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  • Il monastero delle melodie perdute

    Una notte, la memoria tacque. La musica cercò un’altra strada.

    di Marialuisa Veneziano

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    🎧 MUSICA PER LA LETTURA – Pérotin — Viderunt omnes
    Prima di entrare nel monastero, premi play (Clicca sulla freccia nera per aprire l’ascolto)
    Queste voci appartengono a un Medioevo successivo a quello di Guido d’Arezzo, ma raccontano ciò che la sua intuizione avrebbe contribuito a rendere possibile: una musica capace di essere affidata alla scrittura, attraversare il tempo e diventare sempre più complessa senza perdere la propria memoria.
    Durante la lettura, ascolta il canto come se fosse una costruzione che nasce lentamente sopra una voce antica.
    Prima una traccia.
    Poi altre voci.
    Poi uno spazio intero che prende forma.
    Una musica può sopravvivere soltanto quando trova il modo di essere ricordata.
    Premi play. Poi entra nel monastero.


    La prima melodia scomparve durante i Vespri.

    Nessuno se ne accorse subito.

    Fra Martino aveva cantato quelle parole per quasi quarant’anni e, quando la voce gli si fermò improvvisamente in gola, i confratelli pensarono a un colpo di tosse, a una distrazione, forse all’età, che ha il cattivo gusto di presentarsi proprio nei momenti in cui preferiremmo ignorarla.

    Martino ricominciò.

    La prima sillaba uscì sicura.

    La seconda anche.

    Poi niente.

    Silenzio.

    L’anziano sollevò gli occhi.

    I monaci attesero.

    Fra Martino riprovò.

    La melodia non venne.

    Era assurdo.

    Sapeva le parole.

    Ricordava perfino il punto in cui il canto saliva.

    Eppure la nota successiva era sparita.

    Non dimenticata.

    Sparita.

    Come una porta che si sappia essere esistita per tutta la vita e che, tornando a cercarla, si trovi sostituita da un muro.

    Il priore fece cenno a un altro monaco.

    Questi provò.

    Si fermò nello stesso punto.

    Un terzo tentò.

    Niente.

    Qualcuno aprì l’antifonario.

    Sopra le parole stavano i segni consueti: piccoli tratti, curve, accenti, quei neumi che da generazioni aiutavano la memoria dei cantori.

    Fra Martino li fissò a lungo.

    Sapeva che la voce doveva salire.

    Poi scendere.

    Poi piegarsi.

    Ma da dove?

    Di quanto?

    Su quale altezza?

    La pagina ricordava il gesto della melodia.

    Non la melodia.

    Fu la prima volta che nel monastero di Pomposa qualcuno ebbe paura d’un canto.


    Pomposa viveva di memoria.

    I monaci ricordavano salmi, antifone, inni, responsori, sequenze.

    Le melodie passavano da una bocca all’altra come il fuoco d’una candela che ne accende un’altra senza perdere la propria fiamma.

    Fra Martino era il più celebre di tutti.

    — Bruciate pure i libri — diceva qualche volta. — Il canto è qui.

    E si toccava la fronte.

    Poi il petto.

    — E qui.

    Era una bella frase.

    Le belle frasi hanno però un difetto: gli uomini finiscono facilmente per crederle vere soltanto perché suonano bene.

    Fra i pochi che non ne erano del tutto convinti c’era Guido.

    Giovane, ostinato, curioso e afflitto da quel genere d’intelligenza che rende difficile accettare una risposta semplicemente perché tutti l’hanno accettata prima di noi.

    Quella sera non disse nulla.

    Guardò Martino.

    Guardò la pagina.

    E soprattutto guardò quel piccolo spazio vuoto nel quale avrebbe dovuto trovarsi una nota.


    Il canto non tornò il giorno seguente.

    Né quello dopo.

    Tre giorni più tardi ne scomparve un altro.

    Poi un responsorio.

    Poi la conclusione d’un salmo.

    Poi un inno che tutti conoscevano fin dall’infanzia.

    Il fenomeno diventò così frequente che fu necessario trovargli un nome.

    Gli uomini fanno spesso questa cosa con ciò che temono: se non possono dominarlo, almeno lo battezzano.

    Lo chiamarono il Ladro dei Canti.

    Ben presto il Ladro acquistò abitudini, intenzioni e perfino un carattere.

    C’era chi giurava di aver udito passi nella biblioteca.

    Chi sosteneva che le melodie scomparissero soltanto nelle notti senza luna.

    Chi aveva visto una finestra aperta.

    Chi ricordava benissimo d’averla vista chiusa.

    Il priore ordinò che gli antifonari fossero custoditi sotto chiave.

    La mattina successiva scomparve un’altra melodia.

    Fu allora che Guido disse:

    — Non è nei libri che bisogna cercare il ladro.

    Fra Martino lo guardò male.

    — E dove?

    Guido aprì l’antifonario.

    Indicò i neumi.

    — Qui.

    — Nei segni?

    — In ciò che i segni non dicono.

    Il priore, padre Ademaro, gli fece cenno di continuare.

    — Questi segni ci aiutano perché conosciamo già il canto — spiegò Guido. — Ci ricordano se la voce sale o scende. Ma se la memoria scompare, non ci dicono con precisione dove andare.

    Martino si irrigidì.

    — La memoria non scompare.

    Guido lo guardò.

    Il vecchio comprese subito la crudeltà involontaria della frase.

    Nessuno disse altro.


    Quella notte Guido prese un pezzo di pergamena.

    Tracciò una linea.

    Poi un’altra.

    Poi un’altra ancora.

    Mise un segno sulla prima.

    Lo guardò.

    Lo cancellò.

    Ricominciò.

    A mezzanotte le linee erano quattro.

    Accanto aveva un monocordo.

    Faceva vibrare la corda.

    Ascoltava.

    Scriveva.

    Cancellava.

    Provava ancora.

    Fra Michele lo trovò così.

    — Il priore ti ha proibito di continuare.

    Guido non sollevò la testa.

    — Infatti sto cercando di continuare con grande discrezione.

    Michele guardò la pagina.

    — Che cosa sono?

    — Strade.

    — Sembrano righe.

    — Tutte le strade, viste da abbastanza lontano, sembrano righe.

    Michele sospirò.

    — E dove portano?

    Guido gli porse il foglio.

    — Cantalo.

    — Non conosco questa melodia.

    — Appunto.

    Michele lo fissò.

    — Vuoi che canti qualcosa che non ho mai sentito.

    — Sì.

    — Leggendolo.

    — Sì.

    — Da quattro righe.

    — Sì.

    Michele lo osservò a lungo.

    — Se fallisco, promettimi almeno che ammetterai di essere impazzito.

    — Se fallisci, cambierò il sistema.

    Questa risposta preoccupò Michele assai più della follia.


    Provò.

    Sbagliò.

    Guido lo fermò.

    Riprese.

    Sbagliò ancora.

    Alla quarta volta Michele perse la pazienza.

    Alla quinta trovò il primo intervallo.

    Alla sesta arrivò alla fine.

    Rimasero immobili.

    La melodia era semplice.

    Niente di straordinario.

    Eppure, in quella stanza, era appena avvenuto qualcosa che nessuno dei due avrebbe più dimenticato.

    Un uomo aveva cantato una musica che non aveva mai ascoltato.

    Non gliel’aveva insegnata una voce.

    Gliel’aveva insegnata una pagina.

    Guido prese la pergamena con entrambe le mani.

    — Funziona.

    Michele non rispose.

    — Funziona.

    Questa volta Michele sorrise.

    — Allora siamo nei guai.


    Il problema delle idee nuove non è che siano sempre sbagliate.

    È che, qualche volta, sono giuste nel momento più scomodo possibile.

    Quando padre Ademaro vide le pergamene, non gridò.

    Peggio.

    Le osservò in silenzio.

    — Tu vuoi mettere la musica fra delle linee.

    — Voglio darle un luogo preciso.

    — La musica non ha bisogno d’un luogo.

    — Finché qualcuno la ricorda.

    Il priore lo fissò.

    Guido proseguì.

    — Padre, noi crediamo che il canto viva nei libri. Ma i libri, senza memoria, non bastano.

    — E tu credi di poter fare meglio di generazioni di monaci?

    — No.

    Guido indicò le righe.

    — Credo che possiamo lasciare a chi verrà dopo qualcosa di più di quello che abbiamo ricevuto.

    Era una risposta rispettosa.

    Questo non impedì al priore di vietargli di continuare.


    Guido obbedì per due giorni.

    Al terzo scoprì i nomi.

    L’inno era quello dedicato a san Giovanni Battista.

    Lo cantò lentamente.

    Le frasi salivano una dopo l’altra.

    Ut queant laxis…

    Resonare fibris…

    Mira gestorum…

    Famuli tuorum…

    Solve polluti…

    Labii reatum…

    Si fermò.

    Guardò le iniziali.

    UT.

    RE.

    MI.

    FA.

    SOL.

    LA.

    Sei sillabe.

    Sei gradini.

    Sei punti ai quali aggrapparsi quando la memoria esitava.

    Michele entrò e trovò Guido che scriveva quei nomi in grande.

    — Che cosa fai?

    — Sto dando un nome ai suoni.

    Michele scoppiò a ridere.

    — I suoni non hanno bisogno d’un nome.

    Guido sollevò gli occhi.

    — Nemmeno tu ne avresti bisogno, se nessuno dovesse mai chiamarti.

    Michele smise di ridere.


    Il giorno dopo la pergamena era sul tavolo del priore.

    — Hai dato nomi alle note.

    — Sillabe.

    — Nomi.

    — Se preferite.

    Ademaro si alzò.

    — Prima le hai messe fra delle righe. Adesso le battezzi. Che cosa verrà dopo?

    Guido esitò.

    — Forse riusciremo a insegnarle più in fretta.

    — Non sto scherzando.

    — Nemmeno io.

    Il priore batté una mano sul tavolo.

    — La musica sacra non appartiene a te.

    — Lo so.

    — E allora smetti di trattarla come se potessi rifarla.

    Guido divenne pallido.

    — Proprio perché non mi appartiene non posso accettare che muoia con chi la conosce.

    Il silenzio cambiò.

    Non era più quello d’una discussione.

    Era diventato qualcosa di più pericoloso.

    Ademaro indicò le pergamene.

    — Tu vuoi chiudere il canto dentro questi segni.

    Guido prese il foglio.

    — Una gabbia serve a impedire a qualcosa di andare lontano.

    Lo posò sul tavolo.

    — Queste righe fanno il contrario.

    Il priore non parlò.

    — Non sto imprigionando la musica.

    Guido guardò le quattro linee.

    — Le sto costruendo una strada.


    Gli fu proibito l’accesso alla biblioteca.

    Le pergamene furono confiscate.

    Per settimane il monastero tornò apparentemente alla normalità.

    Soltanto il Ladro dei Canti non rispettò il divieto.

    Continuò il proprio lavoro.

    Una melodia.

    Poi un’altra.

    I monaci partirono per abbazie lontane, cercando uomini che ricordassero ciò che a Pomposa era andato perduto.

    Ma tornavano spesso con versioni differenti.

    Un cantore giurava che una frase salisse.

    Un altro la ricordava discendente.

    Entrambi erano pronti a giurare davanti all’altare.

    La memoria aveva cominciato non soltanto a dimenticare.

    Aveva cominciato a inventare.


    Poi arrivò la vigilia della grande celebrazione.

    Avrebbero partecipato ospiti, pellegrini, ecclesiastici.

    Da settimane si preparava il canto solenne.

    Fra Martino lo intonò un’ultima volta.

    Prima frase.

    Seconda.

    Terza.

    Alla quarta si fermò.

    Il coro tentò di proseguire.

    Nessuno riuscì.

    Martino ripartì.

    Niente.

    Michele provò.

    Niente.

    Il canto era quasi interamente svanito.

    Aprirono il libro.

    I segni erano lì.

    Perfetti.

    Inutili.

    Fu mandato un cavaliere verso un monastero vicino.

    Cominciò a piovere.

    Il fiume crebbe.

    Il cavaliere tornò.

    La strada era impraticabile.

    L’indomani, davanti a centinaia di persone, il monastero avrebbe dovuto cantare una musica che nessuno ricordava più.

    Il Ladro aveva scelto il momento migliore.


    Fu fra Martino a dire:

    — Chiamate Guido.

    Padre Ademaro alzò gli occhi.

    Il vecchio non li abbassò.

    — Chiamatelo.

    Guido arrivò poco dopo.

    Vide il libro aperto.

    Non fece domande.

    — Posso tentare.

    Ademaro aprì un armadio.

    Dentro c’erano tutte le sue pergamene.

    Guido lo guardò.

    Il priore disse soltanto:

    — Non le ho bruciate.

    Era, nel linguaggio di Ademaro, quasi una dichiarazione d’affetto.


    Lavorarono tutta la notte.

    Non ci furono miracoli.

    Ci furono errori.

    Discussioni.

    Ricordi contraddittori.

    Candele consumate.

    Inchiostro rovesciato.

    Fra Martino ricordava una cadenza.

    Michele un frammento.

    Un altro confratello sosteneva il contrario.

    Guido ascoltava tutti.

    Provava sul monocordo.

    Confrontava.

    Scriveva.

    Cancellava.

    Quando finalmente la melodia parve ricomposta, chiamò sei novizi.

    Martino protestò.

    — Non la conoscono.

    — È proprio per questo che servono.

    Guido mise davanti a loro la nuova pergamena.

    — Nessuno vi canterà il pezzo.

    I giovani si guardarono.

    — Lo leggerete.

    Cominciarono.

    Sbagliarono.

    Ripresero.

    Guido indicò:

    — Ut.

    Poi:

    — Re.

    — Mi.

    Le voci si aggiustarono.

    Una frase.

    Poi due.

    Poi tre.

    E, a poco a poco, nella sala risuonò quel canto che nessuno di quei ragazzi aveva mai udito prima.

    Fra Martino si sedette.

    Michele smise di sorridere.

    Ademaro guardava le pergamene come si guarda qualcosa che ci costringe a rinunciare a un’opinione alla quale eravamo molto affezionati.

    Ma mancava ancora l’ultima frase.

    Sul vecchio manoscritto il margine era rovinato.

    I segni non si leggevano.

    Nessuno ricordava.

    Fuori il cielo cominciava già a schiarire.

    — È finita — disse Ademaro.

    — No.

    Fra Martino aveva parlato.

    Chiuse gli occhi.

    Cantò la frase precedente.

    Una volta.

    Due.

    Poi lentamente:

    — Fa…

    Guido si voltò.

    Martino riprese.

    — Sol…

    Gli tremò la voce.

    — La.

    E improvvisamente la conclusione tornò.

    Non tutta insieme.

    Un frammento dopo l’altro.

    La memoria dell’uomo e il nuovo sistema di Guido s’incontrarono a metà strada.

    La melodia ricomparve.

    Guido la scrisse.

    Questa volta nessuno avrebbe più dovuto affidarla alla memoria d’un solo uomo.


    La mattina il monastero cantò.

    Gli ospiti ascoltarono.

    Nessuno seppe che, poche ore prima, quella musica aveva rischiato di scomparire.

    Qualcuno lodò la bellezza del coro.

    Un dignitario si addormentò durante il salmo più lungo e alla fine dichiarò d’esserne stato profondamente commosso.

    La storia, come si vede, possiede anche un senso dell’umorismo.

    Guido non cantò.

    Ascoltò.

    Le voci dei novizi si alzavano insieme a quelle dei vecchi monaci.

    E allora comprese che il vero prodigio non era aver salvato quel canto.

    Era aver trovato un modo perché un uomo potesse insegnare qualcosa anche a qualcuno che non avrebbe mai incontrato.


    Quando Guido lasciò Pomposa, padre Ademaro gli restituì la sacca con tutte le pergamene.

    — Pensavo fossero confiscate.

    — Lo erano.

    — E adesso?

    — Adesso sono un problema che preferisco affidare ad altri.

    Guido sorrise.

    Il priore no.

    Poi prese una delle pagine.

    — Avevo paura che, scrivendo la musica, avreste finito per credere di possederla.

    Guido rimase in silenzio.

    — Forse — continuò Ademaro — non avevo capito che si può scrivere qualcosa anche per il motivo opposto.

    — Quale?

    Il priore gli consegnò la pergamena.

    — Perché smetta di appartenere soltanto a noi.


    Ad Arezzo, tempo dopo, alcuni ragazzi ricevettero fogli con linee, segni e sillabe.

    Non conoscevano quei canti.

    Guido non li intonò.

    Indicò soltanto.

    Ut.

    Re.

    Mi.

    Fa.

    Sol.

    La.

    Le voci partirono incerte.

    Poi trovarono la strada.

    E così la musica imparò una cosa che fino ad allora aveva affidato quasi soltanto alla memoria degli uomini:

    come attraversare il tempo senza chiedere il permesso alla morte.


    LA MORALE

    Guido non cercò di imprigionare la musica sulla carta.

    Cercò di impedirle di morire con chi la ricordava.

    Perché custodire davvero qualcosa non significa trattenerla per noi, ma darle una forma che possa raggiungere chi verrà dopo.

    La memoria è preziosa, ma fragile. La conoscenza diventa eredità soltanto quando sappiamo trasmetterla.

    Per questo quelle linee non furono una gabbia.

    Furono un ponte.

    E forse vale anche per ciò che ciascuno di noi riceve nella vita:

    non ci viene affidato perché finisca con noi, ma perché attraverso di noi possa continuare il viaggio.

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  • Le dodici principesse e il trono vuoto

    Quando una voce vuole dominare le altre, perfino la musica può cominciare a morire

    di Marialuisa Veneziano

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    🎧 MUSICA PER LA LETTURA
    Arnold Schönberg — Variations for Orchestra, op. 31
    Prima di entrare nel regno delle dodici principesse, clicca sulla freccia nera e premi play.
    Questa volta la musica non accompagna soltanto la storia: ne custodisce il segreto.
    Nelle Variazioni per orchestra op. 31 di Arnold Schönberg, i dodici suoni entrano in un nuovo ordine, nel quale nessuno è chiamato a regnare stabilmente sugli altri. Si incontrano, si trasformano, ritornano sotto forme diverse, fino a costruire un universo sonoro in cui l’equilibrio non nasce dal predominio di una sola voce.
    È la stessa domanda nascosta dietro il trono vuoto.
    Mentre leggi, non cercare necessariamente una melodia da seguire.
    Lascia piuttosto che la musica ti sorprenda.
    Dodici suoni. Dodici principesse. Nessuna regina.
    Comincia l’ascolto.
    Poi apri la porta.

    Ci sono troni che fanno paura quando sono occupati.

    Quello del re Aldebrando cominciò a farne quando rimase vuoto.

    A corte nessuno lo avrebbe ammesso, naturalmente.

    Le corti hanno sempre avuto una straordinaria capacità di attribuire nomi decorosi alle proprie paure: l’ambizione diventa senso dello Stato, l’invidia prudenza, la vigliaccheria moderazione e il desiderio di sapere chi comanderà domani, quando è espresso con sufficiente gravità, prende il nome di preoccupazione per il bene del regno.

    Così, la mattina dopo la morte del sovrano, nessuno disse:

    «Chi si prenderà il trono?»

    Dissero invece:

    «Occorre assicurare la continuità della Corona.»

    Che, tradotto nella lingua degli uomini, significava pressappoco la stessa cosa.

    Il problema era che Aldebrando non aveva lasciato figli maschi.

    Aveva lasciato dodici figlie.

    E, quel che era peggio per coloro che amano le questioni semplici, le aveva amate tutte.

    Non allo stesso modo — i genitori che dicono di amare tutti i figli nello stesso modo sono forse sinceri, ma certamente imprecisi — bensì con quell’arte difficile che consiste nel comprendere che persone diverse hanno bisogno di amori diversi.

    La maggiore si chiamava Aurelia.

    Era prudente, composta, abituata da anni a sentir dire che un giorno avrebbe dovuto assumersi grandi responsabilità; sicché aveva finito con l’assumersi anche quelle che nessuno le aveva affidato.

    Beatrice possedeva un’intelligenza tagliente e il difetto, non raro nelle persone intelligenti, di adoperarla talvolta quando sarebbe stato più caritatevole lasciarla nel fodero.

    Cecilia parlava poco, ma ricordava tutto.

    Diana aveva un carattere così impetuoso che un giorno un ambasciatore aveva osservato che la principessa entrava nelle stanze alcuni secondi prima del proprio corpo.

    Elena amava le regole.

    Flora amava le persone, il che la portava spesso a violare le regole stabilite da Elena.

    Ginevra desiderava il trono.

    È bene dirlo subito.

    Non perché fosse cattiva.

    Le persone cattive sono assai più comode nelle favole: fanno il male e risparmiano al narratore ogni spiegazione.

    Ginevra, invece, era generosa, brillante, coraggiosa e sinceramente convinta che il regno sarebbe stato migliore sotto il suo governo.

    È una convinzione che ha causato nella storia più disgrazie della pura malvagità.

    Livia aveva paura quasi di tutto, ma possedeva la curiosa capacità di essere coraggiosa quando qualcun altro aveva più paura di lei.

    Matilde metteva in discussione ogni cosa, compresa la necessità di mettere in discussione ogni cosa.

    Nerina preferiva le biblioteche ai ricevimenti, scelta che a corte veniva giudicata con la stessa indulgenza riservata a una malattia infantile destinata, si sperava, a passare.

    Ottavia aveva una memoria prodigiosa.

    E infine c’era Viola.

    La più giovane.

    Così abituata a essere la dodicesima che aveva imparato presto una verità che i primi nati comprendono assai più tardi:

    chi arriva ultimo a parlare, se ha pazienza, spesso sente cose che gli altri non hanno ascoltato.

    Quando il re fu sepolto, il Consiglio della Corona si riunì nella Grande Sala.

    In fondo alla sala stava il trono.

    Nero, altissimo, con dodici piccoli intarsi d’argento disposti lungo lo schienale.

    Da secoli nessuno faceva caso a quegli intarsi.

    È un destino comune alle cose che vediamo ogni giorno: diventano invisibili proprio grazie alla loro presenza.

    Davanti al trono stava il cancelliere, marchese Ortensio di Cadenza.

    Ortensio era un uomo magro, accurato e perfettamente pettinato, il quale nutriva per l’ordine un affetto tanto sincero da diffidare di tutto ciò che non aveva personalmente disposto.

    — Altezza — disse rivolgendosi ad Aurelia — secondo le consuetudini del regno…

    — Mio padre non ha nominato un’erede — lo interruppe Ginevra.

    Il cancelliere fece una breve pausa.

    — Infatti.

    — Dunque non esiste alcuna consuetudine applicabile.

    — Principessa, le consuetudini possiedono precisamente il vantaggio d’essere applicabili anche quando nessuno ricorda più perché esistano.

    Beatrice sorrise.

    — È forse la migliore definizione di consuetudine che io abbia mai sentito.

    Ortensio la ignorò.

    — La principessa Aurelia è la maggiore.

    Tutti guardarono Aurelia.

    Aurelia guardò il trono.

    Avrebbe potuto dire sì.

    Era stata preparata per anni a quel momento.

    Aveva imparato diritto, storia, economia, diplomazia.

    Le avevano insegnato come salutare un ambasciatore ostile, come ricevere una notizia terribile senza sbiancare e perfino quanto a lungo fosse opportuno tacere prima di rispondere a una dichiarazione di guerra.

    Nessuno, tuttavia, le aveva insegnato come sedersi sul trono del proprio padre il giorno dopo averlo perduto.

    — Aspetteremo — disse.

    Ortensio impallidì quasi impercettibilmente.

    Gli uomini che amano l’ordine tollerano molte cose.

    L’attesa raramente è fra queste.

    — Aspetteremo cosa?

    Aurelia prese dalla tasca della veste una chiave.

    — Questo.

    La mostrò.

    Era una piccola chiave d’argento che il re aveva portato al collo fino all’ultimo giorno.

    Nella notte precedente alla morte, l’aveva consegnata alla figlia maggiore dicendo soltanto:

    «Quando tutti cercheranno chi deve essere la prima, apri ciò che ho lasciato.»

    Aurelia si avvicinò al trono.

    Sotto il bracciolo destro trovò una serratura.

    Nessuna di loro l’aveva mai notata.

    La chiave entrò.

    Scattò qualcosa.

    Dallo schienale del trono uscì lentamente un piccolo cassetto.

    Dentro c’erano dodici lettere.

    Ognuna portava il nome di una principessa.

    E sotto le lettere, una tredicesima busta.

    Senza nome.

    Aurelia la prese.

    Sul sigillo c’erano incise poche parole:

    DA APRIRE SOLTANTO QUANDO TUTTE AVRANNO PARLATO.

    Ginevra alzò un sopracciglio.

    — Nostro padre conservava il senso del teatro fino alla fine.

    — Finalmente sappiamo da chi l’hai ereditato — disse Beatrice.

    Aurelia distribuì le lettere.

    Ogni sorella aprì la propria.

    Nella stanza si fece silenzio.

    — La mia contiene una nota — disse Cecilia.

    — Anche la mia — disse Elena.

    — La mia pure.

    Una dopo l’altra mostrarono i fogli.

    Su ciascuno era scritto un solo nome di nota musicale e una frase.

    Aurelia lesse:

    MI — “Non essere la prima soltanto perché altri ti hanno messo davanti.”

    Beatrice:

    FA — “L’intelligenza che umilia una voce finisce per ascoltare soltanto se stessa.”

    Cecilia:

    DO DIESIS — “Ricordare non significa ripetere.”

    Diana:

    SOL — “La forza che non sa attendere diventa rumore.”

    Elena:

    RE DIESIS — “Una regola è giusta soltanto finché protegge anche chi non l’ha scritta.”

    Flora:

    LA — “Ascoltare qualcuno significa correre il rischio di cambiare idea.”

    Ginevra:

    SI BEMOLLE — “Chi desidera il centro dovrebbe prima domandarsi chi resterà ai margini.”

    Livia:

    RE — “Il coraggio non è parlare per primi.”

    Matilde:

    LA BEMOLLE — “Dubita anche del tuo dubbio.”

    Nerina:

    SI — “Ciò che viene dimenticato non è sempre ciò che vale meno.”

    Ottavia:

    DO — “La memoria diventa prigione quando pretende che il futuro somigli al passato.”

    Viola aprì per ultima.

    FA DIESIS — “Ciò che manca sembra piccolo soltanto finché non manca davvero.”

    Nessuna parlò.

    Poi Diana disse:

    — Che cosa significa?

    — Che nostro padre era diventato ancora più enigmatico negli ultimi mesi — rispose Ginevra.

    Ortensio si schiarì la voce.

    — Con tutto il rispetto dovuto alla memoria del sovrano, il regno non può essere governato da un indovinello.

    Fu allora che dalla torre arrivò un rintocco.

    Uno.

    Due.

    Tre.

    Poi un suono strano.

    Come una campana che avesse dimenticato se stessa.

    Tutti alzarono la testa.

    Il maestro delle campane entrò nella sala pochi minuti dopo, pallido.

    — Maestà…

    Si fermò.

    Il trono era vuoto.

    Non sapendo a chi rivolgersi, fece un inchino collettivo, che non fu elegante ma ebbe almeno il pregio dell’imparzialità.

    — Una delle campane non suona più correttamente.

    — Si sarà incrinata — disse Ortensio.

    — No, signore.

    — Allora cos’ha?

    Il vecchio esitò.

    — Manca una nota.

    Beatrice sorrise.

    — Una campana non può perdere una nota.

    — Infatti, Altezza.

    — E dunque?

    Il vecchio deglutì.

    — La nota è scomparsa anche dalle altre.

    Questa volta nessuno sorrise.

    La notizia impiegò poche ore a raggiungere la città.

    Il fa diesis era sparito.

    Non stonato.

    Non abbassato.

    Non alterato.

    Sparito.

    I violinisti potevano mettere il dito esattamente dove quella nota avrebbe dovuto trovarsi e ottenere un suono che scivolava altrove.

    Gli organi saltavano quel punto come se sulla tastiera ci fosse un gradino spezzato.

    I flauti lo cercavano e producevano soltanto aria.

    Perfino i bambini, provando a cantarlo, sentivano la voce cadere un semitono prima o salire a quello successivo.

    Naturalmente molti dichiararono che non era grave.

    Gli uomini hanno una straordinaria inclinazione a considerare trascurabile ciò che ancora non impedisce loro di cenare.

    — Una nota su dodici — disse un mercante. — Ne restano undici.

    Il giorno seguente ne sparì un’altra.

    Poi una terza.

    A quel punto il mercante smise di fare calcoli.

    Le melodie cominciarono a deformarsi.

    Le canzoni popolari inciampavano.

    Le ninnananne avevano buchi improvvisi.

    Un quartetto dovette interrompersi a metà d’un brano perché due strumenti non riuscivano più a incontrarsi.

    La cosa più inquietante, tuttavia, non era la bruttezza dei nuovi suoni.

    Era la sensazione che il mondo si stesse restringendo.

    Come una lingua dalla quale qualcuno cancellasse, una alla volta, le parole.

    La terza notte Viola non riuscì a dormire.

    Riprese la lettera del padre.

    FA DIESIS.

    La prima nota scomparsa.

    Lesse la frase.

    Ciò che manca sembra piccolo soltanto finché non manca davvero.

    Si alzò.

    Attraversò il corridoio.

    La biblioteca era buia.

    Nerina era seduta a un tavolo con tre candele accese e diciassette libri aperti.

    — Non dormi mai?

    — Dormo quando gli altri smettono di fare cose che poi devo capire.

    Viola le mostrò il foglio.

    — La prima nota scomparsa è la mia.

    Nerina rimase immobile.

    Poi chiamò Ottavia.

    Poi Cecilia.

    Mezz’ora dopo tutte e dodici erano nella biblioteca, alcune avvolte in mantelli, altre ancora in veste da notte; Diana portava una candela in mano con l’atteggiamento di chi sarebbe stata perfettamente disposta a usarla come arma.

    Posero le lettere sul tavolo.

    Nerina le osservò.

    — Forse non sono dodici messaggi.

    — Sono palesemente dodici messaggi — disse Elena.

    — No. Forse sono un messaggio solo, diviso in dodici parti.

    Ottavia prese i fogli.

    — Ma in quale ordine?

    Ginevra rispose:

    — In quello della nostra nascita.

    Provarono.

    Non accadde nulla.

    — Forse per altezza — suggerì Diana.

    — Se nostro padre ha affidato il futuro del regno alla nostra altezza, abbiamo problemi maggiori della successione — disse Beatrice.

    Provarono secondo l’età.

    Secondo l’alfabeto.

    Secondo la disposizione delle stanze.

    Secondo il giorno di nascita.

    Niente.

    Fu Viola a notare una cosa.

    — Le note.

    Tutte si voltarono.

    — Non sono in ordine.

    Elena sospirò.

    — Questo è evidente.

    — No. Voglio dire: forse l’ordine è proprio il fatto che non siano in ordine.

    Silenzio.

    Nerina la guardò.

    Viola prese una matita e trascrisse:

    Ottavia contò.

    — Nessuna si ripete.

    — Tutte e dodici — disse Cecilia.

    Proprio in quel momento la grande campana della torre batté mezzanotte.

    Un quarto suono scomparve dal mondo.

    Il giorno dopo le principesse convocarono il vecchio maestro di cappella.

    Si chiamava Erasmo e aveva raggiunto quell’età nella quale gli uomini non sono necessariamente più saggi, ma hanno almeno smesso di preoccuparsi se qualcuno li considera tali.

    Ascoltò.

    Guardò la serie.

    Poi si tolse gli occhiali.

    — Vostro padre studiava questa idea da anni.

    Ortensio, presente alla riunione, si irrigidì.

    — Quale idea?

    Erasmo lo guardò.

    — Quella di una musica nella quale nessun suono potesse reclamare per sé il diritto d’essere casa.

    — Una musica senza centro? — domandò Aurelia.

    — Esattamente.

    Il cancelliere scosse il capo.

    — Assurdo. Ogni ordine necessita d’un centro.

    Erasmo sorrise.

    — Voi confondete spesso il centro con chi vi sta seduto sopra.

    Ortensio non sorrise.

    — E queste note?

    Il maestro indicò la serie.

    — Una legge. Prima che una nota torni, tutte le altre devono aver avuto diritto di parola.

    Viola guardò le sorelle.

    — “Quando tutte avranno parlato.”

    La tredicesima busta.

    Corsero alla sala del trono.

    Aurelia la prese.

    — Tutte abbiamo letto le nostre lettere.

    — Ma non abbiamo fatto parlare le note — disse Cecilia.

    Erasmo annuì.

    Nella sala c’era un antico clavicembalo.

    Aurelia si sedette.

    — Nell’ordine?

    — Nell’ordine lasciato dal re.

    Suonò il Mi.

    Poi Fa.

    Do diesis.

    Sol.

    A ogni suono uno degli intarsi d’argento sul trono si illuminava.

    Re diesis.

    La.

    Si bemolle.

    Re.

    La bemolle.

    Si.

    Do.

    Aurelia arrivò all’ultima.

    Fa diesis.

    Il tasto scese.

    Nessun suono.

    La prima nota scomparsa.

    Uno degli intarsi rimase spento.

    Il meccanismo non si aprì.

    Ortensio disse piano:

    — Siamo arrivati troppo tardi.

    Quella notte sparì il quinto suono.

    Il regno cominciò ad avere paura.

    E la paura, quando non comprende, chiede quasi sempre un padrone.

    La gente si radunò davanti al palazzo.

    — Una regina!

    — Incoronate Aurelia!

    — Qualcuno governi!

    Altri gridavano il nome di Ginevra.

    Il Consiglio si divise.

    Ortensio convocò Aurelia in privato.

    — Domani sarete incoronata.

    — No.

    — Altezza, il popolo ha bisogno d’un centro.

    — Il popolo ha bisogno che le note tornino.

    — E torneranno quando sarà ristabilito l’ordine.

    Aurelia lo guardò.

    — Ne siete certo?

    Ortensio esitò appena.

    Troppo poco perché chiunque altro se ne accorgesse.

    Abbastanza perché Aurelia sì.

    — Che cosa sapete?

    — Quello che so è che vostro padre, negli ultimi anni, si era lasciato sedurre da idee pericolose.

    — Quali?

    — Che dodici voci potessero governare senza che nessuna fosse prima.

    — E voi non eravate d’accordo.

    — Io conosco gli uomini.

    — È una frase che spesso pronunciano coloro che hanno smesso di fidarsi di loro.

    Ortensio si alzò.

    — Una nazione non è un esperimento musicale.

    — Forse.

    Aurelia lo fissò.

    — Ma questa crisi lo è.

    Nerina, nel frattempo, aveva trovato qualcosa.

    Dietro un antico armadio della biblioteca esisteva una porta.

    Sul legno erano incise dodici linee.

    E sopra:

    QUANDO LA STRADA DAVANTI A VOI SARÀ CHIUSA, CERCATE QUELLA CHE TORNA INDIETRO.

    — Indietro — disse Ottavia.

    Prese la serie.

    La lesse al contrario.

    FA♯ – DO – SI – LA♭ – RE – SI♭ – LA – RE♯ – SOL – DO♯ – FA – MI.

    Appena pronunciò l’ultima nota, la porta scattò.

    Dietro c’era un corridoio.

    Beatrice guardò le altre.

    — Nostro padre aveva indubbiamente troppo tempo libero.

    Entrarono.

    Il passaggio scendeva sotto il palazzo.

    Arrivarono a una sala rivestita di specchi.

    Al centro stava un’iscrizione:

    NON BASTA TORNARE.
    CIÒ CHE SALE IMPARI A SCENDERE.
    CIÒ CHE SCENDE IMPARI A SALIRE.

    Erasmo, che le aveva seguite con la lentezza di chi sa che gli enigmi non diventano più facili correndo, passò un dito sulle parole.

    — Inversione.

    Elena lo guardò.

    — Cioè?

    — Se una nota sale d’un intervallo, la sua immagine deve scendere dello stesso intervallo.

    Matilde sorrise.

    — Perfino nostro padre aveva capito che il contrario non è sempre un nemico. A volte è una strada.

    Ricostruirono la serie.

    Ci vollero ore.

    Ogni errore spegneva le torce della sala.

    Ogni volta ricominciavano.

    Diana perse la pazienza.

    Elena insistette su una soluzione sbagliata per quasi mezz’ora.

    Ginevra accusò Beatrice di distrarla.

    Beatrice rispose che, per distrarre Ginevra da se stessa, sarebbe occorso molto più talento.

    Aurelia batté una mano sul tavolo.

    — Basta!

    Silenzio.

    Viola, che fino a quel momento non aveva parlato, disse:

    — Stiamo facendo esattamente ciò che nostro padre voleva impedirci.

    — Cioè?

    — Ognuna aspetta soltanto il momento di ripetere la propria idea.

    Nessuno rispose.

    Era irritante.

    E, come spesso accade alle cose irritanti, era vero.

    Quella volta provarono diversamente.

    Una parlava.

    Le altre ascoltavano.

    Una proposta non veniva scartata finché tutte non l’avevano compresa.

    Ci misero meno di un’ora.

    Lo specchio centrale si aprì.

    Dietro trovarono una piccola stanza.

    E nella stanza, un leggio.

    Sul leggio mancava un foglio.

    Il dodicesimo.

    — Qualcuno è arrivato prima di noi — disse Cecilia.

    Non occorsero grandi indagini.

    Sulla polvere c’erano impronte.

    Ordinatissime.

    Uguali.

    E sul pavimento una piccola goccia di ceralacca verde.

    Ortensio sigillava tutti i documenti di Stato con ceralacca verde.

    Ginevra impallidì.

    — Il cancelliere.

    Risalirono.

    Ma Ortensio le stava aspettando.

    Nella Sala del Trono.

    Con le guardie.

    E con la corona.

    — Domani all’alba — disse — Aurelia sarà regina.

    — Avete preso il foglio — disse Nerina.

    Ortensio non negò.

    — L’ho distrutto.

    Viola fece un passo avanti.

    — Perché?

    Per la prima volta il cancelliere sembrò vecchio.

    — Perché ho visto un regno quasi distrutto una volta.

    Le principesse tacquero.

    — Vostro nonno morì lasciando due eredi. Due. Bastarono per sette anni di guerra. Ho visto città incendiate perché due uomini ritenevano entrambi di avere diritto alla stessa sedia. Vostro padre pensava che dodici persone potessero governare senza un sovrano.

    Rise.

    Non con allegria.

    — Dodici.

    Ginevra guardò la corona.

    — E quindi avete fatto sparire le note?

    — No.

    Ortensio la guardò.

    — Ma sapevo che sarebbe accaduto.

    — Come?

    — Vostro padre mi mostrò il meccanismo anni fa. Mi disse che alla sua morte il trono avrebbe “messo alla prova il regno”.

    — E voi avete nascosto l’ultima parte.

    — Ho impedito una follia.

    Viola sussurrò:

    — No. Avete impedito che tutte le voci arrivassero alla fine.

    Ortensio indicò il trono.

    — Quel seggio ha tenuto unito questo paese per quattrocento anni.

    Matilde guardò la sedia nera.

    — Curioso. Credevo fossero state le persone.

    — Le persone hanno bisogno di sapere chi comanda!

    Fu allora che Ginevra prese la corona.

    Tutte si voltarono.

    La tenne fra le mani.

    Era il momento che aveva immaginato per anni.

    Il peso dell’oro.

    Le pietre.

    Il diritto d’essere guardata per prima.

    Ortensio sorrise.

    — Voi capite.

    Ginevra osservò il trono.

    Poi le sorelle.

    Si avvicinò lentamente.

    Per un istante parve sul punto di sedersi.

    Invece posò la corona sul cuscino.

    — È questo il problema — disse.

    Ortensio aggrottò la fronte.

    — Quale?

    — Che io capisco benissimo.

    Si voltò verso di lui.

    — Ho desiderato quella sedia per metà della mia vita. E proprio per questo non mi fido di ciò che penso quando la guardo.

    Aurelia abbassò gli occhi.

    Beatrice non fece battute.

    Era forse il più grande omaggio che sapesse rendere.

    All’alba mancavano ormai sette note.

    La città suonava come un mondo che stesse dimenticando la propria lingua.

    Le principesse tornarono nella stanza degli specchi.

    Il dodicesimo foglio era scomparso.

    Ma Ottavia ricordava ogni parola letta.

    — Io l’ho visto — disse.

    — Quando?

    — Una volta. Nostro padre lo teneva sulla scrivania mesi fa. Non capii cosa fosse.

    Chiuse gli occhi.

    Recitò:

    “QUANDO AVRETE ATTRAVERSATO LA SERIE, IL RITORNO E LO SPECCHIO, NON CERCATE UN NOME. CERCATE CIÒ CHE NESSUNO DI VOI È DISPOSTO A PERDERE.”

    — Il regno — disse Aurelia.

    — Nostro padre — disse Flora.

    — La libertà — disse Matilde.

    — Il trono — disse Ginevra.

    Poi si fermò.

    — No.

    Viola la guardò.

    Ginevra comprese prima delle altre.

    — La propria voce.

    Silenzio.

    Al centro della stanza c’erano dodici piccole cavità.

    Una per ogni nota.

    Erasmo disse:

    — Forse l’ultima prova non riguarda ciò che dovete suonare.

    — Ma ciò a cui siete disposte a rinunciare — disse Cecilia.

    Una dopo l’altra, le principesse posero nelle cavità i propri sigilli.

    Quando Viola appoggiò il dodicesimo, la parete si aprì.

    Una scala saliva.

    Non scendeva.

    Saliva dentro il trono.

    Arrivarono dietro lo schienale della grande sedia.

    Lì trovarono dodici corde tese, una per ogni intarsio.

    Undici erano spezzate.

    Una sola resisteva ancora.

    Ortensio, che le aveva seguite, entrò.

    — Fermatevi.

    Viola guardò la corda.

    — Se questa si spezza, sparirà l’ultima nota.

    — Se la toccate, potreste distruggere tutto!

    Aurelia si voltò.

    — E se non facciamo nulla?

    Il cancelliere non rispose.

    Fu la risposta.

    Erasmo esaminò il meccanismo.

    — Le corde non devono essere riparate una per una.

    — Allora come?

    Il vecchio indicò dodici piccoli martelletti.

    — Devono suonare insieme nella successione stabilita.

    — Ma le note sono scomparse.

    — Dal regno, sì.

    Erasmo guardò le principesse.

    — Non da voi.

    Nessuna capì.

    Poi Cecilia portò una mano al petto.

    Le lettere.

    Le frasi.

    I sigilli.

    Ognuna di loro aveva ricevuto una nota.

    Non dovevano suonarla con uno strumento.

    Dovevano cantarla.

    — Non posso — disse Livia. — Quelle note non esistono più.

    Erasmo sorrise.

    — Esistono nella memoria.

    Ottavia diede il primo suono.

    Incerto.

    Aurelia lo seguì.

    Una dopo l’altra cercarono la propria altezza.

    Era difficile.

    Alcune esitavano.

    Alcune erano troppo basse.

    Altre troppo alte.

    Ginevra partì prima del proprio turno.

    Il meccanismo tremò.

    — Aspetta! — gridò Viola.

    Ginevra tacque.

    E per la prima volta nella sua vita aspettò che undici altre voci avessero diritto di esistere prima di usare di nuovo la propria.

    Mi.

    Fa.

    Do diesis.

    Sol.

    Re diesis.

    La.

    Si bemolle.

    Re.

    La bemolle.

    Si.

    Do.

    Rimaneva Fa diesis.

    Viola aprì la bocca.

    Non uscì nulla.

    La prima nota scomparsa.

    La più lontana ormai dalla memoria.

    Ortensio sussurrò:

    — Non può farlo.

    Viola chiuse gli occhi.

    Pensò alla frase del padre.

    Ciò che manca sembra piccolo soltanto finché non manca davvero.

    Poi accadde una cosa che nessuno aveva previsto.

    Le undici sorelle non cantarono al posto suo.

    Non la aiutarono dandole la nota.

    Rimasero in silenzio.

    Le lasciarono spazio.

    Viola respirò.

    Provò.

    Un suono incerto.

    No.

    Ancora.

    Più vicino.

    Poi finalmente:

    Fa diesis.

    La dodicesima corda vibrò.

    Per alcuni secondi non accadde nulla.

    Poi le undici corde spezzate cominciarono a risuonare.

    Una dopo l’altra.

    Il meccanismo intero si mise in movimento.

    Dalla città arrivò una campana.

    Poi un’altra.

    Un violino, da qualche finestra.

    Un flauto.

    Un bambino che gridava.

    Le note tornavano.

    Tutte.

    Ma il trono cominciò a tremare.

    Ortensio urlò:

    — Fuggite!

    Una crepa attraversò lo schienale.

    Poi un’altra.

    La corona cadde.

    Il grande seggio nero si aprì in due.

    Dentro non c’era oro.

    Né una seconda corona.

    Né un documento che proclamasse il nome d’una regina.

    C’era soltanto una lastra d’argento.

    E sopra, le ultime parole di Aldebrando.

    Aurelia lesse ad alta voce:

    “SE SIETE ARRIVATE FIN QUI, AVRETE FINALMENTE COMPRESO PERCHÉ NON HO NOMINATO UN’EREDE.”

    Nessuna respirava.

    “PER SECOLI ABBIAMO CREDUTO CHE L’ORDINE NASCESSE DA UNA VOCE CAPACE DI FAR TACERE LE ALTRE.”

    Ginevra abbassò gli occhi.

    “HO SCOPERTO TROPPO TARDI CHE ESISTE UN ORDINE PIÙ DIFFICILE.”

    Beatrice continuò:

    “QUELLO NEL QUALE NESSUNA VOCE PUÒ TORNARE A IMPORSI PRIMA CHE TUTTE LE ALTRE SIANO STATE ASCOLTATE.”

    Viola lesse l’ultima frase.

    “IL TRONO RESTI VUOTO.”

    Sotto, più piccolo:

    “NON PERCHÉ NESSUNO SIA DEGNO DI SEDERVISI.
    MA PERCHÉ NESSUNO DEBBA PIÙ ESSERE NECESSARIO AL CENTRO.”

    Ortensio si lasciò cadere su una sedia.

    Per tutta la vita aveva temuto un regno senza sovrano.

    Guardò le dodici principesse.

    — E chi governerà?

    Aurelia sorrise.

    — Noi.

    — Tutte?

    — Tutte.

    — È impossibile.

    Beatrice inclinò la testa.

    — Questo argomento ha il difetto d’essere già stato smentito diverse volte stanotte.

    — Litigherete.

    — Certamente — disse Matilde.

    — Avrete opinioni opposte.

    — Lo speriamo.

    — Una vorrà parlare quando un’altra non ha finito.

    Ginevra sorrise amaramente.

    — Su questo dovremo lavorare.

    Ortensio guardò il trono spezzato.

    — E quando non sarete d’accordo?

    Fu Viola a rispondere.

    — Ricominceremo ad ascoltare dall’inizio.

    Da quel giorno il trono rimase vuoto.

    Non fu distrutto.

    Le principesse vollero che restasse nella Sala Grande, con la crepa ancora visibile.

    Per ricordare.

    Dodici seggi più piccoli furono disposti in cerchio.

    Nessuno davanti.

    Nessuno dietro.

    E, cosa che scandalizzò parecchio i dignitari più anziani, nessun posto rialzato.

    Le dodici sorelle governarono.

    Litigarono moltissimo.

    È bene precisarlo.

    Chi immagina che l’uguaglianza produca automaticamente concordia ha probabilmente conosciuto poca uguaglianza e ancor meno esseri umani.

    Aurelia era troppo prudente.

    Diana troppo veloce.

    Elena voleva regolamentare perfino la durata delle discussioni.

    Matilde desiderava discutere il regolamento.

    Beatrice faceva osservazioni che sarebbe stato diplomaticamente preferibile pensare soltanto.

    Ginevra ebbe ancora, più di una volta, nostalgia della corona.

    E Viola, che aveva imparato il valore dell’ultima voce, qualche volta dimenticò che anche l’ultima può diventare arrogante quando si convince d’essere la più saggia.

    Non divennero perfette.

    Divennero attente.

    Che è cosa assai più utile.

    Stabilirono una sola regola.

    Nessuna questione importante poteva essere chiusa finché tutte e dodici non avessero parlato.

    E nessuna poteva intervenire una seconda volta prima che le altre avessero avuto il proprio turno.

    I cortigiani trovarono il sistema lento.

    I mercanti esasperante.

    Gli ambasciatori stranieri incomprensibile.

    Qualche volta lo era davvero.

    Ma accadde qualcosa.

    Le decisioni cominciarono a contenere parti di realtà che prima non entravano mai nella Sala del Trono.

    Le paure di Livia.

    I dubbi di Matilde.

    La memoria di Ottavia.

    La compassione di Flora.

    La disciplina di Elena.

    L’ambizione di Ginevra, che quando non poteva dominare diventava energia.

    Perfino i silenzi di Cecilia.

    Il regno non diventò privo di conflitti.

    Diventò incapace di fingere che una sola voce potesse contenerli tutti.

    Anni dopo, un bambino visitò il palazzo.

    Davanti al grande trono spezzato domandò alla guida:

    — Chi siede lì?

    — Nessuno.

    Il bambino parve sorpreso.

    — Allora a cosa serve?

    La guida esitò.

    Viola, ormai adulta, passava proprio in quel momento.

    Si fermò.

    — Serve a ricordarci una cosa.

    — Quale?

    Viola guardò il vecchio seggio.

    — Che non tutto ciò che è vuoto aspetta di essere riempito.

    Il bambino non comprese.

    Come spesso capita ai bambini, però, ricordò.

    Molti anni più tardi avrebbe capito anche il resto.


    LA MORALE DEL TRONO VUOTO

    Questa favola si ispira alla dodecafonia, il sistema musicale ideato da Arnold Schönberg in cui i dodici suoni della scala cromatica vengono messi sullo stesso piano: nessuno deve imporsi stabilmente come centro, e ciascuno deve avere il proprio spazio prima che uno possa tornare.

    Per questo le dodici principesse non devono scoprire chi sia la migliore.

    Devono capire che la domanda stessa è sbagliata.

    Non sempre l’armonia nasce quando una voce domina le altre.

    A volte nasce quando tutte possono essere ascoltate senza che nessuna venga dichiarata inutile.

    Le sorelle sono diverse, proprio come le dodici note.

    E il loro valore non consiste nell’essere uguali, ma nell’essere insostituibili.

    Quando una nota scompare, la musica si impoverisce.

    Quando una voce viene esclusa, anche il mondo diventa più piccolo.

    Il trono vuoto diventa allora il simbolo più importante della favola: non rappresenta un potere che manca, ma un centro che nessuno ha più bisogno di occupare.

    Perché qualche volta chiamiamo “disordine” soltanto un ordine nel quale non siamo più noi a comandare.

    Ed è forse questa la lezione più difficile della dodecafonia, e anche della vita: prima di ripetere la tua voce, assicurati che tutte le altre abbiano avuto il diritto di essere ascoltate.


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  • La falena d’argento e il nome perduto

    Prima dell’alba, un nome avrebbe dovuto dimostrare di meritare il futuro

    di Marialuisa Veneziano

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    🎧 MUSICA PER LA LETTURA
    Carl Maria von Weber: Grand Duo concertant, op. 48, per clarinetto e pianoforte
    Lascia che sia il clarinetto ad accompagnarti nella Parigi nebbiosa di Madame Oblio, tra botteghe illuminate, nomi che scompaiono e promesse affidate al tempo.
    Weber scrive per il clarinetto come se fosse una voce umana: sa inquietare, raccontare, indugiare nell’ombra e poi improvvisamente aprirsi alla luce.
    Non è soltanto una musica di accompagnamento
    È quasi una seconda voce della fiaba.
    Inizia la musica. Poi comincia a leggere.

    (Clicca sulla freccia nera per far apparire l’ascolto).

    A Parigi, in certi inverni, la nebbia aveva il cattivo gusto di entrare dappertutto.

    Entrava sotto le porte, si aggrappava alle ruote delle carrozze, appannava i vetri, si infilava nei colletti e rendeva i lampioni così pallidi che parevano chiedere scusa per non riuscire a illuminare meglio.

    La sera, nei quartieri più laboriosi, le botteghe chiudevano una dopo l’altra.

    Il calzolaio spegneva la lampada.

    Il libraio ritirava il cavalletto.

    Il fornaio ricopriva il pane rimasto.

    Persino i cavalli, a una certa ora, sembravano battere gli zoccoli con meno convinzione.

    Ma c’era una piccola bottega che spesso rimaneva accesa più a lungo delle altre.

    Da quella bottega uscivano rumori strani.

    Un raschiare.

    Un colpo leggero.

    Madame Oblio aveva imparato qualcosa che persino il tempo, da solo, non avrebbe potuto insegnarle. Esistono nomi che vogliono essere ricordati. Ed esistono nomi che accettano di diventare una responsabilità.

    Un tintinnio metallico.

    Poi silenzio.

    Poi una nota.

    Talvolta una sola.

    Lunga.

    Scura.

    Come se qualcuno stesse provando la voce di una creatura ancora senza nome.

    La bottega apparteneva alla famiglia Buffet.

    E lì si costruivano clarinetti.

    Jean-Louis Buffet era un uomo che non sapeva fare nulla in fretta.

    Il che, a Parigi, era già una forma di ribellione.

    Aveva mani robuste, un grembiule quasi sempre coperto di polvere di legno e la fastidiosa abitudine di ricontrollare una cosa proprio quando tutti gli altri erano convinti che fosse finita.

    Una vite poteva essere stretta.

    Jean-Louis la ricontrollava.

    Una chiave poteva funzionare.

    Jean-Louis la provava ancora.

    Un foro poteva essere ben calibrato.

    Jean-Louis lo misurava un’altra volta.

    Il suo apprendista, un ragazzo magro chiamato Étienne, lo trovava esasperante.

    — Monsieur Buffet — disse un pomeriggio, mentre fuori pioveva da tre ore e dentro la bottega anche la stufa sembrava essersi stancata — quella chiave funziona.

    Jean-Louis non alzò gli occhi.

    — Sì.

    Étienne aspettò.

    — Allora perché la state smontando?

    — Perché funziona quasi bene.

    — Ma quasi bene non significa bene?

    Jean-Louis si fermò.

    Guardò il ragazzo.

    — No.

    — A me sembrava di sì.

    — È per questo che sei ancora apprendista.

    Étienne sospirò.

    Jean-Louis sorrise.

    Poi gli mostrò la chiave.

    — Guarda qui.

    — Non vedo nulla.

    — Esatto.

    — Esatto cosa?

    — Il difetto è così piccolo che forse il musicista non saprà mai che esiste.

    Étienne si illuminò.

    — Allora possiamo lasciarlo.

    Jean-Louis tornò serio.

    — È proprio questo che non dobbiamo fare.

    Il ragazzo lo fissò.

    — Perché?

    Jean-Louis appoggiò lo strumento sul banco.

    — Perché fare bene qualcosa solo quando qualcuno può accorgersene non è mestiere.

    Fece una pausa.

    — È vanità.

    Étienne, che aveva quindici anni e riteneva la vanità un problema molto meno grave della fame, non parve del tutto convinto.

    Ma tacque.

    Fuori, sotto la pioggia, una donna vestita di grigio aveva smesso di camminare.

    Aveva ascoltato ogni parola.

    Poi riprese il cammino.

    Si chiamava Madame Oblio.

    Naturalmente nessuno sapeva se fosse il suo vero nome.

    I più anziani sostenevano che nessuno nascesse con un nome simile.

    I bambini, invece, ritenevano perfettamente possibile nascere già chiamandosi Oblio, specialmente se si aveva l’aria di quella donna.

    Madame Oblio era alta.

    Molto alta.

    E così sottile che, quando attraversava un vicolo immerso nella nebbia, pareva una riga d’inchiostro tracciata sulla pagina sbagliata.

    Indossava un abito color cenere.

    Non grigio chiaro.

    Non argento.

    Cenere.

    La seta cadeva pesante fino al selciato e sembrava assorbire la luce invece di rifletterla.

    La gonna era ampia, il busto severamente stretto, le maniche lunghe.

    Sul collo portava un alto pizzo nero.

    Sulle spalle, una mantellina di velluto scuro.

    Alla gola, una spilla d’argento a forma di falena.

    Le mani erano sempre coperte da guanti color avorio.

    Sempre.

    Anche d’estate.

    Anche in casa.

    Anche quando scriveva.

    Da un cappello dalla tesa larga scendeva un velo sottile.

    Dietro si intuiva un volto pallido, quasi immobile.

    Ma gli occhi si vedevano bene.

    Erano grigi.

    Non severi.

    Non crudeli.

    Semplicemente vecchi di troppe cose viste.

    Occhi abituati a osservare gli uomini dichiarare eterno ciò che sarebbe durato una stagione.

    Madame Oblio portava con sé una piccola borsa nera.

    Dentro c’erano una gomma bianca, una boccetta d’inchiostro trasparente, un paio di forbicine d’argento e un enorme registro.

    Sulla copertina era inciso:

    NOMI DI CUI IL MONDO HA SMESSO DI AVERE BISOGNO.

    Madame Oblio non amava spiegare il proprio mestiere.

    Se qualcuno glielo chiedeva, rispondeva:

    — Faccio ordine.

    Era una risposta che poteva significare tutto.

    E infatti significava molto.

    Madame Oblio cancellava i nomi.

    Non quelli appena morti.

    Sarebbe stato troppo facile.

    Aspettava.

    Un anno.

    Dieci.

    Cento.

    Quando un nome sopravviveva soltanto perché qualcuno pretendeva che sopravvivesse, Madame Oblio arrivava.

    Cancellava la firma di chi aveva amato più la gloria dell’opera.

    Il titolo di chi aveva governato soltanto per essere celebrato.

    L’iniziale di chi aveva voluto essere ricordato senza aver lasciato nulla di utile a nessuno.

    Non provava piacere.

    Non provava rimorso.

    Diceva:

    — Il tempo non è crudele. È selettivo.

    E nessuno osava domandarle chi le avesse dato il diritto di decidere.

    Forse perché, in fondo, tutti avevano paura della risposta.

    Nello stesso inverno in cui Madame Oblio ascoltò Jean-Louis parlare al suo apprendista, nella bottega entrò per la prima volta Zoé Crampon.

    Zoé non aveva l’aria di una persona destinata a cambiare la storia di qualcosa.

    Il che, come spesso accade, era un ottimo inizio.

    Aveva occhi vivaci, guanti color prugna e una risata che arrivava sempre mezzo secondo prima di quanto la buona educazione avrebbe consigliato.

    Jean-Louis le mostrò la bottega con orgoglio.

    Le mostrò il legno.

    Gli attrezzi.

    Le chiavi.

    Gli strumenti terminati.

    Zoé annuiva.

    — Interessante.

    — Solo interessante?

    — Molto interessante.

    — Peggio.

    Lei rise.

    Poi si fermò davanti a un banco pieno di piccoli componenti.

    Prese una vite minuscola.

    — E questa?

    — Serve a fissare una chiave.

    — Se mancasse?

    — Il meccanismo funzionerebbe male.

    Zoé la osservò.

    — Quindi una cosa che nessuno vede può rovinare tutto.

    Jean-Louis la guardò.

    — In sostanza, sì.

    Lei rimise la vite al suo posto.

    — È una bella lezione.

    — È una vite.

    — Le cose piccole danno ottime lezioni. Gli uomini importanti, molto meno.

    Jean-Louis non seppe cosa rispondere.

    Fu il primo di molti momenti in cui Zoé ebbe l’ultima parola.

    Qualche giorno dopo Jean-Louis le fece ascoltare uno strumento nuovo.

    Un clarinettista venne in bottega.

    Montò lo strumento.

    Inspirò.

    Suonò una frase.

    Jean-Louis era soddisfatto.

    Zoé no.

    — C’è qualcosa.

    Il clarinettista sorrise.

    — Madame è musicista?

    — No.

    Jean-Louis sospirò.

    — Appunto.

    Zoé gli lanciò uno sguardo.

    — Suoni ancora.

    L’uomo suonò.

    Zoé sollevò un dito.

    — Ecco.

    — Cosa?

    — Quella nota.

    Jean-Louis prese lo strumento.

    — È intonata.

    — Non ho detto che non lo è.

    — E allora?

    Zoé cercò la parola.

    — È trattenuta.

    Jean-Louis aggrottò la fronte.

    — Una nota non può essere trattenuta.

    — Questa sì.

    Il clarinettista suonò ancora.

    Jean-Louis ascoltò con più attenzione.

    E finalmente sentì.

    Una minima resistenza.

    Quasi nulla.

    Smontò il clarinetto.

    Controllò il meccanismo.

    Corresse un dettaglio minuscolo.

    Il musicista riprovò.

    La nota cambiò.

    Non di altezza.

    Di libertà.

    Zoé sorrise.

    — Adesso respira.

    Jean-Louis la guardò più a lungo del necessario.

    E fu così, senza castelli, senza draghi e senza violini celestiali, che cominciò una grande storia d’amore.

    Si sposarono nel 1836.

    Il matrimonio fu allegro e imperfetto.

    Uno zio bevve troppo.

    Un bambino dormì sotto un tavolo.

    Un violinista saltò un’intera frase musicale, ma la eseguì così male che nessuno poté dimostrare che fosse davvero mancata.

    Zoé rise.

    Jean-Louis la guardò ridere.

    Pensò che sarebbe stato felice di ascoltare quel suono per il resto della vita.

    Naturalmente non glielo disse.

    Gli uomini dell’Ottocento, come quelli di qualunque altro secolo, erano capaci di costruire cose complicatissime e di fallire miseramente davanti a una frase semplice.

    Pochi giorni dopo Jean-Louis portò in bottega una nuova tavola di legno.

    Su di essa era inciso:

    BUFFET

    Zoé la osservò.

    — Bella.

    Jean-Louis si irrigidì.

    — Che c’è?

    — Nulla.

    — Quando dici “bella” in quel modo c’è sempre qualcosa.

    Zoé prese un pezzetto di carboncino.

    Accanto alla parola Buffet scrisse:

    CRAMPON

    Jean-Louis rimase in silenzio.

    Ora c’era scritto:

    BUFFET CRAMPON

    — È lungo — disse.

    — Anche un buon matrimonio.

    — È il nome della mia famiglia.

    Zoé annuì.

    — Lo so.

    — La bottega è nata così.

    — Lo so.

    Jean-Louis la guardò.

    — E allora?

    Zoé posò il carboncino.

    — Non voglio cancellare ciò che c’era prima di me.

    Poi indicò il secondo nome.

    — Voglio capire se una storia, per continuare, debba restare identica.

    Jean-Louis non rispose.

    Fuori, una carrozza passò sollevando spruzzi di fango.

    Zoé guardò ancora la tavola.

    — Forse un’eredità non è una cosa da conservare sotto vetro.

    — E cos’è?

    — Qualcosa a cui aggiungere il proprio pezzo senza distruggere quello degli altri.

    Jean-Louis osservò i due nomi.

    Per la prima volta non vide due cognomi.

    Vide due direzioni che si incontravano.

    Non sapeva ancora che, dall’altro lato della strada, Madame Oblio era ferma sotto un lampione.

    E stava osservando proprio quella tavola.

    Quella sera Madame Oblio tornò a casa.

    Se casa poteva chiamarsi.

    Era un appartamento al terzo piano di un edificio che nessuno ricordava di aver visto costruire.

    Le pareti erano coperte di scaffali.

    Sugli scaffali c’erano registri.

    Migliaia.

    Madame Oblio accese una sola lampada.

    Si sedette.

    Aprì il grande libro.

    Cercò la B.

    Buffet.

    Nulla.

    Poi la C.

    Crampon.

    Nulla.

    Prese la penna.

    La tenne sospesa.

    Non scrisse.

    — Vedremo — mormorò.

    Poi chiuse il libro.

    La mattina seguente, sulla tavola rimaneva soltanto una parola.

    BUFFET

    Crampon era sparito.

    Non cancellato male.

    Non raschiato.

    Sparito.

    Zoé lo notò per prima.

    — Jean-Louis.

    — Cosa?

    — Vieni qui.

    Lui arrivò.

    Guardò.

    — Hai cancellato tu?

    Zoé sollevò lentamente gli occhi.

    Jean-Louis capì subito di aver posto la domanda sbagliata.

    — Scusa.

    Riscrissero il nome.

    Il mattino dopo scomparve Buffet.

    Rimase solo:

    CRAMPON

    Il terzo giorno scomparvero entrambi.

    Questa volta Jean-Louis non disse nulla.

    Prese il carboncino.

    Li riscrisse.

    Poi cominciarono le dimenticanze.

    Un fornitore entrò.

    — Buongiorno, monsieur…

    Si bloccò.

    Jean-Louis lo conosceva da anni.

    — Buffet.

    L’uomo arrossì.

    — Naturalmente.

    Il giorno dopo una vicina incontrò Zoé per strada.

    — Madame…

    Silenzio.

    — Crampon.

    — Sì. Perdoni.

    Ma la cosa peggiore accadde una sera.

    Zoé stava scrivendo una lettera.

    Arrivò alla firma.

    Zoé C…

    La penna si fermò.

    Jean-Louis la vide sbiancare.

    — Che succede?

    Zoé continuava a fissare il foglio.

    — Non ricordo.

    — Cosa?

    — Il mio cognome.

    Jean-Louis rise.

    Lei no.

    — Non ricordo il mio cognome.

    Passarono cinque lunghi secondi.

    Poi la parola tornò.

    — Crampon.

    Zoé posò la penna.

    Quella notte nessuno dei due dormì bene.

    A mezzanotte esatta suonò il campanello.

    Jean-Louis scese.

    Aprì.

    Madame Oblio era davanti alla porta.

    La nebbia si muoveva dietro di lei come una tenda.

    L’abito color cenere.

    I guanti.

    La falena d’argento.

    Il velo.

    — Buonasera.

    — Chi siete?

    — Dipende da quanto avete da perdere.

    Jean-Louis non apprezzò la risposta.

    Zoé arrivò alle sue spalle.

    Madame Oblio entrò.

    Non chiese permesso.

    Si avvicinò all’insegna.

    — Buffet Crampon.

    Pronunciò lentamente i due nomi.

    Come se li stesse pesando.

    Poi aprì la borsa.

    Estrasse il registro.

    Lo posò sul banco.

    Jean-Louis lesse la copertina.

    NOMI DI CUI IL MONDO HA SMESSO DI AVERE BISOGNO.

    — È lei — sussurrò Zoé.

    Madame Oblio la guardò.

    — Ci conosciamo?

    — No.

    — Allora come fate a saperlo?

    Zoé abbassò lo sguardo sulla gomma bianca.

    — Intuito.

    Madame Oblio sorrise.

    — Pericolosa qualità.

    Jean-Louis si mise davanti alla tavola.

    — Cosa volete?

    — Una risposta.

    — A quale domanda?

    Madame Oblio sfiorò la parola Buffet.

    — Perché questo dovrebbe restare?

    Jean-Louis rispose immediatamente:

    — È il nome di mio padre.

    — Non ve l’ho chiesto.

    — Ha fondato questa bottega.

    — Molte botteghe chiudono.

    — Ha lavorato tutta la vita.

    — Molti lo fanno.

    Jean-Louis tacque.

    Madame Oblio indicò Crampon.

    — E questo?

    Zoé la guardò.

    — È il mio nome.

    — Lo vedo.

    — Rappresenta una nuova storia.

    — Tutte le storie sono nuove all’inizio.

    Zoé strinse le labbra.

    Madame Oblio guardò entrambi.

    — Voi credete che un nome meriti di vivere perché vi appartiene.

    Nessuno rispose.

    — È un errore comune.

    Aprì il libro.

    — I miei scaffali sono pieni di persone che pensavano lo stesso.

    Jean-Louis si irrigidì.

    — Non avrete questi nomi.

    Madame Oblio sorrise.

    — Non ancora.

    Estrasse un piccolo orologio d’argento.

    — Avete fino all’alba.

    — Per fare cosa?

    — Convincermi che queste due parole significano qualcosa anche per chi non siete voi.

    Jean-Louis guardò Zoé.

    — E se non ci riusciamo?

    Madame Oblio prese la gomma.

    — Domattina nessuno ricorderà che siano mai esistite.

    Poi uscì.

    Jean-Louis passò la prima ora a cercare argomenti.

    — Mio padre.

    Zoé scosse la testa.

    — Glielo hai già detto.

    — La bottega.

    — Anche.

    — Gli strumenti.

    — Troppo generico.

    — La qualità.

    — Suona come un cartello pubblicitario.

    Jean-Louis la guardò male.

    Zoé si sedette.

    — Stiamo sbagliando.

    — Cosa?

    — Stiamo cercando di spiegare perché meritiamo di essere ricordati.

    — È precisamente ciò che ci ha chiesto.

    Zoé scosse il capo.

    — No.

    — Zoé…

    — Ci ha chiesto cosa significano questi nomi per chi non siamo noi.

    Jean-Louis tacque.

    Zoé indicò un clarinetto incompleto.

    — Finiscilo.

    — Ora?

    — Ora.

    — Mancano poche ore all’alba!

    — Appunto.

    — E quello dovrebbe salvare il nostro nome?

    Zoé lo guardò.

    — Smettila di salvarlo.

    Jean-Louis la fissò.

    — Cosa?

    — Da quando è arrivata quella donna, non pensi più al clarinetto.

    — Sto cercando di evitare che dimentichino il mio cognome!

    — Esattamente.

    Zoé si alzò.

    — E se per salvare il nome smetti di fare bene ciò che quel nome dovrebbe rappresentare, allora Madame Oblio ha già vinto.

    Silenzio.

    Jean-Louis guardò il banco.

    Il legno.

    Le chiavi.

    Gli strumenti.

    Poi si tolse la giacca.

    Indossò il grembiule.

    E cominciò.

    La notte avanzò.

    Jean-Louis lavorava.

    Zoé ascoltava.

    Étienne fu svegliato e mandato a prendere una lampada.

    — A quest’ora? — protestò.

    — A quest’ora.

    — Stiamo impazzendo?

    — Probabilmente.

    — Bene. Volevo solo saperlo.

    Lavorarono.

    Una chiave quasi perfetta venne smontata.

    Un tampone sostituito.

    Una molla alleggerita.

    A un certo punto Étienne sbadigliò.

    — Monsieur Buffet, nessuno saprà mai che abbiamo passato mezz’ora su quella vite.

    Jean-Louis si fermò.

    Lo guardò.

    Poi sorrise.

    — Esatto.

    Zoé abbassò gli occhi per nascondere il proprio sorriso.

    Poco prima dell’alba lo strumento era pronto.

    Non era decorato.

    Non era straordinario da vedere.

    Non aveva nulla di teatrale.

    Era semplicemente fatto bene.

    Madame Oblio arrivò con il primo chiarore.

    — Tempo.

    Jean-Louis le porse il clarinetto.

    Lei lo guardò.

    — Questo sarebbe il vostro argomento?

    — No.

    — E allora?

    — È il nostro lavoro.

    Madame Oblio aggrottò appena le sopracciglia.

    Jean-Louis chiamò Étienne.

    — Suona.

    Il ragazzo impallidì.

    — Io?

    — Tu.

    — Davanti a lei?

    Guardò Madame Oblio.

    — Preferirei un incendio.

    — Suona.

    Étienne prese lo strumento.

    Inspirò.

    La prima nota uscì esitante.

    La seconda meglio.

    Poi una frase.

    Semplice.

    Chiara.

    Il suono riempì la bottega.

    Madame Oblio ascoltò.

    Quando Étienne terminò, lei aspettò.

    — E dunque?

    Jean-Louis rispose:

    — Lui non sa quanto tempo ho impiegato su quella chiave.

    Madame Oblio taceva.

    — Non sa chi abbia scelto il legno.

    Zoé aggiunse:

    — Non sa quante persone abbiano imparato prima di noi ciò che ci ha permesso di costruirlo.

    Jean-Louis guardò l’apprendista.

    — E un giorno, forse, qualcuno suonerà uno strumento fatto qui senza sapere nulla di me.

    — Terribile — disse Madame Oblio.

    Jean-Louis sorrise appena.

    — Una settimana fa avrei pensato di sì.

    — E adesso?

    — Adesso penso che forse sia proprio questo il punto.

    Madame Oblio lo studiò.

    Zoé intervenne.

    — Un nome non dovrebbe obbligare il futuro a ricordare il passato.

    — Interessante.

    — Dovrebbe obbligare chi lo porta a essere degno di ciò che promette.

    Madame Oblio non si mosse.

    Jean-Louis indicò l’insegna.

    — Se Buffet Crampon significa soltanto noi due, cancellatelo.

    Zoé lo guardò.

    Jean-Louis continuò.

    — Se invece può significare un lavoro fatto con cura per qualcuno che forse non conosceremo mai…

    Madame Oblio abbassò gli occhi sul clarinetto.

    — Allora?

    Jean-Louis respirò.

    — Allora il nome non è più un monumento.

    Zoé completò:

    — È una responsabilità.

    Madame Oblio prese la gomma.

    Si avvicinò all’insegna.

    Passò la mano.

    BUFFET scomparve.

    Jean-Louis fece un passo.

    Zoé lo trattenne.

    Seconda passata.

    CRAMPON scomparve.

    Tavola vuota.

    Étienne spalancò gli occhi.

    — Ma…

    Madame Oblio alzò un dito.

    — Suona.

    Il ragazzo obbedì.

    La nota uscì.

    Identica.

    Libera.

    Madame Oblio guardò Jean-Louis.

    — Il vostro nome non c’è più.

    Poi indicò il clarinetto.

    — Eppure questo è rimasto.

    Jean-Louis non rispose.

    Madame Oblio sorrise.

    — Perché?

    Zoé fu la prima a capire.

    — Perché il valore non era scritto sull’insegna.

    Madame Oblio annuì lentamente.

    — Era nel lavoro.

    Silenzio.

    Poi, con un gesto lieve, passò nuovamente il guanto sulla tavola.

    Le lettere tornarono.

    BUFFET CRAMPON

    Jean-Louis la fissò.

    — Perché ce lo restituite?

    Madame Oblio richiuse la gomma nella borsa.

    — Perché adesso sapete che non vi appartiene.

    Jean-Louis corrugò la fronte.

    Lei indicò l’insegna.

    — Da oggi quel nome non dirà chi siete.

    Guardò lo strumento.

    — Dirà cosa promettete.

    Zoé la osservò.

    — E se un giorno quella promessa non fosse mantenuta?

    Madame Oblio sorrise.

    — Tornerò.

    Fece per andarsene.

    Poi Zoé la chiamò.

    — Madame Oblio.

    La donna si voltò.

    — Posso farvi una domanda?

    — Una.

    — Perché conservate i nomi che cancellate?

    Madame Oblio rimase immobile.

    — Chi vi ha detto che li conservo?

    Zoé indicò il registro.

    — Se voleste davvero distruggerli, non avreste bisogno di scriverli.

    Per la prima volta Madame Oblio sembrò sorpresa.

    Zoé continuò:

    — Li ricordate tutti?

    La donna non rispose.

    Jean-Louis guardò il grande libro.

    — Tutti quelli che il mondo ha dimenticato?

    Madame Oblio abbassò gli occhi.

    Passò una mano sulla copertina.

    — Qualcuno deve pur farlo.

    Zoé sorrise piano.

    — Allora non siete l’Oblio.

    Madame Oblio la fissò.

    — Come?

    — Siete l’ultima memoria.

    La donna rimase perfettamente immobile.

    Perfino la nebbia oltre la porta sembrò fermarsi.

    Poi Madame Oblio sollevò lentamente le mani.

    Si tolse i guanti.

    Le sue dita erano sottili.

    Normali.

    Umane.

    Zoé notò una cosa.

    Sul dito indice c’era una piccola macchia d’inchiostro.

    Madame Oblio la guardò.

    — Curioso.

    — Cosa?

    — In centinaia d’anni nessuno mi aveva mai fatto notare che forse ho sbagliato mestiere.

    Zoé sorrise.

    — Capita.

    Madame Oblio quasi rise.

    Quasi.

    Poi uscì nella nebbia.


    Epilogo

    Gli anni passarono.

    Gli anni hanno questa abitudine.

    Cambiano i visi.

    Consumano le mani.

    Sbiadiscono le fotografie.

    Rendono vecchie le novità.

    Jean-Louis invecchiò.

    Zoé pure.

    Étienne diventò adulto.

    Altri entrarono nella bottega.

    Altri impararono.

    Altri sbagliarono.

    Altri corressero.

    Gli strumenti cambiarono.

    Si perfezionarono.

    Viaggiarono.

    Furono suonati in sale luminose e in stanze povere.

    Da professionisti e da ragazzi alla prima lezione.

    Da persone che conoscevano quella storia e da persone che non avevano mai sentito pronunciare i nomi di Jean-Louis o Zoé.

    E forse era proprio quello il loro trionfo.

    Perché la vera eredità non costringe chi viene dopo a vivere rivolto all’indietro.

    Gli mette qualcosa di buono tra le mani.

    E gli dice:

    Vai.

    Madame Oblio tornò molte volte.

    Nelle sere d’inverno.

    Sempre con l’abito color cenere.

    Sempre con la falena d’argento.

    Sempre con il grande registro.

    Si fermava davanti all’insegna.

    BUFFET CRAMPON

    La osservava.

    Poi ascoltava.

    Se dalla bottega arrivava il rumore di qualcuno che lavorava ancora quando sarebbe stato più facile accontentarsi…

    se una mano ricontrollava una chiave che nessun cliente avrebbe mai saputo essere stata corretta…

    se qualcuno cercava non il suono più facile, ma quello più giusto…

    Madame Oblio richiudeva la borsa.

    E continuava il proprio cammino.

    Una sera d’inverno, molti anni più tardi, rimase davanti alla bottega più a lungo del solito.

    Dall’interno arrivò il suono di un clarinetto.

    Prima una nota.

    Poi un’altra.

    Infine una melodia.

    Madame Oblio sollevò il viso verso l’insegna.

    La falena d’argento tremò appena alla luce del lampione.

    La sua mano scese verso la borsa.

    Sfiorò la gomma bianca.

    Ma non la prese.

    Restò ad ascoltare fino all’ultima nota.

    Poi sorrise.

    E scomparve nella nebbia.


    Morale

    I primi chiedono:

    «Quanto a lungo parlerete di me?»

    I secondi chiedono:

    «Che cosa diventerà migliore perché io sono passato di qui?»

    È una domanda assai più severa.

    Perché la fama può essere ereditata. La reputazione può essere comprata. Una targa può durare secoli.

    Ma nessuna scritta, nessuna statua, nessun cognome può sostituire il valore reale di ciò che viene consegnato agli altri.

    E forse è per questo che un clarinetto è una creatura più saggia di molti uomini.

    Non cerca di possedere il respiro.

    Se lo facesse, non produrrebbe alcun suono.

    Lo riceve, lo trasforma e lo lascia andare.

    Così fanno le cose che meritano davvero di durare.

    Così fanno i maestri, così fanno gli amori migliori; così fanno le vite che non hanno bisogno di diventare monumenti.

    Perché, prima o poi, Madame Oblio viene a prendere il nostro nome.

    È il suo mestiere.

    Ma la domanda che conta non è se riusciremo a impedirglielo.

    È un’altra:

    quando il nostro nome non sarà più pronunciato, resterà nel mondo qualcosa che, grazie al nostro passaggio, funziona meglio, respira meglio, vive meglio?

    Se la risposta è no, nessuna lapide sarà abbastanza grande.

    Se la risposta è sì, forse abbiamo già ottenuto qualcosa di più importante della memoria.

    Abbiamo lasciato un’eredità.

    Abbiamo ricevuto qualcosa dal mondo e non ci siamo limitati a trattenerlo.

    Lo abbiamo lavorato. Curato. Migliorato e consegnato oltre.

    Proprio come accade nel clarinetto.

    Il respiro entra, attraversa il legno, diventa suono.

    E poi se ne va.

    Ma dopo essere passato da lì, non è più soltanto aria.

    È diventato musica.

    Forse anche noi siamo questo: un luogo di passaggio tra ciò che abbiamo ricevuto e ciò che avremo il coraggio di lasciare.

    E allora, quando Madame Oblio verrà, potrà pure prendere il nostro nome. Ciò che abbiamo davvero trasmesso sarà già altrove, nelle mani, nelle vite, nel respiro di qualcun altro.

    I SIMBOLI DELLA NOVELLA (Clicca sulla freccia nera per aprire i contenuti)

    La falena d’argento
    Appartiene alla notte, ma cerca la luce.

    Il registro
    Conserva ciò che il mondo non sa più nominare.

    La gomma bianca
    Cancella le lettere, ma rivela il valore.

    Il clarinetto
    Trasforma un respiro in eredità.

    L’insegna
    Un nome vale solo quanto la promessa che mantiene.

    La nebbia
    Nasconde il mondo per far parlare il mistero.


    Una risposta a “La falena d’argento e il nome perduto”

    1. Avatar Danilo Dolciotti
      Danilo Dolciotti

      Bellissima questa favola sul clarinetto e su uno dei produttori migliori di clarinetti… bravissima

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  • Il duello senza pistole

    Liszt, Thalberg e la notte in cui Parigi combatté con ottantotto tasti.

    di Marialuisa Veneziano

    ************

    🎧 MUSICA PER LA LETTURA – (Box 1)
    Sigismond Thalberg – Fantaisie sur des thèmes de Moïse, op. 33
    Questa volta non ascoltiamo una semplice colonna sonora.Entriamo direttamente nel duello.
    Comincia con Thalberg: cerca quella melodia che sembra cantare nel centro della tastiera mentre le altre dita le costruiscono sopra e sotto un intero mondo sonoro. È il celebre effetto delle “tre mani”.

    Clicca sulla freccia nera per far apparire l’ascolto

    Matteo ricevette l’arma alle nove del mattino.

    Era lunga quindici centimetri, aveva la punta appena temperata ed era rossa.

    — Non perderla — disse il signor Valmont.

    Matteo la rigirò tra le dita.

    — È una matita.

    — Lo vedo.

    — Avevate detto che mi avreste affidato una cosa importante.

    Il direttore della tipografia sollevò gli occhi.

    — Con quella, questa sera, ucciderai un uomo.

    Matteo lasciò quasi cadere la matita.

    Valmont scoppiò a ridere.

    — Un nome, idiota. Ucciderai un nome.

    Sul banco, tra caratteri di piombo, stracci sporchi d’inchiostro e fogli ancora umidi, erano distese due prime pagine.

    La prima annunciava:

    La seconda:

    Matteo lesse la prima.

    Poi la seconda.

    Poi tornò alla prima.

    — Ma il concerto è stasera.

    — Ottima memoria.

    — Non hanno ancora suonato.

    — Altra osservazione impeccabile.

    — E voi avete già scritto chi ha vinto?

    — Ho scritto entrambe le possibilità.

    Matteo si grattò la fronte.

    — E se non vince nessuno?

    Valmont smise di sorridere.

    Lo guardò con quella particolare compassione che gli adulti riservano ai bambini quando dicono qualcosa di ragionevole.

    — Hai quattordici anni, vero?

    — Sì.

    — Si sente.

    Indicò le due pagine.

    — Stasera andrai al palazzo della principessa Belgiojoso. Ascolterai Liszt e Thalberg. Quando avranno finito, prenderai questa matita e farai una croce sul nome del perdente.

    — E poi?

    — Corri qui.

    — Quanto forte?

    — Se vuoi conservare il lavoro, abbastanza da arrivare prima delle due.

    Matteo infilò la matita in tasca.

    — Quindi sarò io a decidere chi ha vinto.

    Valmont rise.

    — No, ragazzo mio. Parigi ha già deciso.

    — E allora io a cosa servo?

    — A scoprire quale Parigi aveva ragione.

    Quella frase rimase nella testa di Matteo per tutta la giornata.

    Non perché fosse particolarmente intelligente.

    Perché, camminando per la città, si accorse che era vera.

    Parigi si era divisa.

    Non con barricate.

    Non ancora.

    Con qualcosa di molto più comodo: le opinioni.

    Nei caffè si litigava.

    Nei salotti si litigava con voce più bassa.

    Nelle botteghe si litigava interrompendo il lavoro.

    Sui giornali si litigava con l’inchiostro, che aveva il vantaggio di rendere permanenti anche le sciocchezze.

    — Liszt è un genio.

    — Liszt è un acrobata.

    — Thalberg fa cantare il pianoforte.

    — Thalberg fa sempre lo stesso trucco.

    — Liszt è il futuro.

    — Thalberg ha gusto.

    — Liszt ha il fuoco.

    — Thalberg non ne ha bisogno.

    Vicino al Pont-Neuf, Matteo consegnò alcune bozze a un uomo che stava discutendo animatamente.

    — Thalberg non vale la metà di Liszt!

    Matteo si fermò.

    — L’avete sentito?

    L’uomo lo guardò.

    — Chi?

    — Thalberg.

    — No.

    — E allora come sapete che Liszt è migliore?

    L’uomo si tolse lentamente gli occhiali.

    — Tu per chi sei?

    — Non lo so.

    L’uomo lo fissò con sospetto.

    — E allora perché parli?

    Matteo proseguì.

    Dieci minuti dopo udì due signore.

    — Liszt sarà certamente insopportabile.

    — Lo hai mai ascoltato?

    — Mai.

    — E allora?

    La signora aprì il ventaglio.

    — Mia cara, certe cose si capiscono.

    Matteo continuò a camminare.

    Verso mezzogiorno cominciò ad avere l’impressione che il concerto della sera servisse a tutto tranne che ad ascoltare musica. Il palazzo della principessa Cristina Trivulzio di Belgiojoso era già in fermento.

    Il concerto sarebbe stato benefico. Una parte del ricavato sarebbe servita agli italiani in difficoltà ed esuli.

    Quando Matteo lo seppe, si raddrizzò.

    — Io sono italiano e sono in difficoltà.

    Il maggiordomo che gli stava consegnando una pila di programmi lo squadrò.

    — Ti terrò presente se avanzano tartine.

    Matteo decise che, per un francese, era un uomo spiritoso.

    Passò il pomeriggio trasportando sedie, piegando fogli e cercando di non rompere nulla che valesse più di sua madre, cioè quasi tutto.

    Fu allora che sentì il primo pianoforte.

    La porta di un salottino era aperta.

    Matteo sbirciò.

    Un uomo elegantissimo sedeva alla tastiera.

    Non si muoveva molto.

    Non ne aveva bisogno.

    Dal pianoforte uscì una melodia nitida, perfettamente riconoscibile, come se qualcuno stesse cantando nel centro dello strumento.

    Ma sopra quella voce correvano arabeschi.

    E sotto si muoveva il basso.

    Matteo guardò le mani.

    Due.

    Ascoltò.

    Tre.

    Guardò di nuovo.

    Due.

    Fece qualche passo.

    Si chinò accanto al pianoforte.

    La musica si interruppe.

    — C’è qualcosa di interessante sotto?

    Matteo alzò la testa.

    L’uomo lo osservava.

    — Cercavo la terza mano.

    Silenzio.

    — Quale terza mano?

    — Quella che suona la melodia.

    L’uomo rimase serio.

    Poi rise.

    — E l’hai trovata?

    — No.

    — Peccato. È anni che la cercano.

    Matteo si rialzò.

    — Voi siete Thalberg.

    — Dipende.

    — Da cosa?

    — Se vieni a riscuotere denaro, no.

    Matteo sorrise.

    Sigismond Thalberg gli fece cenno di avvicinarsi.

    — Guarda.

    Ripeté lentamente il passaggio.

    La melodia passava fra i pollici, nel registro centrale. Le altre dita costruivano intorno un paesaggio sonoro che dava l’illusione di più piani sovrapposti.

    Matteo spalancò gli occhi.

    — È un trucco.

    Thalberg lo guardò.

    — Tu lavori in una tipografia?

    — Sì.

    — Quando stampi la parola mare, il foglio si bagna?

    — No.

    — Allora anche voi fate trucchi.

    — Non è la stessa cosa.

    — Naturalmente. Il mio costa molto di più.

    Matteo rise.

    Poi ricordò la matita nella tasca.

    — Stasera vincerete?

    Thalberg smise di suonare.

    — Contro chi?

    — Liszt.

    — Ah.

    Il nome rimase fra loro.

    — Tutti dicono che sarà un duello.

    — Gli esseri umani amano molto i duelli nei quali non rischiano di essere colpiti.

    — Ma voi volete vincere?

    Thalberg lo guardò.

    Matteo si aspettava una frase magnifica sulla superiorità dell’arte.

    Thalberg disse:

    — Moltissimo.

    Matteo rimase deluso.

    — Pensavo avreste detto che conta soltanto la musica.

    Thalberg richiuse piano la tastiera.

    — È una delle cose che i musicisti dicono quando hanno già vinto.

    BOX MUSICOLOGICO (Clicca sulla freccia nera per aprire i contenuti)

    L’altro pianoforte si trovava due stanze più in là.

    Matteo sentì la stessa frase nove volte.

    Alla decima si affacciò.

    Franz Liszt sedeva da solo.

    Suonava quattro battute.

    Si fermava.

    Ripeteva.

    Ancora.

    Ancora.

    Alla dodicesima Matteo domandò:

    — Non vi riesce?

    Liszt si voltò.

    — Come?

    — Quel pezzo.

    — Perché?

    — Continuate a rifarlo.

    Liszt lo studiò.

    — Quando tu non sai fare qualcosa, quante volte provi?

    — Di solito alla terza arriva il signor Valmont e mi chiama incapace.

    Liszt rise.

    Matteo entrò.

    Nel piegarsi per raccogliere alcuni programmi, lasciò cadere le due prime pagine.

    Liszt le raccolse.

    Lesse:

    LISZT SCHIACCIA THALBERG.

    Un sorriso.

    Girò il foglio.

    THALBERG DETRONIZZA LISZT.

    Il sorriso rimase, ma gli occhi cambiarono.

    — Previdenti.

    — Devo riportarne uno stanotte.

    — Allora non avrai difficoltà.

    — Quale?

    Liszt indicò il primo.

    Matteo rise.

    — Anche Thalberg vuole vincere.

    — Che uomo sorprendente.

    — Pensavo anche voi avreste detto che conta soltanto la musica.

    Liszt tornò al pianoforte.

    — Thalberg ti ha detto così?

    — No.

    — Allora, per una volta, siamo perfettamente d’accordo.

    Riprese le quattro battute.

    Matteo lo osservò.

    Due uomini diversissimi.

    Entrambi volevano vincere.

    Per ragioni che Matteo non conosceva ancora, la cosa gli piacque.

    Li rendeva meno statue.

    Più pericolosi.

    Più umani.

    Ed è proprio quando ci si sente importanti che si commettono le stupidaggini migliori.

    Thalberg era nel corridoio quando Matteo uscì.

    — Hai incontrato Liszt?

    — Sì.

    — E?

    Matteo avrebbe potuto dire:

    Sta provando.

    Avrebbe potuto dire:

    Vuole vincere.

    Avrebbe potuto tacere.

    Invece sentì la voce di Valmont nella testa.

    Nessuno compra un giornale se non succede niente.

    — Ha detto che stasera vi farà dimenticare.

    Thalberg si fermò.

    — Ha detto questo?

    Il cuore di Matteo ebbe un piccolo sobbalzo.

    — Più o meno.

    Era falso.

    Non completamente falso, si disse.

    Liszt voleva vincere.

    Una frase, in fondo, valeva l’altra.

    Thalberg lo guardò ancora per un momento.

    Poi entrò nella sala prove e chiuse la porta.

    Poco dopo Matteo sentì il pianoforte.

    Non più calmo come prima.

    Più rapido.

    Più duro.

    Una frase venne ripetuta tre volte.

    Matteo sentì freddo.

    Aveva fatto qualcosa.

    Non sapeva quanto grande.

    Per la prima volta tirò fuori la matita rossa.

    La guardò.

    Non sembrava più tanto innocente.

    Alle otto il palazzo smise di essere una casa.

    Divenne un teatro.

    Poi, lentamente, un’arena.

    Carrozze davanti all’ingresso.

    Gioielli.

    Uniformi.

    Profumi.

    Seta.

    Ventagli.

    Voci.

    Matteo riconobbe i sostenitori di Liszt e quelli di Thalberg senza che nessuno portasse una divisa.

    Bastava ascoltarli.

    — Se Thalberg fa ancora quel suo giochetto della melodia centrale, me ne vado.

    — Davvero?

    — Naturalmente.

    — Lo avete mai sentito?

    — No.

    Più avanti:

    — Liszt suona troppo forte.

    — Non ha ancora cominciato.

    — Non importa.

    Matteo strinse i programmi.

    Aveva trascorso il pomeriggio con i due uomini.

    Nessuno dei due assomigliava alla versione che ne davano quelle persone.

    Mentre attraversava il salone, qualcuno gli sfilò dalla tasca i fogli.

    Matteo si girò spaventato.

    La principessa Belgiojoso li stava leggendo.

    Uno.

    Poi l’altro.

    — Molto pratico.

    — Altezza…

    — Non preoccuparti. Non denuncerò il tuo giornale per eccesso di immaginazione.

    Gli restituì i fogli.

    — Quale userete?

    — Quello giusto.

    — E se fossero sbagliati entrambi?

    Matteo esitò.

    — Il mio direttore dice che è impossibile.

    La principessa lo osservò.

    — Dev’essere un uomo molto fortunato.

    — Perché?

    — Io ho trascorso gran parte della vita vedendo accadere cose che uomini molto sicuri avevano appena definito impossibili.

    Poi indicò la sala.

    — Ascolta bene.

    — È quello che devo fare.

    — No.

    Cristina sorrise appena.

    — Tu devi scegliere. È diverso.

    Si allontanò.

    Matteo rimase lì.

    Per la prima volta quelle due cose gli sembrarono davvero diverse.

    Quando Thalberg si avvicinò al pianoforte, la sala cadde nel silenzio.

    Un silenzio tutt’altro che innocente.

    Centinaia di persone stavano aspettando.

    Alcune la musica.

    Molte il verdetto.

    Thalberg posò le mani sulla tastiera.

    Cominciò la Fantasia sul Mosè di Rossini.

    Matteo lo conosceva ormai abbastanza da vedere ciò che il pubblico non poteva vedere.

    All’inizio Thalberg era teso.

    Lo capì dalle spalle.

    Dalla prima respirazione.

    Da quel gesto minuscolo con cui aveva sistemato il polsino.

    Forse stava pensando alla frase che Matteo gli aveva attribuito a Liszt.

    Vi farà dimenticare.

    Matteo sentì la vergogna salire.

    Poi Thalberg cominciò davvero a suonare.

    E dimenticò tutto.

    La melodia comparve nel centro della tastiera.

    Cantava.

    Non aveva altro verbo.

    Cantava.

    Attorno a essa, le note correvano come acqua attorno a una pietra.

    Sopra.

    Sotto.

    Tre piani sonori con due mani.

    Matteo guardò.

    Non cercò più la terza.

    Chiuse gli occhi.

    E vide sua madre.

    Non nel presente.

    Due anni prima.

    Durante il viaggio verso Parigi.

    Una stanza presa per una notte.

    Poche monete.

    La pioggia.

    Lui che chiedeva se il giorno dopo avrebbero mangiato.

    Sua madre che non rispondeva.

    Poi, nel buio, una canzone italiana.

    Cantata piano.

    Con una voce che voleva sembrare sicura e non lo era.

    Matteo, allora, lo aveva capito.

    Ma aveva fatto finta di no.

    Thalberg continuava.

    La melodia restava ferma al centro mentre intorno tutto cambiava.

    Proprio come quella voce.

    Sua madre aveva avuto paura.

    E aveva cantato lo stesso.

    Matteo aprì gli occhi.

    Per alcuni secondi non vide il salotto della principessa.

    Vide casa.

    Una casa che non esisteva più.

    L’ultima nota si spense.

    Ci fu un brevissimo silenzio.

    Poi l’applauso.

    Enorme.

    Matteo infilò la mano nella tasca.

    Tirò fuori la pagina:

    THALBERG DETRONIZZA LISZT.

    Prese la matita rossa.

    Avvicinò la punta alla carta.

    Un centimetro.

    Mezzo.

    Si fermò.

    Liszt non aveva ancora suonato.

    Ripiegò il foglio.

    *******

    🎧 ORA CAMBIA IL SUONO – (Box 2)
    Franz Liszt – Grande fantaisie sur des motifs de Niobe, S.419
    Hai ascoltato Thalberg mentre Matteo ritrovava qualcosa del proprio passato.
    Adesso entra Liszt.
    Non cercare lo stesso tipo di bellezza: il duello comincia davvero proprio perché il pianoforte cambia volto.

    Clicca sulla freccia nera per far apparire l’ascolto.

    Thalberg passò vicino a lui.

    — Allora?

    Matteo sobbalzò.

    — Cosa?

    — La terza mano.

    Il ragazzo sorrise.

    — Non l’ho trovata.

    — Bene.

    — Bene?

    Thalberg abbassò la voce.

    — Quando smetti di cercare il trucco, qualche volta cominci a sentire la musica.

    E andò via.

    Matteo rimase immobile.

    La frase gli fece ancora più male.

    Perché lui, quel pomeriggio, aveva fatto esattamente il contrario.

    Aveva cercato il trucco dentro due uomini.

    E ne aveva inventato uno.

    Quando Liszt entrò, una parte del pubblico applaudì prima ancora che toccasse la tastiera.

    Matteo si accorse che gli dava fastidio.

    Poi ricordò che era successo anche con Thalberg.

    Gli adulti, pensò, riuscivano spesso a essere ingiusti in modo perfettamente equilibrato.

    Liszt sedette.

    Non guardò Thalberg.

    O forse lo fece.

    Matteo non seppe dirlo.

    Cominciò.

    La Niobe entrò nella sala in maniera completamente diversa.

    Matteo cercò, all’inizio, ciò che aveva trovato in Thalberg.

    La voce centrale.

    La continuità.

    Quel canto.

    Non c’era.

    Si sentì quasi tradito.

    Poi Liszt cambiò prospettiva.

    Un passaggio esplose.

    Un altro si ritirò improvvisamente.

    Il pianoforte sembrò diventare troppo stretto per ciò che il pianista pretendeva da lui.

    A tratti orchestra.

    A tratti una voce sola.

    A tratti materia.

    A tratti vertigine.

    Matteo smise di pensare a sua madre.

    Cominciò a pensare a se stesso.

    Alla tipografia.

    Alle scarpe troppo grandi che portava perché erano state di suo cugino.

    Alla stanza che divideva con sua madre.

    Alle lettere di piombo che componeva ogni giorno per raccontare le vite degli altri.

    Aveva sempre pensato che un giorno avrebbe avuto una tipografia sua.

    Non perché lo desiderasse.

    Perché era l’unico futuro che conosceva.

    Poi Liszt suonò una frase che sembrò spalancare qualcosa.

    Matteo ebbe un pensiero.

    E se non fosse già deciso?

    Tutto qui.

    Un pensiero minuscolo.

    Ma alcuni pensieri hanno bisogno di pochissimo spazio per rendere improvvisamente piccola la stanza in cui hai vissuto fino a quel momento.

    E se non fosse già deciso che cosa avrebbe fatto?

    Dove sarebbe vissuto?

    Chi sarebbe diventato?

    Liszt terminò.

    La sala esplose.

    Matteo non applaudì subito.

    Aveva bisogno delle mani per tenere insieme una cosa che non sapeva nominare.

    Thalberg gli aveva restituito un luogo da cui proveniva.

    Liszt gli aveva fatto sospettare che potesse esisterne uno verso cui andare.

    Matteo prese le due pagine.

    Le mise una accanto all’altra.

    Guardò la matita rossa.

    E capì di essere nei guai.

    La musica finì.

    La gara cominciò.

    — Liszt!

    — Thalberg!

    — Thalberg!

    — Liszt!

    I nomi rimbalzarono nella sala.

    Qualcuno rise.

    Qualcuno fischiò.

    La principessa alzò una mano.

    Il rumore calò.

    Non del tutto.

    Mai del tutto.

    — A quanto pare — disse — Parigi è venuta qui con una domanda.

    — Chi ha vinto! — gridò qualcuno.

    Risate.

    Matteo guardò i pianisti.

    Liszt aveva l’aria di un uomo che fingeva molto bene di non essere interessato.

    Thalberg quella di un uomo che fingeva ancora meglio.

    La principessa li guardò.

    Poi guardò Matteo.

    E vide i due fogli.

    — Vieni qui.

    Il sangue lasciò il volto del ragazzo.

    Fece finta di non avere capito.

    — Tu.

    Niente da fare.

    Attraversò la sala.

    Ogni passo gli sembrò rumoroso.

    La principessa indicò i fogli.

    — Il tuo giornale vuole un nome.

    — Sì.

    — Bene. Daglielo.

    Matteo deglutì.

    Qualcuno disse:

    — Facciamo giudicare il ragazzo!

    Una risata percorse il salone.

    — Allora? — domandò un uomo. — Chi è stato migliore?

    Matteo guardò Thalberg.

    Poi Liszt.

    La risposta non arrivò.

    — Non lo so.

    Risate.

    — Non lo sa!

    — Che giudice!

    — Ma deve scegliere!

    Matteo infilò la mano in tasca.

    Strinse la matita.

    Guardò Thalberg.

    — Quando suonava lui…

    Il salone lentamente tacque.

    — …avevo dimenticato che monsieur Liszt esistesse.

    Qualcuno mormorò approvazione.

    Matteo si voltò verso Liszt.

    — E quando ha suonato lui avevo dimenticato che esistesse monsieur Thalberg.

    Il mormorio cambiò.

    L’uomo del caffè, quello che aveva già deciso al mattino, sbuffò.

    — E questo cosa dimostra?

    Matteo abbassò gli occhi sulle due prime pagine.

    La risposta arrivò da lì.

    — Che per decidere chi era migliore avrei dovuto ricordarmi dell’altro mentre ascoltavo.

    Nessuno rise.

    — Ma allora avrei ascoltato peggio.

    Silenzio.

    Matteo continuò, ormai troppo spaventato per fermarsi.

    — Monsieur Thalberg mi ha fatto ricordare casa.

    Guardò Liszt.

    — Monsieur Liszt mi ha fatto chiedere dove potrei andare.

    Poi guardò la sala.

    — Non so quale delle due cose sia migliore.

    Pausa.

    — E non voglio perderne una soltanto per poter dire che ho scelto bene.

    Quella frase non produsse applausi.

    Matteo ne fu quasi felice.

    Gli applausi avrebbero rovinato tutto.

    Produsse invece qualcosa di più raro.

    Persone che non sapevano immediatamente cosa dire.

    Avrebbe potuto fermarsi.

    La principessa avrebbe trovato una frase elegante.

    Il pubblico avrebbe discusso.

    Valmont avrebbe urlato.

    La vita sarebbe continuata.

    Ma Matteo vide Thalberg.

    E vide di nuovo quella porta chiusa nel pomeriggio.

    La musica più nervosa.

    La frase inventata.

    Alzò la mano.

    — C’è un’altra cosa.

    La principessa sospirò.

    — Naturalmente.

    Qualche risata.

    Matteo guardò Thalberg.

    — Vi ho mentito.

    Thalberg aggrottò la fronte.

    — Quando?

    — Oggi.

    Liszt sollevò lo sguardo.

    — Vi ho detto che monsieur Liszt aveva promesso di farvi dimenticare.

    La sala si fece immobile.

    Thalberg si voltò verso Liszt.

    Liszt disse semplicemente:

    — Non l’ho detto.

    Matteo sentì il viso bruciare.

    — Lo so.

    — Perché? — chiese Thalberg.

    Non era arrabbiato.

    Sarebbe stato più facile se lo fosse stato.

    Matteo guardò i fogli.

    — Perché così sembrava una storia migliore.

    Nessuno si mosse.

    — Pensavo che se vi foste odiati un po’ di più, la gente avrebbe voluto sapere ancora di più chi avrebbe vinto.

    Thalberg continuava a guardarlo.

    — E adesso?

    Matteo inspirò.

    — Adesso penso che la musica fosse più interessante della storia che avevo inventato.

    Liszt abbassò gli occhi.

    Thalberg fece lo stesso.

    Per un momento i due uomini non sembrarono né rivali né virtuosi.

    Sembrarono due persone che avevano appena scoperto quanto facilmente gli altri potessero raccontare al posto loro ciò che provavano.

    La principessa osservò Matteo.

    — Hai imparato in fretta.

    — Cosa?

    — Il mestiere del giornalista.

    La sala rise.

    Matteo diventò rosso.

    Poi Cristina aggiunse:

    — Fortunatamente stai anche imparando il rimedio.

    Il cronista accanto al pianoforte alzò la voce.

    — Tutto molto bello, Altezza. Ma domattina i lettori chiederanno ancora chi ha vinto.

    La tensione tornò.

    — Il ragazzo ha due titoli — continuò. — Uno dei due sarà pur vero.

    Matteo guardò i fogli.

    LISZT SCHIACCIA THALBERG.

    THALBERG DETRONIZZA LISZT.

    La punta rossa aspettava.

    Quella era la cosa più semplice.

    Una croce.

    Un perdente.

    Un vincitore.

    Una storia pulita.

    Matteo pensò a Valmont.

    Al lavoro.

    A sua madre.

    Alle monete che portava a casa.

    Poi tracciò una linea.

    Sul primo titolo.

    Un mormorio.

    Spostò la matita.

    Tracciò una linea sul secondo.

    — Ragazzo! — gridò il cronista.

    Matteo ripose la matita.

    — Sono sbagliati.

    — Tutti e due?

    — Sì.

    — E noi cosa dovremmo scrivere?

    Matteo alzò le spalle.

    — Quello che è successo.

    — È ciò che stavamo facendo!

    Matteo guardò le due frasi cancellate.

    — No.

    Poi, molto piano:

    — Stavate scrivendo quello che volevate succedesse.

    Fu Liszt a ridere per primo.

    Una risata breve.

    Thalberg lo guardò.

    Poi rise anche lui.

    Non un abbraccio.

    Non una riconciliazione da favola.

    Nessuno dei due aveva improvvisamente smesso di desiderare la vittoria.

    Ma per un momento sembrarono vedere dall’esterno la gabbia dentro cui Parigi li aveva messi.

    E ciò bastò.

    Quando quasi tutti furono usciti, Matteo tornò nel salone.

    Doveva recuperare i programmi abbandonati.

    C’erano bicchieri sui tavoli, candele consumate, una sedia rovesciata.

    Il pianoforte era ancora aperto.

    Liszt stava per andare via.

    Thalberg era vicino alla porta.

    Si incontrarono al centro della stanza.

    Matteo si nascose istintivamente dietro una tenda.

    Non voleva origliare.

    Voleva soltanto capire se si sarebbero uccisi.

    Liszt guardò Thalberg.

    — Il ragazzo ha mentito male.

    — Molto.

    — Avrebbe potuto inventare qualcosa di più offensivo.

    — Gliel’ho già detto.

    Un silenzio.

    Poi Liszt indicò il pianoforte.

    — Quella melodia nel registro centrale.

    Thalberg lo guardò.

    — Cosa?

    — Fatemela vedere.

    Thalberg rimase immobile per un secondo.

    Poi tornò alla tastiera.

    Suonò lentamente il passaggio.

    Liszt osservò.

    Provò.

    Thalberg scosse la testa.

    — No.

    Liszt ripeté.

    — Così?

    — Peggio.

    Liszt lo guardò.

    — Sapete che avete un carattere insopportabile?

    — Il pubblico mi trova elegante.

    — Il pubblico non vi conosce.

    Per la prima volta Matteo capì una cosa che i titoli non avrebbero mai potuto raccontare.

    Due rivali potevano studiarsi.

    Rubarsi un’idea.

    Ammirarsi controvoglia.

    Desiderare di superarsi e, proprio per questo, costringersi a diventare migliori.

    La competizione non era necessariamente il male.

    Il male cominciava quando qualcuno pretendeva che, per esistere uno, l’altro dovesse essere cancellato.

    Matteo uscì dalla tenda.

    Liszt lo vide.

    — Tu.

    Matteo si fermò.

    — Mi dispiace ancora.

    Thalberg fece un gesto con la mano.

    — Lo sappiamo.

    Liszt indicò il pianoforte.

    — Sai suonare?

    — No.

    — Perfetto. Vieni.

    Matteo si avvicinò.

    Liszt indicò un tasto.

    — Premi.

    Matteo lo fece.

    Una nota.

    Thalberg inclinò la testa.

    — Troppo pesante.

    Liszt disse:

    — Non ascoltarlo. È invidioso.

    Thalberg premette lo stesso tasto.

    — Ecco.

    Liszt fece una smorfia.

    — Troppo elegante.

    Matteo li guardò.

    — Chi dei due l’ha suonata meglio?

    I due pianisti tacquero.

    Liszt indicò la porta.

    — Fuori.

    Quella volta Matteo rise prima di obbedire.

    Quando arrivò in tipografia erano passate le due.

    Valmont era in piedi.

    Non disse nulla.

    Era peggio.

    Matteo gli porse i fogli.

    Il direttore vide il primo titolo cancellato.

    Poi il secondo.

    Sollevò lentamente lo sguardo.

    — Spiegami.

    — Non hanno funzionato.

    — Sono titoli. Non devono funzionare.

    — Erano sbagliati.

    — Chi ha vinto?

    — Non lo so.

    — Matteo.

    — Davvero.

    — Ti ho mandato a scoprire una sola cosa.

    — Lo so.

    — E torni senza saperla.

    Matteo abbassò la testa.

    — Sì.

    Valmont inspirò.

    — Sai almeno perché?

    Matteo ci pensò.

    — Perché mentre suonavano non riuscivo a confrontarli.

    — È esattamente il contrario di quello che dovevi fare.

    — Credo di sì.

    — Hai fallito.

    Matteo guardò la matita rossa.

    Poi disse:

    — Forse.

    Valmont diventò paonazzo.

    — Forse?

    — Però ho ascoltato tutto.

    Silenzio.

    I tipografi avevano smesso di lavorare.

    Valmont guardò i due fogli.

    Poi Matteo.

    Infine li gettò sul banco.

    — Smontate.

    Un uomo cominciò a togliere i caratteri dal compositoio.

    SCHIACCIA.

    Una lettera alla volta.

    S.

    C.

    H.

    I.

    A.

    C.

    C.

    I.

    A.

    Il verbo scomparve.

    Poi:

    DETRONIZZA.

    D.

    E.

    T.

    R.

    O.

    N.

    I.

    Z.

    Z.

    A.

    Matteo osservò.

    Al mattino quelle parole gli erano sembrate fatti.

    Ora tornavano a essere ciò che erano sempre state:

    pezzi di piombo scelti da qualcuno.

    Valmont prese un compositoio vuoto.

    — Bene.

    Guardò Matteo.

    — Visto che hai distrutto due prime pagine, aiutami con la terza.

    — Io?

    — Non farmelo ripetere.

    Matteo pensò.

    — “Liszt e Thalberg suonano magnificamente”.

    Valmont lo guardò con disgusto.

    — Voglio vendere giornali, non sonniferi.

    Matteo rifletté ancora.

    Pensò al salone.

    Al pubblico.

    Alla matita.

    Alle due mani di Thalberg che sembravano tre.

    Alle quattro battute che Liszt aveva provato dodici volte.

    A sua madre.

    Al futuro.

    Poi disse:

    — Scrivete…

    Valmont aspettò.

    PARIGI ASPETTAVA UN VINCITORE.

    — E poi?

    Matteo sorrise.

    LA MUSICA NON NE HA SCELTO UNO.

    Valmont lo fissò.

    — È lungo.

    Matteo abbassò gli occhi.

    Il direttore prese un carattere di piombo.

    — Ma si può lavorare.

    Fu il complimento più grande che Matteo avesse mai ricevuto da lui.

    ******

    Parigi si svegliò esattamente come era andata a dormire.

    Divisa.

    Chi sosteneva Liszt continuò a sostenere Liszt.

    Chi amava Thalberg continuò a preferire Thalberg.

    Qualcuno giurò che Liszt avesse trionfato.

    Qualcun altro che Thalberg gli avesse dato una lezione.

    Matteo ne fu quasi contento.

    La storia non aveva cambiato il mondo.

    Le storie migliori raramente lo fanno in una notte.

    Stava consegnando i giornali quando vide una copia del Journal des Débats.

    La aprì.

    Cercò il resoconto della serata.

    Lesse il giudizio di Jules Janin.

    Il critico non aveva consegnato a Parigi il vincitore assoluto che aspettava.

    Il senso era semplice:

    due vincitori. Nessun vinto.

    Matteo rimase fermo sul marciapiede.

    Poi rise.

    L’uomo del caffè del giorno precedente era lì.

    — Cos’hai da ridere?

    — Niente.

    — Alla fine chi ha vinto?

    Matteo lo guardò.

    — Voi per chi eravate?

    — Liszt.

    — Avete ascoltato Thalberg?

    — Naturalmente.

    Matteo sorrise.

    — No.

    L’uomo aggrottò la fronte.

    — Come sarebbe “no”?

    Ma Matteo era già andato via.

    Aveva una tipografia da raggiungere.

    Valmont gli avrebbe detratto dalla paga il costo della matita che aveva spezzato correndo.

    Perché quella mattina, senza pensarci, Matteo aveva infilato la mano in tasca, l’aveva trovata e l’aveva spezzata in due.

    Poi si era pentito.

    Una buona matita non aveva nessuna colpa.

    Aveva raccolto entrambe le metà.

    E le aveva tenute.

    Per ricordarsi una cosa: non è lo strumento che cancella i nomi.

    È la mano che decide di usarlo per farlo.


    Non siamo nati per diventare la copia migliore di qualcun altro.

    C’è sempre qualcuno più veloce, più sicuro, più applaudito. Ma confrontarsi continuamente può farci dimenticare una domanda più importante:

    Sto diventando davvero la persona che voglio essere?

    Liszt e Thalberg erano diversi proprio perché cercavano strade diverse. Nessuno dei due aveva bisogno di cancellare l’altro per avere valore.

    Anche nella vita è così: crescere non significa arrivare prima degli altri, ma capire qual è la propria direzione. Perché il vero fallimento non è essere secondi. È passare il tempo a correre una gara che non ci appartiene.

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  • La Scala Incantata di Clarinello Blu

    Una favola newyorkese fra jazz, scherzi e note ribelli

    di Marialuisa Veneziano

    **********

    🎧 MUSICA PER LA LETTURA
    Premi play prima di iniziare a leggere.
    Il primo suono che sentirai è già una piccola rivoluzione: il clarinetto parte dal registro grave e, invece di salire ordinatamente nota dopo nota, piega la scala in un unico lungo glissando.
    È proprio da quel gesto che nasce Clarinello Blu.
    Durante la lettura prova a fare attenzione a come Gershwin costruisce continuamente ponti fra mondi diversi: jazz e scrittura sinfonica, energia urbana e lirismo, ritmo e canto, ironia e malinconia.
    E soprattutto ascolta una cosa: quel celebre glissando sembra libero, quasi improvvisato. In realtà richiede un controllo raffinatissimo di fiato, imboccatura, lingua e diteggiatura.
    Forse è proprio questo il piccolo segreto nascosto dentro la nostra favola:
    la libertà più convincente è spesso quella che ha studiato abbastanza da potersi permettere di sembrare spontanea.
    Per accompagnare la lettura userei la registrazione di Andrew Litton al pianoforte e alla direzione con la Dallas Symphony Orchestra: è una versione energica e molto narrativa, e l’attacco del clarinetto rende immediatamente riconoscibile il mondo della novella.
    Un consiglio: non ascoltare soltanto le note. Ascolta anche come passano dall’una all’altra. È proprio lì che Clarinello ha nascosto la sua magia.

    New York, febbraio 1924.

    Clarinello Blu aveva un’opinione molto seria delle scale.

    Una scala, secondo lui, doveva avere gradini.

    Era questa, del resto, la ragione per cui si chiamava scala.

    Do.

    Re.

    Mi.

    Fa.

    Sol.

    E così via.

    Una nota dopo l’altra, senza scorciatoie, senza salti dal balcone, senza quelle deplorevoli abitudini che avevano certi tromboni di arrivare a destinazione scivolando.

    Clarinello detestava i tromboni.

    Non personalmente.

    Musicalmente.

    — Non mi fido di uno strumento che può stare fra due note — diceva.

    Il trombone Arturo Sbrodoloni, quando lo sentiva, allungava placidamente la coulisse.

    — Fra due note c’è parecchio spazio.

    — Non c’è niente.

    — Ah no?

    Arturo produceva allora un lento, scandaloso glissando.

    Clarinello rabbrividiva dalla campana all’imboccatura.

    — Volgare.

    — Comodo.

    — Ineducato.

    — Arrivo prima.

    — Il problema non è arrivare.

    — Questo lo dicono sempre quelli che fanno le scale.

    E Arturo se ne andava scivolando.

    Clarinello restava al proprio leggio, indignato e segretamente un po’ invidioso.

    Apparteneva a Ross Gorman, clarinettista dell’orchestra di Paul Whiteman, e aveva costruito tutta la propria reputazione sulla precisione.

    Attacchi puliti.

    Legato elegante.

    Staccato brillante.

    Intonazione sorvegliata con un rigore che sfiorava la polizia musicale.

    Aveva persino dato un nome alle proprie chiavi.

    Non perché fosse affezionato.

    Per poterle rimproverare individualmente.

    — Teodora, sei in ritardo.

    — Ernesto, chiudi bene.

    — Giulietta, se continui a perdere, ti faccio revisionare.

    La prima violinista, Donna Violante Stradivaria, lo considerava uno strumento affidabile.

    Detto da Donna Violante, equivaleva quasi a una dichiarazione d’amore.

    Lei era una signora sottile, impeccabile, con il riccio del manico sempre perfettamente pettinato e una convinzione incrollabile: tutto ciò che era veramente musicale era già stato fatto in Europa almeno cinquant’anni prima.

    — Mozart — diceva.

    E bastava.

    Se qualcuno nominava una novità:

    — Mozart.

    Se qualcuno parlava di jazz:

    — Mozart.

    Una volta Tito Squillo, la tromba, le aveva domandato:

    — E se Mozart fosse vivo oggi?

    Donna Violante aveva riflettuto.

    — Eviterebbe certe compagnie.

    Tito non le aveva più rivolto domande filosofiche.

    C’era poi Basilio Brontoloni, il fagotto.

    Basilio possedeva il raro dono di sembrare pessimista anche quando era felicissimo.

    — Buongiorno — diceva.

    E pareva una diagnosi.

    Era però il migliore amico di Clarinello.

    Quella mattina sedevano insieme sul palco dell’Aeolian Hall durante una prova.

    Sul leggio c’era una partitura nuova.

    In cima, un nome:

    GEORGE GERSHWIN

    e sotto:

    RHAPSODY IN BLUE.

    Basilio lesse il titolo tre volte.

    — Rapsodia in blu.

    — Sì.

    — Perché blu?

    — Non lo so.

    — Non cominciamo bene.

    Donna Violante, due file più avanti, si voltò.

    — “Blue” allude certamente a una sensibilità americana.

    Tito Squillo intervenne:

    — Potrebbe alludere al blues.

    Donna Violante fece quella faccia particolare che assumeva quando qualcuno le ricordava che il Novecento era già cominciato.

    — Appunto. Americana.

    Sul palco arrivò George Gershwin.

    Aveva venticinque anni, una quantità di capelli neri che sembravano pensare per conto proprio e l’aria di un uomo che avesse appena avuto cinque idee mentre gli altri stavano ancora formulando la prima.

    Si sedette al pianoforte.

    Basilio lo osservò.

    — È giovane.

    — Molto — disse Clarinello.

    — Questo mi preoccupa.

    — Perché?

    — I giovani non sanno ancora quali cose siano impossibili.

    Tito Squillo rise.

    — E sarebbe un difetto?

    Basilio ci pensò.

    — Dipende molto da chi deve suonarle.

    Paul Whiteman alzò la bacchetta.

    L’orchestra tacque.

    Clarinello sentì Ross Gorman sistemare l’imboccatura.

    Guardò la prima battuta.

    Era lui.

    L’inizio della Rhapsody in Blue apparteneva al clarinetto.

    Questo gli piaceva moltissimo.

    Prima ancora che Gershwin toccasse il pianoforte, prima che l’orchestra spiegasse che razza di musica fosse quella, doveva parlare lui.

    Un trillo grave.

    Poi la salita.

    Clarinello osservò le note.

    Una scala.

    Ottimo.

    Finalmente qualcosa di civile.

    Partirono.

    Il trillo vibrò nel registro grave.

    Poi cominciò la scala.

    Uno.

    Due.

    Tre gradini.

    Tutto perfetto.

    Fu allora che Basilio Brontoloni ebbe un’idea.

    Le idee di Basilio erano rare.

    Per questa ragione venivano quasi sempre sottovalutate.

    Si sporse appena e sussurrò:

    — Clarinello.

    Lui continuò a salire.

    — Clarinello.

    Nessuna risposta.

    — Donna Violante ha appena sbagliato una nota.

    Era falso.

    Ma funzionò.

    Clarinello sentì una risata salirgli dentro.

    La trattenne.

    Quarto gradino.

    Quinto.

    Basilio continuò:

    — Credo fosse un fa diesis.

    La risata salì ancora.

    Sesto gradino.

    — O forse un sol.

    Clarinello non resistette.

    E la scala…

    si sciolse.

    Le note smisero di essere gradini.

    Il suono si piegò.

    Scivolò.

    Sbuffò.

    Strisciò fra le altezze.

    Salì dal grave verso l’acuto in un’unica curva sfacciata, come se qualcuno avesse tolto improvvisamente tutti i gradini e Clarinello avesse deciso, invece di cadere, di risalire sulla ringhiera.

    La sala fu attraversata da un lungo:

    WRAAAAAAAAAAH!

    Poi silenzio.

    Assoluto.

    Clarinello avrebbe voluto farsi piccolo quanto un ottavino.

    Donna Violante aveva smesso di respirare.

    Tito Squillo spalancava la campana.

    Basilio fissava il leggio con l’aria di chi non sapesse assolutamente nulla.

    Paul Whiteman abbassò lentamente la bacchetta.

    Ross Gorman rimase con il clarinetto in mano.

    George Gershwin si voltò dal pianoforte.

    Clarinello pensò:

    Fine della carriera.

    Si vide già appeso alla parete di qualche ristorante.

    «Autentico clarinetto decorativo.»

    Forse con dei fiori nella campana.

    Gershwin disse:

    — Ancora.

    Clarinello non capì.

    Neppure Ross Gorman.

    — Scusa?

    Gershwin fece un gesto con la mano.

    — Quella cosa.

    Donna Violante mormorò:

    — Quale cosa?

    Basilio, senza voltarsi:

    — Credo intenda il reato.

    Gershwin sorrise.

    — Rifalla.

    Ross riportò Clarinello alla bocca.

    Il povero strumento era sconvolto.

    Maestro, quella non era una cosa. Era una disgrazia.

    Ripartì.

    Trillo.

    Salita.

    Clarinello tentò di ricreare lo stesso effetto.

    Wraaaaaaah.

    Gershwin scosse la testa.

    — No.

    Clarinello si offese.

    Prima era sbagliato perché l’aveva fatto.

    Adesso era sbagliato perché non lo faceva abbastanza bene.

    Terzo tentativo.

    — Troppo dritto.

    Quarto.

    — Troppo pulito.

    Donna Violante si voltò verso Basilio.

    — Ha detto “troppo pulito”?

    — Ho sentito.

    — A un clarinetto?

    — Sì.

    Donna Violante guardò il soffitto.

    Forse cercava Mozart.

    Quinto tentativo.

    Clarinello inspirò.

    Lasciò che Ross allentasse appena il controllo del suono.

    Le dita cominciarono la salita, ma questa volta non cercarono ogni gradino con la stessa precisione. L’imboccatura, il fiato, la lingua, la cavità della bocca cominciarono a collaborare.

    Il suono si incurvò.

    Salì.

    Non più scala.

    Non ancora grido.

    Qualcosa fra un lamento, una risata e una sirena newyorkese che avesse studiato armonia.

    Gershwin batté una mano sul pianoforte.

    — Quello.

    Clarinello sentì un brivido.

    Quello.

    Proprio quello che per anni avrebbe considerato un difetto.

    Adesso era diventato l’inizio.


    La notizia fece il giro dell’orchestra in undici minuti.

    In dodici, era già falsa.

    Alle percussioni raccontavano che Clarinello avesse improvvisato per protesta.

    I corni sostenevano che Gershwin avesse pianto.

    Donna Violante affermava di avere previsto tutto.

    Basilio le ricordò che dieci minuti prima aveva invocato Mozart.

    — Mozart avrebbe compreso — rispose lei.

    — Certamente.

    Clarinello, invece, era euforico.

    — Hai visto?

    disse a Basilio.

    — Ho sentito.

    — Gli è piaciuto.

    — Pare.

    — Ha cambiato la musica per me.

    Basilio lo guardò.

    — Non esagerare.

    — Ha detto “quello”.

    — Anche il mio medico dice spesso “quello”. Non ne traggo conclusioni artistiche.

    Clarinello non lo ascoltò.

    Continuava a provare.

    Il problema era che adesso il glissando, per riuscire veramente, richiedeva lavoro.

    Questo lo contrariava.

    — Come sarebbe?

    domandò quella sera a Zio Chalumò, il più anziano clarinetto dell’orchestra.

    Zio Chalumò abitava in una custodia nera imbottita di velluto e sosteneva di essere nato quando le ance avevano ancora rispetto per gli anziani.

    Il suo vero nome era Chalumeau, ma Basilio lo aveva francesizzato male una volta e il soprannome era rimasto.

    — Come sarebbe cosa?

    — Stamattina l’ho fatto senza pensarci.

    — Sì.

    — Ora, quando provo a rifarlo, è difficile.

    — Sì.

    — Non dovrebbe essere il contrario?

    Zio Chalumò sbadigliò.

    — Benvenuto nell’arte.

    — Non capisco.

    — La prima volta sei inciampato.

    — Io non sono inciampato.

    — Scivolato.

    — Suona meglio.

    — Molto. Adesso devi imparare a cadere apposta senza romperti il collo.

    Clarinello guardò le proprie chiavi.

    — Ma è un glissando.

    — Precisamente.

    — Basta far scorrere le dita.

    Zio Chalumò lo fissò.

    Poi scoppiò a ridere.

    Era una risata secca, legnosa, antica.

    — Cosa c’è?

    — Niente. Continua pure.

    — Perché ridi?

    — Perché stai scoprendo che un clarinetto non è un trombone.

    Dalla custodia accanto Arturo Sbrodoloni sporse la coulisse.

    — Finalmente.

    — Nessuno ti ha interpellato — disse Clarinello.

    Zio Chalumò spiegò.

    Sul clarinetto non esiste una coulisse capace di collegare meccanicamente tutte le altezze. Per produrre un glissando esteso e continuo non bastava aprire le chiavi in successione.

    Servivano le dita.

    Ma non soltanto.

    Serviva il fiato.

    Serviva l’imboccatura.

    Serviva modificare la pressione e, soprattutto, il modo in cui il musicista modellava dentro di sé la colonna d’aria.

    La lingua.

    La gola.

    La cavità orale.

    Clarinello rimase scandalizzato.

    — Tutto questo per sembrare che io stia facendo quello che mi pare?

    — Esattamente.

    — È una truffa.

    — È tecnica.

    — Peggio.

    Zio Chalumò sorrise.

    — Le cose che sembrano libere, ragazzo mio, molto spesso sono quelle che hanno lavorato più a lungo per non far vedere lo sforzo.

    Clarinello rimase in silenzio.

    Quella frase gli dava fastidio.

    Di solito era un buon segno.


    Nei giorni successivi diventò bravissimo.

    Glissando.

    Ancora.

    Ancora.

    Ancora.

    Gershwin chiedeva più ampiezza.

    Ross modificava l’imboccatura.

    Clarinello imparava a non spezzare la linea.

    Il suono cominciava con quel trillo grave quasi sospettoso e poi si apriva verso l’acuto con una libertà che sembrava improvvisata e invece richiedeva un controllo sempre più sottile.

    L’orchestra ormai aspettava soltanto quello.

    Tito Squillo lo imitava malissimo durante le pause.

    Arturo Sbrodoloni sosteneva che i tromboni lo facessero da secoli e chiedeva il pagamento degli arretrati.

    Basilio aveva composto una piccola marcia intitolata Trionfo del clarinetto che finalmente ha scoperto il trombone.

    Donna Violante dichiarava di non trovarla divertente.

    Era la prima a ridere.

    Clarinello cominciò a montarsi la campana.

    Prima pochissimo.

    Poi abbastanza.

    Infine moltissimo.

    Un pomeriggio, in un punto lirico della Rapsodia, aggiunse un piccolo scivolamento.

    Gershwin alzò la testa.

    — No.

    Clarinello ci rimase male.

    Due pagine dopo ci riprovò.

    — No.

    Alla terza, Gershwin smise di suonare.

    Ross Gorman abbassò il clarinetto.

    — Non lì.

    Clarinello era indignato.

    Durante la pausa corse da Zio Chalumò.

    — Non capisco quell’uomo.

    — Ottimo.

    — Gli piace il glissando.

    — Sì.

    — È diventato il mio suono.

    — No.

    — Come no?

    — È un suono che fai.

    — È la stessa cosa.

    Zio Chalumò si mise seduto.

    — Ah. Siamo già a questo punto.

    — Quale punto?

    — Quello in cui un musicista scopre una cosa bella e comincia a infilarla ovunque finché non diventa insopportabile.

    — Non è vero.

    — Certamente.

    — Anche Donna Violante dice “certamente” così.

    — Sto invecchiando.

    Clarinello sbuffò.

    — Perché all’inizio sì e dopo no?

    Zio Chalumò smise di scherzare.

    — Perché lì apre qualcosa.

    — Che cosa?

    — La Rapsodia.

    — Anche altrove potrebbe aprire.

    — E quante porte vuoi in una stanza?

    Clarinello tacque.

    — Quel gesto funziona perché arriva proprio lì — continuò il vecchio. — Prima che il pubblico abbia capito che cosa sta per ascoltare. Prima che il pianoforte entri. Prima che l’orchestra possa comportarsi come un’orchestra beneducata.

    — Quindi?

    — Quindi in pochi secondi gli dici: “Attento. Qui le note potrebbero non camminare come pensavi”.

    Clarinello guardò il pavimento.

    — Ma è mio.

    — Ecco il problema.

    — Cosa?

    — Hai cominciato domandandoti che cosa può servire alla musica. Adesso ti domandi che cosa può far ricordare te.

    Fu un colpo.

    Non violento.

    Peggio.

    Preciso.

    Clarinello non parlò più con Zio Chalumò per due giorni.

    Ne ebbe però una conversazione lunghissima nella propria testa.

    La perse.


    I protagonisti: (da sinistra) Basilio Brontoloni, Donna Violante Stradivaria, Clarinello Blu,  Nonno Chalumó, Arturo Sbrodoloni

    Tre giorni prima del concerto, accadde una disgrazia.

    Il glissando diventò perfetto.

    Clarinello lo fece una volta.

    Impeccabile.

    Lo rifece.

    Identico.

    Una terza.

    Uguale.

    Attacco.

    Curva.

    Crescita.

    Arrivo.

    Nessuna sbavatura.

    Basilio lo ascoltò.

    — Molto bello.

    Clarinello lo guardò.

    — No.

    — Per una volta ti faccio un complimento e ti offendi?

    — Non è bello.

    — Ho appena detto che—

    — È morto.

    Basilio tacque.

    Clarinello lo rifecе.

    Tecnica impeccabile.

    Nessuna sorpresa.

    — Senti?

    Basilio non rispose subito.

    — Sì.

    — Che cosa?

    — Sai già tutto quello che succederà.

    — Certo. L’ho studiato.

    — Forse è quello.

    Clarinello ricominciò.

    Ancora più preciso.

    Ancora più morto.

    Arrivò Donna Violante.

    Ascoltò.

    — Magnifico controllo.

    Clarinello quasi pianse.

    Era la cosa peggiore che potesse dirgli.

    — Prima ridevo.

    Donna Violante lo osservò.

    — Adesso esegui.

    — Non voglio eseguire.

    — È una frase curiosa da sentire in un’orchestra.

    — Sai cosa intendo.

    Sì.

    Lo sapeva.

    Donna Violante guardò la partitura.

    Poi lui.

    — Forse stai cercando di essere identico alla volta in cui sei stato spontaneo.

    Clarinello la fissò.

    Basilio spalancò gli occhi.

    Donna Violante si irrigidì.

    — Perché mi guardate?

    Basilio si portò una zampa al cuore.

    — Hai appena detto qualcosa di moderno.

    — Ti prego.

    — Sono emozionato.

    — Basilio.

    — Devo sedermi.

    — Sei già seduto.

    — Peggio.

    Ma Clarinello non rideva.

    Aveva paura.

    Fra tre giorni avrebbe aperto Rhapsody in Blue davanti a una sala piena.

    E la cosa che era nata da uno scherzo ora sembrava un esercizio.

    Aveva imparato perfettamente come farla.

    Aveva dimenticato perché.


    Quella notte uscì dalla custodia.

    Non chiedetemi come un clarinetto possa aprire una custodia, scendere da un palco e camminare per Manhattan.

    Se è questo il problema che avete con la storia, vi prego di considerare che un fagotto di nome Basilio Brontoloni ha parlato per diverse pagine senza che nessuno protestasse.

    New York era sveglia.

    New York nel 1924 sembrava possedere una quantità di energia incompatibile con il sonno.

    Automobili.

    Treni sopraelevati.

    Passi.

    Voci.

    Porte.

    Freni.

    Motori.

    Musica che usciva dai locali.

    Clarinello camminò.

    Per la prima volta provò a non cercare note.

    Ascoltò soltanto.

    Il treno sopraelevato passò:

    ta-TÀ ta-ta, ta-TÀ ta-ta.

    Una ruota aveva un piccolo difetto e produceva un accento là dove non avrebbe dovuto esserci.

    Clarinello sorrise.

    Più avanti un venditore abbassò una serranda.

    Un ritmo metallico.

    Un taxi suonò il clacson.

    Un altro rispose.

    — Molto male intonato — commentò Clarinello.

    Poi si fermò.

    — Sto diventando Donna Violante.

    Continuò.

    Da un locale seminterrato arrivava musica.

    Entrò.

    Un pianista suonava con tre uomini.

    Clarinello si mise in fondo.

    Ascoltò un tema.

    Semplice.

    Il pianista lo espose.

    Poi lo riprese.

    Ma non nello stesso modo.

    Una nota arrivò prima.

    Un’altra sembrò indugiare.

    La terza venne quasi accarezzata dal basso.

    Il ritmo restava riconoscibile eppure sembrava respirare diversamente.

    Il tema tornò ancora.

    Nuovo.

    E ancora riconoscibile.

    Clarinello si avvicinò.

    — Sta sbagliando.

    Una voce accanto a lui disse:

    — Speriamo.

    Era Zio Chalumò.

    Clarinello sobbalzò.

    — Mi hai seguito?

    — Alla mia età non seguo nessuno.

    — Come sei arrivato?

    — Stessa clausola narrativa che vale per te.

    Si sedettero.

    — Suona ogni volta diverso — disse Clarinello.

    — Sì.

    — Ma non sembra casuale.

    — No.

    — Sa esattamente dove si trova.

    — Sì.

    — Eppure cambia.

    — Vedo che l’udito funziona.

    Clarinello lo ignorò.

    Il pianista terminò una frase.

    Il batterista la prese.

    Il basso spostò il peso.

    Il tema tornò.

    — Pensavo che libertà significasse non sapere in anticipo cosa fare.

    Zio Chalumò sorrise.

    — Sarebbe comodo.

    — E invece?

    — Tu cosa senti?

    Clarinello ascoltò.

    Poi disse:

    — Sembra libero perché sa dove può andare.

    Il vecchio non rispose.

    — Non perché non conosce la strada.

    Ancora silenzio.

    — La conosce così bene che può permettersi di uscirne e ritrovarla.

    Zio Chalumò annuì appena.

    Clarinello si voltò.

    — Perché non dici niente?

    — Perché finalmente non ne hai bisogno.


    Il 12 febbraio 1924 arrivò con il freddo.

    All’Aeolian Hall il concerto portava un titolo ambizioso:

    An Experiment in Modern Music.

    Donna Violante lo lesse.

    — “Esperimento”.

    Basilio:

    — Sì.

    — Non amo essere parte di un esperimento.

    — Nemmeno i topi.

    — Basilio.

    — Cercavo di confortarti.

    La sala si riempì.

    Musicisti.

    Critici.

    Curiosi.

    Persone convinte che il jazz dovesse restare dove stava.

    Persone convinte che l’orchestra dovesse fare altrettanto.

    Persone che non sapevano ancora cosa pensare e che, senza saperlo, erano probabilmente le più fortunate.

    Gershwin sedeva al pianoforte.

    Paul Whiteman era pronto.

    Ross Gorman prese Clarinello.

    Il clarinetto sentì il proprio cuore.

    Non ne aveva uno.

    Quella sera ne aveva almeno tre.

    La bacchetta si alzò.

    Silenzio.

    Basilio gli sussurrò:

    — Clarinello.

    — Ti prego, non dire che Donna Violante ha sbagliato una nota.

    — Non avrei osato.

    Pausa.

    — Volevo dirti che se va male possiamo sempre dare la colpa a Gershwin.

    Clarinello rise.

    Piano.

    Abbastanza.

    Poi arrivò il momento.

    Trillo.

    Grave.

    Vibrante.

    Il suono cominciò a salire.

    Per un attimo Clarinello vide davanti a sé tutti i gradini.

    Le dita.

    L’imboccatura.

    La lingua.

    La gola.

    Il fiato.

    La tecnica.

    La versione perfetta.

    Poteva farla.

    Sapeva esattamente come.

    Poi pensò alla città.

    Al treno.

    Alla serranda.

    Al pianista del seminterrato.

    Alla prima prova.

    E comprese che aveva fatto per settimane una domanda sbagliata.

    Non:

    Come faccio a riprodurre quel glissando?

    Ma:

    Che cosa deve succedere al pubblico mentre lo faccio?

    E la risposta era lì.

    Doveva perdere il pavimento.

    Solo per pochi secondi.

    Doveva aspettarsi una scala e trovarsi improvvisamente davanti a una curva.

    Doveva capire, prima ancora che Gershwin suonasse una nota al pianoforte, che quella musica avrebbe attraversato territori nei quali le vecchie porte non sempre sarebbero rimaste chiuse.

    Clarinello lasciò andare il suono.

    La scala si sciolse.

    Il grave si allungò.

    Il timbro si piegò.

    La salita prese corpo, ironia, sensualità, insolenza.

    Non fu identica a quella della prova.

    Per fortuna.

    Arrivò in alto.

    Un istante di sospensione.

    Poi il pianoforte di Gershwin entrò.

    E la Rapsodia cominciò davvero.

    Clarinello sentì George sorridere.

    Non guardò.

    Quella volta non aveva bisogno di approvazione.

    Aveva capito perché quel suono fosse lì.

    12 FEBBRAIO 1924 – Quella sera accadde davvero ( clicca sulla freccia)


    Dopo il concerto, Tito Squillo sosteneva di avere sempre saputo che sarebbe stato un successo.

    Basilio:

    — Ieri hai detto che quella salita sembrava un gatto calpestato.

    — Era un’analisi timbrica.

    Arturo Sbrodoloni reclamava ancora i diritti d’autore sul principio dello scivolamento.

    Donna Violante si avvicinò a Clarinello.

    — Bene.

    Lui aspettò.

    — Tutto qui?

    — Molto bene.

    Clarinello spalancò le chiavi.

    — Donna Violante!

    — Non abituarti.

    Fece per andarsene.

    Poi si voltò.

    — Una sola cosa.

    Clarinello sospirò.

    — Naturalmente.

    — Quello che hai fatto questa sera…

    — Sì?

    — Non farlo mai nel Concerto di Mozart.

    Clarinello scoppiò in una risata tale che persino Arturo Sbrodoloni ammise di essere impressionato.


    Gli anni passarono.

    Quel glissando diventò inseparabile da Rhapsody in Blue.

    Clarinetti di città diverse cominciarono a studiarlo.

    Maestri ne discutevano.

    Allievi soffrivano.

    Ance venivano accusate ingiustamente.

    Qualcuno cercava un suono più lamentoso.

    Qualcun altro più brillante.

    Alcuni iniziavano lentamente e acceleravano.

    Altri costruivano una curva più continua.

    Clarinello, diventato anziano, ascoltava.

    E, come accade spesso a chi da giovane ha combattuto contro le regole, cominciò gradualmente a crearne di proprie.

    — Troppo corto.

    — Troppo veloce.

    — Io lo facevo più largo.

    — L’imboccatura!

    — Non così!

    — Ma cosa insegnano oggi?

    Zio Chalumò, che ormai era talmente vecchio da essere probabilmente precedente all’invenzione del legno, sopportò per molto tempo.

    Poi un giorno disse:

    — Violante.

    Clarinello si voltò.

    — Cosa?

    — Niente, Donna Violante.

    — Ritira immediatamente.

    — Troppo tardi.

    — Io non sono come lei.

    — Certamente.

    Clarinello si immobilizzò.

    Quella parola.

    Detta in quel modo.

    Era grave.

    Il giorno dopo ascoltò un ragazzo provare l’attacco della Rapsodia.

    Primo tentativo.

    Terribile.

    Secondo.

    Peggio.

    Terzo.

    Troppo studiato.

    Clarinello stava già per intervenire.

    Al quarto, però, accadde qualcosa.

    Il ragazzo lasciò andare un poco il suono.

    La curva fu diversa da quella di Ross Gorman.

    Diversa da quella che Clarinello ricordava.

    Più scura.

    Forse meno ironica.

    Quasi malinconica.

    Clarinello sentì salire l’antica obiezione:

    Non era così.

    Aprì la campana per parlare.

    Poi si fermò.

    Il ragazzo proseguì.

    Il pianoforte entrò.

    E quella particolare curva aveva preparato perfettamente quella Rapsodia, suonata da quel musicista, in quel momento.

    Clarinello richiuse la campana.

    Zio Chalumò lo osservò.

    — Niente?

    — Niente.

    — Sei malato?

    Clarinello sorrise.

    — Non era come il mio.

    — No.

    — Non era neanche come quello della prima volta.

    — No.

    Silenzio.

    Poi Clarinello disse:

    — Meno male.

    Zio Chalumò non rispose.

    Clarinello guardò il giovane musicista riprendere il clarinetto.

    Aveva finalmente capito che una tradizione muore in due modi.

    Muore quando viene dimenticata.

    Ma può morire anche quando viene conservata così perfettamente da non permetterle più di respirare.

    La prima risata di Ross Gorman era diventata storia proprio perché qualcuno aveva avuto il coraggio di non correggerla.

    Sarebbe stato curioso trasformarla, un secolo dopo, in qualcosa che nessuno avesse più il diritto di cambiare.

    Il ragazzo riprovò.

    Questa volta sbagliò.

    Clarinello sorrise.

    — Male.

    — Ah! — disse Zio Chalumò. — Eccoti tornato.

    — Ho detto che può essere diverso. Non ho detto che tutto vada bene.

    Il vecchio scoppiò a ridere.

    — Finalmente una filosofia musicale sensata.

    E, per qualche ragione, a Clarinello sembrò il complimento migliore ricevuto in tutta la vita.


    Clarinello aveva passato molto tempo a confondere cose differenti.

    Prima aveva creduto che essere corretti significasse non uscire mai dalla strada.

    Poi, quando uno scherzo era diventato una trovata musicale straordinaria, aveva pensato che essere liberi significasse uscire dalla strada ogni volta che ne avesse voglia.

    Infine aveva scoperto una terza possibilità.

    La più difficile: sapere dove si trova la strada, conoscere ciò che la regola protegge, possedere gli strumenti necessari.

    E soltanto allora decidere se, in quel preciso momento, valga la pena attraversare il confine.

    Non è un dettaglio.

    Perché oggi tendiamo spesso a raccontare l’originalità come se fosse una virtù sufficiente.

    «Sii diverso.»

    «Rompi gli schemi.»

    «Non seguire le regole.»

    Belle frasi.

    Ma anche un bambino di tre anni può rompere uno schema.

    Il problema artistico — e forse umano — è capire che cosa costruire dopo averlo rotto.

    Ross Gorman non rese memorabile l’inizio di Rhapsody in Blue semplicemente perché fece qualcosa di diverso da ciò che era scritto. Quella deviazione acquistò senso perché Gershwin riconobbe che possedeva il carattere giusto per aprire quel mondo musicale: un mondo in cui il linguaggio sinfonico incontrava jazz, blues, energia urbana, lirismo, ritmo e teatralità senza chiedere il permesso a una sola categoria.

    E poi c’è un altro paradosso ancora più bello.

    Quel gesto che sembra quasi una sfrontatezza improvvisata richiede tecnica.

    Sul clarinetto, ottenere una salita continua di quell’estensione non significa semplicemente “far scivolare le dita”. Il musicista deve coordinare progressivamente diteggiatura, imboccatura, flusso dell’aria, lingua e configurazione del tratto vocale affinché l’altezza possa piegarsi e attraversare ciò che normalmente percepiamo come gradini distinti.

    In altre parole:

    per far sembrare che la scala non abbia gradini bisogna conoscere molto bene ogni gradino.

    Ed è forse questo uno dei più bei paradossi dell’arte. La disciplina non è necessariamente il contrario della libertà. Può esserne la condizione.

    Un grande improvvisatore non è qualcuno che «non sa cosa farà».

    È qualcuno che possiede un linguaggio così profondamente da poter prendere una strada non prevista senza perdere la capacità di tornare.

    E anche nella vita esiste qualcosa di simile. Ci sono regole che abbiamo il diritto di contestare. Tradizioni che meritano di essere trasformate. Definizioni dalle quali è necessario uscire.

    Ma non tutto ciò che ci limita è automaticamente nemico.

    A volte un limite custodisce una ragione che non abbiamo ancora compreso.

    E non tutto ciò che ci distingue deve essere continuamente mostrato.

    Clarinello lo scoprì quando cominciò a mettere il proprio glissando dappertutto.

    Anche una caratteristica autentica può diventare maniera. Anche una qualità può diventare vanità.

    Anche la libertà può trasformarsi in posa quando smettiamo di domandarci perché facciamo qualcosa e cominciamo a farla soltanto perché ormai gli altri si aspettano che siamo “quelli che fanno quella cosa”.

    Forse maturare significa anche questo: non trascorrere tutta la vita a dimostrare di essere diversi. E nemmeno a dimostrare di essere impeccabili.

    Ma arrivare a possedere abbastanza profondamente ciò che siamo da non doverlo esibire a ogni battuta.

    C’è infine la lezione più sottile lasciata da quel primo glissando.

    Gershwin avrebbe potuto correggerlo. Era il compositore. Aveva la partitura. Aveva l’autorità.

    E invece ascoltò.

    Forse la vera intelligenza creativa non consiste soltanto nel sapere ciò che vogliamo.

    Consiste anche nel riconoscere qualcosa di migliore quando arriva da dove non lo avevamo previsto.

    È difficile.

    Perché significa accettare che una nostra opera, un nostro progetto, perfino un’idea alla quale teniamo possa diventare più ricca attraverso l’intervento di qualcun altro.

    Significa rinunciare per un momento alla soddisfazione di dire: «L’avevo pensato io.» per poter dire: «Questo funziona. Teniamolo.»

    Ed è una forma di grandezza molto meno rumorosa dell’originalità.

    Si chiama ascolto.

    Così, forse, Clarinello Blu aveva avuto ragione soltanto a metà.

    Fra una nota e l’altra c’erano davvero dei gradini.

    Ma non c’erano soltanto quelli.

    C’era anche lo spazio.

    E ci volle una risata al momento sbagliato perché qualcuno avesse finalmente il coraggio di attraversarlo.




    🎬 CLARINELLO FUORI DALLA FAVOLA

    Dopo aver conosciuto Clarinello Blu, è arrivato il momento di uscire per qualche minuto dalla favola.

    Perché dietro la sua scala incantata ci sono un clarinettista vero, un effetto difficilissimo e una Rapsodia che, più di cent’anni dopo, continua a non stare ferma dentro una sola definizione.

    🎙️ ASCOLTA IL VERO “CLARINELLO” DEL 1924
    Il glissando di Ross Gorman nella prima registrazione di Rhapsody in Blue
    Il 10 giugno 1924, pochi mesi dopo la prima esecuzione all’Aeolian Hall, George Gershwin registrò Rhapsody in Blue al pianoforte con la Paul Whiteman Concert Orchestra. All’inizio si sente proprio Ross Gorman, il clarinettista legato alla nascita del celebre glissando.
    Cosa ascoltare: non aspettarti il suono levigatissimo di una moderna orchestra sinfonica. È una registrazione acustica del 1924. Proprio per questo ha un fascino enorme: stai ascoltando quella musica quando era ancora praticamente nuova.
    Il nostro Clarinello Blu è immaginario. Ma questo clarinetto ha davvero più di cent’anni.
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  • La Sinfonia degli Addii

    Nel palazzo degli Esterházy, Haydn affidò al silenzio una ribellione destinata a ricordare al potere che l’arte si può sostenere, ma non possedere.

    di Marialuisa Veneziano

    **************

    🎧 Musica per la lettura
    Per accompagnare La Sinfonia degli addii, si consiglia l’ascolto del Finale: Presto – Adagio della Sinfonia n. 45 in fa diesis minore di Joseph Haydn, nell’esecuzione dell’Academy of St Martin in the Fields, diretta da Sir Neville Marriner. Quasi otto minuti nei quali l’orchestra prima si infiamma, poi si svuota lentamente: una luce, uno strumento e un musicista alla volta. La musica reale che ispirò la novella diventa così la sua voce più segreta. Clicca sulla freccia del logo “cuffie”, premi play e comincia a leggere.


    Il principe Esterházy possedeva un palazzo, molti cavalli, una collezione di orologi e un’orchestra.

    Almeno, era convinto di possedere tutte queste cose nello stesso modo.

    I cavalli correvano quando venivano spronati, gli orologi suonavano all’ora stabilita e i musicisti, opportunamente nutriti e vestiti, eseguivano ciò che veniva posto sui loro leggii.

    Tra loro c’era Elias Hartmann, diciannove anni, secondo violino e proprietario di un’inconveniente quantità di pensieri.

    Il principe non lo chiamava mai Elias.

    — Secondo Violino, più piano.

    — Secondo Violino, accompagnate la contessa.

    — Secondo Violino, questa sera indosserete la livrea nuova.

    Elias obbediva. Ma ogni volta aveva la sensazione che il suo nome rimanesse appeso fuori dalla porta insieme al cappotto.

    A corte i musicisti portavano giacche ricamate, calze bianche e scarpe lucide. Dovevano essere eleganti, puntuali e possibilmente muti quando non suonavano. La nobiltà amava molto l’arte, soprattutto quando l’arte conosceva il proprio posto e non chiedeva di sedersi a tavola.

    Joseph Haydn, maestro della cappella, conosceva bene quella strana condizione.

    Era rispettato come compositore, applaudito come genio e convocato come un domestico quando il principe desiderava una nuova sinfonia fra la zuppa e l’arrosto.

    Sopportava tutto con un’ironia tanto discreta da sembrare buona educazione.

    — Maestro — gli domandò un giorno Elias — vi considerate al servizio del principe?

    Haydn sollevò gli occhi dalla partitura.

    — Certamente.

    — E non vi pesa?

    — Mi pesa soprattutto quando il servizio coincide con l’ora di pranzo.

    Poi tornò a scrivere.

    Elias non seppe se avesse ricevuto una risposta o una lezione.

    Di notte componeva in segreto. Nascondeva i fogli sotto il materasso e scriveva alla luce di una candela consumata, mentre i compagni dormivano.

    Non sognava ancora la gloria. Desiderava qualcosa di più modesto e, per questo, assai più difficile: vedere il proprio nome sopra una musica nata dentro di lui.

    Un pomeriggio compose un breve adagio per violino e archi. Cominciava con quattro note esitanti, come passi davanti a una porta chiusa, poi si apriva in una melodia ampia e dolorosa.

    Lasciò il manoscritto sul proprio leggio durante le prove.

    La mattina seguente era scomparso.

    Tre giorni dopo, durante un ricevimento, l’intendente gli mise davanti una parte appena ricopiata.

    — Suonerete questo.

    Elias riconobbe immediatamente le proprie note.

    — Dove avete trovato la composizione?

    — Nella cappella musicale.

    — L’ho scritta io.

    L’intendente lo guardò con la pazienza riservata ai bambini e ai servi che confondono un pensiero con un diritto.

    — Appunto. L’avete scritta qui.

    Il salone era colmo di nobili. Parlavano di caccia, matrimoni e rendite mentre l’orchestra accordava gli strumenti. Una duchessa rideva così forte che il corno avrebbe potuto chiederle lezioni.

    Elias alzò l’archetto.

    Quando cominciò a suonare, però, le conversazioni si spensero.

    La melodia attraversò la sala e fece ciò che la musica compie nei suoi momenti migliori: costrinse persone molto sicure di sé a sentire qualcosa che non avevano ordinato.

    Alla fine, una contessa si avvicinò al principe.

    — Chi ha composto questo brano?

    Elias inspirò.

    Il principe rispose prima di lui:

    — Appartiene alla mia cappella.

    Non disse «Haydn». Non disse «Elias Hartmann».

    Disse che apparteneva al palazzo.

    Come un arazzo.

    Come una fontana.

    Come un levriero particolarmente intonato.

    Il giorno seguente Elias trovò il manoscritto ricopiato su carta preziosa, ornato dallo stemma degli Esterházy. Doveva essere donato a un ambasciatore in visita.

    In alto compariva il nome del principe.

    Quello dell’autore non c’era.

    Elias prese una penna e scrisse in fondo:

    Elias Hartmann, musicista.

    L’intendente lesse quelle parole. Poi estrasse un piccolo coltello e raschiò via il nome.

    La carta rimase più chiara in quel punto, come una cicatrice.

    — Ciò che viene composto al servizio di Sua Altezza appartiene a Sua Altezza.

    — Anche i pensieri?

    — Non siate insolente.

    — Cerco soltanto di capire in quale parte della mia testa comincino i possedimenti del principe.

    L’intendente arrossì.

    — Siete pagato, vestito e nutrito.

    — Anche i cavalli vengono nutriti. Eppure nessuno sostiene che abbiano costruito le strade che percorrono.

    La battuta fece il giro dell’orchestra prima di sera. L’intendente, invece, non la trovò divertente. Gli intendenti raramente apprezzano l’ironia: temono che sia una serratura della quale non possiedono la chiave.

    Elias decise che non avrebbe più suonato.

    Ma il vecchio violoncellista Márton lo fermò.

    — Tu puoi permetterti di essere licenziato?

    Elias tacque.

    — Io ho tre figli. Il fagottista mantiene sua madre. Il cornista deve ancora pagare il medico. La tua dignità è una cosa nobile, ragazzo. Cerca soltanto di non nutrirla con il pane degli altri.

    Quelle parole gli bruciarono più dell’umiliazione subita.

    Comprendeva adesso che anche il coraggio poteva diventare arrogante, quando pretendeva di scegliere il prezzo che altri avrebbero dovuto pagare.

    Prese il manoscritto sfregiato e raggiunse Haydn.

    Il compositore lo lesse senza parlare. Si soffermò sul punto in cui il nome era stato cancellato.

    — Voglio andarmene — disse Elias.

    — Potete farlo.

    — Tutto qui?

    Haydn posò il foglio.

    — Avere ragione è una consolazione molto economica. Non paga il viaggio e non cambia chi ha torto.

    — Dunque dovrei restare e tacere?

    — Non ho detto questo. Ho detto che una porta sbattuta libera chi esce, ma raramente educa chi rimane.

    Haydn aprì una nuova partitura.

    Sul frontespizio era scritto: Sinfonia in fa diesis minore.

    — Il principe ci trattiene da mesi nella residenza estiva. I musicisti desiderano tornare dalle loro famiglie. Le richieste sono state ignorate.

    — E allora?

    Haydn sfogliò le pagine.

    — Allora faremo ciò che ci riesce meglio.

    — Suoneremo?

    — Smetteremo di farlo.

    Nel movimento finale, le parti degli strumenti terminavano una dopo l’altra. Ogni musicista avrebbe spento la candela sul proprio leggio e lasciato la sala.

    — È una sinfonia che si arrende? — domandò Elias.

    — No. È una sinfonia che obbedisce con tale precisione da rendere impossibile punirla.

    — E pensate che il principe capirà?

    Haydn sorrise.

    — I principi comprendono molte cose. Di solito qualche minuto dopo che tutti gli altri le hanno capite.

    La sera del concerto il salone brillava di centinaia di candele.

    Il principe sedeva al centro, circondato da ospiti convinti che il mondo fosse stato creato per offrire loro una buona visuale.

    Elias indossava la livrea.

    Nella fodera aveva cucito il frammento di carta sul quale il suo nome era stato cancellato.

    La sinfonia cominciò con energia. L’orchestra avanzava compatta, disciplinata, magnificamente prigioniera.

    Il principe annuiva soddisfatto.

    Poi giunse l’ultimo movimento.

    L’oboista concluse la propria parte.

    Chiuse lo spartito.

    Spense la candela.

    E uscì.

    Il principe si voltò verso Haydn.

    — Il vostro oboista se ne sta andando.

    Haydn continuò a dirigere.

    — Pare proprio di sì, Altezza.

    — Perché?

    — Forse ha terminato.

    Poco dopo uscì il fagottista.

    Poi un cornista.

    Poi l’altro.

    Il pubblico sorrise. Sembrava una trovata teatrale.

    Ma quando tacque il contrabbasso, nessuno rise più.

    Ogni musicista che abbandonava la sala lasciava dietro di sé una sedia vuota e una piccola colonna di fumo.

    La musica diventava più sottile.

    Una voce in meno.

    Una luce in meno.

    Un uomo in meno.

    Quando arrivò il suo turno, Elias posò il violino nella custodia.

    Si tolse lentamente la livrea e la lasciò sulla sedia.

    Sotto indossava una semplice camicia bianca.

    Il principe si alzò.

    — Dove credete di andare, Secondo Violino?

    Elias si fermò.

    La sala trattenne il respiro.

    — Elias, Altezza.

    — Che cosa avete detto?

    — Mi chiamo Elias.

    Indicò la livrea e lo strumento.

    — Il Secondo Violino resta qui. Questi potete possederli.

    Poi uscì.

    Nella sala rimasero soltanto due violinisti.

    Suonarono una frase lenta, quasi nuda.

    Sembrava la voce di qualcuno che, dopo avere chiesto a lungo il permesso, avesse finalmente scelto la strada.

    Una candela si spense.

    Poi l’ultima.

    La nota morì.

    Il principe guardò la sala.

    Le sedie erano sue.

    I leggii erano suoi.

    Gli strumenti, le livree, le candele e persino il palazzo erano suoi.

    Eppure non possedeva più la musica.

    — Fateli tornare — ordinò.

    Haydn abbassò le mani.

    — Posso chiedere agli uomini di tornare, Altezza. Non posso comandarlo alla musica.

    — Li pago!

    — Pagate il loro lavoro. È l’unica parte di loro che vi sia mai appartenuta.

    Il principe vide la livrea abbandonata da Elias. Dalla fodera sporgeva un lembo di carta.

    Lo estrasse.

    Riconobbe il manoscritto dell’adagio e la ferita bianca lasciata dal nome raschiato.

    — Questa composizione è mia — disse.

    Haydn osservò l’orchestra vuota.

    — Allora, Altezza, fatela suonare.

    Il principe rimase in silenzio.

    Per la prima volta capì che si può possedere ogni cosa e non avere più nulla capace di vivere.

    La mattina seguente Elias fu convocato.

    Entrò senza livrea, certo di essere licenziato.

    Il principe aveva davanti il manoscritto. Sul punto raschiato era stata incollata una piccola striscia di carta.

    Vi era scritto:

    Elias Hartmann.

    — Signor Hartmann — disse il principe, e quelle due parole gli costarono più di un’intera orchestra — i musicisti possono partire.

    Elias chinò appena il capo.

    — L’orchestra del maestro Haydn, Altezza.

    Il principe strinse le labbra.

    Haydn, in fondo alla stanza, esaminò il soffitto con grandissimo interesse.

    — L’orchestra del maestro Haydn — corresse infine il principe.

    I musicisti partirono quella mattina.

    Quando tornarono a corte, settimane dopo, i loro nomi comparivano sul programma. Il principe non era diventato improvvisamente un filosofo, e gli artisti non erano ancora uomini completamente liberi.

    Ma qualcosa si era spezzato.

    Non una corda.

    Non una legge.

    Un’abitudine.

    Da allora il principe continuò a pagare la musica, ma non osò più credere di possedere coloro che la creavano.

    E quando chiamava Elias, non diceva più «Secondo Violino».

    Diceva il suo nome.

    Sostenere l’arte non significa possedere chi la crea. Il denaro può acquistare il tempo e il lavoro di un artista, ma non il suo pensiero né la sua dignità. Un uomo può servire la musica senza diventare servo di chi la paga.

    BOX STORICO

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