Categoria: Cronache dell’Apeiron

  • La forma del tempo e la voce dell’anima

    La forma del tempo e la voce dell’anima

    Dal respiro ipnotico di Glass alla luce inquieta di Beethoven, Piovano, la FORM e Scolastra danno forma a un’esperienza in cui il tempo non passa: ci interroga, ci ferisce, ci restituisce.

    Di Marialuisa Veneziano


    Ravenna, 30 aprile 2026

    Non so se la musica cominci davvero quando il primo suono si stacca dal silenzio. A volte, credo, essa comincia prima, molto prima: in una domanda che ci accompagna senza che noi sappiamo darle nome, in una inquietudine che sembra non avere oggetto, in quel presentimento oscuro e dolcissimo per cui, entrando in una sala da concerto, non andiamo soltanto ad ascoltare qualcosa, ma a cercare — forse senza confessarlo neppure a noi stessi — una forma più alta di presenza. Si va a un concerto portando con sé il rumore della giornata, la stanchezza, qualche pensiero lasciato a metà, una piccola pena che non si vede, e poi accade che, a poco a poco, tutto questo venga chiamato a raccolta da un ordine diverso, più severo e più misericordioso. È allora che la musica non consola nel senso facile della parola; piuttosto, ci restituisce a noi stessi con una intensità che quasi commuove.

    È con questa disposizione che ho ripensato al dialogo con Luigi Piovano. Non un’intervista nel senso consueto, non quella sequenza ordinata di domande e risposte che spesso serve più a chi scrive che a chi legge, ma un avvicinamento progressivo al centro di un pensiero. Piovano non parla della musica come di un oggetto da illustrare. La musica, nelle sue parole, non è mai fuori di lui; vi passa attraverso. Ed è forse questo che colpisce prima ancora del contenuto: la naturalezza con cui l’esperienza tecnica, l’intelligenza interpretativa e una forma rara di umiltà si raccolgono in una sola voce. Violoncellista e direttore, da oltre vent’anni primo violoncello solista dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, artista che ha attraversato il repertorio sinfonico, cameristico e solistico con una familiarità conquistata nel corpo prima ancora che nello studio, Piovano porta sul podio una qualità non comune: non dirige “sopra” l’orchestra, ma sembra ascoltarla dall’interno, come chi conosce la fatica fisica del suono, il respiro dell’arco, il peso di una frase prima che essa diventi idea.

    Luigi Piovano

    Quando gli ho proposto di leggere l’accostamento tra Philip Glass e Ludwig van Beethoven non come una semplice alternanza di stili, ma come un confronto fra due forme del tempo — da una parte il tempo ciclico, contemplativo, dall’altra il tempo drammatico del divenire — Piovano non ha cercato di ridurre, spiegare, correggere. Ha accolto quella intuizione con una frase che aveva il valore di una porta aperta: «Non potevi esprimerlo meglio». E tuttavia, mentre lo diceva, si avvertiva che il punto non era trovare una formula felice. Il punto era entrare in quel luogo in cui il tempo non è più cronologia, non è più misura, non è più la successione indifferente degli istanti, ma diventa sostanza dell’esperienza, materia viva dell’ascolto. Glass e Beethoven, così lontani nella storia, si incontrano proprio lì: non nell’apparenza del linguaggio, ma in una domanda radicale. Che cosa accade all’uomo quando il tempo smette di essere qualcosa che passa e diventa qualcosa che lo attraversa?

    Da questa domanda nasce il senso profondo del programma. Perché un grande programma da concerto non è mai soltanto una scelta di brani; è una forma di pensiero, e talvolta una forma di destino. Si potrebbe dire che Glass e Beethoven appartengano a due mondi inconciliabili: l’uno alla modernità minimalista, alle strutture reiterate, alle geometrie ipnotiche del secondo Novecento; l’altro al cuore della grande tradizione sinfonica, alla tensione dialettica, alla drammaturgia della forma. Ma sarebbe una distinzione troppo comoda, e dunque insufficiente. La storia della musica non è un museo ordinato per stanze separate: è piuttosto una trama di richiami, anticipazioni, ritorni, ferite che si riaprono sotto altra luce. E Piovano, con grande lucidità, lo lascia intendere quando osserva che in Beethoven stesso, anche là dove meno ce lo aspetteremmo, vive già una forza della reiterazione, una capacità di costruire mondi attraverso cellule minime, insistenti, necessarie. Persino quattro colpi possono diventare architettura, pensiero, destino.

    Nel Tirol Concerto di Glass, il tempo non si impone come racconto, ma come ambiente. Non conduce l’ascoltatore da un punto a un altro, non lo prende per mano secondo la logica tradizionale dell’esposizione, dello sviluppo, della risoluzione. Piuttosto lo circonda, lo avvolge, lo mette alla prova. L’inizio pianistico, nelle parole di Piovano, sembra quasi portare con sé un profumo schubertiano, come se per un momento una memoria ottocentesca si affacciasse alla soglia di un edificio moderno. È una suggestione preziosa, perché non serve a “romanticizzare” Glass, ma a riconoscere come la musica, anche quando pare nuova, porti spesso in sé fantasmi antichi, impronte remote, voci che non hanno finito di parlare. Poi, però, quella promessa iniziale viene subito trasformata: entra la logica glassiana, quella specie di sorriso obliquo della ripetizione, quel gioco serio in cui ciò che ritorna non è mai veramente uguale a prima.

    La parola “ripetizione”, applicata a Glass, è tanto inevitabile quanto pericolosa. Inevitabile, perché la sua scrittura vive di cellule che ritornano, di pulsazioni che insistono, di figure che sembrano riscrivere se stesse. Pericolosa, perché rischia di ridurre a meccanismo ciò che invece è trasformazione della coscienza percettiva. La ripetizione, nella grande musica, non è povertà di invenzione: è una prova spirituale. Ci chiede se sappiamo restare, se sappiamo ascoltare ciò che muta nel minimo, se sappiamo accorgerci che anche ciò che sembra identico viene alterato dal fatto stesso di ritornare. Un dolore che ritorna non è mai lo stesso dolore; un ricordo che ritorna non è mai lo stesso ricordo; una nota che ritorna non è mai la stessa nota, perché noi, nel frattempo, siamo cambiati.

    Piovano individua con precisione il punto più difficile: il rischio che la reiterazione diventi ossessione, e che l’ossessione si trasformi in noia. È un rischio reale, e proprio per questo artisticamente fecondo. La musica di Glass cammina su un margine: da un lato la trance, dall’altro l’automatismo; da un lato la sospensione del tempo, dall’altro la sua cancellazione meccanica. Il compito dell’interprete è impedire che la macchina vinca sulla vita. Non basta tenere il tempo, non basta la pulizia ritmica, non basta una disciplina esatta, per quanto indispensabile. Occorre un respiro. Occorre far sì che la precisione abbia sangue, che il disegno abbia temperatura, che l’ordine non diventi gelo. Piovano parla di dinamiche, di micro-aggiustamenti, di equilibri, di quelle “battute spia” che spezzano la regolarità e fanno sobbalzare l’ascolto come un cuore che per un istante inciampa e poi ritrova il proprio ritmo.

    In questa prospettiva, la FORM — Orchestra Filarmonica Marchigiana — ha avuto il merito raro di non trasformare Glass in un congegno, ma di restituirgli carne, respiro, temperatura umana. È facile, in una scrittura fondata sulla reiterazione, scambiare la precisione per verità; ma la precisione, da sola, non basta. Può diventare gelo. Può diventare superficie. Qui, invece, si è avvertita una tensione più nobile: quella di un’orchestra capace di tenere insieme l’esattezza del disegno e la fragilità del vivente. Ogni sezione sembrava ascoltare l’altra; ogni ingresso pareva nascere non da un automatismo, ma da una necessità condivisa. In questo senso, la FORM non ha semplicemente accompagnato un percorso interpretativo: lo ha abitato, offrendo a Piovano quella materia viva senza la quale anche l’idea più alta resta soltanto intenzione.

    Dentro questo organismo, il pianoforte di Marco Scolastra non si è posto come voce separata, né come centro narcisistico del discorso. È stato piuttosto una presenza interna, pensante, mobile: una coscienza sonora che attraversava l’orchestra e ne veniva a sua volta trasformata. Piovano, nell’intervista, parlava di un approccio cameristico, di una sintonia costruita nella prova e nella condivisione; ed è proprio questa parola — condivisione — a restare come chiave morale prima ancora che musicale. Perché là dove solista, orchestra e direttore cessano di contendersi lo spazio e cominciano invece a respirarlo insieme, la musica smette di essere esecuzione e diventa comunità.

    Quando poi Beethoven prende la parola, non si ha la sensazione di abbandonare Glass, ma di vederne l’enigma riflesso in uno specchio più antico e più drammatico. La Quarta Sinfonia è spesso raccontata come una parentesi luminosa tra due colossi, la Terza e la Quinta; e tuttavia questa definizione, pur comoda, è ingiusta. La Quarta non è minore: è segreta. Non urla la propria grandezza, non alza monumenti, non si presenta con il volto corrucciato del Beethoven titanico che la tradizione, talvolta pigramente, ci ha consegnato. Essa sorride, dice Piovano; ma il suo sorriso nasce da un’ombra. E questa frase, nella sua semplicità, coglie l’essenza di tutta la sinfonia.

    L’introduzione lenta, con quegli archi scuri, non è un semplice preludio. È una soglia morale. La musica sembra trattenere il fiato, come se prima di mostrarsi dovesse attraversare una zona di incertezza. Beethoven, qui, non ci consegna subito una verità; ci educa all’attesa. E l’attesa, in musica come nella vita, è una delle forme più profonde della conoscenza. Solo chi attende davvero può ricevere ciò che arriva. Quando l’Allegro si apre, la luce non cancella l’ombra: la porta con sé, la trasfigura. E allora quel sorriso non è ingenuità, ma conquista; non è spensieratezza, ma grazia sopravvissuta alla complessità.

    Nel secondo movimento, il filo con Glass diventa quasi palpabile. Piovano parla di una reiterazione ritmica “degna del minimalismo”, una pulsazione che percorre l’intero movimento e ne costituisce non un ornamento, ma una struttura profonda. Qui Beethoven sembra ricordarci che il ritorno non appartiene soltanto alla modernità minimalista: appartiene alla musica stessa, e prima ancora alla vita. Il cuore ripete. Il passo ripete. Il respiro ripete. Le stagioni ripetono. Ma nulla, in questa ripetizione, è mai semplicemente identico. Tutto torna portando con sé una differenza. La grandezza di Beethoven sta nel trasformare questa verità elementare in architettura spirituale: ciò che ritorna non ci imprigiona, ma ci conduce più a fondo.

    Il terzo movimento apre un altro paesaggio. Piovano lo racconta con immagini di terra, quasi con affetto: un contadino rustico e insieme elegante, una contadinella che entra “tutta sistemata”, un mondo agreste che non è pittoresco, ma profondamente umano. In quella descrizione, che potrebbe sembrare lieve, c’è invece una lettura importante. Beethoven non è soltanto il poeta della necessità, della lotta, del destino che bussa alla porta; è anche colui che sa ascoltare la vita minuta, la danza, il passo popolare, la grazia imperfetta del quotidiano. La sua grandezza non sta nell’essere sempre sublime, ma nel sapere che anche la semplicità può diventare sublime, se accolta nella forma.

    Ecco allora che la Quarta Sinfonia diventa una lezione contro ogni semplificazione. Beethoven non è soltanto titanismo; non è soltanto tempesta. È anche sorriso, eleganza, leggerezza, ironia trattenuta, pudore della tenerezza. Piovano, parlando dell’uomo Beethoven, ricorda la dolcezza che appare nelle lettere, la complessità di un carattere che non può essere ridotto al cliché del genio irascibile. È un passaggio importante, perché la musicologia più vera non consiste nel congelare i compositori dentro formule, ma nel restituire loro la contraddizione, cioè la vita. Beethoven è grande non perché sia marmo, ma perché nel marmo continua a battere un cuore.

    Il finale della Quarta porta questa vitalità a una soglia vertiginosa. La scrittura corre, scintilla, chiede agli archi e ai fiati una lucidità estrema, e tuttavia non deve diventare puro virtuosismo. Piovano parla di una specie di ossimoro tra l’indicazione agogica e il metronomo, tra il “non troppo” e una velocità che appare come una fucilata; e in questa tensione interpretativa sta uno dei problemi più affascinanti della musica: la partitura non è mai un cadavere da rispettare, ma un corpo da riportare alla vita. Servono fedeltà e libertà, umiltà e decisione, rispetto e rischio. Chi dirige deve stare in mezzo a queste forze senza tradirne nessuna.

    Forse è qui che il percorso umano di Piovano diventa decisivo. Il suo gesto nasce da una lunga consuetudine con il suono. Egli stesso, nell’intervista, riconduce la propria visione direttoriale alla vita da strumentista, agli anni passati dentro l’orchestra, all’incontro con maestri come Chung e Pappano, alla comprensione che la musica non è mai un atto di comando, ma un atto di responsabilità condivisa. Dice una cosa bellissima: l’esperienza non impedisce di sbagliare, ma aiuta a capire che la condivisione è fondamentale. È un pensiero che andrebbe scritto all’ingresso di ogni sala prove. Perché la musica d’insieme non è una democrazia indistinta, ma nemmeno una tirannia del gesto: è un’idea forte che si offre agli altri affinché diventi comune.

    E qui l’artista incontra il filosofo, anche quando non pretende di esserlo. Piovano parla di umiltà e consapevolezza. Umiltà davanti a pagine che egli definisce perfette; consapevolezza di dover fare tutto il possibile per renderle vive. Cita l’insegnamento dei Greci, l’imperfezione necessaria perché l’occhio umano possa accogliere la perfezione, e ricorda una frase di Giulini: il meglio può diventare nemico del bene. In queste parole c’è una sapienza antica, che va oltre la musica. Ogni opera umana vive in questa tensione: cercare il massimo sapendo che il massimo, se diventa idolatria, può distruggere ciò che di vivo stavamo cercando. La perfezione non è sterilità; è misura abitata dall’umano.

    Da questo punto di vista, il concerto non è intrattenimento. È uno degli ultimi luoghi in cui una comunità accetta di vivere insieme il tempo senza accelerarlo. Piovano lo dice con parole che non hanno nulla di ornamentale: dopo il Covid abbiamo capito che non è la stessa cosa mettersi davanti a uno schermo, anche con il migliore apparato audio. Non è lo stesso profumo, non è la stessa attesa, non è lo stesso dopo. C’è il caffè, c’è lo spritz, c’è il commento, la critica, persino il gossip, dice con una concretezza che fa sorridere perché restituisce al rito la sua carne quotidiana; poi le luci si abbassano, entra l’orchestra, entra il direttore, e “lì si prega”.

    Questa parola, preghiera, potrebbe sembrare eccessiva solo a chi non ha mai ascoltato davvero. Non si tratta necessariamente di religione, ma di raccoglimento. Di una sospensione dell’io. Di quel momento in cui una moltitudine di persone, ciascuna con la propria vita segreta, accetta di respirare nello stesso silenzio. In un mondo che moltiplica i suoni e impoverisce l’ascolto, il concerto è una forma di resistenza spirituale. Non ci distrae dalla vita: ci restituisce alla sua profondità. Ci insegna che essere presenti è ancora possibile; che condividere un tempo non funzionale, non produttivo, non immediatamente spendibile, è un atto quasi rivoluzionario.

    E allora Glass e Beethoven, attraverso Piovano, diventano più di un programma: diventano una meditazione sull’esistenza. Glass ci insegna che non tutto ciò che ritorna è prigione; talvolta il ritorno è la via per scendere più a fondo. Beethoven ci insegna che il divenire non è semplice avanzamento; è lotta tra ombra e luce, tra peso e grazia, tra necessità e sorriso. L’uno dilata il tempo fino a farci perdere la misura; l’altro lo tende fino a farne destino. Ma entrambi ci chiedono la stessa cosa: ascoltare non con l’orecchio soltanto, ma con quella zona vulnerabile dell’essere in cui il pensiero diventa emozione e l’emozione diventa conoscenza.

    Quando il concerto finisce, la musica non finisce davvero. Piovano lo sa bene. Alla domanda su cosa resti dopo, egli non offre una risposta retorica. Dice che rimangono due elementi: il piacere di aver dato suono a una sinfonia, e poi l’altra voce, più severa, quella che domanda se si sarebbe potuto fare meglio. È una confessione che commuove perché è vera. Ogni artista autentico vive in questa fenditura: da una parte la gratitudine, dall’altra l’inquietudine. Da una parte l’applauso, dall’altra la notte in cui si ripensa a un attacco, a un accordo, a un punto in cui tutto poteva essere più giusto, più limpido, più necessario.

    Ma forse proprio questa ferita impedisce alla musica di diventare mestiere soltanto. Chi non dubita più, ha già smesso di cercare. Chi, dopo aver dato tutto, sente ancora il richiamo di un possibile meglio, custodisce intatta la propria fedeltà alla bellezza. E se questa tensione arriva al pubblico, se qualcuno esce dalla sala con gli occhi più quieti o più lucidi, se qualcuno può dire “questa sera ne avevo bisogno”, allora il servizio della musica si è compiuto. Non perché abbia cancellato il dolore, ma perché gli ha dato una forma. Non perché abbia risolto la vita, ma perché per un poco l’ha resa abitabile.

    Alla fine, forse, il vero centro di questa esperienza è proprio qui: nell’ascolto come atto di umanità. Piovano racconta di due ragazze, una israeliana e una iraniana, sedute vicine nella sua fila, e immagina che quell’immagine dovrebbe girare il mondo, perché nella musica certe differenze, per un momento, cessano di essere confini. Non è ingenuità. La musica non ferma le guerre, non cancella la storia, non assolve l’uomo dalle sue colpe. Ma mostra una possibilità. E qualche volta, nella notte del mondo, una possibilità intravista è già una luce.

    Così, ripensando a Glass e Beethoven, a Scolastra e alla Filarmonica Marchigiana, alla voce di Piovano e a quella parola — tempo — che continuava a tornare come un tema ostinato, mi è parso che il concerto avesse compiuto il suo miracolo più discreto: non quello di stupire, ma quello di approfondire. Ci sono musiche che passano e musiche che restano; ma le più necessarie non restano semplicemente nella memoria. Restano nel modo in cui, dopo, guardiamo il mondo. Perché per un’ora, forse per poco più, il tempo non è stato il nemico che ci consuma, né il fiume che ci porta via. È stato una casa. E dentro quella casa, fragile e luminosa, abbiamo ritrovato qualcosa che credevamo perduto: la possibilità di ascoltare, e dunque di essere vivi con più verità.

  • Ove il timor si dilegua e l’alma, memore del suo finire, s’abbandona alla quiete. Tra le armonie segrete del Requiem di Faurè

    Ove il timor si dilegua e l’alma, memore del suo finire, s’abbandona alla quiete. Tra le armonie segrete del Requiem di Faurè

    Un raccoglimento dell’animo tra suono e silenzio, ove il timore si dilegua e la morte si rivela nella sua composta verità.

    di Marialuisa Veneziano


    Ancona 15 aprile 2026

    Ricordo con una chiarezza quasi imbarazzante — come accade per quegli istanti che non chiedono di essere ricordati e proprio per questo non si lasciano dimenticare — la sera in cui, senza alcuna disposizione d’animo particolare, mi trovai ad ascoltare il Requiem di Fauré. Non vi era in me né il fervore dello studioso, né la devota attesa di chi si accosta a un’opera sacra con l’intenzione di esserne edificato; anzi, se devo essere sincera, portavo con me quella distrazione elegante e un poco colpevole di chi crede di poter attraversare la bellezza senza esserne toccato.

    E tuttavia, bastarono poche battute — poche, ma di una qualità così singolare da sfuggire a ogni descrizione frettolosa — perché quella mia sicurezza, così ben disposta e così poco fondata, si incrinasse con una discrezione che, se non fosse stata tanto profonda, si sarebbe potuta scambiare per gentilezza.

    Non accadde nulla di ciò che, per consuetudine, ci si attenderebbe da un Requiem. Nessuna gravità opprimente, nessun senso di imminente catastrofe, nessuna di quelle solennità che, più che elevare, sembrano talvolta compiacersi del proprio peso. Vi era invece una sorta di misura — e mi si conceda il termine, benché imperfetto — che non umiliava il dolore, ma neppure lo esibiva; una compostezza che non negava la morte, ma la sottraeva a ogni teatralità.

    Fu allora che compresi, non senza una certa resistenza interiore, che Gabriel Fauré non intendeva persuadermi di alcunché. Egli non voleva insegnare, né commuovere nel senso più immediato del termine; e questa sua rinuncia — così insolita, così poco accomodante — produceva un effetto più radicale di qualsiasi dichiarazione: mi lasciava sola, ma non abbandonata; esposta, ma non minacciata.

    È singolare come, nella storia della musica, le opere più ardite si riconoscano non tanto per ciò che affermano, quanto per ciò che osano omettere. Nel caso del Requiem di Fauré, tale omissione assume un carattere quasi filosofico: egli rinuncia al terrore. Là dove altri — e basterà evocare i nomi di Wolfgang Amadeus Mozart e Giuseppe Verdi — avevano interrogato la morte attraverso il tremore o la sfida, Fauré sceglie una via che, a prima vista, potrebbe apparire meno intensa, ma che, a uno sguardo più attento, si rivela di una audacia quasi sconcertante: egli sottrae alla morte il suo apparato.

    E che cosa resta, quando si priva la fine delle sue immagini più temute?

    Resta, per dirla con una franchezza che non esclude la grazia, il semplice fatto di non poter continuare. Un limite, e nulla più.

    Ora, se vi è qualcosa che l’animo umano sopporta con difficoltà, non è tanto la presenza del male, quanto l’assenza di una forma che lo renda intelligibile. Il giudizio, la pena, persino il castigo — tutte queste figure, per quanto terribili, hanno il vantaggio di offrire una narrazione. Ma Fauré, con una discrezione che rasenta l’ironia, ritira questa narrazione, e lascia l’ascoltatore di fronte a una verità più nuda, e perciò più esigente: quella di un’esistenza che non ha bisogno di essere giustificata né punita, ma soltanto compresa nel suo finire.

    Questa comprensione, tuttavia, non si dà come concetto, ma come esperienza — e, per quanto mi riguarda, essa si rivelò con una chiarezza inattesa nel “Sanctus”.

    Vi è, in quel momento, un’apparizione che sfugge a ogni descrizione ordinaria. L’arpa — e qui ogni parola rischia di essere o troppo povera o troppo insistita — non accompagna, non sostiene: inaugura. Il suo suono si distende con una naturalezza tale da far dimenticare la sua origine, come se non fosse prodotto, ma semplicemente dato.

    Ebbi allora la singolare impressione — che non saprei difendere con argomenti, ma che non posso negare — di trovarmi sospesa. Non sollevata, non elevata nel senso retorico del termine, ma liberata dal peso stesso dell’essere collocata. Era come planare, sì, ma senza vento, senza direzione: sopra un mare infinito, immobile, la cui estensione non suscitava vertigine, ma una quiete inattesa.

    Le corde dell’arpa disegnavano, per così dire, la superficie di questo mare; e quando il coro entrò, non lo fece per dominarla, ma per abitarla. Le voci si posavano su quel suono come luce su acqua, senza incresparlo. Nulla vi era di solenne nel senso comune: nessuna affermazione, nessuna volontà di elevarsi. E tuttavia, proprio in questa rinuncia, si manifestava qualcosa di più alto di qualsiasi elevazione: una presenza che non chiedeva di essere riconosciuta, perché non poteva essere negata.

    Se il “Sanctus” fu, per così dire, una rivelazione dello spazio, il “Pie Jesu” fu una rivelazione del limite.

    Qui la musica si ritrae ancora, come una persona di grande educazione che, avendo detto l’essenziale, non insiste. La voce sola si leva, e la sua semplicità è tale da disarmare ogni tentativo di interpretazione. Non vi è supplica nel senso drammatico del termine; non vi è urgenza, né timore. Vi è, piuttosto, una forma di abbandono che non ha nulla di passivo, ma che deriva da una comprensione così completa da non avere più bisogno di resistere.

    Ricordo di aver avvertito, in quel momento, una sensazione che potrei descrivere — con qualche timore di essere fraintesa — come una perdita. Non perdita di qualcosa di caro, ma perdita di una tensione. Come se una parte di me, sempre vigile e sempre pronta a opporsi, si fosse improvvisamente trovata senza funzione.

    E fu allora che la morte, parola che fino a quel momento avevo trattato con quella prudenza che è propria delle cose non comprese, cessò di apparirmi come un’interruzione violenta. Non divenne amica — sarebbe un’espressione troppo facile — ma smise di essere nemica.

    In questa trasformazione dello sguardo, che avviene senza dichiararsi, risiede forse la più alta lezione del Requiem di Fauré. Non vi è consolazione, perché la consolazione implica una promessa; e Fauré, con una coerenza che rasenta la severità, si rifiuta di promettere. Non vi è nemmeno disperazione, perché la disperazione richiede un conflitto, e qui il conflitto è già stato superato.

    Vi è, invece, una sorta di equilibrio — fragile, certo, e tuttavia sufficiente — che nasce dalla rinuncia alle immagini che, pur rendendo la morte più sopportabile, la rendono anche meno vera.

    Quando, infine, l’“In Paradisum” si dispiega, non si ha l’impressione di giungere a una conclusione, ma di assistere a una progressiva sottrazione. Le voci si fanno leggere, le armonie si rarefanno, come se il suono stesso, giunto al limite della propria necessità, si ritirasse con una discrezione quasi morale.

    Non vi è trionfo, non vi è approdo. Vi è, piuttosto, il venir meno di quella esigenza — così profondamente umana — di giungere.

    E forse, se mi è concesso un pensiero conclusivo, è proprio qui che l’opera raggiunge la sua verità più alta: nel suggerire, senza mai affermarlo, che la fine non è un evento da comprendere, ma una condizione da accogliere; e che tale accoglienza, lungi dall’essere una resa, può costituire — per quanto breve e precaria — una forma di pace.

  • Dalla notte della coscienza alla luce della misericordia. Il Requiem di Verdi nel segno di Dante e Manzoni

    Dalla notte della coscienza alla luce della misericordia. Il Requiem di Verdi nel segno di Dante e Manzoni

    Sabato 28 marzo 2026, ore 21 – Nella sala storica del Teatro dell’Aquila di Fermo, la FORM – Orchestra Filarmonica Marchigiana, insieme al Coro Regionale ARCOM e ai giovani musicisti dei Conservatori “Rossini” di Pesaro e “G.B. Pergolesi” di Fermo, ripercorre sotto la direzione di Manlio Benzi il grande cammino dell’anima che Verdi affidò al suo Requiem.

    di Marialuisa Veneziano


    «Dio non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande.»
    — Alessandro Manzoni

    Se l’animo umano fosse una terra da attraversare, non vi si troverebbero soltanto pianure luminose e dolci declivi, ma anche burroni improvvisi, valli d’ombra e dirupi da cui lo sguardo fatica a distaccarsi. Ed è forse proprio da uno di questi dirupi interiori che sembra nascere la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi. Non come una musica pacificata, non come una liturgia che scenda già consolata dall’alto, ma come un grido che sale dalla profondità dell’uomo, attraversa il terrore del giudizio e lentamente, quasi con esitazione, cerca la via della misericordia. Chi abbia avuto occasione di ascoltarla dal vivo conosce bene quella singolare impressione che essa produce: non si tratta soltanto di assistere a un concerto, ma di prendere parte a un’esperienza che somiglia a un viaggio morale. Così è stato anche nell’ esecuzione di Sabato 28 marzo 2026 al Teatro dell’Aquila di Fermo, dove la FORM – Orchestra Filarmonica Marchigiana, arricchita da studenti dei Conservatori “Gioachino Rossini” di Pesaro e  “Giovanni Battista Pergolesi” di Fermo, insieme al Coro Regionale ARCOM e al quartetto dei solisti Yulia Tkachenko, Mariangela Marini, Davide Giusti e Alessandro Abis, sotto la direzione di Manlio Benzi, ha dato vita a una lettura intensa di questa partitura che, a distanza di centocinquant’anni, continua a interrogare l’uomo più di quanto non si limiti a consolarlo.

    Il Requiem nacque nel 1874 per commemorare Alessandro Manzoni. Verdi, che pure non era incline alle idolatrie letterarie, nutriva per lo scrittore lombardo una venerazione che sfiorava la devozione. Quando seppe della sua morte, scrisse all’editore Ricordi parole che rivelano una commozione raramente confessata: «Con lui scompare uno dei più puri splendori della nostra gloria». Ora, chi abbia dimestichezza con il temperamento verdiano sa quanto il compositore fosse alieno da ogni sentimentalismo retorico; e tuttavia quella perdita lo colpì come si viene colpiti quando scompare una figura che, pur non appartenendo alla propria intimità quotidiana, rappresenta una sorta di coscienza morale collettiva. Manzoni era stato, per molti italiani dell’Ottocento, qualcosa di simile: non soltanto un autore, ma un punto di riferimento etico. Non stupisce dunque che il tributo di Verdi non sia stato una semplice commemorazione musicale, bensì un’opera di straordinaria complessità spirituale.

    E qui, se si guarda con attenzione, emerge una consonanza che non è soltanto letteraria ma quasi filosofica. La storia della coscienza umana — lo sapevano bene pensatori come Blaise Pascal o Søren Kierkegaard — è sempre sospesa tra due abissi: quello della disperazione e quello della fede. L’uomo, scrive Pascal, è «una canna pensante»: fragile nella sua materia, immensa nella sua coscienza. Il Requiem verdiano sembra nascere proprio da questa condizione. Non troviamo una fede proclamata con sicurezza teologica, ma una coscienza che si interroga. Non un dogma, ma un dramma. E in questo senso la musica di Verdi si avvicina sorprendentemente alla visione manzoniana della storia morale dell’uomo. Nei Promessi sposi, la conversione dell’Innominato rappresenta forse uno dei momenti più profondi della letteratura europea: un uomo che, giunto sull’orlo dell’abisso, scopre improvvisamente che la misericordia può esistere. È esattamente lo stesso movimento spirituale che attraversa la struttura del Requiem.

    Questa tensione è già evidente nelle prime battute del Requiem aeternam. L’ingresso del coro non ha nulla della proclamazione solenne: è piuttosto un soffio, una preghiera che nasce quasi timidamente. Gli archi accompagnano con una delicatezza sospesa, come se la musica stessa temesse di disturbare il silenzio da cui emerge. Qui Verdi dimostra una sapienza teatrale straordinaria: la fede non appare come certezza, ma come desiderio. Il Coro ARCOM ha ben restituito questa atmosfera, seppure con pronunciata timidezza delle voci femminili, mantenendo il suono sospeso in una dimensione quasi metafisica.

    Ma chi credesse che questa calma rappresenti il volto definitivo del Requiem si troverebbe presto smentito. Basta attendere pochi minuti perché l’intero edificio musicale venga scosso da una delle pagine più impressionanti della storia della musica: il Dies Irae. Qui Verdi sembra voler evocare non soltanto il giorno del giudizio, ma il terremoto morale che esso rappresenta per la coscienza umana. Gli ottoni esplodono con una violenza quasi apocalittica, il coro entra come una massa compatta e l’orchestra si trasforma in un organismo febbrile. Molti studiosi hanno osservato come questa pagina possieda qualcosa di profondamente dantesco, e il riferimento a Dante Alighieri non appare affatto arbitrario. Nel turbine sonoro del Dies Irae sembra di intravedere le tempeste dell’Inferno dantesco, quelle anime travolte da forze che non riescono più a governare.

    Ma qui si insinua anche una questione filosofica più profonda. Il giudizio, nella tradizione cristiana, non è soltanto un evento escatologico: è anche una metafora della coscienza. Ogni uomo porta dentro di sé il proprio tribunale interiore. Immanuel Kant parlava di «legge morale dentro di me e cielo stellato sopra di me». Verdi, senza alcuna pretesa filosofica esplicita, sembra trasformare questa idea in musica. Il Dies Irae non è soltanto il giudizio divino: è il momento in cui l’uomo si trova improvvisamente di fronte alla propria verità.

    Incipit del Dies Irae, dal Requiem

    La FORM ha affrontato questo momento con energia e compattezza, sostenuta dall’entusiasmo degli studenti dei conservatori marchigiani che hanno affiancato i professori dell’ensemble regionale. Ma ciò che più colpiva non era soltanto la precisione tecnica o la potenza sonora, bensì quella qualità più rara che si potrebbe chiamare coscienza musicale collettiva. Gli orchestrali della FORM sembravano respirare insieme, come se ogni gesto strumentale fosse parte di un pensiero più grande della singola individualità. In filosofia si direbbe che qui l’individuo si compie nella comunità: non la somma di musicisti isolati, ma un organismo vivo, capace di trasformare il gesto individuale in linguaggio condiviso. Ed è proprio questo uno dei miracoli più silenziosi dell’arte orchestrale. Gli archi, compatti e intensi, possedevano quella profondità timbrica che permette alla musica verdiana di non diventare mai mera retorica sonora; gli ottoni, potenti ma non brutali, scolpivano lo spazio acustico con la dignità quasi liturgica che questa partitura richiede; i legni, con le loro sfumature più intime, ricordavano che anche nel cuore delle tempeste musicali esiste sempre una voce interiore più fragile e più umana.

    La direzione di Manlio Benzi ha privilegiato una lettura vibrante e teatrale, mettendo in evidenza la dimensione drammatica della scrittura verdiana. Se si volesse avanzare un’osservazione critica — e la critica, quando è sincera, deve sempre mantenere la propria libertà — alcuni tempi del Dies Irae avrebbero forse potuto aderire ancora più profondamente alla monumentalità narrativa del Verdi maturo, che tende a scolpire il terrore con una gravità quasi scultorea.

    Il coro, in tutta l’opera, assume un ruolo che va ben oltre quello di semplice massa sonora. Verdi lo utilizza come una sorta di coscienza collettiva dell’umanità. Nel Quantus tremor est futurus la scrittura assume un carattere quasi declamatorio, come se l’intera specie umana parlasse con una sola voce davanti all’ignoto del giudizio finale. Il Coro ARCOM ha dimostrato qui una compattezza e una chiarezza di articolazione notevoli.

    Nel Confutatis maledictis il dramma assume una forma quasi teatrale. Il basso Alessandro Abis pronuncia con autorevolezza la condanna degli empi, mentre l’orchestra risponde con una supplica inquieta. Verdi costruisce questo passaggio su un contrasto netto tra il registro grave e quello acuto, tra la sentenza e la preghiera. È uno di quei momenti in cui la sua esperienza operistica emerge con forza: il compositore sa perfettamente come trasformare un concetto teologico in un gesto musicale di immediata efficacia.

    Tra le pagine più commoventi emerge poi il Lacrimosa, dove compare l’invocazione Salva me, fons pietatis. Qui la musica cambia improvvisamente colore. La linea melodica dei solisti si distende con una dolcezza quasi disarmante, come se la coscienza, dopo aver contemplato l’abisso, trovasse finalmente la forza di implorare. Ma Verdi non si limita a questo: fa entrare il coro sopra quella melodia, lentamente, come un’onda che avvolge e supera la voce individuale. Il risultato è uno dei momenti più intensi dell’intera partitura. Il quartetto solistico ha trovato qui un equilibrio particolarmente riuscito: il soprano Yulia Tkachenko con una linea luminosa e penetrante, il mezzosoprano Mariangela Marini con un timbro caldo e profondo, il tenore Davide Giusti con una vocalità chiara e ben proiettata e il basso Alessandro Abis con una solida autorevolezza timbrica.

    E quando, dopo tante tempeste, appare il Pie Jesu, la musica sembra finalmente respirare. È una supplica semplice, quasi infantile, che chiede misericordia più che giustizia. Qui il parallelo con Manzoni diventa quasi inevitabile: come l’Innominato che, dopo la notte della coscienza, scopre la possibilità del perdono, così il Requiem verdiano sembra approdare a una dimensione di speranza.

    Ma Verdi non concede una conclusione facile. Nel Libera me, Domine il soprano solista si trova di nuovo davanti al tema del Dies Irae, che ritorna come un’ombra della memoria. È un gesto drammaturgico straordinario. Il compositore non cancella la paura del giudizio: la ricorda, la ripropone, quasi a suggerire che la coscienza umana non possa mai liberarsene completamente. Eppure, attraverso la preghiera finale, quella paura sembra trasformarsi in qualcosa di diverso: non più terrore, ma consapevolezza.

    E in quel momento — mentre il coro sospende la propria voce tra implorazione e silenzio e l’orchestra sembra trattenere l’ultimo respiro — accade qualcosa che nessuna analisi musicologica può davvero spiegare. Si ha la sensazione che quella preghiera non appartenga più soltanto al testo latino, né alla partitura di Verdi, né agli interpreti sul palco. Diventa una domanda rivolta a ciascuno di noi. Non una domanda gridata, ma quasi sussurrata, come accade nelle ore più intime della coscienza: se davvero, oltre il tumulto della vita e delle nostre paure, possa esistere una misericordia capace di accogliere l’uomo così com’è, fragile, imperfetto, ma irrimediabilmente umano.

    Quando l’ultimo suono si è dissolto nella sala del Teatro dell’Aquila, il pubblico è rimasto per qualche istante sospeso in quel silenzio che segue soltanto le grandi esperienze musicali. Verdi, con la sua ironia disarmante, disse una volta: «Non so se questo Requiem sia sacro o teatrale; so soltanto che è vero». Ed è forse proprio questa verità — umana prima ancora che religiosa — a rendere quest’opera uno dei vertici della musica occidentale: un viaggio che, partendo dal baratro della coscienza, tenta ostinatamente di ritrovare la strada verso il cielo.

    30 Marzo 2026

    Foto © Elisa Praga

    7–11 minuti

  • “La musica prima di Spotify”

    Al via una nuova rubrica sulla Storia della Musica. Da lunedì 16 marzo 2026, ore 21:15 in diretta streaming sul canale youtube ufficiale.


    Prima delle playlist, prima dello streaming, la musica aveva già attraversato secoli di storia, cambiando il modo di pensare, di creare e di ascoltare il mondo. È da questa idea che nasce “La musica prima di Spotify”, la nuova rubrica ideata e curata da Marialuisa Veneziano, dedicata alla scoperta delle radici profonde della musica.

    Attraverso un racconto coinvolgente e accessibile, la rubrica guiderà il pubblico in un viaggio affascinante tra epoche, stili e protagonisti che hanno segnato la storia della musica: dalle prime forme di musica scritta fino ai grandi compositori che hanno rivoluzionato il linguaggio musicale.

    Ogni appuntamento sarà l’occasione per scoprire aneddoti, contesti storici, strumenti musicali e capolavori che ancora oggi influenzano la musica contemporanea. Un percorso che unisce divulgazione culturale e passione per la musica, pensato per avvicinare il pubblico alla bellezza e alla complessità di un patrimonio artistico straordinario.

    La rubrica sarà trasmessa in diretta ogni lunedì alle ore 21:15 sul canale YouTube da lunedì 16 marzo, diventando uno spazio di incontro per chi desidera conoscere meglio la storia della musica e lasciarsi guidare in un viaggio tra suoni, idee e grandi personalità della cultura musicale.

    Perché molto prima delle piattaforme digitali e degli algoritmi, la musica era già un racconto infinito fatto di creatività, intuizioni e rivoluzioni artistiche.

    Link al canale: https://www.youtube.com/@louisemarie8292

  • Memoria per un’anima futura

    Lettera a me stesso, nel caso il tempo mi renda irriconoscibile”.

    Di Marialuisa Veneziano, 10 marzo 2026


    Questa lettera non nasce per essere letta subito. Nasce per essere perduta.

    La sto scrivendo mentre il mare respira lentamente davanti a me, con quella gravità che appartiene alle cose molto antiche. Non è il mare delle vacanze e della luce facile: è il mare serale, quasi nero, dove ogni onda sembra portare con sé un pensiero rimasto incompiuto.

    Ho con me una bottiglia di vetro.

    Tra poco vi chiuderò questo foglio e la affiderò alle correnti. Non lo faccio per romanticismo — o almeno non soltanto. Lo faccio perché il tempo è un archivista spietato: conserva poco e cancella molto.

    Questa bottiglia è una piccola ribellione.

    Non è destinata a un estraneo.

    È destinata a te.

    A me stesso.

    A quell’essere umano che un giorno porterà il mio nome ma forse non ricorderà più le mie inquietudini. Perché il tempo non cambia soltanto i volti o le abitudini. Cambia le domande. E quando cambiano le domande, cambia anche la forma dell’anima.

    È questo che temo.

    Temo che un giorno tu possa diventare una persona perfettamente adattata al mondo — e proprio per questo più lontana dalla verità.

    Ricordi quando pensavamo che l’arte fosse una forma di conoscenza?

    Non nel senso disciplinato e severo delle scienze, che procedono per dimostrazione e verifica. L’arte non dimostra nulla. Non possiede teoremi. Non produce certezze.

    Eppure conosce.

    Conosce in un modo diverso, quasi obliquo. Rivela ciò che la filosofia chiama esperienza vissuta: quella regione dell’esistenza dove i concetti non arrivano ma dove la verità, paradossalmente, diventa più evidente.

    Un dipinto può dire più di un trattato.

    Una pagina di letteratura può mostrare ciò che nessuna teoria riesce a spiegare.

    Ma è la musica, soprattutto, a custodire questo mistero.

    La musica è forse l’unica arte che non ha bisogno del mondo per esistere. Non rappresenta oggetti, non racconta storie precise. È puro movimento nel tempo.

    E tuttavia, mentre una melodia attraversa l’aria, accade qualcosa di quasi metafisico.

    L’anima riconosce se stessa.

    Schopenhauer sosteneva che la musica non imita il mondo ma la sua essenza. È una tesi audace, quasi vertiginosa. Eppure ogni volta che un accordo ci colpisce al petto con quella dolcezza dolorosa che non sappiamo spiegare, comprendiamo che forse aveva ragione.

    La musica è la forma più pura di memoria emotiva.

    Quando una melodia ci commuove non stiamo semplicemente ascoltando dei suoni. Stiamo riconoscendo qualcosa che appartiene alla struttura stessa della nostra esperienza umana: il desiderio, la perdita, la speranza.

    È come se qualcuno avesse tradotto la nostra interiorità in vibrazione.

    Per questo temo il giorno in cui potresti non sentirla più.

    Non la musica in sé — quella continuerà a esistere — ma la sua capacità di ferire dolcemente il cuore.

    Esiste una trasformazione silenziosa che avviene nelle vite umane. Non accade all’improvviso. Avviene lentamente, quasi con delicatezza.

    Le giornate diventano più funzionali. Le emozioni più moderate. Le domande più rare. E a poco a poco ciò che un tempo sembrava essenziale — la bellezza, il pensiero, la meraviglia — viene relegato ai margini dell’esistenza.

    È la forma più discreta di impoverimento spirituale.

    La filosofia, nella sua forma più autentica, nasce proprio per opporsi a questo processo. Non per fornire risposte finali — quelle appartengono ai sistemi dogmatici — ma per mantenere aperta la ferita della domanda.

    Chi siamo davvero?

    Che cosa rende una vita degna di essere vissuta?

    E soprattutto: che cosa resta di noi quando il tempo ha finito il suo lavoro paziente e implacabile?

    Ora chiudo questa lettera nella bottiglia.

    Il vetro cattura l’ultima luce del giorno come se volesse conservarla. Il mare davanti a me sembra infinito, e per un istante ho la sensazione che anche il tempo lo sia.

    Tra poco la lancerò.

    Forse affonderà immediatamente.
    Forse vagherà per anni tra le correnti.
    Forse nessuno la troverà mai.

    Ma se sarai tu ad aprirla — se un giorno il tempo ti condurrà fino a queste parole — allora fermati.

    Non leggere in fretta.

    Lascia che il silenzio faccia il suo lavoro.

    E chiediti una cosa soltanto.

    Se davanti a una musica senti ancora quella fitta improvvisa che rende l’anima più grande del corpo.

    Se una domanda filosofica riesce ancora a inquietarti come una notte senza luna.

    Se la bellezza continua a sembrarti qualcosa di fragile e necessario, come una verità che non può essere dimostrata ma soltanto vissuta.

    Se la risposta è sì, allora questa bottiglia non è stata gettata invano.

    Perché significherà che il tempo ha modificato molte cose — come inevitabilmente accade — ma non è riuscito a cancellare la parte più segreta della nostra identità.

    Quella che continua, ostinatamente, a cercare senso nel mistero di essere vivi.

  • La musica che non sentiamo più: il silenzio nell’epoca del rumore

    La musica che non sentiamo più: il silenzio nell’epoca del rumore

    Cronaca sentimentale di un’umanità che ha imparato a sentire tutto, tranne ciò che conta.

    di Marialuisa Veneziano


    Se una persona attenta avesse osservato la scena con sufficiente pazienza, avrebbe notato qualcosa di curioso: nessuno stava realmente ascoltando.

    Era mattina. Un autobus attraversava la città con l’aria dignitosa di chi compie ogni giorno lo stesso destino. I passeggeri sedevano composti, ciascuno accompagnato da un invisibile interlocutore: cuffie nelle orecchie, dita in movimento sugli schermi, melodie private che non chiedevano né risposta né attenzione.

    Tutti circondati dalla musica. Nessuno davvero in sua compagnia.

    Un tempo — non necessariamente migliore, ma certamente più lento — la musica richiedeva preparazione. Si attendeva l’inizio di un concerto come si attende una visita importante. Le sedie scricchiolavano, i programmi venivano piegati con cura, e quel breve silenzio prima della prima nota possedeva la solennità di una promessa.

    Oggi la musica arriva senza essere invitata. Si presenta in anticipo, rimane troppo a lungo e spesso viene ignorata con educata indifferenza.

    La società moderna, così efficiente nel produrre suoni, sembra aver smarrito l’arte dell’ascolto con la stessa leggerezza con cui si perde un guanto durante una passeggiata invernale: ci si accorge dell’assenza solo quando il freddo diventa evidente.

    Persino gli eventi musicali più celebrati mostrano questa trasformazione. Il Festival di Sanremo, un tempo salotto nazionale dell’ascolto condiviso, appare oggi come una brillante conversazione mondana in cui si parla incessantemente della musica senza concederle davvero il tempo necessario per essere amata. Le canzoni vengono giudicate con rapidità impeccabile, commentate prima di essere comprese, archiviate prima ancora di diventare ricordo. La musica, come una giovane ospite timida in un ricevimento troppo rumoroso, resta spesso sullo sfondo mentre tutti discutono della sua presenza.

    E tuttavia la musica conserva una qualità ostinata: continua a chiedere attenzione.

    Chiunque abbia osservato una classe di studenti poco prima di iniziare a suonare conosce quel momento raro. Le voci si placano, qualcuno trattiene una risata, un respiro collettivo prende forma senza essere comandato. Per un istante nessuno cerca di emergere. Tutti attendono.

    In quell’attesa nasce qualcosa di sorprendente: non solo la musica, ma una forma di gentile accordo umano.

    Il silenzio, così evitato nella vita quotidiana, rivela allora la sua natura autentica. Non è vuoto. È spazio di relazione. È il luogo in cui l’individuo smette di occupare il centro e accetta di appartenere a un tempo comune.

    Forse la nostra epoca teme il silenzio perché esso non può essere accelerato, condiviso in tempo reale o trasformato in spettacolo. Il silenzio richiede presenza, e la presenza è una virtù sempre più rara.

    La vera eleganza dell’ascolto consiste proprio in questo: concedere a qualcosa il diritto di esistere senza interruzioni.

    Lasciare che una melodia finisca. Non cercarne subito un’altra. Restare qualche istante con ciò che rimane nell’aria.

    È possibile che il futuro della musica non dipenda da nuovi strumenti o nuove mode, ma da una riscoperta assai più discreta: imparare di nuovo ad attendere.

    Forse basterebbe un gesto semplice. Spegnere ogni suono artificiale per un minuto. Ascoltare i passi, il vento, un respiro vicino, il rumore imperfetto del mondo.

    E accorgersi, con una sorpresa degna dei migliori romanzi, che la musica non ci aveva mai abbandonati.

    Eravamo soltanto noi ad aver smesso di ascoltare.

    Ancona 1 Marzo 2026

  • “Come se fosse l’ultima volta…” La lezione silenziosa di Alessio Allegrini

    Un ritorno a Jesi tra radici, dialogo e forma – con la FORM e i fiati di Santa Cecilia

    Di Marialuisa Veneziano


    Alessio Allegrini e la FORM – Teatro Pergolesi Spontini di Jesi (AN), 19 febbraio 2026

    Vi sono serate che non si annunciano con clamore, ma con una sorta di discreta nobiltà. Si entra in teatro come si entra in una casa antica: con rispetto, con una lieve curiosità, con quella segreta aspettativa che qualcosa — forse impercettibile agli altri — possa cambiare il corso dei propri pensieri.

    La sala del Teatro Pergolesi Spontini di Jesi (AN) era immersa in una luce trattenuta, quasi pudica. Il pubblico prendeva posto con quella compostezza tutta italiana che sa essere insieme elegante e inquieta. Eppure, prima ancora che il primo archetto sfiorasse la corda, la serata aveva già un cuore. Lo aveva ricevuto poche ore prima, in una frase pronunciata senza teatralità da Alessio Allegrini: «La cosa più grave che puoi fare è non fare quello che avrebbe voluto il compositore».

    Vi era in quella dichiarazione qualcosa di più che un principio estetico. Vi era una morale. E quando, con una semplicità quasi disarmante, egli aggiungeva che ogni sinfonia va affrontata come se fosse l’ultima, non sembrava indulgere in romanticismi, ma dichiarare un metodo di vita.

    È con questo spirito — insieme umile e ardente — che la musica ha preso avvio.


    Impressioni marchigiane di Gianluca Piombo, commissione della FORM – Orchestra Filarmonica Marchigiana, non si è presentata come una semplice ouverture, ma come un lento disvelarsi.

    Piombo non descrive il paesaggio con l’urgenza di un pittore, ma lo evoca come farebbe un poeta che conosce la stratificazione della memoria. Le linee orchestrali si addensano con pazienza, i timbri si sovrappongono in una tessitura che ricorda la morfologia stessa delle colline marchigiane: ondulata, mai aspra, eppure profondamente radicata.

    Non vi è gesto superfluo nella scrittura. La tensione non cerca l’esplosione, ma la permanenza. È una musica che si concede lentamente, come una confidenza.

    E in quel lento affiorare, le parole dell’intervista tornavano a risuonare. Il ricordo della nonna marchigiana, quel «qui mi sento a casa», pronunciato con sobrietà, acquistava ora un peso diverso. Dirigere un brano che parla della propria terra non è atto neutrale: è atto di appartenenza. È un esporsi senza retorica.

    La FORM ha risposto con una qualità sonora che merita l’elogio più alto. Gli archi hanno costruito un tessuto denso e luminoso, capace di sostenere la scrittura senza appesantirla; i legni hanno inciso dettagli con finezza quasi cameristica; gli ottoni hanno colorato con misura, evitando ogni eccesso. Non vi era compiacimento. Vi era adesione.

    E così, mentre Impressioni marchigiane si ritirava con la stessa discrezione con cui era affiorata, non si aveva la sensazione di una conclusione, ma di una soglia attraversata. Perché la terra evocata da Gianluca Piombo non era soltanto memoria geografica. Era radice. E ogni radice, se è viva, genera relazione. La musica aveva appena ricordato chi siamo. Ora si preparava a domandare come possiamo stare insieme.

    È in questo passaggio — quasi impercettibile, ma decisivo — che Mozart diventa inevitabile.

    Se Piombo aveva dato voce al suolo, alla stratificazione del tempo, alla permanenza silenziosa della terra, Wolfgang Amadeus Mozart avrebbe dato voce al respiro umano che sopra quella terra si muove, si incontra, si riconosce.

    Dalla profondità alla relazione.
    Dalla memoria al dialogo.

    E quando l’orchestra ha iniziato a disporre le prime frasi della Sinfonia concertante, non sembrava un cambio di scenario. Sembrava l’evoluzione naturale di un pensiero che, nato dalla terra, cercava ora l’altro.

    Perché se la prima musica abitava il luogo, la seconda avrebbe abitato l’incontro.

    La Sinfonia concertante per fiati K. 297b di Wolfgang Amadeus Mozart nasce in una Parigi che non è soltanto città, ma prova. È il 1778: Mozart cerca riconoscimento, si confronta con un gusto diverso, e soprattutto attraversa un lutto che lo segnerà profondamente, la morte della madre. In quel contesto prende forma una pagina che, pur aderendo al genere brillante della symphonie concertante, lo supera. Là dove il modello francese tendeva alla competizione elegante tra solisti, Mozart costruisce una vera architettura del dialogo.

    È noto che l’autografo sia andato perduto e che la versione giunta fino a noi derivi da una copia successiva, probabilmente rimaneggiata. Eppure — e forse proprio per questo — l’opera conserva una qualità quasi paradossale: una perfezione che sembra sopravvivere alle mancanze materiali. È come se l’idea musicale fosse più forte delle sue vicende storiche.

    Il primo movimento si dispiega con quella naturalezza che solo Mozart sa raggiungere: i temi si presentano come conversazioni spontanee, i quattro strumenti solisti non si fronteggiano ma si cercano. Sul palco, i fiati dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia non hanno dato l’impressione di voler “emergere”, ma di voler intrecciare. Il flauto di Andrea Oliva portava una luminosità serena, mai ostentata; l’oboe di Francesco Di Rosa scolpiva frasi con una nobiltà quasi vocale; il fagotto di Andrea Zucco offriva profondità senza gravare, come un pensiero che sostiene senza interrompere. E il corno di Alessio Allegrini, dentro questa trama, non cercava primato ma coesione: un timbro che univa, che apriva spazi, che rispondeva senza imporsi.

    I Fiati di Santa Cecilia – da sinistra, Andrea Oliva, Francesco Di Rosa, Alessio Allegrini e Andrea Zucco

    Ma è nel secondo movimento che la Concertante rivela il suo cuore più segreto.

    La scelta della tonalità minore — in un contesto formalmente elegante e pubblico come quello della symphonie concertante — non è un dettaglio. È una frattura lieve ma decisiva. Se il primo tempo è conversazione civile, l’Andante in minore è confessione. Qui Mozart compie un gesto quasi filosofico: sospende la brillantezza esterna e lascia emergere un’ombra. Non è tragedia, non è disperazione. È una malinconia composta, un’ombra che non spegne la luce ma la rende più vera. La scrittura si fa più spoglia, i dialoghi tra i solisti diventano più intimi, quasi esitanti. Le frasi non cercano l’applauso: cercano ascolto.

    Dal punto di vista musicologico, la tensione nasce dalla continua oscillazione tra stabilità e instabilità armonica. Le modulazioni non sono brusche, ma insinuanti; la linea melodica si allunga come se volesse evitare la chiusura; le sospensioni armoniche sembrano trattenere il respiro. È un movimento che vive sul bordo dell’equilibrio, come se la musica avesse paura di dirsi fino in fondo.

    Ed è qui che l’interpretazione ha toccato un punto di rara intensità.

    I solisti non hanno accentuato il pathos: lo hanno lasciato emergere. Il flauto si faceva più velato, quasi fragile; l’oboe assumeva un colore più scuro, come se la voce si incrinasse senza rompersi; il fagotto sosteneva con una gravità dolce, evitando ogni peso eccessivo. Il corno di Allegrini, con la sua timbrica naturalmente ambigua — insieme eroica e nostalgica — diventava il luogo di congiunzione tra luce e ombra.

    E mentre suonava, Allegrini continuava a dirigere. Il gesto era minimo, essenziale. Non c’era volontà di scolpire l’effetto: c’era la volontà di proteggere l’equilibrio. In quel momento si comprendeva davvero ciò che aveva detto nell’intervista: che davanti all’orchestra è il luogo in cui si sente più vero. Perché la verità, qui, non stava nell’intensità esibita, ma nella fiducia reciproca.

    Il secondo movimento della Concertante non chiede di essere “interpretato” con eccesso; chiede di essere custodito. E quella sera è stato custodito.

    Quando il finale è poi tornato alla luminosità del maggiore, non si è trattato di un semplice ritorno alla brillantezza. Era come se, attraversata l’ombra, la luce avesse acquisito una qualità diversa. Più consapevole. Più umana.

    Così, nel cuore della serata, Mozart ha insegnato qualcosa che va oltre la forma: che il dialogo autentico non è fatto solo di armonia, ma anche di fragilità condivisa. E che la bellezza più alta non è quella che abbaglia, ma quella che attraversa l’ombra senza temerla.


    La Sinfonia n. 102 di Franz Joseph Haydn, una delle grandi londinesi, ha portato il discorso a compimento.

    Haydn è spesso definito padre della sinfonia, ma tale paternità non è dominio: è intelligenza costruttiva. Le sue architetture sono limpide, ma sempre attraversate da ironia e sorpresa. Nella 102, ogni tema è una promessa che si sviluppa con logica e grazia.

    Allegrini, evocando nell’intervista l’immagine della montagna e del mettere i “piedi giusti”, per raggiungerne le cima, aveva anticipato il suo approccio. Nessun timore reverenziale, ma rispetto vigile. Nessuna enfasi monumentale, ma chiarezza strutturale.

    La FORM ha risposto con una compattezza luminosa. Le articolazioni erano nitide, le dinamiche calibrate con finezza, il finale possedeva un’energia che non era esibizione, ma gioia ordinata. Si percepiva un senso di equilibrio conquistato, non imposto.

    E così, come in un romanzo ben costruito, ogni elemento del programma trovava il proprio posto.

    La terra evocata da Piombo non era semplice apertura: era radice.
    Il dialogo di Mozart non era mero virtuosismo: era convivenza.
    La forma di Haydn non era tradizione: era maturità.

    E al centro, un artista che ha scelto la fedeltà come gesto rivoluzionario.

    Quando l’ultimo accordo si è dissolto, non vi è stato bisogno di enfasi. Il silenzio che ha preceduto l’applauso era già risposta. C’è una parola greca che non dovremmo dimenticare: θος (êthos). Non significa soltanto “carattere”. Significa dimora interiore. Il luogo in cui abitiamo davvero. A Jesi, la musica è stata questo: un êthos condiviso.

    Dalla terra evocata da Piombo — radice e memoria — al dialogo vulnerabile di Mozart, fino all’architettura luminosa di Haydn, tutto ha concorso a costruire non un programma, ma una dimora. Una casa sonora in cui ogni gesto aveva senso perché era fedele. Fedele alla partitura. Fedele alla comunità. Fedele a sé stesso.

    Allegrini aveva detto di non volere tradire il compositore. Aveva detto di dirigere come se fosse l’ultima volta. E in quell’atteggiamento c’era qualcosa che andava oltre la musica. C’era una lezione di responsabilità.

    Perché se è vero che il termine greco “symphonía” significa “suonare insieme”, allora abbiamo compreso che suonare insieme non è soltanto un fatto acustico. È un atto morale. È la scelta di accordarsi.

    Il silenzio, dopo la chiusa, non era semplice pausa. Era katharsis — non nel senso teatrale della purificazione spettacolare, ma nel senso più intimo di chiarificazione. Qualcosa si era fatto più limpido dentro ciascuno.

    La bellezza, quando è vissuta come responsabilità, non consola soltanto. Riorienta.

    E uscendo dal teatro, nella notte che aveva ripreso il suo corso indifferente, restava una sensazione sottile ma potentissima: che la musica, quando è fedele, non è evasione dal mondo. È il modo più alto di abitarlo. E forse — in quel silenzio che ancora vibrava — abbiamo capito che la vera grandezza non è nell’eccezionale, ma nell’essere all’altezza di ciò che si serve.

    Quella sera, la musica è stata all’altezza di sé stessa.
    E noi, per un momento, lo siamo stati con lei.

    Ancona 21 febbraio 2026