Cronache dell’ Apeiron


  • “Come se fosse l’ultima volta…” La lezione silenziosa di Alessio Allegrini

    Un ritorno a Jesi tra radici, dialogo e forma – con la FORM e i fiati di Santa Cecilia

    Di Marialuisa Veneziano


    Alessio Allegrini e la FORM – Teatro Pergolesi Spontini di Jesi (AN), 19 febbraio 2026

    Vi sono serate che non si annunciano con clamore, ma con una sorta di discreta nobiltà. Si entra in teatro come si entra in una casa antica: con rispetto, con una lieve curiosità, con quella segreta aspettativa che qualcosa — forse impercettibile agli altri — possa cambiare il corso dei propri pensieri.

    La sala del Teatro Pergolesi Spontini di Jesi (AN) era immersa in una luce trattenuta, quasi pudica. Il pubblico prendeva posto con quella compostezza tutta italiana che sa essere insieme elegante e inquieta. Eppure, prima ancora che il primo archetto sfiorasse la corda, la serata aveva già un cuore. Lo aveva ricevuto poche ore prima, in una frase pronunciata senza teatralità da Alessio Allegrini: «La cosa più grave che puoi fare è non fare quello che avrebbe voluto il compositore».

    Vi era in quella dichiarazione qualcosa di più che un principio estetico. Vi era una morale. E quando, con una semplicità quasi disarmante, egli aggiungeva che ogni sinfonia va affrontata come se fosse l’ultima, non sembrava indulgere in romanticismi, ma dichiarare un metodo di vita.

    È con questo spirito — insieme umile e ardente — che la musica ha preso avvio.


    Impressioni marchigiane di Gianluca Piombo, commissione della FORM – Orchestra Filarmonica Marchigiana, non si è presentata come una semplice ouverture, ma come un lento disvelarsi.

    Piombo non descrive il paesaggio con l’urgenza di un pittore, ma lo evoca come farebbe un poeta che conosce la stratificazione della memoria. Le linee orchestrali si addensano con pazienza, i timbri si sovrappongono in una tessitura che ricorda la morfologia stessa delle colline marchigiane: ondulata, mai aspra, eppure profondamente radicata.

    Non vi è gesto superfluo nella scrittura. La tensione non cerca l’esplosione, ma la permanenza. È una musica che si concede lentamente, come una confidenza.

    E in quel lento affiorare, le parole dell’intervista tornavano a risuonare. Il ricordo della nonna marchigiana, quel «qui mi sento a casa», pronunciato con sobrietà, acquistava ora un peso diverso. Dirigere un brano che parla della propria terra non è atto neutrale: è atto di appartenenza. È un esporsi senza retorica.

    La FORM ha risposto con una qualità sonora che merita l’elogio più alto. Gli archi hanno costruito un tessuto denso e luminoso, capace di sostenere la scrittura senza appesantirla; i legni hanno inciso dettagli con finezza quasi cameristica; gli ottoni hanno colorato con misura, evitando ogni eccesso. Non vi era compiacimento. Vi era adesione.

    E così, mentre Impressioni marchigiane si ritirava con la stessa discrezione con cui era affiorata, non si aveva la sensazione di una conclusione, ma di una soglia attraversata. Perché la terra evocata da Gianluca Piombo non era soltanto memoria geografica. Era radice. E ogni radice, se è viva, genera relazione. La musica aveva appena ricordato chi siamo. Ora si preparava a domandare come possiamo stare insieme.

    È in questo passaggio — quasi impercettibile, ma decisivo — che Mozart diventa inevitabile.

    Se Piombo aveva dato voce al suolo, alla stratificazione del tempo, alla permanenza silenziosa della terra, Wolfgang Amadeus Mozart avrebbe dato voce al respiro umano che sopra quella terra si muove, si incontra, si riconosce.

    Dalla profondità alla relazione.
    Dalla memoria al dialogo.

    E quando l’orchestra ha iniziato a disporre le prime frasi della Sinfonia concertante, non sembrava un cambio di scenario. Sembrava l’evoluzione naturale di un pensiero che, nato dalla terra, cercava ora l’altro.

    Perché se la prima musica abitava il luogo, la seconda avrebbe abitato l’incontro.

    La Sinfonia concertante per fiati K. 297b di Wolfgang Amadeus Mozart nasce in una Parigi che non è soltanto città, ma prova. È il 1778: Mozart cerca riconoscimento, si confronta con un gusto diverso, e soprattutto attraversa un lutto che lo segnerà profondamente, la morte della madre. In quel contesto prende forma una pagina che, pur aderendo al genere brillante della symphonie concertante, lo supera. Là dove il modello francese tendeva alla competizione elegante tra solisti, Mozart costruisce una vera architettura del dialogo.

    È noto che l’autografo sia andato perduto e che la versione giunta fino a noi derivi da una copia successiva, probabilmente rimaneggiata. Eppure — e forse proprio per questo — l’opera conserva una qualità quasi paradossale: una perfezione che sembra sopravvivere alle mancanze materiali. È come se l’idea musicale fosse più forte delle sue vicende storiche.

    Il primo movimento si dispiega con quella naturalezza che solo Mozart sa raggiungere: i temi si presentano come conversazioni spontanee, i quattro strumenti solisti non si fronteggiano ma si cercano. Sul palco, i fiati dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia non hanno dato l’impressione di voler “emergere”, ma di voler intrecciare. Il flauto di Andrea Oliva portava una luminosità serena, mai ostentata; l’oboe di Francesco Di Rosa scolpiva frasi con una nobiltà quasi vocale; il fagotto di Andrea Zucco offriva profondità senza gravare, come un pensiero che sostiene senza interrompere. E il corno di Alessio Allegrini, dentro questa trama, non cercava primato ma coesione: un timbro che univa, che apriva spazi, che rispondeva senza imporsi.

    I Fiati di Santa Cecilia – da sinistra, Andrea Oliva, Francesco Di Rosa, Alessio Allegrini e Andrea Zucco

    Ma è nel secondo movimento che la Concertante rivela il suo cuore più segreto.

    La scelta della tonalità minore — in un contesto formalmente elegante e pubblico come quello della symphonie concertante — non è un dettaglio. È una frattura lieve ma decisiva. Se il primo tempo è conversazione civile, l’Andante in minore è confessione. Qui Mozart compie un gesto quasi filosofico: sospende la brillantezza esterna e lascia emergere un’ombra. Non è tragedia, non è disperazione. È una malinconia composta, un’ombra che non spegne la luce ma la rende più vera. La scrittura si fa più spoglia, i dialoghi tra i solisti diventano più intimi, quasi esitanti. Le frasi non cercano l’applauso: cercano ascolto.

    Dal punto di vista musicologico, la tensione nasce dalla continua oscillazione tra stabilità e instabilità armonica. Le modulazioni non sono brusche, ma insinuanti; la linea melodica si allunga come se volesse evitare la chiusura; le sospensioni armoniche sembrano trattenere il respiro. È un movimento che vive sul bordo dell’equilibrio, come se la musica avesse paura di dirsi fino in fondo.

    Ed è qui che l’interpretazione ha toccato un punto di rara intensità.

    I solisti non hanno accentuato il pathos: lo hanno lasciato emergere. Il flauto si faceva più velato, quasi fragile; l’oboe assumeva un colore più scuro, come se la voce si incrinasse senza rompersi; il fagotto sosteneva con una gravità dolce, evitando ogni peso eccessivo. Il corno di Allegrini, con la sua timbrica naturalmente ambigua — insieme eroica e nostalgica — diventava il luogo di congiunzione tra luce e ombra.

    E mentre suonava, Allegrini continuava a dirigere. Il gesto era minimo, essenziale. Non c’era volontà di scolpire l’effetto: c’era la volontà di proteggere l’equilibrio. In quel momento si comprendeva davvero ciò che aveva detto nell’intervista: che davanti all’orchestra è il luogo in cui si sente più vero. Perché la verità, qui, non stava nell’intensità esibita, ma nella fiducia reciproca.

    Il secondo movimento della Concertante non chiede di essere “interpretato” con eccesso; chiede di essere custodito. E quella sera è stato custodito.

    Quando il finale è poi tornato alla luminosità del maggiore, non si è trattato di un semplice ritorno alla brillantezza. Era come se, attraversata l’ombra, la luce avesse acquisito una qualità diversa. Più consapevole. Più umana.

    Così, nel cuore della serata, Mozart ha insegnato qualcosa che va oltre la forma: che il dialogo autentico non è fatto solo di armonia, ma anche di fragilità condivisa. E che la bellezza più alta non è quella che abbaglia, ma quella che attraversa l’ombra senza temerla.


    La Sinfonia n. 102 di Franz Joseph Haydn, una delle grandi londinesi, ha portato il discorso a compimento.

    Haydn è spesso definito padre della sinfonia, ma tale paternità non è dominio: è intelligenza costruttiva. Le sue architetture sono limpide, ma sempre attraversate da ironia e sorpresa. Nella 102, ogni tema è una promessa che si sviluppa con logica e grazia.

    Allegrini, evocando nell’intervista l’immagine della montagna e del mettere i “piedi giusti”, per raggiungerne le cima, aveva anticipato il suo approccio. Nessun timore reverenziale, ma rispetto vigile. Nessuna enfasi monumentale, ma chiarezza strutturale.

    La FORM ha risposto con una compattezza luminosa. Le articolazioni erano nitide, le dinamiche calibrate con finezza, il finale possedeva un’energia che non era esibizione, ma gioia ordinata. Si percepiva un senso di equilibrio conquistato, non imposto.

    E così, come in un romanzo ben costruito, ogni elemento del programma trovava il proprio posto.

    La terra evocata da Piombo non era semplice apertura: era radice.
    Il dialogo di Mozart non era mero virtuosismo: era convivenza.
    La forma di Haydn non era tradizione: era maturità.

    E al centro, un artista che ha scelto la fedeltà come gesto rivoluzionario.

    Quando l’ultimo accordo si è dissolto, non vi è stato bisogno di enfasi. Il silenzio che ha preceduto l’applauso era già risposta. C’è una parola greca che non dovremmo dimenticare: ἦθος (êthos). Non significa soltanto “carattere”. Significa dimora interiore. Il luogo in cui abitiamo davvero. A Jesi, la musica è stata questo: un êthos condiviso.

    Dalla terra evocata da Piombo — radice e memoria — al dialogo vulnerabile di Mozart, fino all’architettura luminosa di Haydn, tutto ha concorso a costruire non un programma, ma una dimora. Una casa sonora in cui ogni gesto aveva senso perché era fedele. Fedele alla partitura. Fedele alla comunità. Fedele a sé stesso.

    Allegrini aveva detto di non volere tradire il compositore. Aveva detto di dirigere come se fosse l’ultima volta. E in quell’atteggiamento c’era qualcosa che andava oltre la musica. C’era una lezione di responsabilità.

    Perché se è vero che il termine greco “symphonía” significa “suonare insieme”, allora abbiamo compreso che suonare insieme non è soltanto un fatto acustico. È un atto morale. È la scelta di accordarsi.

    Il silenzio, dopo la chiusa, non era semplice pausa. Era katharsis — non nel senso teatrale della purificazione spettacolare, ma nel senso più intimo di chiarificazione. Qualcosa si era fatto più limpido dentro ciascuno.

    La bellezza, quando è vissuta come responsabilità, non consola soltanto. Riorienta.

    E uscendo dal teatro, nella notte che aveva ripreso il suo corso indifferente, restava una sensazione sottile ma potentissima: che la musica, quando è fedele, non è evasione dal mondo. È il modo più alto di abitarlo. E forse — in quel silenzio che ancora vibrava — abbiamo capito che la vera grandezza non è nell’eccezionale, ma nell’essere all’altezza di ciò che si serve.

    Quella sera, la musica è stata all’altezza di sé stessa.
    E noi, per un momento, lo siamo stati con lei.

    Ancona 21 febbraio 2026

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  • La musica del cinema e i ricordi che non abbiamo mai vissuto

    Il potere invisibile delle colonne sonore: trasformare l’immaginazione in memoria.

    Di Marialuisa Veneziano

    C’è un momento misterioso che accade spesso, seduti al buio di una sala.
    Una melodia si alza piano, quasi senza farsi notare, e all’improvviso qualcosa dentro di noi si muove. Non è solo emozione. È riconoscimento. Come se quella musica parlasse di un ricordo preciso… che però non appartiene alla nostra vita. Com’è possibile provare nostalgia per qualcosa che non abbiamo mai vissuto?

    La risposta arriva da un territorio affascinante in cui arte e scienza si sfiorano. Le neuroscienze mostrano che, quando ascoltiamo musica intensa, si attivano le stesse aree cerebrali coinvolte nei ricordi autobiografici e nelle emozioni profonde. Il cervello, in altre parole, non separa con chiarezza ciò che abbiamo vissuto davvero da ciò che abbiamo solo immaginato con forza.
    Una colonna sonora può quindi costruire memorie emotive artificiali: esperienze mai accadute che tuttavia sentiamo come vere.

    È uno dei poteri più sottili del cinema.
    Prima ancora delle immagini, è il suono a guidare il nostro battito, ad allungare l’attesa, a suggerire speranza o perdita. I compositori lavorano su elementi invisibili ma potentissimi: frequenze basse che creano tensione fisica, pause che ampliano il tempo percepito, progressioni armoniche capaci di imitare il ritmo del respiro umano. Nulla è casuale. Eppure tutto sembra naturale, inevitabile.

    Così finiamo per ricordare un addio nello spazio, una corsa sotto la pioggia, un amore impossibile, come se li avessimo attraversati davvero.
    Il cinema non si limita a raccontare storie: espande la nostra memoria, aggiungendo vite possibili alla sola che possiamo vivere.

    Forse è proprio questo che cerchiamo quando entriamo in una sala.
    Non soltanto evasione, ma un modo per sentirci più grandi del nostro tempo limitato. La musica apre una porta silenziosa e ci permette di abitare, per pochi minuti, emozioni che la realtà non ci ha ancora concesso — o che non ci concederà mai.

    Quando le luci si riaccendono, torniamo alla nostra quotidianità.
    Eppure qualcosa resta: un frammento di malinconia, una speranza indefinita, la sensazione di aver toccato un pezzo di infinito. Non è un ricordo reale, ma non è nemmeno un’illusione. È uno spazio intermedio dove l’arte diventa esperienza.

    In fondo, forse non andiamo al cinema per guardare altre vite.
    Ci andiamo per allargare la nostra.

    Ancona 17 febbraio 2026

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  • Olimpiadi, musica e identità: il coraggio della qualità oltre la sicurezza del consenso.

    Quando la rappresentazione culturale di un Paese sceglie tra ciò che rassicura il presente e ciò che può davvero aprire il futuro.


    10 febbraio 2026

    L’apertura delle Olimpiadi invernali è uno di quei momenti rari in cui il mondo sembra respirare insieme. Per qualche ora il tempo ordinario si sospende: le differenze politiche si attenuano, le distanze geografiche si accorciano, e milioni di persone osservano lo stesso gesto simbolico. Lo sport smette di essere soltanto competizione e diventa racconto collettivo; la musica, intrecciandosi ai movimenti degli atleti e alla coreografia della cerimonia, prova a dare un volto sonoro a un’idea semplice e immensa: l’incontro tra i popoli.

    Proprio per questo ogni scelta artistica compiuta durante la cerimonia inaugurale assume un valore che va oltre lo spettacolo. Non si tratta soltanto di intrattenere, ma di rappresentare una visione culturale del presente. La presenza di Andrea Bocelli (e non solo), voce amatissima e riconoscibile in tutto il mondo, ha offerto al pubblico un’emozione immediata, intensa, quasi familiare. È una voce che appartiene alla memoria collettiva di molti, capace di evocare solennità e partecipazione.

    Ma è qui che nasce una domanda silenziosa, e necessaria: un evento che guarda dichiaratamente al futuro può permettersi di parlare sempre con il linguaggio del passato? Le Olimpiadi celebrano continuamente il nuovo. Nuovi record, nuovi corpi atletici che ridefiniscono i limiti del possibile, nuove storie che emergono da Paesi un tempo lontani dai riflettori. Tutto, nello spirito olimpico, sembra orientato verso ciò che ancora non conosciamo.

    La musica della cerimonia, invece, rischia talvolta di restare ancorata a simboli già consolidati. Simboli rassicuranti, certamente efficaci nell’immediato, ma anche prevedibili. Non è una questione di valore artistico individuale — che resta fuori discussione — bensì di prospettiva culturale. Scegliere ciò che conosciamo bene significa emozionare subito; scegliere ciò che non conosciamo ancora significa correre un rischio, ma anche aprire uno spazio di possibilità.

    In questo senso, la scelta di una figura così riconoscibile appare anche come una decisione profondamente “sicura”: una garanzia di consenso, di riconoscibilità mediatica, di equilibrio commerciale. Nulla di scandaloso, certo — le grandi manifestazioni vivono anche di queste logiche. Eppure proprio qui si inserisce una lieve, necessaria ironia: possibile che un Paese dalla storia musicale così vasta e inquieta scelga di presentarsi al mondo sempre con il volto più prevedibile di sé?

    L’Italia possiede una tradizione capace di attraversare i secoli reinventandosi continuamente: dall’opera al Novecento sperimentale, dalla ricerca contemporanea ai nuovi linguaggi sonori che dialogano con tecnologia, cinema e culture globali. Ridurre questa ricchezza a un’unica immagine rassicurante rischia di trasformare la memoria in abitudine e l’eccellenza in formula.

    Forse la domanda vera non riguarda un singolo artista, ma l’orizzonte verso cui la musica italiana desidera muoversi. Inseguire ciò che è già riconosciuto e facilmente esportabile, oppure investire con coraggio sulla qualità, sulla ricerca, sulla sorpresa? La qualità, del resto, ha una natura curiosa: non sempre rassicura nell’immediato, ma nel tempo costruisce prestigio, identità, futuro. È meno rumorosa del successo istantaneo, ma molto più duratura.

    E forse è proprio questo il compito più autentico di un evento olimpico: non limitarsi a confermare ciò che siamo già, ma suggerire ciò che potremmo diventare.

    Una cerimonia inaugurale dovrebbe assomigliare più a una porta che a un monumento. Una porta si apre, lascia entrare aria nuova, permette di intravedere linguaggi inattesi, suoni capaci di raccontare il presente in tutta la sua complessità. Un monumento, invece, custodisce la memoria ma resta fermo, immobile nel tempo. La sfida sta tutta qui: onorare la tradizione senza trasformarla in abitudine, riconoscere la bellezza del passato senza rinunciare al coraggio dell’esplorazione.

    In quella notte di luce, neve e bandiere, la musica aveva il compito più difficile e più bello: non solo accompagnare lo sport, ma indicare una direzione simbolica. Ricordarci che l’unità non nasce dalla ripetizione, bensì dalla ricerca comune di un’armonia nuova. Che la cultura, come lo sport, vive davvero solo quando accetta di cambiare forma.

    Le Olimpiadi esistono per superare i confini visibili tra le nazioni. Per questo, in chiusura, è bene assumere una posizione chiara: l’Italia non ha bisogno di scelte prudenti per essere riconosciuta, ma di scelte coraggiose per essere davvero ascoltata. Inseguire la qualità — anche quando è meno immediata, meno commerciale, meno rassicurante — significa credere che la cultura non debba soltanto rappresentarci, ma spingerci più avanti.
    Solo così la musica potrà tornare a essere, anche nelle Olimpiadi, non un’eco del già noto, ma l’inizio di qualcosa che ancora non sappiamo nominare.

    Marialuisa Veneziano

    2 risposte a “Olimpiadi, musica e identità: il coraggio della qualità oltre la sicurezza del consenso.”

    1. Avatar blizzardpassionate8495481795
      blizzardpassionate8495481795

      Giuste considerazioni. Le scelte nella musica sono solo un aspetto di un orientamento generale che si riflette in tante componenti: atleti spinti oltre le loro capacità di recupero per infortuni precedenti, eccessi scenografici, retoriche scollate dal reale.

    2. Avatar instantlyenchanting3076f7c8bd
      instantlyenchanting3076f7c8bd

      Purtroppo è innegabile che la ricerca ossessiva del consenso ha finalità meramente economiche. Tale consenso, sul cui altare si sacrifica lo sviluppo del presente e del futuro, descrive una realtà in cui ogni possibile alternativa al presente rimanga ostracizzata.

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  • L’arte dell’umiltà: un oboe tra il pubblico e l’eternità

    Di Marialuisa Veneziano


    Macerata, 6 febbraio 2026

    Albrecht Mayer, la Filarmonica Marchigiana e il Teatro Lauro Rossi di Macerata: una notte in cui l’umiltà del suono ha ricordato all’uomo come si resta umani.

    Albrecht Mayer e la FORM

    Ci sono sere in cui la musica smette di essere un evento e diventa un accadimento morale. Non qualcosa che si ascolta, ma qualcosa che ci riguarda. Al Teatro Lauro Rossi di Macerata è successo esattamente questo: il tempo ha rallentato, il rumore del mondo ha fatto un passo indietro, e la bellezza – quella vera, che non consola ma interroga – ha preso la parola.

    Albrecht Mayer è entrato in scena come entrano le cose necessarie: senza chiedere attenzione, ma ottenendola tutta. Primo oboe dei Berliner Philharmoniker, sì, ma soprattutto artigiano del respiro. Il suo rapporto con il pubblico non è verticale, non c’è cattedra né altare. C’è una postura rara: l’umiltà di chi sa che la musica non gli appartiene. Lui la serve. E Bach, più di chiunque altro, chiede servitori e non padroni.

    Bach è il grande architetto dell’invisibile. Un uomo di Eisenach che ha costruito cattedrali sonore senza mai vederle consacrate. Troppo complesso, troppo profondo, troppo necessario per essere comodo. Eppure Mayer ha scelto di vestirlo di gioco, di leggerezza, di quella serietà infantile che è l’unica via per accedere al sacro senza irrigidirlo. La musica di Bach non si “interpreta”: si attraversa.

    Le trascrizioni iniziali hanno agito come una soglia. Non introduzioni, ma preparazioni dell’animo. Il corale Ich ruf zu dir, Herr Jesu Christ BWV 639, in un arrangiamento per oboe d’amore e orchestra d’archi, ha fatto qualcosa di inaudito: ha reso la preghiera vulnerabile. Questo corale, scritto originariamente per organo, nasce come meditazione sul tempo che scorre e sull’attesa. Qui, affidato all’oboe d’amore – strumento dal nome già filosofico, come se l’amore avesse bisogno di una voce propria – è diventato una domanda senza risposta. Non un grido verso Dio, ma una chiamata nel vuoto, affidata alla speranza che qualcuno, da qualche parte, stia ascoltando.

    Un piccolo aneddoto che sembra una parabola: Bach inserì questo corale nell’Orgelbüchlein, una raccolta pensata anche come manuale didattico per i suoi figli. Insegnare la fede attraverso l’arte. Ieri sera, a Macerata, quel gesto si è ripetuto: Bach ci ha insegnato come si chiede, non cosa chiedere.

    Con Erbarme dich, mein Gott dalla Matthäus-Passion BWV 244 si è entrati in una zona ancora più fragile. Questa aria arriva dopo il tradimento di Pietro. È il momento in cui l’uomo si accorge di essere umano. Mayer ha lasciato che l’oboe diventasse una voce che non implora perdono dall’alto, ma lo cerca dentro. Nessuna enfasi, nessuna lacrima facile. Solo una linea melodica che sembrava piegarsi sotto il peso della compassione. Qui Bach non giudica. Comprende. E in quell’istante, il teatro intero sembrava respirare allo stesso palpito dell’oboe.

    Il Concerto per oboe d’amore in La maggiore BWV 1055R ha mostrato l’altro volto del genio bachiano: quello sorridente, quasi domestico. Probabile trascrizione di un concerto perduto, è musica che gioca con l’intelligenza senza mai ostentarla. Mayer lo ha affrontato con una naturalezza disarmante, come se stesse raccontando una storia antica attorno a un tavolo. La Filarmonica Marchigiana, attenta e partecipe, non ha accompagnato: ha dialogato. Qui l’orchestra è stata comunità, non macchina. Un organismo che ascolta mentre suona.

    Estratto audio video del I tempo del concerto per oboe d’amore in La maggiore BWV 1055R di J.S. Bach
    A. Mayer e la FORM

    E poi il salto. Non uno strappo, ma una conseguenza. Beethoven.

    Esecuzione dell’Ottava Sinfonia di L.V. Beethoven

    Mayer, ora direttore, ha guidato l’Ottava Sinfonia in Fa maggiore op. 93 come si guida un pensiero ironico e lucidissimo. L’Ottava è spesso definita “minore” solo perché non urla. In realtà è una sinfonia filosofica travestita da scherzo. Beethoven qui guarda il mondo con occhio disincantato, quasi sorridente, ma sotto la superficie c’è una riflessione feroce sul tempo, sul progresso, sulla macchina che avanza (celebre il secondo movimento, spesso letto come parodia del metronomo). È musica che pensa.

    L’interpretazione ha evitato ogni monumentalità superflua. Mayer ha scelto la chiarezza, il gesto essenziale, la fiducia nell’intelligenza dell’orchestra. La Filarmonica Marchigiana, questa volta, ha risposto più che mai con precisione, energia e un suono pieno di vita. Beethoven non è stato un eroe di marmo, ma un uomo vivo, ironico, a tratti spietatamente umano.

    E allora il legame tra Bach e Beethoven si è rivelato per ciò che è: non storico, ma emotivo. Bach è la radice, Beethoven il ramo che si protende verso il cielo. Bach costruisce l’ordine del mondo, Beethoven lo mette in discussione. Ma entrambi partono dallo stesso punto: l’urgenza di dire qualcosa che valga la pena essere ascoltato. Senza Bach, Beethoven non avrebbe avuto terreno sotto i piedi. Senza Beethoven, Bach rischierebbe di restare eterno ma immobile. Come ogni vero concerto, anche questo ha avuto bisogno di un congedo che non fosse un addio ma una carezza. Il bis ha portato in scena “Lascia ch’io pianga” dal Rinaldo di Georg Friedrich Händel, altro gigante del Barocco, più teatrale di Bach, più esposto alla fragilità umana. In questa aria la semplicità è una scelta etica: poche note, una linea nuda, il dolore che non pretende di essere risolto ma solo ascoltato. Mayer ha scelto di scendere dal palco e suonare in mezzo al pubblico, annullando ogni distanza simbolica: l’oboe è diventato voce condivisa, confessione collettiva. Nessun compiacimento, nessun patetismo. La Filarmonica Marchigiana ha sostenuto questo gesto con un accompagnamento misurato, respirato, dimostrando una rara intelligenza musicale: saper esserci senza occupare spazio. In quel momento, la musica non è stata eseguita, ma abitata.

    Il Teatro Lauro Rossi, in tutto questo, non è stato cornice ma condizione. Luogo necessario affinché il bello possa ancora accadere. Perché il bello, senza luoghi che lo custodiscano, si disperde. In quella sala, ieri sera, la musica ha ricordato a tutti noi che l’arte non serve a fuggire dal mondo, ma a restarci con maggiore consapevolezza.

    E quando l’ultima nota si è spenta, non c’è stato silenzio. C’è stato rispetto. Che è la forma più alta dell’ascolto.

    Marialuisa Veneziano

    Una risposta a “L’arte dell’umiltà: un oboe tra il pubblico e l’eternità”

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      instantlyenchanting3076f7c8bd

      Ho assistito, buon per me, all’evento e trovo nel commento di Marialuisa la perfetta descrizione della straordinaria performance della FORM, eccezionalmente guidata da un ‘mostro’ dell’interpretazione strumentale, veramente unico.

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  • Schubert: la musica che cammina accanto all’anima

    “In codesto ragazzo c’è la fiamma divina” (L.v. Beethoven)

    Ancona, 31 gennaio 2026

    Di Marialuisa Veneziano


    Oggi non è solo una data sul calendario.
    Oggi il tempo fa una piccola riverenza: il 31 gennaio 1797 nasceva Franz Schubert,

    Nasceva, ma in realtà arrivò sottovoce. Come fanno le cose destinate a durare più a lungo delle fanfare. Schubert entrava nel mondo senza sapere che lo avrebbe attraversato come una cometa timida: breve, luminosa, inafferrabile. Trentun anni soltanto. Un soffio. Eppure dentro quel soffio c’è un oceano.

    Schubert non è il compositore dell’eroismo. Non costruisce cattedrali sonore per impressionare i secoli. Lui apre finestre. E lascia entrare l’aria fredda dell’inverno, il profumo di una stanza povera, la malinconia di un amore non detto. La sua musica non grida mai: confessa. È il musicista dei passi notturni. Dei viaggi a piedi, reali e interiori. Del Wanderer   cammina non per arrivare, ma perché fermarsi farebbe troppo male. Nei suoi Lieder la voce umana non è un ornamento: è una creatura viva, fragile, spesso sola. Canta con il pianoforte non come accompagnatore, ma come compagno di viaggio. Due anime che si tengono sveglie a vicenda. Schubert aveva il talento più spaventoso che esista: quello di rendere bella la tristezza senza addomesticarla. Non la consola, non la addolcisce. La guarda negli occhi. E le dice: “Puoi restare. Sei parte della vita”.
    È una lezione radicale, modernissima. Quasi imbarazzante per quanto è vera.

    Non era celebre. Non era ricco. Non era sano. Ma scriveva come se il tempo non gli appartenesse, come se dovesse consegnare tutto in fretta a qualcuno che sarebbe venuto dopo. A noi, per esempio. Schubert compone per un futuro che non vedrà. Un atto di fiducia gigantesco. Ascoltarlo oggi è un gesto controcorrente. In un mondo che corre, Schubert cammina. In un mondo che semplifica, lui complica con dolcezza. In un mondo che pretende risposte, lui offre domande cantabili.

    Forse è questo il suo vero compleanno: ogni volta che qualcuno si ferma, ascolta, e si riconosce in quella musica che sembra dire piano:
    “Non sei solo. La tua inquietudine ha una forma. E può diventare bellezza”.

    Buon compleanno, Franz.
    Continui a nascere ogni volta che qualcuno ha il coraggio di sentire davvero.

    Franz Schubert

    Marialuisa Veneziano

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  • Ricorre oggi: il 27 gennaio 1756, nasceva a Salisburgo Wolfgang Amadeus Mozart.

    Per l’ascolto: https://youtu.be/dFw6OQLZcEk?si=zDS6SUmgnEhSAmxN

    Concerto n.22 per pianoforte e orchestra k.428 in E-flat Major – Allegro

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  • Giuseppe Verdi: un’onda di luce nella memoria dell’umanità

    di Marialuisa Veneziano

    (altro…)

    Una risposta a “Giuseppe Verdi: un’onda di luce nella memoria dell’umanità”

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      Commento ineccepibile.

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