Domenica in ascolto

La Domenica in ascolto è uno spazio in cui una pagina musicale diventa occasione di racconto, pensiero e scoperta. Ogni settimana, un ascolto scelto per attraversare la storia della musica con sensibilità e sguardo umano, cercando in ogni suono ciò che continua a parlare al presente.

  • Il cuore che non sa stare fermo

    L’ascolto di oggi: Franz Schubert – Gretchen am Spinnrade, D 118

    di Marialuisa Veneziano


    30 agosto 2026

    Prima che inizi la musica

    Ci sono pensieri educati.

    Arrivano, si fanno riconoscere e poi, con un certo buon senso, se ne vanno.

    E poi ce ne sono altri.

    Quelli che tornano.

    Li scacciamo e tornano. Cambiamo stanza e ci seguono. Proviamo a occuparci d’altro e loro, con una tenacia che meriterebbe miglior causa, ricominciano esattamente dal punto in cui li avevamo lasciati.

    Schubert aveva appena diciassette anni quando trasformò uno di questi pensieri in musica.

    Una ragazza siede all’arcolaio.

    Le mani lavorano.

    La ruota gira.

    Ma lei non è più lì.

    È interamente dentro il ricordo di un uomo.


    🎧 Apri l’ascolto. Poi continua a leggere.

    Questa pagina è pensata per essere letta con la musica accanto.

    ASCOLTA SCHUBERT – GRETCHEN AM SPINNRADE, D 118 (Clicca sulla freccia nera per far apparire l’ascolto)

    Dentro la partitura

    Prima ancora che Margherita pronunci una parola, il pianoforte ci ha già raccontato tutto.

    La mano destra disegna incessantemente figure circolari di semicrome.

    È la ruota dell’arcolaio.

    La sinistra scandisce invece un movimento regolare, quasi meccanico: il pedale, il gesto del piede che mantiene la ruota in movimento.

    Schubert compie qualcosa di straordinariamente moderno: non descrive semplicemente un oggetto.

    Trasforma un gesto esterno in psicologia.

    La ruota gira perché gira l’arcolaio.

    Ma dopo poche battute comprendiamo che sta girando anche il pensiero di Gretchen.

    Meine Ruh ist hin.

    La mia pace è perduta.

    Tutto il Lied nasce da questa impossibilità di fermarsi.

    Il pianoforte continua a macinare il tempo mentre la voce ricorda il passo di Faust, il suo volto, il sorriso, il suono delle sue parole.

    Più lei pensa a lui, più la musica si accende.

    Non stiamo osservando una ragazza all’arcolaio.

    Stiamo ascoltando un’ossessione dall’interno.


    🎧 Ascolta questo

    Segui il pianoforte.

    All’inizio la ruota sembra quasi regolare, domestica.

    Poi ascolta che cosa accade quando Gretchen comincia a ricordare più intensamente Faust.

    La linea vocale sale.

    L’armonia si tende.

    Il respiro diventa sempre più urgente.

    Finché arriva il ricordo:

    il suo bacio.

    Ed è lì che Schubert compie il gesto più bello.

    Per un istante, la ruota si ferma.

    Il pianoforte perde il suo movimento incessante.

    Come se il ricordo fosse diventato così potente da interrompere perfino la realtà.

    Silenzio.

    Sospensione.

    Poi Gretchen ritorna a se stessa.

    E lentamente la ruota ricomincia.

    È uno dei momenti in cui comprendiamo perché Schubert non abbia semplicemente “messo in musica” Goethe.

    Lo ha letto attraverso il suono.


    La nota che resta

    Ci sono pensieri che non ricordiamo: continuiamo ad abitarli.

    La grandezza di Gretchen am Spinnrade non consiste soltanto nella celebre imitazione dell’arcolaio.

    Se fosse così, avremmo una splendida pagina di musica descrittiva.

    Schubert fa qualcosa di molto più profondo.

    All’inizio crediamo che il pianoforte rappresenti la ruota.

    Alla fine comprendiamo che rappresenta Gretchen.

    Il suo pensiero è diventato circolare.

    Non procede verso una conclusione. Torna sempre allo stesso punto: lui.

    È questo che accade anche a noi quando un ricordo diventa troppo grande.

    Il mondo continua a muoversi.

    Noi continuiamo a fare le cose necessarie.

    Apriamo porte, rispondiamo, lavoriamo, sistemiamo, camminiamo.

    La ruota gira.

    Eppure, sotto ogni gesto, può esistere un nome attorno al quale tutto continua segretamente a ruotare.

    Schubert lo sapeva.

    Aveva diciassette anni.

    Il che è leggermente irritante per tutti noi che a diciassette anni eravamo già soddisfatti quando riuscivamo a capire che cosa fare del pomeriggio.



    Portalo con te

    Quando il brano finisce, la ruota non ha risolto nulla.

    Gretchen non è più libera di quanto lo fosse all’inizio.

    Il ricordo rimane.

    Il desiderio rimane.

    Perfino la tonalità sembra ricondurla al punto da cui era partita.

    Eppure noi abbiamo compreso qualcosa.

    Non tutti i pensieri devono necessariamente condurci da qualche parte.

    Alcuni tornano perché custodiscono qualcosa che non abbiamo ancora finito di amare, capire, perdere o desiderare.

    Forse per questo Schubert lascia che la ruota continui.

    Non cerca di guarire Gretchen.

    La ascolta.

    E nel farlo trasforma la sua inquietudine in una delle più straordinarie immagini musicali della mente umana.

    Una ruota.

    Una ragazza.

    Un ricordo.

    E quella strana verità per cui, qualche volta, mentre la vita continua perfettamente a procedere, il cuore rimane fermo nello stesso punto.

  • Il filo che non si spezza

    L’ascolto di oggi: Johann Sebastian Bach – Ich ruf zu dir, Herr Jesu Christ, BWV 639

    di Marialuisa Veneziano


    23 agosto 2026

    Prima che inizi la musica

    Ci sono domeniche in cui non abbiamo bisogno di una musica che ci distragga.

    Non abbiamo bisogno che qualcuno ci convinca che tutto andrà bene, né di quelle consolazioni troppo ben confezionate che arrivano quando, francamente, preferiremmo essere lasciati in pace.

    Abbiamo bisogno di qualcosa di diverso.

    Qualcosa che sappia restare.

    Senza spiegare.
    Senza aggiustare.
    Senza avere fretta.

    Per la prima Domenica in ascolto partiamo proprio da qui.

    Da meno di tre minuti di Bach.

    Tre minuti nei quali, apparentemente, accade pochissimo.

    E forse quasi tutto.


    🎧 Apri l’ascolto. Poi continua a leggere.

    Questa pagina è pensata per essere letta con la musica accanto.

    ASCOLTA Johann Sebastian Bach, Ich ruf zu dir, Herr Jesu Christ, BWV 639 – organo. (Clicca sulla freccia nera per far apparire il video)

    Dentro la partitura

    Ora lascia suonare Bach.

    Non cercare subito di capire.

    Nella voce superiore c’è il corale: una melodia lenta, limpida, quasi vulnerabile. Non conquista lo spazio. Non alza la voce.

    Domanda.

    Sotto di lei, la mano sinistra continua invece a muoversi in una trama regolare di semicrome.

    Il canto respira.

    Il tempo continua.

    E ancora più in profondità, al pedale, una terza voce procede con passo quieto, essenziale, sostenendo l’intero edificio senza mai reclamare il centro della scena.

    Tre linee.

    Voce superiore → domanda
    Voce interna → movimento
    Pedale → sostegno

    Una domanda.
    Qualcosa che continua a camminare.
    Qualcosa, sotto, che sostiene.

    È contrappunto, certamente.

    Ma in Bach il contrappunto, quando raggiunge questa semplicità vertiginosa, smette quasi di sembrare una tecnica compositiva e diventa un modo di pensare l’esistenza.

    Le voci non devono assomigliarsi per poter stare insieme.

    Ognuna conserva il proprio cammino.

    Eppure nessuna è completamente sola.


    🎧 Ascolta questo

    Se il brano è ancora in corso, prova adesso a seguire soltanto la voce superiore.

    Lasciala respirare.

    Poi, al secondo ascolto, dimenticala per qualche istante e cerca il movimento continuo della voce interna. Ti accorgerai che, mentre il canto indugia e sembra quasi fermarsi, sotto di lui qualcosa continua inesorabilmente a scorrere.

    Infine cerca il pedale.

    Non fa nulla per farsi notare.

    Bach, fortunatamente, non aveva ancora conosciuto la necessità di diventare virale.

    Eppure senza quella linea discreta tutto perderebbe il proprio peso.

    A questo punto ascolta nuovamente l’insieme.

    Non sentirai più tre parti.

    Sentirai un organismo.


    La nota che resta

    Bach non interrompe il dolore. Gli costruisce intorno un ordine abbastanza grande da poterlo contenere.

    Forse è proprio questo che rende questa piccola pagina così necessaria.

    Bach non elimina la dissonanza.

    La conduce.

    Non cancella la tensione.

    Le assegna un luogo.

    Non pretende che ciò che fa male smetta immediatamente di farlo.

    Gli dà una forma.

    E la differenza è immensa.

    Viviamo in un tempo innamorato delle soluzioni. Se siamo inquieti dobbiamo reagire. Se siamo stanchi dobbiamo ripartire. Se qualcosa si rompe, possibilmente dobbiamo averlo già trasformato in “opportunità di crescita” entro lunedì mattina.

    Bach non ha questa fretta.

    Il titolo stesso del corale nasce da un’invocazione: “Io ti invoco”.

    Non è la dichiarazione di chi possiede già la risposta.

    È la voce di qualcuno che chiama.

    E la musica conserva esattamente questa condizione: non il trionfo di chi ha compreso tutto, ma la dignità di chi continua a cercare.


    Portalo con te

    Adesso il brano è probabilmente finito.

    E nulla, intorno a noi, è miracolosamente cambiato.

    La stanza è la stessa. Le questioni rimaste aperte sono ancora aperte. Le assenze non sono state colmate. E il lunedì, con la proverbiale delicatezza del lunedì, continua ad avvicinarsi.

    Eppure qualcosa potrebbe essersi spostato di pochi millimetri.

    Abbiamo ascoltato una voce capace di chiedere senza vergognarsi.

    Un tempo capace di continuare senza diventare nemico.

    E qualcosa, più in basso, che continua a sostenere anche quando quasi non ce ne accorgiamo.

    Bach non ci ha promesso che tutto andrà bene.

    Ci ha offerto qualcosa di più serio:

    una forma dentro cui anche ciò che non sappiamo risolvere può continuare a respirare.

    Tre minuti.

    Nessuna risposta definitiva.

    Ma forse un poco più di spazio dentro di noi.

    E per questa domenica può bastare.


    E tu, che cosa hai ascoltato?

    Riascolta il brano una volta ancora, questa volta senza leggere. Poi raccontaci nei commenti quale delle tre voci ti è rimasta dentro.

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7 risposte a “Domenica in ascolto”

  1. Avatar left2ba3d74a7e4
    left2ba3d74a7e4

    Meravigliosa Rubrica!

  2. Avatar
    Anonimo

    Propongo una riflessione/commento del 2° movimento della 3ª sinfonia di Beethoven

    1. Avatar Marialuisa Veneziano

      Grazie per la collaborazione! Seguendo l’ordine delle prenotazioni già arrivate in redazione, comunico che la guida all’ascolto della sua proposta, sarà pubblicata sulla testata domenica 18 ottobre.

  3. Avatar Giovanni
    Giovanni

    Buon pomeriggio, sarei grato se commentaste la sonata op. 27 n. 2 di L. van Beethoven.
    Nel ringraziarvi saluto cordialmente

    1. Avatar Marialuisa Veneziano

      Grazie per la collaborazione! Seguendo l’ordine delle prenotazioni già arrivate in redazione, comunico che la guida all’ascolto della sua proposta, sarà pubblicata sulla testata domenica 25 ottobre.

  4. Avatar
    Anonimo

    Buongiorno, sarei grata se poteste mettere a confronto il dies irae del Requiem di Mozart con quello di Verdi.

    Vi ringrazio per le vostre bellissime e spero seguitissime rubriche

    1. Avatar Marialuisa Veneziano

      Buongiorno! Grazie per il suo gradito intervento. Seguendo l’ordine di pubblicazione, la sua proposta sarà visibile sul giornale domenica 1 novembre. Cordiali saluti

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