Quando una canzone diventa casa

L’ascolto di oggi: Noa – No potho reposare

di Marialuisa Veneziano


Prima che inizi la musica

Questa domenica la musica arriva ancora una volta da uno di voi.

Un lettore ci ha proposto No potho reposare e ha scelto, in particolare, l’interpretazione dal vivo di Noa.

E forse non poteva scegliere una versione più adatta allo spirito di questa rubrica.

Perché esistono canzoni che appartengono a un autore.

Poi ne esistono altre che, a un certo punto della loro storia, sembrano smettere di appartenere soltanto a chi le ha scritte. Passano di bocca in bocca, di generazione in generazione, entrano nei matrimoni, nelle partenze, nei ritorni, nelle commemorazioni. Qualcuno le canta e qualcun altro, senza sapere bene perché, sente di essere tornato a casa.

No potho reposare è una di queste.

Non è ufficialmente l’inno della Sardegna — dal 2018 lo è Procurade ’e moderare — ma fu persino fra i brani presi in considerazione per quel riconoscimento. Più che un inno istituzionale, è diventata qualcosa di forse ancora più difficile da decretare per legge: un luogo della memoria collettiva.


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Questa pagina è pensata per essere letta con la musica accanto.

ASCOLTA NOA – NON POTHO REPOSARE

(Clicca sulla freccia nera per far apparire l’ascolto).

La registrazione che accompagna il nostro ascolto risale al Concerto di Natale del 9 dicembre 2006. Noa la dedicò ad Andrea Parodi e alla Sardegna. Il video è oggi pubblicato sul canale ufficiale dell’artista.

Falla partire.

E per qualche minuto non preoccuparti di capire ogni parola.

Prima ascolta che cosa fa la voce quando le parole appartengono a qualcosa di più grande di lei.


Dentro la partitura

Il titolo con cui oggi conosciamo il brano nasce dalla poesia A Diosa, scritta nel 1915 da Salvatore “Badore” Sini, avvocato e poeta di Sarule. Nel 1920 Giuseppe Rachel ne realizzò la celebre veste musicale; già dall’anno successivo la composizione figurava nel repertorio del Corpo musicale filarmonico di Nuoro diretto dallo stesso Rachel.

Ed è importante precisare una cosa.

No potho reposare non nasce come un antico canto anonimo emerso misteriosamente fra le montagne sarde.

Ha degli autori. Ha una data. Ha una storia.

Eppure il tempo ha compiuto su di essa una trasformazione affascinante: una canzone d’autore è stata progressivamente assorbita dalla tradizione fino a essere percepita come patrimonio comune. Cori, cantanti popolari, musicisti classici, jazzisti e artisti rock l’hanno attraversata in decine di interpretazioni diverse.

Questa, per un musicologo, è già una storia meravigliosa.

Il folklore non è sempre ciò che nasce senza autore.

A volte è anche ciò che una comunità decide di non lasciare più andare.


Una melodia che non riesce a stare ferma

Il significato del titolo è semplice e terribile:

“Non posso riposare.”

Chi parla non trova pace perché il pensiero torna continuamente alla persona amata.

Oggi probabilmente qualcuno consiglierebbe di distrarsi, uscire, fare sport, silenziare le notifiche e possibilmente non controllare l’ultimo accesso.

Salvatore Sini fece qualcosa di meno pratico.

Scrisse una poesia.

Per nostra fortuna.

La musica di Rachel possiede un andamento ampio, cantabile, sostenuto da una pulsazione ternaria che le conferisce qualcosa della culla e qualcosa del movimento incessante.

Ed è proprio qui il piccolo paradosso.

La musica ondeggia dolcemente.

Il testo, invece, dice che non c’è pace.

Il corpo musicale sembra cullare ciò che il cuore non riesce a placare.

Non serve una grande complessità armonica per ottenere questo effetto. La forza risiede nella continuità della linea, nell’apertura melodica e nel ritorno delle frasi: l’amore non viene rappresentato come esplosione momentanea, ma come pensiero che insiste.

Ritorna.

E ritorna ancora.

Come fanno certi nomi dentro di noi.


🎧 Ascolta questo

Ora prova a smettere di seguire la traduzione.

Ascolta invece la direzione delle frasi.

Sentirai la melodia tendere continuamente verso l’alto e poi ricadere, come se cercasse di raggiungere qualcosa che rimane sempre un poco più lontano.

Ascolta anche le ripetizioni.

In una cattiva canzone la ripetizione può essere mancanza d’idee.

Qui è il contrario.

Ripetere significa non riuscire a smettere di pensare.

E poi ascolta Noa.

Non cercare di stabilire se la sua pronuncia appartenga alla Sardegna. Non è questo il punto.

Questa è una voce che arriva da altrove e che entra in una musica ricevuta in dono.

Ed è proprio questa distanza a rendere l’interpretazione così significativa.


Una canzone passata di mano

Qui la storia diventa quasi più bella della musicologia.

Noa racconta che fu Andrea Parodi a invitarla in Sardegna e a insegnarle No potho reposare. Nella descrizione pubblicata sul proprio canale ufficiale, ricorda la sua voce, la sua audacia artistica e il legame profondissimo che aveva con l’isola. Poco dopo quell’incontro Parodi morì, a 51 anni. Quando Noa partecipò al Concerto di Natale di quello stesso 2006, scelse proprio questa canzone e la dedicò alla sua memoria e alla Sardegna.

Pensiamoci.

Un poeta scrive per una donna.

Un compositore trasforma quelle parole in canto.

Un’isola adotta quel canto.

Andrea Parodi lo porta nella propria voce fino a farne una delle interpretazioni simbolo del suo percorso.

Poi lo insegna a una cantante israeliana.

Lui non c’è più.

E lei lo canta.

Questo è ciò che la musica sa fare con il tempo.

Non lo annulla.

Lo attraversa.

Andrea Parodi aveva fatto di No potho reposare una presenza costante del proprio repertorio; la Fondazione che porta il suo nome documenta anche la collaborazione con Noa nel 2006.

E allora l’esecuzione che stiamo ascoltando non è semplicemente una cover.

È una restituzione.


La nota che resta

Ci sono musiche che ricordano per noi quando noi non sappiamo più come farlo.

È forse questa una delle ragioni per cui No potho reposare ha superato il confine della semplice canzone d’amore.

Parla di una persona precisa, eppure ciascuno può abitarla.

Parla di lontananza, ma è diventata appartenenza.

Parla di qualcuno che non riesce a riposare pensando a chi ama, e nel corso di un secolo è stata cantata per amori presenti, lontani, perduti, per una terra lasciata e ritrovata, per persone che continuano a vivere nel ricordo.

Qui accade qualcosa che appartiene alla musica più che alle parole.

Una poesia dice:

io amo te.

Una canzone cantata da migliaia di persone finisce per dire:

noi sappiamo che cosa significa.

Ed è in quel passaggio dall’io al noi che una canzone comincia a diventare patrimonio.


🔎 Una cosa da sapere

No potho reposare è conosciuta anche con il titolo originario A Diosa.

La poesia di Salvatore Sini risale al 1915; Giuseppe Rachel la mise in musica nel 1920. Nel corso del Novecento il brano è passato attraverso cori, interpreti della tradizione, musica colta, jazz e popular music, fino a diventare uno dei simboli sonori più riconoscibili della Sardegna.

E una curiosità dice molto sul suo valore identitario: nel 2018 No potho reposare fu tra le alternative discusse per diventare inno ufficiale della Regione Sardegna. Alla fine fu scelta Procurade ’e moderare.

Forse va bene così.

Alcune canzoni non hanno bisogno di un decreto.

Sono già state elette dal cuore.


Portalo con te

Quando l’ultima nota sarà finita, pensa per un momento al viaggio che ha compiuto questa musica.

Da Sarule a Nuoro.

Dalla carta alla voce.

Dalla Sardegna al mondo.

Da Andrea Parodi a Noa.

E ora da un nostro lettore fino a questa pagina.

È esattamente il motivo per cui abbiamo voluto aprire Domenica in ascolto alle vostre proposte.

Una musica amata non rimane ferma.

Si consegna.

Qualcuno ce la fa conoscere.

Noi la custodiamo per un po’.

Poi la passiamo a qualcun altro.

E forse è questa la forma più bella dell’immortalità che la musica possa concedere: non impedire alle cose di finire, ma permettere loro di continuare in un’altra voce.

No potho reposare parla di un amore che non lascia riposare.

Ma dopo più di un secolo racconta anche qualcosa d’altro.

Una terra.

Una lingua.

Un uomo che affidò una canzone a un’altra voce.

Una cantante che, quando quell’uomo non c’era più, gliela restituì cantando.

E un lettore che oggi ha deciso di passarla a noi.

La musica, in fondo, fa proprio questo.

Non trattiene.

Passa.

E passando, qualche volta, riesce a restare.



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