Il filo che non si spezza

L’ascolto di oggi: Johann Sebastian Bach – Ich ruf zu dir, Herr Jesu Christ, BWV 639

di Marialuisa Veneziano


23 agosto 2026

Prima che inizi la musica

Ci sono domeniche in cui non abbiamo bisogno di una musica che ci distragga.

Non abbiamo bisogno che qualcuno ci convinca che tutto andrà bene, né di quelle consolazioni troppo ben confezionate che arrivano quando, francamente, preferiremmo essere lasciati in pace.

Abbiamo bisogno di qualcosa di diverso.

Qualcosa che sappia restare.

Senza spiegare.
Senza aggiustare.
Senza avere fretta.

Per la prima Domenica in ascolto partiamo proprio da qui.

Da meno di tre minuti di Bach.

Tre minuti nei quali, apparentemente, accade pochissimo.

E forse quasi tutto.


🎧 Apri l’ascolto. Poi continua a leggere.

Questa pagina è pensata per essere letta con la musica accanto.

ASCOLTA Johann Sebastian Bach, Ich ruf zu dir, Herr Jesu Christ, BWV 639 – organo. (Clicca sulla freccia nera per far apparire il video)

Dentro la partitura

Ora lascia suonare Bach.

Non cercare subito di capire.

Nella voce superiore c’è il corale: una melodia lenta, limpida, quasi vulnerabile. Non conquista lo spazio. Non alza la voce.

Domanda.

Sotto di lei, la mano sinistra continua invece a muoversi in una trama regolare di semicrome.

Il canto respira.

Il tempo continua.

E ancora più in profondità, al pedale, una terza voce procede con passo quieto, essenziale, sostenendo l’intero edificio senza mai reclamare il centro della scena.

Tre linee.

Voce superiore → domanda
Voce interna → movimento
Pedale → sostegno

Una domanda.
Qualcosa che continua a camminare.
Qualcosa, sotto, che sostiene.

È contrappunto, certamente.

Ma in Bach il contrappunto, quando raggiunge questa semplicità vertiginosa, smette quasi di sembrare una tecnica compositiva e diventa un modo di pensare l’esistenza.

Le voci non devono assomigliarsi per poter stare insieme.

Ognuna conserva il proprio cammino.

Eppure nessuna è completamente sola.


🎧 Ascolta questo

Se il brano è ancora in corso, prova adesso a seguire soltanto la voce superiore.

Lasciala respirare.

Poi, al secondo ascolto, dimenticala per qualche istante e cerca il movimento continuo della voce interna. Ti accorgerai che, mentre il canto indugia e sembra quasi fermarsi, sotto di lui qualcosa continua inesorabilmente a scorrere.

Infine cerca il pedale.

Non fa nulla per farsi notare.

Bach, fortunatamente, non aveva ancora conosciuto la necessità di diventare virale.

Eppure senza quella linea discreta tutto perderebbe il proprio peso.

A questo punto ascolta nuovamente l’insieme.

Non sentirai più tre parti.

Sentirai un organismo.


La nota che resta

Bach non interrompe il dolore. Gli costruisce intorno un ordine abbastanza grande da poterlo contenere.

Forse è proprio questo che rende questa piccola pagina così necessaria.

Bach non elimina la dissonanza.

La conduce.

Non cancella la tensione.

Le assegna un luogo.

Non pretende che ciò che fa male smetta immediatamente di farlo.

Gli dà una forma.

E la differenza è immensa.

Viviamo in un tempo innamorato delle soluzioni. Se siamo inquieti dobbiamo reagire. Se siamo stanchi dobbiamo ripartire. Se qualcosa si rompe, possibilmente dobbiamo averlo già trasformato in “opportunità di crescita” entro lunedì mattina.

Bach non ha questa fretta.

Il titolo stesso del corale nasce da un’invocazione: “Io ti invoco”.

Non è la dichiarazione di chi possiede già la risposta.

È la voce di qualcuno che chiama.

E la musica conserva esattamente questa condizione: non il trionfo di chi ha compreso tutto, ma la dignità di chi continua a cercare.


Portalo con te

Adesso il brano è probabilmente finito.

E nulla, intorno a noi, è miracolosamente cambiato.

La stanza è la stessa. Le questioni rimaste aperte sono ancora aperte. Le assenze non sono state colmate. E il lunedì, con la proverbiale delicatezza del lunedì, continua ad avvicinarsi.

Eppure qualcosa potrebbe essersi spostato di pochi millimetri.

Abbiamo ascoltato una voce capace di chiedere senza vergognarsi.

Un tempo capace di continuare senza diventare nemico.

E qualcosa, più in basso, che continua a sostenere anche quando quasi non ce ne accorgiamo.

Bach non ci ha promesso che tutto andrà bene.

Ci ha offerto qualcosa di più serio:

una forma dentro cui anche ciò che non sappiamo risolvere può continuare a respirare.

Tre minuti.

Nessuna risposta definitiva.

Ma forse un poco più di spazio dentro di noi.

E per questa domenica può bastare.


E tu, che cosa hai ascoltato?

Riascolta il brano una volta ancora, questa volta senza leggere. Poi raccontaci nei commenti quale delle tre voci ti è rimasta dentro.


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Una risposta a “Il filo che non si spezza”

  1. Avatar
    Anonimo

    Un dialogo rispettoso che eleva il dolore a motivo e sostanza dell’essere.

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