Quando il cielo chiama ciascuno per nome

Mozart e Verdi nel Dies irae: due modi di guardare l’uomo davanti all’ultima paura

di Marialuisa Veneziano


Prima che inizi la musica

Anche questa domenica la strada ce la indica una nostra lettrice.

La proposta, in apparenza, è semplice: mettere l’uno accanto all’altro due Dies irae, quello del Requiem di Mozart e quello della Messa da Requiem di Verdi.

Stesse parole.

Stessa antica minaccia.

Lo stesso giorno terribile nel quale, secondo il testo della sequenza, il mondo tremerà, i sepolcri si apriranno, ogni cosa nascosta sarà portata alla luce e l’uomo non potrà più fingere di non sapere.

Eppure basta ascoltare pochi secondi dell’uno e dell’altro per accorgersi che non stiamo semplicemente confrontando due compositori.

Stiamo ascoltando due epoche che hanno imparato ad avere paura in modo diverso.

Fra Mozart e Verdi passano poco più di ottant’anni.

Nella storia dell’universo non sono nulla.

Nella storia dell’uomo sono un abisso.

È cambiata l’orchestra, è cambiato il teatro, è cambiato il modo di pensare la forma, è cambiato persino il rapporto fra individuo e destino.

E così, quando quelle due parole antiche — Dies irae — arrivano nelle mani di Mozart, diventano una cosa.

Quando arrivano nelle mani di Verdi, diventano un’altra.

Ma in fondo, sotto gli archi, i timpani, gli ottoni, i cori, sotto il Settecento e l’Ottocento, sotto Vienna e Milano, c’è sempre la stessa creatura.

Un uomo che sa di dover morire.

E che, per quanto abbia studiato, creduto, amato, combattuto, guadagnato o perduto, davanti a quella conoscenza torna improvvisamente piccolo.

Forse è da lì che dobbiamo cominciare.

Non dal giudizio.

Dall’uomo.


C’è un giorno che nessuno vorrebbe vedere

Il testo del Dies irae appartiene alla grande tradizione della liturgia dei defunti. Non parla con prudenza.

Non consola subito.

Non accarezza.

Annuncia.

Verrà un giorno d’ira.

La terra tremerà.

La tromba chiamerà i morti.

Un libro verrà aperto.

E in quel libro, ci viene detto, sarà contenuto tutto.

Tutto.

Le parole dette.

Quelle trattenute.

Il bene compiuto quando nessuno guardava.

Il male nascosto così bene che, a un certo punto, avevamo finito quasi per nasconderlo anche a noi stessi.

È forse questo l’aspetto più terribile del Dies irae.

Non la morte.

L’impossibilità di nascondersi.

Da vivi trascorriamo una quantità sorprendente di tempo a costruirci ripari.

Un ruolo.

Una reputazione.

Una casa.

Una carriera.

Perfino una certa idea di noi stessi.

Poi arriva questo testo medievale e, con pochissima delicatezza, ci dice che esiste un punto nel quale tutto ciò non servirà più.

Mozart lo mette in musica nel 1791.

Verdi nel 1874.

E nessuno dei due prova ad addolcirlo.


Mozart

La morte non ha bisogno di gridare per essere inevitabile

Ascolta la sequenza completa “Dies Irae” di W.A. Mozart (Clicca sulla freccia nera per aprire l’ascolto)

Quando comincia il Dies irae di Mozart, non abbiamo neppure il tempo di prepararci.

Il coro entra.

Gli archi si precipitano in avanti.

Le trombe e i timpani imprimono alla pagina una forza terribile, ma ciò che mi colpisce di più, ogni volta che la ascolto, non è la violenza.

È l’ordine.

Tutto è al proprio posto.

Le voci.

Gli accenti.

Il ritmo.

Le frasi.

Persino l’angoscia sembra conoscere perfettamente la strada che deve percorrere.

Ed è questo, forse, ciò che rende Mozart così inquietante.

Il mondo può crollare.

La musica no.

Non c’è isteria.

Non c’è una creatura che perde il controllo.

C’è qualcosa di molto più spaventoso:

una legge che continua a funzionare.


Il giudizio arriva dall’alto

Il Dies irae mozartiano è in re minore, tonalità che il compositore aveva già rivestito, in altri luoghi della propria musica, di un’ombra particolare. Ma non basta dire “re minore” per spiegare ciò che accade.

È il modo in cui quella tonalità viene messa in movimento a trasformarla in necessità.

Gli archi non respirano quasi mai.

La loro corsa crea una tensione ininterrotta.

Il coro non entra come un insieme di individui che implorano.

Entra come una voce collettiva.

Ed è qui che Mozart compie qualcosa di terribile.

Ci toglie, almeno per un momento, il privilegio dell’individualità.

Davanti al giudizio non siamo più quello che siamo riusciti a diventare nel mondo.

Non siamo il nostro titolo.

Non siamo il nostro mestiere.

Non siamo la persona importante che qualcuno saluta con rispetto.

Non siamo nemmeno il dolore speciale che crediamo nessun altro possa comprendere.

Siamo esseri umani.

Tutti.

E la sentenza, se deve arrivare, non conosce eccezioni.


🎧 Ascolta questo

Prova a seguire il coro senza separare le voci.

Non cercare soprani, contralti, tenori, bassi.

Ascolta una sola massa umana.

È come se centinaia di persone pronunciassero contemporaneamente una verità che nessuna di loro può evitare.

Ed ecco il paradosso:

più le voci diventano una sola voce, più sentiamo la solitudine dell’uomo.

Perché davanti alla morte possiamo essere milioni.

Ma ciascuno muore da sé.


E Mozart?

Qui comincia una tentazione alla quale dobbiamo resistere.

Sappiamo che Mozart sta componendo il Requiem nell’ultimo anno della propria vita.

Sappiamo che non riuscirà a terminarlo.

Sappiamo che morirà a trentacinque anni.

E allora vorremmo infilare questa conoscenza dentro ogni battuta.

Vorremmo immaginare il compositore pallido, consapevole della fine, quasi intento a scrivere la propria messa funebre.

La leggenda è bellissima.

E proprio per questo bisogna diffidarne.

Non sappiamo fino a che punto Mozart pensasse alla propria morte mentre scriveva il Dies irae.

La musica non ci autorizza a trasformare ogni nota in confessione autobiografica.

Ma c’è una cosa che non possiamo impedire al nostro ascolto.

Noi sappiamo come finì quella storia.

E dunque, quando oggi sentiamo quell’uomo mettere in musica la fine del mondo, non possiamo dimenticare che di lì a poco il suo mondo sarebbe finito davvero.

Non cambia ciò che Mozart ha scritto.

Cambia noi.


Il dolore più grande non è sempre quello che urla

Mozart non ci trascina per il bavero.

Non ci supplica di commuoverci.

E forse proprio per questo ci commuove.

C’è una forma di dolore che, dopo essere stata attraversata abbastanza a lungo, smette di gesticolare.

Diventa quasi composta.

Chi ha visto qualcuno soffrire davvero lo sa.

A volte arriva un momento nel quale non ci sono più grandi parole.

La stanza è in ordine.

Le persone parlano sottovoce.

Qualcuno sistema un bicchiere sul comodino.

Qualcun altro guarda l’orologio senza sapere perché.

E intanto sta accadendo qualcosa di immenso.

Mozart mi sembra terribile proprio così.

Non perde mai la forma mentre ci parla della fine di ogni forma.


Poi viene Verdi

E qui conviene quasi cambiare stanza.

Perché il Dies irae di Verdi non entra nello stesso mondo.

Lo sfonda.

Nel 1873 è morto Alessandro Manzoni.

Verdi lo ammira con una devozione che va molto oltre il rapporto fra due grandi uomini di cultura. In Manzoni riconosce una statura morale, una figura nella quale l’arte e l’idea stessa di responsabilità sembrano essersi incontrate.

E per quell’uomo morto decide di scrivere una Messa da Requiem.

La prima esecuzione avviene il 22 maggio 1874, nel primo anniversario della morte di Manzoni.

Questo dettaglio dovrebbe già dirci qualcosa.

Dietro il Requiem di Verdi non c’è un’astrazione.

C’è un’assenza.

Una persona c’era.

Poi non c’è più.

Tutto il resto comincia da qui.


Verdi

Quando l’uomo non riesce più a guardare il giudizio da lontano

Ascolta il Dies Irae di G. Verdi (Clicca sulla freccia nera per far comparire l’ascolto)

Il Dies irae verdiano esplode.

Non c’è altro verbo.

L’orchestra non accompagna il terrore.

Lo produce.

Le corde precipitano.

Gli ottoni spalancano una voragine.

La grancassa arriva come qualcosa che non si limita a essere udito: ci colpisce fisicamente.

Il coro non sembra annunciare il giudizio.

Sembra essere stato sorpreso dal giudizio.

Ed è questa, per me, la differenza decisiva.

Mozart costruisce una legge davanti all’uomo.

Verdi mette l’uomo dentro la legge.

In Mozart possiamo ancora guardare.

In Verdi veniamo investiti.


Verdi conosce il teatro. Ma qui il teatro non mente.

È stato detto infinite volte che il Requiem di Verdi è “teatrale”.

Come se fosse un’accusa.

Come se un uomo che aveva trascorso la vita a comprendere la paura, il rimorso, la colpa, la supplica, l’amore e la morte sulla scena dovesse improvvisamente dimenticare tutto ciò entrando in chiesa.

Fortunatamente non lo fa.

Porta con sé ciò che sa dell’essere umano.

E Verdi sa una cosa che il teatro gli ha insegnato meglio di molti trattati:

gli uomini non affrontano la morte come concetti.

La affrontano come corpi.

Tremano.

Gridano.

Tacciono.

Negano.

Pregano quando fino al giorno prima non sapevano pregare.

Domandano ancora cinque minuti a una vita che avevano passato metà del tempo a lamentarsi di possedere.

È questo uomo che Verdi porta nel Dies irae.

Non un eroe.

Non un santo già certo della propria salvezza.

Un uomo.

E basta.


Il terrore ritorna

La grande intuizione di Verdi è che il Dies irae non accade una volta sola.

Ritorna.

Come una minaccia che credevamo di aver allontanato.

È una delle cose che trovo più vere dell’intera partitura.

Perché le grandi paure raramente funzionano in linea retta.

Non ci terrorizzano una volta e poi se ne vanno educatamente.

Scompaiono.

Ci lasciano respirare.

Ci fanno credere che abbiamo imparato a dominarle.

Poi, magari mentre stiamo facendo qualcosa di normalissimo, tornano.

Una parola.

Un suono.

Una sera.

Un odore.

E improvvisamente siamo di nuovo lì.

Verdi fa esattamente questo con il suo materiale musicale.

Ci concede altre parole.

Altri episodi.

Altre suppliche.

Poi il Dies irae torna.

E noi lo riconosciamo.

Forse è proprio il riconoscimento a renderlo ancora più terribile.


🎧 Ascolta questo

Dopo aver ascoltato l’attacco del Dies irae verdiano, fermati.

Aspetta qualche secondo.

Poi fallo ripartire.

Osserva cosa accade prima ancora che il coro cominci.

Il corpo lo sa.

Ha memoria.

Ha già capito che cosa sta arrivando.

Questa è una delle grandi differenze fra udire e ascoltare.

L’orecchio sente il suono. La memoria sente ciò che il suono porta con sé.


Due Dies irae

E nessun vincitore

Mettere Mozart e Verdi a confronto non significa organizzare una gara fra capolavori.

Sarebbe un modo molto piccolo di guardare due cose tanto grandi.

Il confronto serve a comprendere ciò che ognuno rivela dell’altro.

Con Mozart il terrore possiede una geometria.

Con Verdi possiede un corpo.

Mozart ci mette davanti all’inevitabile.

Verdi ci mette davanti al momento in cui comprendiamo che l’inevitabile riguarda noi.

Mozart dice:

Il giorno verrà.

Verdi sembra rispondere:

È arrivato.

E fra quelle due frasi passa quasi un secolo di storia della coscienza europea.


Mozart ordina il dolore. Verdi lo lascia entrare.

Nel Dies irae mozartiano la forma contiene l’emozione.

Nel verdiano l’emozione continua a premere contro i margini della forma, quasi volesse romperli.

Non significa che Mozart senta meno.

E non significa che Verdi sia meno controllato.

Significa che la loro idea dell’espressione è diversa.

Mozart sembra ancora appartenere a un universo nel quale l’uomo, pur tremando, può contemplare un ordine che lo supera.

Verdi appartiene a un mondo nel quale l’uomo è diventato così centrale da non poter più evitare di domandarsi:

«E io?»

Non soltanto:

che cosa accadrà?

Ma:

che cosa accadrà a me?


Ed eccoci a Manzoni

Forse non è casuale che dietro il Requiem verdiano ci sia proprio lui.

Manzoni aveva trascorso pagine intere a raccontare grandi eventi attraverso piccolissimi esseri umani.

La guerra.

La carestia.

La peste.

La violenza del potere.

Potrebbero schiacciare tutto.

E invece lo scrittore continua a fermarsi su un volto.

Su una madre.

Su una ragazza spaventata.

Su un uomo che ha fatto il male e, una notte, scopre di non riuscire più a vivere dentro il male che ha fatto.

Su un’altra madre ancora che porta in braccio la propria bambina morta.

La grande storia procede.

Ma Manzoni ci costringe sempre a ricordare chi la paga.

Verdi fa qualcosa di simile.

Potrebbe rappresentare il Giudizio Universale.

E certamente lo fa.

Ma, sotto il fragore del mondo che crolla, ciò che veramente ascoltiamo è un essere umano che trema.

Forse è questo il Requiem che Manzoni avrebbe riconosciuto.

Non perché Verdi ne traduca la fede.

Ma perché ne condivide la pietà per l’uomo.


Una madre, una bara, un giudizio universale

Ci sono momenti nei quali la filosofia usa parole troppo grandi.

Morte.

Eternità.

Destino.

Salvezza.

E rischia di dimenticare che, nella vita vera, queste parole arrivano quasi sempre in forme molto più piccole.

Una sedia vuota.

Un numero che non chiameremo più.

Una giacca rimasta nell’armadio.

Una fotografia che un giorno guardavamo distrattamente e che improvvisamente non riusciamo più a guardare senza sentire qualcosa stringersi.

È lì che Mozart e Verdi tornano a incontrarsi.

Non nel fragore.

Nella perdita.

Perché qualunque cosa pensiamo dell’aldilà, della fede, del giudizio o dell’eternità, c’è un’esperienza che precede ogni dottrina:

qualcuno c’era.

E poi non c’è più.


La vera differenza forse è qui

Mozart guarda la morte come una soglia che appartiene ancora a un ordine.

Verdi la guarda come una ferita che attraversa l’uomo.

Il primo ci fa sentire piccoli davanti all’universo.

Il secondo ci fa sentire terribilmente soli dentro noi stessi.

Eppure nessuno dei due si ferma alla disperazione.

Perché entrambi fanno qualcosa che, se ci pensiamo, ha quasi dell’impossibile.

Prendono la paura della morte e la trasformano in musica.

Le danno un ritmo.

Un’altezza.

Una durata.

Una forma.

Ciò che nella vita arriva come caos, nell’arte diventa ascoltabile.

Non viene risolto.

Ma può essere condiviso.

Ed esistono dolori per i quali, a volte, essere condivisi è già una forma di misericordia.


La nota che resta

Forse noi non abbiamo paura della morte soltanto perché ignoriamo che cosa ci sia dopo.

Abbiamo paura perché sappiamo perfettamente che cosa c’è prima.

Una vita.

Persone.

Volti.

Case.

Mattine senza importanza che un giorno scopriremo essere state felicità.

Una voce che ci chiamava da un’altra stanza.

Una mano posata sulla nostra.

Un’abitudine che ci infastidiva e che daremmo qualunque cosa per poter sopportare ancora una volta.

E allora forse il Dies irae non parla soltanto dell’ira di Dio.

Parla anche dello scandalo umano di dover lasciare ciò che abbiamo imparato ad amare.

Mozart lo guarda con la severità di una legge.

Verdi con la disperazione di chi quella legge la sente cadere sul proprio corpo.

Noi, due secoli dopo, stiamo in mezzo.

E ascoltiamo.

Forse con meno certezze.

Forse con più domande.

Ma con la stessa fragile ostinazione a desiderare che ciò che amiamo non finisca.


Non temiamo la morte perché abbiamo amato troppo poco la vita.
La temiamo perché, almeno una volta, la vita ci è sembrata così bella da desiderare che non finisse mai.


🔎 Una cosa da sapere

Nel Requiem di Mozart il Dies irae è un numero breve, violentissimo e concentrato: una folgorazione.

Nel Requiem di Verdi il testo della Sequenza si apre invece in una vasta architettura drammatica; il materiale del Dies irae torna più volte, interrompendo, minacciando, ricordando.

Ed è quasi una dichiarazione poetica.

Mozart annuncia.

Verdi ricorda.

Il primo ci mostra il giorno dell’ira.

Il secondo ci impedisce di dimenticare che quel giorno esiste.


🎧 Un ultimo ascolto

Ascolta ancora una volta Mozart.

Soltanto l’inizio.

Poi Verdi.

Soltanto l’inizio.

Non confrontare il volume.

Non confrontare la velocità.

Non domandarti quale dei due ti emozioni di più.

Chiediti soltanto:

dove sono io, mentre questa musica accade?

Con Mozart forse ti sentirai davanti a qualcosa.

Con Verdi forse sentirai qualcosa caderti addosso.

Ed ecco che due Dies irae diventano qualcosa di più di due pagine di storia della musica.

Diventano due specchi.

E, come tutti gli specchi veri, non servono a mostrarci soltanto ciò che abbiamo davanti.

Servono a mostrarci chi siamo mentre guardiamo.


Portalo con te

Quando l’ultimo accordo sarà terminato, prova a non cercare subito un’altra musica.

Rimani qualche secondo nel silenzio.

È un gesto piccolo.

Quasi niente.

Ma forse proprio in quel niente capiremo ciò che Mozart e Verdi hanno fatto.

Hanno parlato della morte.

Eppure, mentre li ascoltavamo, eravamo vivi.

Respiravamo.

Ricordavamo qualcuno.

Pensavamo a qualcosa che amiamo.

Forse avevamo paura.

E allora la musica ha compiuto il suo paradosso più grande.

Parlandoci della fine,

ci ha ricordato quanto siamo ancora qui.



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