Marialuisa Veneziano, quando l’organo diventa respiro dell’anima


SABATO 6 GIUGNO 2026 ALLA CHIESA DI SANT’ANTONIO DA PADOVA DI FALCONARA MARITTIMA, UNA SERATA IN CUI IL GRANDE REPERTORIO ORGANISTICO INCONTRA LA SOLIDARIETÀ, LA SPIRITUALITÀ FRANCESCANA E LA FORZA SILENZIOSA DELL’ AMICIZIA.

La locandina del concerto di sabato 6 giugno 2026

Di Claudia Valenti


Falconara Marittima, 3 giugno 2026

L’organo non è uno strumento che semplicemente si suona. È uno strumento che si attraversa. Ha bisogno di mani, certo, di piedi, di studio, di controllo, di una tecnica severissima; ma soprattutto ha bisogno di una visione. Perché l’organo, più di ogni altro strumento, non concede nulla alla superficie: amplifica ciò che l’interprete è. Se dentro c’è vuoto, restituisce vuoto. Se dentro c’è pensiero, restituisce architettura. Se dentro c’è anima, allora il suono diventa destino dell’aria.

Il prossimo 6 giugno, presso la Chiesa di Sant’Antonio da Padova di Falconara Marittima, il pubblico potrà ascoltare il Maestro Marialuisa Veneziano, organista, pianista, musicologa, giornalista culturale e divulgatrice musicale, in un concerto che nasce dall’incontro tra arte, spiritualità e solidarietà.

Marialuisa Veneziano è un’artista dal profilo raro: diplomata in Pianoforte al Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma, ha costruito nel tempo un percorso nel quale interpretazione, ricerca, scrittura e divulgazione non sono mai compartimenti separati, ma parti di una stessa vocazione. Ha suonato in contesti di particolare prestigio, anche in occasioni legate alla vita spirituale e istituzionale della Chiesa, tra cui momenti connessi ai pontificati di Benedetto XVI e di Papa Francesco. Alla carriera concertistica ha affiancato un’intensa attività musicologica, giornalistica e didattica, fino alla fondazione e direzione della testata culturale “Le Armonie dell’Apeiron”, luogo di riflessione sulla musica, sull’arte e sul pensiero. Ma ciò che colpisce, incontrandola, non è soltanto il curriculum. È la compresenza, non comune, di umiltà e grandezza artistica. Veneziano parla della musica con rispetto quasi religioso, ma senza rigidità; con cultura profonda, ma senza compiacimento. È un’artista che conosce la disciplina durissima dello studio e insieme la fragilità umana che ogni vera interpretazione porta con sé. La sua tecnica organistica, solida, raffinata, capace di governare con lucidità tastiere, pedaliera, registri, piani sonori e complessità acustiche dello strumento, non viene mai esibita come virtuosismo fine a sé stesso: diventa mezzo per scavare, per dire, per illuminare. Il concerto del 6 giugno sarà anche un gesto di comunità. Dietro la serata c’è il lavoro di chi ha creduto nel valore di un evento capace di unire bellezza e partecipazione concreta: la Caritas, la presidente Ondina, la comunità dei frati francescani della Parrocchia, che hanno messo a disposizione energie, spazi, attenzione e una generosità non scontata, quasi l’impensabile, pur di offrire alla comunità falconarese una serata di tale respiro. In tempi in cui spesso la cultura viene trattata come ornamento superfluo, questa scelta ha il valore di un segno: la bellezza non è un lusso, ma una forma di cura.

Alla vigilia del concerto, abbiamo incontrato Marialuisa Veneziano per una conversazione vera, intensa, a tratti sorprendente, nella quale il programma musicale diventa occasione per parlare di arte, amicizia, fede, resistenza e destino personale.

  • Maestro, il concerto del 6 giugno nasce dentro una comunità: la Caritas, la presidente Ondina Valeria Ghergut, i frati francescani della Parrocchia. Che valore ha per lei tutto questo?

Ha un valore enorme, perché un concerto così non nasce mai da una persona sola. Certo, poi sullo strumento ci sono io, con la mia responsabilità, il mio studio, il mio modo di respirare dentro la musica. Ma prima ancora c’è una rete di persone che rende possibile l’incontro. La Caritas, la presidente Ondina e la comunità dei frati francescani hanno fatto qualcosa di profondamente bello: hanno creduto che una serata musicale potesse diventare un dono per la comunità falconarese. Hanno messo a disposizione non soltanto uno spazio, ma una fiducia, una cura, una disponibilità rara. E quando una comunità religiosa e solidale apre le porte alla musica, non sta semplicemente ospitando un evento: sta dicendo che l’uomo ha bisogno anche di bellezza per rimanere umano. Io sento molta gratitudine. I frati francescani portano con sé un’idea di semplicità e di essenzialità che mi commuove. San Francesco parlava al creato, alla povertà, alla luce, agli ultimi. E in fondo la musica, quando è vera, fa qualcosa di simile: non si impone, non urla, ma raggiunge. Arriva dove spesso le parole non riescono più ad arrivare.

  • Spesso dietro un concerto non c’è soltanto il lavoro dell’artista, ma anche una trama silenziosa di fiducia, incontri e amicizie che rendono possibile l’evento. Quanto conta, per lei, sapere che qualcuno riconosce il valore di un progetto artistico e sceglie di farsene promotore?

Conta moltissimo, perché un concerto non nasce mai soltanto nel momento in cui l’artista si siede allo strumento. Nasce molto prima: da una fiducia, da un’intuizione, da qualcuno che guarda oltre la superficie e comprende che un progetto artistico può diventare occasione di bellezza, di incontro, di bene.In questo percorso un ruolo fondamentale lo ha avuto Eleonora Tarsetti, persona profondamente legata alla realtà parrocchiale e alla comunità falconarese, che ha creduto nella forza di questa proposta musicale. È stata lei a intuire che un concerto d’organo potesse essere non soltanto un evento culturale, ma un momento di raccoglimento, di condivisione, di apertura alla città. Ha riconosciuto una possibilità e ha scelto di farsene carico, con discrezione, cura e determinazione. Ecco, per me questa parola è decisiva: riconoscere. Viviamo spesso in ambienti dove il talento non viene accompagnato, ma sorvegliato; dove la competenza non viene valorizzata, ma ridimensionata; dove chi porta luce viene talvolta invitato, con molta educazione e poca grandezza, ad abbassare la fiamma per non disturbare il buio circostante. Ci sono realtà lavorative che dovrebbero nutrire le persone e invece le consumano; luoghi in cui si parla molto di collaborazione, ma si pratica troppo spesso l’arte sottile dello spegnimento. Per questo, quando si incontra qualcuno che compie il gesto opposto — che non spegne, non sminuisce, non teme, non trattiene — si sente quasi fisicamente la differenza. Eleonora ha fatto questo: ha visto, ha creduto, ha aperto una strada. Non ha chiesto alla musica di rimpicciolirsi per stare dentro una misura mediocre; ha desiderato, al contrario, che potesse arrivare alla comunità nella sua pienezza. Ci sono persone che arrivano nella vita non facendo rumore, ma spostando qualcosa. Non entrano con grandi proclami, non promettono mari e monti: semplicemente vedono. E quando una persona ti vede davvero, soprattutto nei momenti in cui tu stessa fai fatica a riconoscerti interamente, compie un gesto enorme. Perché essere visti non significa essere lodati: significa essere compresi nella propria verità. In un percorso artistico si studia tanto, si lavora tanto, si cade, ci si rialza. Si impara anche a resistere a quegli ambienti in cui la qualità viene accolta come una minaccia invece che come una ricchezza; a quei contesti dove chi sa fare viene spesso guardato con sospetto, come se la preparazione fosse una colpa e non un servizio. Ma poi, a un certo punto, arriva qualcuno che non ti chiede di dimostrare continuamente chi sei. Ti riconosce. E quel riconoscimento diventa una casa. Eleonora, in questo concerto, è stata anche questo: non soltanto un’amica, non soltanto una presenza organizzativa, ma una persona capace di trasformare la fiducia in azione. Ha creduto in me, mi ha proposta, ha lavorato perché l’idea prendesse corpo e arrivasse alla Caritas, alla comunità dei frati francescani, alla parrocchia, alle persone. Ha fatto tutto questo con una cura che non appartiene alla semplice efficienza, ma a qualcosa di più raro: l’amore per ciò che si costruisce. Per me questa è una forma altissima di amicizia: non trattenere l’altro nell’ombra, ma accompagnarlo verso la luce. Non dire soltanto “ti sono vicina”, ma fare in modo che ciò che l’altro porta dentro possa incontrare il mondo. L’amicizia vera non livella, non invidia, non teme la grandezza altrui. L’amicizia vera sa dire: “vai, questa cosa deve vivere”. Ecco perché questo concerto porta anche il suo nome invisibile. Non come firma ufficiale, forse, ma come presenza profonda. Perché ci sono eventi che si realizzano grazie ai programmi, alle autorizzazioni, agli spazi; e poi ci sono eventi che si realizzano perché qualcuno, prima di tutti, ha saputo dire: “ne vale la pena”. Le sono grata perché ha aperto una porta. E certe porte, quando vengono aperte da un’amica vera e da una persona che ama la propria comunità, non conducono soltanto a un concerto: conducono a una forma più grande di destino condiviso. In fondo, forse, il senso più bello di questa serata è anche qui: dimostrare che dove qualcuno prova a spegnere, altri possono ancora accendere. E che basta una sola luce sincera, quando è custodita con amore, per far capire quanto fosse inutile tutto quel buio.

  • L’organo è uno strumento imponente, quasi sovrumano. Qual è il suo rapporto personale con questo strumento?

È un rapporto di amore e di timore. Timore nel senso più nobile: rispetto, soglia, vertigine. L’organo non è uno strumento che puoi possedere. Puoi studiarlo per anni, puoi conoscere la tecnica, puoi governare mani e piedi, puoi lavorare sul fraseggio, sulla registrazione, sulla forma; ma alla fine ogni organo resta un incontro nuovo. Ogni strumento ha un carattere, una voce, una resistenza, un segreto. E ogni chiesa lo trasforma ancora. Con il pianoforte il suono nasce sotto le dita. Con l’organo, invece, il suono nasce anche altrove: nell’aria, nelle canne, nello spazio, nella distanza tra te e ciò che ritorna. Tu premi un tasto e il suono ti risponde da un altro punto, come se venisse da una zona più grande di te. Per questo l’organo mi educa continuamente all’umiltà. Ti ricorda che non basta essere bravi. Bisogna ascoltare. Bisogna aspettare. Bisogna capire quando guidare e quando lasciarsi guidare.

Marialuisa Veneziano all’organo
  • Il pubblico spesso immagina l’organo come uno strumento severo, liturgico, distante. Il programma della serata proverà a scardinare questa idea?

Sì, molto. L’organo è certamente legato alla liturgia, alla spiritualità, alla grande tradizione sacra. Ma ridurlo a questo sarebbe come guardare il mare e dire che è solo acqua. L’organo può essere monumentale, ma anche intimo. Può avere la potenza di un’intera orchestra e, un attimo dopo, la delicatezza di una voce solitaria. Può evocare la preghiera, ma anche la danza; può essere teatro, meditazione, fuoco, ombra, gioia. Il programma è pensato proprio come un viaggio tra queste possibilità. Non voglio che il pubblico assista a una successione di brani come a una vetrina. Vorrei che entrasse in un racconto: ogni pagina musicale sarà una stanza, un paesaggio, una domanda diversa.

  • C’è una domanda esistenziale che la musica le pone ogni volta che si siede allo strumento?

Sì: “Che cosa stai cercando davvero?” Credo che ogni artista, prima o poi, debba rispondere a questa domanda. Non basta cercare l’applauso, non basta cercare la perfezione, non basta cercare il riconoscimento. Sono cose umane, certo, ma non possono essere il centro. Quando mi siedo all’organo, soprattutto in un luogo sacro, sento che la domanda è più radicale. Sto cercando bellezza? Sto cercando verità? Sto cercando consolazione? Sto cercando di trasformare qualcosa che mi abita in un suono che possa parlare anche agli altri? La musica ti mette davanti a te stessa. Non puoi mentire troppo a lungo. Prima o poi il suono rivela tutto: la tua forza, la tua paura, la tua disciplina, le tue ferite, la tua fede nella vita. Forse è per questo che continuo a cercarla. Perché la musica non mi permette di diventare superficiale.

  • Lei possiede una tecnica organistica di grande solidità, ma nelle sue interpretazioni sembra che la tecnica non voglia mai mettersi in mostra. Che rapporto ha con il virtuosismo?

La tecnica è indispensabile. Senza tecnica non c’è libertà, c’è solo intenzione. E l’intenzione, da sola, non basta.L’organo richiede un controllo enorme: mani, piedi, registri, tempi di risposta dello strumento, acustica, equilibrio delle voci. È una macchina meravigliosa e complessa. Bisogna avere lucidità, coordinazione, resistenza mentale, precisione. Ma la tecnica, se resta fine a sé stessa, diventa ginnastica. Io credo che il virtuosismo più alto sia quello che scompare dentro il senso. Il pubblico magari non deve pensare: “quanto è difficile quello che sta facendo”. Deve sentire che quella difficoltà è diventata espressione. La tecnica è come la grammatica di una lingua: necessaria, ma nessuno si commuove per la grammatica da sola. Ci si commuove quando quella grammatica diventa poesia.

  • Nel suo percorso Lei ha conosciuto anche ostacoli, resistenze, tentativi di ridimensionamento. La musica è stata anche una forma di difesa?

Direi più una forma di verità. La difesa a volte irrigidisce; la verità invece rimette in piedi. Ogni persona che fa qualcosa con serietà incontra, prima o poi, chi prova a sminuire, a sporcare, a togliere luce. Fa parte della vita, anche se non dovrebbe. Ma la cosa importante è non diventare simili a ciò che ci ferisce. Io credo che il lavoro serio, alla lunga, abbia una voce più forte del rumore. Chi tenta di affossare qualcuno spesso dimentica una cosa semplice: se una persona ha radici profonde, non basta agitare un po’ di vento per farla cadere. E se l’arte è autentica, prima o poi trova il modo di parlare. Preferisco rispondere con lo studio, con la musica, con la qualità. È una forma di eleganza, ma anche di sopravvivenza. L’organo, in questo, è un grande maestro: non discute con il rumore. Lo supera in altezza.

  • Lei è anche musicologo, giornalista culturale e divulgatrice. Quanto conta raccontare la musica, oltre che suonarla?

Conta moltissimo. La musica ha bisogno di essere ascoltata, ma anche accompagnata. Non perché il pubblico non sia capace di comprendere, ma perché ogni ascolto può diventare più profondo se qualcuno apre una porta. Divulgare non significa semplificare fino a banalizzare. Significa rendere accessibile la complessità senza tradirla. Io ho sempre pensato che la cultura non debba stare su un piedistallo. Deve scendere tra le persone, non per abbassarsi, ma per alzare lo sguardo di tutti. La musica è una forma di pensiero. Ci insegna il tempo, l’attesa, la relazione tra le parti, il silenzio. In una società che consuma tutto rapidamente, educarsi all’ascolto è quasi un atto rivoluzionario. E forse anche terapeutico.

  • Avendo suonato in luoghi e occasioni importanti, anche legate a momenti solenni della Chiesa, che cosa cambia quando si suona in una comunità locale?

Non cambia la responsabilità. Anzi, a volte aumenta. Suonare in contesti prestigiosi è certamente emozionante. Sono esperienze che segnano, che ti ricordano la grandezza di una tradizione, il peso simbolico di certi luoghi, la storia che passa attraverso la musica. Ma una comunità locale ha qualcosa di altrettanto prezioso: la prossimità. A Falconara non suonerò per un pubblico astratto. Suonerò per persone che vivono quel territorio, quella parrocchia, quella comunità. Persone che entreranno forse con le fatiche della giornata, con le loro storie, le loro preoccupazioni, le loro speranze. E la musica dovrà parlare anche a loro, non a un’idea ideale di pubblico. Questo per me è bellissimo. Perché la grande musica non appartiene solo ai grandi palcoscenici. Appartiene a ogni luogo in cui qualcuno è disposto ad ascoltarla davvero.

  • Che cosa vorrebbe che accadesse nel pubblico durante il concerto?

Vorrei che accadesse un piccolo spostamento interiore. Non necessariamente qualcosa di clamoroso. A volte le trasformazioni più vere sono silenziose. Vorrei che qualcuno, ascoltando, ritrovasse un pensiero dimenticato. Che qualcun altro sentisse una forma di pace. Che qualcun altro ancora uscisse dicendo: “Non pensavo che l’organo potesse parlarmi così”. La musica autentica non invade. Lavora dentro. Si deposita. Continua dopo l’ultima nota. E forse il concerto più bello non è quello che finisce con un applauso, ma quello che continua nella memoria di chi c’era.

  • Se dovesse definire il concerto del 6 giugno con un’immagine, quale sceglierebbe?

Una porta aperta. Una porta aperta dalla Caritas, dalla presidente Ondina, dai frati francescani, da Eleonora, dalla comunità. Una porta attraverso cui la musica può entrare e uscire, perché la bellezza non va trattenuta. Va condivisa. E poi una porta interiore. Perché l’organo, quando risuona in una chiesa, sembra aprire qualcosa sopra di noi, ma anche dentro di noi. Ci ricorda che non siamo fatti solo per correre, difenderci, produrre, sopportare. Siamo fatti anche per ascoltare, per commuoverci, per riconoscerci in qualcosa di più grande.

Il concerto del 6 giugno si annuncia dunque come molto più di un appuntamento musicale. Sarà una serata in cui la comunità falconarese potrà incontrare un’artista di spessore, capace di unire cultura, tecnica e intensità umana; ma anche una donna che, dietro la solidità del percorso e la forza dell’interpretazione, conserva una qualità sempre più rara: l’umiltà di chi sa che la musica non appartiene mai del tutto a chi la esegue.

Nel M° Marialuisa Veneziano convivono il rigore della concertista, la profondità della studiosa e la passione della divulgatrice. Ma, soprattutto, emerge una fedeltà ostinata alla bellezza. Una fedeltà che non ignora le difficoltà, le attraversa. Non nega il dolore, lo trasforma. Non risponde al rumore con altro rumore, ma con una nota più alta. E forse è proprio questo il messaggio più forte della serata: la musica, quando nasce da una necessità vera, non è mai decorazione. È una forma di resistenza spirituale. È il modo con cui una comunità si raccoglie, un’amicizia diventa gesto, una causa trova voce, e un’artista consegna al pubblico non soltanto il proprio talento, ma la parte più limpida della propria storia. Il 6 giugno, nella Chiesa di Sant’Antonio da Padova, l’organo non sarà soltanto ascoltato. Sarà abitato. E, almeno per una sera, il suo respiro potrà diventare il respiro di tutti.


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