Il processo alla voce impossibile

Nel tribunale della Musica, essere nuovi può diventare il più grave dei sospetti.

di Marialuisa Veneziano

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🎧 MUSICA PER LA LETTURA
Per accompagnare Il processo alla voce impossibile, si consiglia l’ascolto del Concerto in mi bemolle maggiore per sassofono contralto e orchestra d’archi, op. 109 di Aleksandr Glazunov, nell’esecuzione di Valentine Michaud con la Danish National Symphony Orchestra, diretta da Vasily Petrenko.
Circa quattordici minuti nei quali il sassofono non deve più giustificare la propria esistenza né dimostrare da chi abbia ricevuto la sua voce: semplicemente parla. Il timbro passa dalla cantabilità più intima alla brillantezza virtuosistica, dialoga con gli archi, si trasforma eppure rimane sempre riconoscibile. È quasi la risposta musicale al processo della nostra favola: ciò che abbiamo ereditato può attraversarci senza impedirci di diventare qualcosa che prima non esisteva.
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A Parigi, in una bottega dove era impossibile trovare un cacciavite perché Adolphe Sax sosteneva di averlo «messo in un posto sicuro», nacque uno strumento che provocò immediatamente un problema.

Non un problema di suono.

Il suono era magnifico.

Il problema era capire da dove venisse.

Adolphe lo aveva costruito con un corpo di metallo lucente, molte chiavi e una piccola ancia sul bocchino.

Lo posò sul banco.

Lo osservò.

Poi gli soffiò dentro.

La bottega si riempì di una voce calda e profonda, capace di essere forte senza gridare e dolce senza chiedere scusa.

Il Clarinetto Celestino sollevò le chiavi.

— Interessante.

Il Barone Trombone inclinò il padiglione.

— Audace.

Mademoiselle Oboe strinse gli occhi.

— Sospetto.

Il nuovo strumento aprì lentamente gli occhi.

— Sono nato?

Adolphe sorrise.

— Pare proprio di sì.

— E chi sono?

— Sassofono.

Il piccolo ripeté il nome.

— Sas-so-fo-no.

Gli piacque.

Aveva appena cominciato a sorridere quando Celestino si avvicinò.

Guardò il bocchino.

Poi l’ancia.

Poi di nuovo il bocchino.

— Un momento.

Il Sassofono si preoccupò.

— Cosa?

Celestino indicò l’ancia.

— Quella la conosco.

Il Barone Trombone si avvicinò.

— Anche questo metallo mi sembra stranamente familiare.

Mademoiselle Oboe esaminò le chiavi.

— E queste?

Silenzio.

Adolphe, che conosceva molto bene il momento in cui gli strumenti stavano per trasformare una curiosità in un processo, prese il cappotto.

— Buonanotte.

— Dove vai? — domandò il Sassofono.

— A dormire.

— E noi?

Sax aprì la porta.

— Cercate di non fondare nessun tribunale prima di domani.

La porta si chiuse.

Gli strumenti si guardarono.

Celestino tossì.

— Naturalmente non fonderemo un tribunale.


Alle otto e dodici del mattino seguente il Tribunale era già stato fondato.

Si chiamava:

ALTA CORTE DELLE VOCI AUTENTICHE

Presiedeva il Professor Purissimo, un vecchio diapason d’argento tanto diritto che persino la propria ombra sembrava mettersi sull’attenti.

Purissimo aveva dedicato tutta la vita a una convinzione:

Ogni cosa veramente originale deve provenire soltanto da se stessa.

Nessuno gli aveva mai fatto notare che persino lui era stato costruito da qualcuno.

Non sarebbe stato prudente.

Sulla parete dietro il giudice campeggiava un’enorme scritta:

SE SOMIGLIA A QUALCOSA, INDAGARE.

Il Sassofono sedeva al centro della sala.

Accanto a lui c’era Annetta, la piccola ancia del bocchino.

Annetta non aveva alcuna qualifica giuridica, ma questo non le aveva impedito di dichiararsi avvocato della difesa.

— Sapete qualcosa di diritto? — le aveva chiesto il Sassofono.

— No.

— E allora perché difendete me?

— Perché sono piccola e aggressiva. È praticamente una formazione professionale.

Il Professor Purissimo batté il martelletto.

TAC!

— Si apra il processo contro lo strumento denominato… come?

— Sassofono.

Purissimo sfogliò un registro.

— Nome recente.

— Sono nato ieri.

— Peggio ancora.

Un mormorio attraversò la sala.

Purissimo proseguì:

— L’imputato è accusato di possedere una voce costruita con elementi già appartenuti ad altri strumenti.

Il Sassofono spalancò gli occhi.

— Ma io non ho rubato niente!

— Lo stabiliremo.

— Sono nato ieri!

— La giovinezza non costituisce attenuante musicale.

Annetta si alzò.

— Obiezione.

Purissimo la guardò.

— Su quale base?

— Mi sembrava il momento giusto.

— Respinta.

— Bene. Volevo solo provare.


Il primo testimone fu il Clarinetto Celestino.

Entrò con passo elegante.

— Riconoscete qualcosa dell’imputato? — domandò Purissimo.

Celestino osservò il Sassofono.

— L’ancia semplice.

La sala mormorò.

Purissimo si sporse.

— Dunque confermate che l’imputato possiede qualcosa che apparteneva già alla vostra famiglia?

Celestino si sistemò.

— Preferirei dire che ha avuto ottimo gusto.

Annetta balzò in piedi.

— L’ancia non è stata inventata da voi.

Celestino si offese.

— Non ho mai detto questo.

— Lo stavate pensando con un accento insopportabile.

Purissimo batté il martelletto.

— Silenzio!

Secondo testimone: il vecchio Oficleide.

Guardò il corpo metallico del Sassofono.

— Conosco quel principio.

Terzo testimone: Mademoiselle Oboe.

— Quelle chiavi non sono nate ieri.

Quarto testimone: il Flauto.

— Nemmeno i fori.

Quinto testimone: il Barone Trombone.

— Non so esattamente perché mi abbiano convocato, ma desidero far mettere a verbale che nella mia famiglia il metallo è presente da generazioni.

Purissimo chiuse il fascicolo.

Il Sassofono si sentì improvvisamente molto piccolo.

Guardò il proprio corpo.

La propria ancia.

Le chiavi.

Fino a quel momento gli erano sembrate parti di lui.

Adesso sembravano prove.

— Quindi… — sussurrò — non c’è niente che sia davvero mio?

Purissimo lo sentì.

— È precisamente ciò che il Tribunale intende stabilire.


La sentenza provvisoria fu terribile.

— Hai sette giorni — dichiarò Purissimo.

— Per fare cosa?

— Per trovare almeno una parte della tua voce che non debba nulla a nessuno.

— E se non ci riesco?

Il giudice indicò una grande gomma da cancellare posata sul tavolo.

Annetta impallidì.

— Non vorrete…

— Il nome “Sassofono” verrà cancellato dai registri.

— E lui?

Purissimo guardò lo strumento.

— Verrà classificato come Copia Musicale Composita numero 47.

Il Sassofono sentì un brivido.

— Non avrò più un nome?

— Le copie non ne hanno bisogno.

Annetta saltò sul banco.

— Questa è una barbarie!

Purissimo la fissò.

— La barbarie non è di competenza di questa Corte.

— Peccato. Sareste molto qualificato.


Quella stessa sera il Sassofono decise di partire.

Doveva trovare il Primo Suono.

Una voce assolutamente originale.

Qualcosa che non fosse nato da nulla di precedente.

Annetta venne con lui.

Celestino si presentò davanti alla porta con una valigia.

— Vengo anch’io.

Il Sassofono lo guardò.

— Hai testimoniato contro di me.

— Ho detto che hai un’ancia.

— È sembrato piuttosto grave.

— Non immaginavo volessero cancellarti il nome.

Dietro di lui comparve il Barone Trombone con un mantello.

— Verrò anch’io.

— Perché?

— Per spirito di giustizia.

Celestino lo guardò.

— E quella cesta?

Il Trombone la nascose.

— Provviste.

— Per sette giorni?

— Non sappiamo quanto durerà la giustizia.

Annetta sbirciò dentro.

— Avete portato sei croissant.

— La giustizia consuma energie.

Partirono.


La prima tappa fu il Museo degli Strumenti Antichissimi.

Il custode era un clavicembalo così vecchio che ogni volta che raccontava un ricordo qualcuno doveva controllare se fosse ancora Storia o fosse già diventato Archeologia.

— Cerchiamo lo strumento più originale del mondo — disse il Sassofono.

Il Clavicembalo si illuminò.

— Finalmente.

— Siete voi?

— Ovviamente.

Da una teca arrivò una voce.

— Ehm.

Era un Salterio.

Il Clavicembalo si irrigidì.

— Non cominciare.

Il Salterio sorrise.

— Non ho detto nulla.

— Lo stavi pensando storicamente.

Provarono con il Pianoforte.

— Sei nato da qualcosa?

Il Pianoforte guardò il Clavicembalo.

Poi il Clavicordo.

Poi Cristofori ritratto in un quadro.

— Preferirei non rispondere senza il mio liutaio.

Provarono con il Violino.

— Prima di te esisteva qualcosa di simile?

Il Violino si mise a contemplare il soffitto.

— La genealogia è un concetto borghese.

Annetta sospirò.

— Traduzione: sì.

A sera avevano interrogato ventitré strumenti.

Tutti avevano antenati.

Tutti avevano ricevuto qualcosa.

Nessuno era comparso dal nulla.

Il Sassofono era sconsolato.

— Se nessuno è completamente originale, perché stanno processando me?

Il Barone Trombone mangiò il terzo croissant.

— Perché sei l’ultimo arrivato.

— E quindi?

Celestino rispose piano:

— È sempre più facile vedere i debiti di chi viene dopo di noi che ricordare i nostri.

Il Sassofono rimase in silenzio.

Era il primo pensiero che portò con sé dalla strada.


Il giorno seguente arrivarono alla Sala degli Antenati.

Era nascosta sotto il museo.

Lì vivevano strumenti che il mondo aveva quasi smesso di suonare.

Cornetti antichi.

Bombarde.

Serpentoni.

Viole d’amore.

Chalumeaux.

Uno di loro, un vecchio Chalumeau, riconobbe Celestino.

— Ah.

Il Clarinetto si fermò.

— Ci conosciamo?

— Non personalmente.

Il vecchio strumento sorrise.

— Ma una parte di me è arrivata fino a te.

Celestino non disse nulla.

Per la prima volta il Sassofono lo vide senza l’aria elegante.

Sembrava soltanto emozionato.

— Vi dà fastidio? — domandò il Sassofono.

— Cosa?

— Che qualcosa di voi sia finito dentro uno strumento venuto dopo.

Il Chalumeau rise.

— Finito?

— Sì.

— Ragazzo, se qualcosa di me è arrivato fino a lui, allora non è finito affatto.

Il Sassofono si avvicinò.

— Ma lui non suona come voi.

— Meno male.

— Perché?

Il vecchio Chalumeau gli rivolse uno sguardo divertito.

— Che pessima eredità sarebbe quella che obbliga i figli a diventare copie dei nonni?


Più avanti incontrarono Madame Viola d’amore.

Il Sassofono le raccontò del processo.

Lei ascoltò.

— Vogliono sapere se c’è qualcosa in te che non venga da nessuno?

— Sì.

— E tu vuoi trovarla?

— Devo.

— Perché?

La domanda lo irritò.

— Perché altrimenti non sarò originale.

La Viola sorrise.

— E perché devi essere originale?

— Per avere diritto al mio nome.

Lei smise di sorridere.

— Questo è pericoloso.

— Cosa?

— Confondere il valore con l’assenza di debiti.

Il Sassofono non capì.

La Viola indicò Celestino.

— Da chi hai imparato a parlare così bene?

Celestino indicò i propri maestri.

Indicò la propria storia.

— E tu? — domandò al Trombone.

Il Barone iniziò un discorso genealogico talmente lungo che Annetta dovette interromperlo.

— Abbiamo capito: siete praticamente imparentato con l’Impero Romano.

La Viola tornò al Sassofono.

— Vedi?

— Cosa?

— Tutti portiamo dentro qualcosa ricevuto.

— Allora nessuno è originale.

La Viola scosse la testa.

— Stai ancora guardando le parti.

— Dove dovrei guardare?

— A ciò che accade quando quelle parti diventano te.


Quella notte il Sassofono non dormì.

Guardò Annetta.

— Tu vieni da prima di me.

— Sì.

Guardò Celestino.

— Anche la tua imboccatura.

— Sì.

Guardò il Barone.

— Il metallo.

— Non personalmente, ma accetto il tributo.

Il Sassofono sospirò.

— Allora io sono fatto di passato.

Annetta gli diede un colpetto sul bocchino.

— Tutti siamo fatti anche di passato.

— E il futuro?

Lei sorrise.

— Quello dipende da cosa ci fai.


Il sesto giorno accadde qualcosa di inaspettato.

Il Sassofono vide un’ombra muoversi dietro una colonna.

— Chi c’è?

Nessuno.

Il Barone Trombone si lanciò avanti.

Il mantello gli si impigliò.

Cadde.

— Un agguato!

Celestino lo guardò a terra.

— Siete inciampato.

— Un agguato del pavimento.

Dietro la colonna comparve il Professor Purissimo.

Il Sassofono indietreggiò.

— Ci avete seguiti?

— Dovevo verificare che non falsificaste le prove.

Annetta strinse gli occhi.

— Per sei giorni?

Purissimo tacque.

Celestino si avvicinò.

— Perché siete davvero qui?

Il vecchio diapason abbassò lo sguardo.

Era la prima volta che sembrava meno diritto.

Il Sassofono notò qualcosa.

Sul fianco di Purissimo c’era una piccola incisione.

Una data.

E il nome di un costruttore.

— Anche voi siete stato costruito.

Purissimo si irrigidì.

— Naturalmente.

— Con un metallo che esisteva prima di voi.

Silenzio.

— E il principio con cui vibrate?

Purissimo non rispose.

— Anche quello era già conosciuto.

Annetta spalancò gli occhi.

— Professor Purissimo…

Il diapason gridò:

— LO SO!

La Sala degli Antenati tacque.

Purissimo tremava.

— Lo so da sempre.

Il Sassofono lo guardò.

— E allora perché avete creato il Tribunale?

Purissimo rimase molto tempo senza parlare.

Poi la sua voce cambiò.

Non era più quella del giudice.

— Perché avevo paura.

— Di cosa?

— Che se tutto viene da qualcosa… allora niente appartenga davvero a nessuno.

Il Sassofono si avvicinò.

Purissimo continuò:

— Ho trascorso la vita cercando una voce completamente pura. Una nota senza antenati. Un’idea che non dovesse ringraziare nulla.

— L’avete trovata?

Il diapason chiuse gli occhi.

— No.

— E allora?

Purissimo lo guardò.

— Ho cominciato a giudicare gli altri.

Annetta, per una volta, non disse nulla.


Il settimo giorno tornarono al Tribunale.

La sala era gremita.

Strumenti di ogni famiglia occupavano i banchi.

Sul tavolo del Professor Purissimo era pronta la grande gomma.

Il Sassofono avanzò.

Purissimo assunse nuovamente il volto severo del giudice.

— Avete trovato una parte della vostra voce che non provenga da nulla di precedente?

Il Sassofono inspirò.

— No.

Un brusio percorse la sala.

Mademoiselle Oboe sussurrò:

— È finita.

Purissimo guardò la gomma.

— Allora ammettete l’accusa?

— No.

— Avete appena dichiarato…

— Ho trovato qualcosa di più importante.

Purissimo alzò gli occhi.

Il Sassofono si voltò verso il pubblico.

— Ho cercato il Primo Suono.

— E?

— Non esiste.

Qualcuno protestò.

Il Sassofono continuò.

— Il pianoforte ha una storia. Il clarinetto ha una storia. Il violino ha una storia. Il trombone…

Il Barone si alzò.

— Una storia particolarmente prestigiosa.

— Sedetevi.

— Certamente.

Il Sassofono guardò Purissimo.

— Persino voi avete una storia.

Il giudice non rispose.

— Quindi sì: in me ci sono cose venute da altri.

Indicò Celestino.

— Un principio che conosco grazie a strumenti come lui.

Indicò i vecchi antenati.

— Idee costruite nei secoli.

Poi toccò il proprio corpo.

— Io non sono nato dal nulla.

Purissimo afferrò il martelletto.

— E dunque?

Il Sassofono sorrise.

— Dunque non devo dimostrare che nessuno mi abbia dato qualcosa. Devo dimostrare che ciò che ho ricevuto non si ferma in me nello stesso modo in cui è arrivato.

Silenzio.

Purissimo rimase immobile.

Poi disse:

— Parole.

Il Sassofono annuì.

— Avete ragione.

La sala trattenne il fiato.

— La musica dovrebbe rispondere con la musica.

Il Sassofono prese posto al centro.

Celestino lo guardava.

L’Oficleide.

Mademoiselle Oboe.

Gli strumenti antichi.

Tutti coloro ai quali, in qualche modo, doveva qualcosa.

Prese fiato.

Suonò.

La prima frase aveva qualcosa che Celestino riconobbe.

— L’ancia — sussurrò.

Poi arrivò un colore che l’Oficleide riconobbe.

— Il metallo.

Una figurazione attraversò le chiavi.

Mademoiselle Oboe sorrise appena.

— Conosco anche quello.

Il Professor Purissimo ascoltava.

Sembrava quasi soddisfatto.

Ecco la prova, pensava.

È fatto di pezzi degli altri.

Ma la frase continuò.

Il Sassofono lasciò che ogni cosa ricevuta passasse attraverso di lui.

Non la nascose.

Non la imitò.

La trasformò.

Il suono diventò più caldo.

Poi più profondo.

Poi improvvisamente brillante.

Una voce che poteva sorridere e, un istante dopo, confessare qualcosa.

Celestino non riusciva più a dire:

questo viene da me.

L’Oficleide non poteva più dire:

questo è mio.

Mademoiselle Oboe smise di cercare somiglianze.

Perché a un certo punto tutte quelle tracce avevano smesso di essere pezzi separati.

Erano diventate una voce sola.

La voce del Sassofono.

Quando terminò, nessuno parlò.

Annetta si asciugò un angolo.

— Polvere.

Celestino sorrise.

— Certamente.

— Non commentare.


Il Professor Purissimo guardò la grande gomma.

Poi il Registro delle Voci Autentiche.

Lo aprì alla prima pagina.

C’era scritto:

È ORIGINALE SOLTANTO CIÒ CHE NON DEVE NULLA A NESSUNO.

Purissimo rimase a lungo a fissarla.

Poi la strappò.

La sala trasalì.

— Professor…

Lui prese la penna.

Scrisse lentamente:

CONOSCI CIÒ CHE HAI RICEVUTO. POI DECIDI CHE COSA FARNE.

Il Sassofono lo guardò.

— Sono assolto?

Purissimo si sistemò.

— Tecnicamente il Tribunale non possiede ancora una procedura per casi di questo genere.

Annetta sbuffò.

— Naturalmente.

Il giudice abbassò la voce.

— Ma conserverai il tuo nome.

Il Sassofono sorrise.

— Grazie.

Purissimo lo fermò.

— Non ringraziare me.

— E chi?

Il vecchio diapason guardò tutti gli strumenti presenti.

— Quelli che ti hanno preceduto.

Poi aggiunse:

— E quelli che un giorno partiranno da te.

Prima che la seduta terminasse, Annetta alzò una zampetta immaginaria.

— Una questione.

Purissimo sospirò.

— Cosa?

— Adesso voi vi chiamerete ancora Professor Purissimo?

Un brusio divertito attraversò la sala.

Purissimo la fulminò.

— Certamente.

— Suggerirei Professor Quasi-Purissimo.

Qualcuno rise.

— Respinta.

— Professor Abbastanza-Autentico?

Risero più forte.

— Respinta!

— Professor Debitore-Riconoscente?

Persino Madamoiselle Oboe rise.

Purissimo cercò di resistere.

Poi accadde una cosa che nessuno aveva mai sentito.

Il vecchio diapason rise.

Una risata piccola.

Argentea.

Perfettamente intonata.

— Seduta tolta! — gridò.


Qualche tempo dopo Adolphe Sax costruì altri strumenti della stessa famiglia.

Più piccoli.

Più grandi.

Più acuti.

Più profondi.

Uno di loro, appena nato, si avvicinò al primo Sassofono.

— Posso chiederti una cosa?

— Certo.

— È vero che hai copiato gli altri strumenti?

La bottega si fermò.

Celestino voltò la testa.

Annetta sorrise.

Il Sassofono guardò il piccolo.

— Ho ricevuto moltissimo dagli altri.

— Allora è vero?

— No.

— Non capisco.

Il Sassofono indicò una scala.

— Se qualcuno ti insegna il primo gradino, sei obbligato a fermarti lì?

— No.

— E se sali?

— Arrivo al secondo.

— E poi?

— Al terzo.

Il Sassofono sorrise.

— Ecco.

Il piccolo rifletté.

— Quindi ricevere non significa copiare.

— No.

— E cosa significa?

Il Sassofono guardò fuori dalla finestra.

Parigi continuava a fare rumore come se avesse qualcosa di urgentissimo da dire.

Poi rispose:

— Significa che qualcuno ti ha dato un punto da cui partire. Il resto della strada, però, devi percorrerlo tu.

Annetta si sporse dal bocchino.

— Possibilmente intonati.

E nella bottega scoppiarono tutti a ridere.

Poi il Sassofono prese fiato.

E suonò.

Dentro quella voce c’erano secoli di strumenti.

Inventori.

Tentativi.

Errori.

Scoperte.

Ma il suono che uscì non apparteneva più a nessuno di loro.

Era passato attraverso una storia.

E aveva trovato un modo nuovo di continuare.

Nessuno crea davvero partendo dal nulla. Dentro ciò che siamo vivono parole ricevute, esempi, errori, insegnamenti, gesti, idee e persone che ci hanno preceduto. Essere originali non significa fingere di non dovere niente a nessuno. Significa conoscere ciò che abbiamo ricevuto e avere abbastanza libertà da trasformarlo. Copiare significa fermarsi dove qualcuno si è già fermato. Ereditare significa partire da lì. Perché la vera identità non nasce cancellando le tracce degli altri. Nasce quando quelle tracce attraversano noi e, senza scomparire, diventano qualcosa che prima non esisteva.

🎭 NEL CAST DELLA FAVOLA
Ogni personaggio ha una voce. E ogni voce nasconde un’idea. (Clicca sulla freccia e scopri di più!)

🎷 Il Sassofono — (L’identità)
Appena nato e già imputato. Non sa ancora bene chi sia, ma tutti sembrano sapere cosa dovrebbe essere. Scoprirà che diventare se stessi non significa partire da zero, ma fare qualcosa di nuovo con ciò che abbiamo ricevuto.

⚖️ Professor Purissimo — (L’illusione della purezza)
Diapason, giudice e nemico personale di tutto ciò che non entra perfettamente in una definizione. Pretende origini incontaminate dagli altri perché teme di scoprire che anche lui deve qualcosa a qualcuno. Molto severo con i debiti altrui, meno con i propri.

🌾 Annetta — (La coscienza ironica)
È un’ancia minuscola con l’autostima di un’orchestra sinfonica. Interrompe, punge, corregge e dice ad alta voce ciò che tutti pensano piano. Ricorda che la verità non diventa meno vera solo perché fa ridere.

🎶 Celestino, il Clarinetto — (L’eredità)
Elegante, raffinato e inizialmente felicissimo di riconoscere qualcosa di sé nel Sassofono. Poi capisce che trasmettere non significa possedere. Un buon antenato lascia tracce; un pessimo antenato pretende diritti d’autore sui discendenti.

🎼 Mademoiselle Oboe — (Il pregiudizio elegante)
Raffinata, impeccabile e convinta che il buon gusto abbia sempre bisogno del suo permesso. Riconosce subito nel Sassofono qualcosa di già visto e per questo lo guarda con sospetto: rappresenta chi confonde la familiarità con il valore e la novità con una colpa. Però, quando smette di cercare somiglianze e comincia davvero ad ascoltare, scopre che perfino l’eleganza può imparare qualcosa dall’imprevisto.

🎺 Barone Trombone — (La tradizione)
Porta il proprio albero genealogico anche quando va a comprare il pane. È convinto che essere antichi sia già una qualità, ma finirà per capire che la tradizione vale davvero solo quando offre un punto di partenza, non un posto dove fermarsi.

🎼 Madame Viola d’Amore — (La memoria che lascia andare)
Ha visto mode nascere, trionfare e scomparire, quindi non si impressiona facilmente. Sa che essere superati non significa essere cancellati. La vera memoria non trattiene: consegna.

🎩 Adolphe Sax — (L’invenzione)
Mette insieme cose già esistenti e ha l’audacia di chiamare il risultato “nuovo”. È precisamente così che funziona molta creatività. L’inventore non crea dal nulla: vede possibilità dove gli altri vedono soltanto pezzi sparsi.


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