Una favola sul tempo, la memoria e ciò che ci rende umani.
di Marialuisa Veneziano
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Consiglio d’ascolto durante la lettura
Arvo Pärt, Spiegel im Spiegel, per violino e pianoforte.
Una musica sospesa tra il tempo che passa e ciò che, misteriosamente, rimane. Clicca sulla freccia, avvia la musica e inizia a leggere.
C’era una volta, nella città di Valdombra, un liutaio di nome Alvise, celebre per la bellezza dei suoi violini e per la scarsa pazienza che dimostrava verso chi li suonava.
La sua bottega profumava di abete, acero, resina e colla calda. Alle pareti erano appese casse armoniche ancora senza corde; sui tavoli riposavano piroli, ponticelli e archetti; negli armadi, le tavole di legno attendevano per anni che il tempo le rendesse adatte alla musica.
Alvise conosceva ogni segreto del proprio mestiere.
Sapeva che l’abete, leggero ed elastico, doveva formare la tavola armonica, perché accoglieva la vibrazione delle corde. Sapeva che l’acero, più duro, era adatto al fondo e alle fasce. Sapeva intagliare le due effe con una precisione tale che sembravano occhi sottili aperti sul mondo.

Conosceva persino l’anima del violino: un piccolo cilindro di legno nascosto all’interno dello strumento, invisibile agli spettatori ma indispensabile perché il suono potesse vibrare con equilibrio.
— È curioso — gli disse un giorno il giovane apprendista — che la parte chiamata anima sia proprio quella che nessuno vede.
— Le cose importanti si nascondono spesso — rispose Alvise.
Fu una frase molto saggia; cioì nonostante, egli la dimenticò immediatamente.
Il liutaio desiderava costruire strumenti perfetti. Non tollerava una venatura irregolare, una goccia di vernice fuori posto o un graffio sulla cassa.
Quando un violinista gli riportava uno strumento da riparare, Alvise lo osservava con orrore.
— Che cosa gli avete fatto?
— L’ho suonato — rispondeva il musicista.
Alvise giudicava quella spiegazione assai poco convincente.
Un mattino entrò nella bottega un vecchio violinista. Portava uno strumento che Alvise aveva costruito molti anni prima. La vernice era consumata vicino al manico, il bordo presentava qualche scheggiatura e sulla tavola armonica appariva una piccola macchia di cera.
— È ridotto malissimo! — esclamò il liutaio.
— Ha suonato molto — rispose il vecchio.
— Posso eliminare la macchia.
Il violinista strinse lo strumento al petto.
— Quella cera cadde da una candela quando mia figlia aveva cinque anni. Io suonavo per farla addormentare.
— Posso cancellarla senza lasciare traccia.
— È proprio per questo che non ve lo affiderò.
Alvise lo guardò uscire con disappunto.
Gli uomini, pensò, trascorrono la vita a desiderare cose perfette e poi, quando le possiedono, si affezionano ai loro difetti.
Qualche giorno dopo, il liutaio udì parlare di un abete straordinario che cresceva oltre le montagne. Si raccontava che non perdesse mai un ramo, che la neve non riuscisse a piegarlo e che nessun insetto avesse mai intaccato la sua corteccia.
Alvise partì immediatamente.
Dopo tre giorni di cammino raggiunse un bosco fitto e silenzioso. Al centro di una radura si innalzava l’albero.
Era altissimo, diritto e immobile. Non aveva una sola foglia secca. Sul tronco non comparivano nodi, crepe o cicatrici.
Accanto all’abete sedeva un vecchio guardaboschi.
— È questo l’albero che non invecchia? — domandò Alvise.
— Così dicono.
— Da quanto tempo cresce qui?
— Da prima che mio nonno imparasse a mentire.
— E quanti anni aveva vostro nonno?
— Non lo so. Mentiva anche su quello.

Alvise accarezzò la corteccia dell’albero.
— Con questo legno potrei costruire un violino che duri per sempre.
Il guardaboschi indicò i rami.
— Nessun uccello vi ha mai fatto il nido.
— Sono troppo alti.
— Gli uccelli, mi pare, sanno volare.
— Forse hanno paura di rovinarli.
Il vecchio sorrise.
— Oppure hanno capito che certi rami non sanno ospitare nulla.
Alvise non gli prestò ascolto. Gli uomini accettano molto volentieri i consigli, purché confermino ciò che hanno già deciso.
Quella notte, senza vento né tempesta, un grande ramo cadde dall’albero.
Alvise lo considerò un dono.
Il guardaboschi lo considerò un avvertimento.
La mattina seguente, il liutaio caricò il ramo su un carro e tornò a Valdombra.
Il legno era straordinario. Non si deformava con l’umidità, non si screpolava con il calore e non mostrava alcun segno del tempo. Tuttavia era difficile da lavorare.
Quando Alvise tentava di curvarlo, tornava diritto. Quando provava a stagionarlo, rimaneva identico.
— È ostinato — disse l’apprendista.
— È perfetto — rispose il liutaio. — Solo le cose imperfette si lasciano cambiare.
Alvise impiegò sette anni per costruire il violino.
Scavò la tavola armonica, modellò il fondo, curvò le fasce, intagliò le effe e collocò l’anima. Scelse una vernice color ambra e la stese con tanta cura che sulla superficie non rimase neppure l’ombra di un pennello.
Quando lo strumento fu terminato, sembrava fatto di luce.
Il più celebre violinista della città, maestro Evaristo, venne a provarlo.
Posò il violino sulla spalla, accordò le corde e fece scorrere l’archetto.
Il suono era purissimo. Gli acuti brillavano, i bassi erano pieni e ogni nota nasceva limpida, precisa, perfettamente uguale a se stessa.
— Non oppone alcuna resistenza — disse Evaristo.
— Perché non possiede difetti — rispose Alvise.
Il musicista acquistò il violino per una somma così alta che il liutaio dovette contare il denaro tre volte, non per prudenza ma per piacere.
Per anni Evaristo suonò nelle corti e nei grandi teatri.
Lo strumento non si scordava quasi mai, non soffriva il caldo, non temeva il freddo e non conservava il segno delle mani.
I critici ne erano entusiasti.
Uno di loro scrisse:
«Nel suo suono non rimane alcuna traccia della fatica umana.»
Alvise fece incorniciare la recensione.
Evaristo, invece, cominciò a inquietarsi.
Ogni concerto era impeccabile, ma identico al precedente. Il violino restituiva tutte le note e non sembrava conservarne nessuna. Non si lasciava trasformare dal tocco, dalla stanchezza, dalla gioia o dal dolore di chi lo suonava.
Una sera, uscendo dal teatro, un vecchio spettatore disse:
— Il maestro non ha commesso nemmeno un errore.
— È vero — rispose l’amico. — Ma non mi è sembrato che avesse qualcosa da raccontare.
Dopo qualche tempo Evaristo vendette il violino.
Lo acquistò un giovane ufficiale e lo portò con sé durante una guerra.
La sera lo suonava per i compagni nelle tende, negli ospedali e nelle case distrutte. Le sue melodie ricordavano ai soldati le madri, le spose, i figli e i paesi lontani.
Quando la guerra terminò, l’ufficiale tornò a Valdombra.
L’uniforme era lacera, i capelli erano diventati grigi sulle tempie e una mano tremava leggermente.
Il violino, invece, era immutato.
Il soldato lo osservò a lungo.
— Tu eri con noi — gli disse — eppure non sei stato da nessuna parte.
Lo vendette e comprò uno strumento comune, sul cui fondo incise i nomi dei compagni che non erano tornati.
Il violino immortale passò poi nelle mani di una madre, che lo regalò al proprio figlio.
Il ragazzo non era un prodigio. Durante le prime lezioni produceva suoni così acuti che il gatto di casa si trasferì spontaneamente dai vicini.
Studiava con impazienza, dimenticava spesso di tendere l’archetto e una volta lasciò cadere lo strumento.
La madre corse a raccoglierlo.
Non vi era neppure un graffio.
— È indistruttibile! — esclamò il ragazzo.
Da quel momento lo suonò senza timore. Negli anni imparò a trarne melodie sempre più profonde. Posava ogni giorno il mento nello stesso punto, stringeva il manico con la stessa mano e passava l’archetto sulle corde per ore.
Ma il violino non conservò alcun segno di lui.
Il ragazzo morì ancora giovane.
Dopo il funerale, la madre prese lo strumento e si sedette accanto alla finestra. Cercò sulla vernice l’impronta delle dita del figlio, il segno lasciato dal mento, una piccola abrasione, una macchia, qualsiasi traccia del suo passaggio.
Il violino era perfetto.
Sembrava che il ragazzo non lo avesse mai toccato.
La donna lo riportò ad Alvise, che ormai era diventato molto vecchio.
— Non lo voglio più — disse.
— Ma è ancora intatto.
— È proprio questo il problema.
— Vostro figlio lo amava.
La madre accarezzò il legno liscio.
— Credevo che non avrebbe perduto nulla. Non avevo capito che non avrebbe ricordato niente.
Lasciò il violino sul banco e se ne andò.
Alvise rimase a lungo in silenzio.
Quella sera entrò nella bottega una bambina. Portava un violino povero e malandato. Il fondo era scollato, il ponticello inclinato e la vernice quasi completamente consumata.
— Potete ripararlo? — domandò.
Alvise sospirò.
— Sarebbe più semplice costruirne uno nuovo.
— Ma io voglio questo.
— È pieno di difetti.
La bambina indicò un piccolo segno sul bordo.
— Qui mio padre lo urtò contro una sedia.

Poi mostrò una macchia di cera.
— Questa la fece mia madre una sera che mancò la luce.
Infine accarezzò il manico consumato.
— E questo sono io.
Alvise prese il violino immortale e glielo porse.
— Prova questo.
La bambina lo posò sulla spalla e suonò una breve melodia.
La bottega si riempì di un suono perfetto, luminoso e limpido.
Poi la bambina abbassò lo strumento.
— Non ti piace? — domandò Alvise.
— È bellissimo.
— È il miglior violino mai costruito.
La bambina lo restituì.
— Ma quando lo suono non sa chi sono.
— I violini non sanno nulla.
— Allora perché il mio conosce il peso della mia mano?
Il liutaio non trovò una risposta.
— Ti regalo questo — disse.
La bambina scosse la testa.
— Preferisco il mio.
— Il tuo un giorno si romperà.
— Allora dovrò averne cura.
Alvise riparò il vecchio violino senza chiedere denaro.
Quando la bambina uscì, egli rimase solo con lo strumento immortale.
Prese un coltello e tentò di incidere una piccola linea sulla cassa. Il segno scomparve.
Versò una goccia di cera sulla tavola armonica. Scivolò via.
Avvicinò il violino al fuoco. Il legno non annerì.
Infine prese l’archetto.
Alvise conosceva ogni segreto della costruzione, ma non aveva mai imparato davvero a suonare. Le sue dita si posarono goffamente sulle corde e produssero alcune note incerte.
Poi ricordò una melodia che sua madre gli cantava quando era bambino.
La suonò lentamente.
Per un istante, il violino sembrò tremare. Il suono non fu limpido né perfetto. Fu fragile, esitante e umano.
Alvise sorrise.
Quando abbassò lo strumento, cercò sul legno il segno del proprio mento.
Non vi era nulla.
Dopo la morte del liutaio, il violino fu portato nel museo di Valdombra.
Gli studiosi tentarono di stabilire chi lo avesse costruito e quanti anni avesse. Ma il legno non presentava usura, la vernice era intatta e nessun proprietario vi aveva lasciato un’incisione o un’impronta.
Alla fine, sotto la teca, fu collocata una targhetta:
VIOLINO IMMORTALE
AUTORE IGNOTO
DATAZIONE INCERTA
PROPRIETARI SCONOSCIUTI
Molti anni dopo, una vecchia musicista entrò nel museo portando con sé un violino consunto e riparato innumerevoli volte.
Era la bambina che aveva visitato la bottega di Alvise.
Il bordo conservava ancora il segno della sedia, la tavola armonica portava la macchia di cera e il manico era ormai quasi chiaro per il lungo passaggio delle dita.
Un giovane custode la osservò.
— Perché non acquista uno strumento migliore?
La donna accarezzò il proprio violino.
— Perché questo conosce tutta la mia musica, anche quella che io non ricordo più.
Poi cominciò a suonare.

La melodia non era perfetta. Alcune note tremavano, altre avevano il suono ruvido del legno invecchiato. Eppure, uno dopo l’altro, i visitatori si allontanarono dalla teca del violino immortale e si raccolsero intorno alla donna.
Quando ella terminò, nella sala rimase un lungo silenzio.
Il violino immortale brillava ancora dietro il vetro. Aveva attraversato amori, guerre, partenze e lutti senza perdere una sola venatura.
Ma nessuna mano aveva potuto lasciargli una carezza.
Nessun dolore aveva potuto affidargli un nome.
Nessuna vita aveva potuto dimorare in lui.
Vivere significa lasciarsi cambiare. Chi pretende di restare intatto può forse evitare le ferite, ma perderà anche l’amore, la memoria e tutto ciò che rende una vita degna di essere ricordata.






















