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  • Biennale Musica 2026: e se per ascoltare il futuro dovessimo tornare bambini?

    Dal 10 al 24 ottobre Venezia ospita “A Child of Sound”, la 70ª Biennale Musica diretta da Caterina Barbieri. Non un invito all’ingenuità, ma a qualcosa di molto più difficile: liberare per qualche istante l’orecchio da ciò che crede già di sapere.

    di Marialuisa Veneziano


    6 ottobre 2026

    Un bambino non domanda se quello che sta ascoltando sia tonale.

    Non chiede se appartenga alla musica colta, all’elettronica, al noise, alla techno o all’avanguardia.

    Se sente una porta che cigola, prova a farla cigolare di nuovo.

    Se una pentola produce un suono interessante, la colpisce un’altra volta.

    Se scopre che la propria voce cambia dentro una stanza vuota, può continuare a gridare la stessa sillaba finché un adulto, meno interessato all’acustica e più alla sopravvivenza domestica, non interviene.

    Prima di imparare che cosa sia la musica, il bambino ascolta.

    E forse è precisamente questo che, crescendo, perdiamo.

    Impariamo i nomi.

    Le epoche.

    Le forme.

    Le gerarchie.

    Impariamo che Beethoven è importante, che una sinfonia possiede movimenti, che dopo una dominante ci aspettiamo una tonica, che un violino dovrebbe produrre certi suoni e che, se comincia a produrne altri, qualcuno in sala potrebbe pensare che sia arrivato il momento di preoccuparsi.

    Costruiamo competenze.

    Ed è giusto.

    Ma insieme alle competenze costruiamo anche aspettative.

    E un giorno può accadere che, invece di ascoltare ciò che una musica sta facendo, cominciamo ad ascoltare ciò che secondo noi dovrebbe fare.

    È da questa crepa che parte la Biennale Musica 2026.

    Dal 10 al 24 ottobre Venezia ospiterà la settantesima edizione del Festival Internazionale di Musica Contemporanea, diretto da Caterina Barbieri. Il titolo è A Child of Sound: 130 artisti, oltre quaranta appuntamenti, ventitré nuove opere, diciotto delle quali in prima assoluta, in un programma che dichiara apertamente di voler attraversare epoche, geografie e generi senza considerarne i confini invalicabili.

    Ma il titolo è più interessante dei numeri.

    Un bambino di suono.

    Che cosa significa?

    E soprattutto: che cosa dovrebbe farne un ascoltatore adulto?


    L’orecchio adulto ha un problema: sa troppe cose

    Caterina Barbieri definisce la musica «l’infanzia dello spirito» e costruisce il progetto della Biennale intorno all’idea di un ascolto originario: aperto, non giudicante, ancora capace di meravigliarsi davanti al suono prima di classificarlo. Nella sua dichiarazione curatoriale richiama anche Stockhausen, che legava la sperimentazione alla capacità infantile di giocare con il materiale sonoro.

    Attenzione, però.

    Non dobbiamo trasformare il bambino in una creatura mistica dotata di un udito puro che l’età adulta inevitabilmente corromperebbe.

    Non è questo il punto.

    Un bambino possiede anch’egli aspettative, memorie, preferenze. Crescendo, inoltre, imparare una grammatica musicale significa acquisire strumenti magnifici: riconoscere una modulazione, percepire una struttura, seguire una fuga di Bach o comprendere la tensione armonica di Wagner amplia enormemente l’esperienza dell’ascolto.

    Il problema nasce quando la conoscenza smette di essere una lente e diventa un cancello.

    Quando diciamo:

    «Questa non è musica.»

    «Non c’è melodia.»

    «Non capisco dove voglia andare.»

    «Sono soltanto rumori.»

    Sono frasi interessantissime, perché dicono molto meno sull’oggetto che stiamo ascoltando di quanto dicano sul nostro sistema di aspettative.

    Per secoli la musica occidentale ha educato l’orecchio a riconoscere determinate relazioni: tensione e risoluzione, consonanza e dissonanza, gerarchie tonali, periodicità ritmica, sviluppo tematico.

    Poi il Novecento ha cominciato a fare qualcosa di apparentemente irritante.

    Ha domandato:

    e se il suono potesse organizzarsi anche in altri modi?

    Se il timbro diventasse importante quanto l’altezza?

    Se la durata contasse più della melodia?

    Se un rumore avesse dignità compositiva?

    Se lo spazio nel quale ascoltiamo facesse parte dell’opera?

    Se il musicista non dovesse sempre eseguire qualcosa già completamente stabilito?

    Se il silenzio non fosse una pausa fra due eventi, ma un evento esso stesso?

    La musica contemporanea non ha abolito la grammatica.

    Ha moltiplicato le grammatiche.

    Ed è forse per questo che talvolta ci mette in difficoltà.

    Non sappiamo ancora quale dizionario utilizzare.


    Venezia, città perfetta per perdersi anche con le orecchie

    C’è poi qualcosa di particolarmente adatto nel fatto che tutto questo accada a Venezia.

    Venezia è una città che obbliga l’occhio a perdere continuamente la linea retta.

    Si gira.

    Si devia.

    Si attraversa un ponte convinti di andare da una parte e si scopre, con grande dignità, che si stava andando altrove.

    Forse anche l’orecchio contemporaneo ha bisogno di qualcosa di simile.

    Di smettere, almeno per un po’, di pretendere di conoscere anticipatamente la destinazione.

    La Biennale ha costruito il proprio programma non come una successione di “novità” contrapposte alla “tradizione”, ma come una rete di genealogie.

    Ed è questa una delle idee più intelligenti dell’edizione.

    Il 17 ottobre, nella Basilica di San Marco, i Tallis Scholars diretti da Peter Phillips attraverseranno quasi un millennio di canto: Hildegard von Bingen, Gregorio Allegri, Arvo Pärt e una nuova commissione a Kara-Lis Coverdale. Non quattro epoche collocate educatamente in quattro scaffali diversi, ma modi differenti di interrogare il rapporto fra voce, spiritualità, memoria e spazio acustico.

    Pensiamoci.

    Hildegard nasce nel XII secolo.

    Pärt appartiene al nostro tempo.

    Coverdale scrive oggi.

    Eppure, nella Basilica di San Marco, la domanda può rimanere sorprendentemente simile:

    che cosa accade alla voce umana quando prova a oltrepassare l’individuo che la produce?

    Questa è contemporaneità.

    Non necessariamente ciò che è stato composto ieri.

    Ma ciò che riesce ancora a porre una domanda oggi.


    Bach incontra Morricone. E nessuno dei due ha bisogno di chiedere permesso

    Uno dei programmi più affascinanti della Biennale mette nello stesso spazio Johann Sebastian Bach, Anton Webern, Ennio Morricone e Sarah Davachi.

    Il Parco della Musica Contemporanea Ensemble proporrà il Ricercar a sei voci dell’Offerta musicale nella celebre orchestrazione di Webern, pagine della Passione secondo Matteo, la prima esecuzione pubblica di Musica per una fine di Morricone — lavoro per coro e orchestra costruito attorno a una registrazione della voce di Pier Paolo Pasolini — e Chanters, nuova commissione di Sarah Davachi per orchestra, coro da camera e organo.

    Sembra un programma costruito da qualcuno che abbia dimenticato di rispettare i reparti del negozio.

    Ed è esattamente ciò che lo rende interessante.

    Perché Webern, quando orchestra Bach, non “modernizza” Bach.

    Fa qualcosa di molto più sottile.

    Distribuisce le linee del contrappunto fra timbri differenti, facendo sì che una struttura nata dalla relazione fra le voci diventi anche una struttura di colori.

    La melodia passa da uno strumento all’altro.

    Il contrappunto diventa quasi visibile.

    Bach rimane Bach.

    Ma l’orchestrazione modifica il modo in cui il nostro orecchio entra nella sua architettura.

    È un esempio perfetto di ciò che dovrebbe fare una Biennale dedicata all’ascolto: non dirci soltanto che cosa ascoltare, ma mostrarci che una stessa struttura può diventare nuova quando cambia il punto dal quale la osserviamo.

    E accanto a Bach arriva Morricone.

    Non quello delle melodie cinematografiche ormai entrate nell’immaginario collettivo, ma un Morricone meno immediatamente conosciuto, legato alla ricerca compositiva e al rapporto con Pasolini.

    Poi Sarah Davachi.

    La sua musica lavora spesso con durate estese, accordature, minime trasformazioni timbriche, fenomeni psicoacustici. La Biennale le assegna quest’anno il Leone d’Argento proprio riconoscendo un percorso nel quale elettronica, strumenti acustici, organologia e percezione convivono.

    Qui il “bambino di suono” comincia a diventare comprensibile.

    Non ci viene chiesto di dimenticare Bach per essere contemporanei.

    Ci viene chiesto di dimenticare, per un istante, il modo in cui siamo abituati ad ascoltarlo.


    Il rumore ha diritto di cittadinanza?

    Il Leone d’Oro alla carriera va a Keiji Haino, compositore e performer giapponese che da oltre cinquant’anni attraversa noise, free jazz, rock, improvvisazione, blues, drone ed elettronica rifiutando una collocazione stilistica stabile. La Biennale lo definisce significativamente un «poeta del rumore».

    E qui arriva una delle questioni più antiche e più divertenti della musica contemporanea:

    quando un rumore diventa musica?

    La risposta più semplice sarebbe: quando un compositore decide di usarlo.

    Ma non basta.

    Un rumore diventa materiale musicale quando entra in una relazione.

    Quando possiede durata.

    Intensità.

    Posizione.

    Timbro.

    Ripetizione.

    Contrasto.

    Memoria.

    Quando ciò che sembrava accidente viene ascoltato come evento.

    È un passaggio straordinario.

    Il mondo non cambia.

    Cambia la nostra attenzione.

    È ciò che accade quando ci rendiamo improvvisamente conto del ritmo di un treno, della frequenza intermittente di una sirena, del suono di una ventola, della risonanza di un sottopassaggio.

    Il bambino spesso fa questa operazione spontaneamente.

    L’adulto domanda subito se tutto questo «serva».

    Forse perché l’adulto ha trascorso molti anni imparando che il valore delle cose deve poter essere spiegato possibilmente entro il termine della riunione.

    L’arte ha il pessimo vizio di non collaborare.


    Il suono che non possiamo vedere

    Anche KMRU, musicista keniota fra le figure centrali della ricerca sul field recording e sulla composizione elettronica, porterà alla Biennale As Nature, progetto realizzato con Nick Verstand e Mareike Bode. Il lavoro utilizza anche suoni elettromagnetici e costruisce un ambiente multisensoriale nel quale suono, luce e componenti olfattive partecipano a un’unica esperienza percettiva.

    È un ottimo esempio di quanto il concetto stesso di “concerto” stia diventando insufficiente per descrivere alcune pratiche contemporanee.

    Il concerto tradizionale prevede qualcosa di molto preciso.

    Qualcuno produce musica.

    Qualcun altro, seduto, la ascolta.

    Il palco indica dove guardare.

    La platea indica dove stare.

    L’inizio e la fine sono riconoscibili.

    Applaudire fra i movimenti di una sinfonia richiede invece una valutazione tattica che ancora oggi mette alla prova intere generazioni di spettatori.

    In molte esperienze contemporanee questo patto cambia.

    Il pubblico cammina.

    Il suono proviene da più direzioni.

    Un’opera può dipendere dallo spazio nel quale si realizza.

    La luce entra nella composizione.

    Perfino l’olfatto può essere coinvolto.

    Non significa che il concerto tradizionale sia diventato obsoleto.

    Significa che l’ascolto non è obbligato a possedere sempre la stessa postura.

    Anche il corpo ascolta.

    Lo sappiamo da sempre, in realtà.

    Basta pensare all’organo in una cattedrale.

    Una nota grave non viene soltanto sentita.

    Si avverte fisicamente nello spazio.

    Forse alcune avanguardie non fanno altro che ricordarci qualcosa che la musica sapeva già molto prima di diventare “contemporanea”.


    E poi arriva la techno

    Ed è qui che il programma diventa ancora più interessante.

    Accanto alla composizione elettroacustica, all’organo, alla musica corale, al noise e all’improvvisazione, la Biennale ospita anche DJ set e scene della dance globale: dalla techno alle esperienze legate all’etichetta portoghese Príncipe fino al Singeli di Dar es Salaam. La stessa serata inaugurale del 10 ottobre passerà da Laraaji alle prime assolute di Kara-Lis Coverdale e Keiji Haino, per concludersi con un DJ set di Livwutang.

    Qualcuno potrebbe domandare:

    ma è ancora Biennale Musica contemporanea?

    La domanda è legittima.

    La risposta, però, dipende da ciò che intendiamo per contemporaneo.

    Se intendiamo una categoria stilistica ben delimitata — ensemble specializzati, partiture complesse, elettroacustica istituzionale — allora il programma sembra effettivamente allargare moltissimo il recinto.

    Ma se “contemporaneo” significa interrogare le forme attraverso cui oggi organizziamo il suono, il quadro cambia.

    La club culture ha sviluppato una propria sofisticatissima concezione della durata.

    La techno lavora sulla microvariazione all’interno della ripetizione.

    La musica ambient modifica il rapporto fra primo piano e sfondo.

    Il drone dilata la percezione del tempo.

    Il noise porta in primo piano densità e saturazione.

    L’elettronica permette di comporre direttamente il timbro, anziché considerarlo soltanto una proprietà dello strumento.

    Non sono generi intercambiabili.

    E non serve fingere che lo siano.

    Ma possono abitare uno stesso festival se ciò che li collega non è una presunta somiglianza sonora, bensì una domanda comune sul modo in cui ascoltiamo.

    Questa è la scommessa della Biennale.

    Ed è una scommessa molto più radicale di una semplice contaminazione.


    Hildegard accanto a un DJ: provocazione?

    No.

    O almeno, non necessariamente.

    La provocazione sarebbe metterli insieme soltanto per ottenere una fotografia curiosa.

    Qui il punto è un altro.

    Pensiamo a Hildegard von Bingen.

    Una monodia medievale nasce dentro un mondo nel quale la distinzione moderna fra autore, interprete, rito e spazio acustico non funziona esattamente come funziona oggi.

    Quella musica vive in un contesto.

    In una comunità.

    In un’architettura.

    In una concezione del tempo.

    Anche un DJ set vive in una relazione fra suono, spazio, durata, corpo e comunità.

    Le analogie finiscono rapidamente, ed è bene che finiscano.

    Ma entrambe le esperienze ci ricordano che la musica non è necessariamente soltanto un oggetto da osservare frontalmente.

    Può essere una situazione nella quale entrare.

    E questo è forse uno degli aspetti più stimolanti di A Child of Sound: costringerci a rimettere in discussione non soltanto ciò che chiamiamo musica, ma il modo in cui crediamo di doverle stare davanti.


    «Non capisco la musica contemporanea»

    Forse è la frase più importante di tutto questo articolo.

    Perché viene pronunciata spesso con una specie di imbarazzo.

    Come se non comprendere immediatamente un’opera fosse una colpa dell’ascoltatore.

    Oppure, al contrario, come se fosse automaticamente una colpa del compositore.

    Potremmo liberare entrambe le parti da questo processo.

    Non capire immediatamente può essere un’esperienza perfettamente legittima.

    Davanti a una musica che non possiede la grammatica alla quale siamo abituati, l’orecchio cerca punti di riferimento.

    Dove comincia la frase?

    Qual è la pulsazione?

    Che cosa devo ricordare?

    Quale elemento è importante?

    È lo stesso spaesamento che proviamo entrando in una città sconosciuta.

    All’inizio tutto sembra equivalersi.

    Dopo qualche giorno distinguiamo le strade.

    Dopo qualche settimana riconosciamo una piazza da un dettaglio.

    L’ascolto funziona anche attraverso la familiarità.

    Per questo forse dovremmo smettere di pretendere dalla musica contemporanea una cosa che non chiediamo quasi a nessun’altra forma complessa di conoscenza:

    essere compresa interamente al primo incontro.

    Nessuno apre un trattato di filosofia, legge tre pagine e conclude che la filosofia ha fallito perché non gli ha procurato abbastanza emozione.

    Nessuno guarda una partita di uno sport di cui ignora le regole e pretende di comprenderne immediatamente tutta la strategia.

    Con la musica, invece, siamo convinti che l’emozione debba essere istantanea.

    A volte lo è.

    Ed è meraviglioso.

    Altre volte bisogna frequentare un linguaggio.

    Permettergli di costruire lentamente dentro di noi i propri punti cardinali.


    Tornare bambini non significa diventare ignoranti

    Questo è forse il rischio più grande della metafora scelta dalla Biennale.

    Potremmo pensare che ascoltare come bambini significhi rinunciare alla competenza.

    Non è così.

    L’ascoltatore ideale non è colui che non sa nulla.

    È forse colui che riesce a sapere molto senza obbligare ciò che ascolta a confermare quello che già sa.

    È una condizione difficilissima.

    Il musicologo riconosce.

    Il musicista analizza.

    L’interprete anticipa.

    Ma a volte l’esperienza più rara consiste nel riuscire a dire:

    non so ancora che cosa sia.

    Aspetto.

    Questo “aspetto” è un atto intellettuale molto serio.

    Significa sospendere il giudizio abbastanza a lungo da consentire all’oggetto di rivelare la propria logica.

    Un bambino può ascoltare il rumore dell’acqua senza domandare immediatamente quale sia la sua funzione formale.

    Un compositore come Stockhausen può prendere quello stesso atteggiamento e trasformarlo, attraverso una tecnica gigantesca, in ricerca.

    L’innocenza artistica autentica non è assenza di sapere.

    È la capacità di non diventare prigionieri del proprio sapere.


    Può la musica guarire?

    Caterina Barbieri attribuisce al suono anche una funzione catartica, descrivendo la musica come possibilità di trasformazione e di riconnessione, e collega questa idea tanto all’infanzia quanto a Hildegard von Bingen.

    È un terreno delicato.

    La musica non è una medicina nel senso clinico del termine.

    Una sinfonia non sostituisce una terapia.

    Un concerto non risolve automaticamente il dolore.

    E sarebbe ingiusto caricare l’arte di un compito salvifico che nessuna opera potrebbe garantire.

    Ma esiste un’altra forma di trasformazione.

    La musica può dare forma a ciò che prima era soltanto confusione.

    Può permettere a un dolore di diventare esperienza condivisibile.

    Può interrompere per qualche minuto l’automatismo della giornata.

    Può cambiare la qualità della nostra attenzione.

    E a volte questo è già molto.

    Non elimina ciò che ci fa male.

    Ma può impedire che il dolore rimanga completamente privo di linguaggio.

    Forse è questa la catarsi più credibile.

    Non essere salvati dal suono.

    Essere, per qualche momento, accompagnati dentro di esso.


    Un Leone d’Oro al rumore, un Leone d’Argento alla lentezza

    Anche i due riconoscimenti principali sembrano raccontare bene questa filosofia.

    Keiji Haino, Leone d’Oro, rappresenta la radicalità del gesto, l’improvvisazione, l’attraversamento dei generi, la materia sonora portata verso il limite.

    Sarah Davachi, Leone d’Argento, lavora invece spesso sulla durata, sul timbro, sulle trasformazioni quasi impercettibili, sulle accordature e sulle risonanze.

    Due modi apparentemente opposti.

    Il rumore e l’attesa.

    La saturazione e la concentrazione.

    L’esplosione e la lentezza.

    Eppure entrambi chiedono la stessa cosa all’ascoltatore:

    presenza.

    Haino può costringerci a non sottrarci alla forza del suono.

    Davachi può obbligarci a percepire una trasformazione talmente lenta che, se smettiamo di prestare attenzione, non sappiamo più dire quando sia avvenuta.

    È interessante che una Biennale dedicata al “bambino di suono” premi due artisti tanto diversi.

    Perché un bambino non cerca necessariamente soltanto il rumore.

    Può rimanere affascinato anche da qualcosa di piccolissimo.

    Una vibrazione.

    Un’eco.

    Un suono che lentamente scompare.

    La meraviglia non dipende dal volume.

    Dipende dalla capacità di accorgersi.


    Forse il problema non è la musica contemporanea

    Arriviamo allora alla domanda più scomoda.

    E se il problema della musica contemporanea non fosse soltanto la difficoltà dei suoi linguaggi?

    E se fosse anche la velocità del nostro ascolto?

    Viviamo dentro un sistema che ci abitua a decidere rapidamente.

    Mi piace.

    Non mi piace.

    Salto.

    Avanti.

    Ancora.

    Una canzone deve convincerci prima che il pollice raggiunga lo schermo.

    Un video viene giudicato nei primi secondi.

    Perfino l’ascolto musicale è diventato, spesso, una successione di microdecisioni.

    La musica di ricerca può comportarsi malissimo dentro questo sistema.

    Può impiegare dieci minuti prima che “succeda” qualcosa.

    Può far accadere molto senza che sappiamo subito dove guardare.

    Può costruire la propria forma attraverso trasformazioni che richiedono memoria.

    Può perfino rifiutarsi di offrirci un punto culminante.

    In termini algoritmici, un disastro.

    In termini umani, forse un’occasione.

    Perché ci obbliga a esercitare una facoltà che rischia di diventare rara:

    restare.

    Non perché tutto ciò che è difficile sia necessariamente bello.

    Non lo è.

    Esiste musica contemporanea straordinaria e musica contemporanea dimenticabile, esattamente come esistono sinfonie ottocentesche sublimi e altre che la storia ha avuto buone ragioni per frequentare meno.

    L’apertura non significa abolire il giudizio.

    Significa rinviarlo abbastanza da poterlo fondare sull’esperienza anziché sul pregiudizio.

    Ed è una differenza enorme.


    A Child of Sound

    Forse è questa, alla fine, la provocazione più bella della Biennale Musica 2026.

    Non chiederci di amare tutto.

    Sarebbe impossibile e anche terribilmente noioso.

    Non chiederci di fingere di capire.

    Non trasformare l’avanguardia in una nuova ortodossia nella quale chi non apprezza abbastanza un drone di quaranta minuti debba essere espulso dal consesso degli esseri culturalmente presentabili.

    Molto più semplicemente:

    provare ad ascoltare prima di decidere.

    Dal 10 al 24 ottobre Venezia metterà nello stesso paesaggio sonoro Hildegard e la techno, Bach e l’elettronica, Morricone e Pasolini, improvvisazione radicale, organi, field recording, club culture, voci rinascimentali, prime assolute e musiche vecchie di secoli.

    Non perché tutto sia uguale.

    Al contrario.

    Perché tutto è diverso.

    E ascoltare significa precisamente imparare a distinguere senza trasformare immediatamente la differenza in una gerarchia.

    Forse crescere musicalmente non consiste soltanto nell’accumulare repertorio.

    Conoscere più compositori.

    Riconoscere più forme.

    Possedere più dischi.

    Sapere finalmente spiegare agli amici perché quella cadenza non è esattamente ciò che credono.

    Forse esiste un secondo tipo di maturità.

    Più difficile.

    Quella che arriva quando, dopo aver imparato molto, siamo ancora capaci di stupirci.

    Quando possiamo entrare in una sala e non sapere in anticipo che cosa dobbiamo provare.

    Quando un rumore può ancora farci voltare la testa.

    Quando una nota tenuta abbastanza a lungo smette di sembrarci immobile e cominciamo a sentire tutte le piccole cose che stanno cambiando al suo interno.

    Quando davanti a una musica incomprensibile non diciamo subito:

    «Non è per me.»

    Ma:

    «Aspetta. Fammi sentire ancora.»

    Forse è questo il bambino di suono.

    Non qualcuno che non conosce ancora il mondo.

    Qualcuno che, nonostante lo conosca, non ha smesso di concedergli la possibilità di sorprenderlo.

    E forse è proprio questo che dovrebbe fare una Biennale.

    Non dirci dove sta andando la musica.

    Nessuno lo sa.

    Ma metterci per qualche giorno nella condizione più fertile possibile:

    davanti a qualcosa che non abbiamo ancora imparato a chiamare per nome.

    E avere il coraggio di ascoltarlo prima che il nome arrivi.

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  • Il duello senza pistole

    Liszt, Thalberg e la notte in cui Parigi combatté con ottantotto tasti.

    di Marialuisa Veneziano

    ************

    🎧 MUSICA PER LA LETTURA – (Box 1)
    Sigismond Thalberg – Fantaisie sur des thèmes de Moïse, op. 33
    Questa volta non ascoltiamo una semplice colonna sonora.Entriamo direttamente nel duello.
    Comincia con Thalberg: cerca quella melodia che sembra cantare nel centro della tastiera mentre le altre dita le costruiscono sopra e sotto un intero mondo sonoro. È il celebre effetto delle “tre mani”.

    Clicca sulla freccia nera per far apparire l’ascolto

    Matteo ricevette l’arma alle nove del mattino.

    Era lunga quindici centimetri, aveva la punta appena temperata ed era rossa.

    — Non perderla — disse il signor Valmont.

    Matteo la rigirò tra le dita.

    — È una matita.

    — Lo vedo.

    — Avevate detto che mi avreste affidato una cosa importante.

    Il direttore della tipografia sollevò gli occhi.

    — Con quella, questa sera, ucciderai un uomo.

    Matteo lasciò quasi cadere la matita.

    Valmont scoppiò a ridere.

    — Un nome, idiota. Ucciderai un nome.

    Sul banco, tra caratteri di piombo, stracci sporchi d’inchiostro e fogli ancora umidi, erano distese due prime pagine.

    La prima annunciava:

    La seconda:

    Matteo lesse la prima.

    Poi la seconda.

    Poi tornò alla prima.

    — Ma il concerto è stasera.

    — Ottima memoria.

    — Non hanno ancora suonato.

    — Altra osservazione impeccabile.

    — E voi avete già scritto chi ha vinto?

    — Ho scritto entrambe le possibilità.

    Matteo si grattò la fronte.

    — E se non vince nessuno?

    Valmont smise di sorridere.

    Lo guardò con quella particolare compassione che gli adulti riservano ai bambini quando dicono qualcosa di ragionevole.

    — Hai quattordici anni, vero?

    — Sì.

    — Si sente.

    Indicò le due pagine.

    — Stasera andrai al palazzo della principessa Belgiojoso. Ascolterai Liszt e Thalberg. Quando avranno finito, prenderai questa matita e farai una croce sul nome del perdente.

    — E poi?

    — Corri qui.

    — Quanto forte?

    — Se vuoi conservare il lavoro, abbastanza da arrivare prima delle due.

    Matteo infilò la matita in tasca.

    — Quindi sarò io a decidere chi ha vinto.

    Valmont rise.

    — No, ragazzo mio. Parigi ha già deciso.

    — E allora io a cosa servo?

    — A scoprire quale Parigi aveva ragione.

    Quella frase rimase nella testa di Matteo per tutta la giornata.

    Non perché fosse particolarmente intelligente.

    Perché, camminando per la città, si accorse che era vera.

    Parigi si era divisa.

    Non con barricate.

    Non ancora.

    Con qualcosa di molto più comodo: le opinioni.

    Nei caffè si litigava.

    Nei salotti si litigava con voce più bassa.

    Nelle botteghe si litigava interrompendo il lavoro.

    Sui giornali si litigava con l’inchiostro, che aveva il vantaggio di rendere permanenti anche le sciocchezze.

    — Liszt è un genio.

    — Liszt è un acrobata.

    — Thalberg fa cantare il pianoforte.

    — Thalberg fa sempre lo stesso trucco.

    — Liszt è il futuro.

    — Thalberg ha gusto.

    — Liszt ha il fuoco.

    — Thalberg non ne ha bisogno.

    Vicino al Pont-Neuf, Matteo consegnò alcune bozze a un uomo che stava discutendo animatamente.

    — Thalberg non vale la metà di Liszt!

    Matteo si fermò.

    — L’avete sentito?

    L’uomo lo guardò.

    — Chi?

    — Thalberg.

    — No.

    — E allora come sapete che Liszt è migliore?

    L’uomo si tolse lentamente gli occhiali.

    — Tu per chi sei?

    — Non lo so.

    L’uomo lo fissò con sospetto.

    — E allora perché parli?

    Matteo proseguì.

    Dieci minuti dopo udì due signore.

    — Liszt sarà certamente insopportabile.

    — Lo hai mai ascoltato?

    — Mai.

    — E allora?

    La signora aprì il ventaglio.

    — Mia cara, certe cose si capiscono.

    Matteo continuò a camminare.

    Verso mezzogiorno cominciò ad avere l’impressione che il concerto della sera servisse a tutto tranne che ad ascoltare musica. Il palazzo della principessa Cristina Trivulzio di Belgiojoso era già in fermento.

    Il concerto sarebbe stato benefico. Una parte del ricavato sarebbe servita agli italiani in difficoltà ed esuli.

    Quando Matteo lo seppe, si raddrizzò.

    — Io sono italiano e sono in difficoltà.

    Il maggiordomo che gli stava consegnando una pila di programmi lo squadrò.

    — Ti terrò presente se avanzano tartine.

    Matteo decise che, per un francese, era un uomo spiritoso.

    Passò il pomeriggio trasportando sedie, piegando fogli e cercando di non rompere nulla che valesse più di sua madre, cioè quasi tutto.

    Fu allora che sentì il primo pianoforte.

    La porta di un salottino era aperta.

    Matteo sbirciò.

    Un uomo elegantissimo sedeva alla tastiera.

    Non si muoveva molto.

    Non ne aveva bisogno.

    Dal pianoforte uscì una melodia nitida, perfettamente riconoscibile, come se qualcuno stesse cantando nel centro dello strumento.

    Ma sopra quella voce correvano arabeschi.

    E sotto si muoveva il basso.

    Matteo guardò le mani.

    Due.

    Ascoltò.

    Tre.

    Guardò di nuovo.

    Due.

    Fece qualche passo.

    Si chinò accanto al pianoforte.

    La musica si interruppe.

    — C’è qualcosa di interessante sotto?

    Matteo alzò la testa.

    L’uomo lo osservava.

    — Cercavo la terza mano.

    Silenzio.

    — Quale terza mano?

    — Quella che suona la melodia.

    L’uomo rimase serio.

    Poi rise.

    — E l’hai trovata?

    — No.

    — Peccato. È anni che la cercano.

    Matteo si rialzò.

    — Voi siete Thalberg.

    — Dipende.

    — Da cosa?

    — Se vieni a riscuotere denaro, no.

    Matteo sorrise.

    Sigismond Thalberg gli fece cenno di avvicinarsi.

    — Guarda.

    Ripeté lentamente il passaggio.

    La melodia passava fra i pollici, nel registro centrale. Le altre dita costruivano intorno un paesaggio sonoro che dava l’illusione di più piani sovrapposti.

    Matteo spalancò gli occhi.

    — È un trucco.

    Thalberg lo guardò.

    — Tu lavori in una tipografia?

    — Sì.

    — Quando stampi la parola mare, il foglio si bagna?

    — No.

    — Allora anche voi fate trucchi.

    — Non è la stessa cosa.

    — Naturalmente. Il mio costa molto di più.

    Matteo rise.

    Poi ricordò la matita nella tasca.

    — Stasera vincerete?

    Thalberg smise di suonare.

    — Contro chi?

    — Liszt.

    — Ah.

    Il nome rimase fra loro.

    — Tutti dicono che sarà un duello.

    — Gli esseri umani amano molto i duelli nei quali non rischiano di essere colpiti.

    — Ma voi volete vincere?

    Thalberg lo guardò.

    Matteo si aspettava una frase magnifica sulla superiorità dell’arte.

    Thalberg disse:

    — Moltissimo.

    Matteo rimase deluso.

    — Pensavo avreste detto che conta soltanto la musica.

    Thalberg richiuse piano la tastiera.

    — È una delle cose che i musicisti dicono quando hanno già vinto.

    BOX MUSICOLOGICO (Clicca sulla freccia nera per aprire i contenuti)

    L’altro pianoforte si trovava due stanze più in là.

    Matteo sentì la stessa frase nove volte.

    Alla decima si affacciò.

    Franz Liszt sedeva da solo.

    Suonava quattro battute.

    Si fermava.

    Ripeteva.

    Ancora.

    Ancora.

    Alla dodicesima Matteo domandò:

    — Non vi riesce?

    Liszt si voltò.

    — Come?

    — Quel pezzo.

    — Perché?

    — Continuate a rifarlo.

    Liszt lo studiò.

    — Quando tu non sai fare qualcosa, quante volte provi?

    — Di solito alla terza arriva il signor Valmont e mi chiama incapace.

    Liszt rise.

    Matteo entrò.

    Nel piegarsi per raccogliere alcuni programmi, lasciò cadere le due prime pagine.

    Liszt le raccolse.

    Lesse:

    LISZT SCHIACCIA THALBERG.

    Un sorriso.

    Girò il foglio.

    THALBERG DETRONIZZA LISZT.

    Il sorriso rimase, ma gli occhi cambiarono.

    — Previdenti.

    — Devo riportarne uno stanotte.

    — Allora non avrai difficoltà.

    — Quale?

    Liszt indicò il primo.

    Matteo rise.

    — Anche Thalberg vuole vincere.

    — Che uomo sorprendente.

    — Pensavo anche voi avreste detto che conta soltanto la musica.

    Liszt tornò al pianoforte.

    — Thalberg ti ha detto così?

    — No.

    — Allora, per una volta, siamo perfettamente d’accordo.

    Riprese le quattro battute.

    Matteo lo osservò.

    Due uomini diversissimi.

    Entrambi volevano vincere.

    Per ragioni che Matteo non conosceva ancora, la cosa gli piacque.

    Li rendeva meno statue.

    Più pericolosi.

    Più umani.

    Ed è proprio quando ci si sente importanti che si commettono le stupidaggini migliori.

    Thalberg era nel corridoio quando Matteo uscì.

    — Hai incontrato Liszt?

    — Sì.

    — E?

    Matteo avrebbe potuto dire:

    Sta provando.

    Avrebbe potuto dire:

    Vuole vincere.

    Avrebbe potuto tacere.

    Invece sentì la voce di Valmont nella testa.

    Nessuno compra un giornale se non succede niente.

    — Ha detto che stasera vi farà dimenticare.

    Thalberg si fermò.

    — Ha detto questo?

    Il cuore di Matteo ebbe un piccolo sobbalzo.

    — Più o meno.

    Era falso.

    Non completamente falso, si disse.

    Liszt voleva vincere.

    Una frase, in fondo, valeva l’altra.

    Thalberg lo guardò ancora per un momento.

    Poi entrò nella sala prove e chiuse la porta.

    Poco dopo Matteo sentì il pianoforte.

    Non più calmo come prima.

    Più rapido.

    Più duro.

    Una frase venne ripetuta tre volte.

    Matteo sentì freddo.

    Aveva fatto qualcosa.

    Non sapeva quanto grande.

    Per la prima volta tirò fuori la matita rossa.

    La guardò.

    Non sembrava più tanto innocente.

    Alle otto il palazzo smise di essere una casa.

    Divenne un teatro.

    Poi, lentamente, un’arena.

    Carrozze davanti all’ingresso.

    Gioielli.

    Uniformi.

    Profumi.

    Seta.

    Ventagli.

    Voci.

    Matteo riconobbe i sostenitori di Liszt e quelli di Thalberg senza che nessuno portasse una divisa.

    Bastava ascoltarli.

    — Se Thalberg fa ancora quel suo giochetto della melodia centrale, me ne vado.

    — Davvero?

    — Naturalmente.

    — Lo avete mai sentito?

    — No.

    Più avanti:

    — Liszt suona troppo forte.

    — Non ha ancora cominciato.

    — Non importa.

    Matteo strinse i programmi.

    Aveva trascorso il pomeriggio con i due uomini.

    Nessuno dei due assomigliava alla versione che ne davano quelle persone.

    Mentre attraversava il salone, qualcuno gli sfilò dalla tasca i fogli.

    Matteo si girò spaventato.

    La principessa Belgiojoso li stava leggendo.

    Uno.

    Poi l’altro.

    — Molto pratico.

    — Altezza…

    — Non preoccuparti. Non denuncerò il tuo giornale per eccesso di immaginazione.

    Gli restituì i fogli.

    — Quale userete?

    — Quello giusto.

    — E se fossero sbagliati entrambi?

    Matteo esitò.

    — Il mio direttore dice che è impossibile.

    La principessa lo osservò.

    — Dev’essere un uomo molto fortunato.

    — Perché?

    — Io ho trascorso gran parte della vita vedendo accadere cose che uomini molto sicuri avevano appena definito impossibili.

    Poi indicò la sala.

    — Ascolta bene.

    — È quello che devo fare.

    — No.

    Cristina sorrise appena.

    — Tu devi scegliere. È diverso.

    Si allontanò.

    Matteo rimase lì.

    Per la prima volta quelle due cose gli sembrarono davvero diverse.

    Quando Thalberg si avvicinò al pianoforte, la sala cadde nel silenzio.

    Un silenzio tutt’altro che innocente.

    Centinaia di persone stavano aspettando.

    Alcune la musica.

    Molte il verdetto.

    Thalberg posò le mani sulla tastiera.

    Cominciò la Fantasia sul Mosè di Rossini.

    Matteo lo conosceva ormai abbastanza da vedere ciò che il pubblico non poteva vedere.

    All’inizio Thalberg era teso.

    Lo capì dalle spalle.

    Dalla prima respirazione.

    Da quel gesto minuscolo con cui aveva sistemato il polsino.

    Forse stava pensando alla frase che Matteo gli aveva attribuito a Liszt.

    Vi farà dimenticare.

    Matteo sentì la vergogna salire.

    Poi Thalberg cominciò davvero a suonare.

    E dimenticò tutto.

    La melodia comparve nel centro della tastiera.

    Cantava.

    Non aveva altro verbo.

    Cantava.

    Attorno a essa, le note correvano come acqua attorno a una pietra.

    Sopra.

    Sotto.

    Tre piani sonori con due mani.

    Matteo guardò.

    Non cercò più la terza.

    Chiuse gli occhi.

    E vide sua madre.

    Non nel presente.

    Due anni prima.

    Durante il viaggio verso Parigi.

    Una stanza presa per una notte.

    Poche monete.

    La pioggia.

    Lui che chiedeva se il giorno dopo avrebbero mangiato.

    Sua madre che non rispondeva.

    Poi, nel buio, una canzone italiana.

    Cantata piano.

    Con una voce che voleva sembrare sicura e non lo era.

    Matteo, allora, lo aveva capito.

    Ma aveva fatto finta di no.

    Thalberg continuava.

    La melodia restava ferma al centro mentre intorno tutto cambiava.

    Proprio come quella voce.

    Sua madre aveva avuto paura.

    E aveva cantato lo stesso.

    Matteo aprì gli occhi.

    Per alcuni secondi non vide il salotto della principessa.

    Vide casa.

    Una casa che non esisteva più.

    L’ultima nota si spense.

    Ci fu un brevissimo silenzio.

    Poi l’applauso.

    Enorme.

    Matteo infilò la mano nella tasca.

    Tirò fuori la pagina:

    THALBERG DETRONIZZA LISZT.

    Prese la matita rossa.

    Avvicinò la punta alla carta.

    Un centimetro.

    Mezzo.

    Si fermò.

    Liszt non aveva ancora suonato.

    Ripiegò il foglio.

    *******

    🎧 ORA CAMBIA IL SUONO – (Box 2)
    Franz Liszt – Grande fantaisie sur des motifs de Niobe, S.419
    Hai ascoltato Thalberg mentre Matteo ritrovava qualcosa del proprio passato.
    Adesso entra Liszt.
    Non cercare lo stesso tipo di bellezza: il duello comincia davvero proprio perché il pianoforte cambia volto.

    Clicca sulla freccia nera per far apparire l’ascolto.

    Thalberg passò vicino a lui.

    — Allora?

    Matteo sobbalzò.

    — Cosa?

    — La terza mano.

    Il ragazzo sorrise.

    — Non l’ho trovata.

    — Bene.

    — Bene?

    Thalberg abbassò la voce.

    — Quando smetti di cercare il trucco, qualche volta cominci a sentire la musica.

    E andò via.

    Matteo rimase immobile.

    La frase gli fece ancora più male.

    Perché lui, quel pomeriggio, aveva fatto esattamente il contrario.

    Aveva cercato il trucco dentro due uomini.

    E ne aveva inventato uno.

    Quando Liszt entrò, una parte del pubblico applaudì prima ancora che toccasse la tastiera.

    Matteo si accorse che gli dava fastidio.

    Poi ricordò che era successo anche con Thalberg.

    Gli adulti, pensò, riuscivano spesso a essere ingiusti in modo perfettamente equilibrato.

    Liszt sedette.

    Non guardò Thalberg.

    O forse lo fece.

    Matteo non seppe dirlo.

    Cominciò.

    La Niobe entrò nella sala in maniera completamente diversa.

    Matteo cercò, all’inizio, ciò che aveva trovato in Thalberg.

    La voce centrale.

    La continuità.

    Quel canto.

    Non c’era.

    Si sentì quasi tradito.

    Poi Liszt cambiò prospettiva.

    Un passaggio esplose.

    Un altro si ritirò improvvisamente.

    Il pianoforte sembrò diventare troppo stretto per ciò che il pianista pretendeva da lui.

    A tratti orchestra.

    A tratti una voce sola.

    A tratti materia.

    A tratti vertigine.

    Matteo smise di pensare a sua madre.

    Cominciò a pensare a se stesso.

    Alla tipografia.

    Alle scarpe troppo grandi che portava perché erano state di suo cugino.

    Alla stanza che divideva con sua madre.

    Alle lettere di piombo che componeva ogni giorno per raccontare le vite degli altri.

    Aveva sempre pensato che un giorno avrebbe avuto una tipografia sua.

    Non perché lo desiderasse.

    Perché era l’unico futuro che conosceva.

    Poi Liszt suonò una frase che sembrò spalancare qualcosa.

    Matteo ebbe un pensiero.

    E se non fosse già deciso?

    Tutto qui.

    Un pensiero minuscolo.

    Ma alcuni pensieri hanno bisogno di pochissimo spazio per rendere improvvisamente piccola la stanza in cui hai vissuto fino a quel momento.

    E se non fosse già deciso che cosa avrebbe fatto?

    Dove sarebbe vissuto?

    Chi sarebbe diventato?

    Liszt terminò.

    La sala esplose.

    Matteo non applaudì subito.

    Aveva bisogno delle mani per tenere insieme una cosa che non sapeva nominare.

    Thalberg gli aveva restituito un luogo da cui proveniva.

    Liszt gli aveva fatto sospettare che potesse esisterne uno verso cui andare.

    Matteo prese le due pagine.

    Le mise una accanto all’altra.

    Guardò la matita rossa.

    E capì di essere nei guai.

    La musica finì.

    La gara cominciò.

    — Liszt!

    — Thalberg!

    — Thalberg!

    — Liszt!

    I nomi rimbalzarono nella sala.

    Qualcuno rise.

    Qualcuno fischiò.

    La principessa alzò una mano.

    Il rumore calò.

    Non del tutto.

    Mai del tutto.

    — A quanto pare — disse — Parigi è venuta qui con una domanda.

    — Chi ha vinto! — gridò qualcuno.

    Risate.

    Matteo guardò i pianisti.

    Liszt aveva l’aria di un uomo che fingeva molto bene di non essere interessato.

    Thalberg quella di un uomo che fingeva ancora meglio.

    La principessa li guardò.

    Poi guardò Matteo.

    E vide i due fogli.

    — Vieni qui.

    Il sangue lasciò il volto del ragazzo.

    Fece finta di non avere capito.

    — Tu.

    Niente da fare.

    Attraversò la sala.

    Ogni passo gli sembrò rumoroso.

    La principessa indicò i fogli.

    — Il tuo giornale vuole un nome.

    — Sì.

    — Bene. Daglielo.

    Matteo deglutì.

    Qualcuno disse:

    — Facciamo giudicare il ragazzo!

    Una risata percorse il salone.

    — Allora? — domandò un uomo. — Chi è stato migliore?

    Matteo guardò Thalberg.

    Poi Liszt.

    La risposta non arrivò.

    — Non lo so.

    Risate.

    — Non lo sa!

    — Che giudice!

    — Ma deve scegliere!

    Matteo infilò la mano in tasca.

    Strinse la matita.

    Guardò Thalberg.

    — Quando suonava lui…

    Il salone lentamente tacque.

    — …avevo dimenticato che monsieur Liszt esistesse.

    Qualcuno mormorò approvazione.

    Matteo si voltò verso Liszt.

    — E quando ha suonato lui avevo dimenticato che esistesse monsieur Thalberg.

    Il mormorio cambiò.

    L’uomo del caffè, quello che aveva già deciso al mattino, sbuffò.

    — E questo cosa dimostra?

    Matteo abbassò gli occhi sulle due prime pagine.

    La risposta arrivò da lì.

    — Che per decidere chi era migliore avrei dovuto ricordarmi dell’altro mentre ascoltavo.

    Nessuno rise.

    — Ma allora avrei ascoltato peggio.

    Silenzio.

    Matteo continuò, ormai troppo spaventato per fermarsi.

    — Monsieur Thalberg mi ha fatto ricordare casa.

    Guardò Liszt.

    — Monsieur Liszt mi ha fatto chiedere dove potrei andare.

    Poi guardò la sala.

    — Non so quale delle due cose sia migliore.

    Pausa.

    — E non voglio perderne una soltanto per poter dire che ho scelto bene.

    Quella frase non produsse applausi.

    Matteo ne fu quasi felice.

    Gli applausi avrebbero rovinato tutto.

    Produsse invece qualcosa di più raro.

    Persone che non sapevano immediatamente cosa dire.

    Avrebbe potuto fermarsi.

    La principessa avrebbe trovato una frase elegante.

    Il pubblico avrebbe discusso.

    Valmont avrebbe urlato.

    La vita sarebbe continuata.

    Ma Matteo vide Thalberg.

    E vide di nuovo quella porta chiusa nel pomeriggio.

    La musica più nervosa.

    La frase inventata.

    Alzò la mano.

    — C’è un’altra cosa.

    La principessa sospirò.

    — Naturalmente.

    Qualche risata.

    Matteo guardò Thalberg.

    — Vi ho mentito.

    Thalberg aggrottò la fronte.

    — Quando?

    — Oggi.

    Liszt sollevò lo sguardo.

    — Vi ho detto che monsieur Liszt aveva promesso di farvi dimenticare.

    La sala si fece immobile.

    Thalberg si voltò verso Liszt.

    Liszt disse semplicemente:

    — Non l’ho detto.

    Matteo sentì il viso bruciare.

    — Lo so.

    — Perché? — chiese Thalberg.

    Non era arrabbiato.

    Sarebbe stato più facile se lo fosse stato.

    Matteo guardò i fogli.

    — Perché così sembrava una storia migliore.

    Nessuno si mosse.

    — Pensavo che se vi foste odiati un po’ di più, la gente avrebbe voluto sapere ancora di più chi avrebbe vinto.

    Thalberg continuava a guardarlo.

    — E adesso?

    Matteo inspirò.

    — Adesso penso che la musica fosse più interessante della storia che avevo inventato.

    Liszt abbassò gli occhi.

    Thalberg fece lo stesso.

    Per un momento i due uomini non sembrarono né rivali né virtuosi.

    Sembrarono due persone che avevano appena scoperto quanto facilmente gli altri potessero raccontare al posto loro ciò che provavano.

    La principessa osservò Matteo.

    — Hai imparato in fretta.

    — Cosa?

    — Il mestiere del giornalista.

    La sala rise.

    Matteo diventò rosso.

    Poi Cristina aggiunse:

    — Fortunatamente stai anche imparando il rimedio.

    Il cronista accanto al pianoforte alzò la voce.

    — Tutto molto bello, Altezza. Ma domattina i lettori chiederanno ancora chi ha vinto.

    La tensione tornò.

    — Il ragazzo ha due titoli — continuò. — Uno dei due sarà pur vero.

    Matteo guardò i fogli.

    LISZT SCHIACCIA THALBERG.

    THALBERG DETRONIZZA LISZT.

    La punta rossa aspettava.

    Quella era la cosa più semplice.

    Una croce.

    Un perdente.

    Un vincitore.

    Una storia pulita.

    Matteo pensò a Valmont.

    Al lavoro.

    A sua madre.

    Alle monete che portava a casa.

    Poi tracciò una linea.

    Sul primo titolo.

    Un mormorio.

    Spostò la matita.

    Tracciò una linea sul secondo.

    — Ragazzo! — gridò il cronista.

    Matteo ripose la matita.

    — Sono sbagliati.

    — Tutti e due?

    — Sì.

    — E noi cosa dovremmo scrivere?

    Matteo alzò le spalle.

    — Quello che è successo.

    — È ciò che stavamo facendo!

    Matteo guardò le due frasi cancellate.

    — No.

    Poi, molto piano:

    — Stavate scrivendo quello che volevate succedesse.

    Fu Liszt a ridere per primo.

    Una risata breve.

    Thalberg lo guardò.

    Poi rise anche lui.

    Non un abbraccio.

    Non una riconciliazione da favola.

    Nessuno dei due aveva improvvisamente smesso di desiderare la vittoria.

    Ma per un momento sembrarono vedere dall’esterno la gabbia dentro cui Parigi li aveva messi.

    E ciò bastò.

    Quando quasi tutti furono usciti, Matteo tornò nel salone.

    Doveva recuperare i programmi abbandonati.

    C’erano bicchieri sui tavoli, candele consumate, una sedia rovesciata.

    Il pianoforte era ancora aperto.

    Liszt stava per andare via.

    Thalberg era vicino alla porta.

    Si incontrarono al centro della stanza.

    Matteo si nascose istintivamente dietro una tenda.

    Non voleva origliare.

    Voleva soltanto capire se si sarebbero uccisi.

    Liszt guardò Thalberg.

    — Il ragazzo ha mentito male.

    — Molto.

    — Avrebbe potuto inventare qualcosa di più offensivo.

    — Gliel’ho già detto.

    Un silenzio.

    Poi Liszt indicò il pianoforte.

    — Quella melodia nel registro centrale.

    Thalberg lo guardò.

    — Cosa?

    — Fatemela vedere.

    Thalberg rimase immobile per un secondo.

    Poi tornò alla tastiera.

    Suonò lentamente il passaggio.

    Liszt osservò.

    Provò.

    Thalberg scosse la testa.

    — No.

    Liszt ripeté.

    — Così?

    — Peggio.

    Liszt lo guardò.

    — Sapete che avete un carattere insopportabile?

    — Il pubblico mi trova elegante.

    — Il pubblico non vi conosce.

    Per la prima volta Matteo capì una cosa che i titoli non avrebbero mai potuto raccontare.

    Due rivali potevano studiarsi.

    Rubarsi un’idea.

    Ammirarsi controvoglia.

    Desiderare di superarsi e, proprio per questo, costringersi a diventare migliori.

    La competizione non era necessariamente il male.

    Il male cominciava quando qualcuno pretendeva che, per esistere uno, l’altro dovesse essere cancellato.

    Matteo uscì dalla tenda.

    Liszt lo vide.

    — Tu.

    Matteo si fermò.

    — Mi dispiace ancora.

    Thalberg fece un gesto con la mano.

    — Lo sappiamo.

    Liszt indicò il pianoforte.

    — Sai suonare?

    — No.

    — Perfetto. Vieni.

    Matteo si avvicinò.

    Liszt indicò un tasto.

    — Premi.

    Matteo lo fece.

    Una nota.

    Thalberg inclinò la testa.

    — Troppo pesante.

    Liszt disse:

    — Non ascoltarlo. È invidioso.

    Thalberg premette lo stesso tasto.

    — Ecco.

    Liszt fece una smorfia.

    — Troppo elegante.

    Matteo li guardò.

    — Chi dei due l’ha suonata meglio?

    I due pianisti tacquero.

    Liszt indicò la porta.

    — Fuori.

    Quella volta Matteo rise prima di obbedire.

    Quando arrivò in tipografia erano passate le due.

    Valmont era in piedi.

    Non disse nulla.

    Era peggio.

    Matteo gli porse i fogli.

    Il direttore vide il primo titolo cancellato.

    Poi il secondo.

    Sollevò lentamente lo sguardo.

    — Spiegami.

    — Non hanno funzionato.

    — Sono titoli. Non devono funzionare.

    — Erano sbagliati.

    — Chi ha vinto?

    — Non lo so.

    — Matteo.

    — Davvero.

    — Ti ho mandato a scoprire una sola cosa.

    — Lo so.

    — E torni senza saperla.

    Matteo abbassò la testa.

    — Sì.

    Valmont inspirò.

    — Sai almeno perché?

    Matteo ci pensò.

    — Perché mentre suonavano non riuscivo a confrontarli.

    — È esattamente il contrario di quello che dovevi fare.

    — Credo di sì.

    — Hai fallito.

    Matteo guardò la matita rossa.

    Poi disse:

    — Forse.

    Valmont diventò paonazzo.

    — Forse?

    — Però ho ascoltato tutto.

    Silenzio.

    I tipografi avevano smesso di lavorare.

    Valmont guardò i due fogli.

    Poi Matteo.

    Infine li gettò sul banco.

    — Smontate.

    Un uomo cominciò a togliere i caratteri dal compositoio.

    SCHIACCIA.

    Una lettera alla volta.

    S.

    C.

    H.

    I.

    A.

    C.

    C.

    I.

    A.

    Il verbo scomparve.

    Poi:

    DETRONIZZA.

    D.

    E.

    T.

    R.

    O.

    N.

    I.

    Z.

    Z.

    A.

    Matteo osservò.

    Al mattino quelle parole gli erano sembrate fatti.

    Ora tornavano a essere ciò che erano sempre state:

    pezzi di piombo scelti da qualcuno.

    Valmont prese un compositoio vuoto.

    — Bene.

    Guardò Matteo.

    — Visto che hai distrutto due prime pagine, aiutami con la terza.

    — Io?

    — Non farmelo ripetere.

    Matteo pensò.

    — “Liszt e Thalberg suonano magnificamente”.

    Valmont lo guardò con disgusto.

    — Voglio vendere giornali, non sonniferi.

    Matteo rifletté ancora.

    Pensò al salone.

    Al pubblico.

    Alla matita.

    Alle due mani di Thalberg che sembravano tre.

    Alle quattro battute che Liszt aveva provato dodici volte.

    A sua madre.

    Al futuro.

    Poi disse:

    — Scrivete…

    Valmont aspettò.

    PARIGI ASPETTAVA UN VINCITORE.

    — E poi?

    Matteo sorrise.

    LA MUSICA NON NE HA SCELTO UNO.

    Valmont lo fissò.

    — È lungo.

    Matteo abbassò gli occhi.

    Il direttore prese un carattere di piombo.

    — Ma si può lavorare.

    Fu il complimento più grande che Matteo avesse mai ricevuto da lui.

    ******

    Parigi si svegliò esattamente come era andata a dormire.

    Divisa.

    Chi sosteneva Liszt continuò a sostenere Liszt.

    Chi amava Thalberg continuò a preferire Thalberg.

    Qualcuno giurò che Liszt avesse trionfato.

    Qualcun altro che Thalberg gli avesse dato una lezione.

    Matteo ne fu quasi contento.

    La storia non aveva cambiato il mondo.

    Le storie migliori raramente lo fanno in una notte.

    Stava consegnando i giornali quando vide una copia del Journal des Débats.

    La aprì.

    Cercò il resoconto della serata.

    Lesse il giudizio di Jules Janin.

    Il critico non aveva consegnato a Parigi il vincitore assoluto che aspettava.

    Il senso era semplice:

    due vincitori. Nessun vinto.

    Matteo rimase fermo sul marciapiede.

    Poi rise.

    L’uomo del caffè del giorno precedente era lì.

    — Cos’hai da ridere?

    — Niente.

    — Alla fine chi ha vinto?

    Matteo lo guardò.

    — Voi per chi eravate?

    — Liszt.

    — Avete ascoltato Thalberg?

    — Naturalmente.

    Matteo sorrise.

    — No.

    L’uomo aggrottò la fronte.

    — Come sarebbe “no”?

    Ma Matteo era già andato via.

    Aveva una tipografia da raggiungere.

    Valmont gli avrebbe detratto dalla paga il costo della matita che aveva spezzato correndo.

    Perché quella mattina, senza pensarci, Matteo aveva infilato la mano in tasca, l’aveva trovata e l’aveva spezzata in due.

    Poi si era pentito.

    Una buona matita non aveva nessuna colpa.

    Aveva raccolto entrambe le metà.

    E le aveva tenute.

    Per ricordarsi una cosa: non è lo strumento che cancella i nomi.

    È la mano che decide di usarlo per farlo.


    Non siamo nati per diventare la copia migliore di qualcun altro.

    C’è sempre qualcuno più veloce, più sicuro, più applaudito. Ma confrontarsi continuamente può farci dimenticare una domanda più importante:

    Sto diventando davvero la persona che voglio essere?

    Liszt e Thalberg erano diversi proprio perché cercavano strade diverse. Nessuno dei due aveva bisogno di cancellare l’altro per avere valore.

    Anche nella vita è così: crescere non significa arrivare prima degli altri, ma capire qual è la propria direzione. Perché il vero fallimento non è essere secondi. È passare il tempo a correre una gara che non ci appartiene.

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