è necessariamente errore.

    La maturità affettiva forse dovrebbe imparare la stessa cosa.

    Un amico non è colui che non ci contraddice mai.

    È colui con il quale perfino il dissenso conserva una relazione.


    E poi arrivano le cadenze d’inganno

    Chi studia armonia conosce bene quella piccola crudeltà chiamata cadenza d’inganno.

    Tutto sembra preparare la conclusione.

    La dominante tende con chiarezza verso la tonica.

    Il nostro orecchio sa già dove sta andando.

    E invece no.

    L’accordo devia.

    La risoluzione attesa viene negata e la musica prende un’altra strada.

    Se c’è un procedimento musicale che descrive bene la vita adulta, eccolo.

    Ci prepariamo per una conclusione.

    Arriva una deviazione.

    Pensavamo fosse quella persona.

    Quel lavoro, quella casa, quel futuro, quell’amicizia.

    Dominante.

    Poi la vita mette un altro accordo.

    Non abbiamo sbagliato teoria.

    È semplicemente arrivata una cadenza d’inganno.

    La cosa straordinaria è che in musica una cadenza d’inganno non distrugge necessariamente la composizione.

    La prolunga.

    Costringe la frase a cercare un’altra soluzione.

    Quante volte accade lo stesso a noi?

    La mazzata non rende bella la vita. Sarebbe una sciocchezza sostenerlo.

    Ma può modificare la forma.


    Schubert e l’arte di cambiare luce senza cambiare stanza

    Pochi compositori conoscono il sentimento della precarietà come Schubert.

    Nella sua musica accade frequentemente qualcosa di misterioso: non siamo ancora usciti da una frase e già il paesaggio armonico è cambiato.

    Una modulazione, una relazione di terza, un’improvvisa regione tonale lontana, e ciò che fino a un istante prima sembrava familiare acquista un’altra luce.

    È una musica che sa quanto poco basti perché ciò che conosciamo diventi estraneo.

    Anche le persone fanno così.

    Qualcuno che conosceva il nostro modo di ridere, le nostre paure, dettagli che nessun altro avrebbe potuto capire, un giorno ci parla con la cortesia riservata a un conoscente.

    Ed è forse proprio questo a ferire.

    Non la distanza.

    La trasformazione dell’intimità in estraneità.

    Una vecchia amicizia non diventa dolorosa perché abbiamo dimenticato.

    Diventa dolorosa proprio perché ricordiamo benissimo.


    La musica possiede memoria

    La filosofia ha discusso per secoli sul rapporto fra tempo, identità e memoria.

    La musica ne offre una dimostrazione concreta.

    Non possiamo comprendere una melodia ascoltando soltanto la nota presente.

    Ogni nota acquista significato perché ricordiamo quella precedente e immaginiamo quella successiva.

    Senza memoria non esiste frase musicale.

    Esistono soltanto suoni successivi.

    Quando Beethoven presenta un tema e molto più tardi lo fa ritornare trasformato, l’emozione nasce anche dal riconoscimento.

    Lo abbiamo già ascoltato.

    Ma non è più lo stesso.

    Esattamente come noi.

    Forse è per questo che una canzone associata a una persona possiede un potere quasi brutale.

    Non è soltanto memoria autobiografica.

    La struttura stessa della musica ci costringe a vivere contemporaneamente presente e passato.

    Una fotografia dice:

    eri lì.

    Una musica può dire:

    per qualche minuto, sei ancora lì.

    Ed è una differenza quasi metafisica.


    Perché ascoltiamo musica quando stiamo male?

    Non necessariamente perché desideriamo essere consolati.

    Talvolta facciamo qualcosa di apparentemente assurdo.

    Siamo tristi e scegliamo musica triste.

    Siamo soli e ascoltiamo Schubert.

    Abbiamo il cuore allegramente devastato e decidiamo che sia il momento ideale per Mahler.

    Dal punto di vista dell’efficienza emotiva sembrerebbe una strategia discutibile.

    Eppure funziona.

    Perché?

    Cerchiamo qualcosa che lo riconosca.

    Schopenhauer attribuiva alla musica una posizione singolarissima fra le arti, perché riteneva che essa raggiungesse direttamente la struttura profonda del nostro volere, senza passare dalla rappresentazione degli oggetti.

    Possiamo discutere la sua metafisica.

    Ma l’intuizione rimane potentissima.

    La musica non ha bisogno di dirci:

    “capisco che sei triste”.

    Può semplicemente costruire una forma nella quale la tristezza diventa abitabile.

    Questo fanno alcune grandi opere.

    Non eliminano il dolore.

    Gli danno pareti.


    La musica non dice: “Devi reagire”

    Qui possiede un vantaggio notevole rispetto a molti esseri umani.

    Una sonata non ci chiede quando finalmente decideremo di andare avanti.

    Un quartetto non ci suggerisce che “il tempo aggiusta tutto”.

    Mahler non invia buongiornissimi motivazionali.

    La musica non pretende che il nostro dolore abbia una scadenza socialmente accettabile.

    Rimane.

    E forse la sua capacità di rimanere spiega perché, nei momenti più difficili, possiamo percepirla quasi come una presenza.

    Attenzione, però.

    La musica non sostituisce l’amicizia. Non può accompagnarci in ospedale. Non può tenerci una mano. Non può dirci che stiamo sbagliando. Non può fare quella cosa terribile e meravigliosa che fa un vero amico: contraddirci quando sarebbe molto più semplice assecondarci.

    Ma può insegnarci qualcosa sulla qualità della presenza.


    Il quartetto d’archi come piccola teoria politica dell’amicizia

    Prendiamo un quartetto.

    Due violini, viola, violoncello.

    Quattro identità timbriche.

    Nessuno è autosufficiente.

    Il primo violino può guidare, ma senza viola e violoncello perderebbe profondità armonica; senza il secondo violino, gran parte della struttura interna diventerebbe impensabile.

    Nella grande tradizione quartettistica — Haydn, Mozart, Beethoven, Schubert, Bartók — le quattro parti diventano interlocutori.

    Goethe definì il quartetto come una conversazione fra quattro persone ragionevoli: l’immagine è celebre perché coglie qualcosa di essenziale.

    In musica da camera non basta suonare bene la propria parte.

    Bisogna ascoltare ciò che fanno gli altri mentre si suona la propria.

    Questa potrebbe essere una delle migliori definizioni dell’amicizia.

    Non smettere di esistere per ascoltare l’altro.

    Non smettere di ascoltare l’altro mentre esistiamo.


    Mozart e Haydn: la grandezza di riconoscere la grandezza altrui

    C’è poi un tipo di amicizia particolarmente raro nel mondo artistico: quella capace di sopravvivere al talento dell’altro.

    Mozart dedicò a Haydn sei quartetti scritti dopo un lungo e severissimo lavoro compositivo.

    Haydn, ascoltando Mozart, riconobbe apertamente la straordinaria grandezza del giovane collega.

    È un gesto meno banale di quanto sembri.

    Riconoscere la superiorità o il talento dell’altro senza sentirsi diminuiti è una delle forme più mature dell’amicizia.

    L’invidia dice:

    se brilli tu, io scompaio.

    L’amicizia dice:

    posso vedere la tua luce senza perdere la mia.

    Anche questa è polifonia.


    Schumann e Brahms: quando credere nell’altro viene prima di sé

    Nel 1853 Robert Schumann accolse il giovane Brahms e gli dedicò un articolo destinato a cambiare la sua carriera, presentandolo come una nuova grande voce della musica tedesca.

    Poi la vita precipitò.

    La crisi psichica di Schumann, il tentato suicidio, il ricovero.

    Brahms rimase vicino a Clara e alla famiglia.

    Qui la storia della musica smette di essere un catalogo di opere e torna a essere storia di esseri umani.

    Dietro le partiture troviamo persone che hanno avuto paura, che hanno protetto, tradito, sostenuto, ammirato.

    Il genio non immunizza dalla fragilità.

    Anzi, qualche volta la amplifica.


    Lennon e McCartney: l’amicizia non è sempre consonanza

    E possiamo uscire tranquillamente dalle sale da concerto.

    Lennon e McCartney mostrano un altro tipo di relazione creativa.

    Collaborazione.

    Competizione.

    Complicità.

    Irritazione.

    Allontanamento.

    Il loro rapporto dimostra che un legame fecondo non deve necessariamente essere pacifico.

    A volte abbiamo bisogno di qualcuno che non ci dica “bravo”.

    Abbiamo bisogno di qualcuno capace di dire:

    puoi fare meglio.

    L’altro diventa il limite contro il quale misuriamo noi stessi.

    Anche questa è amicizia.

    Non la più comoda.

    Talvolta la più fertile.


    E quando l’amicizia finisce?

    Qui la musica possiede una risposta sorprendente.

    In una composizione, una voce può scomparire molto prima dell’ultima battuta e tuttavia aver modificato tutto ciò che viene dopo.

    Non deve necessariamente arrivare alla conclusione per avere avuto senso.

    Forse dovremmo concedere la stessa dignità ad alcune relazioni.

    Non tutte le persone incontrate nella vita sono destinate a rimanere fino alla fine.

    Alcune appartengono a un movimento.

    Altre a poche battute.

    Qualcuna entra soltanto per cambiare tonalità.

    Il dolore nasce quando confondiamo importanza e durata.

    Una cosa breve può essere decisiva.

    Una cosa lunghissima può essere irrilevante.

    La musica lo sa da sempre.


    Il problema della solitudine contemporanea

    La nostra epoca possiede una quantità impressionante di mezzi di comunicazione e una sorprendente difficoltà nella relazione.

    Non è necessariamente una contraddizione.

    La comunicazione richiede connessione.

    L’intimità richiede esposizione.

    Sono cose diverse.

    Possiamo parlare ogni giorno con decine di persone senza essere conosciuti veramente da nessuna.

    Possiamo produrre continuamente una versione presentabile di noi stessi.

    Poi arriva una mazzata della vita.

    Ed ecco che quella costruzione diventa troppo faticosa da mantenere.

    È proprio allora che scopriamo la differenza fra pubblico e amicizia.

    Il pubblico vuole possibilmente una buona esecuzione.

    L’amico vero può assistere anche alle prove.

    Alle interruzioni.

    Alle battute sbagliate.

    Ai giorni nei quali non sappiamo neppure quale pezzo stiamo suonando.

    Forse l’amico vero è proprio questo:

    qualcuno davanti al quale possiamo smettere di esibirci.


    Il silenzio fa parte della musica

    Non bisogna dimenticarlo.

    Una pausa non è assenza di musica.

    Possiede durata.

    Posizione.

    Funzione.

    Può preparare un attacco, sospendere una frase, creare attesa, rendere enorme ciò che viene dopo.

    Anche nell’amicizia esistono silenzi differenti.

    Quello rispettoso.

    Quello imbarazzato.

    Quello punitivo.

    Quello della distanza.

    Quello in cui due persone non hanno bisogno di parlare.

    La qualità di una relazione si misura forse anche nella qualità dei suoi silenzi.

    Ci sono persone con cui venti secondi di silenzio sembrano una catastrofe diplomatica.

    Con altre possiamo attraversare un’intera sera senza sentire il bisogno di riempire nulla.

    È un privilegio raro.

    In musica si chiamerebbe respirazione.


    Quello che la musica può insegnarci sugli amici

    Forse non dobbiamo cercare persone che suonino sempre la nostra stessa nota.

    Dobbiamo cercare quelle capaci di entrare nella nostra tonalità senza pretendere di possederla.

    Persone che sappiano accompagnare senza sommergere.

    Che sappiano prendere il tema quando non abbiamo più fiato.

    Che sappiano anche lasciarci soli per qualche battuta senza abbandonare il pezzo.

    Persone con le quali la dissonanza non significhi immediatamente rottura.

    E soprattutto persone che non abbiano paura delle nostre tonalità minori.

    Perché la vera prova dell’amicizia arriva raramente nelle giornate luminose.

    Arriva quando diventiamo meno facili.

    Meno divertenti.

    Meno utili.

    Quando non abbiamo una soluzione brillante.

    Quando non possiamo ricambiare.

    Quando l’unica cosa che possiamo offrire è la nostra presenza stanca.

    È lì che si scopre chi stava ascoltando la musica e chi aspettava soltanto il proprio turno per cantare.


    Coda

    La vita non è una sinfonia ben costruita.

    Non possiede necessariamente esposizione, sviluppo e ricapitolazione.

    Talvolta dimentica perfino il tema principale.

    Fa entrare persone senza spiegazioni e le fa uscire senza cadenza.

    Promette risoluzioni e offre modulazioni.

    Ci assegna improvvisamente tonalità che non avremmo scelto.

    Eppure continuiamo.

    Forse perché, come nella musica, il senso non risiede soltanto nell’accordo finale.

    Risiede nelle relazioni fra ciò che è avvenuto.

    Crescendo scopriamo che alcune amicizie erano soltanto consonanze facili.

    Altre erano dissonanze necessarie.

    Alcune persone ci hanno accompagnato.

    Altre ci hanno insegnato a camminare senza accompagnamento.

    Qualcuna è diventata silenzio.

    Ma il silenzio, la musica ce lo ha insegnato, non coincide sempre con il nulla.

    A volte è ciò che rimane dopo che una voce ha smesso di cantare.

    E forse l’amicizia vera non consiste nel promettere:

    “sarò sempre qui”.

    Le vite sono troppo fragili per promesse così assolute.

    Forse consiste in qualcosa di più umile e molto più difficile:

    “quando sarò qui, ti ascolterò davvero.”

    Perché la musica non ci insegna che tutte le dissonanze risolveranno.

    Non ci insegna che ogni tema ritornerà.

    Non ci garantisce che ciò che amiamo arriverà con noi all’ultima battuta.

    Ci insegna qualcosa di più serio:

    che anche una voce destinata a tacere può aver cambiato definitivamente l’armonia.

    E che certe persone, quando sono state veramente ascoltate e veramente amate, non continuano necessariamente a camminarci accanto.

    Ma continuano a risuonare.

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  • La leggerezza è una cosa seria

    L’ascolto di oggi: Jacques Ibert – Trois pièces brèves per quintetto di fiati

    di Marialuisa Veneziano


    Prima che inizi la musica

    Questa domenica comincia con una bella novità.

    Il brano che stiamo per ascoltare ce lo ha proposto un nostro lettore.

    Ed è esattamente ciò che speravamo accadesse quando è nata Domenica in ascolto: che, a un certo punto, qualcuno bussasse alla porta della rubrica con una musica fra le mani e dicesse semplicemente:

    «Questa dovete ascoltarla.»

    La proposta ci porta a Jacques Ibert e alle sue Trois pièces brèves per quintetto di fiati.

    Flauto.
    Oboe.
    Clarinetto.
    Corno.
    Fagotto.

    Cinque strumenti che, messi insieme, sembrano quasi una piccola società civile.

    Nessuno ha esattamente la stessa voce dell’altro. Ognuno possiede una personalità piuttosto riconoscibile. Qualcuno ama parlare. Qualcun altro preferisce commentare. Il corno tenta diplomaticamente di tenere insieme il gruppo. Il fagotto, quando vuole, sembra conoscere già la fine della storia e divertirsi a non dircela.

    Insomma: più che un quintetto, una riunione di condominio particolarmente ben riuscita.

    Eppure Ibert riesce a trasformare queste differenze in poco più di sette minuti di eleganza, intelligenza, teatro e humour.

    Niente monumenti.

    Niente proclami.

    Nessuno sembra volerci spiegare il significato ultimo dell’esistenza prima di cena.

    E forse proprio per questo vale la pena ascoltare.


    🎧 Apri l’ascolto. Poi continua a leggere

    Questa pagina è pensata per essere letta con la musica accanto.

    ASCOLTA JACQUES IBERT – TROIS PIÈCES BRÈVES

    (Clicca sulla freccia nera per far apparire l’ascolto).

    Lascia partire la musica.

    E per una volta non cercare subito “il tema principale”.

    Ascolta invece chi prende la parola, chi la passa a un altro, chi interrompe, chi accompagna e chi cambia improvvisamente il colore della conversazione.

    Perché in Ibert il timbro non veste la musica.

    È già parte del pensiero.


    Dentro la partitura

    Le Trois pièces brèves nascono nel 1930 da una musica di scena e conservano qualcosa di quell’origine teatrale.

    Si sente.

    Non perché raccontino una trama precisa, ma perché i cinque strumenti sembrano continuamente entrare e uscire da una scena immaginaria.

    Il quintetto di fiati è, da questo punto di vista, una formazione meravigliosamente imperfetta.

    In un quartetto d’archi violino, viola e violoncello appartengono alla stessa famiglia: cambiano registro e carattere, naturalmente, ma condividono una matrice timbrica.

    Nel quintetto di fiati, invece, mettere insieme flauto, oboe, clarinetto, corno e fagotto significa riunire cinque individui che difficilmente potrebbero essere scambiati l’uno per l’altro.

    Il flauto può essere luce.

    L’oboe possiede quella voce sottile e penetrante capace di sembrare malinconica anche quando sta semplicemente dicendo buongiorno.

    Il clarinetto è il grande trasformista: caldo, agile, scuro, brillante.

    Il corno porta con sé qualcosa dello spazio, della lontananza, dell’orchestra.

    Il fagotto può essere nobile e, tre battute dopo, assumere l’aria di chi ha appena raccontato una battuta che solo lui ha capito.

    Ibert non tenta di cancellare queste differenze.

    Le utilizza.

    Ed è qui il primo piccolo insegnamento della pagina:

    l’armonia non nasce necessariamente dal somigliarsi.

    Qualche volta nasce dal riuscire a stare insieme restando perfettamente riconoscibili.

    Non sarebbe una cattiva idea neppure fuori dalla musica.


    I. Allegro – La conversazione comincia

    Il primo pezzo parte quasi senza presentazioni.

    La musica scatta.

    È rapida, mobile, brillante.

    I materiali passano da uno strumento all’altro con una naturalezza tale che rischiamo di dimenticare quanto sia sofisticata la scrittura necessaria a far sembrare tutto così semplice.

    Ed è uno dei grandi trucchi della vera eleganza.

    Quando la tecnica è davvero alta, spesso smette di mostrarsi.

    Il tema non viene semplicemente ripetuto: cambia personalità a seconda dello strumento che lo riceve.

    Una frase sul flauto possiede un peso diverso se passa all’oboe.

    Sul clarinetto acquista un’altra flessibilità.

    Nel fagotto può improvvisamente sembrare che qualcuno abbia introdotto nella conversazione una piccola dose di ironia.

    È quasi teatro senza parole.

    Cinque personaggi.

    Nessun protagonista assoluto.

    E una scrittura in cui la precisione non diventa mai rigidità.


    🎧 Ascolta questo

    Nel primo movimento prova a non seguire soltanto le note.

    Segui i colori.

    Chiediti:

    Chi sta parlando adesso?

    E subito dopo:

    La stessa frase avrebbe lo stesso significato se fosse affidata a un altro strumento?

    È un piccolo esercizio, ma cambia completamente l’ascolto.

    Perché cominciamo a capire che l’orchestrazione — anche in un organico così piccolo — non arriva dopo l’idea musicale.

    È l’idea musicale.


    II. Andante – Quando la musica smette di voler divertire

    Poi arriva il secondo pezzo.

    E qualcosa cambia.

    Dopo il movimento, l’arguzia, gli scambi rapidi, la musica si ritira.

    Flauto e clarinetto emergono in un dialogo molto più intimo.

    Non succede moltissimo.

    Ed è proprio questo il punto.

    Viviamo in un’epoca nella quale, se entro sette secondi non è successo niente, qualcuno teme già che il contenuto non stia performando bene.

    Ibert non sembra particolarmente preoccupato.

    Lascia spazio.

    Respira.

    Fa dialogare due strumenti senza obbligarli a produrre continuamente un evento.

    E improvvisamente scopriamo un’altra forma della leggerezza.

    Non quella brillante del primo pezzo.

    Quella della misura.

    Sapere quanto dire.

    E, soprattutto, sapere quando smettere.


    III. Assez lent – Allegro scherzando

    Il terzo pezzo comincia con una sospensione.

    È come se la musica si guardasse intorno prima di decidere che cosa fare.

    Poi la scena cambia ancora.

    Arriva l’Allegro scherzando.

    Ed è già tutto contenuto in quella parola: scherzando.

    Non superficialmente.

    Non distrattamente.

    Scherzando.

    Una delle indicazioni più intelligenti che la storia della musica ci abbia lasciato: eseguire con precisione qualcosa che deve sembrare nato con leggerezza.

    Gli strumenti si inseguono.

    Si rispondono.

    Si provocano.

    Il movimento aumenta.

    E ciò che era iniziato quasi in punta di piedi ritrova progressivamente energia.

    Ibert non costruisce un grande finale retorico.

    Non sale sul podio dell’universo per consegnarci il proprio testamento spirituale.

    Ci saluta con intelligenza.

    Che, talvolta, è persino più difficile.


    La nota che resta

    La leggerezza non è assenza di peso.
    È la capacità di portarlo senza farlo pesare agli altri.

    Abbiamo spesso un curioso pregiudizio estetico.

    Pensiamo che la profondità debba essere riconoscibile dalla gravità con cui entra nella stanza.

    Più una musica è lenta, dolorosa, scura, tormentata, più siamo disposti a considerarla “importante”.

    Se invece sorride, deve immediatamente dimostrare di non essere frivola.

    È una sorta di dogana culturale.

    Mahler può entrare.

    Ibert, per favore, apra la valigia.

    Eppure la leggerezza autentica è una conquista molto seria.

    Per essere limpidi bisogna scegliere.

    Per sembrare spontanei bisogna conoscere perfettamente il mestiere.

    Per lasciare spazio a cinque strumenti così diversi occorre evitare che qualcuno occupi continuamente il centro.

    Nelle Trois pièces brèves Ibert ci ricorda una cosa che vale ben oltre la musica:

    non tutto ciò che è profondo deve essere pesante.

    Esistono pensieri che arrivano senza bussare con il pugno.

    Persone capaci di intelligenza senza esibirla.

    Emozioni che non hanno bisogno di gridare per essere vere.

    E musiche che possono dirci qualcosa di importante mentre sembrano semplicemente divertirsi.


    🔎 Una cosa da sapere

    Le Trois pièces brèves, composte nel 1930, sono destinate alla formazione classica del quintetto di fiati:

    flauto, oboe, clarinetto, corno e fagotto.

    I tre movimenti — Allegro, Andante e Assez lent – Allegro scherzando — concentrano in pochi minuti molte delle qualità tipiche della scrittura di Ibert: chiarezza, mobilità ritmica, gusto timbrico, senso teatrale e rifiuto di ogni pesantezza accademica.

    Una musica breve, dunque.

    Che è cosa molto diversa da una musica piccola.


    Portalo con te

    Quando questi pochi minuti saranno terminati, prova a chiederti che cosa ti sia rimasto.

    Forse non un tema preciso.

    Forse un colore.

    Un passaggio.

    Una risposta del fagotto.

    Una linea del flauto.

    Un momento nel quale cinque strumenti sembravano parlare contemporaneamente senza smettere di ascoltarsi.

    Ed è forse proprio questa l’immagine più bella da portare via.

    Essere insieme non significa diventare uguali.

    Una buona conversazione non è quella nella quale tutti pronunciano la stessa frase.

    Una buona orchestra non è quella nella quale tutti possiedono lo stesso timbro.

    La musica nasce perché esistono differenze capaci di trovare una relazione.

    Ibert lo fa senza prediche.

    Non ci scrive sopra un trattato sociologico.

    Sette minuti, cinque strumenti e via.

    Il che, bisogna ammetterlo, è un’efficienza comunicativa che molti convegni potrebbero studiare con profitto.

    E poi c’è un’ultima cosa.

    Questo ascolto è arrivato da un nostro lettore.

    Qualcuno ha scelto questa musica e ha deciso di consegnarla alla rubrica perché altre persone potessero incontrarla.

    È così che Domenica in ascolto comincia a diventare davvero una piccola comunità.

    Uno propone.

    Qualcun altro ascolta.

    Un altro ancora, forse, scopre qualcosa che non conosceva.

    La musica passa di mano.

    E continua.

    Questa domenica ci lascia allora una piccola lezione:

    non tutto ciò che vale deve pesare.
    Non tutto ciò che è leggero passa.

    Alcune cose, proprio perché sanno camminare senza fare rumore, riescono ad accompagnarci più lontano.


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  • Il processo alla voce impossibile

    Nel tribunale della Musica, essere nuovi può diventare il più grave dei sospetti.

    di Marialuisa Veneziano

    ************

    🎧 MUSICA PER LA LETTURA
    Per accompagnare Il processo alla voce impossibile, si consiglia l’ascolto del Concerto in mi bemolle maggiore per sassofono contralto e orchestra d’archi, op. 109 di Aleksandr Glazunov, nell’esecuzione di Valentine Michaud con la Danish National Symphony Orchestra, diretta da Vasily Petrenko.
    Circa quattordici minuti nei quali il sassofono non deve più giustificare la propria esistenza né dimostrare da chi abbia ricevuto la sua voce: semplicemente parla. Il timbro passa dalla cantabilità più intima alla brillantezza virtuosistica, dialoga con gli archi, si trasforma eppure rimane sempre riconoscibile. È quasi la risposta musicale al processo della nostra favola: ciò che abbiamo ereditato può attraversarci senza impedirci di diventare qualcosa che prima non esisteva.
    Clicca sulla freccia del logo “cuffie”, premi play e comincia a leggere.

    A Parigi, in una bottega dove era impossibile trovare un cacciavite perché Adolphe Sax sosteneva di averlo «messo in un posto sicuro», nacque uno strumento che provocò immediatamente un problema.

    Non un problema di suono.

    Il suono era magnifico.

    Il problema era capire da dove venisse.

    Adolphe lo aveva costruito con un corpo di metallo lucente, molte chiavi e una piccola ancia sul bocchino.

    Lo posò sul banco.

    Lo osservò.

    Poi gli soffiò dentro.

    La bottega si riempì di una voce calda e profonda, capace di essere forte senza gridare e dolce senza chiedere scusa.

    Il Clarinetto Celestino sollevò le chiavi.

    — Interessante.

    Il Barone Trombone inclinò il padiglione.

    — Audace.

    Mademoiselle Oboe strinse gli occhi.

    — Sospetto.

    Il nuovo strumento aprì lentamente gli occhi.

    — Sono nato?

    Adolphe sorrise.

    — Pare proprio di sì.

    — E chi sono?

    — Sassofono.

    Il piccolo ripeté il nome.

    — Sas-so-fo-no.

    Gli piacque.

    Aveva appena cominciato a sorridere quando Celestino si avvicinò.

    Guardò il bocchino.

    Poi l’ancia.

    Poi di nuovo il bocchino.

    — Un momento.

    Il Sassofono si preoccupò.

    — Cosa?

    Celestino indicò l’ancia.

    — Quella la conosco.

    Il Barone Trombone si avvicinò.

    — Anche questo metallo mi sembra stranamente familiare.

    Mademoiselle Oboe esaminò le chiavi.

    — E queste?

    Silenzio.

    Adolphe, che conosceva molto bene il momento in cui gli strumenti stavano per trasformare una curiosità in un processo, prese il cappotto.

    — Buonanotte.

    — Dove vai? — domandò il Sassofono.

    — A dormire.

    — E noi?

    Sax aprì la porta.

    — Cercate di non fondare nessun tribunale prima di domani.

    La porta si chiuse.

    Gli strumenti si guardarono.

    Celestino tossì.

    — Naturalmente non fonderemo un tribunale.


    Alle otto e dodici del mattino seguente il Tribunale era già stato fondato.

    Si chiamava:

    ALTA CORTE DELLE VOCI AUTENTICHE

    Presiedeva il Professor Purissimo, un vecchio diapason d’argento tanto diritto che persino la propria ombra sembrava mettersi sull’attenti.

    Purissimo aveva dedicato tutta la vita a una convinzione:

    Ogni cosa veramente originale deve provenire soltanto da se stessa.

    Nessuno gli aveva mai fatto notare che persino lui era stato costruito da qualcuno.

    Non sarebbe stato prudente.

    Sulla parete dietro il giudice campeggiava un’enorme scritta:

    SE SOMIGLIA A QUALCOSA, INDAGARE.

    Il Sassofono sedeva al centro della sala.

    Accanto a lui c’era Annetta, la piccola ancia del bocchino.

    Annetta non aveva alcuna qualifica giuridica, ma questo non le aveva impedito di dichiararsi avvocato della difesa.

    — Sapete qualcosa di diritto? — le aveva chiesto il Sassofono.

    — No.

    — E allora perché difendete me?

    — Perché sono piccola e aggressiva. È praticamente una formazione professionale.

    Il Professor Purissimo batté il martelletto.

    TAC!

    — Si apra il processo contro lo strumento denominato… come?

    — Sassofono.

    Purissimo sfogliò un registro.

    — Nome recente.

    — Sono nato ieri.

    — Peggio ancora.

    Un mormorio attraversò la sala.

    Purissimo proseguì:

    — L’imputato è accusato di possedere una voce costruita con elementi già appartenuti ad altri strumenti.

    Il Sassofono spalancò gli occhi.

    — Ma io non ho rubato niente!

    — Lo stabiliremo.

    — Sono nato ieri!

    — La giovinezza non costituisce attenuante musicale.

    Annetta si alzò.

    — Obiezione.

    Purissimo la guardò.

    — Su quale base?

    — Mi sembrava il momento giusto.

    — Respinta.

    — Bene. Volevo solo provare.


    Il primo testimone fu il Clarinetto Celestino.

    Entrò con passo elegante.

    — Riconoscete qualcosa dell’imputato? — domandò Purissimo.

    Celestino osservò il Sassofono.

    — L’ancia semplice.

    La sala mormorò.

    Purissimo si sporse.

    — Dunque confermate che l’imputato possiede qualcosa che apparteneva già alla vostra famiglia?

    Celestino si sistemò.

    — Preferirei dire che ha avuto ottimo gusto.

    Annetta balzò in piedi.

    — L’ancia non è stata inventata da voi.

    Celestino si offese.

    — Non ho mai detto questo.

    — Lo stavate pensando con un accento insopportabile.

    Purissimo batté il martelletto.

    — Silenzio!

    Secondo testimone: il vecchio Oficleide.

    Guardò il corpo metallico del Sassofono.

    — Conosco quel principio.

    Terzo testimone: Mademoiselle Oboe.

    — Quelle chiavi non sono nate ieri.

    Quarto testimone: il Flauto.

    — Nemmeno i fori.

    Quinto testimone: il Barone Trombone.

    — Non so esattamente perché mi abbiano convocato, ma desidero far mettere a verbale che nella mia famiglia il metallo è presente da generazioni.

    Purissimo chiuse il fascicolo.

    Il Sassofono si sentì improvvisamente molto piccolo.

    Guardò il proprio corpo.

    La propria ancia.

    Le chiavi.

    Fino a quel momento gli erano sembrate parti di lui.

    Adesso sembravano prove.

    — Quindi… — sussurrò — non c’è niente che sia davvero mio?

    Purissimo lo sentì.

    — È precisamente ciò che il Tribunale intende stabilire.


    La sentenza provvisoria fu terribile.

    — Hai sette giorni — dichiarò Purissimo.

    — Per fare cosa?

    — Per trovare almeno una parte della tua voce che non debba nulla a nessuno.

    — E se non ci riesco?

    Il giudice indicò una grande gomma da cancellare posata sul tavolo.

    Annetta impallidì.

    — Non vorrete…

    — Il nome “Sassofono” verrà cancellato dai registri.

    — E lui?

    Purissimo guardò lo strumento.

    — Verrà classificato come Copia Musicale Composita numero 47.

    Il Sassofono sentì un brivido.

    — Non avrò più un nome?

    — Le copie non ne hanno bisogno.

    Annetta saltò sul banco.

    — Questa è una barbarie!

    Purissimo la fissò.

    — La barbarie non è di competenza di questa Corte.

    — Peccato. Sareste molto qualificato.


    Quella stessa sera il Sassofono decise di partire.

    Doveva trovare il Primo Suono.

    Una voce assolutamente originale.

    Qualcosa che non fosse nato da nulla di precedente.

    Annetta venne con lui.

    Celestino si presentò davanti alla porta con una valigia.

    — Vengo anch’io.

    Il Sassofono lo guardò.

    — Hai testimoniato contro di me.

    — Ho detto che hai un’ancia.

    — È sembrato piuttosto grave.

    — Non immaginavo volessero cancellarti il nome.

    Dietro di lui comparve il Barone Trombone con un mantello.

    — Verrò anch’io.

    — Perché?

    — Per spirito di giustizia.

    Celestino lo guardò.

    — E quella cesta?

    Il Trombone la nascose.

    — Provviste.

    — Per sette giorni?

    — Non sappiamo quanto durerà la giustizia.

    Annetta sbirciò dentro.

    — Avete portato sei croissant.

    — La giustizia consuma energie.

    Partirono.


    La prima tappa fu il Museo degli Strumenti Antichissimi.

    Il custode era un clavicembalo così vecchio che ogni volta che raccontava un ricordo qualcuno doveva controllare se fosse ancora Storia o fosse già diventato Archeologia.

    — Cerchiamo lo strumento più originale del mondo — disse il Sassofono.

    Il Clavicembalo si illuminò.

    — Finalmente.

    — Siete voi?

    — Ovviamente.

    Da una teca arrivò una voce.

    — Ehm.

    Era un Salterio.

    Il Clavicembalo si irrigidì.

    — Non cominciare.

    Il Salterio sorrise.

    — Non ho detto nulla.

    — Lo stavi pensando storicamente.

    Provarono con il Pianoforte.

    — Sei nato da qualcosa?

    Il Pianoforte guardò il Clavicembalo.

    Poi il Clavicordo.

    Poi Cristofori ritratto in un quadro.

    — Preferirei non rispondere senza il mio liutaio.

    Provarono con il Violino.

    — Prima di te esisteva qualcosa di simile?

    Il Violino si mise a contemplare il soffitto.

    — La genealogia è un concetto borghese.

    Annetta sospirò.

    — Traduzione: sì.

    A sera avevano interrogato ventitré strumenti.

    Tutti avevano antenati.

    Tutti avevano ricevuto qualcosa.

    Nessuno era comparso dal nulla.

    Il Sassofono era sconsolato.

    — Se nessuno è completamente originale, perché stanno processando me?

    Il Barone Trombone mangiò il terzo croissant.

    — Perché sei l’ultimo arrivato.

    — E quindi?

    Celestino rispose piano:

    — È sempre più facile vedere i debiti di chi viene dopo di noi che ricordare i nostri.

    Il Sassofono rimase in silenzio.

    Era il primo pensiero che portò con sé dalla strada.


    Il giorno seguente arrivarono alla Sala degli Antenati.

    Era nascosta sotto il museo.

    Lì vivevano strumenti che il mondo aveva quasi smesso di suonare.

    Cornetti antichi.

    Bombarde.

    Serpentoni.

    Viole d’amore.

    Chalumeaux.

    Uno di loro, un vecchio Chalumeau, riconobbe Celestino.

    — Ah.

    Il Clarinetto si fermò.

    — Ci conosciamo?

    — Non personalmente.

    Il vecchio strumento sorrise.

    — Ma una parte di me è arrivata fino a te.

    Celestino non disse nulla.

    Per la prima volta il Sassofono lo vide senza l’aria elegante.

    Sembrava soltanto emozionato.

    — Vi dà fastidio? — domandò il Sassofono.

    — Cosa?

    — Che qualcosa di voi sia finito dentro uno strumento venuto dopo.

    Il Chalumeau rise.

    — Finito?

    — Sì.

    — Ragazzo, se qualcosa di me è arrivato fino a lui, allora non è finito affatto.

    Il Sassofono si avvicinò.

    — Ma lui non suona come voi.

    — Meno male.

    — Perché?

    Il vecchio Chalumeau gli rivolse uno sguardo divertito.

    — Che pessima eredità sarebbe quella che obbliga i figli a diventare copie dei nonni?


    Più avanti incontrarono Madame Viola d’amore.

    Il Sassofono le raccontò del processo.

    Lei ascoltò.

    — Vogliono sapere se c’è qualcosa in te che non venga da nessuno?

    — Sì.

    — E tu vuoi trovarla?

    — Devo.

    — Perché?

    La domanda lo irritò.

    — Perché altrimenti non sarò originale.

    La Viola sorrise.

    — E perché devi essere originale?

    — Per avere diritto al mio nome.

    Lei smise di sorridere.

    — Questo è pericoloso.

    — Cosa?

    — Confondere il valore con l’assenza di debiti.

    Il Sassofono non capì.

    La Viola indicò Celestino.

    — Da chi hai imparato a parlare così bene?

    Celestino indicò i propri maestri.

    Indicò la propria storia.

    — E tu? — domandò al Trombone.

    Il Barone iniziò un discorso genealogico talmente lungo che Annetta dovette interromperlo.

    — Abbiamo capito: siete praticamente imparentato con l’Impero Romano.

    La Viola tornò al Sassofono.

    — Vedi?

    — Cosa?

    — Tutti portiamo dentro qualcosa ricevuto.

    — Allora nessuno è originale.

    La Viola scosse la testa.

    — Stai ancora guardando le parti.

    — Dove dovrei guardare?

    — A ciò che accade quando quelle parti diventano te.


    Quella notte il Sassofono non dormì.

    Guardò Annetta.

    — Tu vieni da prima di me.

    — Sì.

    Guardò Celestino.

    — Anche la tua imboccatura.

    — Sì.

    Guardò il Barone.

    — Il metallo.

    — Non personalmente, ma accetto il tributo.

    Il Sassofono sospirò.

    — Allora io sono fatto di passato.

    Annetta gli diede un colpetto sul bocchino.

    — Tutti siamo fatti anche di passato.

    — E il futuro?

    Lei sorrise.

    — Quello dipende da cosa ci fai.


    Il sesto giorno accadde qualcosa di inaspettato.

    Il Sassofono vide un’ombra muoversi dietro una colonna.

    — Chi c’è?

    Nessuno.

    Il Barone Trombone si lanciò avanti.

    Il mantello gli si impigliò.

    Cadde.

    — Un agguato!

    Celestino lo guardò a terra.

    — Siete inciampato.

    — Un agguato del pavimento.

    Dietro la colonna comparve il Professor Purissimo.

    Il Sassofono indietreggiò.

    — Ci avete seguiti?

    — Dovevo verificare che non falsificaste le prove.

    Annetta strinse gli occhi.

    — Per sei giorni?

    Purissimo tacque.

    Celestino si avvicinò.

    — Perché siete davvero qui?

    Il vecchio diapason abbassò lo sguardo.

    Era la prima volta che sembrava meno diritto.

    Il Sassofono notò qualcosa.

    Sul fianco di Purissimo c’era una piccola incisione.

    Una data.

    E il nome di un costruttore.

    — Anche voi siete stato costruito.

    Purissimo si irrigidì.

    — Naturalmente.

    — Con un metallo che esisteva prima di voi.

    Silenzio.

    — E il principio con cui vibrate?

    Purissimo non rispose.

    — Anche quello era già conosciuto.

    Annetta spalancò gli occhi.

    — Professor Purissimo…

    Il diapason gridò:

    — LO SO!

    La Sala degli Antenati tacque.

    Purissimo tremava.

    — Lo so da sempre.

    Il Sassofono lo guardò.

    — E allora perché avete creato il Tribunale?

    Purissimo rimase molto tempo senza parlare.

    Poi la sua voce cambiò.

    Non era più quella del giudice.

    — Perché avevo paura.

    — Di cosa?

    — Che se tutto viene da qualcosa… allora niente appartenga davvero a nessuno.

    Il Sassofono si avvicinò.

    Purissimo continuò:

    — Ho trascorso la vita cercando una voce completamente pura. Una nota senza antenati. Un’idea che non dovesse ringraziare nulla.

    — L’avete trovata?

    Il diapason chiuse gli occhi.

    — No.

    — E allora?

    Purissimo lo guardò.

    — Ho cominciato a giudicare gli altri.

    Annetta, per una volta, non disse nulla.


    Il settimo giorno tornarono al Tribunale.

    La sala era gremita.

    Strumenti di ogni famiglia occupavano i banchi.

    Sul tavolo del Professor Purissimo era pronta la grande gomma.

    Il Sassofono avanzò.

    Purissimo assunse nuovamente il volto severo del giudice.

    — Avete trovato una parte della vostra voce che non provenga da nulla di precedente?

    Il Sassofono inspirò.

    — No.

    Un brusio percorse la sala.

    Mademoiselle Oboe sussurrò:

    — È finita.

    Purissimo guardò la gomma.

    — Allora ammettete l’accusa?

    — No.

    — Avete appena dichiarato…

    — Ho trovato qualcosa di più importante.

    Purissimo alzò gli occhi.

    Il Sassofono si voltò verso il pubblico.

    — Ho cercato il Primo Suono.

    — E?

    — Non esiste.

    Qualcuno protestò.

    Il Sassofono continuò.

    — Il pianoforte ha una storia. Il clarinetto ha una storia. Il violino ha una storia. Il trombone…

    Il Barone si alzò.

    — Una storia particolarmente prestigiosa.

    — Sedetevi.

    — Certamente.

    Il Sassofono guardò Purissimo.

    — Persino voi avete una storia.

    Il giudice non rispose.

    — Quindi sì: in me ci sono cose venute da altri.

    Indicò Celestino.

    — Un principio che conosco grazie a strumenti come lui.

    Indicò i vecchi antenati.

    — Idee costruite nei secoli.

    Poi toccò il proprio corpo.

    — Io non sono nato dal nulla.

    Purissimo afferrò il martelletto.

    — E dunque?

    Il Sassofono sorrise.

    — Dunque non devo dimostrare che nessuno mi abbia dato qualcosa. Devo dimostrare che ciò che ho ricevuto non si ferma in me nello stesso modo in cui è arrivato.

    Silenzio.

    Purissimo rimase immobile.

    Poi disse:

    — Parole.

    Il Sassofono annuì.

    — Avete ragione.

    La sala trattenne il fiato.

    — La musica dovrebbe rispondere con la musica.

    Il Sassofono prese posto al centro.

    Celestino lo guardava.

    L’Oficleide.

    Mademoiselle Oboe.

    Gli strumenti antichi.

    Tutti coloro ai quali, in qualche modo, doveva qualcosa.

    Prese fiato.

    Suonò.

    La prima frase aveva qualcosa che Celestino riconobbe.

    — L’ancia — sussurrò.

    Poi arrivò un colore che l’Oficleide riconobbe.

    — Il metallo.

    Una figurazione attraversò le chiavi.

    Mademoiselle Oboe sorrise appena.

    — Conosco anche quello.

    Il Professor Purissimo ascoltava.

    Sembrava quasi soddisfatto.

    Ecco la prova, pensava.

    È fatto di pezzi degli altri.

    Ma la frase continuò.

    Il Sassofono lasciò che ogni cosa ricevuta passasse attraverso di lui.

    Non la nascose.

    Non la imitò.

    La trasformò.

    Il suono diventò più caldo.

    Poi più profondo.

    Poi improvvisamente brillante.

    Una voce che poteva sorridere e, un istante dopo, confessare qualcosa.

    Celestino non riusciva più a dire:

    questo viene da me.

    L’Oficleide non poteva più dire:

    questo è mio.

    Mademoiselle Oboe smise di cercare somiglianze.

    Perché a un certo punto tutte quelle tracce avevano smesso di essere pezzi separati.

    Erano diventate una voce sola.

    La voce del Sassofono.

    Quando terminò, nessuno parlò.

    Annetta si asciugò un angolo.

    — Polvere.

    Celestino sorrise.

    — Certamente.

    — Non commentare.


    Il Professor Purissimo guardò la grande gomma.

    Poi il Registro delle Voci Autentiche.

    Lo aprì alla prima pagina.

    C’era scritto:

    È ORIGINALE SOLTANTO CIÒ CHE NON DEVE NULLA A NESSUNO.

    Purissimo rimase a lungo a fissarla.

    Poi la strappò.

    La sala trasalì.

    — Professor…

    Lui prese la penna.

    Scrisse lentamente:

    CONOSCI CIÒ CHE HAI RICEVUTO. POI DECIDI CHE COSA FARNE.

    Il Sassofono lo guardò.

    — Sono assolto?

    Purissimo si sistemò.

    — Tecnicamente il Tribunale non possiede ancora una procedura per casi di questo genere.

    Annetta sbuffò.

    — Naturalmente.

    Il giudice abbassò la voce.

    — Ma conserverai il tuo nome.

    Il Sassofono sorrise.

    — Grazie.

    Purissimo lo fermò.

    — Non ringraziare me.

    — E chi?

    Il vecchio diapason guardò tutti gli strumenti presenti.

    — Quelli che ti hanno preceduto.

    Poi aggiunse:

    — E quelli che un giorno partiranno da te.

    Prima che la seduta terminasse, Annetta alzò una zampetta immaginaria.

    — Una questione.

    Purissimo sospirò.

    — Cosa?

    — Adesso voi vi chiamerete ancora Professor Purissimo?

    Un brusio divertito attraversò la sala.

    Purissimo la fulminò.

    — Certamente.

    — Suggerirei Professor Quasi-Purissimo.

    Qualcuno rise.

    — Respinta.

    — Professor Abbastanza-Autentico?

    Risero più forte.

    — Respinta!

    — Professor Debitore-Riconoscente?

    Persino Madamoiselle Oboe rise.

    Purissimo cercò di resistere.

    Poi accadde una cosa che nessuno aveva mai sentito.

    Il vecchio diapason rise.

    Una risata piccola.

    Argentea.

    Perfettamente intonata.

    — Seduta tolta! — gridò.


    Qualche tempo dopo Adolphe Sax costruì altri strumenti della stessa famiglia.

    Più piccoli.

    Più grandi.

    Più acuti.

    Più profondi.

    Uno di loro, appena nato, si avvicinò al primo Sassofono.

    — Posso chiederti una cosa?

    — Certo.

    — È vero che hai copiato gli altri strumenti?

    La bottega si fermò.

    Celestino voltò la testa.

    Annetta sorrise.

    Il Sassofono guardò il piccolo.

    — Ho ricevuto moltissimo dagli altri.

    — Allora è vero?

    — No.

    — Non capisco.

    Il Sassofono indicò una scala.

    — Se qualcuno ti insegna il primo gradino, sei obbligato a fermarti lì?

    — No.

    — E se sali?

    — Arrivo al secondo.

    — E poi?

    — Al terzo.

    Il Sassofono sorrise.

    — Ecco.

    Il piccolo rifletté.

    — Quindi ricevere non significa copiare.

    — No.

    — E cosa significa?

    Il Sassofono guardò fuori dalla finestra.

    Parigi continuava a fare rumore come se avesse qualcosa di urgentissimo da dire.

    Poi rispose:

    — Significa che qualcuno ti ha dato un punto da cui partire. Il resto della strada, però, devi percorrerlo tu.

    Annetta si sporse dal bocchino.

    — Possibilmente intonati.

    E nella bottega scoppiarono tutti a ridere.

    Poi il Sassofono prese fiato.

    E suonò.

    Dentro quella voce c’erano secoli di strumenti.

    Inventori.

    Tentativi.

    Errori.

    Scoperte.

    Ma il suono che uscì non apparteneva più a nessuno di loro.

    Era passato attraverso una storia.

    E aveva trovato un modo nuovo di continuare.

    Nessuno crea davvero partendo dal nulla. Dentro ciò che siamo vivono parole ricevute, esempi, errori, insegnamenti, gesti, idee e persone che ci hanno preceduto. Essere originali non significa fingere di non dovere niente a nessuno. Significa conoscere ciò che abbiamo ricevuto e avere abbastanza libertà da trasformarlo. Copiare significa fermarsi dove qualcuno si è già fermato. Ereditare significa partire da lì. Perché la vera identità non nasce cancellando le tracce degli altri. Nasce quando quelle tracce attraversano noi e, senza scomparire, diventano qualcosa che prima non esisteva.

    🎭 NEL CAST DELLA FAVOLA
    Ogni personaggio ha una voce. E ogni voce nasconde un’idea. (Clicca sulla freccia e scopri di più!)

    🎷 Il Sassofono — (L’identità)
    Appena nato e già imputato. Non sa ancora bene chi sia, ma tutti sembrano sapere cosa dovrebbe essere. Scoprirà che diventare se stessi non significa partire da zero, ma fare qualcosa di nuovo con ciò che abbiamo ricevuto.

    ⚖️ Professor Purissimo — (L’illusione della purezza)
    Diapason, giudice e nemico personale di tutto ciò che non entra perfettamente in una definizione. Pretende origini incontaminate dagli altri perché teme di scoprire che anche lui deve qualcosa a qualcuno. Molto severo con i debiti altrui, meno con i propri.

    🌾 Annetta — (La coscienza ironica)
    È un’ancia minuscola con l’autostima di un’orchestra sinfonica. Interrompe, punge, corregge e dice ad alta voce ciò che tutti pensano piano. Ricorda che la verità non diventa meno vera solo perché fa ridere.

    🎶 Celestino, il Clarinetto — (L’eredità)
    Elegante, raffinato e inizialmente felicissimo di riconoscere qualcosa di sé nel Sassofono. Poi capisce che trasmettere non significa possedere. Un buon antenato lascia tracce; un pessimo antenato pretende diritti d’autore sui discendenti.

    🎼 Mademoiselle Oboe — (Il pregiudizio elegante)
    Raffinata, impeccabile e convinta che il buon gusto abbia sempre bisogno del suo permesso. Riconosce subito nel Sassofono qualcosa di già visto e per questo lo guarda con sospetto: rappresenta chi confonde la familiarità con il valore e la novità con una colpa. Però, quando smette di cercare somiglianze e comincia davvero ad ascoltare, scopre che perfino l’eleganza può imparare qualcosa dall’imprevisto.

    🎺 Barone Trombone — (La tradizione)
    Porta il proprio albero genealogico anche quando va a comprare il pane. È convinto che essere antichi sia già una qualità, ma finirà per capire che la tradizione vale davvero solo quando offre un punto di partenza, non un posto dove fermarsi.

    🎼 Madame Viola d’Amore — (La memoria che lascia andare)
    Ha visto mode nascere, trionfare e scomparire, quindi non si impressiona facilmente. Sa che essere superati non significa essere cancellati. La vera memoria non trattiene: consegna.

    🎩 Adolphe Sax — (L’invenzione)
    Mette insieme cose già esistenti e ha l’audacia di chiamare il risultato “nuovo”. È precisamente così che funziona molta creatività. L’inventore non crea dal nulla: vede possibilità dove gli altri vedono soltanto pezzi sparsi.


    BOX STORICO

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  • Il concerto dura due ore. Per costruirlo ci vuole una vita

    Il concerto dura due ore. Per costruirlo ci vuole una vita

    Dalla sinfonica al pop, dai piccoli club allo streaming: ascoltiamo più musica che mai. Ma abbiamo ancora idea di quanto costa farla esistere?

    di Marialuisa Veneziano


    1 settembre 2026

    Alle nove di sera il pubblico prende posto.

    Qualcuno spegne il telefono, qualcuno invece lo tiene già sollevato, pronto a dimostrare a centinaia di persone che anche lui era presente. È uno dei grandi misteri del nostro tempo: paghiamo per vedere qualcosa dal vivo e, appena comincia, lo guardiamo attraverso un rettangolo di vetro.

    In un teatro l’orchestra accorda.

    In uno stadio si spengono le luci.

    In un piccolo club un cantante controlla per l’ultima volta il microfono e il chitarrista si china sulla pedaliera con la devozione che un organista del Seicento avrebbe riservato ai registri.

    Cambiano i vestiti, cambiano i decibel, cambia perfino il prezzo della birra.

    Ma sta per accadere la stessa cosa.

    Qualcuno farà musica per qualcun altro.

    Due ore dopo arriverà l’applauso.

    E noi avremo l’impressione di aver assistito a due ore di lavoro.

    È una delle illusioni meglio riuscite della musica.


    Il lavoro che deve sembrare scomparire

    Un violinista entra in orchestra e suona.

    Un cantante pop sale sul palco e canta.

    Un pianista si siede e comincia.

    Visto da fuori, è tutto sorprendentemente semplice.

    Il grande interprete, però, esercita un mestiere paradossale: lavora per migliaia di ore affinché, quando finalmente lo guardiamo, il lavoro non si veda più.

    Se avvertissimo la fatica dietro ogni passaggio, l’interpretazione sarebbe fallita. Se il cantante ci mostrasse continuamente il sostegno del fiato, se il pianista esibisse la difficoltà tecnica, se il violinista trasformasse ogni cambio di posizione in una richiesta di solidarietà nazionale, ascolteremmo ginnastica, non musica.

    La tecnica raggiunge il proprio scopo quando scompare.

    Ed è forse proprio questa invisibilità ad averci ingannati.

    Dietro un concerto sinfonico ci sono anni di formazione individuale, audizioni, prove d’insieme, direttori, bibliotecari musicali, tecnici, amministrativi, personale di sala, manutenzione degli strumenti, trasporti.

    Dietro il concerto di un artista pop non c’è semplicemente “uno che canta”.

    Ci sono musicisti, arrangiatori, producer, fonici di sala e di palco, tecnici delle luci, backliner, tour manager, addetti alla sicurezza, autisti, montatori, programmatori, spesso coreografi, videomaker e decine — nei grandi tour centinaia — di persone che lavorano prima che il primo accordo venga suonato.

    E prima ancora del tour c’è stata una canzone.

    Qualcuno l’ha scritta.

    Qualcuno l’ha arrangiata.

    Qualcuno l’ha registrata.

    Qualcuno ha trascorso tre ore a scegliere il suono di un rullante che l’ascoltatore sentirà per un quarto di secondo.

    Non ridiamo: nella musica le grandi tragedie possono consumarsi anche intorno a un charleston.


    La musica non è mai stata tanto presente

    Il paradosso contemporaneo è sorprendente.

    Non stiamo assistendo alla scomparsa della musica.

    Al contrario: ne consumiamo quantità gigantesche.

    Nel 2025 il mercato mondiale della musica registrata ha raggiunto 31,7 miliardi di dollari, crescendo per l’undicesimo anno consecutivo. Lo streaming rappresenta ormai quasi il 70% dei ricavi globali della musica registrata e gli account a pagamento hanno raggiunto 837 milioni. (IFPI)

    Anche il vivo corre.

    In Italia, secondo il Rapporto SIAE 2025, i concerti hanno superato per la prima volta 1,16 miliardi di euro di spesa al botteghino, con una crescita del 17,5% rispetto all’anno precedente. Sono diventati il principale motore economico dello spettacolo italiano. (SIAE)

    Dunque la musica interessa.

    Eccome se interessa.

    La ascoltiamo mentre guidiamo, corriamo, studiamo, cuciniamo, lavoriamo, ci innamoriamo e, in alcuni casi, tentiamo disperatamente di disinnamorarci scegliendo playlist che ottengono invariabilmente l’effetto opposto.

    La musica è ovunque.

    Ed è proprio qui che comincia il problema.

    Quando qualcosa diventa onnipresente, rischia di sembrarci priva di costo.


    Un tempo compravamo un disco. Oggi compriamo l’accesso all’universo

    C’è stato un cambiamento antropologico, prima ancora che economico.

    Per ascoltare un disco bisognava possederlo.

    Lo si sceglieva. Lo si comprava. Lo si portava a casa.

    Esisteva dunque una relazione abbastanza chiara tra l’oggetto musicale e il suo prezzo.

    Oggi paghiamo un abbonamento e davanti a noi appare una biblioteca sonora praticamente sconfinata.

    È una conquista straordinaria.

    Un adolescente può passare in pochi secondi da Billie Eilish a Miles Davis, da una sinfonia di Mahler a un rapper coreano, da Monteverdi a una band indipendente registrata ieri dall’altra parte del pianeta.

    Mai nella storia umana abbiamo avuto una simile disponibilità musicale.

    Ma l’abbondanza modifica la percezione del valore.

    Quando possediamo tutto, ogni singola cosa sembra costare meno.

    Lo streaming non è semplicemente un nuovo supporto, come furono il CD o il vinile. Ha trasformato la nostra idea stessa di possesso: non compriamo più l’opera, compriamo la possibilità permanente di raggiungerla.

    Spotify, nei propri dati relativi al 2025, dichiara di aver distribuito oltre 11 miliardi di dollari ai titolari dei diritti e sottolinea che il sistema non remunera attraverso una tariffa fissa “per ascolto”, ma mediante la quota di streaming maturata all’interno del monte royalties. La stessa piattaforma riferisce che oltre 81.000 artisti hanno generato almeno 10.000 dollari di royalties Spotify nel 2025. Sono dati della piattaforma stessa e, dunque, vanno letti come tali; mostrano però quanto complessa sia diventata l’economia che si nasconde dietro un gesto apparentemente innocuo come premere play. (loudandclear.byspotify.com)

    Il problema non consiste allora nel rimpiangere il negozio di dischi come se vi si fosse custodita l’ultima riserva morale dell’Occidente.

    Il problema è un altro:

    abbiamo separato sempre più nettamente l’esperienza dell’ascolto dalla percezione del lavoro necessario a produrla.


    Bach, Beyoncé e il medesimo problema

    A questo punto qualcuno potrebbe pensare che il discorso valga soprattutto per orchestre, teatri d’opera e musica cosiddetta colta.

    Sarebbe un errore.

    Una sinfonia di Mahler richiede un organico enorme e non può essere “ottimizzata” riducendo i professori d’orchestra senza modificarne la natura.

    Ma nemmeno un gruppo rock può andare in tournée sostituendo il batterista con mezzo batterista perché il prezzo del gasolio è aumentato.

    Ed ecco un vecchio problema economico che torna sorprendentemente moderno.

    Negli anni Sessanta gli economisti William Baumol e William Bowen descrissero quello che sarebbe diventato noto come “cost disease”, il morbo dei costi delle arti performative.

    Il concetto, semplificando, è geniale.

    Per costruire un’automobile oggi servono molte meno ore di lavoro rispetto a un secolo fa, grazie all’aumento della produttività.

    Ma per eseguire un quartetto di Beethoven servono ancora quattro musicisti e grosso modo lo stesso tempo che serviva nel 1826.

    Non possiamo eseguire Beethoven al 220% della velocità per aumentare la produttività. Tecnicamente potremmo. Probabilmente Beethoven verrebbe però a reclamarci personalmente dall’aldilà.

    La musica dal vivo resiste alla produttività industriale perché il suo tempo coincide con il nostro.

    E questo vale anche per una canzone.

    Tre minuti di musica richiedono tre minuti per essere ascoltati.

    Un concerto di due ore necessita ancora di due ore della vita dell’artista e del pubblico.

    La tecnologia può moltiplicare la distribuzione.

    Non può moltiplicare il tempo umano.

    Ed è proprio questa inefficienza, economicamente parlando, a costituire una parte della bellezza dell’esperienza musicale.


    Lo stadio pieno e il locale che chiude

    C’è poi un’altra contraddizione del nostro tempo.

    Vediamo stadi esauriti e concludiamo che la musica dal vivo goda ovunque di ottima salute.

    Ma osservare soltanto il vertice significa confondere la salute di alcuni grandi alberi con quella dell’intera foresta.

    Nel Regno Unito — uno dei mercati musicali più importanti al mondo — il Music Venue Trust ha rilevato che nel 2025 il 53% dei piccoli locali dedicati alla musica dal vivo non ha prodotto alcun profitto. Il margine medio del settore è stato appena del 2,5%; trenta locali hanno chiuso definitivamente e il comparto ha perso migliaia di posti di lavoro. (Music Venue Trust)

    Non è un dato italiano e non va importato meccanicamente nella nostra realtà.

    È però un avvertimento prezioso.

    Perché prima dello stadio esiste il locale da cento posti.

    Prima della tournée mondiale c’è spesso un concerto davanti a quaranta persone, tre delle quali sono amici del bassista e una è entrata soltanto perché fuori pioveva.

    Quella sera può sembrare irrilevante.

    Non lo è.

    I piccoli luoghi sono i laboratori nei quali gli artisti imparano il mestiere davanti a un pubblico vero.

    Si può imparare armonia in una scuola.

    Si può studiare tecnica in una stanza.

    Ma nessuna piattaforma può insegnare cosa succede quando una sala non reagisce, quando un pezzo non funziona, quando bisogna conquistare l’attenzione di qualcuno che non ha alcun obbligo di concedercela.

    Il pubblico fa parte della formazione del musicista.

    Anche quello distratto.

    Talvolta soprattutto quello distratto.

    ************

    La società ama il risultato e rimuove il processo

    Qui la musica diventa uno specchio di qualcosa di molto più vasto.

    La nostra società è innamorata dei risultati.

    Vediamo il calciatore quando segna, non gli allenamenti.

    Vediamo il romanzo pubblicato, non le pagine buttate.

    Vediamo il cantante sotto i riflettori, non gli anni nei quali cantava senza che nessuno lo chiamasse “artista”.

    Il successo contemporaneo viene rappresentato quasi sempre come un’apparizione.

    All’improvviso qualcuno “esplode”.

    “È diventato famoso.”

    “È arrivato.”

    Come se fino alla settimana precedente fosse stato conservato sottovuoto.

    La cultura digitale ha accentuato questa percezione perché mostra continuamente l’esito, molto raramente la durata che lo ha prodotto.

    E la musica soffre particolarmente di questa distorsione.

    Perché sembra facile quando è fatta bene.

    Il cantante che controlla perfettamente la voce sembra semplicemente aprire la bocca.

    Il pianista che possiede davvero un passaggio sembra quasi non muovere le mani.

    L’orchestra perfettamente insieme fa dimenticare che cento individui stanno prendendo cento decisioni simultanee.

    La qualità cancella le proprie tracce.

    È la sua grande eleganza.

    Ed economicamente, qualche volta, la sua condanna.


    Ma allora la cultura deve essere sovvenzionata per sempre?

    Arriviamo alla domanda che generalmente compare quando si parla di orchestre, teatri, festival, musica contemporanea:

    se il pubblico non basta a mantenerli, perché dovrebbe intervenire la collettività?

    Domanda legittima.

    La risposta non può essere: “perché è cultura”, pronunciato con la stessa solennità con cui un cardinale mostrerebbe una reliquia.

    La cultura non deve diventare l’alibi dietro cui nascondere cattiva amministrazione, programmazioni pigre o istituzioni incapaci di parlare al proprio tempo.

    Il finanziamento pubblico comporta responsabilità.

    Trasparenza.

    Accessibilità.

    Educazione.

    Capacità di costruire pubblico.

    Ma esiste contemporaneamente un equivoco da smontare: non tutto ciò che produce valore sociale è in grado di trasformarlo integralmente in ricavo commerciale.

    Una biblioteca non è inutile perché presta gratuitamente i libri.

    Una scuola non è fallimentare perché il profitto annuale degli studenti non appare nel suo bilancio.

    Un parco pubblico non deve vendere abbastanza alberi per giustificare la propria esistenza.

    Il mercato misura alcune forme di valore.

    Non tutte.

    La musica produce istruzione, identità, aggregazione, memoria, turismo, lavoro, reputazione culturale, benessere urbano, appartenenza.

    E produce qualcosa di ancora più difficile da mettere in Excel:

    occasioni in cui degli sconosciuti provano qualcosa insieme.

    Non è pochissimo.

    Nella società più individualizzata della storia, potrebbe persino essere una necessità.

    ***********

    Dal concerto di Taylor Swift alla banda del paese

    È qui che dobbiamo abbandonare definitivamente la vecchia gerarchia tra musica “alta” e musica “bassa”.

    Il valore sociale della musica non risiede soltanto nella complessità della partitura.

    Uno stadio che canta insieme una canzone pop, una piccola jazz band in un club, un coro amatoriale, una banda durante una processione, un’orchestra sinfonica che affronta Bruckner stanno facendo cose musicalmente diversissime.

    Ma condividono un gesto fondamentale.

    Stanno costruendo tempo comune.

    Ed è forse questo che continuiamo a comprare quando acquistiamo un biglietto.

    Non soltanto suono.

    Presenza.

    Il disco è ripetibile.

    Il concerto no.

    Possiamo ascoltare cento registrazioni dello stesso brano, ma quella sera, in quella sala, con quelle persone, quella precisa esecuzione esisterà una sola volta.

    È una merce stranissima.

    Nel momento stesso in cui viene prodotta, comincia a scomparire.


    Quanto dovrebbe costare, allora, una canzone?

    Non esiste una risposta semplice.

    E diffiderei da chi ne possiede una.

    I biglietti devono rimanere accessibili.

    Gli artisti devono essere remunerati.

    I tecnici devono vivere.

    Le istituzioni devono essere sostenibili.

    I locali devono poter restare aperti.

    Gli autori devono ricevere i diritti.

    Il pubblico non può essere considerato un bancomat emotivo al quale aumentare continuamente il prezzo perché “tanto ama l’artista”.

    È un equilibrio delicatissimo.

    Ma almeno possiamo cominciare modificando una domanda.

    Quando diciamo:

    “Perché costa tanto?”

    dovremmo imparare anche a domandare:

    “Quante persone e quanto tempo ci sono dietro ciò che sto pagando?”

    Non significa accettare qualsiasi prezzo.

    Significa recuperare la relazione tra prezzo e lavoro.

    Un rapporto che l’economia digitale ha reso sempre meno visibile.


    L’ultima nota

    Alla fine del concerto il direttore abbassa le braccia.

    Oppure il cantante lascia cadere il microfono lungo il fianco.

    Le luci rimangono ferme.

    Per un istante accade qualcosa di curioso.

    La musica è finita, ma il pubblico non applaude ancora.

    Esiste un brevissimo spazio tra l’ultima vibrazione e il rumore delle mani.

    È forse il momento più prezioso di tutta la serata.

    Cento musicisti possono aver lavorato per settimane.

    Una band può aver attraversato mezza Europa.

    Un cantante può aver impiegato anni per arrivare su quel palco.

    Tecnici e maestranze possono aver lavorato dalla mattina.

    E tutto quel lavoro ha prodotto qualcosa che non possiamo conservare.

    Domani il palco sarà vuoto.

    La sala verrà pulita.

    Gli strumenti torneranno nelle custodie.

    L’orchestra dovrà ricominciare.

    La band dovrà rimontare tutto altrove.

    Perché la musica possiede una crudeltà meravigliosa:

    per continuare a vivere deve continuamente morire.

    Forse abbiamo quindi sbagliato domanda.

    Continuiamo a domandarci quanto costi la musica.

    Molto.

    In denaro, disciplina, studio, rinunce, infrastrutture, tentativi falliti, chilometri, prove, notti.

    Ma esiste una domanda assai più seria.

    Quanto ci costerebbe una società nella quale nessuno avesse più il tempo, i mezzi o il coraggio di fare tutto questo?

    Una società piena di cuffie, piattaforme e altoparlanti, ma senza nuovi musicisti da ascoltare.

    Una società capace di consumare musica ventiquattr’ore al giorno e incapace di permettere a chi la crea di vivere.

    Sarebbe il paradosso perfetto del nostro tempo:

    avere tutta la musica del mondo e aver dimenticato che, da qualche parte, qualcuno deve ancora farla.


    MINI BOX IRONICO

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