Il monastero delle melodie perdute

Una notte, la memoria tacque. La musica cercò un’altra strada.

di Marialuisa Veneziano

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🎧 MUSICA PER LA LETTURA – Pérotin — Viderunt omnes
Prima di entrare nel monastero, premi play (Clicca sulla freccia nera per aprire l’ascolto)
Queste voci appartengono a un Medioevo successivo a quello di Guido d’Arezzo, ma raccontano ciò che la sua intuizione avrebbe contribuito a rendere possibile: una musica capace di essere affidata alla scrittura, attraversare il tempo e diventare sempre più complessa senza perdere la propria memoria.
Durante la lettura, ascolta il canto come se fosse una costruzione che nasce lentamente sopra una voce antica.
Prima una traccia.
Poi altre voci.
Poi uno spazio intero che prende forma.
Una musica può sopravvivere soltanto quando trova il modo di essere ricordata.
Premi play. Poi entra nel monastero.


La prima melodia scomparve durante i Vespri.

Nessuno se ne accorse subito.

Fra Martino aveva cantato quelle parole per quasi quarant’anni e, quando la voce gli si fermò improvvisamente in gola, i confratelli pensarono a un colpo di tosse, a una distrazione, forse all’età, che ha il cattivo gusto di presentarsi proprio nei momenti in cui preferiremmo ignorarla.

Martino ricominciò.

La prima sillaba uscì sicura.

La seconda anche.

Poi niente.

Silenzio.

L’anziano sollevò gli occhi.

I monaci attesero.

Fra Martino riprovò.

La melodia non venne.

Era assurdo.

Sapeva le parole.

Ricordava perfino il punto in cui il canto saliva.

Eppure la nota successiva era sparita.

Non dimenticata.

Sparita.

Come una porta che si sappia essere esistita per tutta la vita e che, tornando a cercarla, si trovi sostituita da un muro.

Il priore fece cenno a un altro monaco.

Questi provò.

Si fermò nello stesso punto.

Un terzo tentò.

Niente.

Qualcuno aprì l’antifonario.

Sopra le parole stavano i segni consueti: piccoli tratti, curve, accenti, quei neumi che da generazioni aiutavano la memoria dei cantori.

Fra Martino li fissò a lungo.

Sapeva che la voce doveva salire.

Poi scendere.

Poi piegarsi.

Ma da dove?

Di quanto?

Su quale altezza?

La pagina ricordava il gesto della melodia.

Non la melodia.

Fu la prima volta che nel monastero di Pomposa qualcuno ebbe paura d’un canto.


Pomposa viveva di memoria.

I monaci ricordavano salmi, antifone, inni, responsori, sequenze.

Le melodie passavano da una bocca all’altra come il fuoco d’una candela che ne accende un’altra senza perdere la propria fiamma.

Fra Martino era il più celebre di tutti.

— Bruciate pure i libri — diceva qualche volta. — Il canto è qui.

E si toccava la fronte.

Poi il petto.

— E qui.

Era una bella frase.

Le belle frasi hanno però un difetto: gli uomini finiscono facilmente per crederle vere soltanto perché suonano bene.

Fra i pochi che non ne erano del tutto convinti c’era Guido.

Giovane, ostinato, curioso e afflitto da quel genere d’intelligenza che rende difficile accettare una risposta semplicemente perché tutti l’hanno accettata prima di noi.

Quella sera non disse nulla.

Guardò Martino.

Guardò la pagina.

E soprattutto guardò quel piccolo spazio vuoto nel quale avrebbe dovuto trovarsi una nota.


Il canto non tornò il giorno seguente.

Né quello dopo.

Tre giorni più tardi ne scomparve un altro.

Poi un responsorio.

Poi la conclusione d’un salmo.

Poi un inno che tutti conoscevano fin dall’infanzia.

Il fenomeno diventò così frequente che fu necessario trovargli un nome.

Gli uomini fanno spesso questa cosa con ciò che temono: se non possono dominarlo, almeno lo battezzano.

Lo chiamarono il Ladro dei Canti.

Ben presto il Ladro acquistò abitudini, intenzioni e perfino un carattere.

C’era chi giurava di aver udito passi nella biblioteca.

Chi sosteneva che le melodie scomparissero soltanto nelle notti senza luna.

Chi aveva visto una finestra aperta.

Chi ricordava benissimo d’averla vista chiusa.

Il priore ordinò che gli antifonari fossero custoditi sotto chiave.

La mattina successiva scomparve un’altra melodia.

Fu allora che Guido disse:

— Non è nei libri che bisogna cercare il ladro.

Fra Martino lo guardò male.

— E dove?

Guido aprì l’antifonario.

Indicò i neumi.

— Qui.

— Nei segni?

— In ciò che i segni non dicono.

Il priore, padre Ademaro, gli fece cenno di continuare.

— Questi segni ci aiutano perché conosciamo già il canto — spiegò Guido. — Ci ricordano se la voce sale o scende. Ma se la memoria scompare, non ci dicono con precisione dove andare.

Martino si irrigidì.

— La memoria non scompare.

Guido lo guardò.

Il vecchio comprese subito la crudeltà involontaria della frase.

Nessuno disse altro.


Quella notte Guido prese un pezzo di pergamena.

Tracciò una linea.

Poi un’altra.

Poi un’altra ancora.

Mise un segno sulla prima.

Lo guardò.

Lo cancellò.

Ricominciò.

A mezzanotte le linee erano quattro.

Accanto aveva un monocordo.

Faceva vibrare la corda.

Ascoltava.

Scriveva.

Cancellava.

Provava ancora.

Fra Michele lo trovò così.

— Il priore ti ha proibito di continuare.

Guido non sollevò la testa.

— Infatti sto cercando di continuare con grande discrezione.

Michele guardò la pagina.

— Che cosa sono?

— Strade.

— Sembrano righe.

— Tutte le strade, viste da abbastanza lontano, sembrano righe.

Michele sospirò.

— E dove portano?

Guido gli porse il foglio.

— Cantalo.

— Non conosco questa melodia.

— Appunto.

Michele lo fissò.

— Vuoi che canti qualcosa che non ho mai sentito.

— Sì.

— Leggendolo.

— Sì.

— Da quattro righe.

— Sì.

Michele lo osservò a lungo.

— Se fallisco, promettimi almeno che ammetterai di essere impazzito.

— Se fallisci, cambierò il sistema.

Questa risposta preoccupò Michele assai più della follia.


Provò.

Sbagliò.

Guido lo fermò.

Riprese.

Sbagliò ancora.

Alla quarta volta Michele perse la pazienza.

Alla quinta trovò il primo intervallo.

Alla sesta arrivò alla fine.

Rimasero immobili.

La melodia era semplice.

Niente di straordinario.

Eppure, in quella stanza, era appena avvenuto qualcosa che nessuno dei due avrebbe più dimenticato.

Un uomo aveva cantato una musica che non aveva mai ascoltato.

Non gliel’aveva insegnata una voce.

Gliel’aveva insegnata una pagina.

Guido prese la pergamena con entrambe le mani.

— Funziona.

Michele non rispose.

— Funziona.

Questa volta Michele sorrise.

— Allora siamo nei guai.


Il problema delle idee nuove non è che siano sempre sbagliate.

È che, qualche volta, sono giuste nel momento più scomodo possibile.

Quando padre Ademaro vide le pergamene, non gridò.

Peggio.

Le osservò in silenzio.

— Tu vuoi mettere la musica fra delle linee.

— Voglio darle un luogo preciso.

— La musica non ha bisogno d’un luogo.

— Finché qualcuno la ricorda.

Il priore lo fissò.

Guido proseguì.

— Padre, noi crediamo che il canto viva nei libri. Ma i libri, senza memoria, non bastano.

— E tu credi di poter fare meglio di generazioni di monaci?

— No.

Guido indicò le righe.

— Credo che possiamo lasciare a chi verrà dopo qualcosa di più di quello che abbiamo ricevuto.

Era una risposta rispettosa.

Questo non impedì al priore di vietargli di continuare.


Guido obbedì per due giorni.

Al terzo scoprì i nomi.

L’inno era quello dedicato a san Giovanni Battista.

Lo cantò lentamente.

Le frasi salivano una dopo l’altra.

Ut queant laxis…

Resonare fibris…

Mira gestorum…

Famuli tuorum…

Solve polluti…

Labii reatum…

Si fermò.

Guardò le iniziali.

UT.

RE.

MI.

FA.

SOL.

LA.

Sei sillabe.

Sei gradini.

Sei punti ai quali aggrapparsi quando la memoria esitava.

Michele entrò e trovò Guido che scriveva quei nomi in grande.

— Che cosa fai?

— Sto dando un nome ai suoni.

Michele scoppiò a ridere.

— I suoni non hanno bisogno d’un nome.

Guido sollevò gli occhi.

— Nemmeno tu ne avresti bisogno, se nessuno dovesse mai chiamarti.

Michele smise di ridere.


Il giorno dopo la pergamena era sul tavolo del priore.

— Hai dato nomi alle note.

— Sillabe.

— Nomi.

— Se preferite.

Ademaro si alzò.

— Prima le hai messe fra delle righe. Adesso le battezzi. Che cosa verrà dopo?

Guido esitò.

— Forse riusciremo a insegnarle più in fretta.

— Non sto scherzando.

— Nemmeno io.

Il priore batté una mano sul tavolo.

— La musica sacra non appartiene a te.

— Lo so.

— E allora smetti di trattarla come se potessi rifarla.

Guido divenne pallido.

— Proprio perché non mi appartiene non posso accettare che muoia con chi la conosce.

Il silenzio cambiò.

Non era più quello d’una discussione.

Era diventato qualcosa di più pericoloso.

Ademaro indicò le pergamene.

— Tu vuoi chiudere il canto dentro questi segni.

Guido prese il foglio.

— Una gabbia serve a impedire a qualcosa di andare lontano.

Lo posò sul tavolo.

— Queste righe fanno il contrario.

Il priore non parlò.

— Non sto imprigionando la musica.

Guido guardò le quattro linee.

— Le sto costruendo una strada.


Gli fu proibito l’accesso alla biblioteca.

Le pergamene furono confiscate.

Per settimane il monastero tornò apparentemente alla normalità.

Soltanto il Ladro dei Canti non rispettò il divieto.

Continuò il proprio lavoro.

Una melodia.

Poi un’altra.

I monaci partirono per abbazie lontane, cercando uomini che ricordassero ciò che a Pomposa era andato perduto.

Ma tornavano spesso con versioni differenti.

Un cantore giurava che una frase salisse.

Un altro la ricordava discendente.

Entrambi erano pronti a giurare davanti all’altare.

La memoria aveva cominciato non soltanto a dimenticare.

Aveva cominciato a inventare.


Poi arrivò la vigilia della grande celebrazione.

Avrebbero partecipato ospiti, pellegrini, ecclesiastici.

Da settimane si preparava il canto solenne.

Fra Martino lo intonò un’ultima volta.

Prima frase.

Seconda.

Terza.

Alla quarta si fermò.

Il coro tentò di proseguire.

Nessuno riuscì.

Martino ripartì.

Niente.

Michele provò.

Niente.

Il canto era quasi interamente svanito.

Aprirono il libro.

I segni erano lì.

Perfetti.

Inutili.

Fu mandato un cavaliere verso un monastero vicino.

Cominciò a piovere.

Il fiume crebbe.

Il cavaliere tornò.

La strada era impraticabile.

L’indomani, davanti a centinaia di persone, il monastero avrebbe dovuto cantare una musica che nessuno ricordava più.

Il Ladro aveva scelto il momento migliore.


Fu fra Martino a dire:

— Chiamate Guido.

Padre Ademaro alzò gli occhi.

Il vecchio non li abbassò.

— Chiamatelo.

Guido arrivò poco dopo.

Vide il libro aperto.

Non fece domande.

— Posso tentare.

Ademaro aprì un armadio.

Dentro c’erano tutte le sue pergamene.

Guido lo guardò.

Il priore disse soltanto:

— Non le ho bruciate.

Era, nel linguaggio di Ademaro, quasi una dichiarazione d’affetto.


Lavorarono tutta la notte.

Non ci furono miracoli.

Ci furono errori.

Discussioni.

Ricordi contraddittori.

Candele consumate.

Inchiostro rovesciato.

Fra Martino ricordava una cadenza.

Michele un frammento.

Un altro confratello sosteneva il contrario.

Guido ascoltava tutti.

Provava sul monocordo.

Confrontava.

Scriveva.

Cancellava.

Quando finalmente la melodia parve ricomposta, chiamò sei novizi.

Martino protestò.

— Non la conoscono.

— È proprio per questo che servono.

Guido mise davanti a loro la nuova pergamena.

— Nessuno vi canterà il pezzo.

I giovani si guardarono.

— Lo leggerete.

Cominciarono.

Sbagliarono.

Ripresero.

Guido indicò:

— Ut.

Poi:

— Re.

— Mi.

Le voci si aggiustarono.

Una frase.

Poi due.

Poi tre.

E, a poco a poco, nella sala risuonò quel canto che nessuno di quei ragazzi aveva mai udito prima.

Fra Martino si sedette.

Michele smise di sorridere.

Ademaro guardava le pergamene come si guarda qualcosa che ci costringe a rinunciare a un’opinione alla quale eravamo molto affezionati.

Ma mancava ancora l’ultima frase.

Sul vecchio manoscritto il margine era rovinato.

I segni non si leggevano.

Nessuno ricordava.

Fuori il cielo cominciava già a schiarire.

— È finita — disse Ademaro.

— No.

Fra Martino aveva parlato.

Chiuse gli occhi.

Cantò la frase precedente.

Una volta.

Due.

Poi lentamente:

— Fa…

Guido si voltò.

Martino riprese.

— Sol…

Gli tremò la voce.

— La.

E improvvisamente la conclusione tornò.

Non tutta insieme.

Un frammento dopo l’altro.

La memoria dell’uomo e il nuovo sistema di Guido s’incontrarono a metà strada.

La melodia ricomparve.

Guido la scrisse.

Questa volta nessuno avrebbe più dovuto affidarla alla memoria d’un solo uomo.


La mattina il monastero cantò.

Gli ospiti ascoltarono.

Nessuno seppe che, poche ore prima, quella musica aveva rischiato di scomparire.

Qualcuno lodò la bellezza del coro.

Un dignitario si addormentò durante il salmo più lungo e alla fine dichiarò d’esserne stato profondamente commosso.

La storia, come si vede, possiede anche un senso dell’umorismo.

Guido non cantò.

Ascoltò.

Le voci dei novizi si alzavano insieme a quelle dei vecchi monaci.

E allora comprese che il vero prodigio non era aver salvato quel canto.

Era aver trovato un modo perché un uomo potesse insegnare qualcosa anche a qualcuno che non avrebbe mai incontrato.


Quando Guido lasciò Pomposa, padre Ademaro gli restituì la sacca con tutte le pergamene.

— Pensavo fossero confiscate.

— Lo erano.

— E adesso?

— Adesso sono un problema che preferisco affidare ad altri.

Guido sorrise.

Il priore no.

Poi prese una delle pagine.

— Avevo paura che, scrivendo la musica, avreste finito per credere di possederla.

Guido rimase in silenzio.

— Forse — continuò Ademaro — non avevo capito che si può scrivere qualcosa anche per il motivo opposto.

— Quale?

Il priore gli consegnò la pergamena.

— Perché smetta di appartenere soltanto a noi.


Ad Arezzo, tempo dopo, alcuni ragazzi ricevettero fogli con linee, segni e sillabe.

Non conoscevano quei canti.

Guido non li intonò.

Indicò soltanto.

Ut.

Re.

Mi.

Fa.

Sol.

La.

Le voci partirono incerte.

Poi trovarono la strada.

E così la musica imparò una cosa che fino ad allora aveva affidato quasi soltanto alla memoria degli uomini:

come attraversare il tempo senza chiedere il permesso alla morte.


LA MORALE

Guido non cercò di imprigionare la musica sulla carta.

Cercò di impedirle di morire con chi la ricordava.

Perché custodire davvero qualcosa non significa trattenerla per noi, ma darle una forma che possa raggiungere chi verrà dopo.

La memoria è preziosa, ma fragile. La conoscenza diventa eredità soltanto quando sappiamo trasmetterla.

Per questo quelle linee non furono una gabbia.

Furono un ponte.

E forse vale anche per ciò che ciascuno di noi riceve nella vita:

non ci viene affidato perché finisca con noi, ma perché attraverso di noi possa continuare il viaggio.


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