Rachmaninoff: quando il cuore torna dal silenzio

L’ascolto di oggi: Concerto n°2 in Do minore op.18, S. Rachmaninov

Domenica in ascolto — Un ascolto da portarsi dentro

di Marialuisa Veneziano


Prima che inizi la musica

Anche questa domenica la proposta è arrivata da un nostro lettore.

Il Secondo Concerto per pianoforte e orchestra di Sergej Rachmaninoff.

Ci sono pagine per le quali occorre preparare l’orecchio. Per questa, forse, occorre preparare qualcos’altro.

Perché il Concerto n. 2 in do minore op. 18 non chiede soltanto di essere ascoltato. Chiede di essere attraversato.

Bisogna accettare le sue esagerazioni, le sue immense arcate melodiche, le sue ombre, le sue improvvise aperture; bisogna consentire a Rachmaninoff una cosa che oggi concediamo con una certa difficoltà agli artisti: essere sentimentale senza essere superficiale, appassionato senza vergognarsene, vulnerabile senza trasformare la vulnerabilità in debolezza.

Siamo nella Russia fra Otto e Novecento. Čajkovskij è morto da pochi anni. Una generazione di musicisti ha ereditato da lui non una maniera, ma quasi una domanda: fino a che punto si può far entrare la vita dentro la forma musicale senza distruggerla?

Rachmaninoff darà una delle risposte più potenti.

Ma prima di arrivarci dovrà attraversare il silenzio.


L’uomo che non riusciva più a comporre

Nel marzo del 1897 Rachmaninoff ha ventitré anni e assiste a San Pietroburgo alla prima esecuzione della sua Prima Sinfonia.

È convinto che quella partitura possa consacrarlo.

Accade il contrario.

L’esecuzione è problematica, l’accoglienza durissima, la critica feroce. Il giovane compositore ne esce devastato. Anni dopo ricorderà quella serata come un’esperienza che lo aveva lasciato profondamente cambiato. Per circa tre anni la sua attività compositiva si riduce drasticamente: continua a dirigere, suonare, lavorare, ma ciò che prima sembrava naturale — sedersi e creare musica — diventa terribilmente difficile.

È forse questa una delle paure più atroci per un artista.

Non perdere il successo.

Perdere l’accesso a se stesso.

Avere ancora le mani, conoscere ancora il mestiere, continuare a sentire musica negli altri e domandarsi se quella sorgente che una volta esisteva dentro di noi si sia prosciugata.

Nel 1899 Rachmaninoff promette un nuovo concerto per pianoforte, ma non riesce a scriverlo. La pressione aumenta. All’inizio del 1900 viene persuaso a rivolgersi al medico Nikolaj Dahl, psichiatra e appassionato musicista dilettante. Da gennaio ad aprile lo incontra quotidianamente. Dahl utilizza anche tecniche ipnotiche e di suggestione, lavorando sul sonno, sull’umore, sulla fiducia e soprattutto sulla possibilità che Rachmaninoff torni a comporre. Il musicista ricorderà in seguito che quel trattamento lo aiutò realmente e che, con l’arrivo dell’estate, le idee ricominciarono a muoversi.

E qui bisogna fermarsi.

Perché conosciamo già il finale della storia e siamo tentati di trasformarlo in una favola.

Il medico cura il compositore. Il compositore guarisce. Nasce il capolavoro.

No.

La vita non è così ordinata.

Rachmaninoff non entra nello studio di Dahl senza musica e ne esce con il Secondo Concerto sotto il braccio.

Accade qualcosa di molto più umano.

Ricominciò lentamente a credere che avrebbe potuto scrivere ancora.

Ed è diverso.

La prima vittoria non fu il Concerto.

Fu forse una battuta.

Poi un’altra.

Poi la sensazione, dimenticata da tempo, che da una frase potesse nascerne una seconda.

Durante l’estate del 1900 vengono completati il secondo e il terzo movimento. Rachmaninoff li esegue a Mosca in dicembre e ottiene un successo enorme. Solo dopo scriverà il primo movimento. Il Concerto completo debutta nel novembre 1901 con lui stesso al pianoforte e Aleksandr Siloti sul podio. La partitura porta una dedica semplice e immensa nel suo significato:

A Nikolaj Dahl.

Non “al medico che mi ha guarito”.

A colui che, in un momento preciso della sua vita, aveva contribuito a restituirgli una possibilità.

Quella di ricominciare.


🎧 Apri l’ascolto. Poi continua a leggere

Prima di avviare il Concerto, dimentica per un momento la sua celebrità.

Dimentica i film che ne hanno utilizzato le melodie, le incisioni leggendarie, i pianisti che lo hanno trasformato in una prova quasi iniziatica del grande repertorio.

Immagina soltanto un uomo davanti a un pianoforte.

Per molto tempo ha dubitato di poter ancora comporre.

Adesso posa le mani sulla tastiera.

E il Concerto comincia.

ASCOLTA il Concerto n°2 in Do minore op.18 di S. Rachmaninov (Clicca sulla freccia nera per far apparire l’ascolto)

Dentro la partitura

Non comincia con una melodia. Comincia con un battito.

Nelle prime battute Rachmaninoff compie qualcosa di geniale.

Non ci regala subito uno dei suoi grandi temi.

Ci fa aspettare.

Il pianoforte suona una successione di accordi, sempre più pieni, sempre più forti.

Molti hanno sentito in quelle sonorità un richiamo alle campane russe, un universo acustico che attraverserà profondamente l’immaginazione di Rachmaninoff. Anche il pianista e compositore Nikolaj Medtner associava proprio l’apertura del Concerto a una Russia che sembra emergere progressivamente davanti all’ascoltatore.

Ma lasciamo per un istante da parte la Russia.

Ascoltiamoli semplicemente come suono.

Un accordo.

Poi un altro.

Ancora.

Sempre più forte.

È difficile conoscere la storia della composizione e non avvertire qualcosa di quasi fisico in questo gesto.

Come quando, dopo essere rimasti molto tempo immobili, proviamo ad alzarci.

La prima volta non corriamo.

Verifichiamo se le gambe ci reggono.

E questi accordi sembrano fare proprio questo.

Ci sei?

Ancora.

Ci sei ancora?

Ancora.

Poi l’orchestra entra.

E finalmente la musica cammina.


I. Moderato

Il pianoforte apre la porta. Ma è l’orchestra a parlare.

Quando gli archi espongono il primo tema in do minore, il pianoforte non se ne appropria.

Questo particolare è meraviglioso.

Rachmaninoff era uno dei più grandi pianisti del proprio tempo. Aveva mani prodigiose, tecnica formidabile e una tastiera intera a disposizione per presentarsi al mondo con un gesto spettacolare.

Invece fa un’altra cosa.

Lascia cantare gli altri.

Il pianoforte accompagna il tema orchestrale con grandi figurazioni che scorrono sotto la melodia. È presente ovunque, ma non pretende di essere la voce principale.

Quasi che il primo gesto di un uomo tornato alla composizione non fosse gridare «eccomi», ma ascoltare.

Musicalmente, l’effetto è straordinario: la melodia degli archi sembra avanzare sopra una corrente incessante. La superficie canta; sotto, qualcosa continua a muoversi.

Ed è già Rachmaninoff.

Perché nella sua musica quasi mai un sentimento è una cosa sola.

Sotto la serenità può esserci inquietudine.

Dentro una melodia luminosa sopravvive una nota che fa male.

Nel momento della massima espansione rimane spesso qualcosa che non si risolve completamente.

È forse questa la ragione per cui le sue melodie, anche quando sono sontuose, non sembrano mai completamente felici.

Ricordano.


Poi arriva il secondo grande tema.

E qui il mondo cambia.

Il pianoforte finalmente canta.

Non è una piccola frase graziosa; è una di quelle melodie che in Rachmaninoff sembrano aver bisogno di uno spazio enorme per riuscire a respirare. Si sollevano, ricadono, ritardano continuamente il punto in cui pensavamo sarebbero arrivate.

Questa è una delle caratteristiche più profondamente umane della sua scrittura.

Rachmaninoff conosce il potere dell’attesa armonica.

Potrebbe portarci subito a casa.

Non lo fa.

Rimanda la risoluzione.

Inserisce una tensione.

Prolunga una nota.

Fa deviare la frase.

E proprio quando cominciamo a desiderare disperatamente che quella melodia trovi finalmente un punto in cui posarsi, le permette di arrivarci.

La commozione nasce anche da questo.

Non dalla nota che arriva, ma da tutto il tempo in cui l’abbiamo aspettata.

È così lontano dalla vita?

Quante cose diventano preziose non per ciò che sono, ma per quanto abbiamo dovuto attenderle?


🎧 Ascolta questo

Riascolta l’inizio e osserva il rapporto fra pianoforte e orchestra.

Prima il pianoforte costruisce lo spazio.

Poi l’orchestra canta.

Più avanti sarà il pianoforte a ricevere la grande melodia lirica.

Non c’è un protagonista che domina e un’orchestra che obbedisce.

C’è uno scambio.

Uno sostiene mentre l’altro parla.

Poi si invertiscono.

E improvvisamente questo enorme concerto virtuosistico ci racconta una cosa semplicissima:

anche una voce fortissima, qualche volta, ha bisogno di essere sostenuta.


Lo sviluppo porta la musica verso regioni sempre più tormentate.

Le idee che conoscevamo vengono spezzate, accelerate, spinte una contro l’altra. L’orchestra cresce; il pianoforte diventa sempre più fisico. Arriva un momento in cui sembra che tutta la struttura non possa contenere l’energia accumulata.

E allora il tema iniziale ritorna con una forza enorme.

Non è più la melodia che avevamo incontrato all’inizio.

Le note possono essere riconoscibili, ma noi non siamo più nello stesso punto.

Abbiamo attraversato qualcosa.

È la grande capacità del Romanticismo: farci capire che ritornare non significa tornare indietro.

Una melodia ascoltata dopo una tempesta non è più la stessa melodia.

Come una casa nella quale rientriamo dopo molti anni.

La porta è identica.

Noi no.


II. Adagio sostenuto

Adesso lasciatelo respirare

Dopo la tensione del primo movimento, Rachmaninoff compie uno dei cambiamenti di luce più belli dell’intero repertorio.

Entriamo in mi maggiore.

Il pianoforte dispone lentamente i suoi arpeggi.

E sopra questa trama cominciano a emergere le voci dell’orchestra: prima il flauto, poi soprattutto il clarinetto, che lascia apparire una delle melodie più intime del Concerto.

Qui non accade quasi nulla.

E accade tutto.

Il pianoforte accompagna.

Gli arpeggi continuano a tornare.

Non chiedono attenzione.

Non vogliono stupirci.

Creano un luogo.

È come quando qualcuno non riesce ancora a raccontare ciò che gli è accaduto e un’altra persona gli rimane accanto senza obbligarlo a parlare.

Questo, per me, è uno dei momenti più umani dell’intera partitura.

Il pianoforte sa aspettare.


Poi prende la melodia.

E quando lo fa, ci rendiamo conto che Rachmaninoff non sta componendo semplicemente un “tema d’amore”.

Quell’etichetta sarebbe troppo piccola.

Dentro questa musica c’è desiderio, certamente. C’è tenerezza. Ma vi è anche qualcosa di molto più difficile da definire: il sentimento di una felicità che sa di essere fragile.

La melodia sale.

Sembra voler dire qualcosa.

Arriva quasi al punto di confessarlo.

Poi si ritrae.

Riprende coraggio.

Torna.

È proprio qui che armonia e psicologia diventano la stessa cosa.

Le tensioni armoniche impediscono alla frase di riposare troppo presto; le modulazioni cambiano continuamente il colore emotivo; ciò che sembrava stabilità si incrina e ciò che sembrava inquietudine trova improvvisamente un appoggio.

Rachmaninoff non descrive un sentimento.

Ne riproduce il comportamento.

Perché quando siamo profondamente commossi facciamo esattamente questo.

Avanziamo.

Ci fermiamo.

Torniamo su qualcosa.

Pensiamo di averlo superato.

E basta una parola perché tutto ricominci.


L’Adagio cresce.

La quiete iniziale non regge per sempre.

Il pianoforte diventa più agitato, la scrittura si addensa, il movimento raggiunge un culmine nel quale ciò che era stato sussurrato sembra non poter più rimanere segreto.

Ma Rachmaninoff non termina lì.

Ed è questo che rende la pagina adulta.

Dopo aver toccato il culmine, torna all’intimità.

Come accade dopo un pianto vero.

Non quello cinematografico nel quale il mondo cambia improvvisamente.

Quello reale.

Quando smettiamo perché non abbiamo più lacrime, ci asciughiamo il viso e la stanza è ancora la stessa.

Solo che noi respiriamo un po’ diversamente.


🎧 Ascolta questo

Segui gli arpeggi del pianoforte senza perderli.

Mentre sopra cambiano le voci, mentre la melodia passa dagli strumenti al solista, loro continuano.

Quasi un battito.

Quasi il tempo.

Quasi la vita quotidiana che insiste ad andare avanti anche nei giorni in cui dentro di noi è accaduto qualcosa di immenso.

Forse per questo il secondo movimento commuove tanto.

Il mondo non si ferma mentre soffriamo.

E qualche volta, proprio il fatto che continui, lentamente ci salva.


III. Allegro scherzando

Non basta sopravvivere. A un certo punto bisogna tornare a desiderare.

Il Finale cambia immediatamente temperatura.

Dopo l’intimità dell’Adagio, torna il movimento. Il pianoforte recupera energia, l’orchestra reagisce, il ritmo diventa nervoso, brillante, a tratti impetuoso.

È facile sentirvi semplicemente la necessità formale di un finale energico.

Ma proviamo ad ascoltarlo dopo ciò che sappiamo.

Il primo movimento aveva dovuto imparare a muoversi.

Il secondo aveva imparato a respirare.

Il terzo sembra chiedere qualcosa di più difficile:

vuoi ancora qualcosa dalla vita?

Perché tornare a vivere non significa soltanto smettere di stare male.

Significa tornare a desiderare.

Ed è molto più rischioso.

Chi non desidera non perde.

Chi non ama non viene abbandonato.

Chi non tenta non fallisce.

Dopo una grande ferita, rinunciare può persino sembrare una forma di intelligenza.

Rachmaninoff, invece, torna a desiderare.

E lo sentiamo quando appare il grande secondo tema del Finale.


È una delle melodie più celebri che abbia scritto.

Si apre con naturalezza, cresce, allarga il proprio respiro e sembra chiedere all’orchestra intera di diventare un solo enorme strumento capace di cantare.

Qui Rachmaninoff non ha più pudore.

E per fortuna.

La tradizione tardoromantica russa alla quale appartiene aveva ereditato da Čajkovskij una straordinaria capacità di trasformare la melodia in esperienza psicologica. Non si tratta di una generica “anima russa”, formula suggestiva ma troppo facile; si tratta di precise scelte compositive: frasi amplissime, armonie che ritardano la distensione, colori orchestrali scuri e profondi, grandi crescendi costruiti su una tensione tenuta a lungo.

L’emozione, insomma, non sostituisce la tecnica.

È resa possibile dalla tecnica.

Ed è per questo che non diventa sentimentalismo.


Quella melodia del Finale viene continuamente ostacolata.

Non riesce ancora a diventare ciò che vuole essere.

Torna il materiale energico.

La musica devia.

Il pianoforte lotta.

L’orchestra rilancia.

Rachmaninoff continua a prometterci un approdo e continua a rimandarlo.

Perché se avesse consegnato subito la grande esplosione finale, ci avrebbe commossi per trenta secondi.

Invece ci costringe a meritarla con l’ascolto.

La melodia deve prima conoscere l’interruzione.

Il desiderio deve incontrare una resistenza.

La luce deve ricordarsi che cosa fosse il buio.


E poi accade

Verso la conclusione, il tema torna.

Ma adesso qualcosa è cambiato.

La tonalità si apre verso do maggiore.

L’orchestra si allarga.

Il pianoforte non è più l’uomo solo delle prime battute che prova un accordo dopo l’altro.

Ora è dentro l’orchestra e contemporaneamente sopra di essa; partecipa, sostiene, conquista lo spazio.

E quella melodia che prima aveva dovuto chiedere il permesso di esistere può finalmente distendersi in tutta la propria ampiezza.

Non chiamerei questo “trionfo sulla depressione”.

Sarebbe troppo brutale nei confronti della vita vera.

Lo chiamerei in un altro modo.

Il ritorno della possibilità.

La possibilità di provare ancora gioia.

Di fidarsi ancora di una frase.

Di scrivere ancora una pagina.

Di amare ancora qualcosa abbastanza da aver paura di perderla.


La nota che resta

Forse il Secondo Concerto ci commuove ancora così profondamente perché non ci promette una vita senza dolore.

Ci promette qualcosa di più credibile.

Che dal dolore possa ancora nascere movimento.

Che dopo una lunga immobilità possiamo ritrovare un gesto.

Che una voce che credevamo perduta possa tornare, inizialmente incerta, e scoprire di avere ancora molto da dire.

Ci avevano insegnato a chiamare questo Concerto “romantico”.

È vero.

Ma “romantico” non significa soltanto innamorato.

Significa credere che l’interiorità umana sia abbastanza importante da meritare un’intera orchestra.

La paura.

Il desiderio.

La memoria.

La perdita.

La speranza.

Persino la vergogna di avere avuto bisogno di qualcuno.

Tutto può entrare nella musica.

E Rachmaninoff ci mette tutto.


Forse ricominciare non significa tornare ad essere quelli di prima.
Significa scoprire che, nonostante tutto, dentro di noi esiste ancora qualcosa capace di cantare.


🔎 Una cosa da sapere

Il Concerto nacque al contrario

C’è un dettaglio della sua storia che sembra quasi inventato apposta per questa musica.

Rachmaninoff non compose per primo il primo movimento.

Nell’estate del 1900 nacquero l’Adagio sostenuto e il Finale. Furono proprio questi due movimenti a essere eseguiti pubblicamente per primi, nel dicembre dello stesso anno, ottenendo una calorosa accoglienza. Soltanto successivamente arrivò il Moderato iniziale; nel novembre 1901 il Concerto completo fu presentato a Mosca con Rachmaninoff al pianoforte e Siloti direttore.

È curioso pensarci.

Noi ascoltiamo quegli accordi iniziali come se fossero la porta dalla quale l’intera opera è entrata nel mondo.

Storicamente furono invece una delle ultime cose a nascere.

Quasi che Rachmaninoff, soltanto dopo aver trovato una destinazione, fosse riuscito a comprendere da dove il viaggio dovesse cominciare.

E forse anche questo accade nella vita.

Talvolta capiamo davvero il nostro inizio soltanto quando siamo già andati molto avanti.


Portalo con te

Fra poco l’ultimo accordo finirà.

Il do maggiore si spegnerà.

Il pianoforte tornerà ad essere legno, corde e silenzio.

Eppure prova a ricordare come tutto era cominciato.

Non con una melodia.

Con accordi ripetuti.

Quasi una domanda rivolta al proprio stesso corpo.

Posso ancora?

Trentacinque minuti dopo, la risposta non arriva attraverso una frase.

Arriva attraverso un’intera orchestra.

Questo è ciò che la musica può fare e le parole, qualche volta, no.

Può prendere una domanda alla quale non sappiamo rispondere e tenerla con sé abbastanza a lungo perché cambi forma.

Non sempre troveremo una soluzione.

Non sempre il nostro do minore diventerà do maggiore.

E sarebbe offensivo prometterlo.

Ma esistono giorni nei quali il miracolo è molto più piccolo.

Alzarsi.

Telefonare.

Scrivere una riga.

Aprire il pianoforte.

Provare ancora una volta.

Un accordo.

Poi un altro.

E forse è proprio per questo che, più di un secolo dopo, milioni di persone continuano a riconoscersi nel Secondo Concerto di Rachmaninoff.

Non perché racconti la vittoria di un uomo sul dolore.

Ma perché racconta qualcosa che conosciamo tutti.

Quel momento fragile e quasi invisibile in cui, dopo aver creduto di non avere più nulla da dare, sentiamo muoversi qualcosa dentro di noi.

Non sappiamo ancora se durerà.

Non sappiamo dove ci porterà.

Ma c’è.

E per oggi può bastare.


🎧 Un ultimo ascolto

Quando il Concerto sarà terminato, torna soltanto alle prime battute.

Ascolta nuovamente quegli accordi.

La prima volta non sapevi dove sarebbero arrivati.

Adesso sì.

Ed è impossibile ascoltarli nello stesso modo.

Forse è questo uno dei più grandi poteri della musica: il finale riesce a cambiare perfino il significato dell’inizio.

Le note sono identiche.

Sei tu che, nel frattempo, hai attraversato qualcosa.



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2 risposte a “Rachmaninoff: quando il cuore torna dal silenzio”

  1. Avatar
    Anonimo

    E’ proprio quella descritta la vera essenza della musica di Rachmaninov, non un sentimento, ma descrizione di un vissuto, di un’esperienza, di un tormento e di un ritorno al principio, nel cui iato si nasconde e lentamente appare il senso dell’attesa. G. Leopardi nel Sabato del villaggio sosteneva che la vera felicità risiede nel desiderio e nell’attesa di una gioia futura, un momento in cui tutto sembra possibile. La grandezza di questo enorme musicista consiste proprio nella sua capacità di esprimere in una struttura compositiva il senso profondo di una realtà come solo i grandi artisti riescono a fare. Ecco perché il commento è perfetto ed esplicativo di una tecnica musicale pertinente.

  2. Avatar
    Anonimo

    Un lungo viaggio introspettivo della vita. Il pianoforte è membro effettivo dell’orchestra che è sapientemente e mirabilmente calibrata nei timbri e nelle nuances. Meraviglioso concerto.

    Meraviglioso Rachmaninoff.

    Bellissima lettura dell’opera. Grazie

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