Il segreto di Bach è in ciò che non dice

L’ascolto di oggi: Johann Sebastian Bach – Erbarm dich mein, o Herre Gott, BWV 721

di Marialuisa Veneziano


Prima che inizi la musica

Ci sono parole che pronunciamo facilmente.

Grazie. Arrivederci. A domani.

Altre, invece, sembrano dover attraversare un’intera vita prima di riuscire a raggiungere le labbra.

Perdonami.

Non sempre abbiamo il coraggio di dirlo. Non sempre sappiamo a chi rivolgerci. E qualche volta, quando finalmente troviamo le parole, la persona alla quale avremmo voluto consegnarle non è più davanti a noi.

Questa domenica, un nostro lettore ci conduce proprio lì: nel luogo fragile in cui un essere umano smette di difendersi e trova il coraggio di chiedere misericordia.

Lo fa attraverso Johann Sebastian Bach e il corale organistico Erbarm dich mein, o Herre Gott, BWV 721.

Il titolo significa: «Abbi pietà di me, o Signore Dio».

Una richiesta.

Non una dichiarazione di fede trionfante. Non una dimostrazione di forza. Non un tentativo di convincere qualcuno della propria innocenza.

Soltanto una voce che chiede di essere ascoltata.

Il brano appartiene probabilmente agli anni giovanili di Bach, intorno al 1704. È una pagina organistica dalla scrittura insolita: una melodia lenta, collocata nella voce superiore, sostenuta da una trama di accordi ribattuti.

Pochissimi elementi.

Eppure, ascoltandoli, avremo l’impressione che qualcosa continui a respirare anche quando non trova le parole.

Forse perché la misericordia, prima ancora di essere un concetto teologico, risponde a una necessità profondamente umana: essere guardati senza essere ridotti al nostro errore.


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Questa pagina è pensata per essere letta con la musica accanto.

ASCOLTA J. S. BACH – ERBARM DICH MEIN, O HERRE GOTT, BWV 721 (Clicca sulla freccia nera per far apparire l’ascolto)

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Non cercare subito la melodia.

Ascolta ciò che le accade intorno.

Perché in questa pagina il dolore non viene affidato soltanto alla voce che canta.

È nascosto anche in ciò che continua a pulsare sotto di lei.


Dentro la partitura

Una melodia antica e un cuore che continua a battere

Per comprendere questo corale bisogna tornare indietro, ancora prima di Bach.

Nel 1524 Erhart Hegenwalt pubblica Erbarm dich mein, o Herre Gott, una parafrasi del Salmo 51, il Miserere. La melodia, anch’essa documentata nel 1524, viene spesso collegata a Johann Walter, ma la sua attribuzione non è certa.

Siamo nel mondo del corale luterano: una tradizione nella quale il canto comunitario diventa parte fondamentale dell’esperienza religiosa.

Il testo nasce dal pentimento. Ma attenzione: non racconta semplicemente il senso di colpa.

Chiede che alla colpa non appartenga l’ultima parola.

Ed è qui che la musica si fa interessante.

Bach prende la melodia del corale e la colloca nella parte superiore, affidandole valori lunghi, prevalentemente minime.

Sotto, invece, dispone accordi di quattro e cinque voci, ripetuti in crome.

Sembra una soluzione elementare.

Una voce lenta. Un accompagnamento regolare.

Eppure proprio questa differenza produce l’espressione.

La melodia procede con gravità, quasi cercasse il coraggio di completare ogni frase.

Gli accordi, invece, continuano.

Ritornano.

Insistono.

Non sono una seconda melodia che gareggia con la prima. Sono una pulsazione armonica, un movimento che sostiene e insieme inquieta.

Naturalmente, Bach non ha scritto accanto agli accordi «battito del cuore».

Questa è una possibile lettura espressiva, non un’indicazione della partitura.

Ma il loro movimento possiede davvero qualcosa del respiro: una continuità fisica che sembra impedire alla frase di abbandonarsi completamente.

E qui incontriamo un pensiero bellissimo.

Quando qualcuno soffre, spesso immaginiamo che ciò di cui abbia bisogno sia una risposta.

Una spiegazione.

Una soluzione.

Bach sembra suggerire musicalmente un’altra possibilità.

Talvolta ciò che sostiene una voce non è un’altra voce che le risponde. È qualcosa che continua a starle accanto.


Il tremore della misericordia

C’è qualcosa di profondamente umano nel modo in cui Bach costruisce questo corale.

La melodia procede lentamente, quasi cercasse il coraggio di pronunciare ogni parola.

Sotto di lei, gli accordi ribattuti continuano a pulsare.

È un movimento che non concede tregua. Non rappresenta necessariamente un cuore che batte: Bach non ha lasciato un’indicazione simile. Ma è difficile ascoltare questa pagina senza avvertire una forma di inquietudine, un tremore che attraversa la musica dall’interno.

Non è il tremore di chi sta per cadere. È quello di chi ha finalmente trovato il coraggio di chiedere aiuto.

Nell’interpretazione di Ton Koopman, il corale prende voce attraverso l’organo storico costruito da Hans Heinrich Bader tra il 1639 e il 1643, nella St. Walburgiskerk di Zutphen, nei Paesi Bassi.

Ascolta come il movimento degli accordi accompagna la melodia senza sciogliere immediatamente la tensione.

La voce superiore sembra cercare una risposta.

L’accompagnamento continua a sostenerla.

E in questa relazione così essenziale si manifesta una delle intuizioni più commoventi della pagina.

L’organo, strumento capace di riempire una cattedrale, non ha bisogno di dispiegare tutta la propria potenza.

Può farsi intimo.

Può lasciare spazio alla fragilità.

Può diventare il luogo in cui una supplica trova finalmente la possibilità di essere pronunciata.

E forse è proprio questo il segreto di Bach.

Non ci fa ascoltare un uomo che ha già ricevuto misericordia. Ci fa ascoltare un uomo che trova ancora il coraggio di chiederla.


🎧 Ascolta questo

Prova ora a riascoltare il brano seguendo tre dettagli.

1. La distanza fra melodia e accompagnamento. La voce superiore procede lentamente; gli accordi sottostanti si ripetono con una regolarità molto più fitta. Cerca di ascoltare contemporaneamente i due diversi modi di vivere il tempo.

2. Le tensioni armoniche. Non tutte le successioni producono la medesima sensazione di riposo. Alcuni passaggi introducono un’inquietudine più pronunciata, anche attraverso inflessioni cromatiche. Presta attenzione a come l’armonia modifica il significato emotivo della melodia.

3. La conclusione. Il brano è in fa diesis minore, ma termina su un accordo di fa diesis maggiore. Il passaggio conclusivo introduce dunque un mutamento di colore: non un’esplosione luminosa, piuttosto una distensione discreta.

Non occorre conoscere l’armonia tonale per sentirlo.

Basta ascoltare l’ultima frase e chiedersi:

È davvero identica, emotivamente, a ciò che abbiamo sentito all’inizio?

La risposta non deve essere immediata.

Lascia che sia il tuo orecchio a trovarla.


La nota che resta

Forse la misericordia comincia quando qualcuno ci permette di essere fragili senza chiederci di smettere subito di esserlo.

Nel linguaggio quotidiano utilizziamo spesso la parola perdono come se designasse un gesto istantaneo.

Una frase pronunciata.

Una mano tesa.

Una questione chiusa.

Ma l’esperienza umana è generalmente meno ordinata.

Ci sono errori che continuiamo a ricordare anche quando gli altri li hanno dimenticati.

Ci sono ferite che non scompaiono perché qualcuno ha pronunciato le parole giuste.

E ci sono assenze davanti alle quali il desiderio di essere perdonati si mescola a quello, altrettanto impossibile, di poter tornare indietro.

Il corale ci consegna un’immagine diversa.

La melodia non viene sottratta alla sua gravità.

L’accompagnamento non smette di pulsare per concederle un sollievo immediato.

L’armonia attraversa le proprie tensioni prima di trovare un punto di arrivo.

È una forma musicale che permette di pensare la misericordia non come cancellazione del passato, ma come possibilità di non rimanerne eternamente prigionieri.

E forse dovremmo ricordarcene anche nei rapporti umani.

Quanto spesso chiediamo agli altri di essere forti, invece di domandarci se non abbiano semplicemente bisogno di essere accolti?

Quanto facilmente trasformiamo un errore nell’identità di chi lo ha commesso?

Quanto ci riesce difficile concedere a noi stessi la comprensione che, qualche volta, sappiamo offrire agli altri?

Non sono domande alle quali un corale possa rispondere.

La musica non è un tribunale.

Fortunatamente, non è neppure un ufficio nel quale si debba compilare il modulo corretto per ottenere un poco di compassione.

È uno spazio nel quale queste domande possono finalmente essere ascoltate.

E in Bach, talvolta, l’ascolto stesso assume la forma della tenerezza.


🔎 Una cosa da sapere

Un corale così semplice da sembrare impossibile?

Il BWV 721 occupa una posizione particolare nel repertorio organistico attribuito a Bach.

La sua scrittura è così diversa dalle grandi elaborazioni contrappuntistiche del compositore che, nel primo Novecento, anche Albert Schweitzer espresse dubbi sulla sua autenticità.

Oggi il brano viene generalmente attribuito a Bach, pur rimanendo una pagina stilisticamente singolare. Non possediamo l’autografo: la sua trasmissione dipende da una copia manoscritta del primo Settecento legata a Johann Gottfried Walther.

La vicenda è interessante anche dal punto di vista musicologico.

Per molto tempo siamo stati abituati a riconoscere il genio soprattutto attraverso la complessità.

Ma qui la complessità non si manifesta nella proliferazione delle linee.

Si concentra nella relazione fra pochi elementi.

Una melodia.

Accordi ripetuti.

Un percorso armonico.

E una domanda che non perde mai il proprio carattere di supplica.

Forse la semplicità non è ciò che rimane quando non si ha più nulla da dire. È ciò che rimane quando abbiamo finalmente trovato l’essenziale.


Portalo con te

Quando l’ultimo accordo sarà svanito, non rimettere immediatamente in moto la giornata.

Lascia che la stanza torni lentamente ai propri rumori.

Forse sentirai il traffico.

Qualcuno che parla in un’altra stanza.

Il telefono che reclama attenzione con la consueta convinzione di essere il centro dell’universo.

Il mondo continuerà.

Come ha sempre fatto.

Ma per qualche minuto avremo ascoltato qualcosa che il nostro tempo sembra aver dimenticato.

La possibilità di non dover essere continuamente impeccabili.

Di non conoscere tutte le risposte.

Di non riuscire sempre a spiegare ciò che proviamo.

Di poter chiedere aiuto senza trasformare quella richiesta in una sconfitta.

Un uomo del Cinquecento scrisse parole di misericordia.

Un giovane musicista, molti anni dopo, le consegnò a un organo.

Un interprete contemporaneo le ha fatte nuovamente risuonare.

E oggi un nostro lettore le ha affidate a questa rubrica.

La musica ha attraversato i secoli senza perdere la propria domanda.

Forse perché, al di là delle differenze di lingua, fede e cultura, conosciamo tutti almeno un momento nel quale avremmo desiderato che qualcuno ci dicesse:

Puoi smettere di difenderti. Ti sto ascoltando.

Questa domenica Bach non ci consegna una certezza.

Ci offre una voce.

E qualcosa che continua a sostenerla.

Perché la tenerezza non è sempre una parola pronunciata piano.

Qualche volta è semplicemente la presenza di chi, mentre cerchiamo il coraggio di parlare, rimane.

E non se ne va.


🎧 Un ultimo ascolto

Ora fai ripartire il corale.

Questa volta non cercare di distinguere le voci, le tensioni o le risoluzioni.

Ascolta soltanto ciò che accade dentro di te.

Perché una guida all’ascolto può accompagnarti fino alla soglia della musica.

Ma l’ultimo passo appartiene sempre a chi ascolta.




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Una risposta a “Il segreto di Bach è in ciò che non dice”

  1. Avatar
    Anonimo

    Commento impeccabile sia dal punto di vista del contenuto musicale che da quello testuale. Analisi profonda e pertinente.

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