“Ascoltateci”: Geppetto, Pinocchio e la musica difficile tra genitori e figli

Nel bicentenario di Collodi, mentre i ragazzi tornano nelle piazze e chiedono agli adulti di essere ascoltati, Pinocchio ci pone una domanda sorprendentemente contemporanea: educare significa insegnare a un figlio la nostra melodia o aiutarlo a trovare la propria? Da Fiorenzo Carpi a Lucio Dalla e Rossini, da Mozart ai Bach e a Clara Wieck, viaggio musicologico nel contrappunto più difficile di tutti: quello fra le generazioni.

di Marialuisa Veneziano


27 ottobre 2026

Sabato 24 ottobre, in piazza IV Novembre a Perugia, fra gli studenti delle scuole superiori compariva un cartello di poche parole.

«Ascoltateci, non ignorateci».

Non era certamente una frase destinata a entrare nei manuali di retorica. Non possedeva l’eleganza dei grandi manifesti politici del Novecento, né pretendeva di averla. Era quasi elementare.

Forse proprio per questo disturbava.

Perché chiedeva una cosa molto più difficile del consenso.

Chiedeva ascolto.

In quelle stesse settimane studenti delle superiori e universitari sono tornati nelle piazze di numerose città italiane. Hanno parlato di scuola, carovita, affitti, diritto allo studio, guerra, ambiente, futuro; alcune manifestazioni si sono svolte pacificamente, altre hanno conosciuto tensioni e azioni violente, che non vanno confuse con il diritto di manifestare né romanticizzate come inevitabile linguaggio giovanile. Il 16 ottobre cortei si erano tenuti in diverse città; il 24 nuove proteste hanno attraversato ancora Roma, Torino, Bologna e altri centri.

Si può essere d’accordo con una protesta o non esserlo.

Si possono discutere gli slogan, contestare le soluzioni, rifiutare senza esitazioni la violenza.

Ma rimane una questione precedente a tutte le altre.

Siamo ancora capaci di ascoltare una generazione quando dice qualcosa che non coincide con ciò che vorremmo sentirle dire?

La coincidenza, in questo autunno del 2026, ha qualcosa di quasi letterario.

Fra poche settimane, il 24 novembre, saranno trascorsi esattamente duecento anni dalla nascita di Carlo Lorenzini, che il mondo avrebbe imparato a conoscere come Carlo Collodi. In tutta Italia il bicentenario sta riportando Pinocchio fuori dalla biblioteca dei bambini: mostre, incontri, riletture, iniziative che continueranno anche nel 2027 cercano nel burattino quello che forse c’è sempre stato e che noi adulti, occupati a spiegare ai piccoli che non si dicono bugie, abbiamo qualche volta dimenticato di vedere.

Perché Pinocchio non è soltanto la storia di un bambino che deve imparare a comportarsi bene.

È anche la storia di un padre che deve imparare ad avere un figlio.

E non è affatto la stessa cosa.


Un falegname commette un errore comprensibile

Geppetto è un uomo che conosce il legno.

Lo guarda e immagina ciò che potrebbe diventare.

È il privilegio dell’artigiano: vedere una forma dove gli altri vedono ancora soltanto materia.

Un tavolo, una sedia, un giocattolo.

Misurare.

Tagliare.

Piallare.

Levigare.

Correggere.

Togliere ciò che eccede.

Raddrizzare ciò che devia.

Poi un giorno Geppetto applica questa sapienza a qualcosa che, con sua considerevole sorpresa, decide di non comportarsi come una sedia.

Pinocchio nasce e quasi immediatamente disobbedisce.

A pensarci bene, possiede un tempismo perfetto.

Non aspetta neppure che il padre finisca di costruirlo per cominciare a sottrarsi al progetto.

Ed è qui che il mestiere di Geppetto incontra il proprio limite.

Il legno può essere modellato. Un figlio no.

O, almeno, non nello stesso modo.

Un figlio può essere educato, protetto, accompagnato, corretto. Ha bisogno di regole, di limiti, perfino di qualche salutare “no”, parola che negli ultimi decenni ha avuto alterna fortuna pedagogica ma non ha ancora perso del tutto la propria utilità.

Ciò che non può essere è il prodotto finito dell’immaginazione di chi lo ha generato.

Enzo D’Alò, tornando quest’anno sul suo Pinocchio in occasione del bicentenario collodiano, lo ha detto con grande chiarezza: il suo Geppetto è uno di quei genitori che vorrebbero modellare il figlio secondo il proprio desiderio, mentre il figlio rivendica la propria autonomia. Per questo, nella sua lettura, il viaggio non educa soltanto Pinocchio: trasforma entrambi.

È una prospettiva decisiva.

Perché siamo abituati a chiederci quando Pinocchio diventerà finalmente un bravo ragazzo.

Molto meno spesso ci chiediamo:

quando Geppetto diventerà finalmente il padre di quel ragazzo reale, invece che del figlio immaginato nella sua bottega?


Il nostro tempo parla moltissimo. Ma ascolta?

Questa domanda diventa meno letteraria se usciamo dalla bottega e torniamo alle nostre case.

Il 30 settembre l’INAPP ha pubblicato i risultati di un’indagine su 4.750 bambini e ragazzi italiani fra i sette e i quattordici anni. I dati raccontano qualcosa che dovrebbe interessarci almeno quanto il numero delle ore trascorse davanti allo smartphone: nel passaggio verso la preadolescenza diminuisce sensibilmente la percezione di essere ascoltati dai genitori e cala anche la possibilità, avvertita dai ragazzi, di partecipare alle decisioni familiari che li riguardano. In seconda media il 90,7 per cento possiede già uno smartphone personale e il 55,3 per cento utilizza i social quotidianamente o quasi.

Sarebbe assai comodo concludere che la colpa è del telefono.

Quando gli adulti non comprendono fino in fondo un cambiamento, una macchina da accusare è sempre provvidenziale.

Fu il romanzo.

Poi il cinematografo.

Poi la televisione.

Poi i videogiochi.

Adesso lo smartphone, che ha indubbiamente molte responsabilità e, tuttavia, la singolare sfortuna di non poter rispondere alle nostre accuse.

Il punto più interessante dei dati è un altro.

Viviamo in famiglie nelle quali è tecnicamente possibile raggiungersi in qualunque momento.

Messaggi.

Chat.

Videochiamate.

Posizioni condivise.

Notifiche.

Eppure la connessione non coincide necessariamente con l’ascolto.

Anzi, le due cose possono perfino divergere.

Si può sapere dove si trova un figlio senza sapere dove sta andando.

Si può controllare quando è entrato su WhatsApp senza conoscere ciò che non riesce a dirci.

Si può ricevere un messaggio ogni dieci minuti e non avere ascoltato una frase pronunciata a tavola.

Forse è questa la strana condizione del nostro tempo: non abbiamo mai posseduto tanti strumenti per sentirci e non è affatto certo che abbiamo imparato ad ascoltarci meglio.

Ed ecco perché quel cartello di Perugia — «Ascoltateci, non ignorateci» — oltrepassa la cronaca della manifestazione nella quale è apparso.

Potrebbe essere appeso fuori da molte camere di adolescenti.

Con una differenza.

In casa, spesso, non viene scritto.


In musica, però, ascoltare non è facoltativo

La musica conosce questo problema da secoli.

Un musicista può essere tecnicamente impeccabile e tuttavia incapace di suonare insieme agli altri.

È una delle umiliazioni più educative della pratica musicale.

Puoi avere un magnifico suono.

Una perfetta intonazione.

Un fraseggio elegantissimo.

Puoi conoscere ogni nota.

E rovinare tutto perché non hai ascoltato ciò che accade accanto a te.

Nella musica d’insieme l’ascolto non è una qualità morale.

È una necessità strutturale.

Se il primo violino anticipa, il violoncello deve sentirlo.

Se il clarinetto cambia colore, il fagotto deve accorgersene.

Se una voce rallenta leggermente la chiusa di una frase, l’altra non può continuare consultando soltanto il proprio metronomo interiore.

Suonare insieme significa compiere continuamente un’operazione difficilissima: rimanere se stessi modificandosi in relazione agli altri.

Non è forse una cattiva definizione anche di una famiglia.

E forse proprio la musica può aiutarci a capire perché il rapporto fra genitori e figli diventi inevitabilmente difficile quando i figli crescono.

Perché all’inizio la relazione può somigliare a una melodia con accompagnamento.

Il bambino dipende quasi interamente dall’adulto.

Il genitore decide tempi, luoghi, regole, alimentazione, spostamenti. Possiede — e deve possedere — una responsabilità sproporzionata.

Poi compare una seconda linea.

Prima timidamente.

Poi con sempre maggiore ostinazione.

Un gusto.

Un’opinione.

Un’amicizia che non avremmo scelto.

Una musica che non sopportiamo.

Un vestito incomprensibile.

Un’idea politica diversa.

Una vocazione che avevamo sperato non gli venisse.

Una frase terribile:

«Io non la penso come te».

E lì la melodia accompagnata è finita.

Comincia il contrappunto.


La seconda voce non è un errore della prima

Nel contrappunto una voce non diventa legittima perché ripete servilmente l’altra.

Al contrario.

La bellezza nasce dalla relazione fra linee differenti che conservano una propria logica melodica.

Si incontrano.

Si allontanano.

Si imitano.

Talvolta entrano in collisione.

Producono consonanze e dissonanze.

E continuano.

Persino il canone, che potrebbe sembrare la forma più perfetta dell’obbedienza musicale, racconta qualcosa di più interessante.

Una voce enuncia.

L’altra entra dopo.

Riprende ciò che ha ascoltato, ma lo fa a distanza.

A distanza di tempo, spesso a distanza d’intervallo.

Se entrasse esattamente nello stesso momento, sulla stessa altezza, con la stessa intensità, non avremmo due voci.

Ne sentiremmo una sola, soltanto più forte.

È una bella immagine dell’eredità.

Un figlio può ricevere il nostro tema.

Non deve necessariamente cantarlo all’unisono con noi.

Per diventare una seconda voce deve, prima o poi, entrare altrove.

Forse uno degli errori più sottili dell’amore genitoriale consiste proprio nel confondere la continuità con la somiglianza.

Vogliamo riconoscerci nei figli.

È naturale.

Cerchiamo il nostro profilo nel loro viso, il nostro modo di ridere, un talento, una passione.

E quando li troviamo proviamo la piccola vertigine della sopravvivenza.

Ma un essere umano non è la nostra ristampa corretta.

L’eredità più riuscita non è quella che produce una copia. È quella che rende possibile una variazione.

Bach ce lo insegna magnificamente.


Il signor Bach ebbe figli abbastanza ingrati da cambiare musica

Johann Sebastian Bach insegnò personalmente ai propri figli.

Carl Philipp Emanuel ricordò di non avere avuto, per la composizione e per la tastiera, altro maestro che il padre.

Avrebbe dunque avuto tutte le ragioni per diventare un piccolo Johann Sebastian.

Per fortuna della storia della musica, non lo fece.

Carl Philipp Emanuel avrebbe sviluppato un linguaggio nel quale la simmetria barocca si incrina, il gesto diventa improvviso, l’affetto cambia rapidamente, il silenzio acquista tensione: quel mondo dell’Empfindsamkeit che guarda verso una sensibilità nuova.

Johann Christian, il figlio più giovane, prende un’altra strada ancora: Italia, Milano, Londra, opera, stile galante, chiarezza melodica, un rapporto con la forma che influenzerà profondamente anche il giovane Mozart. Era stato educato dal padre e, dopo la morte di Johann Sebastian, dal fratellastro Carl Philipp Emanuel; eppure la sua lingua musicale appartiene già a un altro mondo.

Pensiamoci.

Se misurassimo la riuscita educativa di Bach dalla somiglianza dei figli alla sua musica, dovremmo parlare di un mezzo fallimento.

Se la misuriamo dalla capacità di fornire loro strumenti abbastanza solidi da permettere a ciascuno di andare altrove, la prospettiva cambia completamente.

Forse Bach riuscì come padre musicale proprio perché i suoi figli non divennero Bach.

Che è, per un genitore, un successo molto più difficile da sopportare di quanto sembri.


Leopold Mozart, ovvero quando il bambino prodigio diventa adulto

Con i Mozart la faccenda diventa ancora più delicata.

Leopold non fu la caricatura del padre padrone che qualche racconto frettoloso ha consegnato all’immaginario popolare.

Fu musicista, teorico, violinista, insegnante, organizzatore abilissimo, uomo di cultura. Educò Wolfgang e Nannerl, organizzò viaggi lunghissimi e faticosi attraverso l’Europa, amministrò contatti, concerti e opportunità. La Fondazione Mozarteum lo descrive, con buone ragioni, anche come padre affettuoso, oltre che didattico, e come straordinario promotore del talento dei figli.

Senza Leopold, il Mozart bambino che l’Europa conobbe probabilmente non sarebbe esistito nella stessa maniera.

Il problema arriva quando il bambino non è più bambino.

Nel 1781 Wolfgang si trova a Vienna.

Vuole essere indipendente.

Vuole costruire la propria carriera.

Vuole prendere decisioni che il padre non approva sempre.

Le lettere fra i due sono un documento straordinario proprio perché non raccontano una semplice ribellione, ma qualcosa di assai più umano: affetto e bisogno di autonomia possono occupare contemporaneamente la stessa pagina. Le lettere di quel periodo, oggi conservate e rese accessibili dalla Digital Mozart Edition, testimoniano quanto intensamente Wolfgang continui a rivolgersi al padre anche mentre sta tentando di emanciparsi dalla sua sfera decisionale.

È forse questa una delle grandi incomprensioni fra generazioni.

L’autonomia del figlio viene talvolta percepita come diminuzione dell’amore.

Ma non sono la stessa cosa.

Allontanarsi dal nostro giudizio non significa necessariamente allontanarsi da noi.

Wolfgang deve sottrarsi almeno in parte all’autorità paterna proprio per diventare quel Mozart che oggi ascoltiamo.

E qui la domanda diventa scomoda:

quando l’educazione ha davvero compiuto il proprio lavoro?

Quando un figlio sa fare bene ciò che gli abbiamo insegnato?

Oppure quando possiede strumenti sufficienti per cominciare a fare ciò che noi non gli avremmo consigliato?


Clara Wieck: quando formare un talento rischia di diventare possederlo

La storia di Clara Wieck mostra il punto in cui questa tensione può diventare dolorosa.

Friedrich Wieck costruì con impressionante rigore l’educazione musicale della figlia.

Clara divenne una delle pianiste più straordinarie dell’Ottocento.

Ma quando Robert Schumann entrò nella sua vita, il padre si oppose duramente alla relazione e al matrimonio. Nel 1836 arrivò a vietare gli incontri; nel 1837 respinse la proposta di Schumann; Clara e Robert dovettero infine rivolgersi al tribunale per ottenere il permesso di sposarsi, cosa che avvenne nel 1840.

È una storia nella quale bisogna evitare semplificazioni retrospettive.

Ma contiene una distinzione ancora attualissima.

Aiutare a costruire una capacità non concede il possesso della persona che la possiede.

Un genitore può insegnare il pianoforte.

Non può decidere per sempre chi debba sedersi accanto alla pianista.

Ed è precisamente qui che il povero Geppetto, se ci permettiamo di invitarlo per qualche pagina nell’Ottocento musicale, avrebbe qualcosa da imparare.

L’artigiano è responsabile dell’oggetto che costruisce.

Il genitore, invece, deve prepararsi alla più paradossale delle responsabilità:

rendere progressivamente inutile la propria autorità.

Non il proprio amore.

Non la propria presenza.

Non il proprio legame.

La propria autorità.


E allora torniamo nelle piazze

I ragazzi che scendono oggi per strada non hanno naturalmente tutti ragione per il semplice fatto di essere giovani.

La giovinezza non conferisce infallibilità.

Se così fosse, l’umanità avrebbe risolto molti problemi aspettando semplicemente il ricambio generazionale.

Né ogni slogan merita di essere approvato, né ogni forma di protesta può essere giustificata. Le violenze registrate in alcune manifestazioni restano violenze e come tali vanno chiamate.

Ma c’è un errore opposto, altrettanto comodo.

Considerare il dissenso giovanile soltanto una forma di maleducazione collettiva.

Dire: non sanno.

Non capiscono.

Sono manipolati.

Vedranno quando cresceranno.

È il modo con cui ogni generazione adulta rischia di trasformarsi, senza accorgersene, in Geppetto con la pialla in mano.

Perché naturalmente gli adulti possiedono esperienza.

Naturalmente i ragazzi sbagliano.

Naturalmente hanno bisogno di limiti.

Ma una relazione educativa nella quale soltanto uno dei due soggetti può avere qualcosa da insegnare all’altro è una relazione destinata, prima o poi, a diventare sorda.

Il 21 ottobre, sotto la pioggia, quasi duemila studenti hanno attraversato San Severo chiedendo più scuola e più futuro, parlando di costi, istruzione e prospettive. Tre giorni dopo, a Perugia, altri ragazzi hanno scelto una formula persino più essenziale:

ascoltateci.

Prima ancora di stabilire se hanno ragione, quella richiesta merita di essere compresa.

Perché ascoltare non equivale ad approvare.

Questa è forse la lezione più importante che la musica potrebbe impartire alla vita pubblica.

Un direttore d’orchestra ascolta un corno anche quando quel corno ha sbagliato.

Il maestro di musica ascolta l’errore precisamente perché deve comprenderne la natura.

L’ascolto non sospende il giudizio per sempre.

Lo precede.

Ed è molto diverso.


La dissonanza non è musica sbagliata

Qui la teoria musicale offre una metafora ancora più bella.

Per secoli la storia dell’armonia occidentale è stata anche la storia della dissonanza.

Una dissonanza crea tensione.

Nel contrappunto tradizionale viene preparata, controllata, risolta secondo determinate regole.

Poi le regole cambiano.

Monteverdi ne amplia la forza espressiva.

Bach costruisce tensioni contrappuntistiche di inaudita complessità.

Beethoven ritarda risoluzioni, accumula energia, rende l’instabilità parte della forma.

Wagner porta la sospensione armonica a conseguenze che sembrano differire indefinitamente il riposo tonale.

Il Novecento, infine, arriva a chiedersi se la dissonanza debba davvero scusarsi ogni volta di esistere.

Che cosa significa tutto questo?

Che una cultura musicale cresce anche modificando ciò che considera tollerabile.

Una dissonanza non è necessariamente una nota sbagliata.

È una relazione instabile fra suoni.

E l’instabilità può chiedere una trasformazione.

Nelle famiglie facciamo spesso una confusione simile.

Un figlio introduce una dissonanza.

Non vuole ciò che desideravamo.

Non pensa come noi.

Contesta.

Contraddice.

Alza la voce.

La prima tentazione è risolvere.

Tornare immediatamente alla consonanza.

Rimettere tutto a posto.

Ma la musica ci insegna che una risoluzione arrivata troppo presto può essere banalissima.

A volte bisogna restare per qualche battuta dentro la tensione.

Capire che cosa sta succedendo.

Sentire dove vuole andare quella voce.

Non tutte le dissonanze devono essere eliminate. Alcune devono essere ascoltate abbastanza a lungo da rivelare la forma che stanno preparando.


Geppetto ha già avuto una musica. Più di una.

E qui Pinocchio incontra la musica non soltanto come metafora.

Per generazioni di italiani il Geppetto di Nino Manfredi, nello sceneggiato televisivo di Luigi Comencini del 1972, possiede anche una voce musicale: quella di Fiorenzo Carpi.

Carpi fu uno dei grandi artigiani colti della musica di scena italiana, allievo di Giorgio Federico Ghedini, capace di far convivere memoria popolare, immediatezza melodica e una scrittura armonica assai più raffinata di quanto la semplicità apparente lasci intuire. La Rai ricorda proprio Le avventure di Pinocchio fra i vertici della sua produzione televisiva e sottolinea quella capacità di trasformare materiali melodici accessibili in strutture armonicamente profonde.

Non è un particolare secondario.

Carpi comprende una cosa essenziale di Geppetto:

la sua paternità nasce dalla mancanza.

Prima di essere un padre, è un uomo solo.

Costruisce Pinocchio anche perché desidera una presenza.

E improvvisamente il rapporto genitore-figlio rivela una zona della quale parliamo poco.

Noi diciamo che i genitori danno la vita ai figli.

Ed è vero.

Ma i figli, arrivando, danno una nuova vita anche ai genitori.

Cambiano il ritmo delle giornate.

Modificano priorità, paure, orari, linguaggi.

Introducono un tempo nuovo.

Geppetto pensa di dare forma al legno.

Non immagina ancora che quel pezzo di legno sta per dare una forma diversa a lui.


Da Rossini a Lucio Dalla: un tema passa di padre in figlio

Anni dopo, Enzo D’Alò e Lucio Dalla compiono un’operazione ancora più affascinante.

D’Alò ha raccontato nel 2026 che, costruendo con Dalla il tema di Geppetto per il suo Pinocchio, partirono dall’incipit della Cenerentola di Gioachino Rossini, “Una volta c’era un re”, omaggio anche all’interesse di Collodi per Rossini.

Pensiamoci.

Rossini.

Collodi.

Dalla.

Geppetto.

Una frase musicale dell’Ottocento passa attraverso epoche, linguaggi e sensibilità differenti e ricompare trasformata in un’opera del nostro tempo.

È difficile immaginare una metafora migliore della generazione.

Il tema viene ereditato.

Ma non viene conservato sotto vetro.

Viene deformato, rallentato, ricontestualizzato, ascoltato attraverso altre orecchie.

In musica lo consideriamo naturale.

Nessuno accuserebbe Brahms di aver tradito Beethoven perché non ha scritto la Decima di Beethoven.

Nessuno rimprovera Mozart di non essere rimasto Johann Christian Bach.

Nessuno vorrebbe che Carl Philipp Emanuel avesse scritto per tutta la vita fughe nello stile paterno.

Anzi, chiamiamo storia della musica proprio questa meravigliosa successione di tradimenti fedeli.

Ogni generazione riceve.

Ogni generazione modifica.

Ogni generazione perde qualcosa.

Ogni generazione aggiunge qualcosa.

E allora perché, quando questa stessa legge entra nelle nostre case, diventa così difficile accettarla?


Forse i figli sono variazioni

La forma della variazione potrebbe offrire la metafora più delicata.

Un tema viene presentato.

Poi ritorna.

Ma ogni volta qualcosa cambia.

Il ritmo.

Il registro.

La tonalità.

L’accompagnamento.

Il metro.

Il carattere.

Nelle grandi variazioni musicali il prodigio consiste precisamente in questo: a un certo punto il tema può diventare quasi irriconoscibile, eppure continua misteriosamente a essere presente.

Pensiamo alle Variazioni Goldberg.

O alle Diabelli di Beethoven.

Che cosa resta del materiale iniziale dopo che il compositore ne ha attraversato tutte le possibilità?

Non una copia.

Una genealogia.

Forse i figli assomigliano più alle variazioni che alle repliche.

Portano qualcosa di noi.

Un gesto.

Un’inflessione.

Un modo di temere.

Una certa ostinazione.

Perfino errori che speravamo di non aver trasmesso e che riconosciamo con quella particolare allegria concessa soltanto alla genetica familiare.

Ma tutto questo entra in combinazioni nuove.

Ed è giusto che sia così.

Perché se una variazione ripetesse il tema senza modificarlo, non sarebbe una variazione.

Sarebbe un’altra esecuzione.

Un figlio non è una nuova esecuzione della vita dei genitori.

È un’altra composizione.


Il giorno in cui Pinocchio smette di essere nostro

C’è però qualcosa di ancora più difficile.

Geppetto non deve soltanto accettare che Pinocchio sia diverso da lui.

Deve accettare che, a un certo punto, Pinocchio possa esistere senza di lui.

Ed è forse questa la parte più dolorosa della genitorialità.

Quando un bambino nasce, la dipendenza è totale.

Poi comincia una lentissima sottrazione.

Mangia da solo.

Cammina.

Va a scuola.

Sceglie gli amici.

Chiude una porta.

Prende un treno.

Si innamora.

Va via.

La crescita di un figlio è, vista dal genitore, una successione di piccole perdite necessarie.

L’amore deve continuamente rinunciare a una parte del proprio potere per non diventare prigionia.

È terribile.

Ed è magnifico.

Il genitore riesce davvero nel proprio compito proprio quando la persona che ha protetto diventa capace di vivere senza quella protezione.

Un direttore potrebbe forse comprenderlo.

Perché anche lui, dopo le prove, deve compiere un piccolo atto di fiducia.

Al concerto non può fermare l’orchestra ogni tre battute.

Non può correggere.

Non può spiegare.

Alza la bacchetta.

Poi lascia che ciò che è stato preparato accada.

Educare contiene qualcosa di simile.

Preparare qualcuno per il momento nel quale non potremo più interrompere la musica per dirgli come deve suonare la battuta successiva.


Il vero contrario dell’amore non è la disobbedienza

Forse, allora, abbiamo letto Pinocchio troppo a lungo concentrandoci sulla trasformazione sbagliata.

Aspettiamo il momento in cui il burattino diventa bambino.

Come se quello fosse il premio finale.

Ma la trasformazione più interessante potrebbe essere un’altra.

All’inizio Geppetto ha davanti a sé qualcosa che pensa di poter costruire.

Alla fine ha davanti qualcuno che ha imparato a scegliere.

Non sempre bene.

Non senza errori.

Non senza dolore.

Ma scegliendo.

E forse diventare esseri umani significa precisamente questo.

Non diventare perfetti.

Diventare responsabili della propria voce.

È qui che le piazze di questi giorni, senza bisogno di trasformare Pinocchio in un manifesto politico, tornano nella nostra storia.

I ragazzi che protestano chiedono agli adulti di essere considerati interlocutori del mondo nel quale dovranno vivere.

Potremo dire loro di no.

Potremo contestare le loro analisi.

Potremo pretendere forme di protesta rispettose delle persone e delle cose.

Anzi, dobbiamo farlo quando è necessario.

Ma prima occorre una cosa.

Sentire la seconda voce.

Perché il vero contrario dell’amore non è la disobbedienza.

È l’indifferenza.

Ed è difficile non pensare a quel cartello:

«Ascoltateci, non ignorateci».


Forse Geppetto dovrebbe posare la pialla

Duecento anni dopo Collodi, possiamo allora tornare per un momento nella bottega.

Geppetto è ancora lì.

Sul banco c’è un pezzo di legno.

Lui possiede gli strumenti.

Sa come usarli.

Ha esperienza.

Conosce il mestiere.

E proprio per questo è convinto che il suo compito sia dare una forma.

Non sa ancora che quella sarà l’ultima volta in cui tutto dipenderà soltanto dalle sue mani.

Fra poco comparirà una voce.

Poi una volontà.

Poi un conflitto.

Poi una fuga.

Poi il dolore.

Poi il ritorno.

Il figlio cambierà.

E anche il padre.

Forse questo è il segreto che Collodi aveva nascosto dentro un libro che continuiamo ostinatamente a regalare ai bambini.

I figli non sono le opere dei genitori.

Non siamo i loro autori.

Non possediamo il finale.

Possiamo consegnare un tema.

Possiamo insegnare il tempo.

Possiamo mostrare quanto sia importante non entrare troppo presto e non smettere di suonare alla prima difficoltà.

Possiamo insegnare che alcune dissonanze feriscono e che ogni libertà porta con sé una responsabilità.

Possiamo perfino indicare, quando serve, la tonalità.

Ma poi arriva il momento nel quale una seconda voce deve cominciare.

E potrebbe non essere quella che avevamo immaginato.

Potrebbe cantare più forte.

Potrebbe cambiare ritmo.

Potrebbe contestare il tema.

Potrebbe perfino uscire per strada con un cartello in mano.

La tentazione sarà chiamarla stonatura.

La musica ci suggerisce una possibilità più difficile.

Ascoltare ancora.

Perché una nota diversa non è necessariamente una nota sbagliata.

E una dissonanza non è sempre qualcosa da mettere a tacere.

Qualche volta è il punto esatto in cui la musica, se abbiamo abbastanza coraggio da non interromperla, sta cercando una strada nuova.

Geppetto aveva preso un pezzo di legno pensando di costruire un figlio.

Forse la sua grande avventura comincia quando scopre che un figlio non si costruisce.

Si accompagna.

Si corregge, qualche volta.

Si protegge, finché è necessario.

Si contraddice, perfino.

Ma soprattutto si ascolta.

Fino al giorno in cui accade la cosa che ogni genitore, in segreto, desidera e teme nello stesso istante:

la voce che per anni ha cercato la propria intonazione finalmente la trova.

E non ha più bisogno di cantare all’unisono con la nostra.

Ha trovato la sua melodia.

A quel punto il compito di Geppetto non è riprendere la pialla.

È fare ciò che ogni buon musicista sa essere infinitamente più difficile del suonare.

Tacere per un momento.
E ascoltare.


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