L’impresario dell’ultima fila

Una storia di musica, ombra e paura..

di Marialuisa Veneziano

***********

🎧 MUSICA PER LA LETTURA
Niccolò Paganini – Concerto per violino n. 1 in re maggiore, op. 6
I. Allegro maestoso

Per accompagnare questa storia, lasciate che sia Paganini stesso a entrare nella stanza.
Il primo movimento del suo Concerto n. 1 possiede qualcosa di teatrale e quasi inquietante: il violino seduce, sfida, si arrampica verso l’impossibile, come se volesse dimostrare che per lui i limiti concessi agli altri uomini non valgano più.
È la musica ideale per seguire “L’impresario dell’ultima fila“.
Perché mentre Paganini cerca il suono perfetto, forse vale la pena domandarsi:
quanto di noi siamo disposti a perdere pur di non sbagliare mai?

Gli uomini hanno sempre trovato più facile credere al demonio che al talento degli altri.

La cosa, se la si considera senza troppa fretta, ha persino una sua logica. Il demonio, almeno, offre una spiegazione. Il talento invece no. Il talento ci costringe ad ammettere che un altro essere umano, provvisto press’a poco del nostro stesso numero di dita, di ossa e di ore nella giornata, sia riuscito là dove noi non saremmo arrivati nemmeno con una vita intera di prove e una ragionevole quantità di raccomandazioni.

Per questo, quando Niccolò Paganini cominciò a fare di un violino qualcosa che pareva eccedere le possibilità di un violino, molti preferirono pensare che in quella faccenda fosse intervenuta qualche potenza soprannaturale.

Era più consolante.

Nessuno seppe mai stabilire con precisione quando fosse nata la leggenda.

Qualcuno giurava di aver visto, durante un concerto, una figura nera chinata sulla spalla del violinista. Un altro sosteneva che una corda, spezzatasi nel mezzo di un’esecuzione, avesse continuato a cantare senza essere toccata. Una signora di ottima famiglia, la cui fantasia era notevolmente superiore all’orecchio musicale, raccontò di aver distinto due occhi rossi riflessi nella vernice dello strumento.

Le versioni aumentavano di città in città.

Paganini le ascoltava.

All’inizio ne rideva.

Poi cominciò a notare che ogni nuova storia riempiva qualche posto in più a teatro.

Infine smise di preoccuparsi di dove finisse la verità e dove cominciasse la leggenda.

Del resto, anche la fama ha una sua musica; e chi ha imparato a riconoscerla difficilmente rinuncia ad ascoltarla.

Una sera, dopo un concerto particolarmente fortunato, il teatro sembrava deciso a non restituirlo alla notte.

Gli applausi continuavano.

Paganini era già tornato sul palcoscenico tre volte e ogni volta aveva trovato il pubblico ancora in piedi.

Una dama gli lanciò un fiore.

Un giovane gridò il suo nome.

Un vecchio maestro, il quale da molti anni considerava l’entusiasmo una malattia della gioventù, aveva gli occhi lucidi e ne era visibilmente irritato.

Paganini salutò ancora.

Quando finalmente poté ritirarsi nel camerino, sentì addosso quella stanchezza particolare che segue i grandi successi: non la fatica del corpo, ma la strana vertigine di chi, per qualche ora, ha avuto centinaia di persone rivolte verso di sé.

Si tolse i guanti lentamente.

Sul tavolo erano già comparsi biglietti, mazzi di fiori, inviti a cena, complimenti scritti con grafie più o meno leggibili.

Paganini li osservò senza toccarli.

Poi uscì dal camerino per cercare dell’acqua.

Fu allora che udì due uomini conversare dietro una porta socchiusa.

— Straordinario — disse il primo.

— Straordinario davvero.

Si sentì il rumore di un cappotto infilato in fretta.

Poi l’altro aggiunse, quasi con noncuranza:

— Ma fra cinquant’anni, chi se ne ricorderà?

I due si allontanarono.

Probabilmente dimenticarono quella frase prima ancora di raggiungere l’uscita.

Paganini no.

Le parole, bisogna dirlo, hanno un comportamento assai singolare. Alcune ci sfiorano e cadono. Altre, pur pronunciate senza intenzione, trovano esattamente la crepa nella quale infilarsi.

Quella trovò la sua.

Paganini tornò nel camerino.

Sedette davanti allo specchio.

Per qualche minuto non fece nulla.

Nel vetro vide il proprio volto magro, i capelli neri, gli occhi ancora vivi del concerto. Dietro di lui, sul muro, la luce della candela allungava una figura sottile.

«Fra cinquant’anni.»

Provò a sorridere.

Non gli riuscì.

Aveva sempre saputo di dover morire. Non era quella la scoperta.

Ciò che improvvisamente gli parve intollerabile fu un’altra cosa: che un giorno il suo nome potesse non significare più nulla.

Morire è una disgrazia che il tempo distribuisce con ammirevole imparzialità; e proprio perché nessuno ne è esente, gli uomini finiscono per accettarla con un certo malumore.

Essere dimenticati è diverso.

È morire una seconda volta, senza neppure la consolazione di sapere in quale giorno sia accaduto.

Quella notte Paganini dormì poco.

Ogni volta che chiudeva gli occhi sentiva di nuovo quella frase.

Fra cinquant’anni.

Fra cinquant’anni.

Fra cinquant’anni.

Nei giorni successivi nessuno si accorse di nulla.

Paganini continuò a viaggiare.

Provava.

Suonava.

Riceveva ospiti.

Sorrideva alle signore.

Rispondeva ai giornalisti.

Ma dentro di lui qualcosa aveva cambiato posto.

Non cercava più soltanto di essere grande.

Essere grande significava ancora poter essere superato.

Non desiderava nemmeno essere il migliore.

Anche il migliore, prima o poi, incontra qualcuno che viene dopo.

Paganini voleva diventare qualcosa di diverso.

Voleva essere irripetibile.

Cominciò così a pretendere da se stesso ciò che nessun uomo dovrebbe pretendere da un altro, e che invece gli uomini particolarmente ambiziosi pretendono con sorprendente facilità da se stessi: l’assenza completa dell’errore.

Un’imprecisione minima bastava a rovinargli una serata.

Un passaggio ben riuscito cento volte diventava inutile se alla centunesima un dito esitava.

Provava per ore.

Talvolta fino a sentire la mano indurirsi.

Una sera il custode del teatro lo trovò ancora sul palcoscenico quando tutte le lampade erano state spente tranne due.

— Maestro, è tardi.

— Lo so.

— Dovrei chiudere.

— Chiudete.

Il custode guardò il violino.

Poi guardò Paganini.

Decise saggiamente che non era compito suo stabilire come si chiudesse un teatro lasciando dentro il violinista più famoso d’Europa, e se ne andò.

Fuori pioveva.

Paganini rimase solo.

Riprese un passaggio.

Lo eseguì.

Si fermò.

Lo riprese.

Una nota uscì appena meno pulita di quanto avrebbe voluto.

Si irrigidì.

La ripeté.

La nota gli sfuggì ancora.

Questa volta Paganini abbassò il violino.

Attese.

Come se, concedendo qualche secondo al silenzio, potesse persuadere il proprio corpo a vergognarsi.

Poi ricominciò.

La nota fallì una terza volta.

— Maledizione.

Dal fondo della platea venne un applauso.

Uno solo.

Lento.

Paganini si voltò.

Nell’ultima fila sedeva un uomo.

Non avrebbe saputo dire da quanto tempo fosse lì.

Indossava un abito scuro di ottimo taglio, guanti color cenere e teneva un bastone tra le mani.

Non aveva corna.

Non aveva occhi di fuoco.

Non puzzava di zolfo.

Il che, se permettete, avrebbe reso la faccenda assai più semplice.

— Il teatro è chiuso — disse Paganini.

— Lo so.

— Allora come siete entrato?

L’uomo sollevò appena il bastone.

— Gli uomini domandano sempre come si entra. Raramente si chiedono perché una porta sia stata lasciata aperta.

Paganini lo fissò.

— Chi siete?

— Un impresario.

— Non ho bisogno di impresari.

— Di quelli che conoscete, forse.

L’uomo si alzò.

Cominciò a scendere verso il palcoscenico.

Il bastone scandiva ogni passo.

Tac.

Tac.

Tac.

Paganini non mosse un muscolo.

— Vi ho ascoltato — disse l’uomo.

— Allora avrete sentito abbastanza.

— Ho sentito tre errori.

Paganini strinse la mano sull’archetto.

— Due.

L’altro sorrise.

— Tre.

Seguì un silenzio.

— Vedete? — disse infine. — È proprio questo il vostro problema.

— Quale?

L’uomo arrivò davanti al palcoscenico.

— Non sopportate che qualcosa possa sfuggirvi.

Paganini distolse lo sguardo.

— Non sapete nulla di me.

— Volete essere ricordato.

Questa volta Paganini lo guardò.

L’uomo continuò:

— Non è una colpa.

— Tutti vogliono essere ricordati.

— No. La maggior parte degli uomini desidera essere amata mentre vive. Voi avete aspirazioni più costose.

Paganini sentì un brivido.

— Andatevene.

— Potrei aiutarvi.

Il violinista rise, ma fu una risata corta.

— Voi?

— Potrei togliervi l’errore.

Paganini non rispose.

L’uomo alzò gli occhi verso di lui.

— Nessuna esitazione. Nessun tremore. Nessun cedimento. Ciò che penserete, le dita lo faranno. Ciò che chiederete al violino, il violino vi darà.

Paganini avrebbe dovuto ridere ancora.

Invece domandò:

— E il pubblico?

— Il pubblico non verrà più soltanto ad ascoltarvi.

Una pausa.

— Verrà per poter dire di avervi visto.

La frase cadde nel teatro vuoto.

Ed era precisamente quella che Paganini desiderava udire.

— E il prezzo?

L’uomo inclinò il capo.

Paganini disse:

— La mia anima?

L’impresario scoppiò a ridere.

Rise con una tale naturalezza che il violinista ne fu quasi irritato.

— L’anima? Maestro, vi prego. È una merce assai ingombrante e, tra noi, molto sopravvalutata.

Poi indicò il pavimento.

— Mi basta la vostra ombra.

Paganini guardò ai propri piedi.

La candela proiettava dietro di lui una figura allungata.

— La mia ombra?

— Tutto qui.

— E che ve ne fareste?

— Sono affari miei.

Paganini continuò a guardarla.

Gli parve assurdo.

Un’ombra non pesava.

Non parlava.

Non soffriva.

Non suonava.

Era soltanto una conseguenza della luce.

— Prendetela.

L’uomo non sorrise.

Alzò una mano.

Una candela si spense.

Poi l’altra.

Il teatro scomparve.

Per qualche secondo Paganini udì soltanto la pioggia e il proprio respiro.

Poi una fiamma tornò ad accendersi.

L’impresario non c’era più.

Paganini si voltò verso il muro.

Nulla.

Alzò un braccio.

La parete rimase vuota.

Si spostò sotto la candela.

Ancora nulla.

Sentì una fitta allo stomaco.

Fu paura.

Vera.

Ma durò poco.

Così poco che già l’indomani Paganini avrebbe stentato a ricordarla.

All’inizio il cambiamento gli parve una benedizione.

Le mani obbedivano.

Il violino obbediva.

Persino il corpo sembrava aver dimenticato la possibilità di fallire.

Paganini entrava in scena e non aveva più quel breve istante, quasi impercettibile, nel quale ogni musicista, prima della prima nota, sente aprirsi davanti a sé la possibilità del disastro.

Quell’istante era scomparso.

Egli suonava.

Bastava.

Le difficoltà smisero di sembrargli tali.

Gli armonici si accendevano con precisione cristallina.

Le corde doppie parevano una conversazione perfettamente governata.

I salti più rischiosi non gli costavano più nemmeno un pensiero.

Il pubblico ne fu travolto.

La leggenda crebbe.

In una città dissero che una corda gli si era spezzata e che Paganini aveva terminato il pezzo come se nulla fosse.

In un’altra si raccontò che una donna fosse svenuta alla prima variazione.

Altrove un uomo sostenne di aver visto una mano invisibile muovere l’archetto insieme alla sua.

Paganini non smentiva.

Un giornalista, una sera, gli domandò:

— Maestro, è vero che il demonio vi suggerisce certi passaggi?

Paganini rispose:

— Se lo facesse, avrebbe un ottimo gusto musicale.

La frase fece il giro delle città.

I teatri si riempirono ancora di più.

E Paganini, che aveva temuto di essere dimenticato, cominciò a essere ricordato prima ancora di essere assente.

Avrebbe dovuto essere felice.

Per qualche tempo credette di esserlo.

Poi iniziarono cose più difficili da nominare.

Non fu una mattina precisa.

Non vi fu un segnale.

Nessuna campana suonò per annunciargli che stava perdendo qualcosa.

Semplicemente, un giorno si accorse che prima di un concerto non provava più paura.

Ne fu contento.

Qualche settimana dopo ricevette una lettera da casa.

La lesse durante la colazione.

Era una lettera affettuosa.

La posò accanto alla tazza.

Solo la sera, quasi per caso, si rese conto che non aveva avuto nostalgia.

La cosa lo inquietò appena.

Poi un musicista dell’orchestra gli raccontò che la moglie era gravemente malata.

Paganini pronunciò parole gentili.

Le parole erano perfette.

Proprio per questo se ne accorse.

Mentre parlava, dentro di lui non accadeva nulla.

Cominciò allora a osservare se stesso.

Lo fece con la stessa precisione con cui aveva sempre osservato le proprie mani.

Una carrozza investì un cane davanti al teatro.

La gente si fermò.

Una donna gridò.

Paganini proseguì.

Più tardi ricordò la scena e provò a interrogarsi.

Non sentì rimorso.

Non sentì tristezza.

Non sentì nemmeno fastidio.

Fu allora che pensò per la prima volta all’ombra.

Quella sera rimase a lungo davanti a una candela.

Si spostò a destra.

Poi a sinistra.

Fece un passo indietro.

La parete continuò a non restituirgli nulla.

Paganini allungò una mano verso il muro.

Era assurdo, naturalmente.

Nessun uomo può toccare ciò che manca.

Eppure rimase lì.

Cominciava a capire che l’impresario non aveva preso da lui qualcosa di inutile.

Ma non comprendeva ancora che cosa.

Il giorno seguente suonò come non aveva mai suonato.

Il pubblico urlò il suo nome.

Egli salutò.

Quella sera, per la prima volta, gli applausi gli sembrarono soltanto rumore.

Agnese comparve qualche settimana dopo.

Paganini la vide dietro le quinte di un piccolo teatro, seduta sopra una cassa di legno.

Aveva le gambe troppo corte per arrivare al pavimento e teneva in mano un bottone che faceva scivolare avanti e indietro tra le dita.

Lui passò.

La bambina lo seguì con gli occhi.

Paganini fece ancora due passi, poi tornò indietro.

— Chi sei?

— Agnese.

— Questo l’avevo capito dal modo in cui hai risposto. Intendevo sapere che cosa fai qui.

Agnese indicò una donna che stava rammendando un costume.

— Mia zia lavora in teatro.

— E tu?

— Aspetto.

— È un mestiere faticoso.

La bambina lo guardò senza capire se stesse scherzando.

Paganini indicò il palcoscenico.

— Mi hai sentito?

— Sì.

— Ti piace il violino?

Agnese ci pensò.

— Dipende.

Quella risposta lo sorprese.

— Da che cosa?

— Da chi lo suona.

Paganini sorrise.

— E io come lo suono?

— Benissimo.

Avrebbe dovuto bastargli.

Non gli bastò.

— Soltanto benissimo?

Agnese abbassò gli occhi.

— Dicono tutti che siete il più bravo del mondo.

— E tu?

La bambina tacque.

Paganini si appoggiò alla cassa accanto a lei.

— Avanti.

— Non vi arrabbiate?

— No.

— Promesso?

— Promesso.

Agnese lo guardò.

— Quando suonate voi non mi viene da piangere.

Per qualche istante Paganini pensò di aver capito male.

— E dovrebbe?

— Non lo so.

— Allora perché lo dici?

La bambina fece girare ancora il bottone.

— Mia mamma cantava male.

Paganini non parlò.

— È morta l’anno scorso.

La voce della bambina non cambiò, ma il bottone smise di muoversi.

— Però quando cantava qualche volta mi veniva da piangere.

Paganini si sedette meglio.

— Forse perché era tua madre.

— Forse.

Stettero in silenzio.

Poi lui domandò:

— Che cosa cantava?

Agnese canticchiò una melodia.

Era semplice.

Poche note.

Una ninna nanna come ce ne sono tante, di quelle che sembrano non appartenere a nessuno perché appartengono da sempre a qualcuno.

Paganini la ascoltò una volta.

Prese il violino.

La ripeté.

— Era così?

Agnese scosse il capo.

Paganini la suonò ancora.

Questa volta più lentamente.

— No.

Lui la fissò.

— Hai cambiato qualche nota?

— Non lo so.

— Riprova.

La bambina cantò.

Paganini ascoltò.

Suonò di nuovo.

Perfettamente.

— È questa.

Agnese scosse ancora il capo.

Per la prima volta dopo molto tempo Paganini sentì qualcosa di simile all’irritazione.

E quella piccola irritazione gli fece quasi piacere.

— Bambina, non puoi dirmi che la sto suonando male.

— Non ho detto male.

— E allora?

Agnese si avvicinò al violino.

Indicò un punto della melodia.

— Qui.

— Qui che cosa?

— La mamma sbagliava sempre questa nota.

Paganini abbassò l’archetto.

— Allora tua madre la cantava male.

Agnese ci pensò.

— Forse.

Poi aggiunse:

— Ma quando arrivava quella nota io sapevo che era lei.

La zia la chiamò.

Agnese scese dalla cassa e corse via.

Paganini rimase immobile.

Guardò il violino.

Provò a ripetere la melodia.

Arrivò a quella nota.

Il dito andò automaticamente al posto giusto.

La nota uscì pura.

Paganini riprovò.

Ancora pura.

Una terza volta.

Perfetta.

Posò il violino.

Quella sera non volle ricevere nessuno.

Dormì male.

Sognò la propria ombra.

Camminava davanti a lui.

Paganini la inseguiva lungo una strada che non riconosceva.

Più accelerava, più essa si allontanava.

A un certo punto l’ombra si fermò.

Si voltò.

Non aveva volto.

Eppure Paganini seppe che stava piangendo.

Si svegliò.

La stanza era buia.

Accese una candela.

Guardò il muro.

Nulla.

Questa volta la paura non scomparve subito.

Rimase.

Piccola.

Ostinata.

E Paganini, invece di respingerla, si accorse con stupore di esserne quasi grato.

Era la prima cosa viva che sentiva da mesi.

Cominciò a cercare l’impresario.

All’inizio con discrezione.

Poi senza più curarsi di apparire ridicolo.

Chiese ai direttori dei teatri.

Agli uscieri.

Ai musicisti.

Negli alberghi.

Descriveva sempre le stesse cose: l’abito scuro, il bastone, i guanti color cenere.

Nessuno ricordava quell’uomo.

Un vecchio custode, però, si fece il segno della croce.

Paganini si fermò.

— Lo conoscete?

— No.

— Allora perché vi siete segnato?

Il vecchio scrollò le spalle.

— Per prudenza.

La prudenza, bisogna riconoscerlo, ha salvato molti uomini dalle spiegazioni.

Passarono giorni.

Poi settimane.

Paganini continuò a suonare.

Il successo non diminuì.

Ma ora, quando il pubblico si alzava in piedi, lui guardava le pareti.

Cercava qualcosa che non compariva.

Una sera tornò nel teatro nel quale tutto era cominciato.

Era tardi.

Salì sul palco.

Appoggiò il violino sopra una sedia.

— So che siete qui.

Nulla.

— Venite fuori.

Il silenzio rimase immobile.

Paganini abbassò la testa.

Poi, dal fondo:

Tac.

Tac.

Tac.

L’uomo comparve nell’oscurità.

— Maestro.

Paganini non aspettò.

— Rivoglio la mia ombra.

L’impresario sembrò sinceramente curioso.

— Perché?

— Lo sapete.

— Vorrei sentirvelo dire.

Paganini fece un passo verso di lui.

— Non sento più nulla.

L’uomo lo osservò.

— Non mi avevate chiesto di essere felice.

Fece un altro passo.

— Mi avevate chiesto di essere perfetto.

— Mi avete ingannato.

— No.

— Mi avete tolto…

— Io non vi ho tolto niente che non mi abbiate consegnato.

Paganini tacque.

L’impresario indicò il suo petto.

— Avete voluto liberarvi della paura.

— Sì.

— Dell’esitazione.

— Sì.

— Del dubbio.

Paganini non rispose.

L’uomo sorrise appena.

— Ma certe cose abitano vicine.

— Che significa?

— Significa che non si può strappare una stanza da una casa senza scuoterne le pareti.

Paganini lo guardò.

— Voi credevate che la paura fosse soltanto codardia. Ma è anche la prova che qualcosa può essere perduto. Credevate che il dubbio fosse soltanto debolezza. Ma è ciò che impedisce all’uomo di credersi infallibile. Credevate che il dolore fosse inutile.

L’impresario si avvicinò ancora.

— E invece, maestro, senza dolore come riconoscereste quello degli altri?

Paganini abbassò gli occhi.

— Ridatemela.

— Non posso.

— Qual è il prezzo?

L’uomo sospirò.

— Sempre denaro.

— Il mio violino.

— No.

— Tutto ciò che ho guadagnato.

— Nemmeno.

— Allora che cosa volete?

L’impresario si voltò verso un manifesto appeso al muro.

Era quello del concerto del giorno seguente.

Il più importante della stagione.

— Voglio che rischiate.

Paganini quasi rise.

— Ogni volta che salgo sul palco rischio.

— No. Da molto tempo non rischiate più nulla.

L’uomo si voltò.

— Domani salirete sul palco e accetterete che qualcosa possa sfuggirvi.

Paganini lo fissò.

— Dovrei sbagliare di proposito?

— Sarebbe ancora controllo.

— Allora che cosa volete?

— Che per una volta non difendiate la vostra perfezione.

Paganini guardò il manifesto.

Il proprio nome campeggiava enorme.

— Davanti a tutti?

— La vulnerabilità in una stanza chiusa è soltanto una prova generale.

Paganini rimase in silenzio.

— Potrebbero ridere.

— Sì.

— Potrebbero dire che sono finito.

— Certamente.

— Potrei perdere tutto.

L’impresario sorrise.

— Finalmente avete di nuovo paura.

Paganini alzò gli occhi.

L’uomo era scomparso.

La sera seguente il teatro era gremito.

Non rimaneva una sedia vuota.

Le signore agitavano ventagli.

Gli uomini discutevano a bassa voce.

Un giovane violinista teneva sulle ginocchia la partitura come un soldato tiene una mappa prima della battaglia.

Si raccontavano storie su Paganini già prima che apparisse.

Qualcuno sosteneva che avesse trascorso anni in prigione.

Un altro che avesse imparato a suonare da uno spirito.

Un terzo assicurava di aver visto le corde del suo violino muoversi da sole.

Il pubblico, quando ha pagato il biglietto, pretende almeno un prodigio; se poi vi si può aggiungere un delitto o un’apparizione, difficilmente protesta.

Paganini entrò.

L’applauso fu immediato.

Salutò.

Alzò il violino.

Per un momento rimase fermo.

Sentì il teatro davanti a sé.

Sentì il peso degli occhi.

E sentì paura.

Non la respinse.

Cominciò.

Fu magnifico.

Forse più che mai.

Ogni passaggio riusciva.

Le difficoltà si aprivano davanti alle sue dita come porte.

Il pubblico era immobile.

Paganini capì, quasi con sollievo, che poteva ancora scegliere.

Poteva finire il concerto così.

Poteva conservare il mito.

Nessuno avrebbe saputo nulla.

L’impresario non poteva costringerlo.

Avrebbe continuato a essere perfetto.

Avrebbe continuato a essere vuoto.

Suonò ancora.

Poi, in fondo alla sala, vide Agnese.

Era seduta accanto alla zia.

La bambina lo guardava.

Paganini sentì tornare quella frase.

«Quando arrivava quella nota io sapevo che era lei.»

L’archetto rallentò.

Il concerto avrebbe dovuto proseguire.

Paganini invece si fermò.

Il teatro rimase sospeso.

Il direttore d’orchestra lo guardò.

Paganini abbassò gli occhi.

Poi iniziò una melodia diversa.

La ninna nanna.

Un mormorio attraversò la sala.

Era semplice.

Troppo semplice per chi era venuto a vedere il mostro.

Troppo semplice per chi voleva essere stupito.

Paganini continuò.

Ogni nota lo avvicinava a quella.

Quella sbagliata.

Quella che non sapeva più sbagliare.

Il dito arrivò al punto preciso.

La mano tremò.

Paganini sentì l’antico istinto correggere tutto.

Un millimetro.

Bastava un millimetro.

Una vita di disciplina gli ordinava di spostare il dito.

Chiuse gli occhi.

Non lo fece.

La nota uscì.

Fragile.

Incrinata.

Umana.

Qualcuno rise.

Fu una risata piccola.

Ma Paganini la sentì distintamente.

Gli bruciò il viso.

Provò vergogna.

Subito dopo paura.

Poi qualcosa di ancora più doloroso.

Si accorse che gli tremava il respiro.

Continuò a suonare.

La melodia non era più perfetta.

Era viva.

Paganini sollevò gli occhi.

Agnese piangeva.

Non perché lui avesse suonato meglio.

Non perché fosse il più grande violinista del mondo.

Piangeva perché, per qualche istante, quella musica le aveva restituito una persona.

Sua madre.

Fu allora che Paganini comprese.

Il pubblico aveva sempre ammirato ciò che in lui era eccezionale.

Agnese aveva riconosciuto ciò che in una nota era irripetibilmente umano.

La candela più vicina al palco oscillò.

Sul pavimento apparve una linea scura.

Paganini la vide allungarsi dietro di sé.

Un braccio.

Una spalla.

Il violino.

La testa.

La sua ombra.

Non diritta.

Non perfetta.

Sua.

Continuò a suonare.

Quando terminò, il teatro rimase in silenzio.

Paganini non seppe mai quanto durò.

Forse un secondo.

Forse abbastanza.

Poi qualcuno applaudì.

Un altro lo seguì.

Poi molti.

Non tutti.

E questa fu la cosa più straordinaria della serata:

a Paganini non importò.

Più tardi tornò nella sala vuota.

Sull’ultima poltrona trovò un foglio.

Era il contratto.

La sua firma era scomparsa.

In fondo restava una sola frase.

Paganini la lesse.

Non la lesse una seconda volta.

Avvicinò il foglio alla candela e lo lasciò bruciare.

Il fuoco salì lentamente lungo la carta.

Sul muro, dietro di lui, l’ombra fece lo stesso gesto.

Paganini la guardò.

Per la prima volta sorrise a ciò che non gli obbediva perfettamente.

Negli anni successivi la leggenda continuò.

Anzi, migliorò.

Gli uomini continuarono a dire che Niccolò Paganini avesse venduto l’anima al demonio.

Qualcuno giurò di aver visto Satana guidargli l’archetto.

Altri raccontarono di spiriti.

Altri ancora aggiunsero particolari mai accaduti che, essendo più interessanti della verità, ebbero naturalmente una fortuna molto maggiore.

La verità, come spesso le succede quando arriva dopo una buona leggenda, non trovò più posto a sedere.

Forse Paganini non aveva mai venduto l’anima al demonio.

Forse aveva fatto qualcosa di assai più comune e, per questo, più pericoloso.

Aveva desiderato liberarsi di tutto ciò che in lui poteva tremare.

E aveva scoperto che nello stesso luogo abitava anche tutto ciò che poteva amare.

Una mattina uscì da un teatro.

Il sole era basso.

La sua ombra si stendeva davanti a lui sul selciato.

Paganini rallentò.

La guardò attraversare i sassi, salire sul bordo di un muro, spezzarsi contro una ruota e tornare intera poco più avanti.

Non aveva una forma perfetta.

Non l’aveva mai avuta.

Per qualche istante rimase immobile.

Poi riprese a camminare.

L’ombra gli venne dietro.

Storta.

Mutevole.

Fedelissima.

E Niccolò Paganini, che per tanto tempo aveva voluto essere più di un uomo, scoprì infine che gli bastava essere tornato intero.


Non tutto ciò che ci rende fragili è un difetto da correggere.

La paura, il dubbio, l’errore e perfino le nostre ferite sono anche il luogo dal quale impariamo a riconoscere gli altri e a lasciarci riconoscere.

La perfezione può suscitare meraviglia.

Ma è ciò che trema, qualche volta, a farci sentire meno soli.



Scopri di più da Le Armonie dell'Apeiron

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Una risposta a “L’impresario dell’ultima fila”

  1. Avatar
    Anonimo

    Che bella favola….. Agnese, la più bella tra tutte

Lascia un commento

ItalianoitItalianoItaliano