La leggerezza è una cosa seria

L’ascolto di oggi: Jacques Ibert – Trois pièces brèves per quintetto di fiati

di Marialuisa Veneziano


Prima che inizi la musica

Questa domenica comincia con una bella novità.

Il brano che stiamo per ascoltare ce lo ha proposto un nostro lettore.

Ed è esattamente ciò che speravamo accadesse quando è nata Domenica in ascolto: che, a un certo punto, qualcuno bussasse alla porta della rubrica con una musica fra le mani e dicesse semplicemente:

«Questa dovete ascoltarla.»

La proposta ci porta a Jacques Ibert e alle sue Trois pièces brèves per quintetto di fiati.

Flauto.
Oboe.
Clarinetto.
Corno.
Fagotto.

Cinque strumenti che, messi insieme, sembrano quasi una piccola società civile.

Nessuno ha esattamente la stessa voce dell’altro. Ognuno possiede una personalità piuttosto riconoscibile. Qualcuno ama parlare. Qualcun altro preferisce commentare. Il corno tenta diplomaticamente di tenere insieme il gruppo. Il fagotto, quando vuole, sembra conoscere già la fine della storia e divertirsi a non dircela.

Insomma: più che un quintetto, una riunione di condominio particolarmente ben riuscita.

Eppure Ibert riesce a trasformare queste differenze in poco più di sette minuti di eleganza, intelligenza, teatro e humour.

Niente monumenti.

Niente proclami.

Nessuno sembra volerci spiegare il significato ultimo dell’esistenza prima di cena.

E forse proprio per questo vale la pena ascoltare.


🎧 Apri l’ascolto. Poi continua a leggere

Questa pagina è pensata per essere letta con la musica accanto.

ASCOLTA JACQUES IBERT – TROIS PIÈCES BRÈVES

(Clicca sulla freccia nera per far apparire l’ascolto).

Lascia partire la musica.

E per una volta non cercare subito “il tema principale”.

Ascolta invece chi prende la parola, chi la passa a un altro, chi interrompe, chi accompagna e chi cambia improvvisamente il colore della conversazione.

Perché in Ibert il timbro non veste la musica.

È già parte del pensiero.


Dentro la partitura

Le Trois pièces brèves nascono nel 1930 da una musica di scena e conservano qualcosa di quell’origine teatrale.

Si sente.

Non perché raccontino una trama precisa, ma perché i cinque strumenti sembrano continuamente entrare e uscire da una scena immaginaria.

Il quintetto di fiati è, da questo punto di vista, una formazione meravigliosamente imperfetta.

In un quartetto d’archi violino, viola e violoncello appartengono alla stessa famiglia: cambiano registro e carattere, naturalmente, ma condividono una matrice timbrica.

Nel quintetto di fiati, invece, mettere insieme flauto, oboe, clarinetto, corno e fagotto significa riunire cinque individui che difficilmente potrebbero essere scambiati l’uno per l’altro.

Il flauto può essere luce.

L’oboe possiede quella voce sottile e penetrante capace di sembrare malinconica anche quando sta semplicemente dicendo buongiorno.

Il clarinetto è il grande trasformista: caldo, agile, scuro, brillante.

Il corno porta con sé qualcosa dello spazio, della lontananza, dell’orchestra.

Il fagotto può essere nobile e, tre battute dopo, assumere l’aria di chi ha appena raccontato una battuta che solo lui ha capito.

Ibert non tenta di cancellare queste differenze.

Le utilizza.

Ed è qui il primo piccolo insegnamento della pagina:

l’armonia non nasce necessariamente dal somigliarsi.

Qualche volta nasce dal riuscire a stare insieme restando perfettamente riconoscibili.

Non sarebbe una cattiva idea neppure fuori dalla musica.


I. Allegro – La conversazione comincia

Il primo pezzo parte quasi senza presentazioni.

La musica scatta.

È rapida, mobile, brillante.

I materiali passano da uno strumento all’altro con una naturalezza tale che rischiamo di dimenticare quanto sia sofisticata la scrittura necessaria a far sembrare tutto così semplice.

Ed è uno dei grandi trucchi della vera eleganza.

Quando la tecnica è davvero alta, spesso smette di mostrarsi.

Il tema non viene semplicemente ripetuto: cambia personalità a seconda dello strumento che lo riceve.

Una frase sul flauto possiede un peso diverso se passa all’oboe.

Sul clarinetto acquista un’altra flessibilità.

Nel fagotto può improvvisamente sembrare che qualcuno abbia introdotto nella conversazione una piccola dose di ironia.

È quasi teatro senza parole.

Cinque personaggi.

Nessun protagonista assoluto.

E una scrittura in cui la precisione non diventa mai rigidità.


🎧 Ascolta questo

Nel primo movimento prova a non seguire soltanto le note.

Segui i colori.

Chiediti:

Chi sta parlando adesso?

E subito dopo:

La stessa frase avrebbe lo stesso significato se fosse affidata a un altro strumento?

È un piccolo esercizio, ma cambia completamente l’ascolto.

Perché cominciamo a capire che l’orchestrazione — anche in un organico così piccolo — non arriva dopo l’idea musicale.

È l’idea musicale.


II. Andante – Quando la musica smette di voler divertire

Poi arriva il secondo pezzo.

E qualcosa cambia.

Dopo il movimento, l’arguzia, gli scambi rapidi, la musica si ritira.

Flauto e clarinetto emergono in un dialogo molto più intimo.

Non succede moltissimo.

Ed è proprio questo il punto.

Viviamo in un’epoca nella quale, se entro sette secondi non è successo niente, qualcuno teme già che il contenuto non stia performando bene.

Ibert non sembra particolarmente preoccupato.

Lascia spazio.

Respira.

Fa dialogare due strumenti senza obbligarli a produrre continuamente un evento.

E improvvisamente scopriamo un’altra forma della leggerezza.

Non quella brillante del primo pezzo.

Quella della misura.

Sapere quanto dire.

E, soprattutto, sapere quando smettere.


III. Assez lent – Allegro scherzando

Il terzo pezzo comincia con una sospensione.

È come se la musica si guardasse intorno prima di decidere che cosa fare.

Poi la scena cambia ancora.

Arriva l’Allegro scherzando.

Ed è già tutto contenuto in quella parola: scherzando.

Non superficialmente.

Non distrattamente.

Scherzando.

Una delle indicazioni più intelligenti che la storia della musica ci abbia lasciato: eseguire con precisione qualcosa che deve sembrare nato con leggerezza.

Gli strumenti si inseguono.

Si rispondono.

Si provocano.

Il movimento aumenta.

E ciò che era iniziato quasi in punta di piedi ritrova progressivamente energia.

Ibert non costruisce un grande finale retorico.

Non sale sul podio dell’universo per consegnarci il proprio testamento spirituale.

Ci saluta con intelligenza.

Che, talvolta, è persino più difficile.


La nota che resta

La leggerezza non è assenza di peso.
È la capacità di portarlo senza farlo pesare agli altri.

Abbiamo spesso un curioso pregiudizio estetico.

Pensiamo che la profondità debba essere riconoscibile dalla gravità con cui entra nella stanza.

Più una musica è lenta, dolorosa, scura, tormentata, più siamo disposti a considerarla “importante”.

Se invece sorride, deve immediatamente dimostrare di non essere frivola.

È una sorta di dogana culturale.

Mahler può entrare.

Ibert, per favore, apra la valigia.

Eppure la leggerezza autentica è una conquista molto seria.

Per essere limpidi bisogna scegliere.

Per sembrare spontanei bisogna conoscere perfettamente il mestiere.

Per lasciare spazio a cinque strumenti così diversi occorre evitare che qualcuno occupi continuamente il centro.

Nelle Trois pièces brèves Ibert ci ricorda una cosa che vale ben oltre la musica:

non tutto ciò che è profondo deve essere pesante.

Esistono pensieri che arrivano senza bussare con il pugno.

Persone capaci di intelligenza senza esibirla.

Emozioni che non hanno bisogno di gridare per essere vere.

E musiche che possono dirci qualcosa di importante mentre sembrano semplicemente divertirsi.


🔎 Una cosa da sapere

Le Trois pièces brèves, composte nel 1930, sono destinate alla formazione classica del quintetto di fiati:

flauto, oboe, clarinetto, corno e fagotto.

I tre movimenti — Allegro, Andante e Assez lent – Allegro scherzando — concentrano in pochi minuti molte delle qualità tipiche della scrittura di Ibert: chiarezza, mobilità ritmica, gusto timbrico, senso teatrale e rifiuto di ogni pesantezza accademica.

Una musica breve, dunque.

Che è cosa molto diversa da una musica piccola.


Portalo con te

Quando questi pochi minuti saranno terminati, prova a chiederti che cosa ti sia rimasto.

Forse non un tema preciso.

Forse un colore.

Un passaggio.

Una risposta del fagotto.

Una linea del flauto.

Un momento nel quale cinque strumenti sembravano parlare contemporaneamente senza smettere di ascoltarsi.

Ed è forse proprio questa l’immagine più bella da portare via.

Essere insieme non significa diventare uguali.

Una buona conversazione non è quella nella quale tutti pronunciano la stessa frase.

Una buona orchestra non è quella nella quale tutti possiedono lo stesso timbro.

La musica nasce perché esistono differenze capaci di trovare una relazione.

Ibert lo fa senza prediche.

Non ci scrive sopra un trattato sociologico.

Sette minuti, cinque strumenti e via.

Il che, bisogna ammetterlo, è un’efficienza comunicativa che molti convegni potrebbero studiare con profitto.

E poi c’è un’ultima cosa.

Questo ascolto è arrivato da un nostro lettore.

Qualcuno ha scelto questa musica e ha deciso di consegnarla alla rubrica perché altre persone potessero incontrarla.

È così che Domenica in ascolto comincia a diventare davvero una piccola comunità.

Uno propone.

Qualcun altro ascolta.

Un altro ancora, forse, scopre qualcosa che non conosceva.

La musica passa di mano.

E continua.

Questa domenica ci lascia allora una piccola lezione:

non tutto ciò che vale deve pesare.
Non tutto ciò che è leggero passa.

Alcune cose, proprio perché sanno camminare senza fare rumore, riescono ad accompagnarci più lontano.



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