Categoria: La Musica racconta – Novelle per grandi e piccoli

“La Musica racconta” è una rubrica di novelle brevi, ironiche e divulgative per grandi e piccoli. Ogni storia parte da una nota, uno strumento o un silenzio per spiegare la musica e, già che c’è, qualche stranezza dell’animo umano. Perché la teoria musicale può sembrare seria, ma la vita lo è molto meno.

  • Il risveglio del Gigante

    Un libro chiuso da troppo tempo. Un ragazzo deciso ad aprirlo. E una musica pronta a tornare nel mondo.

    di Marialuisa Veneziano

    ***********

    🎧 MUSICA PER LA LETTURA
    Per accompagnare Il risveglio del Gigante, si consiglia l’ascolto del coro iniziale “Kommt, ihr Töchter, helft mir klagen” dalla Passione secondo Matteo, BWV 244 di Johann Sebastian Bach, nell’esecuzione della Netherlands Bach Society diretta da Jos van Veldhoven. È proprio la musica al centro della nostra favola: quella grande Passione che, nel 1829, Mendelssohn contribuì a riportare con forza davanti al pubblico.
    Due cori, orchestra e corale si intrecciano in una costruzione monumentale che sembra avanzare lentamente da un tempo lontano verso di noi. Non è soltanto l’inizio di una Passione: per la nostra storia è la voce stessa del Gigante che riapre gli occhi, abbandona la polvere dello scaffale e torna a respirare attraverso altre mani, altre voci, un altro tempo. Clicca sulla freccia del logo “cuffie”, premi play e comincia a leggere.

    A Berlino, in una grande sala dove gli uomini parlavano sottovoce per rispetto della musica e gli spartiti parlavano a voce alta non appena gli uomini se ne andavano, esisteva uno scaffale che nessuno guardava mai.

    Era alto, scuro e leggermente storto.

    Sull’ultimo ripiano, schiacciato fra un volume di mottetti e una raccolta di corali che sosteneva di avere conosciuto personalmente almeno tre principi, riposava un libro enorme.

    Aveva la copertina consumata, gli angoli piegati e tante pagine che il piccolo Minuetto, il più vanitoso fra gli spartiti della sala, lo considerava quasi un difetto di fabbricazione.

    — Quante pagine hai? — gli domandò una notte.

    — Molte.

    — Questo lo vedo. Ma quante?

    — Abbastanza.

    Minuetto sospirò.

    — È per questo che non ti suonano. Oggi bisogna essere brevi.

    Il grande libro non rispose.

    Sul dorso portava un nome che la polvere aveva quasi nascosto:

    Johann Sebastian Bach.

    E sotto, in lettere ormai un poco scolorite:

    Passione secondo Matteo.

    Gli altri spartiti lo chiamavano semplicemente il Gigante.

    Non perché facesse paura.

    Perché occupava moltissimo spazio e parlava pochissimo, due caratteristiche che, secondo Minuetto, negli ambienti musicali erano spesso sufficienti per essere considerati importanti.

    Ogni notte, quando nella sala si spegnevano le luci, gli spartiti cominciavano le loro conversazioni.

    Ottavia la Croma correva da un leggio all’altro portando notizie che nessuno le aveva chiesto.

    — Domani provano Mozart! Ho sentito tutto! Orchestra completa! Due oboi! Due corni! Pubblico! E forse perfino biscotti nell’intervallo!

    — I biscotti non riguardano la musica — borbottava Herr Fagotto.

    Herr Fagotto era un vecchio strumento che viveva appoggiato nell’angolo e considerava tutto ciò che era accaduto dopo la propria giovinezza un progressivo deterioramento della civiltà.

    — Ai miei tempi… — diceva spesso.

    Nessuno aveva mai capito esattamente quali fossero i suoi tempi.

    Cambiavano a seconda dell’argomento.

    Madame Ragnatela, invece, viveva sopra il Gigante.

    Era una piccola ragna convinta di essere stata nominata Custode Generale dell’Archivio, benché nessuno ricordasse da chi.

    — Il Gigante è perfettamente conservato — dichiarava.

    — Mi stai ricoprendo di ragnatele — osservava lui.

    — Conservazione preventiva.

    — Non riesco quasi più a vedere.

    — La luce rovina la carta.

    E così passavano gli anni.

    Gli spartiti arrivavano.

    Venivano aperti.

    Suonati.

    Richiusi.

    Altri diventavano di moda.

    Altri smettevano di esserlo.

    Il Gigante rimaneva lì.

    Ma ciò che nessuno sapeva era che non era stato dimenticato del tutto.

    Era lui che aveva imparato a nascondersi.

    Molto tempo prima aveva conosciuto mani che lo sfogliavano, musicisti che si chinavano sulle sue pagine, voci che trasformavano quei piccoli segni neri in qualcosa capace di riempire una chiesa.

    Ricordava un uomo.

    Non il suo volto con precisione.

    Piuttosto le mani.

    Mani stanche, forti, veloci.

    Mani che avevano scritto.

    Corretto.

    Cancellato.

    Ricomposto.

    Quelle mani non c’erano più.

    Nemmeno quelle voci.

    E il Gigante aveva scoperto una delle cose più difficili da comprendere:

    il tempo porta via anche ciò che credevamo dovesse restare.

    Perciò aveva preso una decisione.

    Non avrebbe più cantato.

    Se fosse rimasto chiuso, nulla sarebbe cambiato.

    Nessuna nuova voce avrebbe preso il posto delle antiche.

    Nessuno avrebbe potuto suonarlo diversamente.

    Il passato sarebbe rimasto al sicuro.

    O almeno così credeva.

    Ogni pomeriggio, però, arrivava nella sala una bambina.

    Si chiamava Lotte.

    Aveva nove anni, due trecce che non rimanevano mai della stessa lunghezza e una curiosità considerata eccessiva da tutti gli adulti tranne suo padre, che lavorava nella sala e aveva ormai rinunciato a impedirle di fare domande.

    Lotte non sapeva leggere una partitura.

    Quindi, a differenza degli adulti, non aveva paura degli spartiti importanti.

    Un giorno si sedette per terra davanti allo scaffale.

    Guardò il Gigante.

    — Tu devi essere molto triste.

    Il libro ebbe un sussulto.

    Naturalmente Lotte non poteva sentirlo parlare.

    O forse sì.

    Nelle favole questa distinzione non è mai stata particolarmente utile.

    — Perché? — domandò il Gigante.

    — Perché nessuno ti apre.

    — Forse non voglio essere aperto.

    Lotte ci pensò.

    — Questo è ancora più triste.

    Il Gigante si offese.

    — Io appartengo a un altro tempo.

    — Anche mio nonno apparteneva a un altro tempo.

    Il libro tacque.

    — Dov’è?

    Lotte abbassò gli occhi.

    — Non c’è più.

    Per qualche momento nessuno disse nulla.

    Persino Ottavia la Croma, che era passata per annunciare una faccenda urgentissima riguardante una forcella dinamica, decise di rimandare.

    Poi Lotte sorrise.

    — Però alcune cose che diceva le dico anch’io.

    Il Gigante non capì.

    Lotte si alzò e corse da suo padre.

    Ma quella frase rimase fra le pagine.

    Qualche tempo dopo arrivò nella sala un giovane.

    Aveva vent’anni, capelli che sembravano aver discusso con il pettine e perso ogni interesse nella riconciliazione, e una curiosità almeno pari a quella di Lotte.

    Si chiamava Felix Mendelssohn.

    Minuetto lo osservò.

    — Troppo giovane.

    Herr Fagotto:

    — Ai miei tempi a vent’anni si aveva già la decenza di sembrare stanchi.

    Felix cominciò a esaminare gli spartiti.

    Ne aprì uno.

    Poi un altro.

    Poi arrivò allo scaffale del Gigante.

    Madame Ragnatela scese immediatamente.

    — Vietato.

    Felix, naturalmente, non la sentì.

    Allungò la mano.

    Il Gigante si irrigidì.

    La copertina si aprì.

    Una nube di polvere investì Felix.

    Ottavia starnutì per sette battute consecutive.

    Felix cominciò a leggere.

    Prima lentamente.

    Poi sempre più attentamente.

    Il Gigante sentì qualcosa che non provava da anni.

    Le note dentro di lui si muovevano.

    Una voce lontana sembrò svegliarsi.

    Poi un’altra.

    Poi un coro.

    Il vecchio libro ebbe paura.

    Si richiuse di colpo.

    Felix fece un passo indietro.

    — Curioso.

    — Maleducato! — protestò il Gigante.

    — Interessante — disse Felix.

    — Ho detto maleducato!

    Ma Felix lo riaprì.

    Minuetto osservava la scena con crescente preoccupazione.

    — Questo giovane non conosce il rispetto per la musica antica.

    Herr Fagotto brontolò:

    — Finalmente.

    Quella notte Felix fece un sogno.

    Si trovava nella grande sala, ma gli scaffali erano diventati altissimi e i fogli volavano nell’aria come uccelli bianchi.

    In fondo c’era il Gigante.

    — Perché non vuoi essere suonato? — gli domandò Felix.

    — Perché nessuno può suonarmi come allora.

    Felix rimase in silenzio.

    — È vero — disse infine.

    Il Gigante non si aspettava quella risposta.

    — Allora lasciami qui.

    — No.

    — Perché?

    Felix si avvicinò.

    — Perché ricordare non significa rifare ieri.

    — E allora cosa significa?

    Felix guardò le sue pagine.

    — Permettere a ieri di arrivare fino a domani.

    Il Gigante tremò.

    — Ma se nuove voci canteranno le mie note, quelle antiche scompariranno.

    Felix indicò Lotte, che nel sogno era seduta in fondo alla sala.

    — Quando lei ripete una frase di suo nonno, cancella forse suo nonno?

    Il Gigante guardò la bambina.

    — No.

    — Allora forse una voce nuova non cancella quella vecchia.

    Felix sorrise.

    — Forse la porta più lontano.

    Il Gigante non rispose.

    Perché ci sono pensieri che, quando arrivano davvero in profondità, hanno bisogno di silenzio prima di trovare una risposta.

    Cominciarono le prove.

    E furono un disastro.

    Almeno secondo Herr Fagotto.

    — Troppo veloci.

    — Non abbiamo ancora cominciato — gli fecero notare.

    — Appunto. Una fretta insopportabile.

    Ottavia la Croma correva sui pentagrammi gridando:

    — Sveglia! Sveglia! Dopo quasi cent’anni non possiamo presentarci spettinate!

    Minuetto si offrì come consulente artistico.

    — Io accorcerei.

    — Cosa?

    — Tutto.

    — Perché?

    — Il pubblico moderno.

    — E cosa vuole il pubblico moderno?

    Minuetto si fermò.

    — Non ne ho idea. Ma tutti dicono che bisogna darglielo.

    Madame Ragnatela soffriva moltissimo.

    Ogni volta che qualcuno girava una pagina, una sua ragnatela veniva distrutta.

    — Barbarie! — gridava. — Anni di lavoro archivistico!

    Poco a poco, però, accadde qualcosa.

    Le note che da tanto tempo erano rimaste immobili cominciarono a ricordare che non erano nate per essere guardate.

    Una dopo l’altra diventavano suono.

    Il Gigante ascoltava.

    Erano voci diverse.

    Mani diverse.

    Un tempo diverso.

    All’inizio gli faceva male.

    Poi comprese una cosa strana.

    Quelle nuove voci non stavano prendendo il posto delle vecchie.

    Stavano facendo ciò che le vecchie avevano fatto prima di loro:

    ricevevano la musica.

    E poi la consegnavano.

    Arrivò l’11 marzo 1829.

    La sala della Sing-Akademie di Berlino era piena.

    Felix Mendelssohn salì sul podio.

    Il Gigante era aperto davanti a lui.

    Le pagine tremavano.

    — Posso ancora scappare — disse Minuetto, nascosto sotto una sedia.

    — Tu non fai neppure parte dell’opera — sibilò Ottavia.

    — Precisamente. Ho meno da perdere.

    Herr Fagotto prese posizione.

    — Se proprio dobbiamo assistere a un evento storico, spero almeno che finisca a un’ora ragionevole.

    Il Gigante non li ascoltava.

    Guardava il pubblico.

    Volti nuovi.

    Vestiti nuovi.

    Un altro secolo.

    — Non mi riconosceranno — sussurrò.

    Felix posò una mano sulla partitura.

    Per un istante il Gigante ebbe l’impressione che potesse sentirlo.

    — Mi stai riportando indietro? — domandò.

    Felix sollevò gli occhi.

    E nella lingua misteriosa che talvolta esiste fra un musicista e una pagina rispose:

    — No. Ti sto affidando al futuro.

    Alzò le braccia.

    Silenzio.

    Poi cominciò la musica.

    La prima frase attraversò la sala.

    Il Gigante riconobbe ogni nota.

    Ma nessuna voce.

    Per un istante sentì una fitta.

    Non sono loro.

    Poi una voce raccolse una frase.

    Un’altra la portò avanti.

    Gli strumenti la avvolsero.

    Il coro la sollevò.

    E qualcosa cominciò a passare da una persona all’altra.

    Non si vedeva.

    Eppure c’era.

    Come una piccola luce.

    Dal compositore alle pagine.

    Dalle pagine ai musicisti.

    Dai musicisti al pubblico.

    Dal passato al presente.

    Il Gigante comprese finalmente ciò che aveva sbagliato per tanti anni.

    Aveva creduto che vivere significasse restare uguale.

    Invece vivere significava continuare a essere ricevuto.

    Bach non tornò nella sala.

    Le vecchie voci non ricomparvero.

    Nessuna mano morta tornò a sfogliare le pagine.

    E proprio per questo il miracolo era più grande.

    Il passato non era ritornato.

    Aveva trovato una strada per andare avanti.

    Sotto la sedia, Minuetto era diventato stranamente silenzioso.

    Ottavia lo guardò.

    — Che c’è?

    — Non è affatto moderno.

    — È un problema?

    Minuetto ascoltò ancora un poco.

    — No.

    Poi, quasi controvoglia:

    — Credo che sia il contrario.

    Herr Fagotto si asciugò un occhio.

    — State piangendo?

    — Condensa.

    — In marzo?

    — Condensa storica.

    Quando l’ultima nota si spense, per qualche secondo nessuno si mosse.

    Il Gigante aspettò.

    Poi arrivarono gli applausi.

    Forti.

    Lunghi.

    Il vecchio libro sentì qualcosa di simile alla felicità.

    — Sono tornato — disse.

    Madame Ragnatela, per una volta, non rispose.

    Perché il momento più importante non era ancora arrivato.

    Fuori dalla sala, Lotte camminava accanto a suo padre.

    Aveva ascoltato tutto.

    Non aveva capito tutte le parole.

    Non conosceva la storia di quello spartito.

    Non sapeva nemmeno spiegare perché quella musica l’avesse colpita.

    Ma mentre percorreva la strada cominciò, senza accorgersene, a canticchiare una piccola frase.

    Il Gigante la sentì dalla finestra.

    — La mia musica!

    Lotte continuava ad allontanarsi.

    — Sta portando via la mia musica!

    Madame Ragnatela scese lentamente sulla copertina.

    — No.

    — Come no? La senti?

    — Certamente.

    — Allora cosa sta facendo?

    La ragna guardò la bambina scomparire all’angolo della strada.

    — La sta portando avanti.

    E allora il Gigante ricordò.

    Una bambina seduta per terra.

    Due trecce disuguali.

    Una frase pronunciata quasi per caso:

    Alcune cose che diceva mio nonno le dico anch’io.

    Finalmente comprese.

    Le persone non sconfiggono il tempo impedendo alle cose di cambiare.

    Lo attraversano lasciando qualcosa nelle mani, nelle parole, nei gesti e nella memoria di chi viene dopo.

    Quella notte il Gigante tornò sullo scaffale.

    Minuetto gli si avvicinò.

    — Allora?

    — Allora cosa?

    — Sei tornato giovane?

    — No.

    — Sei diventato moderno?

    — No.

    — Famoso?

    Il Gigante rifletté.

    — Forse.

    Minuetto sembrò soddisfatto.

    — Lo sapevo.

    — Ma non importa.

    Minuetto rimase profondamente turbato da un’affermazione tanto poco mondana.

    — E allora che cosa importa?

    Il Gigante guardò le proprie pagine.

    — Che domani qualcuno possa aprirmi di nuovo.

    Madame Ragnatela cominciò istintivamente a tessere un filo sulla copertina.

    Il Gigante lo scostò con dolcezza.

    — Questa volta no.

    — Come sarebbe?

    — Lasciami aperto.

    — Ma la polvere!

    — Entrerà.

    — La luce!

    — Entrerà anche quella.

    — Le dita!

    — Gireranno le pagine.

    Madame Ragnatela era scandalizzata.

    — Ti rovinerai.

    Il Gigante sorrise.

    — Forse. Ma almeno vivrò.

    E quella notte rimase leggermente aperto sullo scaffale.

    Non aspettava più qualcuno capace di riportarlo nel passato.

    Aspettava qualcuno disposto a portarlo ancora un poco verso il futuro.

    E, da qualche parte nelle strade di Berlino, una bambina continuava a cantare.

    Ricordare non significa trattenere il passato perché rimanga immobile. Significa consegnare ciò che abbiamo ricevuto a qualcuno che verrà dopo di noi. Le cose veramente vive cambiano voce, cambiano mani, attraversano altri tempi; ed è proprio così che non finiscono con chi le ha create.


    BOX STORICO

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  • Maestro Metròn e la pausa proibita

    Nella Vienna di Beethoven, un piccolo metronomo scopre che il tempo si può misurare, ma la musica no.

    di Marialuisa Veneziano

    ***********

    🎧 MUSICA PER LA LETTURA
    Per accompagnare Maestro Metròn e la pausa proibita, si consiglia l’ascolto dell’Allegretto della Sinfonia n. 7 in la maggiore, op. 92 di Ludwig van Beethoven, nell’esecuzione diretta da Nikolaus Harnoncourt. Circa otto minuti costruiti sopra una pulsazione regolare e inesorabile, quasi il tic tac di un grande metronomo invisibile; eppure, sopra quel battito, Beethoven lascia che la musica respiri, cresca, cambi intensità e diventi profondamente umana. È proprio il cuore della nostra favola: il tempo può essere misurato, ma la musica comincia davvero quando la misura smette di essere una gabbia.
    Clicca sulla freccia del logo “cuffie”, premi play e comincia a leggere.

    A Vienna, in un inverno in cui persino la neve sembrava cadere con educazione, viveva un ragazzo di tredici anni chiamato Matthias.

    Matthias studiava pianoforte.

    Non era un bambino prodigio, cosa che gli dispiaceva moltissimo, soprattutto perché aveva letto che i bambini prodigio cominciavano generalmente prima di lui e avevano già composto almeno tre concerti nell’età in cui Matthias aveva imparato a non rovesciare la minestra.

    Possedeva però una qualità rara:

    era preciso.

    Terribilmente preciso.

    Le sue scale cominciavano all’ora stabilita, le dita cadevano sui tasti esattamente dove dovevano cadere e, se sullo spartito compariva una semiminima, Matthias la trattava con un rispetto quasi amministrativo.

    Il suo maestro, Herr Weiss, glielo ripeteva spesso:

    — Matthias, tu suoni tutto correttamente.

    Il ragazzo sorrideva.

    Poi arrivava sempre la seconda frase.

    — Purtroppo.

    Matthias non aveva mai capito come una cosa potesse essere corretta e, nello stesso tempo, sbagliata.

    Gli sembrava un’offesa alla logica.

    Un pomeriggio Herr Weiss arrivò con una scatola.

    — È per te.

    Dentro c’era uno strano oggetto di legno, con un’asta metallica che oscillava da una parte all’altra.

    — Un metronomo.

    Matthias lo guardò come altri bambini avrebbero guardato un cavallo bianco.

    Herr Weiss lo caricò.

    Tic. Tac. Tic. Tac.

    — Serve a mantenere il tempo.

    Gli occhi del ragazzo si illuminarono.

    Finalmente.

    Qualcuno che non diceva “con più sentimento”, “respira la frase”, “non avere fretta ma non rallentare”.

    Il metronomo non parlava per enigmi.

    Sessanta era sessanta.

    Ottanta era ottanta.

    Centoventi, grazie al cielo, era centoventi.

    Matthias lo portò nella propria stanza e passò il pomeriggio a studiare.

    Tic. Tac.

    Scale.

    Tic. Tac.

    Arpeggi.

    Tic. Tac.

    Studi.

    Mai un’esitazione.

    Quella sera andò a letto felice.

    A mezzanotte fu svegliato da un rumore.

    Tic.

    Aprì gli occhi.

    Tac.

    Si mise seduto.

    Il metronomo si muoveva da solo.

    — Avete dimenticato di spegnermi — disse una voce.

    Matthias spalancò la bocca.

    — Avete parlato?

    — Ovviamente.

    — I metronomi non parlano.

    — Nemmeno i pianisti dovrebbero farlo durante l’esecuzione, eppure ne conosco parecchi che gemono.

    Matthias accese la candela.

    — Come vi chiamate?

    L’asta oscillò con dignità.

    — Maestro Metròn. Custode del Tempo, Difensore della Regolarità e Nemico Naturale dei Rubati Mal Giustificati.

    — È un nome molto lungo.

    — A sessanta battiti al minuto richiede esattamente il tempo necessario.

    Matthias era incantato.

    Finalmente aveva incontrato qualcuno che la pensava come lui.

    Da quel giorno divennero inseparabili.

    Maestro Metròn regolava ogni cosa.

    — Ottanta per le scale.

    — Cento per gli esercizi.

    — Sessantasei per l’Adagio.

    Matthias obbediva.

    Metròn cominciò poi a occuparsi anche del resto della casa.

    Cronometrò la cameriera mentre spazzava il pavimento.

    — Troppo irregolare.

    Misurò il passo del gatto.

    — Indisciplinato.

    Provò perfino a stabilire la durata corretta degli abbracci della madre di Matthias.

    — Quattro battiti sono sufficienti.

    — Ma è mia madre.

    — Il sentimento non autorizza l’anarchia.

    Quando la sorellina di Matthias scoppiò a ridere durante la cena, Metròn gridò:

    — Fuori tempo!

    — Sta ridendo — protestò Matthias.

    — Precisamente. Nessuna struttura riconoscibile.

    Il ragazzo cominciò a pensare che il suo nuovo amico fosse forse un po’ esigente.

    Ma al pianoforte i risultati erano straordinari.

    Non accelerava più.

    Non rallentava.

    Non sbagliava quasi nulla.

    Arrivò il giorno in cui Herr Weiss lo ascoltò eseguire un Adagio.

    Matthias suonò tutto perfettamente.

    Terminò.

    Il maestro sospirò.

    — Impeccabile.

    Matthias attese.

    — E?

    — È morto.

    — Come sarebbe morto?

    — Non saprei. Devi averlo ucciso durante la seconda pagina.

    Maestro Metròn, dal tavolo, si indignò.

    — Calunnia!

    Herr Weiss non lo sentì.

    Matthias invece sì.

    — Ho rispettato ogni valore.

    — Lo so — rispose il maestro. — È questo che mi preoccupa.

    Qualche settimana dopo Herr Weiss portò Matthias ad ascoltare un uomo famoso.

    Ludwig van Beethoven.

    Matthias lo immaginava solenne, ordinato e probabilmente circondato da una luce speciale.

    Trovò invece un uomo spettinato, con carte ovunque e un’espressione che suggeriva che il mondo gli avesse fatto perdere parecchio tempo.

    — Suona — disse Beethoven.

    Matthias si sedette.

    Maestro Metròn fu collocato accanto al pianoforte.

    Tic. Tac.

    Il ragazzo cominciò.

    Nessun errore.

    Nessuna esitazione.

    Nessuna sorpresa.

    Quando terminò, Beethoven rimase in silenzio.

    — Ho sbagliato qualcosa? — domandò Matthias.

    — Purtroppo no.

    Il ragazzo trasalì.

    Era esattamente la frase di Herr Weiss.

    — Allora era perfetto.

    Beethoven guardò il metronomo.

    — Anche un orologio è perfetto. Non gli affiderei una sonata.

    Maestro Metròn accelerò leggermente per l’indignazione.

    — Ma il metronomo mi dice il tempo — protestò Matthias.

    Beethoven indicò l’oggetto.

    — Quello può dirti quanto dura un minuto.

    Poi gli toccò leggermente il petto.

    — Questo deve ancora decidere che cosa farsene.

    Metròn non parlò per tutto il viaggio di ritorno.

    Era la prima volta che Matthias lo vedeva offeso.

    Quella notte, però, il metronomo prese una decisione.

    — Dimostrerò a quell’uomo spettinato che la precisione può rendere perfetto il mondo intero.

    — In che modo?

    — Mettendolo a tempo.

    Prima che Matthias potesse fermarlo, Maestro Metròn cominciò a battere.

    TIC. TAC. TIC. TAC.

    Il suono attraversò le pareti.

    Scese nelle strade.

    Entrò negli orologi.

    Passò nei campanili.

    E Vienna cominciò a seguirlo.


    La mattina seguente tutti camminavano allo stesso ritmo.

    Le carrozze partivano contemporaneamente.

    I fornai impastavano in perfetta sincronia.

    I barbieri sollevavano i rasoi nello stesso istante.

    Le campane delle chiese suonavano con una precisione tale che persino gli angeli, se esistevano, probabilmente controllarono l’orologio.

    All’inizio la città era entusiasta.

    Nessuno arrivava tardi.

    Nessuno interrompeva nessuno.

    Le file scorrevano magnificamente.

    Il ministro dell’Ordine Pubblico dichiarò quella mattina la più riuscita nella storia dell’Impero.

    Poi cominciarono i problemi.

    Un bambino cadde.

    Sua madre si fermò per aiutarlo, ma la folla continuò a camminare.

    TIC. TAC.

    Un vecchio cercò di attraversare una strada.

    Non riusciva a seguire il ritmo.

    — Più veloce! — ordinò Metròn.

    — Non posso — disse l’uomo.

    — Il tempo non aspetta.

    Matthias lo aiutò a raggiungere il marciapiede.

    — Maestro Metròn, non può andare più piano?

    — Se rallentassi per lui, tutti perderebbero il tempo.

    — Ma lui ha bisogno di più tempo.

    — Tutti hanno lo stesso.

    Matthias guardò il vecchio.

    Per la prima volta quella frase non gli parve giusta.

    In una casa, una madre cullava un neonato.

    Il bambino stava per addormentarsi.

    TIC. TAC.

    Il ritmo aumentò.

    Il piccolo si svegliò piangendo.

    Due innamorati si salutarono davanti a una carrozza.

    Lui la baciò.

    TIC.

    — Tempo scaduto! — ordinò Metròn.

    — Un momento.

    TAC.

    — Ho detto tempo scaduto.

    Matthias intervenne:

    — Forse un bacio non dura sempre lo stesso numero di battiti.

    — Ecco perché i baci non hanno mai prodotto una civiltà efficiente.

    Il ragazzo non ne fu completamente sicuro.


    Nel pomeriggio l’orchestra di Vienna tenne un concerto.

    Fu l’esecuzione più precisa che si fosse mai ascoltata.

    Tutti gli attacchi insieme.

    Tutte le durate esatte.

    Nessuna libertà.

    Nessuna esitazione.

    Nessun errore.

    Quando terminò, nessuno applaudì.

    Non perché fosse brutto.

    Peggio.

    Non aveva detto nulla.

    Matthias guardò Maestro Metròn.

    — Vi è piaciuto?

    — Tecnicamente irreprensibile.

    — Non vi ho chiesto questo.

    Per la prima volta Metròn esitò.

    Tic…

    L’asta riprese.

    — Tecnicamente irreprensibile — ripeté.

    Ma con minore convinzione.

    Quella sera Matthias avrebbe dovuto suonare davanti a Beethoven.

    La sala era piena.

    Maestro Metròn impose il tempo.

    — Sessantasei.

    Matthias cominciò.

    TIC. TAC.

    Suonò bene.

    Poi arrivò a una frase lenta.

    Una nota saliva verso un’altra e sembrava chiedere qualcosa.

    Matthias sentì che avrebbe dovuto aspettare.

    TIC.

    Le dita avrebbero dovuto proseguire.

    Non lo fecero.

    TAC.

    Matthias rimase fermo.

    Maestro Metròn cominciò ad agitarsi.

    — Riprendi!

    Il ragazzo lasciò vivere il silenzio.

    Un secondo.

    Due.

    Tre.

    — FUORI TEMPO!

    Matthias guardò il pubblico.

    In fondo alla sala vide il vecchio incontrato quella mattina.

    Era arrivato tardi.

    Respirava affannosamente.

    Matthias aspettò.

    Finché il vecchio sollevò lo sguardo.

    Poi riprese a suonare.

    Non quando lo ordinò Metròn.

    Quando la frase lo chiese.

    La musica cambiò.

    Non diventò disordinata.

    Diventò viva.

    Una frase accelerò leggermente perché aveva fretta di arrivare.

    Un’altra rallentò perché non voleva ancora andarsene.

    Una pausa durò abbastanza da permettere a tutti di sentirne la mancanza.

    Matthias continuava a rispettare il ritmo.

    Ma non ne era più prigioniero.

    Beethoven sorrise.

    Una donna chiuse gli occhi.

    Il vecchio in fondo alla sala respirò lentamente.

    E Maestro Metròn, per la prima volta dalla sua costruzione, smise di battere.

    Quando il brano terminò, Matthias si voltò.

    Il metronomo era immobile.

    — Vi siete rotto?

    — No.

    — Allora perché avete smesso?

    Metròn tacque.

    Poi disse:

    — Quella pausa…

    — Quale?

    — Quella troppo lunga.

    — Sì?

    — Non era scritta.

    — No.

    L’asta si mosse appena.

    — Era bella.

    Matthias sorrise.

    — Molto fuori tempo?

    — Mostruosamente.

    Silenzio.

    — Ma bella.

    Da quel giorno Vienna tornò lentamente a essere Vienna.

    Le carrozze ripresero ad arrivare in ritardo.

    I bambini corsero a velocità imprevedibili.

    I vecchi attraversarono le strade con il tempo necessario.

    Gli innamorati, con grande scandalo del ministero, tornarono a decidere autonomamente la durata dei propri baci.

    E Matthias continuò a studiare ogni mattina con Maestro Metròn.

    Scale.

    Tic. Tac.

    Arpeggi.

    Tic. Tac.

    Passaggi difficili.

    Tic. Tac.

    Un giorno, molti anni dopo, Matthias aprì un Adagio.

    Era ormai un pianista.

    Maestro Metròn era diventato vecchio. Il legno portava piccoli graffi e l’asta oscillava con una certa dignitosa stanchezza.

    — Maestro?

    — Sì?

    — A che tempo dovrei suonarlo?

    Per la prima volta nella sua lunga vita, il metronomo rispose:

    — Non lo so.

    Matthias sorrise.

    Metròn aggiunse:

    — Posso aiutarti a trovarlo.

    — E poi?

    Il vecchio metronomo fece un piccolo tic.

    — Poi ascolta.

    Matthias mise le mani sulla tastiera.

    E Maestro Metròn tacque.

    Non perché non avesse più nulla da insegnargli.

    Ma perché aveva finalmente imparato quando era il momento di lasciarlo suonare.

    Le regole sono preziose quando ci insegnano a diventare liberi; diventano gabbie quando pretendono di scegliere al posto nostro. La precisione può insegnare alla musica a stare in piedi, ma soltanto l’ascolto, il pensiero e il sentimento possono insegnarle dove andare.


    BOX STORICO

    Il metronomo meccanico entrò nella vita musicale europea all’inizio dell’Ottocento grazie a Johann Nepomuk Mälzel. Beethoven fu tra i compositori più interessati alla nuova invenzione e indicò valori metronomici per numerose proprie opere. La nostra favola parte proprio da questo incontro fra una grande aspirazione moderna — misurare con precisione il tempo musicale — e una domanda che nessun numero può risolvere completamente: quanto spazio rimane all’interprete?

    4 risposte a “Maestro Metròn e la pausa proibita”

    1. Avatar Danilo
      Danilo

      Al momento la più bella storia tra quelle pubblicate.

    2. Avatar left2ba3d74a7e4
      left2ba3d74a7e4

      Quante volte nella vita confondiamo ciò che è giusto con ciò che è semplicemente misurabile?
      Misuriamo i voti, gli stipendi, i risultati, i numeri, le classifiche. Ci rassicura ciò che può essere contato, confrontato, archiviato. Ma non tutto ciò che conta può essere contato.
      L’amore di una madre per un figlio non si misura. La fedeltà a un principio non si misura. Il coraggio di rialzarsi dopo una sofferenza, la gentilezza offerta in silenzio, il tempo dedicato a chi ha bisogno non trovano posto in una tabella o in una statistica.
      Eppure, proprio queste realtà spesso costituiscono la parte più autentica della nostra esistenza.
      La filosofia ci ricorda che il bene non coincide sempre con l’utile, e che la verità non coincide necessariamente con ciò che è quantificabile. Viviamo in un’epoca che tende a dare valore a ciò che produce risultati visibili, dimenticando che alcune delle cose più importanti maturano nell’invisibile: una coscienza retta, un legame sincero, una scelta giusta compiuta senza testimoni.
      Forse la saggezza consiste anche in questo: imparare a distinguere tra ciò che ha un prezzo e ciò che ha un valore.
      Perché non tutto ciò che è misurabile è importante, e non tutto ciò che è importante è misurabile. E spesso, ciò che è davvero giusto si riconosce non con il metro dei numeri, ma con quello della coscienza.

    3. Avatar
      Anonimo

      Dialogo dal quale emerge una sorprendente, anche se risaputa, profondita’ di pensiero.

      1. Avatar left2ba3d74a7e4
        left2ba3d74a7e4

        Condivido. Come insegnava Socrate, la vera scoperta non consiste sempre nel trovare qualcosa di nuovo, ma nel far emergere ciò che era già presente, seppur nascosto, nella nostra coscienza.

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  • La Sinfonia degli Addii

    Nel palazzo degli Esterházy, Haydn affidò al silenzio una ribellione destinata a ricordare al potere che l’arte si può sostenere, ma non possedere.

    di Marialuisa Veneziano

    **************

    🎧 Musica per la lettura
    Per accompagnare La Sinfonia degli addii, si consiglia l’ascolto del Finale: Presto – Adagio della Sinfonia n. 45 in fa diesis minore di Joseph Haydn, nell’esecuzione dell’Academy of St Martin in the Fields, diretta da Sir Neville Marriner. Quasi otto minuti nei quali l’orchestra prima si infiamma, poi si svuota lentamente: una luce, uno strumento e un musicista alla volta. La musica reale che ispirò la novella diventa così la sua voce più segreta. Clicca sulla freccia del logo “cuffie”, premi play e comincia a leggere.


    Il principe Esterházy possedeva un palazzo, molti cavalli, una collezione di orologi e un’orchestra.

    Almeno, era convinto di possedere tutte queste cose nello stesso modo.

    I cavalli correvano quando venivano spronati, gli orologi suonavano all’ora stabilita e i musicisti, opportunamente nutriti e vestiti, eseguivano ciò che veniva posto sui loro leggii.

    Tra loro c’era Elias Hartmann, diciannove anni, secondo violino e proprietario di un’inconveniente quantità di pensieri.

    Il principe non lo chiamava mai Elias.

    — Secondo Violino, più piano.

    — Secondo Violino, accompagnate la contessa.

    — Secondo Violino, questa sera indosserete la livrea nuova.

    Elias obbediva. Ma ogni volta aveva la sensazione che il suo nome rimanesse appeso fuori dalla porta insieme al cappotto.

    A corte i musicisti portavano giacche ricamate, calze bianche e scarpe lucide. Dovevano essere eleganti, puntuali e possibilmente muti quando non suonavano. La nobiltà amava molto l’arte, soprattutto quando l’arte conosceva il proprio posto e non chiedeva di sedersi a tavola.

    Joseph Haydn, maestro della cappella, conosceva bene quella strana condizione.

    Era rispettato come compositore, applaudito come genio e convocato come un domestico quando il principe desiderava una nuova sinfonia fra la zuppa e l’arrosto.

    Sopportava tutto con un’ironia tanto discreta da sembrare buona educazione.

    — Maestro — gli domandò un giorno Elias — vi considerate al servizio del principe?

    Haydn sollevò gli occhi dalla partitura.

    — Certamente.

    — E non vi pesa?

    — Mi pesa soprattutto quando il servizio coincide con l’ora di pranzo.

    Poi tornò a scrivere.

    Elias non seppe se avesse ricevuto una risposta o una lezione.

    Di notte componeva in segreto. Nascondeva i fogli sotto il materasso e scriveva alla luce di una candela consumata, mentre i compagni dormivano.

    Non sognava ancora la gloria. Desiderava qualcosa di più modesto e, per questo, assai più difficile: vedere il proprio nome sopra una musica nata dentro di lui.

    Un pomeriggio compose un breve adagio per violino e archi. Cominciava con quattro note esitanti, come passi davanti a una porta chiusa, poi si apriva in una melodia ampia e dolorosa.

    Lasciò il manoscritto sul proprio leggio durante le prove.

    La mattina seguente era scomparso.

    Tre giorni dopo, durante un ricevimento, l’intendente gli mise davanti una parte appena ricopiata.

    — Suonerete questo.

    Elias riconobbe immediatamente le proprie note.

    — Dove avete trovato la composizione?

    — Nella cappella musicale.

    — L’ho scritta io.

    L’intendente lo guardò con la pazienza riservata ai bambini e ai servi che confondono un pensiero con un diritto.

    — Appunto. L’avete scritta qui.

    Il salone era colmo di nobili. Parlavano di caccia, matrimoni e rendite mentre l’orchestra accordava gli strumenti. Una duchessa rideva così forte che il corno avrebbe potuto chiederle lezioni.

    Elias alzò l’archetto.

    Quando cominciò a suonare, però, le conversazioni si spensero.

    La melodia attraversò la sala e fece ciò che la musica compie nei suoi momenti migliori: costrinse persone molto sicure di sé a sentire qualcosa che non avevano ordinato.

    Alla fine, una contessa si avvicinò al principe.

    — Chi ha composto questo brano?

    Elias inspirò.

    Il principe rispose prima di lui:

    — Appartiene alla mia cappella.

    Non disse «Haydn». Non disse «Elias Hartmann».

    Disse che apparteneva al palazzo.

    Come un arazzo.

    Come una fontana.

    Come un levriero particolarmente intonato.

    Il giorno seguente Elias trovò il manoscritto ricopiato su carta preziosa, ornato dallo stemma degli Esterházy. Doveva essere donato a un ambasciatore in visita.

    In alto compariva il nome del principe.

    Quello dell’autore non c’era.

    Elias prese una penna e scrisse in fondo:

    Elias Hartmann, musicista.

    L’intendente lesse quelle parole. Poi estrasse un piccolo coltello e raschiò via il nome.

    La carta rimase più chiara in quel punto, come una cicatrice.

    — Ciò che viene composto al servizio di Sua Altezza appartiene a Sua Altezza.

    — Anche i pensieri?

    — Non siate insolente.

    — Cerco soltanto di capire in quale parte della mia testa comincino i possedimenti del principe.

    L’intendente arrossì.

    — Siete pagato, vestito e nutrito.

    — Anche i cavalli vengono nutriti. Eppure nessuno sostiene che abbiano costruito le strade che percorrono.

    La battuta fece il giro dell’orchestra prima di sera. L’intendente, invece, non la trovò divertente. Gli intendenti raramente apprezzano l’ironia: temono che sia una serratura della quale non possiedono la chiave.

    Elias decise che non avrebbe più suonato.

    Ma il vecchio violoncellista Márton lo fermò.

    — Tu puoi permetterti di essere licenziato?

    Elias tacque.

    — Io ho tre figli. Il fagottista mantiene sua madre. Il cornista deve ancora pagare il medico. La tua dignità è una cosa nobile, ragazzo. Cerca soltanto di non nutrirla con il pane degli altri.

    Quelle parole gli bruciarono più dell’umiliazione subita.

    Comprendeva adesso che anche il coraggio poteva diventare arrogante, quando pretendeva di scegliere il prezzo che altri avrebbero dovuto pagare.

    Prese il manoscritto sfregiato e raggiunse Haydn.

    Il compositore lo lesse senza parlare. Si soffermò sul punto in cui il nome era stato cancellato.

    — Voglio andarmene — disse Elias.

    — Potete farlo.

    — Tutto qui?

    Haydn posò il foglio.

    — Avere ragione è una consolazione molto economica. Non paga il viaggio e non cambia chi ha torto.

    — Dunque dovrei restare e tacere?

    — Non ho detto questo. Ho detto che una porta sbattuta libera chi esce, ma raramente educa chi rimane.

    Haydn aprì una nuova partitura.

    Sul frontespizio era scritto: Sinfonia in fa diesis minore.

    — Il principe ci trattiene da mesi nella residenza estiva. I musicisti desiderano tornare dalle loro famiglie. Le richieste sono state ignorate.

    — E allora?

    Haydn sfogliò le pagine.

    — Allora faremo ciò che ci riesce meglio.

    — Suoneremo?

    — Smetteremo di farlo.

    Nel movimento finale, le parti degli strumenti terminavano una dopo l’altra. Ogni musicista avrebbe spento la candela sul proprio leggio e lasciato la sala.

    — È una sinfonia che si arrende? — domandò Elias.

    — No. È una sinfonia che obbedisce con tale precisione da rendere impossibile punirla.

    — E pensate che il principe capirà?

    Haydn sorrise.

    — I principi comprendono molte cose. Di solito qualche minuto dopo che tutti gli altri le hanno capite.

    La sera del concerto il salone brillava di centinaia di candele.

    Il principe sedeva al centro, circondato da ospiti convinti che il mondo fosse stato creato per offrire loro una buona visuale.

    Elias indossava la livrea.

    Nella fodera aveva cucito il frammento di carta sul quale il suo nome era stato cancellato.

    La sinfonia cominciò con energia. L’orchestra avanzava compatta, disciplinata, magnificamente prigioniera.

    Il principe annuiva soddisfatto.

    Poi giunse l’ultimo movimento.

    L’oboista concluse la propria parte.

    Chiuse lo spartito.

    Spense la candela.

    E uscì.

    Il principe si voltò verso Haydn.

    — Il vostro oboista se ne sta andando.

    Haydn continuò a dirigere.

    — Pare proprio di sì, Altezza.

    — Perché?

    — Forse ha terminato.

    Poco dopo uscì il fagottista.

    Poi un cornista.

    Poi l’altro.

    Il pubblico sorrise. Sembrava una trovata teatrale.

    Ma quando tacque il contrabbasso, nessuno rise più.

    Ogni musicista che abbandonava la sala lasciava dietro di sé una sedia vuota e una piccola colonna di fumo.

    La musica diventava più sottile.

    Una voce in meno.

    Una luce in meno.

    Un uomo in meno.

    Quando arrivò il suo turno, Elias posò il violino nella custodia.

    Si tolse lentamente la livrea e la lasciò sulla sedia.

    Sotto indossava una semplice camicia bianca.

    Il principe si alzò.

    — Dove credete di andare, Secondo Violino?

    Elias si fermò.

    La sala trattenne il respiro.

    — Elias, Altezza.

    — Che cosa avete detto?

    — Mi chiamo Elias.

    Indicò la livrea e lo strumento.

    — Il Secondo Violino resta qui. Questi potete possederli.

    Poi uscì.

    Nella sala rimasero soltanto due violinisti.

    Suonarono una frase lenta, quasi nuda.

    Sembrava la voce di qualcuno che, dopo avere chiesto a lungo il permesso, avesse finalmente scelto la strada.

    Una candela si spense.

    Poi l’ultima.

    La nota morì.

    Il principe guardò la sala.

    Le sedie erano sue.

    I leggii erano suoi.

    Gli strumenti, le livree, le candele e persino il palazzo erano suoi.

    Eppure non possedeva più la musica.

    — Fateli tornare — ordinò.

    Haydn abbassò le mani.

    — Posso chiedere agli uomini di tornare, Altezza. Non posso comandarlo alla musica.

    — Li pago!

    — Pagate il loro lavoro. È l’unica parte di loro che vi sia mai appartenuta.

    Il principe vide la livrea abbandonata da Elias. Dalla fodera sporgeva un lembo di carta.

    Lo estrasse.

    Riconobbe il manoscritto dell’adagio e la ferita bianca lasciata dal nome raschiato.

    — Questa composizione è mia — disse.

    Haydn osservò l’orchestra vuota.

    — Allora, Altezza, fatela suonare.

    Il principe rimase in silenzio.

    Per la prima volta capì che si può possedere ogni cosa e non avere più nulla capace di vivere.

    La mattina seguente Elias fu convocato.

    Entrò senza livrea, certo di essere licenziato.

    Il principe aveva davanti il manoscritto. Sul punto raschiato era stata incollata una piccola striscia di carta.

    Vi era scritto:

    Elias Hartmann.

    — Signor Hartmann — disse il principe, e quelle due parole gli costarono più di un’intera orchestra — i musicisti possono partire.

    Elias chinò appena il capo.

    — L’orchestra del maestro Haydn, Altezza.

    Il principe strinse le labbra.

    Haydn, in fondo alla stanza, esaminò il soffitto con grandissimo interesse.

    — L’orchestra del maestro Haydn — corresse infine il principe.

    I musicisti partirono quella mattina.

    Quando tornarono a corte, settimane dopo, i loro nomi comparivano sul programma. Il principe non era diventato improvvisamente un filosofo, e gli artisti non erano ancora uomini completamente liberi.

    Ma qualcosa si era spezzato.

    Non una corda.

    Non una legge.

    Un’abitudine.

    Da allora il principe continuò a pagare la musica, ma non osò più credere di possedere coloro che la creavano.

    E quando chiamava Elias, non diceva più «Secondo Violino».

    Diceva il suo nome.

    Sostenere l’arte non significa possedere chi la crea. Il denaro può acquistare il tempo e il lavoro di un artista, ma non il suo pensiero né la sua dignità. Un uomo può servire la musica senza diventare servo di chi la paga.

    BOX STORICO

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  • La violinista senza volto

    La violinista senza volto

    Un altro volto di Venezia: quello delle ragazze che la città ascoltava senza vedere

    di Marialuisa Veneziano

                     **********

    🎧 Musica per la lettura
    Per accompagnare La violinista senza volto, si consiglia l’ascolto del Concerto in si minore per quattro violini e violoncello, RV 580, di Antonio Vivaldi. Quattro violini si cercano, si distinguono e tornano a unirsi all’orchestra: quasi l’immagine musicale delle ragazze della Pietà, diverse nelle loro voci e finalmente unite nel pronunciare il proprio nome. Clicca sulla freccia del logo “cuffie”, premi play e comincia a leggere.

    — Chi sta suonando?

    La domanda di un bambino attraversò la chiesa della Pietà proprio mentre il violino saliva verso una nota tanto sottile da sembrare un filo d’oro teso sopra il silenzio.

    Il padre gli posò una mano sulla spalla.

    — Non importa chi sia. Ascolta la musica.

    Nella cantoria, nascosta agli occhi del pubblico, Agata strinse l’archetto.

    Aveva sedici anni, un abito color cenere e nessun cognome. All’Ospedale della Pietà la chiamavano Agata del Violino, perché, quando una ragazza non possedeva una famiglia abbastanza importante da lasciarle un nome, finiva spesso per ricevere quello del proprio strumento.

    Agata aveva udito la risposta dell’uomo.

    Non importa chi sia.

    Continuò a suonare, ma da quel momento ogni nota le parve una porta chiusa.

    Alla Pietà vivevano ragazze giunte da luoghi diversi e, talvolta, da nessun luogo. Alcune erano state abbandonate ancora in fasce; altre avevano conosciuto troppo presto la povertà, la malattia o quella particolare solitudine che comincia quando gli adulti decidono che un bambino è diventato un peso.

    La musica non cancellava il loro passato. Gli offriva, però, una lingua.

    Caterina parlava con il violoncello. Serafina respirava attraverso l’oboe. Marta affidava alla viola tutto ciò che non riusciva a dire senza arrossire.

    Agata aveva scelto il violino, o forse era stato il violino a scegliere lei.

    Quando suonava, il mondo perdeva i suoi confini. Venezia non era più fatta di muri, acqua e finestre chiuse, ma di corde capaci di vibrare insieme. Perfino il dolore sembrava possedere una tonalità e, dunque, una possibilità di risolversi.

    Il maestro Vivaldi spiegava che, in un concerto, l’orchestra presentava un tema destinato a ritornare. Fra un ritorno e l’altro, il solista si allontanava, attraversava tonalità sconosciute, affrontava passaggi difficili e infine ritrovava il gruppo.

    — Il solista può andare lontano quanto desidera — diceva — purché sappia tornare.

    Agata pensava che tornare fosse facile soltanto quando qualcuno si accorgeva della tua assenza.

    Una mattina Vivaldi le consegnò la parte di un nuovo concerto.

    Agata sfogliò rapidamente le pagine. Verso la fine trovò alcune battute vuote.

    — Avete dimenticato di scriverle?

    — No.

    — E che cosa devo suonare?

    Il maestro indicò lo spazio bianco.

    — Ciò che io non posso scrivere al posto tuo.

    Era la cadenza: il momento in cui l’orchestra taceva e il solista rimaneva solo. L’interprete poteva mostrare la propria abilità, ma anche inventare, trasformare, rispondere alla musica ricevuta.

    Per molte notti Agata compose in segreto.

    La sua cadenza non cominciava con un gesto brillante. Nasceva da una sola nota, fragile e quasi incerta. Quella nota ne cercava un’altra, cadeva, risaliva e diventava infine una domanda sempre più urgente.

    Quando la suonò a maestra Prudenza, l’anziana musicista rimase immobile.

    Prudenza aveva trascorso quasi tutta la vita alla Pietà. Aveva insegnato a decine di ragazze, corretto centinaia di spartiti e imparato a nascondere ogni emozione dietro una compostezza impeccabile.

    — È troppo personale — disse infine.

    — Non dovrebbe esserlo?

    — Il pubblico viene per ascoltare il concerto del maestro.

    — Allora perché il maestro ha lasciato quelle battute vuote?

    Prudenza chiuse la partitura.

    — Per concederti libertà.

    Agata abbassò il violino.

    — Una libertà senza nome somiglia molto a un segreto.

    La maestra la guardò severamente, ma nei suoi occhi passò qualcosa che Agata non seppe riconoscere.

    Forse un ricordo.

    Forse una ferita che aveva imparato a comportarsi bene.

    Pochi giorni prima del concerto arrivò alla Pietà il marchese di Falken, un uomo tanto ricco che parlava del denaro con il tono di chi credeva di averlo inventato.

    Promise una donazione generosa: legna per l’inverno, medicine, corde nuove e strumenti.

    Pose però una condizione.

    Sul programma non sarebbe apparso il nome di nessuna musicista.

    — Il pubblico ama il mistero — spiegò. — Le fanciulle invisibili, gli angeli che suonano senza mostrarsi… È questo che rende la vostra orchestra così affascinante.

    Agata lo fissò.

    — E se volessimo essere considerate persone, invece che angeli?

    Il marchese sorrise.

    — Gli angeli sono molto più interessanti.

    — Perché non possono contraddirvi?

    Nella stanza cadde un silenzio improvviso.

    Le governatrici accettarono ugualmente la proposta. Senza quel denaro, molte ragazze avrebbero patito il freddo.

    Quella sera Prudenza raggiunse Agata nel dormitorio.

    — Dovrai suonare senza pretendere che venga annunciato il tuo nome.

    — Anche la cadenza?

    — Anche quella.

    — Ma l’ho scritta io.

    Prudenza guardò le finestre appannate.

    — Qualche volta dobbiamo rinunciare a qualcosa di nostro per aiutare chi amiamo.

    Agata osservò le altre ragazze addormentate. Una di loro tossiva piano sotto una coperta troppo sottile.

    — E quante volte bisogna rinunciare al proprio nome prima di non ricordare più di averne avuto uno?

    Prudenza non rispose.

    Per quarant’anni il pubblico aveva lodato le sue mani, la precisione del suo arco e la dolcezza del suo suono.

    Nessuno le aveva mai chiesto chi fosse.

    La sera del concerto, la chiesa era colma.

    Nobili, mercanti, artigiani e viaggiatori alzavano lo sguardo verso la cantoria. Delle musiciste si distinguevano soltanto ombre, archetti e bagliori di strumenti.

    Il concerto cominciò.

    Il tema passò dall’orchestra al violino e dal violino tornò all’orchestra. Agata suonava con precisione, ma dentro di lei la frase del padre continuava a ripetersi:

    Non importa chi sia.

    Giunse il momento della cadenza.

    Tutti gli strumenti tacquero.

    Agata rimase sola.

    La prima nota uscì quasi spezzata.

    Qualcuno tra il pubblico si mosse sulla sedia.

    La seconda nota cercò la prima. La terza salì con fatica, come una ragazza che tentasse di guardare oltre un muro troppo alto.

    Poi la musica si aprì.

    Il violino non chiedeva più permesso. Correva, cadeva e tornava a rialzarsi. Dentro quelle battute vivevano tutte le ragazze che avevano suonato senza essere nominate, tutte le mani applaudite senza che nessuno desiderasse stringerle, tutte le voci che il mondo aveva trovato meravigliose purché restassero senza volto.

    Agata raggiunse l’ultima nota e la lasciò sospesa nell’aria.

    Il pubblico attese la ripresa dell’orchestra.

    Ma Agata non abbassò l’archetto.

    Dal fondo della chiesa una voce domandò:

    — Chi ha scritto questa musica?

    Il marchese fece un gesto impaziente.

    — Continuate.

    Agata si alzò. Il suo volto rimaneva nascosto, ma la sua voce attraversò il legno e il silenzio.

    — Mi chiamo Agata del Violino. Questa cadenza è mia.

    Un brusio riempì la chiesa.

    Il marchese balzò in piedi.

    — Se queste sono le condizioni, la mia donazione è ritirata!

    Agata chiuse gli occhi.

    Pensò alle corde consumate, alle stanze fredde, alle medicine che non sarebbero arrivate. Per un istante temette di aver trasformato il proprio coraggio in una punizione per le altre.

    Poi, accanto a lei, Serafina si alzò.

    — Mi chiamo Serafina dell’Oboe.

    Marta fece lo stesso.

    — Marta della Viola.

    — Caterina del Violoncello.

    — Elisabetta del Corno.

    Una dopo l’altra, le ragazze pronunciarono il proprio nome.

    Non gridavano. Non ne avevano bisogno.

    Quaranta nomi, pronunciati lentamente, divennero più potenti di qualsiasi accordo.

    Il marchese uscì dalla chiesa. La porta si chiuse alle sue spalle con un colpo secco.

    Per qualche istante nessuno si mosse.

    Poi il bambino che aveva posto la prima domanda si avvicinò all’ingresso. Cercò nella tasca e depose sul pavimento una piccola moneta.

    — È per Agata — disse.

    Sua madre ne aggiunse un’altra.

    Un gondoliere lasciò il guadagno della sera. Una venditrice offrì poche monete di rame. Un vecchio posò sul tavolo ciò che aveva conservato per la cena.

    Infine si mossero anche i nobili, che non amavano apparire meno generosi dei gondolieri.

    Il denaro non arrivò con il rumore superbo della ricchezza.

    Cadde moneta dopo moneta, come una pioggia paziente.

    Alla fine bastò per comprare la legna, le medicine e le corde.

    Vivaldi sollevò l’archetto.

    — Da capo — disse.

    L’orchestra riprese il tema.

    Questa volta, quando giunse la cadenza, tutti sapevano chi la stesse suonando.

    E la musica, pur essendo la stessa, parve diversa.

    Perché un dono cambia quando finalmente conosciamo la mano che ce lo porge.

    Il mattino seguente, sopra la partitura comparvero poche parole:

    Concerto di Antonio Vivaldi
    Cadenza di Agata del Violino
    Eseguito dalle musiciste della Pietà

    Il pubblico continuò ad ascoltarle senza poterne distinguere chiaramente i volti.

    Ma da quel giorno, prima di ogni concerto, furono pronunciati i loro nomi.

    E nessuno osò più dire che non importava chi stesse suonando.

    Non basta ammirare ciò che una persona sa fare, se non siamo disposti a riconoscere chi è. La vera giustizia comincia quando, insieme alla bellezza, impariamo finalmente a pronunciare il nome di chi ce l’ha donata.

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  • La ragazza dietro il sipario

    La ragazza dietro il sipario

    Favola della notte in cui Venezia divenne un teatro.

    Di Marialuisa Veneziano

    ************

    🎧 Musica per la lettura
    Per accompagnare La ragazza dietro il sipario, si consiglia l’ascolto del Prologo, “L’Armonia”, dall’opera L’Ormindo di Francesco Cavalli, rappresentata al Teatro San Cassiano nel 1644.
    Una voce proveniente dal primo teatro musicale veneziano per seguire Lucia dietro il sipario, nel momento in cui l’opera cominciò ad aprire le proprie porte alla città.
    Clicca sulla freccia del paragrafo, avvia il brano e comincia subito a leggere: musica e favola termineranno quasi insieme.

    Venezia, nell’inverno del 1637, sembrava una città costruita apposta per ingannare gli occhi.

    I palazzi galleggiavano sull’acqua, le strade finivano nei canali e le persone indossavano maschere per mostrare con maggiore libertà ciò che erano davvero. Di notte, le luci delle finestre si spezzavano sulla laguna e ogni gondola pareva portare con sé un segreto.

    In una piccola bottega vicino a San Cassiano lavorava Lucia, figlia di un fabbricante di maschere.

    Suo padre modellava volti di cartapesta per nobili, attori e dame. Costruiva sorrisi per persone tristi, nasi severi per uomini ridicoli e guance innocenti per chi aveva parecchie cose da nascondere.

    — Una buona maschera — diceva — non serve a diventare qualcun altro. Serve a trovare il coraggio di essere se stessi senza farsi riconoscere.

    Lucia ritagliava stoffe, incollava piume e dipingeva sopracciglia sottilissime. Aveva quindici anni e una curiosità che suo padre considerava insieme un dono e una disgrazia.

    Da bambina aveva sentito parlare degli spettacoli organizzati nei palazzi. Musiche, scene dipinte, dèi che scendevano dal cielo, mostri che emergevano dal mare.

    Ma quegli spettacoli erano riservati ai principi e agli invitati.

    — Perché la musica può entrare soltanto nei palazzi? — domandava Lucia.

    — Perché i ricchi credono che una cosa diventi più preziosa quando gli altri non possono averla.

    Lucia guardava il sole riflettersi sul canale.

    — Allora il sole dev’essere molto povero.

    Un mattino arrivò una notizia straordinaria.

    Nel Teatro San Cassiano sarebbe stata rappresentata un’opera aperta non soltanto agli ospiti di una corte, ma a chiunque potesse acquistare un biglietto.

    Si sarebbe intitolata L’Andromeda.

    La città intera cominciò a parlarne. I nobili temevano di dover respirare la stessa aria dei mercanti. I mercanti speravano di sedersi accanto ai nobili per poter raccontare di averli visti sbadigliare. I gondolieri imparavano già le melodie fischiettate dai musicisti durante le prove.

    Lucia riuscì a farsi assumere come aiutante dietro le quinte.

    La prima volta che entrò nel teatro, rimase immobile.

    Il palcoscenico era un mondo ancora incompleto. C’erano colonne dipinte che da vicino sembravano storte, nuvole appese alle corde e onde costruite con tavole di legno. Carrucole, carrucole ovunque: servivano a sollevare divinità, cambiare fondali e far apparire creature marine.

    Lucia capì subito che il teatro era il luogo in cui si diceva la verità utilizzando quasi soltanto cose finte.

    Portava costumi, accendeva lucerne e aiutava suo padre a preparare le maschere. Conobbe cantanti convinti che il mondo finisse appena uscivano di scena e musicisti che litigavano per una nota mentre il tetto perdeva acqua.

    Il più anziano dei macchinisti si chiamava Bortolo.

    Conosceva ogni corda e ogni botola. Sapeva far volare un dio senza che perdesse la parrucca e far sorgere il sole anche durante un temporale. Ma da quando erano arrivati nuovi meccanismi, nessuno ascoltava più i suoi consigli.

    — Le macchine moderne fanno tutto da sole — gli dicevano.

    — Anche gli sciocchi fanno molte cose da soli — rispondeva Bortolo. — Non per questo funzionano meglio.

    Fra i finanziatori dello spettacolo vi era messer Alvise Dandolo, un nobile elegante, appassionato di musica e profondamente diffidente verso le persone comuni.

    — L’arte è come una gemma — ripeteva. — Se passa per troppe mani, perde il proprio splendore.

    Lucia, che stava portando alcune maschere, si fermò.

    — Una gemma forse. Una canzone, invece, cresce ogni volta che qualcuno la ricorda.

    Messer Alvise la osservò.

    — Chi ti ha chiesto di parlare?

    — Nessuno, signore.

    — E allora perché l’hai fatto?

    — Perché non sempre chi ha qualcosa da dire riceve l’invito.

    Il nobile non rispose. Era abituato alle persone che gli davano ragione e trovava inquietanti quelle che gli offrivano un pensiero.

    La sera della prima, il teatro si riempì.

    Arrivarono nobili coperti di velluto, mercanti, forestieri, artigiani e giovani che avevano speso quasi tutti i propri risparmi per assistere allo spettacolo. Non sedevano negli stessi posti e non avevano pagato lo stesso prezzo, ma attendevano il medesimo sipario.

    Dietro le quinte, invece, regnava il disastro.

    La maschera della protagonista era spezzata.

    La macchina che avrebbe dovuto far emergere il mostro marino era bloccata.

    Metà delle lucerne si era spenta.

    E, cosa ancora più grave, alcune corde che sostenevano il fondale erano state tagliate.

    — Bisogna annullare! — gridò il direttore.

    — Lo sapevo — disse messer Alvise. — Uno spettacolo per tutti non poteva che finire così.

    Lucia esaminò i meccanismi. I nodi erano stati sciolti da una mano esperta.

    Vide Bortolo allontanarsi nel corridoio.

    Lo seguì fino al deposito.

    — Siete stato voi?

    Il vecchio non negò.

    — Volevano sostituirmi con quelle macchine.

    — E avete deciso di distruggere il lavoro di tutti?

    — Volevo dimostrare che senza di me il teatro non può funzionare.

    Lucia lo guardò a lungo.

    — Se per essere necessario dovete rendere incapaci gli altri, non siete necessario. Siete soltanto un ostacolo molto esperto.

    Bortolo abbassò gli occhi.

    Da oltre la porta arrivavano le proteste del pubblico. Il sipario non si alzava e qualcuno aveva già cominciato a chiedere indietro il denaro, voce che a teatro viaggia sempre più rapidamente della musica.

    Lucia prese un grande telo bianco.

    — Potete ancora aiutarci.

    — Dopo ciò che ho fatto?

    — Non vi chiedo di fingere che non sia accaduto. Vi chiedo di decidere che cosa farne.

    Lucia fece sistemare il telo sul fondo della scena. Dietro vi collocò alcune lucerne. Con stoffe, aste e ritagli di cartone costruì la sagoma di un enorme mostro marino.

    Bortolo osservò il lavoro.

    — Le zampe sono troppo corte.

    — Allungatele.

    — La testa non farà paura.

    — Fatela vivere.

    Il vecchio prese le corde. Le sue mani ricordavano ciò che il suo orgoglio aveva quasi distrutto.

    Quando finalmente il sipario si aprì, il pubblico vide una scena quasi vuota.

    Messer Alvise impallidì.

    Poi cominciò la musica.

    Gli strumenti suggerirono il movimento del mare. Dietro il telo apparvero onde d’ombra. Il mostro crebbe sulla parete fino a diventare più grande di qualsiasi macchina costruita per rappresentarlo.

    Un bambino in platea gridò:

    — Arriva!

    La madre cercò di farlo tacere, ma ormai anche gli adulti vedevano la creatura.

    Non era reale.

    Eppure lo era abbastanza.

    La protagonista entrò senza la maschera che si era spezzata. Per la prima volta il pubblico poteva vedere il suo volto nudo: la paura, il respiro, gli occhi rivolti verso Perseo.

    Cantò.

    Nessun ornamento riusciva a nascondere l’essere umano che viveva dentro il personaggio.

    Lucia, dietro le quinte, muoveva le ombre insieme a Bortolo.

    Le macchine non funzionavano, ma il teatro sì.

    Quando Perseo liberò Andromeda, gli spettatori trattennero il respiro. Nobili, mercanti, servi e forestieri dimenticarono per qualche istante il prezzo del proprio posto.

    Nessuno era diventato uguale agli altri.

    Ma tutti stavano guardando nella stessa direzione.

    Alla fine calò il sipario.

    Per alcuni secondi vi fu silenzio.

    Poi il teatro esplose in un applauso così forte che le maschere appese nel laboratorio di Lucia sembrarono tremare.

    Messer Alvise raggiunse la ragazza.

    — Credi che abbiano davvero compreso l’opera?

    Lucia guardò il pubblico che usciva.

    Un gondoliere imitava il canto di Perseo. Una venditrice di verdure si asciugava gli occhi. Il bambino che aveva gridato muoveva le braccia fingendo di combattere il mostro.

    — Non hanno compreso tutti la stessa cosa — rispose.

    — E questo non ti dispiace?

    — No. La bellezza non è un ordine. Non deve ottenere la stessa risposta da tutti.

    — Allora che cosa deve ottenere?

    Lucia sorrise.

    — Una porta aperta.

    Il giorno seguente, Venezia parlava soltanto dello spettacolo.

    Le arie ascoltate nel teatro passarono nelle botteghe, nelle locande e sulle gondole. Alcuni le cantavano bene. Altri le trasformavano senza pietà. I compositori avrebbero preferito che tutti rispettassero ogni nota, ma la musica, una volta entrata nelle strade, aveva cominciato ad appartenere anche a chi la ricordava male.

    Bortolo tornò al lavoro. Insegnò ai giovani macchinisti ciò che sapeva, senza più nascondere i propri segreti.

    Aveva capito che il sapere non perde valore quando rende gli altri capaci. Soltanto la vanità ha bisogno di allievi che rimangano piccoli.

    Lucia continuò a lavorare dietro il sipario. Non divenne una cantante famosa né una nobildonna.

    Divenne qualcosa di più raro: una persona capace di far arrivare la bellezza agli altri senza pretendere di apparire al centro della scena.

    E ogni volta che il teatro apriva le porte, si ricordava della frase di messer Alvise sulla gemma.

    Forse aveva ragione: una pietra preziosa, passando di mano in mano, poteva perdere splendore.

    Ma la musica non era una pietra.

    Era una fiamma.

    E una fiamma non diventa più povera quando accende un’altra luce.

    La bellezza custodita per pochi può rendere magnifico un palazzo; la bellezza condivisa può illuminare un’intera città. Il vero valore dell’arte non sta nel separare chi la possiede da chi ne è escluso, ma nel creare, almeno per un istante, un luogo in cui molte vite diverse possano guardare insieme nella stessa direzione.

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  • Il castello senza eco

    Il castello senza eco

    Una favola musicale sulla memoria e sul coraggio di ascoltare.

    Di Marialuisa Veneziano

    ************

    🎧 MUSICA PER LA LETTURA
    Per accompagnare Il castello senza eco, si consiglia l’ascolto del Prélude à l’après-midi d’un faune di Claude Debussy. Circa dieci minuti nei quali il suono sembra nascere da lontano, apparire e dissolversi, come se ogni frase lasciasse dietro di sé una traccia impossibile da afferrare. Dal celebre ingresso del flauto, la musica di Debussy procede per colori, sospensioni e richiami: non racconta, suggerisce; non definisce, lascia risuonare.
    È l’ascolto ideale per entrare nel Castello, dove il vero mistero non è soltanto ciò che si sente, ma ciò che dovrebbe tornare e invece tace. Come nella favola, anche Debussy sembra domandare fino a che punto un suono possa scomparire davvero, quando qualcosa di lui continua a vivere nella memoria di chi lo ha ascoltato.
    Clicca sulla freccia del logo “cuffie”, premi play e comincia a leggere.



    C’era una volta, sulla cima di una collina circondata da boschi di faggi, un castello tanto grande che nessuno era mai riuscito a contare tutte le sue finestre.

    Aveva torri sottili, tetti d’ardesia, cortili lastricati e lunghi corridoi nei quali cento persone avrebbero potuto camminare affiancate senza sfiorarsi.

    Eppure quel castello possedeva una particolarità assai strana.

    Non aveva eco.

    Se qualcuno batteva le mani nella sala del trono, il suono moriva immediatamente.

    Se una dama rideva sotto le volte di pietra, la sua risata non tornava indietro.

    Persino le campane, che nelle giornate serene avrebbero dovuto farsi udire fino ai villaggi lontani, producevano rintocchi brevi e opachi, come se fossero avvolte nella lana.

    Il re, che si chiamava Teodoro il Risoluto, considerava tutto ciò una fortuna.

    — Le persone educate — diceva — non ripetono mai ciò che hanno già detto. Non vedo perché debbano farlo i muri.

    I cortigiani annuivano, come fanno spesso i cortigiani quando non hanno compreso nulla ma desiderano conservarsi il pranzo.

    Nel castello viveva la principessa Eliana, figlia del re.

    Eliana aveva dodici anni, capelli scuri, occhi attenti e la fastidiosa abitudine di fare domande proprio quando gli adulti preferivano non rispondere.

    Amava la musica più di ogni altra cosa.

    Studiava il flauto con il vecchio maestro Isidoro, il quale le aveva insegnato che un suono nasce da una vibrazione e viaggia nell’aria come una piccola onda invisibile.

    — Quando incontra una parete — le spiegava — può essere assorbito oppure tornare indietro.

    — Come una persona quando non viene accolta?

    Il maestro rimase per qualche istante in silenzio.

    — Più o meno — disse infine. — Ma i muri, in genere, sono meno complicati.

    Eliana aveva anche imparato che l’eco non era esattamente la stessa cosa della risonanza.

    L’eco ripeteva un suono dopo un breve intervallo. La risonanza, invece, lo accoglieva, lo amplificava e lo faceva durare più a lungo.

    In una buona sala da concerto, le note non dovevano svanire troppo presto né confondersi tra loro. Dovevano avere il tempo di nascere, vivere e poi spegnersi.

    Nel castello, però, non accadeva niente di tutto questo.

    I suoni cadevano appena usciti dagli strumenti.

    — È come se il castello avesse paura di ricordare — disse una volta Eliana.

    Il maestro Isidoro abbassò gli occhi.

    — I castelli non hanno paura.

    — E gli uomini?

    — Gli uomini costruiscono castelli proprio per nascondervi le proprie paure.

    Dopo aver pronunciato quelle parole, Isidoro chiuse lo spartito e dichiarò terminata la lezione con venti minuti di anticipo. Era il metodo abituale degli adulti quando si accorgevano di avere detto la verità.

    Una notte d’autunno Eliana si svegliò all’improvviso.

    Il vento scuoteva le finestre e la pioggia batteva sui vetri. Nel camino, il fuoco si era quasi spento.

    Fu allora che la principessa udì tre note di flauto.

    Erano note sottili e lontane.

    La prima saliva.

    La seconda rimaneva sospesa.

    La terza sembrava cercare qualcosa che non riusciva a trovare.

    Eliana si alzò dal letto.

    Le note provenivano dalla parte settentrionale del castello, dove sorgeva una torre chiusa da molti anni.

    Attese.

    La melodia non continuò.

    La notte seguente, allo scoccare della mezzanotte, le tre note tornarono.

    Questa volta furono cinque.

    Le prime erano le stesse; le altre due formavano una piccola frase musicale, ma si interrompevano proprio quando sembravano sul punto di concludersi.

    Eliana conosceva bene quella sensazione.

    Il maestro Isidoro le aveva spiegato che una frase musicale incompleta genera tensione. L’orecchio attende una nota capace di riportare equilibrio, proprio come si aspetta la fine di una domanda.

    Ma quella risposta non arrivava mai.

    La principessa andò dal padre.

    — Nella torre settentrionale qualcuno suona il flauto.

    Re Teodoro, che stava firmando un decreto contro l’eccessiva crescita delle erbacce, spezzò la penna.

    — È il vento.

    — Il vento non suona sempre le stesse note.

    — Questo è un vento ordinato.

    — E perché si ferma sempre nello stesso punto?

    — Perché è anche rispettoso degli orari.

    Eliana lo fissò.

    — Posso entrare nella torre?

    — No.

    — Perché?

    — Perché è chiusa.

    — E perché è chiusa?

    — Perché nessuno deve entrarvi.

    — E perché nessuno deve entrarvi?

    Il re si alzò.

    — Perché io sono il re e ho esaurito i “perché” disponibili per oggi.

    Quella notte la melodia tornò ancora.

    Sette note.

    Poi nove.

    Ogni sera diventava più lunga e più inquieta. Talvolta sembrava un canto; talvolta una preghiera. Ma terminava sempre prima dell’ultima nota.

    Eliana cominciò a fare domande agli abitanti del castello.

    Il cuoco dichiarò di non sapere nulla e versò il sale nella torta invece che nella zuppa.

    La governante disse che la torre era disabitata, ma si fece il segno della croce.

    Il campanaro sostenne di essere sordo da molti anni, sebbene udisse benissimo quando qualcuno parlava della sua paga.

    Infine Eliana interrogò il giardiniere, un uomo vecchissimo che conosceva la storia di ogni albero.

    — Che cosa c’è nella torre settentrionale?

    Il giardiniere continuò a potare una rosa.

    — La polvere.

    — E sotto la polvere?

    — Altra polvere.

    — E sotto l’altra polvere?

    L’uomo sospirò.

    — Un ricordo che il re ha tentato di chiudere a chiave.

    — Quale ricordo?

    — Non spetta a me raccontarlo.

    — A chi spetta?

    — A chi avrà il coraggio di ascoltarlo.

    Il giorno seguente, mentre passeggiava fuori dalle mura, Eliana incontrò una mendicante cieca. La donna sedeva accanto a una fontana e teneva sulle ginocchia un piccolo tamburo.

    — Principessa — disse senza alzare il capo.

    Eliana si fermò.

    — Come sapete chi sono?

    — Le persone importanti camminano come se la strada appartenesse loro. Tu cammini come se volessi sapere dove conduce.

    La bambina sorrise.

    — Conoscete la torre settentrionale?

    La mendicante batté un dito sul tamburo. Il suono si diffuse nella piazza e tornò lievemente dalle case.

    — Nel tuo castello l’eco non è morta — disse. — È stata imprigionata.

    Eliana si sedette accanto a lei.

    La donna raccontò che molti anni prima, quando la regina era ancora viva, a corte lavorava un giovane musicista. Si chiamava Lorian e suonava il flauto con tanta dolcezza che, quando eseguiva una melodia, persino le tende sembravano muoversi per ascoltarlo.

    Durante la lunga malattia della regina, Lorian compose per lei un canto.

    Non era una musica triste. Parlava delle cose amate che continuano a vivere nella memoria di chi resta.

    La regina morì prima che il brano fosse terminato.

    Il re, sconvolto, ordinò che nessuno lo suonasse mai più.

    Fece rinchiudere nella torre il flauto, lo spartito incompleto e ogni oggetto appartenuto alla regina. Vietò ai cortigiani di pronunciarne il nome e proibì ai musicisti di eseguire melodie che potessero ricordarla.

    — Pensava che, se nessuno avesse più parlato del dolore, il dolore sarebbe scomparso — disse la mendicante.

    — E invece?

    — Il dolore è un ospite assai maleducato. Se non gli si apre la porta, entra dalla cantina.

    Da quel giorno il castello aveva smesso di restituire i suoni.

    — Perché?

    — Perché l’eco è memoria. E una casa alla quale viene proibito di ricordare finisce per non rispondere più a nessuno.

    Eliana tornò al castello.

    Per tre giorni cercò la chiave della torre.

    Frugò nelle casse, negli armadi e nei cassetti del guardaroba reale. Esaminò le tasche dei mantelli del padre mentre lui dormiva durante le riunioni del Consiglio, abitudine che il re definiva “meditazione strategica”.

    Alla fine trovò la chiave nascosta nel vecchio metronomo del maestro Isidoro.

    Il maestro la sorprese mentre lo apriva.

    — Non dovresti farlo.

    — Voi sapevate tutto?

    Isidoro sedette lentamente.

    — Ho suonato nell’orchestra quando la regina era viva.

    — Perché non mi avete detto nulla?

    — Per paura.

    — Di mio padre?

    — Anche. Ma soprattutto di ricordare.

    Eliana prese la chiave.

    — Io entrerò nella torre.

    — Il re te lo proibirà.

    — Allora entrerò prima che abbia il tempo di farlo.

    Quella notte una tempesta si abbatté sul castello.

    Eliana attraversò i corridoi con una candela. I suoi passi, come sempre, non produssero eco.

    Raggiunse la torre settentrionale e inserì la chiave nella serratura.

    La porta si aprì con un gemito.

    La scala saliva a spirale nel buio.

    A ogni gradino, Eliana aveva l’impressione di udire qualcosa: un respiro, una parola, forse un pianto. Ma non appena si fermava, tutto taceva.

    In cima trovò una stanza rotonda.

    Al centro vi era un leggio con uno spartito ingiallito. Sopra un tavolo riposava un flauto d’argento.

    Le pareti erano coperte da ritratti velati.

    Eliana sollevò uno dei teli e vide il volto di sua madre.

    Non l’aveva mai conosciuta. Il re le aveva mostrato soltanto un piccolo ritratto ufficiale, nel quale la regina appariva immobile e severa.

    In quello della torre, invece, rideva.

    Eliana prese il flauto.

    Le tre note della melodia risuonarono da sole.

    Poi altre tre.

    Infine l’intera frase che ogni notte si interrompeva.

    Sullo spartito mancava l’ultima battuta.

    Eliana portò lo strumento alle labbra e provò a continuare.

    Suonò una nota troppo alta.

    Le pareti tremarono.

    Da qualche parte nel castello si udì una porta sbattere e, per la prima volta dopo molti anni, il rumore tornò indietro.

    Eliana tentò ancora.

    Questa volta la nota era troppo bassa.

    Dalle pareti si levarono voci confuse: nomi, risate, parole che qualcuno aveva pronunciato molto tempo prima.

    Il castello stava restituendo ciò che aveva trattenuto.

    La principessa provò una terza volta.

    In quel momento la porta della torre si spalancò.

    Il re entrò, seguito dal maestro Isidoro.

    — Fermati! — gridò.

    La sua voce rimbalzò sulle pareti.

    «Fermati… fermati… fermati…»

    Il re impallidì.

    — Se completerai quella musica, tornerà tutto.

    — Che cosa?

    — Il dolore.

    Eliana abbassò il flauto.

    — Il dolore non se n’è mai andato.

    Il re guardò il ritratto della regina.

    — Io volevo dimenticare.

    — Avete soltanto costretto tutti a ricordare in silenzio.

    — Non capisci.

    — Forse no. Ma voi non volete capire da molti anni.

    Eliana osservò lo spartito.

    Poi pensò alla frase musicale incompleta. Ogni suono aveva bisogno di trovare il proprio luogo. Non sempre la nota giusta era la più bella o la più forte: era quella capace di dare senso a tutte le precedenti.

    Portò il flauto alle labbra.

    Suonò l’ultima nota.

    Per un istante non accadde nulla.

    Poi la nota tornò.

    Prima debole, come un sussurro.

    Poi più chiara.

    Infine cento volte, da ogni muro, da ogni scala, da ogni stanza.

    Le campane cominciarono a risuonare.

    I passi delle guardie riempirono i corridoi.

    Dalle cucine giunsero il tintinnio delle pentole e la voce del cuoco, che per l’emozione salò nuovamente la torta.

    Le persone pronunciarono i nomi di coloro che avevano perduto. Qualcuno rise. Qualcuno pianse.

    Il re ascoltò la melodia composta per la regina.

    All’inizio rimase immobile.

    Poi una lacrima gli attraversò il viso.

    Naturalmente, il giorno seguente dichiarò che nella torre vi era molta polvere. I re possono riconoscere il dolore, ma ammettere un errore richiede spesso una costituzione più robusta.

    La torre settentrionale non venne più chiusa.

    Il flauto rimase nella sala, accanto al ritratto della regina. Ogni anno Eliana eseguiva la melodia completa.

    Il castello riacquistò la propria voce.

    Le campane si udivano fino ai villaggi. Le risate correvano sotto le volte. Persino i passi più piccoli lasciavano dietro di sé una breve risposta.

    Da allora nessuno fu più costretto a dimenticare ciò che amava.

    E quando qualcuno soffriva, gli altri non gli dicevano di tacere o di essere forte.

    Gli sedevano accanto.

    E ascoltavano.

    Ciò che non viene ascoltato non scompare. Rimane dentro di noi, finché non trova una voce capace di liberarlo.

    Una risposta a “Il castello senza eco”

    1. Avatar saladclearly9723f66b83
      saladclearly9723f66b83

      Il castello senza eco è una favola musicale fantastica !!

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  • La leggenda del violino immortale

    La leggenda del violino immortale

    Una favola sul tempo, la memoria e ciò che ci rende umani.

    di Marialuisa Veneziano

    *********

    🎧 Musica per la lettura
    Arvo Pärt, Spiegel im Spiegel, per violino e pianoforte.
    Una musica sospesa tra il tempo che passa e ciò che, misteriosamente, rimane. Clicca sulla freccia, avvia la musica e inizia a leggere.


    C’era una volta, nella città di Valdombra, un liutaio di nome Alvise, celebre per la bellezza dei suoi violini e per la scarsa pazienza che dimostrava verso chi li suonava.

    La sua bottega profumava di abete, acero, resina e colla calda. Alle pareti erano appese casse armoniche ancora senza corde; sui tavoli riposavano piroli, ponticelli e archetti; negli armadi, le tavole di legno attendevano per anni che il tempo le rendesse adatte alla musica.

    Alvise conosceva ogni segreto del proprio mestiere.

    Sapeva che l’abete, leggero ed elastico, doveva formare la tavola armonica, perché accoglieva la vibrazione delle corde. Sapeva che l’acero, più duro, era adatto al fondo e alle fasce. Sapeva intagliare le due effe con una precisione tale che sembravano occhi sottili aperti sul mondo.

    Conosceva persino l’anima del violino: un piccolo cilindro di legno nascosto all’interno dello strumento, invisibile agli spettatori ma indispensabile perché il suono potesse vibrare con equilibrio.

    — È curioso — gli disse un giorno il giovane apprendista — che la parte chiamata anima sia proprio quella che nessuno vede.

    — Le cose importanti si nascondono spesso — rispose Alvise.

    Fu una frase molto saggia; cioì nonostante, egli la dimenticò immediatamente.

    Il liutaio desiderava costruire strumenti perfetti. Non tollerava una venatura irregolare, una goccia di vernice fuori posto o un graffio sulla cassa.

    Quando un violinista gli riportava uno strumento da riparare, Alvise lo osservava con orrore.

    — Che cosa gli avete fatto?

    — L’ho suonato — rispondeva il musicista.

    Alvise giudicava quella spiegazione assai poco convincente.

    Un mattino entrò nella bottega un vecchio violinista. Portava uno strumento che Alvise aveva costruito molti anni prima. La vernice era consumata vicino al manico, il bordo presentava qualche scheggiatura e sulla tavola armonica appariva una piccola macchia di cera.

    — È ridotto malissimo! — esclamò il liutaio.

    — Ha suonato molto — rispose il vecchio.

    — Posso eliminare la macchia.

    Il violinista strinse lo strumento al petto.

    — Quella cera cadde da una candela quando mia figlia aveva cinque anni. Io suonavo per farla addormentare.

    — Posso cancellarla senza lasciare traccia.

    — È proprio per questo che non ve lo affiderò.

    Alvise lo guardò uscire con disappunto.

    Gli uomini, pensò, trascorrono la vita a desiderare cose perfette e poi, quando le possiedono, si affezionano ai loro difetti.

    Qualche giorno dopo, il liutaio udì parlare di un abete straordinario che cresceva oltre le montagne. Si raccontava che non perdesse mai un ramo, che la neve non riuscisse a piegarlo e che nessun insetto avesse mai intaccato la sua corteccia.

    Alvise partì immediatamente.

    Dopo tre giorni di cammino raggiunse un bosco fitto e silenzioso. Al centro di una radura si innalzava l’albero.

    Era altissimo, diritto e immobile. Non aveva una sola foglia secca. Sul tronco non comparivano nodi, crepe o cicatrici.

    Accanto all’abete sedeva un vecchio guardaboschi.

    — È questo l’albero che non invecchia? — domandò Alvise.

    — Così dicono.

    — Da quanto tempo cresce qui?

    — Da prima che mio nonno imparasse a mentire.

    — E quanti anni aveva vostro nonno?

    — Non lo so. Mentiva anche su quello.

    Alvise accarezzò la corteccia dell’albero.

    — Con questo legno potrei costruire un violino che duri per sempre.

    Il guardaboschi indicò i rami.

    — Nessun uccello vi ha mai fatto il nido.

    — Sono troppo alti.

    — Gli uccelli, mi pare, sanno volare.

    — Forse hanno paura di rovinarli.

    Il vecchio sorrise.

    — Oppure hanno capito che certi rami non sanno ospitare nulla.

    Alvise non gli prestò ascolto. Gli uomini accettano molto volentieri i consigli, purché confermino ciò che hanno già deciso.

    Quella notte, senza vento né tempesta, un grande ramo cadde dall’albero.

    Alvise lo considerò un dono.

    Il guardaboschi lo considerò un avvertimento.

    La mattina seguente, il liutaio caricò il ramo su un carro e tornò a Valdombra.

    Il legno era straordinario. Non si deformava con l’umidità, non si screpolava con il calore e non mostrava alcun segno del tempo. Tuttavia era difficile da lavorare.

    Quando Alvise tentava di curvarlo, tornava diritto. Quando provava a stagionarlo, rimaneva identico.

    — È ostinato — disse l’apprendista.

    — È perfetto — rispose il liutaio. — Solo le cose imperfette si lasciano cambiare.

    Alvise impiegò sette anni per costruire il violino.

    Scavò la tavola armonica, modellò il fondo, curvò le fasce, intagliò le effe e collocò l’anima. Scelse una vernice color ambra e la stese con tanta cura che sulla superficie non rimase neppure l’ombra di un pennello.

    Quando lo strumento fu terminato, sembrava fatto di luce.

    Il più celebre violinista della città, maestro Evaristo, venne a provarlo.

    Posò il violino sulla spalla, accordò le corde e fece scorrere l’archetto.

    Il suono era purissimo. Gli acuti brillavano, i bassi erano pieni e ogni nota nasceva limpida, precisa, perfettamente uguale a se stessa.

    — Non oppone alcuna resistenza — disse Evaristo.

    — Perché non possiede difetti — rispose Alvise.

    Il musicista acquistò il violino per una somma così alta che il liutaio dovette contare il denaro tre volte, non per prudenza ma per piacere.

    Per anni Evaristo suonò nelle corti e nei grandi teatri.

    Lo strumento non si scordava quasi mai, non soffriva il caldo, non temeva il freddo e non conservava il segno delle mani.

    I critici ne erano entusiasti.

    Uno di loro scrisse:

    «Nel suo suono non rimane alcuna traccia della fatica umana.»

    Alvise fece incorniciare la recensione.

    Evaristo, invece, cominciò a inquietarsi.

    Ogni concerto era impeccabile, ma identico al precedente. Il violino restituiva tutte le note e non sembrava conservarne nessuna. Non si lasciava trasformare dal tocco, dalla stanchezza, dalla gioia o dal dolore di chi lo suonava.

    Una sera, uscendo dal teatro, un vecchio spettatore disse:

    — Il maestro non ha commesso nemmeno un errore.

    — È vero — rispose l’amico. — Ma non mi è sembrato che avesse qualcosa da raccontare.

    Dopo qualche tempo Evaristo vendette il violino.

    Lo acquistò un giovane ufficiale e lo portò con sé durante una guerra.

    La sera lo suonava per i compagni nelle tende, negli ospedali e nelle case distrutte. Le sue melodie ricordavano ai soldati le madri, le spose, i figli e i paesi lontani.

    Quando la guerra terminò, l’ufficiale tornò a Valdombra.

    L’uniforme era lacera, i capelli erano diventati grigi sulle tempie e una mano tremava leggermente.

    Il violino, invece, era immutato.

    Il soldato lo osservò a lungo.

    — Tu eri con noi — gli disse — eppure non sei stato da nessuna parte.

    Lo vendette e comprò uno strumento comune, sul cui fondo incise i nomi dei compagni che non erano tornati.

    Il violino immortale passò poi nelle mani di una madre, che lo regalò al proprio figlio.

    Il ragazzo non era un prodigio. Durante le prime lezioni produceva suoni così acuti che il gatto di casa si trasferì spontaneamente dai vicini.

    Studiava con impazienza, dimenticava spesso di tendere l’archetto e una volta lasciò cadere lo strumento.

    La madre corse a raccoglierlo.

    Non vi era neppure un graffio.

    — È indistruttibile! — esclamò il ragazzo.

    Da quel momento lo suonò senza timore. Negli anni imparò a trarne melodie sempre più profonde. Posava ogni giorno il mento nello stesso punto, stringeva il manico con la stessa mano e passava l’archetto sulle corde per ore.

    Ma il violino non conservò alcun segno di lui.

    Il ragazzo morì ancora giovane.

    Dopo il funerale, la madre prese lo strumento e si sedette accanto alla finestra. Cercò sulla vernice l’impronta delle dita del figlio, il segno lasciato dal mento, una piccola abrasione, una macchia, qualsiasi traccia del suo passaggio.

    Il violino era perfetto.

    Sembrava che il ragazzo non lo avesse mai toccato.

    La donna lo riportò ad Alvise, che ormai era diventato molto vecchio.

    — Non lo voglio più — disse.

    — Ma è ancora intatto.

    — È proprio questo il problema.

    — Vostro figlio lo amava.

    La madre accarezzò il legno liscio.

    — Credevo che non avrebbe perduto nulla. Non avevo capito che non avrebbe ricordato niente.

    Lasciò il violino sul banco e se ne andò.

    Alvise rimase a lungo in silenzio.

    Quella sera entrò nella bottega una bambina. Portava un violino povero e malandato. Il fondo era scollato, il ponticello inclinato e la vernice quasi completamente consumata.

    — Potete ripararlo? — domandò.

    Alvise sospirò.

    — Sarebbe più semplice costruirne uno nuovo.

    — Ma io voglio questo.

    — È pieno di difetti.

    La bambina indicò un piccolo segno sul bordo.

    — Qui mio padre lo urtò contro una sedia.

    Poi mostrò una macchia di cera.

    — Questa la fece mia madre una sera che mancò la luce.

    Infine accarezzò il manico consumato.

    — E questo sono io.

    Alvise prese il violino immortale e glielo porse.

    — Prova questo.

    La bambina lo posò sulla spalla e suonò una breve melodia.

    La bottega si riempì di un suono perfetto, luminoso e limpido.

    Poi la bambina abbassò lo strumento.

    — Non ti piace? — domandò Alvise.

    — È bellissimo.

    — È il miglior violino mai costruito.

    La bambina lo restituì.

    — Ma quando lo suono non sa chi sono.

    — I violini non sanno nulla.

    — Allora perché il mio conosce il peso della mia mano?

    Il liutaio non trovò una risposta.

    — Ti regalo questo — disse.

    La bambina scosse la testa.

    — Preferisco il mio.

    — Il tuo un giorno si romperà.

    — Allora dovrò averne cura.

    Alvise riparò il vecchio violino senza chiedere denaro.

    Quando la bambina uscì, egli rimase solo con lo strumento immortale.

    Prese un coltello e tentò di incidere una piccola linea sulla cassa. Il segno scomparve.

    Versò una goccia di cera sulla tavola armonica. Scivolò via.

    Avvicinò il violino al fuoco. Il legno non annerì.

    Infine prese l’archetto.

    Alvise conosceva ogni segreto della costruzione, ma non aveva mai imparato davvero a suonare. Le sue dita si posarono goffamente sulle corde e produssero alcune note incerte.

    Poi ricordò una melodia che sua madre gli cantava quando era bambino.

    La suonò lentamente.

    Per un istante, il violino sembrò tremare. Il suono non fu limpido né perfetto. Fu fragile, esitante e umano.

    Alvise sorrise.

    Quando abbassò lo strumento, cercò sul legno il segno del proprio mento.

    Non vi era nulla.

    Dopo la morte del liutaio, il violino fu portato nel museo di Valdombra.

    Gli studiosi tentarono di stabilire chi lo avesse costruito e quanti anni avesse. Ma il legno non presentava usura, la vernice era intatta e nessun proprietario vi aveva lasciato un’incisione o un’impronta.

    Alla fine, sotto la teca, fu collocata una targhetta:

    VIOLINO IMMORTALE
    AUTORE IGNOTO
    DATAZIONE INCERTA
    PROPRIETARI SCONOSCIUTI

    Molti anni dopo, una vecchia musicista entrò nel museo portando con sé un violino consunto e riparato innumerevoli volte.

    Era la bambina che aveva visitato la bottega di Alvise.

    Il bordo conservava ancora il segno della sedia, la tavola armonica portava la macchia di cera e il manico era ormai quasi chiaro per il lungo passaggio delle dita.

    Un giovane custode la osservò.

    — Perché non acquista uno strumento migliore?

    La donna accarezzò il proprio violino.

    — Perché questo conosce tutta la mia musica, anche quella che io non ricordo più.

    Poi cominciò a suonare.

    La melodia non era perfetta. Alcune note tremavano, altre avevano il suono ruvido del legno invecchiato. Eppure, uno dopo l’altro, i visitatori si allontanarono dalla teca del violino immortale e si raccolsero intorno alla donna.

    Quando ella terminò, nella sala rimase un lungo silenzio.

    Il violino immortale brillava ancora dietro il vetro. Aveva attraversato amori, guerre, partenze e lutti senza perdere una sola venatura.

    Ma nessuna mano aveva potuto lasciargli una carezza.

    Nessun dolore aveva potuto affidargli un nome.

    Nessuna vita aveva potuto dimorare in lui.

    Vivere significa lasciarsi cambiare. Chi pretende di restare intatto può forse evitare le ferite, ma perderà anche l’amore, la memoria e tutto ciò che rende una vita degna di essere ricordata.

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