Tag: Le Armonie dell’Apeiron

  • Il monastero delle melodie perdute

    Una notte, la memoria tacque. La musica cercò un’altra strada.

    di Marialuisa Veneziano

    *************

    🎧 MUSICA PER LA LETTURA – Pérotin — Viderunt omnes
    Prima di entrare nel monastero, premi play (Clicca sulla freccia nera per aprire l’ascolto)
    Queste voci appartengono a un Medioevo successivo a quello di Guido d’Arezzo, ma raccontano ciò che la sua intuizione avrebbe contribuito a rendere possibile: una musica capace di essere affidata alla scrittura, attraversare il tempo e diventare sempre più complessa senza perdere la propria memoria.
    Durante la lettura, ascolta il canto come se fosse una costruzione che nasce lentamente sopra una voce antica.
    Prima una traccia.
    Poi altre voci.
    Poi uno spazio intero che prende forma.
    Una musica può sopravvivere soltanto quando trova il modo di essere ricordata.
    Premi play. Poi entra nel monastero.


    La prima melodia scomparve durante i Vespri.

    Nessuno se ne accorse subito.

    Fra Martino aveva cantato quelle parole per quasi quarant’anni e, quando la voce gli si fermò improvvisamente in gola, i confratelli pensarono a un colpo di tosse, a una distrazione, forse all’età, che ha il cattivo gusto di presentarsi proprio nei momenti in cui preferiremmo ignorarla.

    Martino ricominciò.

    La prima sillaba uscì sicura.

    La seconda anche.

    Poi niente.

    Silenzio.

    L’anziano sollevò gli occhi.

    I monaci attesero.

    Fra Martino riprovò.

    La melodia non venne.

    Era assurdo.

    Sapeva le parole.

    Ricordava perfino il punto in cui il canto saliva.

    Eppure la nota successiva era sparita.

    Non dimenticata.

    Sparita.

    Come una porta che si sappia essere esistita per tutta la vita e che, tornando a cercarla, si trovi sostituita da un muro.

    Il priore fece cenno a un altro monaco.

    Questi provò.

    Si fermò nello stesso punto.

    Un terzo tentò.

    Niente.

    Qualcuno aprì l’antifonario.

    Sopra le parole stavano i segni consueti: piccoli tratti, curve, accenti, quei neumi che da generazioni aiutavano la memoria dei cantori.

    Fra Martino li fissò a lungo.

    Sapeva che la voce doveva salire.

    Poi scendere.

    Poi piegarsi.

    Ma da dove?

    Di quanto?

    Su quale altezza?

    La pagina ricordava il gesto della melodia.

    Non la melodia.

    Fu la prima volta che nel monastero di Pomposa qualcuno ebbe paura d’un canto.


    Pomposa viveva di memoria.

    I monaci ricordavano salmi, antifone, inni, responsori, sequenze.

    Le melodie passavano da una bocca all’altra come il fuoco d’una candela che ne accende un’altra senza perdere la propria fiamma.

    Fra Martino era il più celebre di tutti.

    — Bruciate pure i libri — diceva qualche volta. — Il canto è qui.

    E si toccava la fronte.

    Poi il petto.

    — E qui.

    Era una bella frase.

    Le belle frasi hanno però un difetto: gli uomini finiscono facilmente per crederle vere soltanto perché suonano bene.

    Fra i pochi che non ne erano del tutto convinti c’era Guido.

    Giovane, ostinato, curioso e afflitto da quel genere d’intelligenza che rende difficile accettare una risposta semplicemente perché tutti l’hanno accettata prima di noi.

    Quella sera non disse nulla.

    Guardò Martino.

    Guardò la pagina.

    E soprattutto guardò quel piccolo spazio vuoto nel quale avrebbe dovuto trovarsi una nota.


    Il canto non tornò il giorno seguente.

    Né quello dopo.

    Tre giorni più tardi ne scomparve un altro.

    Poi un responsorio.

    Poi la conclusione d’un salmo.

    Poi un inno che tutti conoscevano fin dall’infanzia.

    Il fenomeno diventò così frequente che fu necessario trovargli un nome.

    Gli uomini fanno spesso questa cosa con ciò che temono: se non possono dominarlo, almeno lo battezzano.

    Lo chiamarono il Ladro dei Canti.

    Ben presto il Ladro acquistò abitudini, intenzioni e perfino un carattere.

    C’era chi giurava di aver udito passi nella biblioteca.

    Chi sosteneva che le melodie scomparissero soltanto nelle notti senza luna.

    Chi aveva visto una finestra aperta.

    Chi ricordava benissimo d’averla vista chiusa.

    Il priore ordinò che gli antifonari fossero custoditi sotto chiave.

    La mattina successiva scomparve un’altra melodia.

    Fu allora che Guido disse:

    — Non è nei libri che bisogna cercare il ladro.

    Fra Martino lo guardò male.

    — E dove?

    Guido aprì l’antifonario.

    Indicò i neumi.

    — Qui.

    — Nei segni?

    — In ciò che i segni non dicono.

    Il priore, padre Ademaro, gli fece cenno di continuare.

    — Questi segni ci aiutano perché conosciamo già il canto — spiegò Guido. — Ci ricordano se la voce sale o scende. Ma se la memoria scompare, non ci dicono con precisione dove andare.

    Martino si irrigidì.

    — La memoria non scompare.

    Guido lo guardò.

    Il vecchio comprese subito la crudeltà involontaria della frase.

    Nessuno disse altro.


    Quella notte Guido prese un pezzo di pergamena.

    Tracciò una linea.

    Poi un’altra.

    Poi un’altra ancora.

    Mise un segno sulla prima.

    Lo guardò.

    Lo cancellò.

    Ricominciò.

    A mezzanotte le linee erano quattro.

    Accanto aveva un monocordo.

    Faceva vibrare la corda.

    Ascoltava.

    Scriveva.

    Cancellava.

    Provava ancora.

    Fra Michele lo trovò così.

    — Il priore ti ha proibito di continuare.

    Guido non sollevò la testa.

    — Infatti sto cercando di continuare con grande discrezione.

    Michele guardò la pagina.

    — Che cosa sono?

    — Strade.

    — Sembrano righe.

    — Tutte le strade, viste da abbastanza lontano, sembrano righe.

    Michele sospirò.

    — E dove portano?

    Guido gli porse il foglio.

    — Cantalo.

    — Non conosco questa melodia.

    — Appunto.

    Michele lo fissò.

    — Vuoi che canti qualcosa che non ho mai sentito.

    — Sì.

    — Leggendolo.

    — Sì.

    — Da quattro righe.

    — Sì.

    Michele lo osservò a lungo.

    — Se fallisco, promettimi almeno che ammetterai di essere impazzito.

    — Se fallisci, cambierò il sistema.

    Questa risposta preoccupò Michele assai più della follia.


    Provò.

    Sbagliò.

    Guido lo fermò.

    Riprese.

    Sbagliò ancora.

    Alla quarta volta Michele perse la pazienza.

    Alla quinta trovò il primo intervallo.

    Alla sesta arrivò alla fine.

    Rimasero immobili.

    La melodia era semplice.

    Niente di straordinario.

    Eppure, in quella stanza, era appena avvenuto qualcosa che nessuno dei due avrebbe più dimenticato.

    Un uomo aveva cantato una musica che non aveva mai ascoltato.

    Non gliel’aveva insegnata una voce.

    Gliel’aveva insegnata una pagina.

    Guido prese la pergamena con entrambe le mani.

    — Funziona.

    Michele non rispose.

    — Funziona.

    Questa volta Michele sorrise.

    — Allora siamo nei guai.


    Il problema delle idee nuove non è che siano sempre sbagliate.

    È che, qualche volta, sono giuste nel momento più scomodo possibile.

    Quando padre Ademaro vide le pergamene, non gridò.

    Peggio.

    Le osservò in silenzio.

    — Tu vuoi mettere la musica fra delle linee.

    — Voglio darle un luogo preciso.

    — La musica non ha bisogno d’un luogo.

    — Finché qualcuno la ricorda.

    Il priore lo fissò.

    Guido proseguì.

    — Padre, noi crediamo che il canto viva nei libri. Ma i libri, senza memoria, non bastano.

    — E tu credi di poter fare meglio di generazioni di monaci?

    — No.

    Guido indicò le righe.

    — Credo che possiamo lasciare a chi verrà dopo qualcosa di più di quello che abbiamo ricevuto.

    Era una risposta rispettosa.

    Questo non impedì al priore di vietargli di continuare.


    Guido obbedì per due giorni.

    Al terzo scoprì i nomi.

    L’inno era quello dedicato a san Giovanni Battista.

    Lo cantò lentamente.

    Le frasi salivano una dopo l’altra.

    Ut queant laxis…

    Resonare fibris…

    Mira gestorum…

    Famuli tuorum…

    Solve polluti…

    Labii reatum…

    Si fermò.

    Guardò le iniziali.

    UT.

    RE.

    MI.

    FA.

    SOL.

    LA.

    Sei sillabe.

    Sei gradini.

    Sei punti ai quali aggrapparsi quando la memoria esitava.

    Michele entrò e trovò Guido che scriveva quei nomi in grande.

    — Che cosa fai?

    — Sto dando un nome ai suoni.

    Michele scoppiò a ridere.

    — I suoni non hanno bisogno d’un nome.

    Guido sollevò gli occhi.

    — Nemmeno tu ne avresti bisogno, se nessuno dovesse mai chiamarti.

    Michele smise di ridere.


    Il giorno dopo la pergamena era sul tavolo del priore.

    — Hai dato nomi alle note.

    — Sillabe.

    — Nomi.

    — Se preferite.

    Ademaro si alzò.

    — Prima le hai messe fra delle righe. Adesso le battezzi. Che cosa verrà dopo?

    Guido esitò.

    — Forse riusciremo a insegnarle più in fretta.

    — Non sto scherzando.

    — Nemmeno io.

    Il priore batté una mano sul tavolo.

    — La musica sacra non appartiene a te.

    — Lo so.

    — E allora smetti di trattarla come se potessi rifarla.

    Guido divenne pallido.

    — Proprio perché non mi appartiene non posso accettare che muoia con chi la conosce.

    Il silenzio cambiò.

    Non era più quello d’una discussione.

    Era diventato qualcosa di più pericoloso.

    Ademaro indicò le pergamene.

    — Tu vuoi chiudere il canto dentro questi segni.

    Guido prese il foglio.

    — Una gabbia serve a impedire a qualcosa di andare lontano.

    Lo posò sul tavolo.

    — Queste righe fanno il contrario.

    Il priore non parlò.

    — Non sto imprigionando la musica.

    Guido guardò le quattro linee.

    — Le sto costruendo una strada.


    Gli fu proibito l’accesso alla biblioteca.

    Le pergamene furono confiscate.

    Per settimane il monastero tornò apparentemente alla normalità.

    Soltanto il Ladro dei Canti non rispettò il divieto.

    Continuò il proprio lavoro.

    Una melodia.

    Poi un’altra.

    I monaci partirono per abbazie lontane, cercando uomini che ricordassero ciò che a Pomposa era andato perduto.

    Ma tornavano spesso con versioni differenti.

    Un cantore giurava che una frase salisse.

    Un altro la ricordava discendente.

    Entrambi erano pronti a giurare davanti all’altare.

    La memoria aveva cominciato non soltanto a dimenticare.

    Aveva cominciato a inventare.


    Poi arrivò la vigilia della grande celebrazione.

    Avrebbero partecipato ospiti, pellegrini, ecclesiastici.

    Da settimane si preparava il canto solenne.

    Fra Martino lo intonò un’ultima volta.

    Prima frase.

    Seconda.

    Terza.

    Alla quarta si fermò.

    Il coro tentò di proseguire.

    Nessuno riuscì.

    Martino ripartì.

    Niente.

    Michele provò.

    Niente.

    Il canto era quasi interamente svanito.

    Aprirono il libro.

    I segni erano lì.

    Perfetti.

    Inutili.

    Fu mandato un cavaliere verso un monastero vicino.

    Cominciò a piovere.

    Il fiume crebbe.

    Il cavaliere tornò.

    La strada era impraticabile.

    L’indomani, davanti a centinaia di persone, il monastero avrebbe dovuto cantare una musica che nessuno ricordava più.

    Il Ladro aveva scelto il momento migliore.


    Fu fra Martino a dire:

    — Chiamate Guido.

    Padre Ademaro alzò gli occhi.

    Il vecchio non li abbassò.

    — Chiamatelo.

    Guido arrivò poco dopo.

    Vide il libro aperto.

    Non fece domande.

    — Posso tentare.

    Ademaro aprì un armadio.

    Dentro c’erano tutte le sue pergamene.

    Guido lo guardò.

    Il priore disse soltanto:

    — Non le ho bruciate.

    Era, nel linguaggio di Ademaro, quasi una dichiarazione d’affetto.


    Lavorarono tutta la notte.

    Non ci furono miracoli.

    Ci furono errori.

    Discussioni.

    Ricordi contraddittori.

    Candele consumate.

    Inchiostro rovesciato.

    Fra Martino ricordava una cadenza.

    Michele un frammento.

    Un altro confratello sosteneva il contrario.

    Guido ascoltava tutti.

    Provava sul monocordo.

    Confrontava.

    Scriveva.

    Cancellava.

    Quando finalmente la melodia parve ricomposta, chiamò sei novizi.

    Martino protestò.

    — Non la conoscono.

    — È proprio per questo che servono.

    Guido mise davanti a loro la nuova pergamena.

    — Nessuno vi canterà il pezzo.

    I giovani si guardarono.

    — Lo leggerete.

    Cominciarono.

    Sbagliarono.

    Ripresero.

    Guido indicò:

    — Ut.

    Poi:

    — Re.

    — Mi.

    Le voci si aggiustarono.

    Una frase.

    Poi due.

    Poi tre.

    E, a poco a poco, nella sala risuonò quel canto che nessuno di quei ragazzi aveva mai udito prima.

    Fra Martino si sedette.

    Michele smise di sorridere.

    Ademaro guardava le pergamene come si guarda qualcosa che ci costringe a rinunciare a un’opinione alla quale eravamo molto affezionati.

    Ma mancava ancora l’ultima frase.

    Sul vecchio manoscritto il margine era rovinato.

    I segni non si leggevano.

    Nessuno ricordava.

    Fuori il cielo cominciava già a schiarire.

    — È finita — disse Ademaro.

    — No.

    Fra Martino aveva parlato.

    Chiuse gli occhi.

    Cantò la frase precedente.

    Una volta.

    Due.

    Poi lentamente:

    — Fa…

    Guido si voltò.

    Martino riprese.

    — Sol…

    Gli tremò la voce.

    — La.

    E improvvisamente la conclusione tornò.

    Non tutta insieme.

    Un frammento dopo l’altro.

    La memoria dell’uomo e il nuovo sistema di Guido s’incontrarono a metà strada.

    La melodia ricomparve.

    Guido la scrisse.

    Questa volta nessuno avrebbe più dovuto affidarla alla memoria d’un solo uomo.


    La mattina il monastero cantò.

    Gli ospiti ascoltarono.

    Nessuno seppe che, poche ore prima, quella musica aveva rischiato di scomparire.

    Qualcuno lodò la bellezza del coro.

    Un dignitario si addormentò durante il salmo più lungo e alla fine dichiarò d’esserne stato profondamente commosso.

    La storia, come si vede, possiede anche un senso dell’umorismo.

    Guido non cantò.

    Ascoltò.

    Le voci dei novizi si alzavano insieme a quelle dei vecchi monaci.

    E allora comprese che il vero prodigio non era aver salvato quel canto.

    Era aver trovato un modo perché un uomo potesse insegnare qualcosa anche a qualcuno che non avrebbe mai incontrato.


    Quando Guido lasciò Pomposa, padre Ademaro gli restituì la sacca con tutte le pergamene.

    — Pensavo fossero confiscate.

    — Lo erano.

    — E adesso?

    — Adesso sono un problema che preferisco affidare ad altri.

    Guido sorrise.

    Il priore no.

    Poi prese una delle pagine.

    — Avevo paura che, scrivendo la musica, avreste finito per credere di possederla.

    Guido rimase in silenzio.

    — Forse — continuò Ademaro — non avevo capito che si può scrivere qualcosa anche per il motivo opposto.

    — Quale?

    Il priore gli consegnò la pergamena.

    — Perché smetta di appartenere soltanto a noi.


    Ad Arezzo, tempo dopo, alcuni ragazzi ricevettero fogli con linee, segni e sillabe.

    Non conoscevano quei canti.

    Guido non li intonò.

    Indicò soltanto.

    Ut.

    Re.

    Mi.

    Fa.

    Sol.

    La.

    Le voci partirono incerte.

    Poi trovarono la strada.

    E così la musica imparò una cosa che fino ad allora aveva affidato quasi soltanto alla memoria degli uomini:

    come attraversare il tempo senza chiedere il permesso alla morte.


    LA MORALE

    Guido non cercò di imprigionare la musica sulla carta.

    Cercò di impedirle di morire con chi la ricordava.

    Perché custodire davvero qualcosa non significa trattenerla per noi, ma darle una forma che possa raggiungere chi verrà dopo.

    La memoria è preziosa, ma fragile. La conoscenza diventa eredità soltanto quando sappiamo trasmetterla.

    Per questo quelle linee non furono una gabbia.

    Furono un ponte.

    E forse vale anche per ciò che ciascuno di noi riceve nella vita:

    non ci viene affidato perché finisca con noi, ma perché attraverso di noi possa continuare il viaggio.

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  • Quando il suono si fa colore: I Solisti Aquilani al Festival Respighi di Bologna

    Quando il suono si fa colore: I Solisti Aquilani al Festival Respighi di Bologna

    Da Casella a Liszt, dalla nuova pagina di Marco Taralli al Trittico botticelliano: al Teatro Manzoni una serata costruita intorno alla memoria, con Michele Campanella e la direzione di Davide Trolton

    di Marialuisa Veneziano


    13 ottobre 2026

    Bologna ha con il passato una familiarità che altre città, forse più prudenti, chiamerebbero soggezione. Lo conserva nei portici, lo nasconde dietro un muro, lo lascia affiorare da una facciata; e quando sembra averlo messo debitamente al sicuro nella storia, quello ricompare, con una certa ostinazione, a chiedere di essere nuovamente interpretato.

    Mercoledì 7 ottobre è accaduto anche in musica.

    Al Teatro Auditorium Manzoni, il Festival Respighi Bologna si è intrecciato con un’altra ricorrenza significativa, i quarant’anni di Musica Insieme, affidando ai Solisti Aquilani, al pianoforte di Michele Campanella e alla direzione di Davide Trolton un programma che, osservato distrattamente, avrebbe potuto apparire assai eterogeneo: Alfredo Casella, Franz Liszt, Marco Taralli, Ottorino Respighi.

    Ma la musica, quando un programma è pensato bene, ama smentire le apparenze.

    Il filo esisteva.

    Ed era il tempo.

    Non quello misurato dal metronomo, ma quello più misterioso attraverso il quale un compositore guarda indietro e decide che il passato non è ancora finito.

    Casella cerca forme antiche mentre intorno a lui la storia precipita nella guerra. Liszt, al contrario, scrive una pagina tanto inquieta da sembrare proiettata in avanti. Taralli dichiara già nel titolo il proprio dialogo con l’antico. Respighi, infine, compie l’operazione forse più vertiginosa: guarda tre dipinti del Quattrocento e domanda alla musica di farli tornare a muoversi.

    Il concerto diventava così, quasi senza dichiararlo, una riflessione su una domanda essenziale:

    che cosa significa essere moderni quando si possiede una memoria?


    Casella: costruire mentre il mondo si disfa

    Il Concerto per archi, pianoforte e percussioni op. 69 di Alfredo Casella porta con sé una data che impedisce di ascoltarlo innocentemente.

    1943.

    Casella lo scrive a Roma fra ottobre e novembre, durante l’occupazione tedesca, mentre la malattia che lo avrebbe condotto alla morte pochi anni dopo ha già cominciato a manifestarsi. La composizione, destinata a Paul Sacher e alla sua orchestra di Basilea, nasce dunque mentre due instabilità — quella della storia e quella del corpo — bussano contemporaneamente alla porta dell’autore.

    Eppure Casella non risponde con una musica disgregata.

    Fa quasi il contrario.

    Costruisce.

    Contrappunto, forma, danza, simmetria.

    Come se, mentre il mondo perdeva le proprie coordinate, la musica potesse almeno continuare a tracciare linee dritte.

    L’Allegro alquanto pesante iniziale possiede una scrittura contrappuntistica fitta, nella quale il pianoforte non si comporta secondo il modello romantico del solista sovrano circondato da sudditi orchestrali. Entra invece nel meccanismo, vi si oppone e insieme vi appartiene.

    È una differenza sostanziale.

    Il pianoforte non è semplicemente davanti agli archi.

    È dentro la struttura.

    Michele Campanella si confrontava dunque con una pagina nella quale il virtuosismo non può diventare esibizione esteriore: deve farsi precisione ritmica, articolazione, capacità di emergere e subito dopo rientrare nel tessuto.

    E la presenza di Campanella, figura storica della scuola pianistica italiana, conferiva a questo repertorio un peso particolare: non il pianoforte come esercizio atletico, ma come intelligenza della forma. Musica Insieme lo presentava, non a torto, come una vera istituzione della scuola pianistica napoletana, alla vigilia del doppio traguardo degli ottant’anni e dei sessant’anni di carriera.

    Poi arriva la Sarabanda.

    E qui il tempo cambia.

    La danza antica, già presente nella coeva Sonata per arpa op. 68 e trasportata da Casella nel Concerto, non è archeologia. Non c’è alcun Settecento da cartolina.

    La sarabanda diventa piuttosto memoria di un ordine.

    Passo grave, scansione, raccoglimento.

    Una forma del passato chiamata a parlare dentro una delle epoche più disordinate della storia europea.

    È difficile non sentirvi qualcosa di profondamente umano: quando ogni cosa vacilla, cercare una forma non significa necessariamente fuggire dal presente.

    Può significare resistergli.

    Anche il finale parte con energia, quasi con ostinata fiducia nel movimento, prima di approdare a una conclusione più oscura, sostenuta da un disegno grave degli strumenti bassi che le fonti dell’epoca lessero persino come un presentimento funebre.

    Non occorre forzare la biografia per comprenderne il peso.

    Basta ascoltare l’idea.

    Una musica che vuole procedere.

    E qualcosa, sotto, che comincia a trattenerla.


    Liszt: il pianoforte prima di diventare imperatore

    Poi Malédiction.

    E il titolo, bisogna riconoscerlo, non promette precisamente una serata di serena villeggiatura.

    Liszt scrisse questa singolare pagina per pianoforte e archi negli anni Trenta dell’Ottocento; rimase inedita durante la sua vita e vide la pubblicazione soltanto nel 1915. Le fonti pongono persino un problema interessante sulla sua stessa identità: concerto per pianoforte e archi o più intimo lavoro cameristico con pianoforte fortemente concertante?

    È proprio questa ambiguità a renderla affascinante.

    Il giovane Liszt non è ancora il monumento di se stesso.

    Non è ancora interamente il pianista prometeico che il secolo avrebbe imparato ad adorare e, talvolta, a temere.

    Sta cercando.

    La scrittura è instabile, nervosa, percorsa da tensioni armoniche che sembrano voler sottrarre continuamente il terreno sotto i piedi dell’ascoltatore.

    E così, dopo Casella, il pianoforte cambia improvvisamente natura.

    Nel primo era parte di un organismo costruttivo.

    In Liszt diventa una forza perturbatrice.

    Qui la modernità non cerca un’architettura antica nella quale trovare riparo.

    Sembra volerla incendiare dall’interno.

    L’accostamento era dunque assai meno arbitrario di quanto potesse apparire: Casella e Liszt mettono entrambi in discussione il rapporto fra individuo e collettività sonora.

    Dove finisce il solista?

    Dove comincia l’ensemble?

    Quando il pianoforte conduce, e quando viene assorbito?

    Domande tecniche, certamente.

    Ma le grandi forme concertanti sono sempre, in fondo, anche piccole metafore sociali.

    C’è un individuo.

    C’è una comunità.

    E bisogna trovare il modo di farli parlare senza che uno distrugga l’altra.


    Marco Taralli: l’antico dopo che l’antico è già accaduto

    La Piccola Suite nello stile antico di Marco Taralli portava il programma direttamente nel presente.

    La composizione era freschissima: la prima esecuzione assoluta era avvenuta il giorno precedente all’Aquila, sempre con i Solisti Aquilani, Trolton e Campanella; Bologna ne raccoglieva immediatamente il seguito.

    Ma già il titolo pone un problema estetico interessante.

    Che cosa significa, nel 2026, scrivere “nello stile antico”?

    Non possiamo più compiere quel gesto con la stessa innocenza con cui lo si sarebbe fatto due secoli fa.

    Fra noi e l’antico sono passati Stravinskij, Casella, Respighi, neoclassicismo, postmodernità, filologia, prassi storicamente informata.

    L’antico, oggi, non è mai soltanto antico.

    È il ricordo che possediamo dell’antico.

    Taralli entra dunque in un territorio delicato: utilizzare una grammatica riconoscibile senza trasformarla in travestimento, far parlare la memoria senza ridurla a nostalgia.

    Ed è precisamente per questo che la sua presenza nel programma assumeva senso.

    Casella aveva recuperato la sarabanda.

    Respighi avrebbe di lì a poco convocato il Rinascimento botticelliano.

    Taralli si collocava fra questi due mondi ricordandoci che la relazione della musica italiana con la propria storia non è mai stata pacificata.

    Noi italiani abbiamo un problema meraviglioso e terribile: possediamo talmente tanto passato che rischiamo continuamente di esserne proprietari invece che interlocutori.

    La musica migliore evita entrambi gli estremi.

    Non distrugge ciò che è venuto prima per dimostrarsi moderna.

    Ma neppure lo lucida fino a trasformarlo in soprammobile.

    Lo interroga.


    Respighi: quando Botticelli comincia a muoversi

    Poi arriva il Trittico botticelliano.

    E tutto ciò che fino a quel momento era stato discorso sulla memoria diventa improvvisamente colore.

    Respighi lo compone nel 1927 per un organico sorprendentemente contenuto: flauto, oboe, clarinetto, fagotto, corno, tromba, triangolo, campanelli, celesta, arpa, pianoforte e archi. Una tavolozza cameristica, dunque, lontana dalla massa orchestrale delle grandi pagine romane.

    È una scelta decisiva.

    Per Botticelli non serve il marmo.

    Serve la trasparenza.

    Respighi non vuole dipingere sopra i quadri. Vuole trovare il loro equivalente temporale.

    Perché qui sta la difficoltà profonda della musica ispirata alla pittura.

    Un dipinto esiste tutto contemporaneamente.

    La musica no.

    La Primavera di Botticelli è già interamente davanti a noi nell’istante in cui la guardiamo: Mercurio, le Grazie, Venere, Flora, Zefiro.

    Respighi deve invece costringerci a incontrarla nel tempo.

    Deve decidere quale colore verrà prima.

    Quale figura dovrà emergere.

    Quale movimento dovremo immaginare.

    In altre parole, deve compiere un piccolo prodigio:

    far camminare ciò che Botticelli aveva fermato.


    La Primavera: non descrivere i fiori, ma farli nascere

    Nella Primavera trilli, tremoli, figurazioni mobili e reminiscenze di danze antiche producono una scrittura leggera, continuamente attraversata da piccoli moti interni.

    Ma parlare soltanto di “descrittivismo” sarebbe riduttivo.

    Respighi non sta componendo un catalogo sonoro di fiori, alberi e ninfe.

    Sta traducendo la qualità del movimento botticelliano.

    Guardiamo le Tre Grazie.

    I corpi sembrano muoversi e tuttavia posseggono la perfezione immobile dell’immagine.

    La musica deve compiere esattamente questa contraddizione: avanzare senza perdere grazia, danzare senza diventare pesante.

    Ed è qui che un complesso come I Solisti Aquilani trova un repertorio particolarmente congeniale alla propria natura.

    La partitura chiede precisione cameristica prima ancora che potenza.

    Ascolto reciproco.

    Elasticità.

    Capacità di passare il colore da uno strumento all’altro senza che la frase perda continuità.

    Il merito dell’ensemble sta proprio nel ricordare quanto Respighi possa essere raffinato quando lo si libera dall’equivoco secondo cui sarebbe soltanto il compositore delle grandi esplosioni orchestrali.

    Il Respighi del Trittico non alza la voce.

    Dipinge con la punta del pennello.


    L’Adorazione dei Magi: quando il Rinascimento ricorda il Medioevo

    Il secondo quadro cambia completamente la luce.

    Nell’Adorazione dei Magi appare una scrittura pastorale; flauto e fagotto introducono anche la melodia di Veni, veni Emmanuel, mentre la strumentazione utilizza colori che suggeriscono l’avvicinarsi della carovana e un Oriente più sognato che geografico.

    Ed ecco un cortocircuito temporale magnifico.

    Noi ascoltiamo un compositore del Novecento.

    Che guarda un pittore del Quattrocento.

    Che rappresenta una scena evangelica.

    Utilizzando una melodia proveniente da una tradizione ancora più antica.

    Quanti tempi esistono contemporaneamente in queste poche battute?

    È questa la ragione per cui parlare semplicemente di “musica antica” e “musica moderna” talvolta non serve a nulla.

    Nella memoria musicale il tempo non procede in linea retta.

    Si ripiega.

    Ritorna.

    Sopravvive.

    Un frammento medievale può entrare nel Novecento e, senza cessare di appartenere al proprio passato, diventare materia nuova.

    Respighi comprendeva questa possibilità con un’intelligenza straordinaria.

    Non imbalsamava l’antico.

    Lo faceva risuonare nel presente.


    Venere: il mare prima della dea

    Infine, La nascita di Venere.

    E Respighi compie qui forse la scelta più poetica dell’intero trittico.

    Prima della dea, ci dà il mare.

    Gli archi costruiscono un movimento ondeggiante; trilli, arpeggi e leggere oscillazioni timbriche trasformano la superficie orchestrale in acqua. Solo progressivamente emerge un motivo più ampio, legato alla figura di Venere e costruito attraverso richiami modali arcaizzanti.

    È un dettaglio importante.

    Respighi non traduce il quadro dicendo: “questa è Venere”.

    Ci conduce verso di lei.

    La musica diventa attesa dello sguardo.

    Prima sentiamo l’acqua.

    Poi il vento.

    Poi qualcosa si solleva.

    Ed è proprio in questa pagina che la piccola orchestra dimostra quanto il colore non dipenda dal numero degli strumenti, ma dalla qualità delle loro relazioni.

    Celesta, arpa, pianoforte, fiati e archi non producono semplicemente una bella sonorità.

    Costruiscono profondità.

    Respighi orchestra come un pittore che conosca il valore dello spazio fra due colori.

    La trasparenza non è assenza di materia.

    È materia perfettamente distribuita.

    E qui I Solisti Aquilani meritano un riconoscimento particolare: una compagine nata sulla cultura dell’ensemble possiede naturalmente quell’attenzione alla linea interna che il Trittico richiede. Anche una delle cronache successive alla serata, pur assai severa su altri aspetti dell’esecuzione, ha riconosciuto esplicitamente la qualità dell’ensemble.

    Davide Trolton si trovava davanti a un compito tutt’altro che elementare. Un programma simile non richiede un unico gesto direttoriale, ma quattro differenti idee di peso, tempo e articolazione: la geometria di Casella non può respirare come Liszt; l’arcaismo di Taralli non può essere trattato come il colorismo di Respighi. Il valore della bacchetta, qui, si misura anzitutto nella capacità di non uniformare.

    E affidare un programma tanto esposto a un giovane direttore significa anche ricordare che la tradizione non si conserva soltanto affidandola a chi la conosce da decenni.

    Si conserva consegnandola a qualcuno che dovrà ancora portarla altrove.


    Una serata italiana, ma non provinciale

    Alla fine, il dato più interessante del concerto bolognese non era la presenza di quattro compositori assai diversi.

    Era ciò che accadeva mettendoli uno accanto all’altro.

    Liszt guardava avanti.

    Casella guardava indietro per continuare ad avanzare.

    Taralli domandava all’antico se avesse ancora qualcosa da dire.

    Respighi prendeva Botticelli per mano e lo conduceva nel Novecento.

    Nessuno di loro considerava il passato un luogo nel quale tornare ad abitare.

    Lo consideravano un interlocutore.

    E questa è forse una delle questioni centrali della musica italiana.

    Abbiamo ereditato un patrimonio talmente vasto che potremmo trascorrere intere stagioni a celebrarlo.

    Ma celebrare non basta.

    Il compito dell’interpretazione è un altro.

    Occorre permettere a una pagina già scritta di accadere nuovamente.

    Non riprodurla.

    Farle correre ancora un rischio.

    È in questo che il lavoro di un’orchestra diventa davvero culturale: non quando esegue correttamente il passato, ma quando riesce a sottrarlo alla condizione di passato.

    I Solisti Aquilani, guidati da un eccellente e sensibile Davide Trolton, hanno portato a Bologna proprio questa identità: quella di un ensemble nel quale la disciplina cameristica rimane il fondamento anche quando il repertorio assume dimensione orchestrale. Campanella ha dato alla serata il peso di una lunga storia interpretativa; Trolton quello di una generazione che quella storia deve ricevere senza esserne schiacciata.

    E alla fine è rimasto Respighi.

    O forse Botticelli.

    Non è facile stabilire dove terminasse l’uno e cominciasse l’altro.

    La Primavera continuava a danzare.

    I Magi proseguivano il loro viaggio.

    Venere saliva ancora dall’acqua.

    Soltanto che, per una sera, non avevano più bisogno di essere guardati.

    Avevano trovato un’altra maniera di esistere.

    Erano diventati suono.

    Ed è forse questo il prodigio più serio della musica quando incontra un’opera d’arte: non illustrarla, non spiegarla, non sovrapporle una didascalia sonora.

    Restituirle il tempo che la pittura le aveva tolto.

    Botticelli aveva fermato un istante.

    Respighi lo rimise in movimento.

    E al Manzoni, quasi un secolo dopo, quel movimento ha avuto ancora qualcuno disposto a continuarlo.

    Photo Credit: Paolo Perna

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  • Le dodici principesse e il trono vuoto

    Quando una voce vuole dominare le altre, perfino la musica può cominciare a morire

    di Marialuisa Veneziano

    **********

    🎧 MUSICA PER LA LETTURA
    Arnold Schönberg — Variations for Orchestra, op. 31
    Prima di entrare nel regno delle dodici principesse, clicca sulla freccia nera e premi play.
    Questa volta la musica non accompagna soltanto la storia: ne custodisce il segreto.
    Nelle Variazioni per orchestra op. 31 di Arnold Schönberg, i dodici suoni entrano in un nuovo ordine, nel quale nessuno è chiamato a regnare stabilmente sugli altri. Si incontrano, si trasformano, ritornano sotto forme diverse, fino a costruire un universo sonoro in cui l’equilibrio non nasce dal predominio di una sola voce.
    È la stessa domanda nascosta dietro il trono vuoto.
    Mentre leggi, non cercare necessariamente una melodia da seguire.
    Lascia piuttosto che la musica ti sorprenda.
    Dodici suoni. Dodici principesse. Nessuna regina.
    Comincia l’ascolto.
    Poi apri la porta.

    Ci sono troni che fanno paura quando sono occupati.

    Quello del re Aldebrando cominciò a farne quando rimase vuoto.

    A corte nessuno lo avrebbe ammesso, naturalmente.

    Le corti hanno sempre avuto una straordinaria capacità di attribuire nomi decorosi alle proprie paure: l’ambizione diventa senso dello Stato, l’invidia prudenza, la vigliaccheria moderazione e il desiderio di sapere chi comanderà domani, quando è espresso con sufficiente gravità, prende il nome di preoccupazione per il bene del regno.

    Così, la mattina dopo la morte del sovrano, nessuno disse:

    «Chi si prenderà il trono?»

    Dissero invece:

    «Occorre assicurare la continuità della Corona.»

    Che, tradotto nella lingua degli uomini, significava pressappoco la stessa cosa.

    Il problema era che Aldebrando non aveva lasciato figli maschi.

    Aveva lasciato dodici figlie.

    E, quel che era peggio per coloro che amano le questioni semplici, le aveva amate tutte.

    Non allo stesso modo — i genitori che dicono di amare tutti i figli nello stesso modo sono forse sinceri, ma certamente imprecisi — bensì con quell’arte difficile che consiste nel comprendere che persone diverse hanno bisogno di amori diversi.

    La maggiore si chiamava Aurelia.

    Era prudente, composta, abituata da anni a sentir dire che un giorno avrebbe dovuto assumersi grandi responsabilità; sicché aveva finito con l’assumersi anche quelle che nessuno le aveva affidato.

    Beatrice possedeva un’intelligenza tagliente e il difetto, non raro nelle persone intelligenti, di adoperarla talvolta quando sarebbe stato più caritatevole lasciarla nel fodero.

    Cecilia parlava poco, ma ricordava tutto.

    Diana aveva un carattere così impetuoso che un giorno un ambasciatore aveva osservato che la principessa entrava nelle stanze alcuni secondi prima del proprio corpo.

    Elena amava le regole.

    Flora amava le persone, il che la portava spesso a violare le regole stabilite da Elena.

    Ginevra desiderava il trono.

    È bene dirlo subito.

    Non perché fosse cattiva.

    Le persone cattive sono assai più comode nelle favole: fanno il male e risparmiano al narratore ogni spiegazione.

    Ginevra, invece, era generosa, brillante, coraggiosa e sinceramente convinta che il regno sarebbe stato migliore sotto il suo governo.

    È una convinzione che ha causato nella storia più disgrazie della pura malvagità.

    Livia aveva paura quasi di tutto, ma possedeva la curiosa capacità di essere coraggiosa quando qualcun altro aveva più paura di lei.

    Matilde metteva in discussione ogni cosa, compresa la necessità di mettere in discussione ogni cosa.

    Nerina preferiva le biblioteche ai ricevimenti, scelta che a corte veniva giudicata con la stessa indulgenza riservata a una malattia infantile destinata, si sperava, a passare.

    Ottavia aveva una memoria prodigiosa.

    E infine c’era Viola.

    La più giovane.

    Così abituata a essere la dodicesima che aveva imparato presto una verità che i primi nati comprendono assai più tardi:

    chi arriva ultimo a parlare, se ha pazienza, spesso sente cose che gli altri non hanno ascoltato.

    Quando il re fu sepolto, il Consiglio della Corona si riunì nella Grande Sala.

    In fondo alla sala stava il trono.

    Nero, altissimo, con dodici piccoli intarsi d’argento disposti lungo lo schienale.

    Da secoli nessuno faceva caso a quegli intarsi.

    È un destino comune alle cose che vediamo ogni giorno: diventano invisibili proprio grazie alla loro presenza.

    Davanti al trono stava il cancelliere, marchese Ortensio di Cadenza.

    Ortensio era un uomo magro, accurato e perfettamente pettinato, il quale nutriva per l’ordine un affetto tanto sincero da diffidare di tutto ciò che non aveva personalmente disposto.

    — Altezza — disse rivolgendosi ad Aurelia — secondo le consuetudini del regno…

    — Mio padre non ha nominato un’erede — lo interruppe Ginevra.

    Il cancelliere fece una breve pausa.

    — Infatti.

    — Dunque non esiste alcuna consuetudine applicabile.

    — Principessa, le consuetudini possiedono precisamente il vantaggio d’essere applicabili anche quando nessuno ricorda più perché esistano.

    Beatrice sorrise.

    — È forse la migliore definizione di consuetudine che io abbia mai sentito.

    Ortensio la ignorò.

    — La principessa Aurelia è la maggiore.

    Tutti guardarono Aurelia.

    Aurelia guardò il trono.

    Avrebbe potuto dire sì.

    Era stata preparata per anni a quel momento.

    Aveva imparato diritto, storia, economia, diplomazia.

    Le avevano insegnato come salutare un ambasciatore ostile, come ricevere una notizia terribile senza sbiancare e perfino quanto a lungo fosse opportuno tacere prima di rispondere a una dichiarazione di guerra.

    Nessuno, tuttavia, le aveva insegnato come sedersi sul trono del proprio padre il giorno dopo averlo perduto.

    — Aspetteremo — disse.

    Ortensio impallidì quasi impercettibilmente.

    Gli uomini che amano l’ordine tollerano molte cose.

    L’attesa raramente è fra queste.

    — Aspetteremo cosa?

    Aurelia prese dalla tasca della veste una chiave.

    — Questo.

    La mostrò.

    Era una piccola chiave d’argento che il re aveva portato al collo fino all’ultimo giorno.

    Nella notte precedente alla morte, l’aveva consegnata alla figlia maggiore dicendo soltanto:

    «Quando tutti cercheranno chi deve essere la prima, apri ciò che ho lasciato.»

    Aurelia si avvicinò al trono.

    Sotto il bracciolo destro trovò una serratura.

    Nessuna di loro l’aveva mai notata.

    La chiave entrò.

    Scattò qualcosa.

    Dallo schienale del trono uscì lentamente un piccolo cassetto.

    Dentro c’erano dodici lettere.

    Ognuna portava il nome di una principessa.

    E sotto le lettere, una tredicesima busta.

    Senza nome.

    Aurelia la prese.

    Sul sigillo c’erano incise poche parole:

    DA APRIRE SOLTANTO QUANDO TUTTE AVRANNO PARLATO.

    Ginevra alzò un sopracciglio.

    — Nostro padre conservava il senso del teatro fino alla fine.

    — Finalmente sappiamo da chi l’hai ereditato — disse Beatrice.

    Aurelia distribuì le lettere.

    Ogni sorella aprì la propria.

    Nella stanza si fece silenzio.

    — La mia contiene una nota — disse Cecilia.

    — Anche la mia — disse Elena.

    — La mia pure.

    Una dopo l’altra mostrarono i fogli.

    Su ciascuno era scritto un solo nome di nota musicale e una frase.

    Aurelia lesse:

    MI — “Non essere la prima soltanto perché altri ti hanno messo davanti.”

    Beatrice:

    FA — “L’intelligenza che umilia una voce finisce per ascoltare soltanto se stessa.”

    Cecilia:

    DO DIESIS — “Ricordare non significa ripetere.”

    Diana:

    SOL — “La forza che non sa attendere diventa rumore.”

    Elena:

    RE DIESIS — “Una regola è giusta soltanto finché protegge anche chi non l’ha scritta.”

    Flora:

    LA — “Ascoltare qualcuno significa correre il rischio di cambiare idea.”

    Ginevra:

    SI BEMOLLE — “Chi desidera il centro dovrebbe prima domandarsi chi resterà ai margini.”

    Livia:

    RE — “Il coraggio non è parlare per primi.”

    Matilde:

    LA BEMOLLE — “Dubita anche del tuo dubbio.”

    Nerina:

    SI — “Ciò che viene dimenticato non è sempre ciò che vale meno.”

    Ottavia:

    DO — “La memoria diventa prigione quando pretende che il futuro somigli al passato.”

    Viola aprì per ultima.

    FA DIESIS — “Ciò che manca sembra piccolo soltanto finché non manca davvero.”

    Nessuna parlò.

    Poi Diana disse:

    — Che cosa significa?

    — Che nostro padre era diventato ancora più enigmatico negli ultimi mesi — rispose Ginevra.

    Ortensio si schiarì la voce.

    — Con tutto il rispetto dovuto alla memoria del sovrano, il regno non può essere governato da un indovinello.

    Fu allora che dalla torre arrivò un rintocco.

    Uno.

    Due.

    Tre.

    Poi un suono strano.

    Come una campana che avesse dimenticato se stessa.

    Tutti alzarono la testa.

    Il maestro delle campane entrò nella sala pochi minuti dopo, pallido.

    — Maestà…

    Si fermò.

    Il trono era vuoto.

    Non sapendo a chi rivolgersi, fece un inchino collettivo, che non fu elegante ma ebbe almeno il pregio dell’imparzialità.

    — Una delle campane non suona più correttamente.

    — Si sarà incrinata — disse Ortensio.

    — No, signore.

    — Allora cos’ha?

    Il vecchio esitò.

    — Manca una nota.

    Beatrice sorrise.

    — Una campana non può perdere una nota.

    — Infatti, Altezza.

    — E dunque?

    Il vecchio deglutì.

    — La nota è scomparsa anche dalle altre.

    Questa volta nessuno sorrise.

    La notizia impiegò poche ore a raggiungere la città.

    Il fa diesis era sparito.

    Non stonato.

    Non abbassato.

    Non alterato.

    Sparito.

    I violinisti potevano mettere il dito esattamente dove quella nota avrebbe dovuto trovarsi e ottenere un suono che scivolava altrove.

    Gli organi saltavano quel punto come se sulla tastiera ci fosse un gradino spezzato.

    I flauti lo cercavano e producevano soltanto aria.

    Perfino i bambini, provando a cantarlo, sentivano la voce cadere un semitono prima o salire a quello successivo.

    Naturalmente molti dichiararono che non era grave.

    Gli uomini hanno una straordinaria inclinazione a considerare trascurabile ciò che ancora non impedisce loro di cenare.

    — Una nota su dodici — disse un mercante. — Ne restano undici.

    Il giorno seguente ne sparì un’altra.

    Poi una terza.

    A quel punto il mercante smise di fare calcoli.

    Le melodie cominciarono a deformarsi.

    Le canzoni popolari inciampavano.

    Le ninnananne avevano buchi improvvisi.

    Un quartetto dovette interrompersi a metà d’un brano perché due strumenti non riuscivano più a incontrarsi.

    La cosa più inquietante, tuttavia, non era la bruttezza dei nuovi suoni.

    Era la sensazione che il mondo si stesse restringendo.

    Come una lingua dalla quale qualcuno cancellasse, una alla volta, le parole.

    La terza notte Viola non riuscì a dormire.

    Riprese la lettera del padre.

    FA DIESIS.

    La prima nota scomparsa.

    Lesse la frase.

    Ciò che manca sembra piccolo soltanto finché non manca davvero.

    Si alzò.

    Attraversò il corridoio.

    La biblioteca era buia.

    Nerina era seduta a un tavolo con tre candele accese e diciassette libri aperti.

    — Non dormi mai?

    — Dormo quando gli altri smettono di fare cose che poi devo capire.

    Viola le mostrò il foglio.

    — La prima nota scomparsa è la mia.

    Nerina rimase immobile.

    Poi chiamò Ottavia.

    Poi Cecilia.

    Mezz’ora dopo tutte e dodici erano nella biblioteca, alcune avvolte in mantelli, altre ancora in veste da notte; Diana portava una candela in mano con l’atteggiamento di chi sarebbe stata perfettamente disposta a usarla come arma.

    Posero le lettere sul tavolo.

    Nerina le osservò.

    — Forse non sono dodici messaggi.

    — Sono palesemente dodici messaggi — disse Elena.

    — No. Forse sono un messaggio solo, diviso in dodici parti.

    Ottavia prese i fogli.

    — Ma in quale ordine?

    Ginevra rispose:

    — In quello della nostra nascita.

    Provarono.

    Non accadde nulla.

    — Forse per altezza — suggerì Diana.

    — Se nostro padre ha affidato il futuro del regno alla nostra altezza, abbiamo problemi maggiori della successione — disse Beatrice.

    Provarono secondo l’età.

    Secondo l’alfabeto.

    Secondo la disposizione delle stanze.

    Secondo il giorno di nascita.

    Niente.

    Fu Viola a notare una cosa.

    — Le note.

    Tutte si voltarono.

    — Non sono in ordine.

    Elena sospirò.

    — Questo è evidente.

    — No. Voglio dire: forse l’ordine è proprio il fatto che non siano in ordine.

    Silenzio.

    Nerina la guardò.

    Viola prese una matita e trascrisse:

    Ottavia contò.

    — Nessuna si ripete.

    — Tutte e dodici — disse Cecilia.

    Proprio in quel momento la grande campana della torre batté mezzanotte.

    Un quarto suono scomparve dal mondo.

    Il giorno dopo le principesse convocarono il vecchio maestro di cappella.

    Si chiamava Erasmo e aveva raggiunto quell’età nella quale gli uomini non sono necessariamente più saggi, ma hanno almeno smesso di preoccuparsi se qualcuno li considera tali.

    Ascoltò.

    Guardò la serie.

    Poi si tolse gli occhiali.

    — Vostro padre studiava questa idea da anni.

    Ortensio, presente alla riunione, si irrigidì.

    — Quale idea?

    Erasmo lo guardò.

    — Quella di una musica nella quale nessun suono potesse reclamare per sé il diritto d’essere casa.

    — Una musica senza centro? — domandò Aurelia.

    — Esattamente.

    Il cancelliere scosse il capo.

    — Assurdo. Ogni ordine necessita d’un centro.

    Erasmo sorrise.

    — Voi confondete spesso il centro con chi vi sta seduto sopra.

    Ortensio non sorrise.

    — E queste note?

    Il maestro indicò la serie.

    — Una legge. Prima che una nota torni, tutte le altre devono aver avuto diritto di parola.

    Viola guardò le sorelle.

    — “Quando tutte avranno parlato.”

    La tredicesima busta.

    Corsero alla sala del trono.

    Aurelia la prese.

    — Tutte abbiamo letto le nostre lettere.

    — Ma non abbiamo fatto parlare le note — disse Cecilia.

    Erasmo annuì.

    Nella sala c’era un antico clavicembalo.

    Aurelia si sedette.

    — Nell’ordine?

    — Nell’ordine lasciato dal re.

    Suonò il Mi.

    Poi Fa.

    Do diesis.

    Sol.

    A ogni suono uno degli intarsi d’argento sul trono si illuminava.

    Re diesis.

    La.

    Si bemolle.

    Re.

    La bemolle.

    Si.

    Do.

    Aurelia arrivò all’ultima.

    Fa diesis.

    Il tasto scese.

    Nessun suono.

    La prima nota scomparsa.

    Uno degli intarsi rimase spento.

    Il meccanismo non si aprì.

    Ortensio disse piano:

    — Siamo arrivati troppo tardi.

    Quella notte sparì il quinto suono.

    Il regno cominciò ad avere paura.

    E la paura, quando non comprende, chiede quasi sempre un padrone.

    La gente si radunò davanti al palazzo.

    — Una regina!

    — Incoronate Aurelia!

    — Qualcuno governi!

    Altri gridavano il nome di Ginevra.

    Il Consiglio si divise.

    Ortensio convocò Aurelia in privato.

    — Domani sarete incoronata.

    — No.

    — Altezza, il popolo ha bisogno d’un centro.

    — Il popolo ha bisogno che le note tornino.

    — E torneranno quando sarà ristabilito l’ordine.

    Aurelia lo guardò.

    — Ne siete certo?

    Ortensio esitò appena.

    Troppo poco perché chiunque altro se ne accorgesse.

    Abbastanza perché Aurelia sì.

    — Che cosa sapete?

    — Quello che so è che vostro padre, negli ultimi anni, si era lasciato sedurre da idee pericolose.

    — Quali?

    — Che dodici voci potessero governare senza che nessuna fosse prima.

    — E voi non eravate d’accordo.

    — Io conosco gli uomini.

    — È una frase che spesso pronunciano coloro che hanno smesso di fidarsi di loro.

    Ortensio si alzò.

    — Una nazione non è un esperimento musicale.

    — Forse.

    Aurelia lo fissò.

    — Ma questa crisi lo è.

    Nerina, nel frattempo, aveva trovato qualcosa.

    Dietro un antico armadio della biblioteca esisteva una porta.

    Sul legno erano incise dodici linee.

    E sopra:

    QUANDO LA STRADA DAVANTI A VOI SARÀ CHIUSA, CERCATE QUELLA CHE TORNA INDIETRO.

    — Indietro — disse Ottavia.

    Prese la serie.

    La lesse al contrario.

    FA♯ – DO – SI – LA♭ – RE – SI♭ – LA – RE♯ – SOL – DO♯ – FA – MI.

    Appena pronunciò l’ultima nota, la porta scattò.

    Dietro c’era un corridoio.

    Beatrice guardò le altre.

    — Nostro padre aveva indubbiamente troppo tempo libero.

    Entrarono.

    Il passaggio scendeva sotto il palazzo.

    Arrivarono a una sala rivestita di specchi.

    Al centro stava un’iscrizione:

    NON BASTA TORNARE.
    CIÒ CHE SALE IMPARI A SCENDERE.
    CIÒ CHE SCENDE IMPARI A SALIRE.

    Erasmo, che le aveva seguite con la lentezza di chi sa che gli enigmi non diventano più facili correndo, passò un dito sulle parole.

    — Inversione.

    Elena lo guardò.

    — Cioè?

    — Se una nota sale d’un intervallo, la sua immagine deve scendere dello stesso intervallo.

    Matilde sorrise.

    — Perfino nostro padre aveva capito che il contrario non è sempre un nemico. A volte è una strada.

    Ricostruirono la serie.

    Ci vollero ore.

    Ogni errore spegneva le torce della sala.

    Ogni volta ricominciavano.

    Diana perse la pazienza.

    Elena insistette su una soluzione sbagliata per quasi mezz’ora.

    Ginevra accusò Beatrice di distrarla.

    Beatrice rispose che, per distrarre Ginevra da se stessa, sarebbe occorso molto più talento.

    Aurelia batté una mano sul tavolo.

    — Basta!

    Silenzio.

    Viola, che fino a quel momento non aveva parlato, disse:

    — Stiamo facendo esattamente ciò che nostro padre voleva impedirci.

    — Cioè?

    — Ognuna aspetta soltanto il momento di ripetere la propria idea.

    Nessuno rispose.

    Era irritante.

    E, come spesso accade alle cose irritanti, era vero.

    Quella volta provarono diversamente.

    Una parlava.

    Le altre ascoltavano.

    Una proposta non veniva scartata finché tutte non l’avevano compresa.

    Ci misero meno di un’ora.

    Lo specchio centrale si aprì.

    Dietro trovarono una piccola stanza.

    E nella stanza, un leggio.

    Sul leggio mancava un foglio.

    Il dodicesimo.

    — Qualcuno è arrivato prima di noi — disse Cecilia.

    Non occorsero grandi indagini.

    Sulla polvere c’erano impronte.

    Ordinatissime.

    Uguali.

    E sul pavimento una piccola goccia di ceralacca verde.

    Ortensio sigillava tutti i documenti di Stato con ceralacca verde.

    Ginevra impallidì.

    — Il cancelliere.

    Risalirono.

    Ma Ortensio le stava aspettando.

    Nella Sala del Trono.

    Con le guardie.

    E con la corona.

    — Domani all’alba — disse — Aurelia sarà regina.

    — Avete preso il foglio — disse Nerina.

    Ortensio non negò.

    — L’ho distrutto.

    Viola fece un passo avanti.

    — Perché?

    Per la prima volta il cancelliere sembrò vecchio.

    — Perché ho visto un regno quasi distrutto una volta.

    Le principesse tacquero.

    — Vostro nonno morì lasciando due eredi. Due. Bastarono per sette anni di guerra. Ho visto città incendiate perché due uomini ritenevano entrambi di avere diritto alla stessa sedia. Vostro padre pensava che dodici persone potessero governare senza un sovrano.

    Rise.

    Non con allegria.

    — Dodici.

    Ginevra guardò la corona.

    — E quindi avete fatto sparire le note?

    — No.

    Ortensio la guardò.

    — Ma sapevo che sarebbe accaduto.

    — Come?

    — Vostro padre mi mostrò il meccanismo anni fa. Mi disse che alla sua morte il trono avrebbe “messo alla prova il regno”.

    — E voi avete nascosto l’ultima parte.

    — Ho impedito una follia.

    Viola sussurrò:

    — No. Avete impedito che tutte le voci arrivassero alla fine.

    Ortensio indicò il trono.

    — Quel seggio ha tenuto unito questo paese per quattrocento anni.

    Matilde guardò la sedia nera.

    — Curioso. Credevo fossero state le persone.

    — Le persone hanno bisogno di sapere chi comanda!

    Fu allora che Ginevra prese la corona.

    Tutte si voltarono.

    La tenne fra le mani.

    Era il momento che aveva immaginato per anni.

    Il peso dell’oro.

    Le pietre.

    Il diritto d’essere guardata per prima.

    Ortensio sorrise.

    — Voi capite.

    Ginevra osservò il trono.

    Poi le sorelle.

    Si avvicinò lentamente.

    Per un istante parve sul punto di sedersi.

    Invece posò la corona sul cuscino.

    — È questo il problema — disse.

    Ortensio aggrottò la fronte.

    — Quale?

    — Che io capisco benissimo.

    Si voltò verso di lui.

    — Ho desiderato quella sedia per metà della mia vita. E proprio per questo non mi fido di ciò che penso quando la guardo.

    Aurelia abbassò gli occhi.

    Beatrice non fece battute.

    Era forse il più grande omaggio che sapesse rendere.

    All’alba mancavano ormai sette note.

    La città suonava come un mondo che stesse dimenticando la propria lingua.

    Le principesse tornarono nella stanza degli specchi.

    Il dodicesimo foglio era scomparso.

    Ma Ottavia ricordava ogni parola letta.

    — Io l’ho visto — disse.

    — Quando?

    — Una volta. Nostro padre lo teneva sulla scrivania mesi fa. Non capii cosa fosse.

    Chiuse gli occhi.

    Recitò:

    “QUANDO AVRETE ATTRAVERSATO LA SERIE, IL RITORNO E LO SPECCHIO, NON CERCATE UN NOME. CERCATE CIÒ CHE NESSUNO DI VOI È DISPOSTO A PERDERE.”

    — Il regno — disse Aurelia.

    — Nostro padre — disse Flora.

    — La libertà — disse Matilde.

    — Il trono — disse Ginevra.

    Poi si fermò.

    — No.

    Viola la guardò.

    Ginevra comprese prima delle altre.

    — La propria voce.

    Silenzio.

    Al centro della stanza c’erano dodici piccole cavità.

    Una per ogni nota.

    Erasmo disse:

    — Forse l’ultima prova non riguarda ciò che dovete suonare.

    — Ma ciò a cui siete disposte a rinunciare — disse Cecilia.

    Una dopo l’altra, le principesse posero nelle cavità i propri sigilli.

    Quando Viola appoggiò il dodicesimo, la parete si aprì.

    Una scala saliva.

    Non scendeva.

    Saliva dentro il trono.

    Arrivarono dietro lo schienale della grande sedia.

    Lì trovarono dodici corde tese, una per ogni intarsio.

    Undici erano spezzate.

    Una sola resisteva ancora.

    Ortensio, che le aveva seguite, entrò.

    — Fermatevi.

    Viola guardò la corda.

    — Se questa si spezza, sparirà l’ultima nota.

    — Se la toccate, potreste distruggere tutto!

    Aurelia si voltò.

    — E se non facciamo nulla?

    Il cancelliere non rispose.

    Fu la risposta.

    Erasmo esaminò il meccanismo.

    — Le corde non devono essere riparate una per una.

    — Allora come?

    Il vecchio indicò dodici piccoli martelletti.

    — Devono suonare insieme nella successione stabilita.

    — Ma le note sono scomparse.

    — Dal regno, sì.

    Erasmo guardò le principesse.

    — Non da voi.

    Nessuna capì.

    Poi Cecilia portò una mano al petto.

    Le lettere.

    Le frasi.

    I sigilli.

    Ognuna di loro aveva ricevuto una nota.

    Non dovevano suonarla con uno strumento.

    Dovevano cantarla.

    — Non posso — disse Livia. — Quelle note non esistono più.

    Erasmo sorrise.

    — Esistono nella memoria.

    Ottavia diede il primo suono.

    Incerto.

    Aurelia lo seguì.

    Una dopo l’altra cercarono la propria altezza.

    Era difficile.

    Alcune esitavano.

    Alcune erano troppo basse.

    Altre troppo alte.

    Ginevra partì prima del proprio turno.

    Il meccanismo tremò.

    — Aspetta! — gridò Viola.

    Ginevra tacque.

    E per la prima volta nella sua vita aspettò che undici altre voci avessero diritto di esistere prima di usare di nuovo la propria.

    Mi.

    Fa.

    Do diesis.

    Sol.

    Re diesis.

    La.

    Si bemolle.

    Re.

    La bemolle.

    Si.

    Do.

    Rimaneva Fa diesis.

    Viola aprì la bocca.

    Non uscì nulla.

    La prima nota scomparsa.

    La più lontana ormai dalla memoria.

    Ortensio sussurrò:

    — Non può farlo.

    Viola chiuse gli occhi.

    Pensò alla frase del padre.

    Ciò che manca sembra piccolo soltanto finché non manca davvero.

    Poi accadde una cosa che nessuno aveva previsto.

    Le undici sorelle non cantarono al posto suo.

    Non la aiutarono dandole la nota.

    Rimasero in silenzio.

    Le lasciarono spazio.

    Viola respirò.

    Provò.

    Un suono incerto.

    No.

    Ancora.

    Più vicino.

    Poi finalmente:

    Fa diesis.

    La dodicesima corda vibrò.

    Per alcuni secondi non accadde nulla.

    Poi le undici corde spezzate cominciarono a risuonare.

    Una dopo l’altra.

    Il meccanismo intero si mise in movimento.

    Dalla città arrivò una campana.

    Poi un’altra.

    Un violino, da qualche finestra.

    Un flauto.

    Un bambino che gridava.

    Le note tornavano.

    Tutte.

    Ma il trono cominciò a tremare.

    Ortensio urlò:

    — Fuggite!

    Una crepa attraversò lo schienale.

    Poi un’altra.

    La corona cadde.

    Il grande seggio nero si aprì in due.

    Dentro non c’era oro.

    Né una seconda corona.

    Né un documento che proclamasse il nome d’una regina.

    C’era soltanto una lastra d’argento.

    E sopra, le ultime parole di Aldebrando.

    Aurelia lesse ad alta voce:

    “SE SIETE ARRIVATE FIN QUI, AVRETE FINALMENTE COMPRESO PERCHÉ NON HO NOMINATO UN’EREDE.”

    Nessuna respirava.

    “PER SECOLI ABBIAMO CREDUTO CHE L’ORDINE NASCESSE DA UNA VOCE CAPACE DI FAR TACERE LE ALTRE.”

    Ginevra abbassò gli occhi.

    “HO SCOPERTO TROPPO TARDI CHE ESISTE UN ORDINE PIÙ DIFFICILE.”

    Beatrice continuò:

    “QUELLO NEL QUALE NESSUNA VOCE PUÒ TORNARE A IMPORSI PRIMA CHE TUTTE LE ALTRE SIANO STATE ASCOLTATE.”

    Viola lesse l’ultima frase.

    “IL TRONO RESTI VUOTO.”

    Sotto, più piccolo:

    “NON PERCHÉ NESSUNO SIA DEGNO DI SEDERVISI.
    MA PERCHÉ NESSUNO DEBBA PIÙ ESSERE NECESSARIO AL CENTRO.”

    Ortensio si lasciò cadere su una sedia.

    Per tutta la vita aveva temuto un regno senza sovrano.

    Guardò le dodici principesse.

    — E chi governerà?

    Aurelia sorrise.

    — Noi.

    — Tutte?

    — Tutte.

    — È impossibile.

    Beatrice inclinò la testa.

    — Questo argomento ha il difetto d’essere già stato smentito diverse volte stanotte.

    — Litigherete.

    — Certamente — disse Matilde.

    — Avrete opinioni opposte.

    — Lo speriamo.

    — Una vorrà parlare quando un’altra non ha finito.

    Ginevra sorrise amaramente.

    — Su questo dovremo lavorare.

    Ortensio guardò il trono spezzato.

    — E quando non sarete d’accordo?

    Fu Viola a rispondere.

    — Ricominceremo ad ascoltare dall’inizio.

    Da quel giorno il trono rimase vuoto.

    Non fu distrutto.

    Le principesse vollero che restasse nella Sala Grande, con la crepa ancora visibile.

    Per ricordare.

    Dodici seggi più piccoli furono disposti in cerchio.

    Nessuno davanti.

    Nessuno dietro.

    E, cosa che scandalizzò parecchio i dignitari più anziani, nessun posto rialzato.

    Le dodici sorelle governarono.

    Litigarono moltissimo.

    È bene precisarlo.

    Chi immagina che l’uguaglianza produca automaticamente concordia ha probabilmente conosciuto poca uguaglianza e ancor meno esseri umani.

    Aurelia era troppo prudente.

    Diana troppo veloce.

    Elena voleva regolamentare perfino la durata delle discussioni.

    Matilde desiderava discutere il regolamento.

    Beatrice faceva osservazioni che sarebbe stato diplomaticamente preferibile pensare soltanto.

    Ginevra ebbe ancora, più di una volta, nostalgia della corona.

    E Viola, che aveva imparato il valore dell’ultima voce, qualche volta dimenticò che anche l’ultima può diventare arrogante quando si convince d’essere la più saggia.

    Non divennero perfette.

    Divennero attente.

    Che è cosa assai più utile.

    Stabilirono una sola regola.

    Nessuna questione importante poteva essere chiusa finché tutte e dodici non avessero parlato.

    E nessuna poteva intervenire una seconda volta prima che le altre avessero avuto il proprio turno.

    I cortigiani trovarono il sistema lento.

    I mercanti esasperante.

    Gli ambasciatori stranieri incomprensibile.

    Qualche volta lo era davvero.

    Ma accadde qualcosa.

    Le decisioni cominciarono a contenere parti di realtà che prima non entravano mai nella Sala del Trono.

    Le paure di Livia.

    I dubbi di Matilde.

    La memoria di Ottavia.

    La compassione di Flora.

    La disciplina di Elena.

    L’ambizione di Ginevra, che quando non poteva dominare diventava energia.

    Perfino i silenzi di Cecilia.

    Il regno non diventò privo di conflitti.

    Diventò incapace di fingere che una sola voce potesse contenerli tutti.

    Anni dopo, un bambino visitò il palazzo.

    Davanti al grande trono spezzato domandò alla guida:

    — Chi siede lì?

    — Nessuno.

    Il bambino parve sorpreso.

    — Allora a cosa serve?

    La guida esitò.

    Viola, ormai adulta, passava proprio in quel momento.

    Si fermò.

    — Serve a ricordarci una cosa.

    — Quale?

    Viola guardò il vecchio seggio.

    — Che non tutto ciò che è vuoto aspetta di essere riempito.

    Il bambino non comprese.

    Come spesso capita ai bambini, però, ricordò.

    Molti anni più tardi avrebbe capito anche il resto.


    LA MORALE DEL TRONO VUOTO

    Questa favola si ispira alla dodecafonia, il sistema musicale ideato da Arnold Schönberg in cui i dodici suoni della scala cromatica vengono messi sullo stesso piano: nessuno deve imporsi stabilmente come centro, e ciascuno deve avere il proprio spazio prima che uno possa tornare.

    Per questo le dodici principesse non devono scoprire chi sia la migliore.

    Devono capire che la domanda stessa è sbagliata.

    Non sempre l’armonia nasce quando una voce domina le altre.

    A volte nasce quando tutte possono essere ascoltate senza che nessuna venga dichiarata inutile.

    Le sorelle sono diverse, proprio come le dodici note.

    E il loro valore non consiste nell’essere uguali, ma nell’essere insostituibili.

    Quando una nota scompare, la musica si impoverisce.

    Quando una voce viene esclusa, anche il mondo diventa più piccolo.

    Il trono vuoto diventa allora il simbolo più importante della favola: non rappresenta un potere che manca, ma un centro che nessuno ha più bisogno di occupare.

    Perché qualche volta chiamiamo “disordine” soltanto un ordine nel quale non siamo più noi a comandare.

    Ed è forse questa la lezione più difficile della dodecafonia, e anche della vita: prima di ripetere la tua voce, assicurati che tutte le altre abbiano avuto il diritto di essere ascoltate.


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  • Kalinnikov: una melodia, quattro movimenti, una vita

    L’ascolto di oggi: Vasilij Kalinnikov – Sinfonia n. 1 in sol minore

    di Marialuisa Veneziano


    Prima che inizi la musica

    Ci sono compositori che sembrano avere avuto tutto il tempo del mondo.

    Una lunga carriera. Decenni di ricerca. La possibilità di correggere, ripensare, ricominciare.

    E poi c’è Vasilij Kalinnikov.

    Nato nel 1866, morto nel 1901, pochi giorni prima di compiere trentacinque anni. Una vita attraversata dalle difficoltà economiche, dalla malattia e da un talento che riuscì comunque a trovare la propria voce.

    Quando compone la sua Prima Sinfonia, fra il 1894 e il 1895, si trova a Jalta, in Crimea, dove si è trasferito nella speranza che il clima possa alleviare la tubercolosi.

    Non immaginiamo, però, una musica necessariamente ripiegata sulla sofferenza.

    Sarebbe troppo semplice.

    E anche un poco ingiusto.

    Perché, quando l’orchestra attacca, accade qualcosa di sorprendente.

    La melodia si apre.

    Respira.

    Si distende.

    Sembra voler attraversare uno spazio molto più grande di quello che la vita ha concesso al suo autore.

    E qui nasce la prima domanda della nostra domenica:

    può un uomo conoscere profondamente la fragilità e, nello stesso tempo, scrivere una musica che sembra innamorata della vita?

    Kalinnikov non ci consegna una risposta filosofica.

    Ci consegna una sinfonia.

    E forse è molto meglio così.


    🎧 Apri l’ascolto. Poi continua a leggere

    Questa pagina è pensata per essere letta con la musica accanto.

    Per accompagnare la nostra guida, propongo la registrazione dell’Orchestra Sinfonica Statale dell’URSS diretta da Evgenij Svetlanov, disponibile su YouTube con la partitura sincronizzata. È particolarmente utile perché permette di seguire visivamente la scrittura orchestrale, oltre ad ascoltarla.

    ASCOLTA VASILIJ KALINNIKOV – SINFONIA N°1
    (Clicca sulla freccia nera per far apparire l’ascolto)

    Avvia la musica.

    E per qualche istante non cercare di capire tutto.

    Lascia semplicemente che la prima melodia ti raggiunga.

    Perché sarà proprio lei a ritornare.

    E, quando lo farà, non sarà più esattamente la stessa.


    Dentro la partitura

    Quando quattro movimenti diventano un unico racconto

    La Prima Sinfonia è in sol minore e si articola nei quattro movimenti della tradizione sinfonica ottocentesca. Ma il suo principio costruttivo più significativo è la forma ciclica: il materiale tematico dei movimenti precedenti ritorna nel Finale, subendo trasformazioni che conferiscono all’intera composizione un senso di unità.

    Un dettaglio fondamentale: passiamo dal sol minore iniziale al sol maggiore conclusivo.

    Non basta, da solo, a raccontare tutta la vicenda musicale, ma costituisce un elemento importante del percorso espressivo.

    La tonalità conserva la propria fondamentale.

    Cambia il modo in cui quella fondamentale viene illuminata.

    Ed è proprio questa trasformazione che voglio invitarvi ad ascoltare.


    I. Allegro moderato

    La nascita di una melodia

    Dall’inizio a 14:12

    La sinfonia comincia senza una lunga introduzione.

    Il tema principale viene presentato dagli archi all’unisono.

    È una melodia ampia, cantabile, dal profilo immediatamente riconoscibile, che richiama il respiro della tradizione melodica russa.

    Non abbiamo l’impressione che l’orchestra stia semplicemente annunciando un’idea.

    Sembra piuttosto che abbia trovato una voce.

    Osserva il modo in cui la frase si distende: non procede attraverso piccoli frammenti isolati, ma costruisce un arco che chiede spazio per svilupparsi.

    La scrittura lascia emergere quella qualità che spesso associamo al grande sinfonismo russo: una cantabilità capace di conservare una dimensione quasi popolare senza rinunciare all’elaborazione colta.

    Ma Kalinnikov non si limita a ripetere una melodia piacevole.

    Il primo movimento adotta la forma-sonata.

    Dopo la presentazione del primo gruppo tematico, compare una seconda idea, più distesa e lirica, affidata anch’essa agli archi, con il contributo coloristico dei legni. Segue uno sviluppo nel quale il materiale viene rielaborato anche attraverso procedimenti contrappuntistici.

    Qui è importante distinguere due livelli.

    La melodia ci coinvolge emotivamente.

    La forma, invece, organizza quel coinvolgimento nel tempo.

    L’ascoltatore riconosce, perde, ritrova, attende.

    In altre parole, comincia a ricordare.

    E una sinfonia che riesce a farci ricordare qualcosa mentre la stiamo ancora ascoltando ha già stabilito con noi una relazione.

    🎧 Ascolta questo

    Durante il primo movimento, prova a distinguere tre momenti:

    • L’esposizione del tema iniziale: memorizzane il profilo.
    • L’arrivo della seconda idea: nota come cambia il carattere, soprattutto nella maggiore distensione melodica.
    • Il ritorno del materiale iniziale: ascolta ciò che è rimasto riconoscibile dopo lo sviluppo.

    Non cercare soltanto una melodia bella.

    Cerca una melodia capace di diventare memoria.

    Perché il Finale ne avrà bisogno.


    II. Andante commodamente

    La delicatezza di ciò che continua a vivere

    Da 14:12 a 21:41

    Se il primo movimento è un grande paesaggio, il secondo sembra restringere improvvisamente l’inquadratura.

    Non siamo più davanti a un orizzonte.

    Siamo vicini a qualcosa.

    Forse a una persona.

    Forse a un ricordo.

    L’Andante si apre con un ostinato dell’arpa e dei violini primi, accompagnato da accordi discendenti che cambiano colore attraverso la distribuzione fra le diverse sezioni orchestrali.

    Il corno inglese contribuisce all’atmosfera iniziale; successivamente l’oboe presenta una melodia ampia e tenera, sostenuta dai pizzicati degli archi.

    Fermiamoci qui.

    Perché questa è una lezione di orchestrazione.

    L’ostinato non è soltanto una figura di accompagnamento.

    Crea un ambiente sonoro nel quale il tema può apparire.

    È come una luce che rimane costante mentre gli oggetti, attraversandola, acquistano colori differenti.

    Il compositore utilizza la trasparenza dell’organico per farci percepire ogni ingresso strumentale.

    L’oboe non deve imporsi con la forza.

    Gli basta cominciare a cantare.

    E tuttavia non siamo davanti a una semplice pagina contemplativa.

    La melodia viene ampliata, ripresa e trasformata; il movimento attraversa regioni armoniche contrastanti prima di ritrovare la propria atmosfera iniziale.

    La tenerezza, qui, non consiste nell’assenza di tensione.

    Consiste nella possibilità di attraversarla senza perdere la capacità di cantare.

    E forse è per questo che il movimento ci commuove.

    Perché non pretende di convincerci che tutto sia semplice.

    Ci fa sentire qualcosa di delicato che continua a esistere anche quando l’armonia si allontana dalla sua stabilità.

    🎧 Ascolta questo

    Concentrati sull’ingresso dell’oboe.

    Poi presta attenzione a ciò che accade quando la melodia viene ripresa e distribuita diversamente fra gli strumenti.

    Non ascoltare soltanto le note.

    Ascolta il modo in cui cambiano significato quando cambia la voce che le pronuncia.

    Conserva nella memoria questo tema.

    Nel Finale lo ritroveremo in una veste sorprendente.

    E lì comprenderemo quanto Kalinnikov sia abile nel trasformare un’idea attraverso l’orchestrazione.


    III. Scherzo: Allegro non troppo

    La vita, fortunatamente, non procede sempre in punta di piedi

    Da 21:41 a 29:23

    Ed eccoci al terzo movimento.

    Dopo tanta intimità, Kalinnikov decide che è arrivato il momento di muoversi.

    L’orchestra cambia atteggiamento.

    Il ritmo acquista energia.

    La scrittura richiama il carattere della danza popolare, con accenti e figurazioni che conferiscono al movimento un’impronta decisamente russa.

    Lo Scherzo non è, però, un episodio puramente decorativo.

    La sua struttura è ternaria: una sezione iniziale energica, un Trio centrale contrastante e il ritorno dello Scherzo. Anche il Trio possiede una propria articolazione interna, con una melodia lirica affidata ai legni, particolarmente all’oboe.

    Ancora una volta, dunque, Kalinnikov lavora sul contrasto.

    Movimento e sospensione.

    Energia e canto.

    Danza e malinconia.

    Ed è interessante osservare che non ha bisogno di inventare continuamente nuovo materiale per ottenere varietà.

    La ricchezza nasce soprattutto dal trattamento delle idee.

    La stessa orchestra che poco prima sembrava contemplare un paesaggio interiore adesso possiede un’energia quasi corporea.

    E qui possiamo concederci una piccola osservazione.

    La musica sinfonica viene spesso presentata come un’attività spiritualmente elevata, da affrontare possibilmente con un’espressione molto seria.

    Kalinnikov, fortunatamente, ci ricorda che l’elevazione spirituale può anche avere voglia di ballare.

    🎧 Ascolta questo

    Individua il contrasto fra le sezioni esterne e il Trio centrale.

    Quando ritorna il materiale iniziale, chiediti:

    Lo percepisco esattamente come prima?

    Oppure la parentesi lirica ha modificato il modo in cui ascolto quella stessa energia?

    È una domanda semplice.

    Ma ci porta verso il cuore dell’intera sinfonia.

    Ritornare non significa necessariamente ripetere.


    IV. Finale: Allegro moderato

    Quando la memoria diventa futuro

    Da 29:23 alla conclusione

    Ed eccoci al punto decisivo.

    Il Finale comincia riprendendo il materiale tematico dell’apertura della sinfonia.

    La melodia che avevamo ascoltato all’inizio è di nuovo qui.

    Ma ora si trova in un contesto differente: Kalinnikov introduce nuove idee e richiama materiale proveniente dai movimenti precedenti, integrandolo in una costruzione che conduce alla conclusione in sol maggiore.

    Questo procedimento ha un nome preciso.

    Forma ciclica.

    Una tecnica che attraversa il sinfonismo romantico e che permette di stabilire relazioni tematiche fra movimenti diversi.

    Ma fermarsi alla definizione tecnica sarebbe riduttivo.

    Perché ciò che accade nel Finale non è una semplice dimostrazione di abilità compositiva.

    È un cambiamento di prospettiva.

    Ripensiamo al secondo movimento.

    Quella melodia affidata all’oboe sembrava appartenere a un mondo delicato, quasi privato.

    Ora ascolta ciò che accade quando alcuni materiali precedenti vengono ripresi dai gruppi orchestrali, fino a essere proclamati dagli ottoni.

    L’idea melodica non viene cancellata.

    Viene ingrandita.

    Ciò che prima era intimo acquista una dimensione collettiva.

    È una trasformazione soprattutto timbrica e dinamica, oltre che formale.

    Il compositore cambia il corpo sonoro attraverso il quale un tema viene percepito.

    Come se un pensiero, nato nella solitudine, trovasse improvvisamente la possibilità di essere pronunciato davanti al mondo.

    E qui la musica ci offre uno dei suoi paradossi più affascinanti.

    Non sempre occorre cambiare idea per cambiare significato.

    A volte basta che la stessa idea attraversi esperienze diverse.

    🎧 Ascolta questo: il grande ritorno

    Nel Finale cerca tre momenti.

    Primo: riconosci il tema dell’apertura. Ti accorgerai che il compositore vuole ricondurti al punto da cui tutto è cominciato.

    Secondo: ascolta il ritorno del materiale lirico. Presta attenzione alla diversa distribuzione orchestrale e al modo in cui l’ampliamento timbrico ne modifica il carattere.

    Terzo: segui l’ultima progressione verso la conclusione. Non ascoltarla soltanto come un aumento del volume: osserva come il materiale tematico e la tonalità contribuiscano a costruire il senso dell’arrivo.

    È qui che il sol maggiore finale assume la propria funzione espressiva.

    Non è soltanto un accordo luminoso.

    È il punto di arrivo di un percorso.


    La nota che resta

    Ci sono melodie che tornano perché non abbiamo ancora finito di comprenderle.

    Forse è questo ciò che rende così interessante la Prima Sinfonia di Kalinnikov.

    Il suo materiale tematico non rimane immobile.

    Attraversa movimenti, armonie, registri, strumenti.

    Ogni volta che ritorna, ci costringe ad ascoltarlo nuovamente.

    E non è forse ciò che accade anche a noi?

    Ritorniamo nei luoghi in cui siamo stati felici.

    Riascoltiamo una canzone che apparteneva a un’altra stagione.

    Ritroviamo una persona dopo molti anni.

    Pensiamo di incontrare qualcosa che conosciamo già.

    E invece scopriamo che nel frattempo siamo cambiati.

    Il luogo è lo stesso.

    La canzone è la stessa.

    Forse persino le parole sono le stesse.

    Ma non siamo più gli stessi ascoltatori.

    Kalinnikov costruisce musicalmente qualcosa di analogo.

    La melodia iniziale viene conservata, ma il contesto nel quale ricompare trasforma la nostra percezione.

    Non dobbiamo necessariamente interpretare questo percorso come una vittoria sulla sofferenza.

    Sarebbe una conclusione troppo comoda.

    La vita del compositore ci ricorda che la realtà non possiede sempre un Finale in maggiore.

    La sinfonia, però, può offrirci qualcosa che la realtà non garantisce.

    Una forma.

    Una possibilità di ricomporre ciò che sembrava disperso.

    Un modo di ritrovare, attraverso la memoria, un senso di continuità.

    E forse la musica serve anche a questo.

    Non soltanto a raccontare ciò che ci accade.

    Ma a mostrarci come le cose che abbiamo vissuto possano continuare a trasformarsi dentro di noi.


    🔎 Una cosa da sapere

    Una prima esecuzione da ricordare

    La Sinfonia n. 1 fu presentata a Kyiv nel 1897, sotto la direzione di Aleksandr Vinogradskij.

    Il successo fu tale che il pubblico chiese il bis del secondo e del terzo movimento. La composizione venne poi eseguita anche in altre città europee.

    Immaginiamo la scena.

    Un compositore giovane, malato, lontano dai grandi centri musicali.

    Una sinfonia che finalmente raggiunge il pubblico.

    E gli ascoltatori che, dopo aver sentito due movimenti, chiedono di riascoltarli.

    Oggi il bis di un intero movimento sinfonico potrebbe mettere in seria difficoltà l’organizzazione di una stagione concertistica.

    Ma in quel momento doveva rappresentare qualcosa di straordinario.

    Non soltanto un successo.

    La conferma che quella musica, nata in condizioni così difficili, aveva trovato qualcuno disposto ad accoglierla.

    C’è anche una curiosità successiva: nel 1943 Arturo Toscanini diresse la Prima Sinfonia con la NBC Symphony Orchestra, contribuendo alla sua diffusione attraverso una trasmissione radiofonica americana.

    Un’altra prova della capacità della partitura di attraversare epoche e contesti diversi.


    Portalo con te

    Quando l’ultimo accordo sarà finito, prova a ricordare il primo.

    Quella melodia iniziale.

    Il suo respiro.

    La sua semplicità apparente.

    Poi pensa al percorso che ha compiuto.

    È passata attraverso lo sviluppo del primo movimento.

    Ha lasciato spazio alla delicatezza dell’Andante.

    Ha incontrato l’energia dello Scherzo.

    Infine è tornata.

    Non per riportarci indietro.

    Ma per mostrarci quanta strada abbiamo percorso.

    Forse è questa la lezione più bella della sinfonia.

    Non tutto ciò che ritorna ci riconduce al passato.

    Alcune cose ritornano proprio per permetterci di andare avanti.

    Una musica.

    Una persona.

    Un ricordo.

    Una parte di noi che pensavamo perduta.

    E che un giorno riconosciamo, quasi senza aspettarcelo, in una forma nuova.

    Kalinnikov non ebbe una vita lunga.

    Ma ci ha lasciato una musica capace di suggerire che la durata non è l’unica misura dell’esistenza.

    Conta anche ciò che riusciamo a far risuonare.

    Ciò che consegniamo.

    Ciò che continua a raggiungere qualcuno quando noi non possiamo più farlo.

    La sua Prima Sinfonia finisce in sol maggiore.

    La melodia trova il proprio compimento.

    E noi, che l’abbiamo seguita, possiamo portare via una piccola certezza musicale.

    A volte la vita non ci restituisce ciò che abbiamo perduto.

    Ma può insegnarci ad ascoltare diversamente ciò che è rimasto.


    🎧 Un ultimo ascolto

    Prima di chiudere la pagina, torna all’inizio della sinfonia.

    Riascolta soltanto il primo tema.

    Adesso lo conosci.

    Sai dove arriverà.

    Sai che quella melodia attraverserà il tempo e ritornerà trasformata.

    E forse ti sembrerà già diversa.

    È il piccolo miracolo della forma ciclica: l’ultima pagina può cambiare il modo in cui ascoltiamo la prima.



    Una risposta a “Kalinnikov: una melodia, quattro movimenti, una vita”

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      Anonimo

      Analisi appropriata.

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  • Il segreto di Bach è in ciò che non dice

    L’ascolto di oggi: Johann Sebastian Bach – Erbarm dich mein, o Herre Gott, BWV 721

    di Marialuisa Veneziano


    Prima che inizi la musica

    Ci sono parole che pronunciamo facilmente.

    Grazie. Arrivederci. A domani.

    Altre, invece, sembrano dover attraversare un’intera vita prima di riuscire a raggiungere le labbra.

    Perdonami.

    Non sempre abbiamo il coraggio di dirlo. Non sempre sappiamo a chi rivolgerci. E qualche volta, quando finalmente troviamo le parole, la persona alla quale avremmo voluto consegnarle non è più davanti a noi.

    Questa domenica, un nostro lettore ci conduce proprio lì: nel luogo fragile in cui un essere umano smette di difendersi e trova il coraggio di chiedere misericordia.

    Lo fa attraverso Johann Sebastian Bach e il corale organistico Erbarm dich mein, o Herre Gott, BWV 721.

    Il titolo significa: «Abbi pietà di me, o Signore Dio».

    Una richiesta.

    Non una dichiarazione di fede trionfante. Non una dimostrazione di forza. Non un tentativo di convincere qualcuno della propria innocenza.

    Soltanto una voce che chiede di essere ascoltata.

    Il brano appartiene probabilmente agli anni giovanili di Bach, intorno al 1704. È una pagina organistica dalla scrittura insolita: una melodia lenta, collocata nella voce superiore, sostenuta da una trama di accordi ribattuti.

    Pochissimi elementi.

    Eppure, ascoltandoli, avremo l’impressione che qualcosa continui a respirare anche quando non trova le parole.

    Forse perché la misericordia, prima ancora di essere un concetto teologico, risponde a una necessità profondamente umana: essere guardati senza essere ridotti al nostro errore.


    🎧 Apri l’ascolto. Poi continua a leggere

    Questa pagina è pensata per essere letta con la musica accanto.

    ASCOLTA J. S. BACH – ERBARM DICH MEIN, O HERRE GOTT, BWV 721 (Clicca sulla freccia nera per far apparire l’ascolto)

    Avvia l’ascolto.

    Non cercare subito la melodia.

    Ascolta ciò che le accade intorno.

    Perché in questa pagina il dolore non viene affidato soltanto alla voce che canta.

    È nascosto anche in ciò che continua a pulsare sotto di lei.


    Dentro la partitura

    Una melodia antica e un cuore che continua a battere

    Per comprendere questo corale bisogna tornare indietro, ancora prima di Bach.

    Nel 1524 Erhart Hegenwalt pubblica Erbarm dich mein, o Herre Gott, una parafrasi del Salmo 51, il Miserere. La melodia, anch’essa documentata nel 1524, viene spesso collegata a Johann Walter, ma la sua attribuzione non è certa.

    Siamo nel mondo del corale luterano: una tradizione nella quale il canto comunitario diventa parte fondamentale dell’esperienza religiosa.

    Il testo nasce dal pentimento. Ma attenzione: non racconta semplicemente il senso di colpa.

    Chiede che alla colpa non appartenga l’ultima parola.

    Ed è qui che la musica si fa interessante.

    Bach prende la melodia del corale e la colloca nella parte superiore, affidandole valori lunghi, prevalentemente minime.

    Sotto, invece, dispone accordi di quattro e cinque voci, ripetuti in crome.

    Sembra una soluzione elementare.

    Una voce lenta. Un accompagnamento regolare.

    Eppure proprio questa differenza produce l’espressione.

    La melodia procede con gravità, quasi cercasse il coraggio di completare ogni frase.

    Gli accordi, invece, continuano.

    Ritornano.

    Insistono.

    Non sono una seconda melodia che gareggia con la prima. Sono una pulsazione armonica, un movimento che sostiene e insieme inquieta.

    Naturalmente, Bach non ha scritto accanto agli accordi «battito del cuore».

    Questa è una possibile lettura espressiva, non un’indicazione della partitura.

    Ma il loro movimento possiede davvero qualcosa del respiro: una continuità fisica che sembra impedire alla frase di abbandonarsi completamente.

    E qui incontriamo un pensiero bellissimo.

    Quando qualcuno soffre, spesso immaginiamo che ciò di cui abbia bisogno sia una risposta.

    Una spiegazione.

    Una soluzione.

    Bach sembra suggerire musicalmente un’altra possibilità.

    Talvolta ciò che sostiene una voce non è un’altra voce che le risponde. È qualcosa che continua a starle accanto.


    Il tremore della misericordia

    C’è qualcosa di profondamente umano nel modo in cui Bach costruisce questo corale.

    La melodia procede lentamente, quasi cercasse il coraggio di pronunciare ogni parola.

    Sotto di lei, gli accordi ribattuti continuano a pulsare.

    È un movimento che non concede tregua. Non rappresenta necessariamente un cuore che batte: Bach non ha lasciato un’indicazione simile. Ma è difficile ascoltare questa pagina senza avvertire una forma di inquietudine, un tremore che attraversa la musica dall’interno.

    Non è il tremore di chi sta per cadere. È quello di chi ha finalmente trovato il coraggio di chiedere aiuto.

    Nell’interpretazione di Ton Koopman, il corale prende voce attraverso l’organo storico costruito da Hans Heinrich Bader tra il 1639 e il 1643, nella St. Walburgiskerk di Zutphen, nei Paesi Bassi.

    Ascolta come il movimento degli accordi accompagna la melodia senza sciogliere immediatamente la tensione.

    La voce superiore sembra cercare una risposta.

    L’accompagnamento continua a sostenerla.

    E in questa relazione così essenziale si manifesta una delle intuizioni più commoventi della pagina.

    L’organo, strumento capace di riempire una cattedrale, non ha bisogno di dispiegare tutta la propria potenza.

    Può farsi intimo.

    Può lasciare spazio alla fragilità.

    Può diventare il luogo in cui una supplica trova finalmente la possibilità di essere pronunciata.

    E forse è proprio questo il segreto di Bach.

    Non ci fa ascoltare un uomo che ha già ricevuto misericordia. Ci fa ascoltare un uomo che trova ancora il coraggio di chiederla.


    🎧 Ascolta questo

    Prova ora a riascoltare il brano seguendo tre dettagli.

    1. La distanza fra melodia e accompagnamento. La voce superiore procede lentamente; gli accordi sottostanti si ripetono con una regolarità molto più fitta. Cerca di ascoltare contemporaneamente i due diversi modi di vivere il tempo.

    2. Le tensioni armoniche. Non tutte le successioni producono la medesima sensazione di riposo. Alcuni passaggi introducono un’inquietudine più pronunciata, anche attraverso inflessioni cromatiche. Presta attenzione a come l’armonia modifica il significato emotivo della melodia.

    3. La conclusione. Il brano è in fa diesis minore, ma termina su un accordo di fa diesis maggiore. Il passaggio conclusivo introduce dunque un mutamento di colore: non un’esplosione luminosa, piuttosto una distensione discreta.

    Non occorre conoscere l’armonia tonale per sentirlo.

    Basta ascoltare l’ultima frase e chiedersi:

    È davvero identica, emotivamente, a ciò che abbiamo sentito all’inizio?

    La risposta non deve essere immediata.

    Lascia che sia il tuo orecchio a trovarla.


    La nota che resta

    Forse la misericordia comincia quando qualcuno ci permette di essere fragili senza chiederci di smettere subito di esserlo.

    Nel linguaggio quotidiano utilizziamo spesso la parola perdono come se designasse un gesto istantaneo.

    Una frase pronunciata.

    Una mano tesa.

    Una questione chiusa.

    Ma l’esperienza umana è generalmente meno ordinata.

    Ci sono errori che continuiamo a ricordare anche quando gli altri li hanno dimenticati.

    Ci sono ferite che non scompaiono perché qualcuno ha pronunciato le parole giuste.

    E ci sono assenze davanti alle quali il desiderio di essere perdonati si mescola a quello, altrettanto impossibile, di poter tornare indietro.

    Il corale ci consegna un’immagine diversa.

    La melodia non viene sottratta alla sua gravità.

    L’accompagnamento non smette di pulsare per concederle un sollievo immediato.

    L’armonia attraversa le proprie tensioni prima di trovare un punto di arrivo.

    È una forma musicale che permette di pensare la misericordia non come cancellazione del passato, ma come possibilità di non rimanerne eternamente prigionieri.

    E forse dovremmo ricordarcene anche nei rapporti umani.

    Quanto spesso chiediamo agli altri di essere forti, invece di domandarci se non abbiano semplicemente bisogno di essere accolti?

    Quanto facilmente trasformiamo un errore nell’identità di chi lo ha commesso?

    Quanto ci riesce difficile concedere a noi stessi la comprensione che, qualche volta, sappiamo offrire agli altri?

    Non sono domande alle quali un corale possa rispondere.

    La musica non è un tribunale.

    Fortunatamente, non è neppure un ufficio nel quale si debba compilare il modulo corretto per ottenere un poco di compassione.

    È uno spazio nel quale queste domande possono finalmente essere ascoltate.

    E in Bach, talvolta, l’ascolto stesso assume la forma della tenerezza.


    🔎 Una cosa da sapere

    Un corale così semplice da sembrare impossibile?

    Il BWV 721 occupa una posizione particolare nel repertorio organistico attribuito a Bach.

    La sua scrittura è così diversa dalle grandi elaborazioni contrappuntistiche del compositore che, nel primo Novecento, anche Albert Schweitzer espresse dubbi sulla sua autenticità.

    Oggi il brano viene generalmente attribuito a Bach, pur rimanendo una pagina stilisticamente singolare. Non possediamo l’autografo: la sua trasmissione dipende da una copia manoscritta del primo Settecento legata a Johann Gottfried Walther.

    La vicenda è interessante anche dal punto di vista musicologico.

    Per molto tempo siamo stati abituati a riconoscere il genio soprattutto attraverso la complessità.

    Ma qui la complessità non si manifesta nella proliferazione delle linee.

    Si concentra nella relazione fra pochi elementi.

    Una melodia.

    Accordi ripetuti.

    Un percorso armonico.

    E una domanda che non perde mai il proprio carattere di supplica.

    Forse la semplicità non è ciò che rimane quando non si ha più nulla da dire. È ciò che rimane quando abbiamo finalmente trovato l’essenziale.


    Portalo con te

    Quando l’ultimo accordo sarà svanito, non rimettere immediatamente in moto la giornata.

    Lascia che la stanza torni lentamente ai propri rumori.

    Forse sentirai il traffico.

    Qualcuno che parla in un’altra stanza.

    Il telefono che reclama attenzione con la consueta convinzione di essere il centro dell’universo.

    Il mondo continuerà.

    Come ha sempre fatto.

    Ma per qualche minuto avremo ascoltato qualcosa che il nostro tempo sembra aver dimenticato.

    La possibilità di non dover essere continuamente impeccabili.

    Di non conoscere tutte le risposte.

    Di non riuscire sempre a spiegare ciò che proviamo.

    Di poter chiedere aiuto senza trasformare quella richiesta in una sconfitta.

    Un uomo del Cinquecento scrisse parole di misericordia.

    Un giovane musicista, molti anni dopo, le consegnò a un organo.

    Un interprete contemporaneo le ha fatte nuovamente risuonare.

    E oggi un nostro lettore le ha affidate a questa rubrica.

    La musica ha attraversato i secoli senza perdere la propria domanda.

    Forse perché, al di là delle differenze di lingua, fede e cultura, conosciamo tutti almeno un momento nel quale avremmo desiderato che qualcuno ci dicesse:

    Puoi smettere di difenderti. Ti sto ascoltando.

    Questa domenica Bach non ci consegna una certezza.

    Ci offre una voce.

    E qualcosa che continua a sostenerla.

    Perché la tenerezza non è sempre una parola pronunciata piano.

    Qualche volta è semplicemente la presenza di chi, mentre cerchiamo il coraggio di parlare, rimane.

    E non se ne va.


    🎧 Un ultimo ascolto

    Ora fai ripartire il corale.

    Questa volta non cercare di distinguere le voci, le tensioni o le risoluzioni.

    Ascolta soltanto ciò che accade dentro di te.

    Perché una guida all’ascolto può accompagnarti fino alla soglia della musica.

    Ma l’ultimo passo appartiene sempre a chi ascolta.



    Una risposta a “Il segreto di Bach è in ciò che non dice”

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      Anonimo

      Commento impeccabile sia dal punto di vista del contenuto musicale che da quello testuale. Analisi profonda e pertinente.

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  • La Scala Incantata di Clarinello Blu

    Una favola newyorkese fra jazz, scherzi e note ribelli

    di Marialuisa Veneziano

    **********

    🎧 MUSICA PER LA LETTURA
    Premi play prima di iniziare a leggere.
    Il primo suono che sentirai è già una piccola rivoluzione: il clarinetto parte dal registro grave e, invece di salire ordinatamente nota dopo nota, piega la scala in un unico lungo glissando.
    È proprio da quel gesto che nasce Clarinello Blu.
    Durante la lettura prova a fare attenzione a come Gershwin costruisce continuamente ponti fra mondi diversi: jazz e scrittura sinfonica, energia urbana e lirismo, ritmo e canto, ironia e malinconia.
    E soprattutto ascolta una cosa: quel celebre glissando sembra libero, quasi improvvisato. In realtà richiede un controllo raffinatissimo di fiato, imboccatura, lingua e diteggiatura.
    Forse è proprio questo il piccolo segreto nascosto dentro la nostra favola:
    la libertà più convincente è spesso quella che ha studiato abbastanza da potersi permettere di sembrare spontanea.
    Per accompagnare la lettura userei la registrazione di Andrew Litton al pianoforte e alla direzione con la Dallas Symphony Orchestra: è una versione energica e molto narrativa, e l’attacco del clarinetto rende immediatamente riconoscibile il mondo della novella.
    Un consiglio: non ascoltare soltanto le note. Ascolta anche come passano dall’una all’altra. È proprio lì che Clarinello ha nascosto la sua magia.

    New York, febbraio 1924.

    Clarinello Blu aveva un’opinione molto seria delle scale.

    Una scala, secondo lui, doveva avere gradini.

    Era questa, del resto, la ragione per cui si chiamava scala.

    Do.

    Re.

    Mi.

    Fa.

    Sol.

    E così via.

    Una nota dopo l’altra, senza scorciatoie, senza salti dal balcone, senza quelle deplorevoli abitudini che avevano certi tromboni di arrivare a destinazione scivolando.

    Clarinello detestava i tromboni.

    Non personalmente.

    Musicalmente.

    — Non mi fido di uno strumento che può stare fra due note — diceva.

    Il trombone Arturo Sbrodoloni, quando lo sentiva, allungava placidamente la coulisse.

    — Fra due note c’è parecchio spazio.

    — Non c’è niente.

    — Ah no?

    Arturo produceva allora un lento, scandaloso glissando.

    Clarinello rabbrividiva dalla campana all’imboccatura.

    — Volgare.

    — Comodo.

    — Ineducato.

    — Arrivo prima.

    — Il problema non è arrivare.

    — Questo lo dicono sempre quelli che fanno le scale.

    E Arturo se ne andava scivolando.

    Clarinello restava al proprio leggio, indignato e segretamente un po’ invidioso.

    Apparteneva a Ross Gorman, clarinettista dell’orchestra di Paul Whiteman, e aveva costruito tutta la propria reputazione sulla precisione.

    Attacchi puliti.

    Legato elegante.

    Staccato brillante.

    Intonazione sorvegliata con un rigore che sfiorava la polizia musicale.

    Aveva persino dato un nome alle proprie chiavi.

    Non perché fosse affezionato.

    Per poterle rimproverare individualmente.

    — Teodora, sei in ritardo.

    — Ernesto, chiudi bene.

    — Giulietta, se continui a perdere, ti faccio revisionare.

    La prima violinista, Donna Violante Stradivaria, lo considerava uno strumento affidabile.

    Detto da Donna Violante, equivaleva quasi a una dichiarazione d’amore.

    Lei era una signora sottile, impeccabile, con il riccio del manico sempre perfettamente pettinato e una convinzione incrollabile: tutto ciò che era veramente musicale era già stato fatto in Europa almeno cinquant’anni prima.

    — Mozart — diceva.

    E bastava.

    Se qualcuno nominava una novità:

    — Mozart.

    Se qualcuno parlava di jazz:

    — Mozart.

    Una volta Tito Squillo, la tromba, le aveva domandato:

    — E se Mozart fosse vivo oggi?

    Donna Violante aveva riflettuto.

    — Eviterebbe certe compagnie.

    Tito non le aveva più rivolto domande filosofiche.

    C’era poi Basilio Brontoloni, il fagotto.

    Basilio possedeva il raro dono di sembrare pessimista anche quando era felicissimo.

    — Buongiorno — diceva.

    E pareva una diagnosi.

    Era però il migliore amico di Clarinello.

    Quella mattina sedevano insieme sul palco dell’Aeolian Hall durante una prova.

    Sul leggio c’era una partitura nuova.

    In cima, un nome:

    GEORGE GERSHWIN

    e sotto:

    RHAPSODY IN BLUE.

    Basilio lesse il titolo tre volte.

    — Rapsodia in blu.

    — Sì.

    — Perché blu?

    — Non lo so.

    — Non cominciamo bene.

    Donna Violante, due file più avanti, si voltò.

    — “Blue” allude certamente a una sensibilità americana.

    Tito Squillo intervenne:

    — Potrebbe alludere al blues.

    Donna Violante fece quella faccia particolare che assumeva quando qualcuno le ricordava che il Novecento era già cominciato.

    — Appunto. Americana.

    Sul palco arrivò George Gershwin.

    Aveva venticinque anni, una quantità di capelli neri che sembravano pensare per conto proprio e l’aria di un uomo che avesse appena avuto cinque idee mentre gli altri stavano ancora formulando la prima.

    Si sedette al pianoforte.

    Basilio lo osservò.

    — È giovane.

    — Molto — disse Clarinello.

    — Questo mi preoccupa.

    — Perché?

    — I giovani non sanno ancora quali cose siano impossibili.

    Tito Squillo rise.

    — E sarebbe un difetto?

    Basilio ci pensò.

    — Dipende molto da chi deve suonarle.

    Paul Whiteman alzò la bacchetta.

    L’orchestra tacque.

    Clarinello sentì Ross Gorman sistemare l’imboccatura.

    Guardò la prima battuta.

    Era lui.

    L’inizio della Rhapsody in Blue apparteneva al clarinetto.

    Questo gli piaceva moltissimo.

    Prima ancora che Gershwin toccasse il pianoforte, prima che l’orchestra spiegasse che razza di musica fosse quella, doveva parlare lui.

    Un trillo grave.

    Poi la salita.

    Clarinello osservò le note.

    Una scala.

    Ottimo.

    Finalmente qualcosa di civile.

    Partirono.

    Il trillo vibrò nel registro grave.

    Poi cominciò la scala.

    Uno.

    Due.

    Tre gradini.

    Tutto perfetto.

    Fu allora che Basilio Brontoloni ebbe un’idea.

    Le idee di Basilio erano rare.

    Per questa ragione venivano quasi sempre sottovalutate.

    Si sporse appena e sussurrò:

    — Clarinello.

    Lui continuò a salire.

    — Clarinello.

    Nessuna risposta.

    — Donna Violante ha appena sbagliato una nota.

    Era falso.

    Ma funzionò.

    Clarinello sentì una risata salirgli dentro.

    La trattenne.

    Quarto gradino.

    Quinto.

    Basilio continuò:

    — Credo fosse un fa diesis.

    La risata salì ancora.

    Sesto gradino.

    — O forse un sol.

    Clarinello non resistette.

    E la scala…

    si sciolse.

    Le note smisero di essere gradini.

    Il suono si piegò.

    Scivolò.

    Sbuffò.

    Strisciò fra le altezze.

    Salì dal grave verso l’acuto in un’unica curva sfacciata, come se qualcuno avesse tolto improvvisamente tutti i gradini e Clarinello avesse deciso, invece di cadere, di risalire sulla ringhiera.

    La sala fu attraversata da un lungo:

    WRAAAAAAAAAAH!

    Poi silenzio.

    Assoluto.

    Clarinello avrebbe voluto farsi piccolo quanto un ottavino.

    Donna Violante aveva smesso di respirare.

    Tito Squillo spalancava la campana.

    Basilio fissava il leggio con l’aria di chi non sapesse assolutamente nulla.

    Paul Whiteman abbassò lentamente la bacchetta.

    Ross Gorman rimase con il clarinetto in mano.

    George Gershwin si voltò dal pianoforte.

    Clarinello pensò:

    Fine della carriera.

    Si vide già appeso alla parete di qualche ristorante.

    «Autentico clarinetto decorativo.»

    Forse con dei fiori nella campana.

    Gershwin disse:

    — Ancora.

    Clarinello non capì.

    Neppure Ross Gorman.

    — Scusa?

    Gershwin fece un gesto con la mano.

    — Quella cosa.

    Donna Violante mormorò:

    — Quale cosa?

    Basilio, senza voltarsi:

    — Credo intenda il reato.

    Gershwin sorrise.

    — Rifalla.

    Ross riportò Clarinello alla bocca.

    Il povero strumento era sconvolto.

    Maestro, quella non era una cosa. Era una disgrazia.

    Ripartì.

    Trillo.

    Salita.

    Clarinello tentò di ricreare lo stesso effetto.

    Wraaaaaaah.

    Gershwin scosse la testa.

    — No.

    Clarinello si offese.

    Prima era sbagliato perché l’aveva fatto.

    Adesso era sbagliato perché non lo faceva abbastanza bene.

    Terzo tentativo.

    — Troppo dritto.

    Quarto.

    — Troppo pulito.

    Donna Violante si voltò verso Basilio.

    — Ha detto “troppo pulito”?

    — Ho sentito.

    — A un clarinetto?

    — Sì.

    Donna Violante guardò il soffitto.

    Forse cercava Mozart.

    Quinto tentativo.

    Clarinello inspirò.

    Lasciò che Ross allentasse appena il controllo del suono.

    Le dita cominciarono la salita, ma questa volta non cercarono ogni gradino con la stessa precisione. L’imboccatura, il fiato, la lingua, la cavità della bocca cominciarono a collaborare.

    Il suono si incurvò.

    Salì.

    Non più scala.

    Non ancora grido.

    Qualcosa fra un lamento, una risata e una sirena newyorkese che avesse studiato armonia.

    Gershwin batté una mano sul pianoforte.

    — Quello.

    Clarinello sentì un brivido.

    Quello.

    Proprio quello che per anni avrebbe considerato un difetto.

    Adesso era diventato l’inizio.


    La notizia fece il giro dell’orchestra in undici minuti.

    In dodici, era già falsa.

    Alle percussioni raccontavano che Clarinello avesse improvvisato per protesta.

    I corni sostenevano che Gershwin avesse pianto.

    Donna Violante affermava di avere previsto tutto.

    Basilio le ricordò che dieci minuti prima aveva invocato Mozart.

    — Mozart avrebbe compreso — rispose lei.

    — Certamente.

    Clarinello, invece, era euforico.

    — Hai visto?

    disse a Basilio.

    — Ho sentito.

    — Gli è piaciuto.

    — Pare.

    — Ha cambiato la musica per me.

    Basilio lo guardò.

    — Non esagerare.

    — Ha detto “quello”.

    — Anche il mio medico dice spesso “quello”. Non ne traggo conclusioni artistiche.

    Clarinello non lo ascoltò.

    Continuava a provare.

    Il problema era che adesso il glissando, per riuscire veramente, richiedeva lavoro.

    Questo lo contrariava.

    — Come sarebbe?

    domandò quella sera a Zio Chalumò, il più anziano clarinetto dell’orchestra.

    Zio Chalumò abitava in una custodia nera imbottita di velluto e sosteneva di essere nato quando le ance avevano ancora rispetto per gli anziani.

    Il suo vero nome era Chalumeau, ma Basilio lo aveva francesizzato male una volta e il soprannome era rimasto.

    — Come sarebbe cosa?

    — Stamattina l’ho fatto senza pensarci.

    — Sì.

    — Ora, quando provo a rifarlo, è difficile.

    — Sì.

    — Non dovrebbe essere il contrario?

    Zio Chalumò sbadigliò.

    — Benvenuto nell’arte.

    — Non capisco.

    — La prima volta sei inciampato.

    — Io non sono inciampato.

    — Scivolato.

    — Suona meglio.

    — Molto. Adesso devi imparare a cadere apposta senza romperti il collo.

    Clarinello guardò le proprie chiavi.

    — Ma è un glissando.

    — Precisamente.

    — Basta far scorrere le dita.

    Zio Chalumò lo fissò.

    Poi scoppiò a ridere.

    Era una risata secca, legnosa, antica.

    — Cosa c’è?

    — Niente. Continua pure.

    — Perché ridi?

    — Perché stai scoprendo che un clarinetto non è un trombone.

    Dalla custodia accanto Arturo Sbrodoloni sporse la coulisse.

    — Finalmente.

    — Nessuno ti ha interpellato — disse Clarinello.

    Zio Chalumò spiegò.

    Sul clarinetto non esiste una coulisse capace di collegare meccanicamente tutte le altezze. Per produrre un glissando esteso e continuo non bastava aprire le chiavi in successione.

    Servivano le dita.

    Ma non soltanto.

    Serviva il fiato.

    Serviva l’imboccatura.

    Serviva modificare la pressione e, soprattutto, il modo in cui il musicista modellava dentro di sé la colonna d’aria.

    La lingua.

    La gola.

    La cavità orale.

    Clarinello rimase scandalizzato.

    — Tutto questo per sembrare che io stia facendo quello che mi pare?

    — Esattamente.

    — È una truffa.

    — È tecnica.

    — Peggio.

    Zio Chalumò sorrise.

    — Le cose che sembrano libere, ragazzo mio, molto spesso sono quelle che hanno lavorato più a lungo per non far vedere lo sforzo.

    Clarinello rimase in silenzio.

    Quella frase gli dava fastidio.

    Di solito era un buon segno.


    Nei giorni successivi diventò bravissimo.

    Glissando.

    Ancora.

    Ancora.

    Ancora.

    Gershwin chiedeva più ampiezza.

    Ross modificava l’imboccatura.

    Clarinello imparava a non spezzare la linea.

    Il suono cominciava con quel trillo grave quasi sospettoso e poi si apriva verso l’acuto con una libertà che sembrava improvvisata e invece richiedeva un controllo sempre più sottile.

    L’orchestra ormai aspettava soltanto quello.

    Tito Squillo lo imitava malissimo durante le pause.

    Arturo Sbrodoloni sosteneva che i tromboni lo facessero da secoli e chiedeva il pagamento degli arretrati.

    Basilio aveva composto una piccola marcia intitolata Trionfo del clarinetto che finalmente ha scoperto il trombone.

    Donna Violante dichiarava di non trovarla divertente.

    Era la prima a ridere.

    Clarinello cominciò a montarsi la campana.

    Prima pochissimo.

    Poi abbastanza.

    Infine moltissimo.

    Un pomeriggio, in un punto lirico della Rapsodia, aggiunse un piccolo scivolamento.

    Gershwin alzò la testa.

    — No.

    Clarinello ci rimase male.

    Due pagine dopo ci riprovò.

    — No.

    Alla terza, Gershwin smise di suonare.

    Ross Gorman abbassò il clarinetto.

    — Non lì.

    Clarinello era indignato.

    Durante la pausa corse da Zio Chalumò.

    — Non capisco quell’uomo.

    — Ottimo.

    — Gli piace il glissando.

    — Sì.

    — È diventato il mio suono.

    — No.

    — Come no?

    — È un suono che fai.

    — È la stessa cosa.

    Zio Chalumò si mise seduto.

    — Ah. Siamo già a questo punto.

    — Quale punto?

    — Quello in cui un musicista scopre una cosa bella e comincia a infilarla ovunque finché non diventa insopportabile.

    — Non è vero.

    — Certamente.

    — Anche Donna Violante dice “certamente” così.

    — Sto invecchiando.

    Clarinello sbuffò.

    — Perché all’inizio sì e dopo no?

    Zio Chalumò smise di scherzare.

    — Perché lì apre qualcosa.

    — Che cosa?

    — La Rapsodia.

    — Anche altrove potrebbe aprire.

    — E quante porte vuoi in una stanza?

    Clarinello tacque.

    — Quel gesto funziona perché arriva proprio lì — continuò il vecchio. — Prima che il pubblico abbia capito che cosa sta per ascoltare. Prima che il pianoforte entri. Prima che l’orchestra possa comportarsi come un’orchestra beneducata.

    — Quindi?

    — Quindi in pochi secondi gli dici: “Attento. Qui le note potrebbero non camminare come pensavi”.

    Clarinello guardò il pavimento.

    — Ma è mio.

    — Ecco il problema.

    — Cosa?

    — Hai cominciato domandandoti che cosa può servire alla musica. Adesso ti domandi che cosa può far ricordare te.

    Fu un colpo.

    Non violento.

    Peggio.

    Preciso.

    Clarinello non parlò più con Zio Chalumò per due giorni.

    Ne ebbe però una conversazione lunghissima nella propria testa.

    La perse.


    I protagonisti: (da sinistra) Basilio Brontoloni, Donna Violante Stradivaria, Clarinello Blu,  Nonno Chalumó, Arturo Sbrodoloni

    Tre giorni prima del concerto, accadde una disgrazia.

    Il glissando diventò perfetto.

    Clarinello lo fece una volta.

    Impeccabile.

    Lo rifece.

    Identico.

    Una terza.

    Uguale.

    Attacco.

    Curva.

    Crescita.

    Arrivo.

    Nessuna sbavatura.

    Basilio lo ascoltò.

    — Molto bello.

    Clarinello lo guardò.

    — No.

    — Per una volta ti faccio un complimento e ti offendi?

    — Non è bello.

    — Ho appena detto che—

    — È morto.

    Basilio tacque.

    Clarinello lo rifecе.

    Tecnica impeccabile.

    Nessuna sorpresa.

    — Senti?

    Basilio non rispose subito.

    — Sì.

    — Che cosa?

    — Sai già tutto quello che succederà.

    — Certo. L’ho studiato.

    — Forse è quello.

    Clarinello ricominciò.

    Ancora più preciso.

    Ancora più morto.

    Arrivò Donna Violante.

    Ascoltò.

    — Magnifico controllo.

    Clarinello quasi pianse.

    Era la cosa peggiore che potesse dirgli.

    — Prima ridevo.

    Donna Violante lo osservò.

    — Adesso esegui.

    — Non voglio eseguire.

    — È una frase curiosa da sentire in un’orchestra.

    — Sai cosa intendo.

    Sì.

    Lo sapeva.

    Donna Violante guardò la partitura.

    Poi lui.

    — Forse stai cercando di essere identico alla volta in cui sei stato spontaneo.

    Clarinello la fissò.

    Basilio spalancò gli occhi.

    Donna Violante si irrigidì.

    — Perché mi guardate?

    Basilio si portò una zampa al cuore.

    — Hai appena detto qualcosa di moderno.

    — Ti prego.

    — Sono emozionato.

    — Basilio.

    — Devo sedermi.

    — Sei già seduto.

    — Peggio.

    Ma Clarinello non rideva.

    Aveva paura.

    Fra tre giorni avrebbe aperto Rhapsody in Blue davanti a una sala piena.

    E la cosa che era nata da uno scherzo ora sembrava un esercizio.

    Aveva imparato perfettamente come farla.

    Aveva dimenticato perché.


    Quella notte uscì dalla custodia.

    Non chiedetemi come un clarinetto possa aprire una custodia, scendere da un palco e camminare per Manhattan.

    Se è questo il problema che avete con la storia, vi prego di considerare che un fagotto di nome Basilio Brontoloni ha parlato per diverse pagine senza che nessuno protestasse.

    New York era sveglia.

    New York nel 1924 sembrava possedere una quantità di energia incompatibile con il sonno.

    Automobili.

    Treni sopraelevati.

    Passi.

    Voci.

    Porte.

    Freni.

    Motori.

    Musica che usciva dai locali.

    Clarinello camminò.

    Per la prima volta provò a non cercare note.

    Ascoltò soltanto.

    Il treno sopraelevato passò:

    ta-TÀ ta-ta, ta-TÀ ta-ta.

    Una ruota aveva un piccolo difetto e produceva un accento là dove non avrebbe dovuto esserci.

    Clarinello sorrise.

    Più avanti un venditore abbassò una serranda.

    Un ritmo metallico.

    Un taxi suonò il clacson.

    Un altro rispose.

    — Molto male intonato — commentò Clarinello.

    Poi si fermò.

    — Sto diventando Donna Violante.

    Continuò.

    Da un locale seminterrato arrivava musica.

    Entrò.

    Un pianista suonava con tre uomini.

    Clarinello si mise in fondo.

    Ascoltò un tema.

    Semplice.

    Il pianista lo espose.

    Poi lo riprese.

    Ma non nello stesso modo.

    Una nota arrivò prima.

    Un’altra sembrò indugiare.

    La terza venne quasi accarezzata dal basso.

    Il ritmo restava riconoscibile eppure sembrava respirare diversamente.

    Il tema tornò ancora.

    Nuovo.

    E ancora riconoscibile.

    Clarinello si avvicinò.

    — Sta sbagliando.

    Una voce accanto a lui disse:

    — Speriamo.

    Era Zio Chalumò.

    Clarinello sobbalzò.

    — Mi hai seguito?

    — Alla mia età non seguo nessuno.

    — Come sei arrivato?

    — Stessa clausola narrativa che vale per te.

    Si sedettero.

    — Suona ogni volta diverso — disse Clarinello.

    — Sì.

    — Ma non sembra casuale.

    — No.

    — Sa esattamente dove si trova.

    — Sì.

    — Eppure cambia.

    — Vedo che l’udito funziona.

    Clarinello lo ignorò.

    Il pianista terminò una frase.

    Il batterista la prese.

    Il basso spostò il peso.

    Il tema tornò.

    — Pensavo che libertà significasse non sapere in anticipo cosa fare.

    Zio Chalumò sorrise.

    — Sarebbe comodo.

    — E invece?

    — Tu cosa senti?

    Clarinello ascoltò.

    Poi disse:

    — Sembra libero perché sa dove può andare.

    Il vecchio non rispose.

    — Non perché non conosce la strada.

    Ancora silenzio.

    — La conosce così bene che può permettersi di uscirne e ritrovarla.

    Zio Chalumò annuì appena.

    Clarinello si voltò.

    — Perché non dici niente?

    — Perché finalmente non ne hai bisogno.


    Il 12 febbraio 1924 arrivò con il freddo.

    All’Aeolian Hall il concerto portava un titolo ambizioso:

    An Experiment in Modern Music.

    Donna Violante lo lesse.

    — “Esperimento”.

    Basilio:

    — Sì.

    — Non amo essere parte di un esperimento.

    — Nemmeno i topi.

    — Basilio.

    — Cercavo di confortarti.

    La sala si riempì.

    Musicisti.

    Critici.

    Curiosi.

    Persone convinte che il jazz dovesse restare dove stava.

    Persone convinte che l’orchestra dovesse fare altrettanto.

    Persone che non sapevano ancora cosa pensare e che, senza saperlo, erano probabilmente le più fortunate.

    Gershwin sedeva al pianoforte.

    Paul Whiteman era pronto.

    Ross Gorman prese Clarinello.

    Il clarinetto sentì il proprio cuore.

    Non ne aveva uno.

    Quella sera ne aveva almeno tre.

    La bacchetta si alzò.

    Silenzio.

    Basilio gli sussurrò:

    — Clarinello.

    — Ti prego, non dire che Donna Violante ha sbagliato una nota.

    — Non avrei osato.

    Pausa.

    — Volevo dirti che se va male possiamo sempre dare la colpa a Gershwin.

    Clarinello rise.

    Piano.

    Abbastanza.

    Poi arrivò il momento.

    Trillo.

    Grave.

    Vibrante.

    Il suono cominciò a salire.

    Per un attimo Clarinello vide davanti a sé tutti i gradini.

    Le dita.

    L’imboccatura.

    La lingua.

    La gola.

    Il fiato.

    La tecnica.

    La versione perfetta.

    Poteva farla.

    Sapeva esattamente come.

    Poi pensò alla città.

    Al treno.

    Alla serranda.

    Al pianista del seminterrato.

    Alla prima prova.

    E comprese che aveva fatto per settimane una domanda sbagliata.

    Non:

    Come faccio a riprodurre quel glissando?

    Ma:

    Che cosa deve succedere al pubblico mentre lo faccio?

    E la risposta era lì.

    Doveva perdere il pavimento.

    Solo per pochi secondi.

    Doveva aspettarsi una scala e trovarsi improvvisamente davanti a una curva.

    Doveva capire, prima ancora che Gershwin suonasse una nota al pianoforte, che quella musica avrebbe attraversato territori nei quali le vecchie porte non sempre sarebbero rimaste chiuse.

    Clarinello lasciò andare il suono.

    La scala si sciolse.

    Il grave si allungò.

    Il timbro si piegò.

    La salita prese corpo, ironia, sensualità, insolenza.

    Non fu identica a quella della prova.

    Per fortuna.

    Arrivò in alto.

    Un istante di sospensione.

    Poi il pianoforte di Gershwin entrò.

    E la Rapsodia cominciò davvero.

    Clarinello sentì George sorridere.

    Non guardò.

    Quella volta non aveva bisogno di approvazione.

    Aveva capito perché quel suono fosse lì.

    12 FEBBRAIO 1924 – Quella sera accadde davvero ( clicca sulla freccia)


    Dopo il concerto, Tito Squillo sosteneva di avere sempre saputo che sarebbe stato un successo.

    Basilio:

    — Ieri hai detto che quella salita sembrava un gatto calpestato.

    — Era un’analisi timbrica.

    Arturo Sbrodoloni reclamava ancora i diritti d’autore sul principio dello scivolamento.

    Donna Violante si avvicinò a Clarinello.

    — Bene.

    Lui aspettò.

    — Tutto qui?

    — Molto bene.

    Clarinello spalancò le chiavi.

    — Donna Violante!

    — Non abituarti.

    Fece per andarsene.

    Poi si voltò.

    — Una sola cosa.

    Clarinello sospirò.

    — Naturalmente.

    — Quello che hai fatto questa sera…

    — Sì?

    — Non farlo mai nel Concerto di Mozart.

    Clarinello scoppiò in una risata tale che persino Arturo Sbrodoloni ammise di essere impressionato.


    Gli anni passarono.

    Quel glissando diventò inseparabile da Rhapsody in Blue.

    Clarinetti di città diverse cominciarono a studiarlo.

    Maestri ne discutevano.

    Allievi soffrivano.

    Ance venivano accusate ingiustamente.

    Qualcuno cercava un suono più lamentoso.

    Qualcun altro più brillante.

    Alcuni iniziavano lentamente e acceleravano.

    Altri costruivano una curva più continua.

    Clarinello, diventato anziano, ascoltava.

    E, come accade spesso a chi da giovane ha combattuto contro le regole, cominciò gradualmente a crearne di proprie.

    — Troppo corto.

    — Troppo veloce.

    — Io lo facevo più largo.

    — L’imboccatura!

    — Non così!

    — Ma cosa insegnano oggi?

    Zio Chalumò, che ormai era talmente vecchio da essere probabilmente precedente all’invenzione del legno, sopportò per molto tempo.

    Poi un giorno disse:

    — Violante.

    Clarinello si voltò.

    — Cosa?

    — Niente, Donna Violante.

    — Ritira immediatamente.

    — Troppo tardi.

    — Io non sono come lei.

    — Certamente.

    Clarinello si immobilizzò.

    Quella parola.

    Detta in quel modo.

    Era grave.

    Il giorno dopo ascoltò un ragazzo provare l’attacco della Rapsodia.

    Primo tentativo.

    Terribile.

    Secondo.

    Peggio.

    Terzo.

    Troppo studiato.

    Clarinello stava già per intervenire.

    Al quarto, però, accadde qualcosa.

    Il ragazzo lasciò andare un poco il suono.

    La curva fu diversa da quella di Ross Gorman.

    Diversa da quella che Clarinello ricordava.

    Più scura.

    Forse meno ironica.

    Quasi malinconica.

    Clarinello sentì salire l’antica obiezione:

    Non era così.

    Aprì la campana per parlare.

    Poi si fermò.

    Il ragazzo proseguì.

    Il pianoforte entrò.

    E quella particolare curva aveva preparato perfettamente quella Rapsodia, suonata da quel musicista, in quel momento.

    Clarinello richiuse la campana.

    Zio Chalumò lo osservò.

    — Niente?

    — Niente.

    — Sei malato?

    Clarinello sorrise.

    — Non era come il mio.

    — No.

    — Non era neanche come quello della prima volta.

    — No.

    Silenzio.

    Poi Clarinello disse:

    — Meno male.

    Zio Chalumò non rispose.

    Clarinello guardò il giovane musicista riprendere il clarinetto.

    Aveva finalmente capito che una tradizione muore in due modi.

    Muore quando viene dimenticata.

    Ma può morire anche quando viene conservata così perfettamente da non permetterle più di respirare.

    La prima risata di Ross Gorman era diventata storia proprio perché qualcuno aveva avuto il coraggio di non correggerla.

    Sarebbe stato curioso trasformarla, un secolo dopo, in qualcosa che nessuno avesse più il diritto di cambiare.

    Il ragazzo riprovò.

    Questa volta sbagliò.

    Clarinello sorrise.

    — Male.

    — Ah! — disse Zio Chalumò. — Eccoti tornato.

    — Ho detto che può essere diverso. Non ho detto che tutto vada bene.

    Il vecchio scoppiò a ridere.

    — Finalmente una filosofia musicale sensata.

    E, per qualche ragione, a Clarinello sembrò il complimento migliore ricevuto in tutta la vita.


    Clarinello aveva passato molto tempo a confondere cose differenti.

    Prima aveva creduto che essere corretti significasse non uscire mai dalla strada.

    Poi, quando uno scherzo era diventato una trovata musicale straordinaria, aveva pensato che essere liberi significasse uscire dalla strada ogni volta che ne avesse voglia.

    Infine aveva scoperto una terza possibilità.

    La più difficile: sapere dove si trova la strada, conoscere ciò che la regola protegge, possedere gli strumenti necessari.

    E soltanto allora decidere se, in quel preciso momento, valga la pena attraversare il confine.

    Non è un dettaglio.

    Perché oggi tendiamo spesso a raccontare l’originalità come se fosse una virtù sufficiente.

    «Sii diverso.»

    «Rompi gli schemi.»

    «Non seguire le regole.»

    Belle frasi.

    Ma anche un bambino di tre anni può rompere uno schema.

    Il problema artistico — e forse umano — è capire che cosa costruire dopo averlo rotto.

    Ross Gorman non rese memorabile l’inizio di Rhapsody in Blue semplicemente perché fece qualcosa di diverso da ciò che era scritto. Quella deviazione acquistò senso perché Gershwin riconobbe che possedeva il carattere giusto per aprire quel mondo musicale: un mondo in cui il linguaggio sinfonico incontrava jazz, blues, energia urbana, lirismo, ritmo e teatralità senza chiedere il permesso a una sola categoria.

    E poi c’è un altro paradosso ancora più bello.

    Quel gesto che sembra quasi una sfrontatezza improvvisata richiede tecnica.

    Sul clarinetto, ottenere una salita continua di quell’estensione non significa semplicemente “far scivolare le dita”. Il musicista deve coordinare progressivamente diteggiatura, imboccatura, flusso dell’aria, lingua e configurazione del tratto vocale affinché l’altezza possa piegarsi e attraversare ciò che normalmente percepiamo come gradini distinti.

    In altre parole:

    per far sembrare che la scala non abbia gradini bisogna conoscere molto bene ogni gradino.

    Ed è forse questo uno dei più bei paradossi dell’arte. La disciplina non è necessariamente il contrario della libertà. Può esserne la condizione.

    Un grande improvvisatore non è qualcuno che «non sa cosa farà».

    È qualcuno che possiede un linguaggio così profondamente da poter prendere una strada non prevista senza perdere la capacità di tornare.

    E anche nella vita esiste qualcosa di simile. Ci sono regole che abbiamo il diritto di contestare. Tradizioni che meritano di essere trasformate. Definizioni dalle quali è necessario uscire.

    Ma non tutto ciò che ci limita è automaticamente nemico.

    A volte un limite custodisce una ragione che non abbiamo ancora compreso.

    E non tutto ciò che ci distingue deve essere continuamente mostrato.

    Clarinello lo scoprì quando cominciò a mettere il proprio glissando dappertutto.

    Anche una caratteristica autentica può diventare maniera. Anche una qualità può diventare vanità.

    Anche la libertà può trasformarsi in posa quando smettiamo di domandarci perché facciamo qualcosa e cominciamo a farla soltanto perché ormai gli altri si aspettano che siamo “quelli che fanno quella cosa”.

    Forse maturare significa anche questo: non trascorrere tutta la vita a dimostrare di essere diversi. E nemmeno a dimostrare di essere impeccabili.

    Ma arrivare a possedere abbastanza profondamente ciò che siamo da non doverlo esibire a ogni battuta.

    C’è infine la lezione più sottile lasciata da quel primo glissando.

    Gershwin avrebbe potuto correggerlo. Era il compositore. Aveva la partitura. Aveva l’autorità.

    E invece ascoltò.

    Forse la vera intelligenza creativa non consiste soltanto nel sapere ciò che vogliamo.

    Consiste anche nel riconoscere qualcosa di migliore quando arriva da dove non lo avevamo previsto.

    È difficile.

    Perché significa accettare che una nostra opera, un nostro progetto, perfino un’idea alla quale teniamo possa diventare più ricca attraverso l’intervento di qualcun altro.

    Significa rinunciare per un momento alla soddisfazione di dire: «L’avevo pensato io.» per poter dire: «Questo funziona. Teniamolo.»

    Ed è una forma di grandezza molto meno rumorosa dell’originalità.

    Si chiama ascolto.

    Così, forse, Clarinello Blu aveva avuto ragione soltanto a metà.

    Fra una nota e l’altra c’erano davvero dei gradini.

    Ma non c’erano soltanto quelli.

    C’era anche lo spazio.

    E ci volle una risata al momento sbagliato perché qualcuno avesse finalmente il coraggio di attraversarlo.




    🎬 CLARINELLO FUORI DALLA FAVOLA

    Dopo aver conosciuto Clarinello Blu, è arrivato il momento di uscire per qualche minuto dalla favola.

    Perché dietro la sua scala incantata ci sono un clarinettista vero, un effetto difficilissimo e una Rapsodia che, più di cent’anni dopo, continua a non stare ferma dentro una sola definizione.

    🎙️ ASCOLTA IL VERO “CLARINELLO” DEL 1924
    Il glissando di Ross Gorman nella prima registrazione di Rhapsody in Blue
    Il 10 giugno 1924, pochi mesi dopo la prima esecuzione all’Aeolian Hall, George Gershwin registrò Rhapsody in Blue al pianoforte con la Paul Whiteman Concert Orchestra. All’inizio si sente proprio Ross Gorman, il clarinettista legato alla nascita del celebre glissando.
    Cosa ascoltare: non aspettarti il suono levigatissimo di una moderna orchestra sinfonica. È una registrazione acustica del 1924. Proprio per questo ha un fascino enorme: stai ascoltando quella musica quando era ancora praticamente nuova.
    Il nostro Clarinello Blu è immaginario. Ma questo clarinetto ha davvero più di cent’anni.
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