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  • “Ascoltateci”: Geppetto, Pinocchio e la musica difficile tra genitori e figli

    “Ascoltateci”: Geppetto, Pinocchio e la musica difficile tra genitori e figli

    Nel bicentenario di Collodi, mentre i ragazzi tornano nelle piazze e chiedono agli adulti di essere ascoltati, Pinocchio ci pone una domanda sorprendentemente contemporanea: educare significa insegnare a un figlio la nostra melodia o aiutarlo a trovare la propria? Da Fiorenzo Carpi a Lucio Dalla e Rossini, da Mozart ai Bach e a Clara Wieck, viaggio musicologico nel contrappunto più difficile di tutti: quello fra le generazioni.

    di Marialuisa Veneziano


    27 ottobre 2026

    Sabato 24 ottobre, in piazza IV Novembre a Perugia, fra gli studenti delle scuole superiori compariva un cartello di poche parole.

    «Ascoltateci, non ignorateci».

    Non era certamente una frase destinata a entrare nei manuali di retorica. Non possedeva l’eleganza dei grandi manifesti politici del Novecento, né pretendeva di averla. Era quasi elementare.

    Forse proprio per questo disturbava.

    Perché chiedeva una cosa molto più difficile del consenso.

    Chiedeva ascolto.

    In quelle stesse settimane studenti delle superiori e universitari sono tornati nelle piazze di numerose città italiane. Hanno parlato di scuola, carovita, affitti, diritto allo studio, guerra, ambiente, futuro; alcune manifestazioni si sono svolte pacificamente, altre hanno conosciuto tensioni e azioni violente, che non vanno confuse con il diritto di manifestare né romanticizzate come inevitabile linguaggio giovanile. Il 16 ottobre cortei si erano tenuti in diverse città; il 24 nuove proteste hanno attraversato ancora Roma, Torino, Bologna e altri centri.

    Si può essere d’accordo con una protesta o non esserlo.

    Si possono discutere gli slogan, contestare le soluzioni, rifiutare senza esitazioni la violenza.

    Ma rimane una questione precedente a tutte le altre.

    Siamo ancora capaci di ascoltare una generazione quando dice qualcosa che non coincide con ciò che vorremmo sentirle dire?

    La coincidenza, in questo autunno del 2026, ha qualcosa di quasi letterario.

    Fra poche settimane, il 24 novembre, saranno trascorsi esattamente duecento anni dalla nascita di Carlo Lorenzini, che il mondo avrebbe imparato a conoscere come Carlo Collodi. In tutta Italia il bicentenario sta riportando Pinocchio fuori dalla biblioteca dei bambini: mostre, incontri, riletture, iniziative che continueranno anche nel 2027 cercano nel burattino quello che forse c’è sempre stato e che noi adulti, occupati a spiegare ai piccoli che non si dicono bugie, abbiamo qualche volta dimenticato di vedere.

    Perché Pinocchio non è soltanto la storia di un bambino che deve imparare a comportarsi bene.

    È anche la storia di un padre che deve imparare ad avere un figlio.

    E non è affatto la stessa cosa.


    Un falegname commette un errore comprensibile

    Geppetto è un uomo che conosce il legno.

    Lo guarda e immagina ciò che potrebbe diventare.

    È il privilegio dell’artigiano: vedere una forma dove gli altri vedono ancora soltanto materia.

    Un tavolo, una sedia, un giocattolo.

    Misurare.

    Tagliare.

    Piallare.

    Levigare.

    Correggere.

    Togliere ciò che eccede.

    Raddrizzare ciò che devia.

    Poi un giorno Geppetto applica questa sapienza a qualcosa che, con sua considerevole sorpresa, decide di non comportarsi come una sedia.

    Pinocchio nasce e quasi immediatamente disobbedisce.

    A pensarci bene, possiede un tempismo perfetto.

    Non aspetta neppure che il padre finisca di costruirlo per cominciare a sottrarsi al progetto.

    Ed è qui che il mestiere di Geppetto incontra il proprio limite.

    Il legno può essere modellato. Un figlio no.

    O, almeno, non nello stesso modo.

    Un figlio può essere educato, protetto, accompagnato, corretto. Ha bisogno di regole, di limiti, perfino di qualche salutare “no”, parola che negli ultimi decenni ha avuto alterna fortuna pedagogica ma non ha ancora perso del tutto la propria utilità.

    Ciò che non può essere è il prodotto finito dell’immaginazione di chi lo ha generato.

    Enzo D’Alò, tornando quest’anno sul suo Pinocchio in occasione del bicentenario collodiano, lo ha detto con grande chiarezza: il suo Geppetto è uno di quei genitori che vorrebbero modellare il figlio secondo il proprio desiderio, mentre il figlio rivendica la propria autonomia. Per questo, nella sua lettura, il viaggio non educa soltanto Pinocchio: trasforma entrambi.

    È una prospettiva decisiva.

    Perché siamo abituati a chiederci quando Pinocchio diventerà finalmente un bravo ragazzo.

    Molto meno spesso ci chiediamo:

    quando Geppetto diventerà finalmente il padre di quel ragazzo reale, invece che del figlio immaginato nella sua bottega?


    Il nostro tempo parla moltissimo. Ma ascolta?

    Questa domanda diventa meno letteraria se usciamo dalla bottega e torniamo alle nostre case.

    Il 30 settembre l’INAPP ha pubblicato i risultati di un’indagine su 4.750 bambini e ragazzi italiani fra i sette e i quattordici anni. I dati raccontano qualcosa che dovrebbe interessarci almeno quanto il numero delle ore trascorse davanti allo smartphone: nel passaggio verso la preadolescenza diminuisce sensibilmente la percezione di essere ascoltati dai genitori e cala anche la possibilità, avvertita dai ragazzi, di partecipare alle decisioni familiari che li riguardano. In seconda media il 90,7 per cento possiede già uno smartphone personale e il 55,3 per cento utilizza i social quotidianamente o quasi.

    Sarebbe assai comodo concludere che la colpa è del telefono.

    Quando gli adulti non comprendono fino in fondo un cambiamento, una macchina da accusare è sempre provvidenziale.

    Fu il romanzo.

    Poi il cinematografo.

    Poi la televisione.

    Poi i videogiochi.

    Adesso lo smartphone, che ha indubbiamente molte responsabilità e, tuttavia, la singolare sfortuna di non poter rispondere alle nostre accuse.

    Il punto più interessante dei dati è un altro.

    Viviamo in famiglie nelle quali è tecnicamente possibile raggiungersi in qualunque momento.

    Messaggi.

    Chat.

    Videochiamate.

    Posizioni condivise.

    Notifiche.

    Eppure la connessione non coincide necessariamente con l’ascolto.

    Anzi, le due cose possono perfino divergere.

    Si può sapere dove si trova un figlio senza sapere dove sta andando.

    Si può controllare quando è entrato su WhatsApp senza conoscere ciò che non riesce a dirci.

    Si può ricevere un messaggio ogni dieci minuti e non avere ascoltato una frase pronunciata a tavola.

    Forse è questa la strana condizione del nostro tempo: non abbiamo mai posseduto tanti strumenti per sentirci e non è affatto certo che abbiamo imparato ad ascoltarci meglio.

    Ed ecco perché quel cartello di Perugia — «Ascoltateci, non ignorateci» — oltrepassa la cronaca della manifestazione nella quale è apparso.

    Potrebbe essere appeso fuori da molte camere di adolescenti.

    Con una differenza.

    In casa, spesso, non viene scritto.


    In musica, però, ascoltare non è facoltativo

    La musica conosce questo problema da secoli.

    Un musicista può essere tecnicamente impeccabile e tuttavia incapace di suonare insieme agli altri.

    È una delle umiliazioni più educative della pratica musicale.

    Puoi avere un magnifico suono.

    Una perfetta intonazione.

    Un fraseggio elegantissimo.

    Puoi conoscere ogni nota.

    E rovinare tutto perché non hai ascoltato ciò che accade accanto a te.

    Nella musica d’insieme l’ascolto non è una qualità morale.

    È una necessità strutturale.

    Se il primo violino anticipa, il violoncello deve sentirlo.

    Se il clarinetto cambia colore, il fagotto deve accorgersene.

    Se una voce rallenta leggermente la chiusa di una frase, l’altra non può continuare consultando soltanto il proprio metronomo interiore.

    Suonare insieme significa compiere continuamente un’operazione difficilissima: rimanere se stessi modificandosi in relazione agli altri.

    Non è forse una cattiva definizione anche di una famiglia.

    E forse proprio la musica può aiutarci a capire perché il rapporto fra genitori e figli diventi inevitabilmente difficile quando i figli crescono.

    Perché all’inizio la relazione può somigliare a una melodia con accompagnamento.

    Il bambino dipende quasi interamente dall’adulto.

    Il genitore decide tempi, luoghi, regole, alimentazione, spostamenti. Possiede — e deve possedere — una responsabilità sproporzionata.

    Poi compare una seconda linea.

    Prima timidamente.

    Poi con sempre maggiore ostinazione.

    Un gusto.

    Un’opinione.

    Un’amicizia che non avremmo scelto.

    Una musica che non sopportiamo.

    Un vestito incomprensibile.

    Un’idea politica diversa.

    Una vocazione che avevamo sperato non gli venisse.

    Una frase terribile:

    «Io non la penso come te».

    E lì la melodia accompagnata è finita.

    Comincia il contrappunto.


    La seconda voce non è un errore della prima

    Nel contrappunto una voce non diventa legittima perché ripete servilmente l’altra.

    Al contrario.

    La bellezza nasce dalla relazione fra linee differenti che conservano una propria logica melodica.

    Si incontrano.

    Si allontanano.

    Si imitano.

    Talvolta entrano in collisione.

    Producono consonanze e dissonanze.

    E continuano.

    Persino il canone, che potrebbe sembrare la forma più perfetta dell’obbedienza musicale, racconta qualcosa di più interessante.

    Una voce enuncia.

    L’altra entra dopo.

    Riprende ciò che ha ascoltato, ma lo fa a distanza.

    A distanza di tempo, spesso a distanza d’intervallo.

    Se entrasse esattamente nello stesso momento, sulla stessa altezza, con la stessa intensità, non avremmo due voci.

    Ne sentiremmo una sola, soltanto più forte.

    È una bella immagine dell’eredità.

    Un figlio può ricevere il nostro tema.

    Non deve necessariamente cantarlo all’unisono con noi.

    Per diventare una seconda voce deve, prima o poi, entrare altrove.

    Forse uno degli errori più sottili dell’amore genitoriale consiste proprio nel confondere la continuità con la somiglianza.

    Vogliamo riconoscerci nei figli.

    È naturale.

    Cerchiamo il nostro profilo nel loro viso, il nostro modo di ridere, un talento, una passione.

    E quando li troviamo proviamo la piccola vertigine della sopravvivenza.

    Ma un essere umano non è la nostra ristampa corretta.

    L’eredità più riuscita non è quella che produce una copia. È quella che rende possibile una variazione.

    Bach ce lo insegna magnificamente.


    Il signor Bach ebbe figli abbastanza ingrati da cambiare musica

    Johann Sebastian Bach insegnò personalmente ai propri figli.

    Carl Philipp Emanuel ricordò di non avere avuto, per la composizione e per la tastiera, altro maestro che il padre.

    Avrebbe dunque avuto tutte le ragioni per diventare un piccolo Johann Sebastian.

    Per fortuna della storia della musica, non lo fece.

    Carl Philipp Emanuel avrebbe sviluppato un linguaggio nel quale la simmetria barocca si incrina, il gesto diventa improvviso, l’affetto cambia rapidamente, il silenzio acquista tensione: quel mondo dell’Empfindsamkeit che guarda verso una sensibilità nuova.

    Johann Christian, il figlio più giovane, prende un’altra strada ancora: Italia, Milano, Londra, opera, stile galante, chiarezza melodica, un rapporto con la forma che influenzerà profondamente anche il giovane Mozart. Era stato educato dal padre e, dopo la morte di Johann Sebastian, dal fratellastro Carl Philipp Emanuel; eppure la sua lingua musicale appartiene già a un altro mondo.

    Pensiamoci.

    Se misurassimo la riuscita educativa di Bach dalla somiglianza dei figli alla sua musica, dovremmo parlare di un mezzo fallimento.

    Se la misuriamo dalla capacità di fornire loro strumenti abbastanza solidi da permettere a ciascuno di andare altrove, la prospettiva cambia completamente.

    Forse Bach riuscì come padre musicale proprio perché i suoi figli non divennero Bach.

    Che è, per un genitore, un successo molto più difficile da sopportare di quanto sembri.


    Leopold Mozart, ovvero quando il bambino prodigio diventa adulto

    Con i Mozart la faccenda diventa ancora più delicata.

    Leopold non fu la caricatura del padre padrone che qualche racconto frettoloso ha consegnato all’immaginario popolare.

    Fu musicista, teorico, violinista, insegnante, organizzatore abilissimo, uomo di cultura. Educò Wolfgang e Nannerl, organizzò viaggi lunghissimi e faticosi attraverso l’Europa, amministrò contatti, concerti e opportunità. La Fondazione Mozarteum lo descrive, con buone ragioni, anche come padre affettuoso, oltre che didattico, e come straordinario promotore del talento dei figli.

    Senza Leopold, il Mozart bambino che l’Europa conobbe probabilmente non sarebbe esistito nella stessa maniera.

    Il problema arriva quando il bambino non è più bambino.

    Nel 1781 Wolfgang si trova a Vienna.

    Vuole essere indipendente.

    Vuole costruire la propria carriera.

    Vuole prendere decisioni che il padre non approva sempre.

    Le lettere fra i due sono un documento straordinario proprio perché non raccontano una semplice ribellione, ma qualcosa di assai più umano: affetto e bisogno di autonomia possono occupare contemporaneamente la stessa pagina. Le lettere di quel periodo, oggi conservate e rese accessibili dalla Digital Mozart Edition, testimoniano quanto intensamente Wolfgang continui a rivolgersi al padre anche mentre sta tentando di emanciparsi dalla sua sfera decisionale.

    È forse questa una delle grandi incomprensioni fra generazioni.

    L’autonomia del figlio viene talvolta percepita come diminuzione dell’amore.

    Ma non sono la stessa cosa.

    Allontanarsi dal nostro giudizio non significa necessariamente allontanarsi da noi.

    Wolfgang deve sottrarsi almeno in parte all’autorità paterna proprio per diventare quel Mozart che oggi ascoltiamo.

    E qui la domanda diventa scomoda:

    quando l’educazione ha davvero compiuto il proprio lavoro?

    Quando un figlio sa fare bene ciò che gli abbiamo insegnato?

    Oppure quando possiede strumenti sufficienti per cominciare a fare ciò che noi non gli avremmo consigliato?


    Clara Wieck: quando formare un talento rischia di diventare possederlo

    La storia di Clara Wieck mostra il punto in cui questa tensione può diventare dolorosa.

    Friedrich Wieck costruì con impressionante rigore l’educazione musicale della figlia.

    Clara divenne una delle pianiste più straordinarie dell’Ottocento.

    Ma quando Robert Schumann entrò nella sua vita, il padre si oppose duramente alla relazione e al matrimonio. Nel 1836 arrivò a vietare gli incontri; nel 1837 respinse la proposta di Schumann; Clara e Robert dovettero infine rivolgersi al tribunale per ottenere il permesso di sposarsi, cosa che avvenne nel 1840.

    È una storia nella quale bisogna evitare semplificazioni retrospettive.

    Ma contiene una distinzione ancora attualissima.

    Aiutare a costruire una capacità non concede il possesso della persona che la possiede.

    Un genitore può insegnare il pianoforte.

    Non può decidere per sempre chi debba sedersi accanto alla pianista.

    Ed è precisamente qui che il povero Geppetto, se ci permettiamo di invitarlo per qualche pagina nell’Ottocento musicale, avrebbe qualcosa da imparare.

    L’artigiano è responsabile dell’oggetto che costruisce.

    Il genitore, invece, deve prepararsi alla più paradossale delle responsabilità:

    rendere progressivamente inutile la propria autorità.

    Non il proprio amore.

    Non la propria presenza.

    Non il proprio legame.

    La propria autorità.


    E allora torniamo nelle piazze

    I ragazzi che scendono oggi per strada non hanno naturalmente tutti ragione per il semplice fatto di essere giovani.

    La giovinezza non conferisce infallibilità.

    Se così fosse, l’umanità avrebbe risolto molti problemi aspettando semplicemente il ricambio generazionale.

    Né ogni slogan merita di essere approvato, né ogni forma di protesta può essere giustificata. Le violenze registrate in alcune manifestazioni restano violenze e come tali vanno chiamate.

    Ma c’è un errore opposto, altrettanto comodo.

    Considerare il dissenso giovanile soltanto una forma di maleducazione collettiva.

    Dire: non sanno.

    Non capiscono.

    Sono manipolati.

    Vedranno quando cresceranno.

    È il modo con cui ogni generazione adulta rischia di trasformarsi, senza accorgersene, in Geppetto con la pialla in mano.

    Perché naturalmente gli adulti possiedono esperienza.

    Naturalmente i ragazzi sbagliano.

    Naturalmente hanno bisogno di limiti.

    Ma una relazione educativa nella quale soltanto uno dei due soggetti può avere qualcosa da insegnare all’altro è una relazione destinata, prima o poi, a diventare sorda.

    Il 21 ottobre, sotto la pioggia, quasi duemila studenti hanno attraversato San Severo chiedendo più scuola e più futuro, parlando di costi, istruzione e prospettive. Tre giorni dopo, a Perugia, altri ragazzi hanno scelto una formula persino più essenziale:

    ascoltateci.

    Prima ancora di stabilire se hanno ragione, quella richiesta merita di essere compresa.

    Perché ascoltare non equivale ad approvare.

    Questa è forse la lezione più importante che la musica potrebbe impartire alla vita pubblica.

    Un direttore d’orchestra ascolta un corno anche quando quel corno ha sbagliato.

    Il maestro di musica ascolta l’errore precisamente perché deve comprenderne la natura.

    L’ascolto non sospende il giudizio per sempre.

    Lo precede.

    Ed è molto diverso.


    La dissonanza non è musica sbagliata

    Qui la teoria musicale offre una metafora ancora più bella.

    Per secoli la storia dell’armonia occidentale è stata anche la storia della dissonanza.

    Una dissonanza crea tensione.

    Nel contrappunto tradizionale viene preparata, controllata, risolta secondo determinate regole.

    Poi le regole cambiano.

    Monteverdi ne amplia la forza espressiva.

    Bach costruisce tensioni contrappuntistiche di inaudita complessità.

    Beethoven ritarda risoluzioni, accumula energia, rende l’instabilità parte della forma.

    Wagner porta la sospensione armonica a conseguenze che sembrano differire indefinitamente il riposo tonale.

    Il Novecento, infine, arriva a chiedersi se la dissonanza debba davvero scusarsi ogni volta di esistere.

    Che cosa significa tutto questo?

    Che una cultura musicale cresce anche modificando ciò che considera tollerabile.

    Una dissonanza non è necessariamente una nota sbagliata.

    È una relazione instabile fra suoni.

    E l’instabilità può chiedere una trasformazione.

    Nelle famiglie facciamo spesso una confusione simile.

    Un figlio introduce una dissonanza.

    Non vuole ciò che desideravamo.

    Non pensa come noi.

    Contesta.

    Contraddice.

    Alza la voce.

    La prima tentazione è risolvere.

    Tornare immediatamente alla consonanza.

    Rimettere tutto a posto.

    Ma la musica ci insegna che una risoluzione arrivata troppo presto può essere banalissima.

    A volte bisogna restare per qualche battuta dentro la tensione.

    Capire che cosa sta succedendo.

    Sentire dove vuole andare quella voce.

    Non tutte le dissonanze devono essere eliminate. Alcune devono essere ascoltate abbastanza a lungo da rivelare la forma che stanno preparando.


    Geppetto ha già avuto una musica. Più di una.

    E qui Pinocchio incontra la musica non soltanto come metafora.

    Per generazioni di italiani il Geppetto di Nino Manfredi, nello sceneggiato televisivo di Luigi Comencini del 1972, possiede anche una voce musicale: quella di Fiorenzo Carpi.

    Carpi fu uno dei grandi artigiani colti della musica di scena italiana, allievo di Giorgio Federico Ghedini, capace di far convivere memoria popolare, immediatezza melodica e una scrittura armonica assai più raffinata di quanto la semplicità apparente lasci intuire. La Rai ricorda proprio Le avventure di Pinocchio fra i vertici della sua produzione televisiva e sottolinea quella capacità di trasformare materiali melodici accessibili in strutture armonicamente profonde.

    Non è un particolare secondario.

    Carpi comprende una cosa essenziale di Geppetto:

    la sua paternità nasce dalla mancanza.

    Prima di essere un padre, è un uomo solo.

    Costruisce Pinocchio anche perché desidera una presenza.

    E improvvisamente il rapporto genitore-figlio rivela una zona della quale parliamo poco.

    Noi diciamo che i genitori danno la vita ai figli.

    Ed è vero.

    Ma i figli, arrivando, danno una nuova vita anche ai genitori.

    Cambiano il ritmo delle giornate.

    Modificano priorità, paure, orari, linguaggi.

    Introducono un tempo nuovo.

    Geppetto pensa di dare forma al legno.

    Non immagina ancora che quel pezzo di legno sta per dare una forma diversa a lui.


    Da Rossini a Lucio Dalla: un tema passa di padre in figlio

    Anni dopo, Enzo D’Alò e Lucio Dalla compiono un’operazione ancora più affascinante.

    D’Alò ha raccontato nel 2026 che, costruendo con Dalla il tema di Geppetto per il suo Pinocchio, partirono dall’incipit della Cenerentola di Gioachino Rossini, “Una volta c’era un re”, omaggio anche all’interesse di Collodi per Rossini.

    Pensiamoci.

    Rossini.

    Collodi.

    Dalla.

    Geppetto.

    Una frase musicale dell’Ottocento passa attraverso epoche, linguaggi e sensibilità differenti e ricompare trasformata in un’opera del nostro tempo.

    È difficile immaginare una metafora migliore della generazione.

    Il tema viene ereditato.

    Ma non viene conservato sotto vetro.

    Viene deformato, rallentato, ricontestualizzato, ascoltato attraverso altre orecchie.

    In musica lo consideriamo naturale.

    Nessuno accuserebbe Brahms di aver tradito Beethoven perché non ha scritto la Decima di Beethoven.

    Nessuno rimprovera Mozart di non essere rimasto Johann Christian Bach.

    Nessuno vorrebbe che Carl Philipp Emanuel avesse scritto per tutta la vita fughe nello stile paterno.

    Anzi, chiamiamo storia della musica proprio questa meravigliosa successione di tradimenti fedeli.

    Ogni generazione riceve.

    Ogni generazione modifica.

    Ogni generazione perde qualcosa.

    Ogni generazione aggiunge qualcosa.

    E allora perché, quando questa stessa legge entra nelle nostre case, diventa così difficile accettarla?


    Forse i figli sono variazioni

    La forma della variazione potrebbe offrire la metafora più delicata.

    Un tema viene presentato.

    Poi ritorna.

    Ma ogni volta qualcosa cambia.

    Il ritmo.

    Il registro.

    La tonalità.

    L’accompagnamento.

    Il metro.

    Il carattere.

    Nelle grandi variazioni musicali il prodigio consiste precisamente in questo: a un certo punto il tema può diventare quasi irriconoscibile, eppure continua misteriosamente a essere presente.

    Pensiamo alle Variazioni Goldberg.

    O alle Diabelli di Beethoven.

    Che cosa resta del materiale iniziale dopo che il compositore ne ha attraversato tutte le possibilità?

    Non una copia.

    Una genealogia.

    Forse i figli assomigliano più alle variazioni che alle repliche.

    Portano qualcosa di noi.

    Un gesto.

    Un’inflessione.

    Un modo di temere.

    Una certa ostinazione.

    Perfino errori che speravamo di non aver trasmesso e che riconosciamo con quella particolare allegria concessa soltanto alla genetica familiare.

    Ma tutto questo entra in combinazioni nuove.

    Ed è giusto che sia così.

    Perché se una variazione ripetesse il tema senza modificarlo, non sarebbe una variazione.

    Sarebbe un’altra esecuzione.

    Un figlio non è una nuova esecuzione della vita dei genitori.

    È un’altra composizione.


    Il giorno in cui Pinocchio smette di essere nostro

    C’è però qualcosa di ancora più difficile.

    Geppetto non deve soltanto accettare che Pinocchio sia diverso da lui.

    Deve accettare che, a un certo punto, Pinocchio possa esistere senza di lui.

    Ed è forse questa la parte più dolorosa della genitorialità.

    Quando un bambino nasce, la dipendenza è totale.

    Poi comincia una lentissima sottrazione.

    Mangia da solo.

    Cammina.

    Va a scuola.

    Sceglie gli amici.

    Chiude una porta.

    Prende un treno.

    Si innamora.

    Va via.

    La crescita di un figlio è, vista dal genitore, una successione di piccole perdite necessarie.

    L’amore deve continuamente rinunciare a una parte del proprio potere per non diventare prigionia.

    È terribile.

    Ed è magnifico.

    Il genitore riesce davvero nel proprio compito proprio quando la persona che ha protetto diventa capace di vivere senza quella protezione.

    Un direttore potrebbe forse comprenderlo.

    Perché anche lui, dopo le prove, deve compiere un piccolo atto di fiducia.

    Al concerto non può fermare l’orchestra ogni tre battute.

    Non può correggere.

    Non può spiegare.

    Alza la bacchetta.

    Poi lascia che ciò che è stato preparato accada.

    Educare contiene qualcosa di simile.

    Preparare qualcuno per il momento nel quale non potremo più interrompere la musica per dirgli come deve suonare la battuta successiva.


    Il vero contrario dell’amore non è la disobbedienza

    Forse, allora, abbiamo letto Pinocchio troppo a lungo concentrandoci sulla trasformazione sbagliata.

    Aspettiamo il momento in cui il burattino diventa bambino.

    Come se quello fosse il premio finale.

    Ma la trasformazione più interessante potrebbe essere un’altra.

    All’inizio Geppetto ha davanti a sé qualcosa che pensa di poter costruire.

    Alla fine ha davanti qualcuno che ha imparato a scegliere.

    Non sempre bene.

    Non senza errori.

    Non senza dolore.

    Ma scegliendo.

    E forse diventare esseri umani significa precisamente questo.

    Non diventare perfetti.

    Diventare responsabili della propria voce.

    È qui che le piazze di questi giorni, senza bisogno di trasformare Pinocchio in un manifesto politico, tornano nella nostra storia.

    I ragazzi che protestano chiedono agli adulti di essere considerati interlocutori del mondo nel quale dovranno vivere.

    Potremo dire loro di no.

    Potremo contestare le loro analisi.

    Potremo pretendere forme di protesta rispettose delle persone e delle cose.

    Anzi, dobbiamo farlo quando è necessario.

    Ma prima occorre una cosa.

    Sentire la seconda voce.

    Perché il vero contrario dell’amore non è la disobbedienza.

    È l’indifferenza.

    Ed è difficile non pensare a quel cartello:

    «Ascoltateci, non ignorateci».


    Forse Geppetto dovrebbe posare la pialla

    Duecento anni dopo Collodi, possiamo allora tornare per un momento nella bottega.

    Geppetto è ancora lì.

    Sul banco c’è un pezzo di legno.

    Lui possiede gli strumenti.

    Sa come usarli.

    Ha esperienza.

    Conosce il mestiere.

    E proprio per questo è convinto che il suo compito sia dare una forma.

    Non sa ancora che quella sarà l’ultima volta in cui tutto dipenderà soltanto dalle sue mani.

    Fra poco comparirà una voce.

    Poi una volontà.

    Poi un conflitto.

    Poi una fuga.

    Poi il dolore.

    Poi il ritorno.

    Il figlio cambierà.

    E anche il padre.

    Forse questo è il segreto che Collodi aveva nascosto dentro un libro che continuiamo ostinatamente a regalare ai bambini.

    I figli non sono le opere dei genitori.

    Non siamo i loro autori.

    Non possediamo il finale.

    Possiamo consegnare un tema.

    Possiamo insegnare il tempo.

    Possiamo mostrare quanto sia importante non entrare troppo presto e non smettere di suonare alla prima difficoltà.

    Possiamo insegnare che alcune dissonanze feriscono e che ogni libertà porta con sé una responsabilità.

    Possiamo perfino indicare, quando serve, la tonalità.

    Ma poi arriva il momento nel quale una seconda voce deve cominciare.

    E potrebbe non essere quella che avevamo immaginato.

    Potrebbe cantare più forte.

    Potrebbe cambiare ritmo.

    Potrebbe contestare il tema.

    Potrebbe perfino uscire per strada con un cartello in mano.

    La tentazione sarà chiamarla stonatura.

    La musica ci suggerisce una possibilità più difficile.

    Ascoltare ancora.

    Perché una nota diversa non è necessariamente una nota sbagliata.

    E una dissonanza non è sempre qualcosa da mettere a tacere.

    Qualche volta è il punto esatto in cui la musica, se abbiamo abbastanza coraggio da non interromperla, sta cercando una strada nuova.

    Geppetto aveva preso un pezzo di legno pensando di costruire un figlio.

    Forse la sua grande avventura comincia quando scopre che un figlio non si costruisce.

    Si accompagna.

    Si corregge, qualche volta.

    Si protegge, finché è necessario.

    Si contraddice, perfino.

    Ma soprattutto si ascolta.

    Fino al giorno in cui accade la cosa che ogni genitore, in segreto, desidera e teme nello stesso istante:

    la voce che per anni ha cercato la propria intonazione finalmente la trova.

    E non ha più bisogno di cantare all’unisono con la nostra.

    Ha trovato la sua melodia.

    A quel punto il compito di Geppetto non è riprendere la pialla.

    È fare ciò che ogni buon musicista sa essere infinitamente più difficile del suonare.

    Tacere per un momento.
    E ascoltare.

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  • La musica può unire ancora un mondo che non si ascolta?

    Verso la Giornata internazionale della musica del 1° ottobre: da Yehudi Menuhin a Beethoven, dal jazz ai cori di comunità, un viaggio nel significato più profondo dell’ascolto. Perché suonare insieme non significa essere uguali, ma imparare a dare spazio alla voce dell’altro.

    di Marialuisa Veneziano


    29 settembre 2026

    Nel 1974 Yehudi Menuhin ebbe un’idea curiosa.

    Per celebrare la musica, propose di chiedere alle città qualche minuto di silenzio.

    Non per interrompere la vita urbana. Non per imporre un raccoglimento solenne. Ma per permettere alla musica di risuonare nei parchi e nelle piazze, là dove normalmente passa inosservata, sopraffatta dal traffico, dalle conversazioni, dalla fretta.

    Un violino al posto di un clacson, potremmo dire. Con il vantaggio che il violino, almeno di norma, non pretende di avere la precedenza.

    La proposta compariva nella lettera con cui il violinista, allora presidente dell’International Music Council, annunciava la prima Giornata internazionale della musica, fissata per il 1° ottobre 1975. La ricorrenza nasceva da una risoluzione adottata a Losanna nel 1973 e perseguiva obiettivi precisi: diffondere l’arte musicale in tutti gli strati della società, favorire lo scambio fra culture e contribuire agli ideali di pace e amicizia fra i popoli.

    Cinquantuno anni dopo, mentre ci prepariamo a celebrare nuovamente quella giornata, la proposta di Menuhin sembra ancora più singolare.

    Oggi abbiamo musica ovunque.

    Nei supermercati. Negli aeroporti. Nelle automobili. Nelle cuffie di chi corre, lavora, cucina o tenta di ignorare il vicino sul treno.

    Possiamo ascoltare una sinfonia registrata a Berlino mentre camminiamo per una strada di provincia. Un canto georgiano mentre aspettiamo l’autobus. Un quartetto di Beethoven mentre rispondiamo a un messaggio che, con ogni probabilità, non richiedeva una risposta immediata.

    La musica non ha mai avuto così tante possibilità di raggiungerci.

    Eppure rimane aperta una domanda: siamo diventati altrettanto capaci di ascoltarci?

    Perché avere accesso a milioni di brani non significa necessariamente incontrare milioni di mondi.

    A volte significa soltanto portare il nostro piccolo mondo ovunque, protetto da due auricolari.

    E forse la Giornata internazionale della musica, prima ancora di invitarci ad ascoltare qualcosa, dovrebbe chiederci di fare un gesto più difficile.

    Togliere, per qualche istante, le cuffie dalle nostre certezze.

    Un violinista che voleva ascoltare il mondo

    Menuhin avrebbe potuto limitarsi a celebrare la propria tradizione.

    Era uno dei grandi violinisti del Novecento, erede di una cultura interpretativa nella quale il concerto solistico rappresentava una delle massime espressioni dell’arte occidentale. Aveva attraversato il repertorio di Bach, Beethoven, Brahms e Bartók. La sua carriera gli avrebbe consentito di parlare della musica dalla posizione rassicurante di chi occupa il centro del palcoscenico.

    Scelse invece di allargare il proprio orizzonte.

    Nel 1966 registrò con Ravi Shankar, maestro del sitar indiano, il progetto che sarebbe diventato West Meets East, pubblicato nel 1967. Non fu soltanto un incontro fra due strumenti: Menuhin si confrontò con la musica di Shankar, entrando in un sistema nel quale l’organizzazione melodica, l’intonazione, il ritmo e l’improvvisazione obbediscono a principi differenti da quelli della tradizione europea.

    E questo è il punto più interessante.

    Per incontrare davvero un’altra cultura, Menuhin non poteva semplicemente continuare a suonare come aveva sempre fatto.

    Doveva ascoltare prima di rispondere.

    Doveva riconoscere che il proprio sapere, immenso nel suo ambito, non coincideva con tutto il sapere musicale possibile.

    Il rāga non è una scala esotica sulla quale improvvisare liberamente qualche frase. È un universo melodico dotato di comportamenti caratteristici, gerarchie fra i suoni, movimenti riconoscibili e associazioni espressive. Allo stesso modo, il tāla non è una generica pulsazione da accompagnare battendo il piede: è un’organizzazione ciclica del tempo, articolata da accenti, suddivisioni e punti di riferimento condivisi.

    Entrare in quel mondo richiede studio.

    E soprattutto richiede una forma particolare di umiltà.

    Il dialogo musicale comincia quando smettiamo di considerare la nostra grammatica l’unica possibile.

    È una lezione molto più impegnativa della consueta affermazione secondo cui la musica sarebbe un linguaggio universale.

    Quella frase è bellissima.

    Ma rischia di farci dimenticare qualcosa.

    La musica non parla necessariamente a tutti nello stesso modo. Una sonorità può avere significati culturali differenti; un ritmo che per qualcuno appartiene a una festa, per un altro può avere un valore rituale. Ciò che un ascoltatore percepisce come distensione può risultare, per un altro, irrisolto.

    Non ci comprendiamo automaticamente perché ascoltiamo gli stessi suoni.

    La musica può permetterci di incontrarci proprio perché non siamo obbligati a comprenderla tutti nello stesso modo.

    Menuhin sembrava aver intuito questa possibilità: l’incontro non richiede la cancellazione delle differenze, ma la disponibilità a frequentarle.

    Una lezione di contrappunto per il nostro tempo

    Esiste un’idea musicale che potrebbe offrirci una piccola teoria della convivenza.

    Il contrappunto.

    Immaginiamo due voci.

    La prima propone una linea melodica. La seconda entra, non per ripeterla servilmente, ma per sviluppare un proprio percorso. Le due linee possono procedere insieme, muoversi in direzioni opposte, avvicinarsi, allontanarsi, produrre tensioni.

    Nessuna delle due, però, dovrebbe perdere la propria identità.

    È questa la bellezza del contrappunto: l’unità non nasce dalla rinuncia alla differenza, ma dall’organizzazione di relazioni fra elementi autonomi.

    Pensiamo a una fuga di Bach.

    Un soggetto compare in una voce, poi viene ripreso da un’altra. Nel frattempo la prima non scompare: continua il proprio discorso, intrecciandolo con quello appena entrato.

    L’ascoltatore deve compiere un esercizio straordinario.

    Seguire una voce senza dimenticare le altre.

    Riconoscere un tema mentre cambia registro.

    Percepire la forma complessiva senza sacrificare la vita dei singoli percorsi.

    Naturalmente una fuga non è un modello politico, né Bach stava scrivendo un manuale di educazione civica.

    Ma la sua musica rende sensibile qualcosa che nella vita quotidiana fatichiamo a praticare: l’esistenza dell’altro non interrompe necessariamente la nostra voce. Può darle un significato nuovo.

    E non occorre arrivare a Bach per sperimentarlo.

    Basta pensare a un quartetto d’archi.

    Quattro persone siedono vicine e cercano di costruire una forma comune. Ognuna possiede il proprio strumento, il proprio timbro, il proprio gesto. Il primo violino non può suonare al posto del violoncello; la viola non può decidere autonomamente il respiro dell’intero ensemble.

    Occorre ascoltare la durata di una nota, riconoscere il momento in cui un’altra parte assume rilievo, modificare il proprio volume, aspettare che una frase si concluda.

    A volte bisogna avanzare.

    A volte arretrare.

    A volte avere il coraggio di sostenere una dissonanza senza precipitare verso una consonanza prematura.

    E qui la musica suggerisce una verità scomoda.

    L’armonia non consiste nel non avere conflitti. Consiste nel sapere che cosa farne.

    Il jazz e l’arte di non sapere già tutto

    Il jazz porta questa riflessione ancora più avanti.

    In una formazione che improvvisa collettivamente, la musica nasce anche da ciò che nessuno ha deciso interamente in anticipo.

    Il pianista propone un accordo con una particolare disposizione delle note. Il contrabbassista può modificare l’andamento del basso. Il batterista sposta un accento, apre uno spazio, suggerisce una nuova articolazione del tempo.

    Il solista ascolta.

    Risponde.

    Rilancia.

    Può perfino cambiare la direzione della propria frase perché qualcosa, nell’esecuzione di un altro, gli ha mostrato una possibilità inattesa.

    Questa è una delle ragioni per cui una grande improvvisazione jazzistica non coincide con una successione di assoli individuali.

    La sua qualità nasce dalla relazione.

    Nel swing, poi, il tempo non è soltanto quello indicato dal metronomo. È un’esperienza condivisa, costruita attraverso la posizione degli accenti, il fraseggio, l’interazione fra pulsazione e microvariazioni ritmiche.

    Due musicisti possono conoscere perfettamente la struttura armonica di un brano e, tuttavia, non riuscire a farlo vivere insieme.

    Perché sapere che cosa suonare non equivale a sapere come stare musicalmente con qualcuno.

    Pensiamo a un passaggio di John Coltrane, a una risposta della tromba di Miles Davis o al modo in cui una sezione ritmica può modificare la percezione di una frase.

    Non c’è dialogo autentico se ciascuno attende soltanto il proprio turno per dimostrare ciò che sa fare.

    E forse questa è una delle grandi malattie del nostro tempo: abbiamo imparato a prendere la parola con straordinaria velocità, ma non sempre a lasciare che la parola altrui modifichi ciò che stavamo per dire.

    Il jazz ci ricorda che una risposta può essere preparata tecnicamente, ma deve rimanere aperta all’imprevisto.

    In fondo, improvvisare insieme significa accettare una cosa molto semplice:

    il risultato non appartiene interamente a nessuno.

    Beethoven, la gioia e una fratellanza ancora da costruire

    Nessun discorso sulla musica come possibilità d’incontro può evitare la Nona Sinfonia di Beethoven.

    Il suo finale, costruito intorno all’Inno alla gioia di Schiller, è diventato uno dei simboli più riconoscibili dell’aspirazione alla fratellanza umana.

    Ma vale la pena ascoltare come Beethoven arriva a quella melodia.

    Il quarto movimento non comincia con il coro trionfante.

    Comincia con una violenta irruzione orchestrale.

    Poi i violoncelli e i contrabbassi introducono una sorta di recitativo strumentale. Affiorano richiami ai movimenti precedenti, come se la sinfonia stesse esaminando la propria storia, cercando qualcosa che ancora non ha trovato.

    Solo dopo questa ricerca emerge il tema della gioia.

    All’inizio è semplicissimo.

    Una melodia prevalentemente congiunta, esposta dagli strumenti gravi, lontana dalla retorica del trionfo.

    Poi passa ad altre sezioni, si arricchisce, cresce, fino a diventare canto collettivo.

    La fraternità, nella costruzione musicale di Beethoven, non appare dunque come un fatto già acquisito.

    È il risultato di un processo.

    La gioia deve essere cercata, riconosciuta, condivisa.

    E questo, forse, è il particolare che dovremmo ricordare più spesso.

    Una folla che canta insieme non è necessariamente una comunità giusta. La storia ci ha mostrato quanto facilmente la musica collettiva possa essere utilizzata anche per escludere, intimidire e celebrare il potere.

    La musica non possiede, per natura, una moralità garantita.

    Può accompagnare un gesto di solidarietà e, in altre circostanze, essere piegata alla propaganda.

    Può aiutare a riconoscere un altro essere umano, ma anche rafforzare un’identità costruita contro qualcuno.

    Non basta, dunque, cantare la fratellanza.

    Bisogna darle una forma nella vita.

    Ed è proprio qui che la Nona continua a interrogarci.

    Non ci offre la prova che gli esseri umani siano già fratelli.

    Ci mette davanti alla possibilità — e alla responsabilità — di provare a diventarlo.

    La musica è di tutti. Ma tutti possono davvero farne parte?

    C’è una domanda che le celebrazioni culturali rischiano di eludere.

    Chi può permettersi di studiare musica?

    Non soltanto di ascoltarla.

    Di farla.

    Un bambino che desidera imparare il violino ha bisogno di uno strumento, di un insegnante, di tempo, di qualcuno che lo incoraggi quando le prime note assomigliano più al cigolio di una porta che a una sonata.

    Un ragazzo che vuole cantare ha bisogno di trovare un luogo nel quale la propria voce non venga giudicata prima ancora di essere educata.

    Una persona adulta che desidera tornare a suonare dopo molti anni ha bisogno di sentirsi autorizzata a ricominciare.

    L’accessibilità non è soltanto una questione economica.

    È anche psicologica, geografica, educativa.

    Non basta mettere un pianoforte in una stanza e annunciare che tutti possono usarlo. Occorre che qualcuno abbia insegnato alle persone a non averne paura.

    L’International Music Council ha tradotto questa attenzione in cinque diritti musicali, proclamati nel 2001: la libertà di esprimersi musicalmente, la possibilità di apprendere i linguaggi della musica, l’accesso alla partecipazione e all’ascolto; per gli artisti, la possibilità di sviluppare e comunicare la propria arte e di ottenere un riconoscimento e una remunerazione equi.

    È importante che le due dimensioni stiano insieme.

    La musica deve poter raggiungere tutti.

    Ma chi la produce deve poter vivere del proprio lavoro.

    La gratuità di un concerto pubblico, per esempio, può essere una scelta culturale preziosa. Non dovrebbe diventare il pretesto per considerare gratuito anche il lavoro degli interpreti.

    Allo stesso modo, portare la musica nelle scuole non significa semplicemente organizzare uno spettacolo a fine anno.

    Significa riconoscere che l’educazione musicale offre ai ragazzi un’esperienza rara: imparare a esprimersi mentre si esercitano a riconoscere la presenza degli altri.

    Pensiamo a un coro scolastico.

    Non importa che tutti possiedano la medesima estensione vocale. Non importa che ciascuno impari alla stessa velocità.

    Il lavoro comincia quando ogni ragazzo trova una parte alla quale contribuire.

    Quando comprende che il proprio ingresso dipende anche dal respiro di chi gli sta accanto.

    Quando scopre che cantare più forte degli altri non significa necessariamente cantare meglio.

    E magari, per una volta, il compagno abitualmente più silenzioso diventa il punto di riferimento dell’intero gruppo.

    Sono esperienze piccole.

    Ma una comunità si costruisce anche così.

    Non attraverso grandi dichiarazioni sull’importanza della convivenza, bensì attraverso gesti nei quali quella convivenza viene concretamente esercitata.

    E se la musica non ci rendesse migliori?

    Bisogna però diffidare di una tentazione: attribuire alla musica una virtù quasi miracolosa.

    La musica non rende automaticamente buoni.

    Un grande interprete può essere un pessimo ascoltatore nella vita quotidiana. Un pubblico può commuoversi davanti a un’opera e tornare, cinque minuti dopo, a comportarsi esattamente come prima.

    L’emozione estetica non è una certificazione morale.

    E non esiste una sinfonia capace di sostituire la responsabilità individuale.

    Questo non diminuisce il valore della musica.

    Al contrario, lo rende più interessante.

    Perché la musica non ci obbliga a diventare migliori.

    Ci offre un’esperienza nella quale alcune qualità umane possono essere esercitate.

    Attenzione.

    Pazienza.

    Memoria.

    Capacità di attendere.

    Disponibilità a modificare la propria posizione.

    Consapevolezza che il significato di una voce può cambiare quando ne entra un’altra.

    Non è poco.

    In un mondo che tende a trasformare ogni conversazione in una competizione per l’ultima parola, ascoltare una fuga o partecipare a un ensemble può ricordarci che non tutti gli incontri devono concludersi con un vincitore.

    Ci sono relazioni nelle quali il risultato più importante non è avere ragione.

    È riuscire a costruire qualcosa che, da soli, non sarebbe esistito.

    Eppure sarebbe ingenuo pensare che basti un concerto per produrre la pace.

    Menuhin non aveva bisogno di questa ingenuità.

    Il suo progetto chiedeva piuttosto di creare occasioni concrete d’incontro: concerti, conferenze, scambi fra artisti, attività nelle scuole, nelle università, nelle fabbriche, nelle chiese, negli spazi pubblici. La musica doveva uscire dai luoghi nei quali era già amata per raggiungere quelli nei quali non aveva ancora trovato ascolto.

    Non una formula magica.

    Un lavoro culturale.

    Costante.

    Talvolta lento.

    E, proprio per questo, necessario.

    Coda. Una città che per qualche minuto ascolta

    Torniamo allora a quell’idea del 1974.

    Una città che interrompe per qualche minuto il proprio rumore.

    Non per tacere e basta.

    Per ascoltare.

    Proviamo a immaginarla oggi.

    In una piazza qualcuno comincia a suonare.

    Non importa, per il momento, se sia Bach, una melodia tradizionale, un brano jazz o una canzone contemporanea.

    Qualcuno si ferma.

    Qualcun altro continua a camminare.

    Un bambino domanda che strumento sia.

    Una persona anziana riconosce una melodia.

    Un passante scopre un suono che non aveva mai cercato.

    Nessuno è obbligato a provare la stessa emozione.

    Nessuno deve fingere di comprendere ciò che non conosce.

    Ma per qualche minuto persone diverse condividono un’esperienza alla quale ciascuna può attribuire il proprio significato.

    È un’immagine ipotetica, certo.

    Ma contiene forse il senso più profondo della proposta di Menuhin.

    La musica non ci unisce perché cancella ciò che ci distingue.

    Ci offre la possibilità di stare vicini senza pretendere di diventare identici.

    Come le voci di una fuga.

    Come gli strumenti di un quartetto.

    Come i musicisti che improvvisano e devono continuamente decidere se avanzare, rispondere o lasciare spazio.

    E forse, in un’epoca nella quale ciascuno dispone di un mezzo per farsi sentire, dovremmo preoccuparci un po’ di più di trovare occasioni per ascoltare.

    Il 1° ottobre celebreremo la Giornata internazionale della musica.

    Pubblicheremo fotografie, condivideremo brani, ricorderemo compositori e interpreti. Qualcuno organizzerà concerti, altri dedicheranno un pensiero alla canzone che ha accompagnato un momento importante della propria vita.

    Tutto bellissimo.

    Ma potremmo fare anche qualcosa di meno appariscente.

    Ascoltare una musica che non avremmo scelto.

    Chiedere a qualcuno quale brano lo rappresenti, e ascoltarlo senza interromperlo dopo trenta secondi.

    Andare a un concerto di un genere che crediamo non ci appartenga.

    Oppure lasciare che un bambino ci faccia sentire ciò che sta imparando, anche quando la melodia è ancora incerta e la mano cerca faticosamente il tasto giusto.

    Perché il valore della musica non si misura soltanto nelle opere compiute.

    Esiste anche nel momento in cui qualcuno trova il coraggio di cominciare.

    E un altro essere umano decide di ascoltarlo.

    Forse la musica non salverà il mondo.

    Non fermerà da sola la violenza, non eliminerà le ingiustizie, non ci impedirà di ferirci a vicenda.

    Ma può ricordarci qualcosa che il rumore delle nostre giornate tende a farci dimenticare.

    Che non siamo le uniche voci della partitura.

    Che il silenzio dell’altro non è sempre un vuoto da riempire.

    Che una dissonanza non richiede necessariamente la distruzione di una delle due note.

    E che esistono forme di bellezza alle quali possiamo arrivare soltanto insieme.

    Forse è questo, oggi, il significato più profondo di una Giornata internazionale della musica.

    Non celebrare un linguaggio che tutti comprendono già.

    Ma difendere la possibilità di continuare a imparare gli uni dagli altri.

    Menuhin immaginava una città che, per qualche minuto, smettesse di fare rumore.

    Cinquantuno anni dopo, potremmo raccogliere quella proposta e darle un significato ancora più ampio.

    Forse non abbiamo bisogno di un mondo nel quale tutti cantino la stessa melodia.

    Abbiamo bisogno di un mondo nel quale nessuno debba smettere di cantare per permettere agli altri di esistere.

    E nel quale, prima di alzare ancora una volta la nostra voce, sappiamo finalmente concederci il tempo di ascoltare quella di qualcun altro.

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