Cronache dell’ Apeiron


  • Il destino infelice della Musica nella scuola italiana

    Il destino infelice della Musica nella scuola italiana

    Quando un Paese dimentica di educare all’ascolto, smette anche di ascoltare sé stesso.

    Di Marialuisa Veneziano


    29 giugno 2026

    C’è una domanda che attraversa silenziosamente le aule italiane, spesso coperta dal rumore delle campanelle, dalle urgenze burocratiche, dai programmi da finire, dalle verifiche da somministrare, dalle griglie da compilare: che posto occupa davvero la musica nella nostra scuola?

    Non il posto che le viene riconosciuto nei documenti ministeriali, nelle dichiarazioni solenni, nei progetti di fine anno, nelle locandine colorate dei saggi. Non il posto retorico, decorativo, celebrativo. Ma il posto reale. Quello che si misura nella considerazione quotidiana, nel tempo assegnato, nelle risorse disponibili, nella formazione dei docenti, nella percezione delle famiglie, nella dignità culturale che una comunità scolastica riconosce a una disciplina.

    La risposta, se detta senza infingimenti, è dolorosa: la musica nella scuola italiana vive spesso un destino infelice. È presente, ma non sempre riconosciuta; nominata, ma non sempre compresa; richiesta quando serve a “fare festa”, ma dimenticata quando si parla di conoscenza; celebrata come linguaggio universale, ma trattata troppo spesso come materia accessoria, leggera, laterale. Una specie di graziosa tappezzeria sonora della formazione, utile per commuovere alle recite, rallegrare le cerimonie, coprire i vuoti istituzionali, ma raramente posta al centro di una visione educativa profonda.

    Eppure, questa marginalità è uno dei più grandi equivoci culturali del nostro sistema scolastico. Perché la musica non è un passatempo. Non è un intrattenimento. Non è il fiocchetto estetico da apporre su un edificio educativo già costruito altrove. La musica è pensiero organizzato nel tempo. È matematica che respira. È filosofia incarnata nel suono. È memoria storica, disciplina dell’ascolto, educazione del corpo, esercizio della relazione, grammatica dell’emozione, costruzione della forma. È una delle più antiche e raffinate modalità con cui l’essere umano ha imparato a dare ordine al caos.

    Già nel mondo greco, la mousiké non indicava soltanto ciò che oggi chiamiamo musica in senso stretto, ma un orizzonte più vasto: parola, ritmo, poesia, educazione dell’anima. Platone, pur con tutte le sue cautele verso il potere perturbante dei suoni, sapeva bene che la musica forma il carattere prima ancora che l’intelletto sappia difendersi. Aristotele riconosceva alla musica una funzione educativa, etica, catartica. Nel Medioevo, essa apparteneva al quadrivio insieme ad aritmetica, geometria e astronomia: non era un ornamento, ma una scienza dell’ordine. Boezio distingueva la musica mundana, la musica humana e la musica instrumentalis, ricordandoci che il suono non è solo ciò che si ode, ma ciò che struttura il cosmo, l’uomo e la pratica.

    È curioso, e insieme tragico, che una civiltà scolastica discendente da questa tradizione abbia finito per ridurre la musica, nella percezione comune, a “materia pratica”, spesso contrapposta alle discipline “serie”. Come se il fare non pensasse. Come se il corpo non conoscesse. Come se suonare, cantare, ascoltare, leggere una partitura, comprendere una forma, distinguere un timbro, riconoscere una funzione armonica, collocare un brano nel proprio contesto storico fossero attività minori rispetto all’analisi di un testo letterario o alla risoluzione di un problema matematico.

    La verità è che la musica contiene tutto questo: testo, numero, storia, logica, gesto, memoria, interpretazione. Un ragazzo che impara a suonare insieme agli altri impara una forma altissima di cittadinanza. Deve ascoltare, attendere, entrare al momento giusto, rispettare il tempo comune, controllare il proprio impulso, accordarsi, correggersi, sostenere la parte altrui. In un’orchestra scolastica, anche piccola, anche imperfetta, c’è già un modello di società: nessuno può gridare sopra gli altri senza distruggere la forma; nessuno può tacere del tutto senza impoverire l’insieme; nessuno è davvero solo, perché ogni voce esiste nella relazione.

    Ecco perché il destino della musica a scuola non riguarda soltanto i musicisti. Riguarda la democrazia dell’ascolto. Riguarda la qualità umana della formazione. Riguarda la capacità di educare generazioni non solo a produrre, competere, rispondere, eseguire consegne, ma anche a sentire, interpretare, distinguere, abitare il silenzio, dare senso al tempo.

    La scuola italiana, invece, sembra spesso prigioniera di una contraddizione. Da un lato, nei principi generali, riconosce il valore della cultura umanistica, della creatività, del patrimonio artistico e musicale. Dall’altro, nella pratica ordinaria, non sempre costruisce le condizioni perché quella dichiarazione diventi vita quotidiana. La musica è prevista, sì. Esistono percorsi a indirizzo musicale nella scuola secondaria di primo grado, licei musicali, progettualità, piani delle arti, collaborazioni possibili con conservatori, enti e associazioni. Ma il sistema appare ancora frammentario, discontinuo, affidato troppo spesso alla buona volontà dei singoli docenti, alla sensibilità di un dirigente, alla fortuna geografica di nascere in un territorio culturalmente attrezzato.

    Il risultato è una geografia diseguale dell’educazione musicale. Ci sono scuole in cui la musica diventa esperienza viva, orchestra, coro, laboratorio, teatro del pensiero sonoro. E ci sono scuole in cui resta confinata a poche attività residuali, magari svolte in aule inadatte, con strumenti insufficienti, senza continuità progettuale. Ci sono studenti che incontrano docenti capaci di aprire mondi, e studenti che attraversano anni di scuola senza comprendere davvero cosa sia una forma musicale, perché Bach non sia soltanto “musica vecchia”, perché il jazz sia una rivoluzione del tempo e della libertà, perché il rock abbia raccontato il Novecento più di molti manuali, perché il canto gregoriano non sia una polvere da museo, ma una cattedrale di respiro.

    Il primo nodo è culturale: la musica viene spesso percepita come esperienza emotiva, ma non come conoscenza. Questo è il peccato originale. Certo, la musica emoziona. Ma emoziona perché organizza. Commuove perché costruisce. Turba perché possiede una grammatica profonda. Nessuno direbbe che la Divina Commedia è importante solo perché “fa provare emozioni”; nessuno ridurrebbe Caravaggio al fatto che “colpisce l’occhio”; nessuno valuterebbe Euclide sulla base del “mi piace” o “non mi piace”. Per la musica, invece, accade continuamente. Si resta alla superficie del gusto: bello, brutto, allegro, triste, rilassante. Come se il compito della scuola fosse confermare le impressioni immediate e non educarle.

    Educare alla musica significa invece insegnare a passare dall’emozione indistinta alla consapevolezza. Dal “mi piace” al “perché mi parla”. Dal consumo rapido all’ascolto critico. Dal sottofondo alla forma. Viviamo in un’epoca in cui la musica è ovunque e, proprio per questo, rischia di non essere ascoltata da nessuna parte. Accompagna la spesa, l’attesa telefonica, i video, le pubblicità, i social, le palestre, i viaggi. È diventata ambiente, rumore, colonna sonora permanente dell’esistenza. I ragazzi ascoltano moltissima musica, ma raramente vengono guidati a comprenderla. Hanno accesso a un oceano, ma spesso senza bussola. E una scuola che non fornisce strumenti di orientamento lascia che siano gli algoritmi a educare il gusto.

    Questo è un punto decisivo. Oggi l’educazione musicale non può limitarsi alla pur necessaria alfabetizzazione teorica, né può rifugiarsi in una nostalgia museale. Deve misurarsi con Spotify, YouTube, TikTok, con la produzione digitale, con il rap, con la trap, con le colonne sonore, con il sound design, con la musica nei videogiochi, con l’intelligenza artificiale generativa. Ma misurarsi non significa cedere. Significa interpretare. La scuola deve insegnare che ogni linguaggio sonoro ha una storia, una tecnica, una funzione sociale, una retorica, un’estetica. Deve far capire che Beethoven e Kendrick Lamar, Monteverdi e Morricone, Hildegard von Bingen e Björk, Bach e i Beatles non stanno nello stesso scaffale per banalizzazione, ma possono entrare in dialogo se esiste una mente capace di ascoltare struttura, contesto, invenzione, rottura, memoria.

    Il secondo nodo è pedagogico. Troppo spesso la musica scolastica oscilla tra due estremi ugualmente pericolosi: il nozionismo sterile e l’intrattenimento senza profondità. Da un lato, date, nomi, definizioni, strumenti studiati come figurine; dall’altro, attività piacevoli ma poco strutturate, in cui “fare musica” significa semplicemente occupare il tempo con qualcosa di gradevole. In mezzo dovrebbe stare la vera didattica musicale: ascolto guidato, pratica vocale e strumentale, movimento, invenzione, lettura, analisi, storia, tecnologia, improvvisazione, riflessione critica.

    La musica si impara facendo, ma il fare deve essere pensato. Si impara ascoltando, ma l’ascolto deve essere educato. Si impara anche studiando, ma lo studio deve tornare al suono, al gesto, all’esperienza. Una lezione efficace di musica non è né una conferenza da conservatorio né un’ora di animazione. È un laboratorio di intelligenza sensibile. È il luogo in cui un ritmo africano può aprire una riflessione sulla comunità, una fuga di Bach può mostrare la bellezza della logica, una canzone di protesta può diventare educazione storica, un brano rap può introdurre metrica, retorica, identità, marginalità sociale, parola ritmica. È qui che la competenza del docente diventa decisiva: non basta “sapere un po’ di musica”. Bisogna conoscere la musica, la pedagogia, la storia, i linguaggi contemporanei, la psicologia dell’età evolutiva, la gestione del gruppo, la progettazione interdisciplinare.

    Il terzo nodo è professionale. La musica, per essere insegnata bene, richiede competenze specifiche. Questo dovrebbe essere ovvio, ma non lo è abbastanza. Nessuno affiderebbe l’insegnamento della matematica a chi “ama i numeri” o quello dell’italiano a chi “legge volentieri romanzi”. Per la musica, invece, sopravvive talvolta l’idea che una generica sensibilità artistica possa bastare. Non basta. La sensibilità è preziosa, ma senza competenza diventa impressionismo didattico. La scuola primaria, in particolare, avrebbe bisogno di una presenza musicale specialistica più stabile e strutturata. È proprio lì, nei primi anni, che il bambino costruisce il rapporto con la voce, il ritmo, il corpo, l’ascolto, la coordinazione, la memoria sonora. Intervenire tardi significa spesso correggere ciò che non è stato coltivato prima.

    Un Paese serio dovrebbe considerare l’educazione musicale di base non come un lusso, ma come un diritto formativo. Esattamente come l’alfabetizzazione linguistica e matematica. Perché esiste anche un analfabetismo sonoro: l’incapacità di ascoltare, distinguere, nominare, riconoscere, rispettare il paesaggio acustico. È un analfabetismo meno visibile, ma non meno grave. Produce cittadini esposti al rumore, incapaci di concentrazione, poveri di memoria uditiva, deboli nella percezione del tempo, meno allenati alla cooperazione fine. Una società rumorosa non è necessariamente una società musicale. Anzi, spesso è il contrario: più rumore c’è, meno ascolto rimane.

    Il quarto nodo è sociale. La musica a scuola potrebbe essere uno straordinario strumento di uguaglianza. Molti bambini e ragazzi non entreranno mai in un conservatorio, non prenderanno lezioni private, non possiederanno uno strumento, non avranno famiglie in grado di portarli a concerto, non incontreranno spontaneamente il patrimonio musicale. Per loro la scuola è l’unica porta. Se quella porta resta socchiusa, la cultura musicale diventa privilegio. E quando la cultura diventa privilegio, la scuola ha fallito una parte della propria missione costituzionale.

    La musica, invece, può rivelare talenti invisibili. Può dare voce a chi fatica con la parola. Può aiutare studenti fragili a trovare un posto nel gruppo. Può offrire a chi vive marginalità economiche o affettive un’esperienza di bellezza ordinata, condivisa, non competitiva. Può trasformare una classe difficile in un ensemble possibile, almeno per qualche minuto: e quei minuti, talvolta, valgono più di molte prediche disciplinari. La pratica musicale non elimina i problemi, non compie miracoli da santino pedagogico, ma crea condizioni diverse: obbliga il gruppo a respirare insieme. E respirare insieme, per una classe, è già una piccola rivoluzione.

    Ma perché tutto questo accada, servono scelte. Non bastano slogan. Non basta invocare la “creatività” come parola magica, buona per ogni progettino finanziabile. La creatività non è caos grazioso. È libertà dentro una forma. È capacità di generare qualcosa di nuovo conoscendo vincoli, materiali, tecniche. In musica, nessuno improvvisa davvero se non possiede un vocabolario. Anche il jazz, che sembra libertà pura, è una disciplina feroce dell’ascolto, dell’armonia, del tempo, della risposta. La scuola dovrebbe insegnare proprio questo: non l’opposizione tra regola e invenzione, ma la loro alleanza.

    Le proposte, allora, devono essere concrete.

    La prima: introdurre progressivamente docenti specialisti di musica nella scuola primaria, almeno attraverso moduli strutturali e continuativi, non episodici. La voce, il ritmo, l’ascolto e la pratica strumentale di base devono entrare presto nella formazione del bambino. Non come attività extracurricolare per chi può, ma come parte ordinaria dell’esperienza scolastica.

    La seconda: costruire un curricolo verticale reale, dall’infanzia alla secondaria di secondo grado. Oggi la musica rischia di procedere per frammenti: un po’ di canto, un po’ di flauto, un po’ di storia, un progetto, un saggio. Serve invece una traiettoria chiara: esplorazione sonora, voce, ritmo, movimento, ascolto; poi lettura, pratica d’insieme, strumenti, storia dei linguaggi; poi analisi, tecnologia, composizione, interpretazione critica. Ogni segmento dovrebbe sapere cosa riceve e cosa consegna al successivo.

    La terza: rafforzare i percorsi a indirizzo musicale nella scuola secondaria di primo grado, garantendo equilibrio territoriale, spazi adeguati, strumenti, continuità delle cattedre e centralità della musica d’insieme. L’indirizzo musicale non deve essere un’isola felice per pochi, ma un laboratorio di buone pratiche capace di contaminare l’intera scuola.

    La quarta: creare reti stabili tra scuole, conservatori, licei musicali, teatri, associazioni concertistiche, bande, cori, enti lirici, festival, biblioteche musicali. La scuola non può portare da sola tutto il peso della formazione artistica; ma deve essere il centro intelligente di una comunità educante. Non visite occasionali, non eventi una tantum, ma patti culturali duraturi.

    La quinta: rinnovare i contenuti senza rinnegare il patrimonio. La tradizione non si difende imbalsamandola. Si difende facendola parlare al presente. Bach non ha bisogno di essere “semplificato” fino a diventare innocuo; ha bisogno di essere raccontato come architettura viva. Verdi non è una statua nazionale; è teatro politico, respiro popolare, parola scenica. Il gregoriano non è reperto ecclesiastico; è esperienza del tempo sospeso, del sacro come forma sonora. Allo stesso modo, il rap non va liquidato come prodotto giovanile inferiore: va analizzato, compreso, discusso, anche criticato, ma con strumenti seri. La scuola non deve inseguire i gusti degli studenti; deve prenderli sul serio per ampliarli.

    La sesta: educare all’ascolto come competenza trasversale. Ascoltare musica significa imparare attenzione, memoria, previsione, confronto, sospensione del giudizio. In un tempo di notifiche e frammenti, l’ascolto lungo è quasi un atto politico. Portare una classe ad ascoltare davvero un brano di cinque, dieci, quindici minuti è una sfida enorme. Ma proprio per questo necessaria. Non si educa soltanto parlando ai ragazzi; si educa anche insegnando loro a stare dentro una durata.

    La settima: valorizzare la musica nella valutazione e negli esami, non come appendice folcloristica, ma come disciplina capace di dialogare con storia, letteratura, arte, tecnologia, educazione civica, scienze. Un colloquio interdisciplinare che attraversi il Novecento senza musica è mutilato. Parlare di totalitarismi senza inni e propaganda sonora, di migrazioni senza canti popolari, di industria culturale senza canzone, di cinema senza colonna sonora, di tecnologia senza produzione digitale significa raccontare il mondo con un orecchio tappato.

    L’ottava: investire nella formazione dei docenti. La scuola cambia se cambiano le competenze vive di chi la abita. Servono percorsi seri su didattica laboratoriale, inclusione attraverso la musica, tecnologie sonore, vocalità, musica d’insieme, ascolto guidato, storia dei repertori contemporanei, progettazione interdisciplinare. Un docente di musica oggi deve essere insieme musicista, storico, educatore, regista di processi collettivi, mediatore culturale. Una figura complessa, non un intrattenitore con registro elettronico.

    La nona: ripensare gli spazi. La musica ha bisogno di luoghi. Aule insonorizzate, strumenti accessibili, dispositivi digitali, biblioteche sonore, ambienti per la pratica d’insieme. Non si può predicare la centralità della musica e poi relegarla in stanze inadatte, dove ogni suono diventa disturbo per la classe accanto. Anche l’architettura scolastica dice il valore che attribuiamo ai saperi.

    La decima: riconoscere pubblicamente il ruolo culturale della musica nella formazione del cittadino. Questo è forse il punto più profondo. Finché la musica sarà pensata come accessorio, ogni riforma resterà fragile. Bisogna cambiare immaginario. La musica non serve a “fare diventare tutti musicisti”, così come la matematica non serve a fare diventare tutti matematici e la letteratura non serve a fare diventare tutti scrittori. Serve a formare una parte dell’intelligenza umana. Serve a dare strumenti per comprendere il mondo.

    Il destino infelice della musica nelle scuole italiane non è dunque una fatalità. È il prodotto di scelte, omissioni, abitudini mentali. E ciò che è stato prodotto può essere trasformato. Ma occorre il coraggio di dire che una scuola senza musica autenticamente vissuta è una scuola più povera. Può anche funzionare, compilare documenti, raggiungere obiettivi, produrre risultati misurabili. Ma le mancherà qualcosa di essenziale: la capacità di educare alla complessità invisibile. Perché la musica insegna proprio questo: che non tutto ciò che conta si vede. Il tempo non si vede, ma ci governa. L’armonia non si vede, ma regge le relazioni. L’ascolto non si vede, ma decide la qualità di una comunità. Una nota sbagliata, in un insieme, non è solo un errore individuale: modifica il paesaggio di tutti. Forse la scuola dovrebbe ripartire da qui. Da questa evidenza semplice e vertiginosa: siamo sempre parte di una partitura comune.

    Restituire dignità alla musica significa restituire profondità alla scuola. Significa ricordare che educare non vuol dire soltanto trasmettere informazioni, ma accordare l’essere umano con se stesso, con gli altri, con la memoria, con il futuro. Una società che educa musicalmente i propri figli non produce soltanto esecutori migliori: produce ascoltatori migliori. E un buon ascoltatore, nella vita civile, è già un cittadino meno feroce, meno manipolabile, meno solo.

    La musica, nella scuola italiana, attende ancora di essere presa sul serio. Non come lusso. Non come intervallo. Non come festa di fine anno. Ma come una delle forme più alte della conoscenza.

    E forse il compito di chi insegna, suona, studia, scrive e crede ancora nel potere umanissimo dell’arte è proprio questo: impedire che la musica resti una presenza gentile ai margini della scuola. Bisogna riportarla al centro, là dove è sempre stata nelle civiltà che hanno saputo pensare in grande: accanto alla parola, al numero, alla memoria, alla formazione dell’anima. Perché una scuola che non insegna ad ascoltare potrà anche istruire. Ma farà molta più fatica ad educare.

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  • L’organo che rialza: Marialuisa Veneziano incanta Falconara

    Di Claudia Valenti

    Marialuisa Veneziano
    (©Emiliano Tarsetti)

    Una serata gremita e commossa, in cui la musica di Morandi, Bach, Guilmant e Liszt è diventata gesto di bellezza, solidarietà e comunità.


    Falconara Marittima (An), 9 giugno 2026

    ***

    Bisognerebbe domandarsi, qualche volta, che cosa cerchi davvero una folla quando riempie una chiesa per ascoltare un organo.

    Non certo il rumore, di cui il mondo è già prodigo dispensatore; non lo svago leggero, che nasce e muore con la stessa fretta; non la vanità di esserci, perché vi sono luoghi nei quali anche la vanità, se entra, è costretta ad abbassare la voce. La sera del 6 giugno, nella Chiesa di Sant’Antonio da Padova di Falconara Marittima (An), una comunità numerosissima — una chiesa piena, anzi colma, come raramente accade per un concerto d’organo — sembrava cercare qualcosa di più antico e più necessario: una ragione per ascoltare insieme.

    E quella ragione è arrivata con il primo suono.

    Non fu un semplice inizio. Fu come se l’aria, fino a quel momento immobile, trovasse improvvisamente un’anima. L’organo prese voce e la chiesa, che pure era già piena di persone, parve riempirsi davvero soltanto allora. Perché vi sono strumenti che accompagnano il pensiero, e altri che lo chiamano a giudizio. L’organo appartiene a questi ultimi. Non chiede distrazione, non concede superficialità: prende il silenzio degli uomini e lo misura.

    Allo strumento sedeva Marialuisa Veneziano, organista, pianista e musicologo, interprete di rara intensità, capace di unire una tecnica poderosa a una qualità ancora più difficile da trovare: la necessità interiore del suono. Non suonava per ornare la serata, né per compiacere il pubblico, né per esibire quella padronanza che pure appariva evidente fin dalle prime battute. Suonava come chi sa che ogni nota, se non nasce da una verità, resta soltanto una nota; e che la musica, quando non è chiamata a dire qualcosa dell’uomo, diventa un lusso inutile.

    Il concerto è stato promosso a favore della Caritas, con il sostegno della presidente Ondina Valeria Ghergut e della comunità dei frati francescani della parrocchia. E non è un dettaglio da collocare in fondo, tra i ringraziamenti d’obbligo. È, al contrario, la chiave morale della serata. Perché la bellezza, quando incontra la carità, smette di essere contemplazione isolata e diventa opera. E i frati francescani, con quella semplicità laboriosa che spesso fa più di tanti proclami, hanno aperto le porte non soltanto di un edificio sacro, ma di una possibilità: quella di mostrare che una comunità può ancora radunarsi intorno a ciò che eleva.

    Da sinistra: il parroco Padre Leon, Marialuisa Veneziano, Marina Mancini
    (©Emiliano Tarsetti)

    A presentare il concerto è stata Eleonora Tarsetti, e chi avesse avuto occhi attenti avrebbe compreso subito che la sua non era una presenza ornamentale. Vi sono persone che gli eventi li annunciano soltanto; altre, invece, li generano prima ancora che comincino. Eleonora appartiene a questa seconda specie, più rara e più preziosa. La sua voce, misurata e partecipe, portava con sé la storia silenziosa di un’amicizia forte, operosa, non esibita. Un’amicizia che ha creduto, organizzato, sostenuto, preparato la strada. Accanto a lei, Marina Mancini ha contribuito con gentilezza e grazia a guidare il pubblico attraverso la serata, come chi accompagna senza mai sovrastare, offrendo alle parole la misura discreta dell’accoglienza. Anche questo ha dato al concerto un tono particolare: non quello freddo delle occasioni ufficiali, ma quello più raro delle serate curate con mano lieve, nelle quali ogni intervento prepara l’ascolto e invita il pubblico a entrare, passo dopo passo, nel significato più profondo dell’evento.

    Tra Eleonora Tarsetti e Marialuisa Veneziano si avvertiva quel legame che non ha bisogno di molte dichiarazioni, perché parla attraverso i gesti. E, in tempi nei quali non sempre il talento viene custodito — talvolta viene guardato con sospetto, come se la luce altrui fosse una diminuzione della propria — è bello vedere un’amicizia che compie l’atto contrario: non spegne, non trattiene, non misura; apre. Eleonora Tarsetti ha aperto una porta. E da quella porta, quella sera, è passata la musica.

    Marialuisa Veneziano all’organo ed Eleonora Tarsetti
    (©Emiliano Tarsetti)

    Il programma non era una sequenza di brani, ma un itinerario morale.

    Con Giovanni Morandi e il suo Offertorio, l’organo ha mostrato il suo volto italiano, chiaro, cantabile, quasi sorridente nella sua compostezza. Vi era in quella pagina una grazia semplice, non povera; una luminosità capace di unire la misura sacra a un respiro più umano, quasi teatrale. Marialuisa Veneziano l’ha resa con finezza, senza calcare, senza appesantire, lasciando che il suono camminasse nella chiesa come una luce mattutina. Era l’inizio giusto: non l’irruzione del sublime, ma il suo annuncio.

    Poi venne Bach. E quando Bach entra davvero in una chiesa, non entra mai da ospite. Entra da fondamento.

    La Toccata e fuga in re minore (BWV 565), così celebre da essere spesso consumata dall’abitudine, quella sera ritrovò la propria severità originaria. Non fu la pagina “famosa” che il pubblico riconosce con compiacimento; fu un richiamo. La Toccata ha squarciato lo spazio con una forza che parve insieme musicale e morale. La Fuga, poi, ha ricomposto quella scossa in ordine, voce dopo voce, come se il caos fosse chiamato a dare ragione di sé.

    Qui il Maestro Veneziano ha mostrato una padronanza straordinaria. La tecnica organistica, nella sua complessità di mani, piedi, registri, equilibrio fonico e controllo dell’acustica, era sicura, limpida, dominata. Ma il vero merito è stato un altro: quella tecnica non chiedeva di essere ammirata. Serviva. Sosteneva. Portava. Era come una colonna nascosta dentro una costruzione: chi guarda ammira la volta, ma la volta non reggerebbe senza quella colonna. Così era il virtuosismo di Veneziano: non vanità, ma architettura.

    In Bach, la sua interpretazione ha avuto il respiro delle cose necessarie. Ogni voce della fuga sembrava avanzare con una propria dignità, e tutte insieme costruivano quel miracolo che solo Bach compie con tanta naturalezza: trasformare il pensiero in emozione senza tradire né l’uno né l’altra. La chiesa ascoltava immobile. E vi sono immobilità che valgono più di molti applausi.

    Con Alexandre Guilmant e la Symphonie n°1 in Re minore per organo, il discorso si è fatto più ampio. L’organo ha assunto dimensione sinfonica, quasi orchestrale. Non più soltanto strumento liturgico, ma mondo sonoro: ottoni immaginari, archi invisibili, masse luminose, ombre profonde. La scrittura francese chiedeva grandezza, ma la grandezza è una materia pericolosa: in mani meno esperte diventa peso, retorica, rumore. Veneziano, invece, ha saputo darle respiro. Il suono si allargava senza travolgere; saliva senza schiacciare; riempiva senza confondere.

    Fu, quello, uno dei momenti nei quali si è compresa meglio la natura dell’interprete: una musicista capace di potenza, ma non innamorata della potenza; capace di far tremare lo spazio, ma senza perdere il pudore del dettaglio. E il pudore, nell’arte, non è debolezza. È la custodia della grandezza.

    Infine Franz Liszt.

    Qui la serata è entrata in una regione più aspra, più ardente, quasi profetica. Il Präludium und Fugue über B-A-C-H non è soltanto un omaggio al genio di Eisenach: è una lotta con il nome, con la memoria, con l’eredità, con quell’assoluto che Liszt inseguì per tutta la vita, ora con l’impeto del virtuoso, ora con l’inquietudine del penitente. In questa pagina la musica non si limita a procedere: cerca, interroga, precipita, risale. Marialuisa Veneziano vi è entrata senza compiacimenti. Non ha fatto di Liszt un esercizio di bravura, sebbene la difficoltà fosse evidente e altissima. Ne ha fatto un dramma. Ogni passaggio sembrava portare con sé una domanda: che cosa resta dell’uomo quando affida il proprio nome alla musica? Che cosa resta del dolore quando viene trasformato in forma? Che cosa resta della fatica quando diventa bellezza?

    In Liszt, l’artista è apparsa nella sua pienezza. Non solo la concertista dalla tecnica sicura; non solo la studiosa che conosce la struttura interna dei brani; ma l’interprete che rischia qualcosa di sé. Vi sono esecuzioni corrette, vi sono esecuzioni brillanti, e poi vi sono esecuzioni che sembrano avere attraversato una vita prima di arrivare al pubblico. Quella di Veneziano apparteneva a quest’ultima categoria. Non si limitava a produrre suono: lo consegnava.

    E il pubblico, in una chiesa ormai diventata quasi un unico essere in ascolto, riceveva.

    Si potrebbe dire che gli applausi furono calorosi, e sarebbe vero. Si potrebbe dire che la partecipazione fu grande, e sarebbe ancora vero. Ma vi sono verità più piccole, e proprio per questo più rivelatrici. Una di queste accadde quando, nel silenzio ancora vibrante dopo la musica, una voce giovanissima gridò:

    “Brava prof!!”

    Non si può inventare una frase migliore. Nessun critico, nessun presentatore, nessun comunicato avrebbe saputo dire di più con tanto poco.

    “Brava prof!”: due parole soltanto, ma dentro vi era l’intera serata vista dagli occhi di un giovane. Vi era lo stupore affettuoso di chi riconosce, nella propria insegnante, non solo la figura quotidiana della scuola, ma l’artista capace di far tremare una chiesa. Vi era la tenerezza di una generazione che, quando non viene educata soltanto al rumore, sa ancora accorgersi della grandezza. Vi era la prova che la musica, quando è vera, non resta chiusa nei titoli e nelle competenze: arriva anche lì dove il linguaggio tecnico non serve, perché parla il cuore.

    Quel grido non ruppe il silenzio. Lo compì.

    Fece entrare nella solennità della serata una nota di vita semplice, limpida, irresistibile. E forse fu proprio in quel momento che il concerto ha mostrato il proprio significato più profondo: non separare l’alto dal quotidiano, ma unirli. Bach e la scuola. Liszt e l’affetto. La Caritas e il virtuosismo. I frati francescani e la folla. L’amicizia di Eleonora e la voce di un ragazzo. Tutto, per un istante, insieme.

    Marialuisa Veneziano durante l’esecuzione (©Emiliano Tarsetti)

    È questa la forza della musica quando incontra una comunità: ricompone ciò che la vita spesso divide.

    La serata del 6 giugno ha avuto, infatti, una bellezza non soltanto artistica, ma civile. La Caritas, la presidente Ondina Valeria Ghergut, i frati francescani e quanti hanno reso possibile l’evento hanno ricordato che la solidarietà non è soltanto risposta all’emergenza, ma educazione dello sguardo. Aiutare significa anche creare luoghi in cui l’uomo possa sentirsi nuovamente parte di qualcosa. Una chiesa piena per un concerto d’organo non è solo un successo di pubblico: è un segno. E i segni, quando sono sinceri, valgono più delle dichiarazioni.

    In questo segno, Eleonora Tarsetti ha avuto il ruolo discreto e decisivo di chi sa riconoscere prima degli altri. Ma dire soltanto questo sarebbe ancora poco. Ci sono persone che non arrivano nella vita per occupare spazio, ma per restituirlo; non per chiedere luce, ma per permettere ad altri di non averne più paura. Eleonora, in questa serata, è stata esattamente questo: una presenza capace di credere senza invadere, di sostenere senza trattenere, di preparare la strada senza pretendere di essere la strada.

    Non tutte le amicizie sono generative. Alcune consolano, altre accompagnano; le più alte, però, fanno accadere le cose. Sono quelle amicizie che vedono quando il mondo distrae, che custodiscono quando altri disperdono, che non arretrano davanti alla grandezza dell’altro perché non la vivono come minaccia, ma come dono. In un tempo nel quale troppe energie vengono consumate per ridimensionare, contenere, spegnere ciò che eccede la misura comune, un’amicizia che promuove la bellezza diventa quasi un atto controcorrente.

    Eleonora ha fatto questo: ha creduto in una luce e le ha preparato spazio. Ha intuito che un concerto poteva diventare qualcosa di più di una serata musicale; poteva diventare incontro, carità, memoria, riconoscimento. Ha portato la propria cura dentro l’organizzazione dell’evento, ma soprattutto ha portato quella forma rara di fiducia che non ha bisogno di clamore per essere decisiva. Perché talvolta le cose più grandi non nascono da chi alza la voce, ma da chi sa dire, con fermezza mite: “questa bellezza deve accadere”.

    Così il concerto è diventato più di un concerto. È diventato una piccola parabola sul riconoscimento.

    E al centro di questa parabola rimane la figura di Marialuisa Veneziano. Un’artista che non chiede indulgenza, perché possiede gli strumenti del rigore; ma che non si rifugia nemmeno nel rigore, perché sa che l’arte senza anima è soltanto disciplina ben vestita. La sua esecuzione ha unito precisione e fuoco, controllo e abbandono, pensiero e vibrazione. Ha fatto dell’organo non un monumento, ma una creatura viva.

    C’è stato, nel suo modo di suonare, qualcosa che potremmo chiamare responsabilità della bellezza. Ogni brano sembrava portato al pubblico non come possesso personale, ma come dono. Morandi con la sua grazia; Bach con il suo abisso ordinato; Guilmant con la sua ampiezza solenne; Liszt con la sua febbre spirituale. Ogni pagina diventava una tappa, e ogni tappa lasciava intravedere non solo il compositore, ma anche l’interprete: la sua cultura, la sua forza, la sua storia, la sua capacità di trasformare la fatica in forma.

    Quando l’ultima vibrazione si è dissolta, la chiesa non è tornata subito alla normalità. Nessun luogo torna identico dopo essere stato attraversato da una musica necessaria. Le pareti sembravano trattenere ancora qualcosa; i volti del pubblico portavano quella luce particolare che compare quando si è ricevuto più di quanto ci si aspettava.

    Poi accadde ciò che nelle serate vere non si può comandare né prevedere: il pubblico si alza in piedi.

    L’applauso, già lungo e grato, è divenuto una standing ovation piena, calorosa, quasi liberatoria. Non soltanto il tributo a un’esecuzione riuscita; è stato il riconoscimento di qualcosa che aveva toccato più in profondità. Gli spettatori non applaudivano soltanto la tecnica, pur straordinaria, né soltanto la forza dei brani: applaudivano l’esperienza vissuta, la commozione ricevuta, la sensazione di essere stati condotti per mano dentro un luogo più alto.

    E proprio nei saluti finali, quando un artista potrebbe facilmente rifugiarsi nell’orgoglio del successo, Marialuisa Veneziano ha scelto invece la via più difficile e più luminosa: quella dell’umiltà.

    Ha ringraziato il pubblico con parole semplici, ma capaci di commuovere. “L’artista senza il pubblico non è nulla, perché la musica non vive nel gesto solitario di chi la esegue, ma nell’incontro con chi la accoglie. La musica ha bisogno dell’umanità, di persone disposte ad ascoltare, a emozionarsi, a riconoscersi l’una nell’altra attraverso il suono”.

    E’ stato un momento di rara verità.

    Dopo Bach, Guilmant e Liszt, dopo la potenza dell’organo e l’intensità della serata, quelle parole hanno riportato tutto alla sua radice più pura: la musica non appartiene all’artista come un possesso, ma passa attraverso l’artista come un dono. E un dono esiste davvero soltanto quando qualcuno lo riceve.

    La standing ovation, allora, non è parsa più soltanto un applauso in piedi, ma una risposta. Il pubblico restituiva all’artista ciò che aveva ricevuto; e l’artista, con umiltà, riconsegnava al pubblico il senso stesso della musica. In quel dialogo senza partitura, fatto di mani, occhi lucidi e gratitudine, si è compiuto forse il significato più profondo della serata.

    E forse è questa la parola giusta: riconoscenza.

    Riconoscenza verso la Caritas e i frati, per aver fatto della chiesa una casa aperta. Riconoscenza verso Eleonora Tarsetti, per aver creduto e costruito. Riconoscenza verso Marina Mancini, per aver guidato il pubblico con grazia e gentilezza attraverso i passaggi della serata. Riconoscenza verso il pubblico, per aver riempito non soltanto uno spazio, ma un silenzio. Riconoscenza verso quel giovane che, con il suo “Brava prof!”, ha consegnato alla serata la sua frase più innocente e più vera. Riconoscenza, infine, verso Marialuisa Veneziano, per aver ricordato che la musica, quando nasce da studio, dolore, fede e dedizione, può ancora compiere il miracolo più difficile: far sentire gli uomini meno soli.

    Non sappiamo se tutti, uscendo dalla chiesa, abbiano saputo dire con precisione ciò che avevano ascoltato. Forse alcuni avranno nominato Bach, altri Liszt, altri la potenza dell’organo, altri ancora la chiesa piena o la commozione di quel grido giovane. Ma non è sempre necessario dare subito un nome alle cose che ci cambiano. Talvolta basta portarle via con sé.

    Il 6 giugno, a Falconara, molti sono entrati in chiesa per un concerto.

    Ne sono usciti con una memoria.

    E la memoria, quando è fatta di bellezza, amicizia e carità, somiglia molto a una forma di grazia.

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  • Marialuisa Veneziano, quando l’organo diventa respiro dell’anima


    SABATO 6 GIUGNO 2026 ALLA CHIESA DI SANT’ANTONIO DA PADOVA DI FALCONARA MARITTIMA, UNA SERATA IN CUI IL GRANDE REPERTORIO ORGANISTICO INCONTRA LA SOLIDARIETÀ, LA SPIRITUALITÀ FRANCESCANA E LA FORZA SILENZIOSA DELL’ AMICIZIA.

    La locandina del concerto di sabato 6 giugno 2026

    Di Claudia Valenti


    Falconara Marittima, 3 giugno 2026

    L’organo non è uno strumento che semplicemente si suona. È uno strumento che si attraversa. Ha bisogno di mani, certo, di piedi, di studio, di controllo, di una tecnica severissima; ma soprattutto ha bisogno di una visione. Perché l’organo, più di ogni altro strumento, non concede nulla alla superficie: amplifica ciò che l’interprete è. Se dentro c’è vuoto, restituisce vuoto. Se dentro c’è pensiero, restituisce architettura. Se dentro c’è anima, allora il suono diventa destino dell’aria.

    Il prossimo 6 giugno, presso la Chiesa di Sant’Antonio da Padova di Falconara Marittima, il pubblico potrà ascoltare il Maestro Marialuisa Veneziano, organista, pianista, musicologa, giornalista culturale e divulgatrice musicale, in un concerto che nasce dall’incontro tra arte, spiritualità e solidarietà.

    Marialuisa Veneziano è un’artista dal profilo raro: diplomata in Pianoforte al Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma, ha costruito nel tempo un percorso nel quale interpretazione, ricerca, scrittura e divulgazione non sono mai compartimenti separati, ma parti di una stessa vocazione. Ha suonato in contesti di particolare prestigio, anche in occasioni legate alla vita spirituale e istituzionale della Chiesa, tra cui momenti connessi ai pontificati di Benedetto XVI e di Papa Francesco. Alla carriera concertistica ha affiancato un’intensa attività musicologica, giornalistica e didattica, fino alla fondazione e direzione della testata culturale “Le Armonie dell’Apeiron”, luogo di riflessione sulla musica, sull’arte e sul pensiero. Ma ciò che colpisce, incontrandola, non è soltanto il curriculum. È la compresenza, non comune, di umiltà e grandezza artistica. Veneziano parla della musica con rispetto quasi religioso, ma senza rigidità; con cultura profonda, ma senza compiacimento. È un’artista che conosce la disciplina durissima dello studio e insieme la fragilità umana che ogni vera interpretazione porta con sé. La sua tecnica organistica, solida, raffinata, capace di governare con lucidità tastiere, pedaliera, registri, piani sonori e complessità acustiche dello strumento, non viene mai esibita come virtuosismo fine a sé stesso: diventa mezzo per scavare, per dire, per illuminare. Il concerto del 6 giugno sarà anche un gesto di comunità. Dietro la serata c’è il lavoro di chi ha creduto nel valore di un evento capace di unire bellezza e partecipazione concreta: la Caritas, la presidente Ondina, la comunità dei frati francescani della Parrocchia, che hanno messo a disposizione energie, spazi, attenzione e una generosità non scontata, quasi l’impensabile, pur di offrire alla comunità falconarese una serata di tale respiro. In tempi in cui spesso la cultura viene trattata come ornamento superfluo, questa scelta ha il valore di un segno: la bellezza non è un lusso, ma una forma di cura.

    Alla vigilia del concerto, abbiamo incontrato Marialuisa Veneziano per una conversazione vera, intensa, a tratti sorprendente, nella quale il programma musicale diventa occasione per parlare di arte, amicizia, fede, resistenza e destino personale.

    • Maestro, il concerto del 6 giugno nasce dentro una comunità: la Caritas, la presidente Ondina Valeria Ghergut, i frati francescani della Parrocchia. Che valore ha per lei tutto questo?

    Ha un valore enorme, perché un concerto così non nasce mai da una persona sola. Certo, poi sullo strumento ci sono io, con la mia responsabilità, il mio studio, il mio modo di respirare dentro la musica. Ma prima ancora c’è una rete di persone che rende possibile l’incontro. La Caritas, la presidente Ondina e la comunità dei frati francescani hanno fatto qualcosa di profondamente bello: hanno creduto che una serata musicale potesse diventare un dono per la comunità falconarese. Hanno messo a disposizione non soltanto uno spazio, ma una fiducia, una cura, una disponibilità rara. E quando una comunità religiosa e solidale apre le porte alla musica, non sta semplicemente ospitando un evento: sta dicendo che l’uomo ha bisogno anche di bellezza per rimanere umano. Io sento molta gratitudine. I frati francescani portano con sé un’idea di semplicità e di essenzialità che mi commuove. San Francesco parlava al creato, alla povertà, alla luce, agli ultimi. E in fondo la musica, quando è vera, fa qualcosa di simile: non si impone, non urla, ma raggiunge. Arriva dove spesso le parole non riescono più ad arrivare.

    • Spesso dietro un concerto non c’è soltanto il lavoro dell’artista, ma anche una trama silenziosa di fiducia, incontri e amicizie che rendono possibile l’evento. Quanto conta, per lei, sapere che qualcuno riconosce il valore di un progetto artistico e sceglie di farsene promotore?

    Conta moltissimo, perché un concerto non nasce mai soltanto nel momento in cui l’artista si siede allo strumento. Nasce molto prima: da una fiducia, da un’intuizione, da qualcuno che guarda oltre la superficie e comprende che un progetto artistico può diventare occasione di bellezza, di incontro, di bene.In questo percorso un ruolo fondamentale lo ha avuto Eleonora Tarsetti, persona profondamente legata alla realtà parrocchiale e alla comunità falconarese, che ha creduto nella forza di questa proposta musicale. È stata lei a intuire che un concerto d’organo potesse essere non soltanto un evento culturale, ma un momento di raccoglimento, di condivisione, di apertura alla città. Ha riconosciuto una possibilità e ha scelto di farsene carico, con discrezione, cura e determinazione. Ecco, per me questa parola è decisiva: riconoscere. Viviamo spesso in ambienti dove il talento non viene accompagnato, ma sorvegliato; dove la competenza non viene valorizzata, ma ridimensionata; dove chi porta luce viene talvolta invitato, con molta educazione e poca grandezza, ad abbassare la fiamma per non disturbare il buio circostante. Ci sono realtà lavorative che dovrebbero nutrire le persone e invece le consumano; luoghi in cui si parla molto di collaborazione, ma si pratica troppo spesso l’arte sottile dello spegnimento. Per questo, quando si incontra qualcuno che compie il gesto opposto — che non spegne, non sminuisce, non teme, non trattiene — si sente quasi fisicamente la differenza. Eleonora ha fatto questo: ha visto, ha creduto, ha aperto una strada. Non ha chiesto alla musica di rimpicciolirsi per stare dentro una misura mediocre; ha desiderato, al contrario, che potesse arrivare alla comunità nella sua pienezza. Ci sono persone che arrivano nella vita non facendo rumore, ma spostando qualcosa. Non entrano con grandi proclami, non promettono mari e monti: semplicemente vedono. E quando una persona ti vede davvero, soprattutto nei momenti in cui tu stessa fai fatica a riconoscerti interamente, compie un gesto enorme. Perché essere visti non significa essere lodati: significa essere compresi nella propria verità. In un percorso artistico si studia tanto, si lavora tanto, si cade, ci si rialza. Si impara anche a resistere a quegli ambienti in cui la qualità viene accolta come una minaccia invece che come una ricchezza; a quei contesti dove chi sa fare viene spesso guardato con sospetto, come se la preparazione fosse una colpa e non un servizio. Ma poi, a un certo punto, arriva qualcuno che non ti chiede di dimostrare continuamente chi sei. Ti riconosce. E quel riconoscimento diventa una casa. Eleonora, in questo concerto, è stata anche questo: non soltanto un’amica, non soltanto una presenza organizzativa, ma una persona capace di trasformare la fiducia in azione. Ha creduto in me, mi ha proposta, ha lavorato perché l’idea prendesse corpo e arrivasse alla Caritas, alla comunità dei frati francescani, alla parrocchia, alle persone. Ha fatto tutto questo con una cura che non appartiene alla semplice efficienza, ma a qualcosa di più raro: l’amore per ciò che si costruisce. Per me questa è una forma altissima di amicizia: non trattenere l’altro nell’ombra, ma accompagnarlo verso la luce. Non dire soltanto “ti sono vicina”, ma fare in modo che ciò che l’altro porta dentro possa incontrare il mondo. L’amicizia vera non livella, non invidia, non teme la grandezza altrui. L’amicizia vera sa dire: “vai, questa cosa deve vivere”. Ecco perché questo concerto porta anche il suo nome invisibile. Non come firma ufficiale, forse, ma come presenza profonda. Perché ci sono eventi che si realizzano grazie ai programmi, alle autorizzazioni, agli spazi; e poi ci sono eventi che si realizzano perché qualcuno, prima di tutti, ha saputo dire: “ne vale la pena”. Le sono grata perché ha aperto una porta. E certe porte, quando vengono aperte da un’amica vera e da una persona che ama la propria comunità, non conducono soltanto a un concerto: conducono a una forma più grande di destino condiviso. In fondo, forse, il senso più bello di questa serata è anche qui: dimostrare che dove qualcuno prova a spegnere, altri possono ancora accendere. E che basta una sola luce sincera, quando è custodita con amore, per far capire quanto fosse inutile tutto quel buio.

    • L’organo è uno strumento imponente, quasi sovrumano. Qual è il suo rapporto personale con questo strumento?

    È un rapporto di amore e di timore. Timore nel senso più nobile: rispetto, soglia, vertigine. L’organo non è uno strumento che puoi possedere. Puoi studiarlo per anni, puoi conoscere la tecnica, puoi governare mani e piedi, puoi lavorare sul fraseggio, sulla registrazione, sulla forma; ma alla fine ogni organo resta un incontro nuovo. Ogni strumento ha un carattere, una voce, una resistenza, un segreto. E ogni chiesa lo trasforma ancora. Con il pianoforte il suono nasce sotto le dita. Con l’organo, invece, il suono nasce anche altrove: nell’aria, nelle canne, nello spazio, nella distanza tra te e ciò che ritorna. Tu premi un tasto e il suono ti risponde da un altro punto, come se venisse da una zona più grande di te. Per questo l’organo mi educa continuamente all’umiltà. Ti ricorda che non basta essere bravi. Bisogna ascoltare. Bisogna aspettare. Bisogna capire quando guidare e quando lasciarsi guidare.

    Marialuisa Veneziano all’organo
    • Il pubblico spesso immagina l’organo come uno strumento severo, liturgico, distante. Il programma della serata proverà a scardinare questa idea?

    Sì, molto. L’organo è certamente legato alla liturgia, alla spiritualità, alla grande tradizione sacra. Ma ridurlo a questo sarebbe come guardare il mare e dire che è solo acqua. L’organo può essere monumentale, ma anche intimo. Può avere la potenza di un’intera orchestra e, un attimo dopo, la delicatezza di una voce solitaria. Può evocare la preghiera, ma anche la danza; può essere teatro, meditazione, fuoco, ombra, gioia. Il programma è pensato proprio come un viaggio tra queste possibilità. Non voglio che il pubblico assista a una successione di brani come a una vetrina. Vorrei che entrasse in un racconto: ogni pagina musicale sarà una stanza, un paesaggio, una domanda diversa.

    • C’è una domanda esistenziale che la musica le pone ogni volta che si siede allo strumento?

    Sì: “Che cosa stai cercando davvero?” Credo che ogni artista, prima o poi, debba rispondere a questa domanda. Non basta cercare l’applauso, non basta cercare la perfezione, non basta cercare il riconoscimento. Sono cose umane, certo, ma non possono essere il centro. Quando mi siedo all’organo, soprattutto in un luogo sacro, sento che la domanda è più radicale. Sto cercando bellezza? Sto cercando verità? Sto cercando consolazione? Sto cercando di trasformare qualcosa che mi abita in un suono che possa parlare anche agli altri? La musica ti mette davanti a te stessa. Non puoi mentire troppo a lungo. Prima o poi il suono rivela tutto: la tua forza, la tua paura, la tua disciplina, le tue ferite, la tua fede nella vita. Forse è per questo che continuo a cercarla. Perché la musica non mi permette di diventare superficiale.

    • Lei possiede una tecnica organistica di grande solidità, ma nelle sue interpretazioni sembra che la tecnica non voglia mai mettersi in mostra. Che rapporto ha con il virtuosismo?

    La tecnica è indispensabile. Senza tecnica non c’è libertà, c’è solo intenzione. E l’intenzione, da sola, non basta.L’organo richiede un controllo enorme: mani, piedi, registri, tempi di risposta dello strumento, acustica, equilibrio delle voci. È una macchina meravigliosa e complessa. Bisogna avere lucidità, coordinazione, resistenza mentale, precisione. Ma la tecnica, se resta fine a sé stessa, diventa ginnastica. Io credo che il virtuosismo più alto sia quello che scompare dentro il senso. Il pubblico magari non deve pensare: “quanto è difficile quello che sta facendo”. Deve sentire che quella difficoltà è diventata espressione. La tecnica è come la grammatica di una lingua: necessaria, ma nessuno si commuove per la grammatica da sola. Ci si commuove quando quella grammatica diventa poesia.

    • Nel suo percorso Lei ha conosciuto anche ostacoli, resistenze, tentativi di ridimensionamento. La musica è stata anche una forma di difesa?

    Direi più una forma di verità. La difesa a volte irrigidisce; la verità invece rimette in piedi. Ogni persona che fa qualcosa con serietà incontra, prima o poi, chi prova a sminuire, a sporcare, a togliere luce. Fa parte della vita, anche se non dovrebbe. Ma la cosa importante è non diventare simili a ciò che ci ferisce. Io credo che il lavoro serio, alla lunga, abbia una voce più forte del rumore. Chi tenta di affossare qualcuno spesso dimentica una cosa semplice: se una persona ha radici profonde, non basta agitare un po’ di vento per farla cadere. E se l’arte è autentica, prima o poi trova il modo di parlare. Preferisco rispondere con lo studio, con la musica, con la qualità. È una forma di eleganza, ma anche di sopravvivenza. L’organo, in questo, è un grande maestro: non discute con il rumore. Lo supera in altezza.

    • Lei è anche musicologo, giornalista culturale e divulgatrice. Quanto conta raccontare la musica, oltre che suonarla?

    Conta moltissimo. La musica ha bisogno di essere ascoltata, ma anche accompagnata. Non perché il pubblico non sia capace di comprendere, ma perché ogni ascolto può diventare più profondo se qualcuno apre una porta. Divulgare non significa semplificare fino a banalizzare. Significa rendere accessibile la complessità senza tradirla. Io ho sempre pensato che la cultura non debba stare su un piedistallo. Deve scendere tra le persone, non per abbassarsi, ma per alzare lo sguardo di tutti. La musica è una forma di pensiero. Ci insegna il tempo, l’attesa, la relazione tra le parti, il silenzio. In una società che consuma tutto rapidamente, educarsi all’ascolto è quasi un atto rivoluzionario. E forse anche terapeutico.

    • Avendo suonato in luoghi e occasioni importanti, anche legate a momenti solenni della Chiesa, che cosa cambia quando si suona in una comunità locale?

    Non cambia la responsabilità. Anzi, a volte aumenta. Suonare in contesti prestigiosi è certamente emozionante. Sono esperienze che segnano, che ti ricordano la grandezza di una tradizione, il peso simbolico di certi luoghi, la storia che passa attraverso la musica. Ma una comunità locale ha qualcosa di altrettanto prezioso: la prossimità. A Falconara non suonerò per un pubblico astratto. Suonerò per persone che vivono quel territorio, quella parrocchia, quella comunità. Persone che entreranno forse con le fatiche della giornata, con le loro storie, le loro preoccupazioni, le loro speranze. E la musica dovrà parlare anche a loro, non a un’idea ideale di pubblico. Questo per me è bellissimo. Perché la grande musica non appartiene solo ai grandi palcoscenici. Appartiene a ogni luogo in cui qualcuno è disposto ad ascoltarla davvero.

    • Che cosa vorrebbe che accadesse nel pubblico durante il concerto?

    Vorrei che accadesse un piccolo spostamento interiore. Non necessariamente qualcosa di clamoroso. A volte le trasformazioni più vere sono silenziose. Vorrei che qualcuno, ascoltando, ritrovasse un pensiero dimenticato. Che qualcun altro sentisse una forma di pace. Che qualcun altro ancora uscisse dicendo: “Non pensavo che l’organo potesse parlarmi così”. La musica autentica non invade. Lavora dentro. Si deposita. Continua dopo l’ultima nota. E forse il concerto più bello non è quello che finisce con un applauso, ma quello che continua nella memoria di chi c’era.

    • Se dovesse definire il concerto del 6 giugno con un’immagine, quale sceglierebbe?

    Una porta aperta. Una porta aperta dalla Caritas, dalla presidente Ondina, dai frati francescani, da Eleonora, dalla comunità. Una porta attraverso cui la musica può entrare e uscire, perché la bellezza non va trattenuta. Va condivisa. E poi una porta interiore. Perché l’organo, quando risuona in una chiesa, sembra aprire qualcosa sopra di noi, ma anche dentro di noi. Ci ricorda che non siamo fatti solo per correre, difenderci, produrre, sopportare. Siamo fatti anche per ascoltare, per commuoverci, per riconoscerci in qualcosa di più grande.

    Il concerto del 6 giugno si annuncia dunque come molto più di un appuntamento musicale. Sarà una serata in cui la comunità falconarese potrà incontrare un’artista di spessore, capace di unire cultura, tecnica e intensità umana; ma anche una donna che, dietro la solidità del percorso e la forza dell’interpretazione, conserva una qualità sempre più rara: l’umiltà di chi sa che la musica non appartiene mai del tutto a chi la esegue.

    Nel M° Marialuisa Veneziano convivono il rigore della concertista, la profondità della studiosa e la passione della divulgatrice. Ma, soprattutto, emerge una fedeltà ostinata alla bellezza. Una fedeltà che non ignora le difficoltà, le attraversa. Non nega il dolore, lo trasforma. Non risponde al rumore con altro rumore, ma con una nota più alta. E forse è proprio questo il messaggio più forte della serata: la musica, quando nasce da una necessità vera, non è mai decorazione. È una forma di resistenza spirituale. È il modo con cui una comunità si raccoglie, un’amicizia diventa gesto, una causa trova voce, e un’artista consegna al pubblico non soltanto il proprio talento, ma la parte più limpida della propria storia. Il 6 giugno, nella Chiesa di Sant’Antonio da Padova, l’organo non sarà soltanto ascoltato. Sarà abitato. E, almeno per una sera, il suo respiro potrà diventare il respiro di tutti.

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  • La soglia dell’acqua, la voce dell’uomo

    La soglia dell’acqua, la voce dell’uomo

    Andrea Strappa firma una sinfonia intensa e necessaria, mentre Alessio Allegrini e Human Rights Orchestra mostrano che la musica può ancora farsi coscienza, cura e comunità.

    di Marialuisa Veneziano


    Lucerna, 28 maggio 2026

    Lucerna, la sera del 27 maggio 2026, sembrava trattenere il fiato prima ancora che la musica cominciasse. Il lago, fuori dal KKL, non faceva rumore; eppure era impossibile non sentirlo. Stava lì, come stanno certe presenze antiche: senza parlare, ma dicendo tutto. La sua superficie quieta pareva una pagina non ancora scritta, o forse una pagina già scritta da secoli, sulla quale l’uomo continua a posare le sue domande più povere e più grandi: che cosa ci sostiene quando perdiamo l’equilibrio? Che cosa ci salva quando la vita non ci obbedisce? Che cosa resta della bellezza, se non osa chinarsi sulla fragilità?

    Dentro la sala, intanto, il pubblico prendeva posto. Ogni concerto comincia così, con quella piccola liturgia laica fatta di passi contenuti, programmi sfogliati, colpi di tosse prudenti, sguardi che cercano il palco come si cerca una promessa. Poi le luci si abbassano, e l’uomo moderno — questa creatura tanto indaffarata, tanto efficiente, tanto persuasa di avere in tasca il mondo e spesso incapace di abitare il proprio cuore — è costretto finalmente a tacere.

    E nel silenzio, talvolta, accade l’imprevisto: la musica non intrattiene. Interroga.

    Il concerto della Human Rights Orchestra, diretto da Alessio Allegrini, non era soltanto un appuntamento internazionale di grande prestigio. Il programma, presentato da CONCORDIA, riuniva al KKL di Lucerna il Terzo Concerto per pianoforte di Rachmaninov con Sergei Babayan, la Sinfonia “Dal nuovo mondo” di Dvořák e una nuova pagina di Andrea Strappa, in una serata pensata come incontro fra alta musica e sostegno concreto a progetti umanitari. CONCORDIA sottolinea inoltre che i musicisti rinunciano al compenso per prove e concerto, permettendo che il ricavato dei biglietti venga destinato a organizzazioni benefiche. Ma vi sono eventi che sarebbe quasi offensivo raccontare soltanto per programma, interpreti e applausi. Come se, davanti a una ferita che ha trovato voce, ci si limitasse a descrivere la stoffa del bendaggio. La cronaca, qui, serve; ma non basta. Bisogna domandarsi che cosa sia avvenuto più in profondità: quale specie di patto si sia stretto, quella sera, fra il suono e l’uomo.

    Al centro di quel patto stava Alessio Allegrini. Cornista di fama internazionale, Primo Corno dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, della Lucerne Festival Orchestra e dell’Orchestra Mozart fondata da Claudio Abbado, Allegrini è una figura rara: un interprete nel quale il virtuosismo non si chiude nella propria lucentezza, ma si converte in responsabilità. È fondatore del movimento Musicians for Human Rights e creatore della Human Rights Orchestra, di cui è direttore musicale dal 2010; il suo impegno sociale lo ha portato in diverse parti del mondo a sostenere progetti che vedono nella musica e nell’educazione musicale strumenti di trasformazione civile.

    Alessio Allegrini

    In un tempo in cui l’eccellenza rischia spesso di diventare un altare eretto al proprio nome, Allegrini sembra ricordare una verità più antica e più scomoda: il talento, quando è autentico, non domanda soltanto ammirazione; domanda destinazione. A chi serve? Verso chi va? Quale notte prova a rischiarare? Il suono, nelle sue mani, non è un lusso da proteggere sotto vetro, ma una lampada da portare là dove la vita fa più fatica.

    La Human Rights Orchestra, da lui fondata, nasce precisamente da questa visione. Non è un’orchestra stabile nel senso ordinario, ma una comunità musicale che si ricompone ogni volta attorno a una causa, a un’urgenza, a un margine del mondo. Musicians for Human Rights viene fondato nel 2009 da Allegrini insieme a musicisti e umanisti attivi in quattro continenti, con l’intento di promuovere una cultura dei diritti umani e dell’impegno sociale attraverso la musica. E questa origine si avverte. L’orchestra non suona come un’istituzione che difende un blasone; suona come una comunità che risponde a una chiamata. Non c’è nulla di dilettantesco, nulla di ingenuamente “buono” nel suo modo di porsi: la bontà, quando pretende di sostituire la qualità, produce spesso disastri con ottime intenzioni e pessima intonazione. Qui accade l’opposto. L’ideale non alleggerisce il rigore: lo rende più necessario. Perché se si suona per una causa umana, non si può suonare pressappoco. La pietà, in musica, esige precisione. È dentro questa architettura morale che è apparsa Immersi nel suono della vita, la sinfonia di Andrea Strappa.

    E qui l’articolo deve fare un passo più lento, quasi togliersi il cappello.

    Andrea Strappa, compositore e musicista marchigiano, nato a Fermo nel 1961, si è formato al Conservatorio “Gioachino Rossini” di Pesaro diplomandosi in Pianoforte, Composizione e Musica Elettronica, e si è laureato al DAMS di Bologna. La sua attività intreccia composizione, didattica, ricerca sul suono e attenzione alla parola poetica e alla fiaba; nelle sue opere ricorrono spesso il rapporto fra scrittura strumentale, elettronica, testi letterari e dimensione educativa. Non è un dato accessorio. Perché Immersi nel suono della vita nasce proprio da questa doppia appartenenza: rigore compositivo e tenerezza pedagogica, struttura e immaginazione, tecnica e cura. Strappa non scrive come chi voglia stupire il mondo con l’ennesima invenzione sonora; scrive come chi sa che ogni suono, prima di diventare forma, è un atto di ascolto.

    Il Compositore Andrea Strappa

    La sinfonia nasce dal progetto promosso da Allegrini presso la piscina del Villaggio Paralimpico di Roma, dove la musica accompagna l’accesso all’acqua per persone con disabilità. Nell’intervista preparatoria, Strappa racconta che l’idea iniziale era riprendere un lavoro precedente, ma poi la necessità di aderire più intimamente al senso dell’esperienza lo ha condotto verso una nuova partitura: più breve, più concentrata, più esposta, costruita attorno al passaggio dalla difficoltà iniziale verso una possibile forma di benessere.

    È qui che il concerto smette definitivamente di essere concerto e diventa parabola.

    L’acqua, nella sinfonia, non è elemento decorativo. Non è scenario, non è colore, non è quella graziosa trasparenza che piace tanto alle metafore quando vogliono fare bella figura. È molto di più: è la materia stessa della prova. È il luogo in cui il corpo scopre di non bastare a se stesso. È una soglia liquida, un confine senza porta, un grembo e insieme un pericolo. Chi entra in acqua deve accettare una legge diversa da quella della terra. Deve cedere qualcosa. Deve smettere di comandare e imparare a fidarsi. Per questo, quando Strappa parla dell’uomo “gettato” nella vita, quando richiama l’idea di un’esistenza recitata senza copione, quando collega il colpo di piatti al tuffo e all’ingresso dei suoni registrati nella piscina, non sta costruendo un bel commento filosofico a posteriori: sta rivelando il centro della partitura.

    Noi siamo così.
    Tutti.

    Non entriamo nella vita con un libretto d’istruzioni. Non riceviamo prima la parte, poi la scena, poi gli applausi. Siamo buttati dentro: chi con più forza, chi con più ferite, chi con un corpo obbediente, chi con un corpo che domanda ogni giorno più pazienza. E tutti, prima o poi, arriviamo a un bordo. Guardiamo l’acqua. Facciamo finta di non avere paura. Poi la paura ci guarda meglio di quanto noi guardiamo lei. Il riferimento di Strappa alla teoria insiemistica di Allen Forte, e in particolare all’insieme 9-12, illumina questa scelta. Si tratta di un materiale sonoro che consente al compositore di sottrarsi ad alcune codifiche storiche e culturali del linguaggio musicale, per cercare una prospettiva più ampia, meno vincolata a gesti armonici immediatamente riconoscibili. Nell’intervista, Strappa parla proprio della volontà di liberarsi da “ipercodifiche” sedimentate, assumendo regole più astratte e insiemistiche capaci di aprire lo sguardo oltre gli idiomi tradizionali. La grandezza della sinfonia sta qui: non trasforma la fragilità in spettacolo. Non la espone come un santino. Non la addolcisce con quella melassa emotiva che a volte, sotto il nome di sensibilità, nasconde soltanto una forma più elegante di superficialità. Strappa non chiede pietà per qualcuno. Chiede ascolto per tutti.

    La prima parte del brano si muove in una zona di tensione. La dissonanza non è ornamento moderno, non è smorfia intellettuale, non è un cartello con scritto “attenzione, musica contemporanea”. È una condizione spirituale. È il suono del limite prima che esso trovi una lingua. È il tremore della soglia. È il punto in cui l’orecchio, privato della consueta casa tonale, deve imparare a respirare in uno spazio nuovo.

    Qui la musicologia si fa destino.

    Perché la consonanza, in fondo, è una patria. Ci accoglie perché la riconosciamo. La dissonanza, invece, è esilio. Non sempre dolore, non sempre violenza; ma certamente perdita di un orientamento. Eppure, vi sono momenti della vita in cui soltanto l’esilio dice la verità. Chi soffre non vive in do maggiore, per quanto certi ottimisti da salotto cerchino disperatamente di convincerlo del contrario. Chi ha paura non procede per cadenze perfette. Chi deve entrare in un’acqua che lo spaventa non sente dentro di sé un accordo risolto, ma una trama instabile, un urto, una domanda.

    Strappa non risolve subito questa domanda. La lascia vibrare.

    Ed è qui che il brivido nasce. Non dal patetico, ma dal vero.
    Perché nulla commuove più profondamente di una verità non addomesticata. La dissonanza, nella sua sinfonia, non è il male da cancellare. È una stanza da attraversare. È la forma sonora della paura quando ancora non sa diventare coraggio. È l’acqua fredda sul petto. È quel mezzo secondo, infinito, in cui il corpo non è più sul bordo e non è ancora sostenuto dall’acqua.

    Poi entrano i suoni reali della piscina.

    Rumori, frammenti, tracce d’ambiente, materiali registrati durante l’esperienza al Villaggio Paralimpico. Strappa spiega di non averli trattati come semplice documento o come effetto sovrapposto, ma come corpi sonori da filtrare, rielaborare e integrare con l’orchestra. I suoni della vita reale vengono posti accanto agli strumenti classici, cercando una compenetrazione e non una giustapposizione fredda.

    È un gesto potentissimo.

    Perché in quel momento la sala da concerto, con tutta la sua nobiltà, deve fare spazio al mondo. Il rumore dell’acqua, che in un’altra circostanza sarebbe rimasto fuori, entra fra violini, fiati, ottoni, percussioni. Non entra come intruso. Entra come testimone.

    E allora si comprende che la musica non ha il compito di rendere bella la sofferenza. Sarebbe osceno. Ha piuttosto il compito di impedire che la sofferenza resti muta. Di darle una forma abbastanza ampia perché possa essere guardata senza vergogna. Di trasformare il rumore in ascolto, senza cancellare la sua ruvidità.

    Da Pierre Schaeffer in poi, il Novecento ha insegnato che il suono concreto può diventare materiale musicale. Ma in Strappa questa eredità non ha il sapore del laboratorio chiuso, della prova tecnica, dell’esperimento che si compiace della propria novità. Qui il suono concreto è concreto davvero: non perché registrato, ma perché porta addosso la vita. È acqua attraversata da corpi. È rumore abitato da paure. È materia acustica che conserva il calore dell’umano.

    E poi c’è la tecnologia.

    Anche qui, Strappa non cade né nella nostalgia né nel feticismo. Non rifiuta la tecnica come farebbe un umanesimo impaurito, ma non la adora come fanno certe modernità senza anima. Nell’intervista riflette sulla tecnica come estensione del corpo umano, da McLuhan fino all’informatica, e insiste sulla necessità che essa resti subordinata al soggetto, alla cura, alla sensibilità dei viventi. La tecnica guarda all’oggetto e alla prestazione; l’umanesimo guarda al volto, alla gioia, alla sofferenza, alla creatura che abbiamo accanto.

    Questa è una delle chiavi filosofiche più profonde dell’opera.

    Viviamo in un’epoca che sa moltiplicare i mezzi e smarrire i fini. Possediamo strumenti per registrare ogni vibrazione e spesso non sappiamo più ascoltare una voce. Sappiamo amplificare il suono e tacitare l’uomo. Sappiamo costruire macchine meravigliose e poi usarle per diventare più soli. In Immersi nel suono della vita, invece, l’elettronica non allontana dall’umano: lo avvicina. Il filtro digitale diventa una lente di pietà. Il touchscreen non è un gadget, ma una mano che sfiora l’acqua. La tecnologia non domina; accompagna.

    È qui che la visione di Strappa incontra profondamente quella di Allegrini. Entrambi, ciascuno nel proprio ruolo, sembrano dire la stessa cosa: la grandezza non consiste nel sovrastare, ma nel servire. L’orchestra serve la causa; la tecnica serve il suono; il suono serve l’uomo; e l’uomo, se ha imparato qualcosa, serve ciò che è più fragile di lui.

    Nella seconda parte della sinfonia, la materia si apre a una memoria inattesa: Gianni Rodari. Strappa recupera una melodia composta nel 2020 su L’orologio, la filastrocca dell’artigiano che ripara gli orologi con la cura di un medico, per restituire alle persone “il tempo più bello del mondo”. Nell’intervista, il compositore collega questa immagine al tema della cura e alla volontà di offrire ancora momenti buoni da vivere.

    Ed ecco che l’acqua diventa tempo.

    Il tempo è l’altra grande piscina in cui tutti siamo immersi. Nessuno ha scelto di entrarci, nessuno sa davvero quando ne uscirà, e tuttavia tutti vi impariamo, più o meno goffamente, a muoverci. Alcuni nuotano con sicurezza apparente; altri annaspano; altri ancora attendono una mano. Il tempo dei sani e il tempo dei malati non scorrono allo stesso modo. Il tempo di chi ha paura non è quello di chi osserva da fuori. Il tempo di un corpo fragile può diventare lentissimo, quasi immobile, come una lancetta che non osa più proseguire.

    Strappa parla di un tempo onirico, interiore, non cronologico, fatto di crescendi, diminuendi, dinamismi profondi che non sempre si lasciano tradurre in parole. E infatti la sua musica non procede come un orologio, ma come una coscienza. Non misura: ricorda. Non conta: ascolta. Non corre verso la fine: cerca un modo più umano di durare.

    L’orologiaio di Rodari diventa allora una figura segreta del compositore.
    Strappa non ripara il tempo nel senso meccanico. Ripara il nostro rapporto con esso.

    Non ci restituisce ciò che abbiamo perduto. Nessuna musica lo può fare, e diffidiamo pure di chi lo promette con troppa sicurezza: in genere vuole venderci qualcosa, o un biglietto o un’illusione. Ma la musica può compiere un miracolo più discreto. Può fare in modo che il tempo non sia soltanto ciò che ci consuma, ma anche ciò che ci raccoglie. Può trasformare la durata in esperienza, il dolore in forma, la paura in respiro.

    Per questo Immersi nel suono della vita commuove: perché non piange al posto nostro. Ci accompagna dove noi abbiamo paura di piangere.

    Non è una musica consolatoria. È una musica compassionevole.
    E la differenza è enorme.

    La consolazione, quando è facile, mette una coperta sopra il dolore e invita tutti a guardare altrove. La compassione, invece, si siede accanto. Non pretende di capire tutto, non fa discorsi troppo lunghi, non distribuisce soluzioni come caramelle. Resta. Respira insieme. E in quel restare c’è già una forma di salvezza.

    Il programma della serata amplificava questa lettura. Rachmaninov, con il Terzo Concerto, rappresentava il soggetto romantico spinto fino al limite delle proprie possibilità: il pianoforte come corpo titanico, confessionale e vertiginoso; la tecnica come abisso e non come esibizione. Dvořák, con la Sinfonia “Dal nuovo mondo”, apriva invece lo spazio dell’altrove, della nostalgia, dell’orizzonte cercato. Tra questi due monumenti, la sinfonia di Strappa poneva una domanda più silenziosa e più radicale: quale nuovo mondo possiamo desiderare, se non sappiamo ascoltare il mondo fragile che abbiamo davanti?

    È domanda da far tremare.

    Perché i diritti umani, in fondo, cominciano molto prima dei documenti solenni, delle dichiarazioni, dei protocolli, delle firme. Cominciano quando qualcuno decide che la fatica dell’altro lo riguarda. Quando il limite altrui non viene guardato come una distanza, ma come una chiamata. Quando la fragilità non viene sopportata, ma riconosciuta come parte della nostra stessa condizione.

    La Human Rights Orchestra, quella sera, ha dato forma sonora a questa evidenza. Non ha predicato. Ha suonato. E ha fatto bene, perché la musica, quando comincia a predicare troppo, rischia di diventare una predica con gli archi: cosa dalla quale anche i santi, probabilmente, chiederebbero congedo. Ma quando lascia che sia il suono a pensare, allora può arrivare dove il discorso si ferma.

    Alla fine, dopo l’ultimo respiro orchestrale, non restava soltanto il ricordo di un concerto. Restava una specie di tremore. Quella vibrazione sottile che nasce quando qualcosa, dentro di noi, è stato toccato senza essere violato. Come se la musica avesse aperto una porta in una stanza che avevamo chiuso da tempo.

    Allegrini, con la Human Rights Orchestra, ha mostrato che l’eccellenza può ancora avere una coscienza.
    Strappa, con Immersi nel suono della vita, ha mostrato che la composizione contemporanea può ancora avere un cuore senza perdere intelligenza, e può avere intelligenza senza prosciugare il cuore.

    Questo è raro.
    E quando accade, bisogna dirlo con gratitudine.

    La musica non salva sempre. Sarebbe falso, e forse anche crudele, affermarlo. Non cancella la malattia, non scioglie ogni paura, non rimette a posto tutte le lancette, non restituisce tutti i corpi alla leggerezza. Ma può fare qualcosa che, in certi momenti, somiglia moltissimo a una salvezza: può impedire alla fragilità di sentirsi sola.

    Le dà una voce.
    Le dà una forma.
    Le dà un respiro.

    E allora l’uomo, che era entrato in sala come spettatore, ne esce un poco meno spettatore della vita. Ha ascoltato l’acqua, e forse ha riconosciuto la propria. Ha ascoltato la dissonanza, e forse ha smesso di vergognarsene. Ha ascoltato il tempo, e forse ha capito che anche un tempo ferito può ancora cantare.

    Quella sera, al KKL di Lucerna, non si è celebrata soltanto la musica.
    Si è celebrata la sua più alta possibilità: diventare pietà senza debolezza, pensiero senza freddezza, bellezza senza vanità.

    Un’orchestra ha suonato.
    Un compositore ha aperto una ferita e l’ha trasformata in forma.
    Un direttore ha raccolto molte vite in un solo respiro.

    E per qualche minuto — pochi, preziosi, irreparabili — il mondo non è sembrato guarito.

    Ma ascoltato.

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  • Dove il vento trova l’anima

    Dove il vento trova l’anima

    Con Luigi Piovano, Silvia Careddu e la Malta Philharmonic Orchestra, “Voices of the Wind” diventa una meditazione sul suono che nasce dall’invisibile e torna al cuore.

    di Marialuisa Veneziano


    St. Julian’S, Malta – 10 Maggio 2026

    Il vento è la creatura più misteriosa tra quelle che abitano il mondo. Non ha corpo, eppure ogni corpo lo riconosce. Non ha voce propria, eppure sa farsi lamento tra le fessure, canto sulle acque, fremito tra le foglie, presagio nelle stanze chiuse. Non appartiene a nessuno, non si lascia trattenere, non può essere posseduto; e tuttavia, quando passa, nulla rimane esattamente com’era prima.

    La musica gli somiglia in questo: nasce dall’invisibile e all’invisibile ritorna. Vive nell’aria, ma non è soltanto aria. È vibrazione, respiro, tempo che prende corpo per un istante e poi si scioglie, lasciando nell’anima una traccia più profonda di molte cose visibili. Per questo “Voices of the Wind”, il concerto della Malta Philharmonic Orchestra diretta da Luigi Piovano, con Silvia Careddu al flauto, nel Grand Ballroom del Radisson Blu Resort di St Julian’s, appare fin dal titolo come qualcosa di più di un programma musicale: appare come una meditazione sull’essenza stessa del suono.

    Il vento, in questa architettura poetica, non è un semplice tema. È una legge segreta. È il principio che unisce ciò che potrebbe sembrare lontano: Rebis di Matteo Rubini, presentato in prima mondiale; il Concerto per flauto e orchestra d’archi di André Jolivet; la Sinfonia n. 40 in sol minore K. 550 di Wolfgang Amadeus Mozart. Tre mondi diversi, tre epoche, tre linguaggi, eppure un’unica domanda: come può l’invisibile farsi voce? Come può ciò che non ha materia diventare forma, emozione, destino?

    La Grand Ballroom al Radisson Blu Resort in St. Julian’s, Malta

    Il concerto si muove come un romanzo interiore. Non procede per bruschi accostamenti, ma per trasformazioni successive. All’inizio vi è la materia che si desta, ancora enigmatica, ancora raccolta nel proprio grembo sonoro. Poi quella materia si assottiglia, si fa aria, fiato, invocazione. Infine il respiro entra nella grande forma classica e vi scopre una ferita: Mozart, cioè la bellezza quando smette di essere ornamento e diventa coscienza del dolore.

    Al centro di questo cammino sta Luigi Piovano. Non semplicemente direttore, ma interprete nel senso più alto e più antico del termine: colui che attraversa un testo per rivelarne non solo la struttura, ma la necessità spirituale. In lui il gesto direttoriale non appare mai come esercizio di potere. Non c’è volontà di dominio, non c’è compiacimento spettacolare, non c’è quell’ansia di lasciare un’impronta personale che talvolta finisce per oscurare la musica. C’è, invece, una forma più rara di autorità: quella di chi sa ascoltare così profondamente da poter guidare.

    La sua direzione sembra nascere da un patto silenzioso con il suono. Piovano non forza la partitura: la interroga. Non la veste di intenzioni esterne: ne cerca il battito interno. Non accende l’emozione con gesti esteriori: la lascia salire dalla forma stessa, come acqua da una sorgente nascosta. È questa, forse, la sua qualità più seducente: fare della disciplina una forma di ardore, e dell’ardore una forma di pensiero.

    La Malta Philharmonic Orchestra, sotto questa guida, non appare come una semplice compagine esecutiva, ma come un organismo sensibile. Il suono degli archi, in particolare, sembra farsi materia mobile: ora denso e terrestre, ora trasparente, ora inquieto, ora sospeso. Piovano conosce la natura degli archi non da lontano, ma dall’interno; ne conosce il peso del crine sulla corda, il punto in cui la pressione diventa voce, la soglia sottile oltre la quale il suono rischia di irrigidirsi o, al contrario, di evaporare. Proprio per questo riesce a ottenere dall’orchestra non soltanto precisione, ma respiro.

    Ed è dal respiro degli archi che il viaggio comincia.

    Rebis di Matteo Rubini si pone come soglia iniziale, e non potrebbe esservi soglia più adatta. Il titolo appartiene all’immaginario alchemico: il Rebis è la creatura doppia, l’unione degli opposti, la figura in cui ciò che era separato trova una nuova identità. È materia e spirito, maschile e femminile, luce e ombra, uno e molteplice. Già in questa parola è contenuta una filosofia della musica: perché ogni suono, in fondo, è unione di contrari. Nasce da un gesto fisico, ma produce un effetto immateriale; appartiene al tempo, ma cerca l’eterno; vibra in uno spazio concreto, ma apre luoghi interiori che nessuna geografia può misurare.

    Affidata all’orchestra d’archi, questa idea acquista una forza particolare. Gli archi sono, per loro natura, strumenti alchemici. Hanno bisogno della materia più concreta — legno, corde, arco, mano, pressione — per generare qualcosa che immediatamente pare liberarsi dalla materia. Il loro suono può essere carne e nebbia, nervo e luce, corpo e fantasma. In Rebis, questa duplicità diventa principio espressivo: il suono sembra cercare una forma mentre ancora ricorda il caos da cui proviene.

    Piovano accompagna questa nascita con una cura che ha qualcosa di rabdomantico. Non irrigidisce la pagina dentro una lettura dimostrativa; non la rende ostentatamente contemporanea, come se la novità dovesse coincidere con l’asprezza. Le permette, invece, di respirare nella sua complessità. Fa emergere le tensioni, le stratificazioni, i piani interni; lascia che l’orchestra diventi laboratorio di metamorfosi. La Malta Philharmonic Orchestra risponde con un suono attento, plasmabile, capace di passare dalla compattezza alla rarefazione senza perdere intensità.

    In questo primo momento il vento non ha ancora una voce riconoscibile. È energia originaria. È ciò che muove la materia prima che la materia sappia cantare. È il fremito iniziale della creazione, il momento oscuro e potente in cui il suono non è ancora discorso, ma già contiene in sé il desiderio di diventarlo.

    Da qui il passaggio a Jolivet non appare come un cambio di scena, ma come una conseguenza naturale. La materia che in Rubini cercava forma trova ora, nel flauto, il proprio respiro. L’orchestra d’archi, dopo essere stata laboratorio alchemico, diventa paesaggio rituale. Il vento, che prima agitava la sostanza sonora dall’interno, ora si concentra in un punto luminoso: il fiato umano che attraversa il flauto e si trasforma in invocazione.

    Silvia Careddu al flauto

    Il Concerto per flauto e orchestra d’archi di André Jolivet occupa così il centro spirituale del programma. Jolivet non concepisce il flauto come strumento di semplice grazia, né come voce pastorale destinata a ricamare arabeschi sopra un tessuto orchestrale. Il suo flauto appartiene a una dimensione più antica, quasi sacrale. È uno strumento che sembra ricordare il tempo in cui la musica non era ancora intrattenimento, né forma codificata, ma gesto magico, preghiera, tentativo dell’uomo di dialogare con ciò che lo sovrasta.

    In Jolivet il flauto è respiro esposto. Non nasconde la propria origine corporea; al contrario, la trasfigura. Ogni suono sembra nascere da una necessità primaria: inspirare, espirare, chiamare, rispondere. È un canto che conserva la memoria del corpo e tuttavia la supera, come se il fiato, uscendo dallo strumento, smettesse di appartenere a un individuo e diventasse voce di qualcosa di più vasto.

    Silvia Careddu entra in questa pagina come figura essenziale. Il suo ruolo non è quello di una solista che si staglia sull’orchestra per virtuosismo o brillantezza. È qualcosa di più sottile e più difficile: deve incarnare il punto in cui l’aria diventa pensiero. Il flauto, nelle sue mani, deve saper essere luce e ferita, leggerezza e inquietudine, grazia e sortilegio. In Jolivet la tecnica non può mai rimanere superficie: deve bruciare senza consumarsi, deve farsi febbre controllata, libertà vigilata, canto che pare nascere da un luogo remoto dell’anima.

    Il dialogo con l’orchestra è allora decisivo. E qui il passaggio da Rubini a Jolivet mostra tutta la sua intelligenza poetica: gli archi che prima erano materia in trasformazione diventano ora spazio d’apparizione. Non accompagnano semplicemente il flauto; lo circondano, lo attendono, lo provocano, talvolta lo proteggono. Sono terra sotto una voce d’aria. Sono ombra perché la luce possa essere percepita. Sono memoria collettiva intorno a una solitudine che canta.

    Piovano costruisce questo rapporto con particolare finezza. L’equilibrio tra solista e orchestra non è mai soltanto questione di proporzioni sonore; è questione di pensiero musicale. Un direttore meno sensibile potrebbe limitarsi a non coprire il flauto. Piovano fa di più: crea lo spazio emotivo perché il flauto possa significare. L’orchestra arretra senza svuotarsi, sostiene senza trattenere, partecipa senza invadere. Careddu può così muoversi dentro un paesaggio vivo, e non davanti a uno sfondo inerte.

    Il risultato è una drammaturgia del respiro. Il flauto sale, si piega, si assottiglia, si accende; gli archi rispondono con una materia sonora che ora pulsa, ora si fa velo, ora sembra trattenere sotto la superficie un’energia antica. È come assistere a un rito in cui nessuno proclama il sacro, ma tutto lo suggerisce. Il vento, qui, ha finalmente una voce. Ma non una voce domestica, non una voce pacificata. È una voce che interroga. Una voce che non consola subito, perché prima vuole risvegliare.

    E dopo il rito, dopo il fiato, dopo questa salita dell’aria verso il canto, giunge Mozart. Ma non come ritorno alla serenità. Non come approdo rassicurante alla chiarezza classica. Il passaggio alla Sinfonia n. 40 in sol minore K. 550 è assai più profondo: è il momento in cui il respiro, dopo essersi fatto voce, entra nella forma e vi scopre la propria inquietudine.

    Mozart arriva come una luce, sì, ma una luce che conosce l’ombra. La Quarantesima è tra le opere più celebri dell’intera storia musicale, e proprio questa celebrità rischia spesso di tradirla. La familiarità può diventare una nebbia: crediamo di conoscere ciò che riconosciamo. Ma la Sinfonia n. 40 non è una pagina da riconoscere; è una pagina da subire, nel senso più nobile del termine. Bisogna lasciarsi raggiungere dal suo turbamento, dalla sua febbre, dalla sua grazia dolorosa.

    Il celebre attacco del primo movimento non è un tema che si presenta al mondo con sicurezza. È un tremore. Sembra nascere già in fuga, come un pensiero che non riesca a restare fermo dentro se stesso. La linea melodica ha la naturalezza del respiro, ma un respiro inquieto, ansioso, quasi inseguito. Sotto la perfezione della scrittura, sotto l’equilibrio delle proporzioni, corre una corrente scura. Mozart non grida il dolore: lo rende inevitabile.

    Qui sta la grande difficoltà interpretativa. Mozart non permette né l’abbandono sentimentale né la freddezza accademica. Se lo si carica troppo, lo si tradisce; se lo si leviga troppo, lo si uccide. Piovano sembra collocarsi nel punto più difficile e più vero: quello in cui la forma resta limpida, ma lascia vedere la ferita che contiene. Non romanticizza Mozart dall’esterno; ne libera il romanticismo nascosto. Non aggiunge pathos; toglie ciò che impedirebbe al pathos autentico di respirare.

    La Malta Philharmonic Orchestra è chiamata, in questa sinfonia, a un esercizio altissimo di disciplina emotiva. Nel primo movimento, gli archi devono sostenere una pulsazione nervosa continua, senza trasformarla in concitazione. L’energia deve avanzare, ma senza perdere eleganza; la tensione deve crescere, ma senza diventare enfasi. Ogni frase richiede un controllo del fraseggio che sia insieme razionale e ardente: perché in Mozart il sentimento più intenso vive spesso dentro la linea più pura.

    L’Andante apre un altro spazio, ma non una pace facile. È una dolcezza pensosa, una luce obliqua, una tenerezza che pare sapere già di essere minacciata. Qui l’orchestra deve cantare senza abbandonarsi; deve far sentire che la calma mozartiana non è assenza di dolore, ma dolore tenuto in forma. Piovano, in una pagina simile, può rivelare il proprio gusto per la misura: quella misura che non spegne l’emozione, ma la rende più penetrante, come una parola detta a bassa voce nel momento esatto.

    Il Minuetto non è una parentesi elegante. È una danza severa, quasi scolpita, nella quale la grazia settecentesca si irrigidisce in qualcosa di più ombroso. Qui il ritmo non deve galleggiare: deve incidere. Deve mostrare come anche la danza, in questa sinfonia, sia attraversata da una forza più grave. E il Finale, con la sua corsa lucida e implacabile, porta a compimento non una liberazione, ma una necessità. Non sembra concludere un discorso: sembra sigillare un destino.

    Luigi Piovano alla guida della Malta Philharmonic Orchestra

    E allora l’intero itinerario diventa chiaro. Rebis era la nascita della materia sonora, la sua inquieta alchimia. Jolivet era il momento in cui quella materia si faceva respiro, e il respiro invocazione. Mozart è il punto in cui il respiro diventa coscienza, e la coscienza scopre la propria fragilità. Il vento attraversa le tre opere mutando volto: prima forza primordiale, poi fiato rituale, infine moto interiore dell’anima.

    Questa gradualità è la vera anima del programma. Nulla è casuale. Rubini prepara Jolivet perché l’orchestra d’archi, dopo aver esplorato la propria materia, può aprirsi alla voce del flauto. Jolivet prepara Mozart perché il respiro, una volta diventato canto, può entrare nella più alta architettura della forma. Mozart raccoglie entrambi e li trasfigura: la materia e il fiato diventano pensiero, il pensiero diventa destino, il destino diventa musica.

    In questo disegno, Luigi Piovano appare come il narratore segreto. Non racconta con parole, ma con proporzioni, respiri, transizioni, pesi sonori, silenzi. Il suo modo di dirigere possiede qualcosa di profondamente romantico, non perché indulga nel sentimentalismo, ma perché concepisce la musica come rivelazione dell’interiorità. Il romanticismo più vero, infatti, non è eccesso di lacrime: è capacità di sentire l’infinito dentro una forma finita.

    Piovano dirige come chi sa che ogni nota ha una responsabilità. Non vi è gesto superfluo, non vi è abbandono compiaciuto. Anche quando la musica si accende, sembra rimanere guidata da una lucidità interiore. Eppure questa lucidità non raffredda: al contrario, commuove. Perché ciò che tocca davvero non è l’emozione esibita, ma quella trattenuta fino al punto in cui diventa necessaria. Il cuore, certe volte, batte più forte non quando viene assalito, ma quando viene riconosciuto.

    La Malta Philharmonic Orchestra, in questa prospettiva, diventa il corpo attraverso cui il pensiero di Piovano si fa udibile. La sua qualità più preziosa non sta soltanto nella precisione, ma nella capacità di cambiare stato emotivo. In Rubini, l’orchestra si fa materia cangiante, quasi minerale e insieme vibrante; in Jolivet, diventa paesaggio rituale, capace di respirare intorno al flauto; in Mozart, ritrova la nettezza della forma, ma senza perdere la temperatura umana conquistata nel percorso precedente. È come se l’orchestra imparasse, durante il concerto, a parlare tre lingue diverse di una stessa verità.

    Luigi Piovano sul podio con la Malta Philharmonic Orchestra

    E Silvia Careddu, al centro di questo cammino, rappresenta il punto di passaggio più fragile e più luminoso. Il suo flauto è la soglia tra l’orchestra e l’anima, tra la materia degli archi e la coscienza mozartiana. Senza quel respiro, il viaggio da Rubini a Mozart sarebbe meno necessario. Jolivet diventa invece il ponte: la pagina in cui l’aria acquista un volto e prepara l’ascoltatore a comprendere che, in Mozart, anche la forma più perfetta non è altro che respiro reso immortale.

    La Malta Philharmonic Orchestra

    La cornice di Malta aggiunge al concerto una risonanza quasi simbolica. Un’isola è un luogo romantico per eccellenza: separata e aperta, raccolta e attraversata, ferma nella sua pietra e consegnata ai venti. Il Mediterraneo, con le sue luci e le sue ombre, con la sua memoria di partenze, approdi, naufragi e ritorni, sembra risuonare idealmente attorno a questo programma. Fuori, il vento reale del mare; dentro, il vento trasfigurato della musica. Fuori, l’aria che attraversa le acque; dentro, il suono che attraversa i corpi.

    Ma il luogo più importante, alla fine, non è la sala. È l’ascoltatore. Perché la musica, quando è veramente tale, non si limita ad accadere davanti a noi: accade in noi. Entra in una regione dove il pensiero non è ancora parola e il sentimento non è ancora confessione. Ci trova prima che noi ci siamo spiegati a noi stessi. Forse è questo il suo potere più alto: non dire semplicemente ciò che proviamo, ma rivelarci ciò che non sapevamo di provare.

    “Voices of the Wind” diventa così un titolo quasi profetico. Le voci del vento non sono soltanto quelle degli strumenti. Sono le voci della materia, del respiro, della memoria, della forma, della ferita. Sono le voci di tutto ciò che nella musica passa senza restare e, proprio passando, resta per sempre.

    Alla fine, il vento non si vede. Ma nessuno, dopo averlo sentito, può negare che sia esistito. Così la musica: svanisce nell’aria, eppure continua a vibrare dove l’aria non arriva più. Rimane nel pensiero, nel corpo, in una specie di nostalgia senza oggetto preciso. Rimane come un richiamo. Come una promessa. Come una ferita che non fa male perché finalmente ha trovato la sua forma.

    E in questa forma — costruita dalla visione di Luigi Piovano, dal respiro di Silvia Careddu, dalla voce mutevole e partecipe della Malta Philharmonic Orchestra — il concerto trova la sua verità più profonda: la musica non è evasione dal mondo, ma rivelazione del suo segreto. Non ci allontana dalla vita; ce la restituisce più intensa, più fragile, più degna di essere ascoltata.

    Quando l’ultima nota si spegne, non resta il vuoto. Resta quel silenzio particolare che segue soltanto le esperienze necessarie: un silenzio abitato, pensante, quasi riconoscente. È lì che il concerto continua. Non più negli strumenti, non più nella sala, non più nel gesto del direttore, ma dentro chi ha ascoltato davvero.

    Perché il vento passa.
    La musica passa.
    Ma ciò che hanno mosso in noi, quello no: quello continua a tremare.

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  • La forma del tempo e la voce dell’anima

    La forma del tempo e la voce dell’anima

    Dal respiro ipnotico di Glass alla luce inquieta di Beethoven, Piovano, la FORM e Scolastra danno forma a un’esperienza in cui il tempo non passa: ci interroga, ci ferisce, ci restituisce.

    Di Marialuisa Veneziano


    Ravenna, 30 aprile 2026

    Non so se la musica cominci davvero quando il primo suono si stacca dal silenzio. A volte, credo, essa cominci prima, molto prima: in una domanda che ci accompagna senza che noi sappiamo darle nome, in una inquietudine che sembra non avere oggetto, in quel presentimento oscuro e dolcissimo per cui, entrando in una sala da concerto, non andiamo soltanto ad ascoltare qualcosa, ma a cercare — forse senza confessarlo neppure a noi stessi — una forma più alta di presenza. Si va a un concerto portando con sé il rumore della giornata, la stanchezza, qualche pensiero lasciato a metà, una piccola pena che non si vede, e poi accade che, a poco a poco, tutto questo venga chiamato a raccolta da un ordine diverso, più severo e più misericordioso. È allora che la musica non consola nel senso facile della parola; piuttosto, ci restituisce a noi stessi con una intensità che quasi commuove.

    È con questa disposizione che ho ripensato al dialogo con Luigi Piovano. Non un’intervista nel senso consueto, non quella sequenza ordinata di domande e risposte che spesso serve più a chi scrive che a chi legge, ma un avvicinamento progressivo al centro di un pensiero. Piovano non parla della musica come di un oggetto da illustrare. La musica, nelle sue parole, non è mai fuori di lui; vi passa attraverso. Ed è forse questo che colpisce prima ancora del contenuto: la naturalezza con cui l’esperienza tecnica, l’intelligenza interpretativa e una forma rara di umiltà si raccolgono in una sola voce. Violoncellista e direttore, da oltre vent’anni primo violoncello solista dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, artista che ha attraversato il repertorio sinfonico, cameristico e solistico con una familiarità conquistata nel corpo prima ancora che nello studio, Piovano porta sul podio una qualità non comune: non dirige “sopra” l’orchestra, ma sembra ascoltarla dall’interno, come chi conosce la fatica fisica del suono, il respiro dell’arco, il peso di una frase prima che essa diventi idea.

    Luigi Piovano

    Quando gli ho proposto di leggere l’accostamento tra Philip Glass e Ludwig van Beethoven non come una semplice alternanza di stili, ma come un confronto fra due forme del tempo — da una parte il tempo ciclico, contemplativo, dall’altra il tempo drammatico del divenire — Piovano non ha cercato di ridurre, spiegare, correggere. Ha accolto quella intuizione con una frase che aveva il valore di una porta aperta: «Non potevi esprimerlo meglio». E tuttavia, mentre lo diceva, si avvertiva che il punto non era trovare una formula felice. Il punto era entrare in quel luogo in cui il tempo non è più cronologia, non è più misura, non è più la successione indifferente degli istanti, ma diventa sostanza dell’esperienza, materia viva dell’ascolto. Glass e Beethoven, così lontani nella storia, si incontrano proprio lì: non nell’apparenza del linguaggio, ma in una domanda radicale. Che cosa accade all’uomo quando il tempo smette di essere qualcosa che passa e diventa qualcosa che lo attraversa?

    Da questa domanda nasce il senso profondo del programma. Perché un grande programma da concerto non è mai soltanto una scelta di brani; è una forma di pensiero, e talvolta una forma di destino. Si potrebbe dire che Glass e Beethoven appartengano a due mondi inconciliabili: l’uno alla modernità minimalista, alle strutture reiterate, alle geometrie ipnotiche del secondo Novecento; l’altro al cuore della grande tradizione sinfonica, alla tensione dialettica, alla drammaturgia della forma. Ma sarebbe una distinzione troppo comoda, e dunque insufficiente. La storia della musica non è un museo ordinato per stanze separate: è piuttosto una trama di richiami, anticipazioni, ritorni, ferite che si riaprono sotto altra luce. E Piovano, con grande lucidità, lo lascia intendere quando osserva che in Beethoven stesso, anche là dove meno ce lo aspetteremmo, vive già una forza della reiterazione, una capacità di costruire mondi attraverso cellule minime, insistenti, necessarie. Persino quattro colpi possono diventare architettura, pensiero, destino.

    Nel Tirol Concerto di Glass, il tempo non si impone come racconto, ma come ambiente. Non conduce l’ascoltatore da un punto a un altro, non lo prende per mano secondo la logica tradizionale dell’esposizione, dello sviluppo, della risoluzione. Piuttosto lo circonda, lo avvolge, lo mette alla prova. L’inizio pianistico, nelle parole di Piovano, sembra quasi portare con sé un profumo schubertiano, come se per un momento una memoria ottocentesca si affacciasse alla soglia di un edificio moderno. È una suggestione preziosa, perché non serve a “romanticizzare” Glass, ma a riconoscere come la musica, anche quando pare nuova, porti spesso in sé fantasmi antichi, impronte remote, voci che non hanno finito di parlare. Poi, però, quella promessa iniziale viene subito trasformata: entra la logica glassiana, quella specie di sorriso obliquo della ripetizione, quel gioco serio in cui ciò che ritorna non è mai veramente uguale a prima.

    La parola “ripetizione”, applicata a Glass, è tanto inevitabile quanto pericolosa. Inevitabile, perché la sua scrittura vive di cellule che ritornano, di pulsazioni che insistono, di figure che sembrano riscrivere se stesse. Pericolosa, perché rischia di ridurre a meccanismo ciò che invece è trasformazione della coscienza percettiva. La ripetizione, nella grande musica, non è povertà di invenzione: è una prova spirituale. Ci chiede se sappiamo restare, se sappiamo ascoltare ciò che muta nel minimo, se sappiamo accorgerci che anche ciò che sembra identico viene alterato dal fatto stesso di ritornare. Un dolore che ritorna non è mai lo stesso dolore; un ricordo che ritorna non è mai lo stesso ricordo; una nota che ritorna non è mai la stessa nota, perché noi, nel frattempo, siamo cambiati.

    Piovano individua con precisione il punto più difficile: il rischio che la reiterazione diventi ossessione, e che l’ossessione si trasformi in noia. È un rischio reale, e proprio per questo artisticamente fecondo. La musica di Glass cammina su un margine: da un lato la trance, dall’altro l’automatismo; da un lato la sospensione del tempo, dall’altro la sua cancellazione meccanica. Il compito dell’interprete è impedire che la macchina vinca sulla vita. Non basta tenere il tempo, non basta la pulizia ritmica, non basta una disciplina esatta, per quanto indispensabile. Occorre un respiro. Occorre far sì che la precisione abbia sangue, che il disegno abbia temperatura, che l’ordine non diventi gelo. Piovano parla di dinamiche, di micro-aggiustamenti, di equilibri, di quelle “battute spia” che spezzano la regolarità e fanno sobbalzare l’ascolto come un cuore che per un istante inciampa e poi ritrova il proprio ritmo.

    In questa prospettiva, la FORM — Orchestra Filarmonica Marchigiana — ha avuto il merito raro di non trasformare Glass in un congegno, ma di restituirgli carne, respiro, temperatura umana. È facile, in una scrittura fondata sulla reiterazione, scambiare la precisione per verità; ma la precisione, da sola, non basta. Può diventare gelo. Può diventare superficie. Qui, invece, si è avvertita una tensione più nobile: quella di un’orchestra capace di tenere insieme l’esattezza del disegno e la fragilità del vivente. Ogni sezione sembrava ascoltare l’altra; ogni ingresso pareva nascere non da un automatismo, ma da una necessità condivisa. In questo senso, la FORM non ha semplicemente accompagnato un percorso interpretativo: lo ha abitato, offrendo a Piovano quella materia viva senza la quale anche l’idea più alta resta soltanto intenzione.

    Dentro questo organismo, il pianoforte di Marco Scolastra non si è posto come voce separata, né come centro narcisistico del discorso. È stato piuttosto una presenza interna, pensante, mobile: una coscienza sonora che attraversava l’orchestra e ne veniva a sua volta trasformata. Piovano, nell’intervista, parlava di un approccio cameristico, di una sintonia costruita nella prova e nella condivisione; ed è proprio questa parola — condivisione — a restare come chiave morale prima ancora che musicale. Perché là dove solista, orchestra e direttore cessano di contendersi lo spazio e cominciano invece a respirarlo insieme, la musica smette di essere esecuzione e diventa comunità.

    Quando poi Beethoven prende la parola, non si ha la sensazione di abbandonare Glass, ma di vederne l’enigma riflesso in uno specchio più antico e più drammatico. La Quarta Sinfonia è spesso raccontata come una parentesi luminosa tra due colossi, la Terza e la Quinta; e tuttavia questa definizione, pur comoda, è ingiusta. La Quarta non è minore: è segreta. Non urla la propria grandezza, non alza monumenti, non si presenta con il volto corrucciato del Beethoven titanico che la tradizione, talvolta pigramente, ci ha consegnato. Essa sorride, dice Piovano; ma il suo sorriso nasce da un’ombra. E questa frase, nella sua semplicità, coglie l’essenza di tutta la sinfonia.

    L’introduzione lenta, con quegli archi scuri, non è un semplice preludio. È una soglia morale. La musica sembra trattenere il fiato, come se prima di mostrarsi dovesse attraversare una zona di incertezza. Beethoven, qui, non ci consegna subito una verità; ci educa all’attesa. E l’attesa, in musica come nella vita, è una delle forme più profonde della conoscenza. Solo chi attende davvero può ricevere ciò che arriva. Quando l’Allegro si apre, la luce non cancella l’ombra: la porta con sé, la trasfigura. E allora quel sorriso non è ingenuità, ma conquista; non è spensieratezza, ma grazia sopravvissuta alla complessità.

    Nel secondo movimento, il filo con Glass diventa quasi palpabile. Piovano parla di una reiterazione ritmica “degna del minimalismo”, una pulsazione che percorre l’intero movimento e ne costituisce non un ornamento, ma una struttura profonda. Qui Beethoven sembra ricordarci che il ritorno non appartiene soltanto alla modernità minimalista: appartiene alla musica stessa, e prima ancora alla vita. Il cuore ripete. Il passo ripete. Il respiro ripete. Le stagioni ripetono. Ma nulla, in questa ripetizione, è mai semplicemente identico. Tutto torna portando con sé una differenza. La grandezza di Beethoven sta nel trasformare questa verità elementare in architettura spirituale: ciò che ritorna non ci imprigiona, ma ci conduce più a fondo.

    Il terzo movimento apre un altro paesaggio. Piovano lo racconta con immagini di terra, quasi con affetto: un contadino rustico e insieme elegante, una contadinella che entra “tutta sistemata”, un mondo agreste che non è pittoresco, ma profondamente umano. In quella descrizione, che potrebbe sembrare lieve, c’è invece una lettura importante. Beethoven non è soltanto il poeta della necessità, della lotta, del destino che bussa alla porta; è anche colui che sa ascoltare la vita minuta, la danza, il passo popolare, la grazia imperfetta del quotidiano. La sua grandezza non sta nell’essere sempre sublime, ma nel sapere che anche la semplicità può diventare sublime, se accolta nella forma.

    Ecco allora che la Quarta Sinfonia diventa una lezione contro ogni semplificazione. Beethoven non è soltanto titanismo; non è soltanto tempesta. È anche sorriso, eleganza, leggerezza, ironia trattenuta, pudore della tenerezza. Piovano, parlando dell’uomo Beethoven, ricorda la dolcezza che appare nelle lettere, la complessità di un carattere che non può essere ridotto al cliché del genio irascibile. È un passaggio importante, perché la musicologia più vera non consiste nel congelare i compositori dentro formule, ma nel restituire loro la contraddizione, cioè la vita. Beethoven è grande non perché sia marmo, ma perché nel marmo continua a battere un cuore.

    Il finale della Quarta porta questa vitalità a una soglia vertiginosa. La scrittura corre, scintilla, chiede agli archi e ai fiati una lucidità estrema, e tuttavia non deve diventare puro virtuosismo. Piovano parla di una specie di ossimoro tra l’indicazione agogica e il metronomo, tra il “non troppo” e una velocità che appare come una fucilata; e in questa tensione interpretativa sta uno dei problemi più affascinanti della musica: la partitura non è mai un cadavere da rispettare, ma un corpo da riportare alla vita. Servono fedeltà e libertà, umiltà e decisione, rispetto e rischio. Chi dirige deve stare in mezzo a queste forze senza tradirne nessuna.

    Forse è qui che il percorso umano di Piovano diventa decisivo. Il suo gesto nasce da una lunga consuetudine con il suono. Egli stesso, nell’intervista, riconduce la propria visione direttoriale alla vita da strumentista, agli anni passati dentro l’orchestra, all’incontro con maestri come Chung e Pappano, alla comprensione che la musica non è mai un atto di comando, ma un atto di responsabilità condivisa. Dice una cosa bellissima: l’esperienza non impedisce di sbagliare, ma aiuta a capire che la condivisione è fondamentale. È un pensiero che andrebbe scritto all’ingresso di ogni sala prove. Perché la musica d’insieme non è una democrazia indistinta, ma nemmeno una tirannia del gesto: è un’idea forte che si offre agli altri affinché diventi comune.

    E qui l’artista incontra il filosofo, anche quando non pretende di esserlo. Piovano parla di umiltà e consapevolezza. Umiltà davanti a pagine che egli definisce perfette; consapevolezza di dover fare tutto il possibile per renderle vive. Cita l’insegnamento dei Greci, l’imperfezione necessaria perché l’occhio umano possa accogliere la perfezione, e ricorda una frase di Giulini: il meglio può diventare nemico del bene. In queste parole c’è una sapienza antica, che va oltre la musica. Ogni opera umana vive in questa tensione: cercare il massimo sapendo che il massimo, se diventa idolatria, può distruggere ciò che di vivo stavamo cercando. La perfezione non è sterilità; è misura abitata dall’umano.

    Da questo punto di vista, il concerto non è intrattenimento. È uno degli ultimi luoghi in cui una comunità accetta di vivere insieme il tempo senza accelerarlo. Piovano lo dice con parole che non hanno nulla di ornamentale: dopo il Covid abbiamo capito che non è la stessa cosa mettersi davanti a uno schermo, anche con il migliore apparato audio. Non è lo stesso profumo, non è la stessa attesa, non è lo stesso dopo. C’è il caffè, c’è lo spritz, c’è il commento, la critica, persino il gossip, dice con una concretezza che fa sorridere perché restituisce al rito la sua carne quotidiana; poi le luci si abbassano, entra l’orchestra, entra il direttore, e “lì si prega”.

    Questa parola, preghiera, potrebbe sembrare eccessiva solo a chi non ha mai ascoltato davvero. Non si tratta necessariamente di religione, ma di raccoglimento. Di una sospensione dell’io. Di quel momento in cui una moltitudine di persone, ciascuna con la propria vita segreta, accetta di respirare nello stesso silenzio. In un mondo che moltiplica i suoni e impoverisce l’ascolto, il concerto è una forma di resistenza spirituale. Non ci distrae dalla vita: ci restituisce alla sua profondità. Ci insegna che essere presenti è ancora possibile; che condividere un tempo non funzionale, non produttivo, non immediatamente spendibile, è un atto quasi rivoluzionario.

    E allora Glass e Beethoven, attraverso Piovano, diventano più di un programma: diventano una meditazione sull’esistenza. Glass ci insegna che non tutto ciò che ritorna è prigione; talvolta il ritorno è la via per scendere più a fondo. Beethoven ci insegna che il divenire non è semplice avanzamento; è lotta tra ombra e luce, tra peso e grazia, tra necessità e sorriso. L’uno dilata il tempo fino a farci perdere la misura; l’altro lo tende fino a farne destino. Ma entrambi ci chiedono la stessa cosa: ascoltare non con l’orecchio soltanto, ma con quella zona vulnerabile dell’essere in cui il pensiero diventa emozione e l’emozione diventa conoscenza.

    Quando il concerto finisce, la musica non finisce davvero. Piovano lo sa bene. Alla domanda su cosa resti dopo, egli non offre una risposta retorica. Dice che rimangono due elementi: il piacere di aver dato suono a una sinfonia, e poi l’altra voce, più severa, quella che domanda se si sarebbe potuto fare meglio. È una confessione che commuove perché è vera. Ogni artista autentico vive in questa fenditura: da una parte la gratitudine, dall’altra l’inquietudine. Da una parte l’applauso, dall’altra la notte in cui si ripensa a un attacco, a un accordo, a un punto in cui tutto poteva essere più giusto, più limpido, più necessario.

    Ma forse proprio questa ferita impedisce alla musica di diventare mestiere soltanto. Chi non dubita più, ha già smesso di cercare. Chi, dopo aver dato tutto, sente ancora il richiamo di un possibile meglio, custodisce intatta la propria fedeltà alla bellezza. E se questa tensione arriva al pubblico, se qualcuno esce dalla sala con gli occhi più quieti o più lucidi, se qualcuno può dire “questa sera ne avevo bisogno”, allora il servizio della musica si è compiuto. Non perché abbia cancellato il dolore, ma perché gli ha dato una forma. Non perché abbia risolto la vita, ma perché per un poco l’ha resa abitabile.

    Alla fine, forse, il vero centro di questa esperienza è proprio qui: nell’ascolto come atto di umanità. Piovano racconta di due ragazze, una israeliana e una iraniana, sedute vicine nella sua fila, e immagina che quell’immagine dovrebbe girare il mondo, perché nella musica certe differenze, per un momento, cessano di essere confini. Non è ingenuità. La musica non ferma le guerre, non cancella la storia, non assolve l’uomo dalle sue colpe. Ma mostra una possibilità. E qualche volta, nella notte del mondo, una possibilità intravista è già una luce.

    Così, ripensando a Glass e Beethoven, a Scolastra e alla Filarmonica Marchigiana, alla voce di Piovano e a quella parola — tempo — che continuava a tornare come un tema ostinato, mi è parso che il concerto avesse compiuto il suo miracolo più discreto: non quello di stupire, ma quello di approfondire. Ci sono musiche che passano e musiche che restano; ma le più necessarie non restano semplicemente nella memoria. Restano nel modo in cui, dopo, guardiamo il mondo. Perché per un’ora, forse per poco più, il tempo non è stato il nemico che ci consuma, né il fiume che ci porta via. È stato una casa. E dentro quella casa, fragile e luminosa, abbiamo ritrovato qualcosa che credevamo perduto: la possibilità di ascoltare, e dunque di essere vivi con più verità.

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  • Ove il timor si dilegua e l’alma, memore del suo finire, s’abbandona alla quiete. Tra le armonie segrete del Requiem di Faurè

    Ove il timor si dilegua e l’alma, memore del suo finire, s’abbandona alla quiete. Tra le armonie segrete del Requiem di Faurè

    Un raccoglimento dell’animo tra suono e silenzio, ove il timore si dilegua e la morte si rivela nella sua composta verità.

    di Marialuisa Veneziano


    Ancona 15 aprile 2026

    Ricordo con una chiarezza quasi imbarazzante — come accade per quegli istanti che non chiedono di essere ricordati e proprio per questo non si lasciano dimenticare — la sera in cui, senza alcuna disposizione d’animo particolare, mi trovai ad ascoltare il Requiem di Fauré. Non vi era in me né il fervore dello studioso, né la devota attesa di chi si accosta a un’opera sacra con l’intenzione di esserne edificato; anzi, se devo essere sincera, portavo con me quella distrazione elegante e un poco colpevole di chi crede di poter attraversare la bellezza senza esserne toccato.

    E tuttavia, bastarono poche battute — poche, ma di una qualità così singolare da sfuggire a ogni descrizione frettolosa — perché quella mia sicurezza, così ben disposta e così poco fondata, si incrinasse con una discrezione che, se non fosse stata tanto profonda, si sarebbe potuta scambiare per gentilezza.

    Non accadde nulla di ciò che, per consuetudine, ci si attenderebbe da un Requiem. Nessuna gravità opprimente, nessun senso di imminente catastrofe, nessuna di quelle solennità che, più che elevare, sembrano talvolta compiacersi del proprio peso. Vi era invece una sorta di misura — e mi si conceda il termine, benché imperfetto — che non umiliava il dolore, ma neppure lo esibiva; una compostezza che non negava la morte, ma la sottraeva a ogni teatralità.

    Fu allora che compresi, non senza una certa resistenza interiore, che Gabriel Fauré non intendeva persuadermi di alcunché. Egli non voleva insegnare, né commuovere nel senso più immediato del termine; e questa sua rinuncia — così insolita, così poco accomodante — produceva un effetto più radicale di qualsiasi dichiarazione: mi lasciava sola, ma non abbandonata; esposta, ma non minacciata.

    È singolare come, nella storia della musica, le opere più ardite si riconoscano non tanto per ciò che affermano, quanto per ciò che osano omettere. Nel caso del Requiem di Fauré, tale omissione assume un carattere quasi filosofico: egli rinuncia al terrore. Là dove altri — e basterà evocare i nomi di Wolfgang Amadeus Mozart e Giuseppe Verdi — avevano interrogato la morte attraverso il tremore o la sfida, Fauré sceglie una via che, a prima vista, potrebbe apparire meno intensa, ma che, a uno sguardo più attento, si rivela di una audacia quasi sconcertante: egli sottrae alla morte il suo apparato.

    E che cosa resta, quando si priva la fine delle sue immagini più temute?

    Resta, per dirla con una franchezza che non esclude la grazia, il semplice fatto di non poter continuare. Un limite, e nulla più.

    Ora, se vi è qualcosa che l’animo umano sopporta con difficoltà, non è tanto la presenza del male, quanto l’assenza di una forma che lo renda intelligibile. Il giudizio, la pena, persino il castigo — tutte queste figure, per quanto terribili, hanno il vantaggio di offrire una narrazione. Ma Fauré, con una discrezione che rasenta l’ironia, ritira questa narrazione, e lascia l’ascoltatore di fronte a una verità più nuda, e perciò più esigente: quella di un’esistenza che non ha bisogno di essere giustificata né punita, ma soltanto compresa nel suo finire.

    Questa comprensione, tuttavia, non si dà come concetto, ma come esperienza — e, per quanto mi riguarda, essa si rivelò con una chiarezza inattesa nel “Sanctus”.

    Vi è, in quel momento, un’apparizione che sfugge a ogni descrizione ordinaria. L’arpa — e qui ogni parola rischia di essere o troppo povera o troppo insistita — non accompagna, non sostiene: inaugura. Il suo suono si distende con una naturalezza tale da far dimenticare la sua origine, come se non fosse prodotto, ma semplicemente dato.

    Ebbi allora la singolare impressione — che non saprei difendere con argomenti, ma che non posso negare — di trovarmi sospesa. Non sollevata, non elevata nel senso retorico del termine, ma liberata dal peso stesso dell’essere collocata. Era come planare, sì, ma senza vento, senza direzione: sopra un mare infinito, immobile, la cui estensione non suscitava vertigine, ma una quiete inattesa.

    Le corde dell’arpa disegnavano, per così dire, la superficie di questo mare; e quando il coro entrò, non lo fece per dominarla, ma per abitarla. Le voci si posavano su quel suono come luce su acqua, senza incresparlo. Nulla vi era di solenne nel senso comune: nessuna affermazione, nessuna volontà di elevarsi. E tuttavia, proprio in questa rinuncia, si manifestava qualcosa di più alto di qualsiasi elevazione: una presenza che non chiedeva di essere riconosciuta, perché non poteva essere negata.

    Se il “Sanctus” fu, per così dire, una rivelazione dello spazio, il “Pie Jesu” fu una rivelazione del limite.

    Qui la musica si ritrae ancora, come una persona di grande educazione che, avendo detto l’essenziale, non insiste. La voce sola si leva, e la sua semplicità è tale da disarmare ogni tentativo di interpretazione. Non vi è supplica nel senso drammatico del termine; non vi è urgenza, né timore. Vi è, piuttosto, una forma di abbandono che non ha nulla di passivo, ma che deriva da una comprensione così completa da non avere più bisogno di resistere.

    Ricordo di aver avvertito, in quel momento, una sensazione che potrei descrivere — con qualche timore di essere fraintesa — come una perdita. Non perdita di qualcosa di caro, ma perdita di una tensione. Come se una parte di me, sempre vigile e sempre pronta a opporsi, si fosse improvvisamente trovata senza funzione.

    E fu allora che la morte, parola che fino a quel momento avevo trattato con quella prudenza che è propria delle cose non comprese, cessò di apparirmi come un’interruzione violenta. Non divenne amica — sarebbe un’espressione troppo facile — ma smise di essere nemica.

    In questa trasformazione dello sguardo, che avviene senza dichiararsi, risiede forse la più alta lezione del Requiem di Fauré. Non vi è consolazione, perché la consolazione implica una promessa; e Fauré, con una coerenza che rasenta la severità, si rifiuta di promettere. Non vi è nemmeno disperazione, perché la disperazione richiede un conflitto, e qui il conflitto è già stato superato.

    Vi è, invece, una sorta di equilibrio — fragile, certo, e tuttavia sufficiente — che nasce dalla rinuncia alle immagini che, pur rendendo la morte più sopportabile, la rendono anche meno vera.

    Quando, infine, l’“In Paradisum” si dispiega, non si ha l’impressione di giungere a una conclusione, ma di assistere a una progressiva sottrazione. Le voci si fanno leggere, le armonie si rarefanno, come se il suono stesso, giunto al limite della propria necessità, si ritirasse con una discrezione quasi morale.

    Non vi è trionfo, non vi è approdo. Vi è, piuttosto, il venir meno di quella esigenza — così profondamente umana — di giungere.

    E forse, se mi è concesso un pensiero conclusivo, è proprio qui che l’opera raggiunge la sua verità più alta: nel suggerire, senza mai affermarlo, che la fine non è un evento da comprendere, ma una condizione da accogliere; e che tale accoglienza, lungi dall’essere una resa, può costituire — per quanto breve e precaria — una forma di pace.

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