Reperto n°001 – Il rumore delle mani

Ah, finalmente! Siete arrivati.

Vi aspettavo dal 2026! Devo confessarvi che cominciavo a dubitare della vostra puntualità. Vi aspettavo dal 2026 e cento anni, converrete, costituiscono un ritardo che perfino la più indulgente delle persone faticherebbe a perdonare.

Ma lasciamo perdere. Il tempo è già sufficientemente complicato senza che si pretenda anche di rimproverarlo.

Mi presento: sono il Cavaliere Aurelio di Valbruma, conservatore di questo museo e, per una disposizione del Consiglio Direttivo che continuo a considerare alquanto imprudente, responsabile della vostra visita.

Siamo nell’anno 2126.

Voi provenite da un secolo che i nostri storici hanno studiato con grande attenzione e, temo, con qualche imperdonabile fraintendimento.

È proprio per questa ragione che vi ho invitati.

Non per mostrarvi quanto sappiamo della vostra civiltà, ma per chiedervi aiuto su alcune cose che, pur avendo riempito intere biblioteche, non siamo ancora riusciti a comprendere.

Seguitemi, dunque.

E abbiate la bontà di non toccare le teche. Gli oggetti sono antichi, i cristalli costosi e la pazienza dell’amministrazione assai meno resistente degli uni e degli altri.

Prima di cominciare, desidero tuttavia mettervi in guardia da una circostanza.

In questo museo tutte le didascalie sono scritte a matita.

È una mia disposizione.

I colleghi più giovani la giudicano un’eccentricità. Io preferisco considerarla una precauzione contro la presunzione umana.

Vedete, la storia ci insegna che un documento può essere autentico, una data esatta e una testimonianza perfettamente conservata, senza che per questo la nostra interpretazione sia necessariamente corretta.

Gli uomini hanno inventato mezzi straordinari per conservare il passato. Assai meno per evitare di fraintenderlo.

E ora, se non avete obiezioni, possiamo inaugurare la prima sala.


Non cercate il violino alla vostra destra. Neppure quel magnifico manoscritto, che avremo occasione di ammirare un’altra volta.

Guardate piuttosto la piccola teca al centro.

Vi sembra vuota?

Benissimo. È la prima osservazione intelligente della mattinata.

Dentro non custodiamo un oggetto da guardare, ma qualcosa che un tempo si poteva soltanto ascoltare.

Un piccolo frammento del vostro mondo.

Vi prego di avvicinarvi.

Ebbene, signori miei, adesso non voglio darvi spiegazioni.

Voglio che ascoltiate.

Avete sentito?

Un crepitio, dapprima indistinto, poi un insieme di colpi ravvicinati che si sovrappongono, si inseguono e finiscono per costruire una massa sonora.

Niente melodia riconoscibile. Nessuna progressione armonica. Nessuna partitura.

Soltanto mani.

Mani umane.

Confesso che, la prima volta che esaminai questo reperto, rimasi alquanto perplesso.

I nostri archivisti avevano compilato una scheda impeccabile. Secondo i documenti, gli uomini producevano questo suono per manifestare il proprio apprezzamento dopo un’esecuzione musicale.

La spiegazione pareva sufficiente.

Poi mi venne un dubbio.

Per quale ragione una civiltà che aveva dedicato secoli a organizzare il suono celebrava le proprie più alte esperienze musicali attraverso un rumore che nessuno aveva composto?

Mi direte che si trattava di un ringraziamento.

Certamente.

Ma perché proprio battere le mani?

Perché non rimanere in silenzio? Perché non esprimere la propria riconoscenza a parole?

E, soprattutto, perché quel gesto poteva assumere significati tanto diversi da suscitare, secondo le circostanze, gioia, gratitudine, imbarazzo o indignazione?

Ah, vedo che qualcuno sorride.

Aspettate a farlo.

Devo mostrarvi un documento che potrebbe mettere in difficoltà alcune delle vostre certezze musicali.

Proviene da Parigi.

È datato 3 luglio 1778.

E porta la firma di un giovane compositore che, a quanto mi risulta, continua a godere di una certa considerazione.

Wolfgang Amadeus Mozart.

Il nostro musicista aveva da poco presentato al Concert Spirituel una nuova sinfonia in re maggiore, oggi catalogata come K. 297 e conosciuta con il soprannome di Parigi.

Vi chiedo di immaginare la sala.

È il 18 giugno 1778.

Mozart, ventidue anni appena, conosce le aspettative degli ascoltatori francesi. Sa che amano la brillantezza orchestrale, i contrasti, le grandi affermazioni sonore.

E dispone di un’orchestra particolarmente ricca, con flauti, oboi, clarinetti, fagotti, corni, trombe, timpani e archi.

Potrebbe accontentarsi di impressionare il pubblico con l’imponenza dell’organico.

Ma Mozart, come spesso accade ai compositori veramente grandi, possiede un’arte ancora più sottile: sa governare l’attesa.

Nel movimento finale decide di sorprendere gli ascoltatori.

I parigini erano abituati a sentire gli ultimi Allegri iniziare con un attacco energico dell’orchestra.

Egli fa esattamente il contrario.

Comincia con le sole parti dei violini, piano, per otto battute.

La sala si prepara a un’esplosione sonora e si trova invece davanti a qualcosa di tenue.

Gli spettatori si richiamano al silenzio.

Poi irrompe il forte.

E il pubblico applaude.

Durante la musica!

Sì, avete compreso perfettamente.

Durante.

Nella lettera al padre Leopold, Mozart racconta con autentica soddisfazione che quel contrasto aveva prodotto proprio la reazione da lui prevista.

Non vi fu, da parte sua, alcuna lamentela per l’interruzione.

Al contrario: era felice.

E sapete quale fu una delle sue prime occupazioni dopo il concerto?

Andare al Palais-Royal a mangiare un gelato.

Trovo questo particolare delizioso. Ci ricorda che perfino i giganti della storia musicale, una volta deposta la corona che i posteri hanno voluto sistemare sulla loro testa, conservano qualche rassicurante somiglianza con il resto dell’umanità.

Ma torniamo agli applausi.

Quello che Mozart racconta ci conduce davanti a un problema assai più interessante della semplice educazione del pubblico.

Le regole dell’ascolto musicale non sono immutabili. Hanno una storia.

Nel corso dei secoli, la relazione fra esecutori e spettatori ha conosciuto trasformazioni profonde.

In numerosi contesti settecenteschi il pubblico poteva partecipare apertamente all’esecuzione, manifestare entusiasmo e reagire ai passaggi particolarmente efficaci.

Non per questo mancava necessariamente di attenzione.

Più tardi, soprattutto nell’Ottocento, si affermò progressivamente in molti ambienti concertistici una concezione diversa.

L’opera musicale cominciò a essere considerata sempre più come un organismo artistico da seguire nella sua integrità.

La concentrazione silenziosa acquistò un valore estetico particolare.

Ascoltare divenne anche imparare a tacere.

E, intendiamoci, questa fu una conquista importante.

Vi sono pause che possiedono una funzione strutturale, tensioni armoniche che esigono concentrazione, conclusioni nelle quali il silenzio è ancora parte dell’esperienza musicale.

Ma sarebbe imprudente trasformare una consuetudine storica in una legge eterna.

Vi prego quindi di considerare una piccola provocazione.

Se Mozart fosse tornato in una sala da concerto del XXI secolo e avesse udito il pubblico rimanere rigorosamente immobile davanti a quel passaggio della sua Sinfonia Parigi, avrebbe interpretato quel silenzio come un trionfo della buona educazione?

Oppure si sarebbe domandato dove fosse finito l’entusiasmo?

Non possiamo saperlo.

Ed è molto meglio ammetterlo che mettere in bocca a un morto opinioni che non ha mai espresso.

Ora, però, vorrei condurvi a un’altra scoperta.

Ascoltate ancora il nostro reperto.

Notate come i colpi sembrino appartenere inizialmente a ritmi individuali?

Ebbene, in certi applausi accade una cosa sorprendente.

La folla comincia a sincronizzarsi.

Le mani trovano progressivamente un battito comune.

Nel 2000, il fisico Zoltán Néda e alcuni collaboratori studiarono questo fenomeno, mostrando come un applauso disordinato possa trasformarsi temporaneamente in una pulsazione collettiva per poi perdere nuovamente la propria regolarità.

Non è necessario che qualcuno diriga.

Non occorre una partitura.

Il ritmo emerge dall’interazione fra gli individui.

Voi comprendete il paradosso?

Per tutta la durata del concerto, decine di musicisti hanno seguito un’organizzazione temporale comune.

Poi gli strumenti tacciono.

E gli ascoltatori, che fino a quel momento erano rimasti seduti, possono diventare essi stessi produttori di un suono collettivo.

Attenzione: non voglio sostenere che un applauso sia una sinfonia. Sarebbe una conclusione assai ardita, e per di più ingiusta nei confronti delle sinfonie.

Ma possiamo riconoscervi qualcosa di profondamente umano.

Il desiderio, talvolta, di condividere anche fisicamente un’esperienza appena vissuta.

Perché una musica, signori miei, non termina sempre nel momento in cui termina il suono.

Può continuare nella memoria, nel corpo, nelle emozioni, nelle parole che pronunceremo uscendo dal teatro.

Un’esecuzione è un incontro irripetibile.

Anche se la stessa orchestra suonasse domani la medesima partitura, davanti agli stessi spettatori, qualcosa sarebbe inevitabilmente cambiato.

Saremmo cambiati noi.

Ed è forse per questo che quel battito di mani mi interessa tanto.

Non perché rappresenti sempre un sentimento autentico. La storia conosce anche gli applausi di convenienza e quelli organizzati.

Ma perché, nelle sue manifestazioni più sincere, può diventare il gesto attraverso cui gli ascoltatori riconoscono pubblicamente qualcosa che hanno vissuto insieme.

La musica apparteneva a tutti.

L’emozione, a ciascuno.

L’applauso permetteva, almeno per qualche istante, di dare una voce comune a esperienze differenti.

E questo, vi assicuro, è molto più interessante di quanto suggerisca la nostra prima didascalia.

Ma prima di correggerla, desidero proporvi… un piccolo esperimento!


Ascoltiamo insieme il finale della Sinfonia n°31 in re maggiore, K. 297 “Parigi” di Mozart.

Concentratevi sull’inizio del terzo movimento, il finale.

Ascoltate le prime otto battute affidate ai violini e il forte che le segue.

Poi immaginate di essere nella sala parigina del 1778.

Se foste stati presenti, avreste applaudito anche voi?

Oppure sareste rimasti in silenzio?

Non rispondete immediatamente.

Qualche volta una buona domanda merita di sopravvivere alla risposta.


Ebbene, miei cari visitatori, credo sia giunto il momento di tornare alla nostra teca.

Devo correggere qualcosa.

Prendo la matita.

La scheda originaria definiva il reperto una manifestazione sonora di approvazione.

Non era una definizione falsa.

Era semplicemente insufficiente.

L’applauso poteva certamente esprimere approvazione. Ma poteva essere anche gratitudine, richiesta di un bis, manifestazione di appartenenza, comportamento convenzionale, partecipazione collettiva.

La sua storia ci ha insegnato che non possiamo ridurlo a una sola funzione.

E, se me lo consentite, aggiungerei una considerazione di carattere più personale.

Quando una musica finisce, non tutto ciò che ha prodotto finisce con lei.

Talvolta rimane una commozione difficile da spiegare.

Talvolta il desiderio di ascoltarla ancora.

Talvolta il semplice bisogno di far sapere a chi l’ha eseguita che, dall’altra parte della sala, qualcuno era presente e ha accolto ciò che gli veniva offerto.

Così, mentre voi osservate, cancello la vecchia classificazione.

E ne scrivo un’altra.

Molto meglio.

Non perfetta, naturalmente.

Le definizioni perfette appartengono a una categoria di oggetti che non abbiamo ancora avuto la fortuna di trovare.

Ora, prima che vi congedi, permettetemi una domanda.

Voi che provenite dal 2026 e avete conosciuto direttamente il mondo di cui custodiamo le testimonianze, potreste aiutarmi a comprendere una questione?

Vi è mai capitato, alla fine di un concerto, di non applaudire immediatamente perché desideravate che quel silenzio durasse ancora un poco?

Quando applaudivate alla fine di un concerto, lo facevate per ringraziare gli artisti oppure perchè sentivate il bisogno di prolungare, in qualche modo, ciò che avevate appena ascoltato?

Mi piacerebbe conoscere le vostre risposte.

Non per aggiungerle a qualche statistica, ma perché la storia, per quanto accuratamente studiata, non riesce sempre a conservare ciò che un essere umano ha provato.

E il nostro museo, se desidera essere degno di questo nome, deve imparare ad ascoltare anche coloro che non compaiono nei libri.

La visita è terminata.

Vi ringrazio della pazienza, della compagnia e soprattutto di non aver applaudito alla mia presentazione.

Fra quindici giorni apriremo un’altra teca.

Quanto al prossimo reperto, temo di non poter anticipare nulla. Esistono cose che perdono gran parte del loro fascino quando vengono spiegate prima di essere incontrate.

Vi auguro dunque buon ritorno nel vostro secolo.

E, mi raccomando, non trascurate le cose che vi sembrano ordinarie.

Potrebbero essere proprio quelle che, un giorno, qualcuno verrà a cercare nei nostri musei.



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