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  • Quando una canzone diventa casa

    L’ascolto di oggi: Noa – No potho reposare

    di Marialuisa Veneziano


    Prima che inizi la musica

    Questa domenica la musica arriva ancora una volta da uno di voi.

    Un lettore ci ha proposto No potho reposare e ha scelto, in particolare, l’interpretazione dal vivo di Noa.

    E forse non poteva scegliere una versione più adatta allo spirito di questa rubrica.

    Perché esistono canzoni che appartengono a un autore.

    Poi ne esistono altre che, a un certo punto della loro storia, sembrano smettere di appartenere soltanto a chi le ha scritte. Passano di bocca in bocca, di generazione in generazione, entrano nei matrimoni, nelle partenze, nei ritorni, nelle commemorazioni. Qualcuno le canta e qualcun altro, senza sapere bene perché, sente di essere tornato a casa.

    No potho reposare è una di queste.

    Non è ufficialmente l’inno della Sardegna — dal 2018 lo è Procurade ’e moderare — ma fu persino fra i brani presi in considerazione per quel riconoscimento. Più che un inno istituzionale, è diventata qualcosa di forse ancora più difficile da decretare per legge: un luogo della memoria collettiva.


    🎧 Apri l’ascolto. Poi continua a leggere

    Questa pagina è pensata per essere letta con la musica accanto.

    ASCOLTA NOA – NON POTHO REPOSARE

    (Clicca sulla freccia nera per far apparire l’ascolto).

    La registrazione che accompagna il nostro ascolto risale al Concerto di Natale del 9 dicembre 2006. Noa la dedicò ad Andrea Parodi e alla Sardegna. Il video è oggi pubblicato sul canale ufficiale dell’artista.

    Falla partire.

    E per qualche minuto non preoccuparti di capire ogni parola.

    Prima ascolta che cosa fa la voce quando le parole appartengono a qualcosa di più grande di lei.


    Dentro la partitura

    Il titolo con cui oggi conosciamo il brano nasce dalla poesia A Diosa, scritta nel 1915 da Salvatore “Badore” Sini, avvocato e poeta di Sarule. Nel 1920 Giuseppe Rachel ne realizzò la celebre veste musicale; già dall’anno successivo la composizione figurava nel repertorio del Corpo musicale filarmonico di Nuoro diretto dallo stesso Rachel.

    Ed è importante precisare una cosa.

    No potho reposare non nasce come un antico canto anonimo emerso misteriosamente fra le montagne sarde.

    Ha degli autori. Ha una data. Ha una storia.

    Eppure il tempo ha compiuto su di essa una trasformazione affascinante: una canzone d’autore è stata progressivamente assorbita dalla tradizione fino a essere percepita come patrimonio comune. Cori, cantanti popolari, musicisti classici, jazzisti e artisti rock l’hanno attraversata in decine di interpretazioni diverse.

    Questa, per un musicologo, è già una storia meravigliosa.

    Il folklore non è sempre ciò che nasce senza autore.

    A volte è anche ciò che una comunità decide di non lasciare più andare.


    Una melodia che non riesce a stare ferma

    Il significato del titolo è semplice e terribile:

    “Non posso riposare.”

    Chi parla non trova pace perché il pensiero torna continuamente alla persona amata.

    Oggi probabilmente qualcuno consiglierebbe di distrarsi, uscire, fare sport, silenziare le notifiche e possibilmente non controllare l’ultimo accesso.

    Salvatore Sini fece qualcosa di meno pratico.

    Scrisse una poesia.

    Per nostra fortuna.

    La musica di Rachel possiede un andamento ampio, cantabile, sostenuto da una pulsazione ternaria che le conferisce qualcosa della culla e qualcosa del movimento incessante.

    Ed è proprio qui il piccolo paradosso.

    La musica ondeggia dolcemente.

    Il testo, invece, dice che non c’è pace.

    Il corpo musicale sembra cullare ciò che il cuore non riesce a placare.

    Non serve una grande complessità armonica per ottenere questo effetto. La forza risiede nella continuità della linea, nell’apertura melodica e nel ritorno delle frasi: l’amore non viene rappresentato come esplosione momentanea, ma come pensiero che insiste.

    Ritorna.

    E ritorna ancora.

    Come fanno certi nomi dentro di noi.


    🎧 Ascolta questo

    Ora prova a smettere di seguire la traduzione.

    Ascolta invece la direzione delle frasi.

    Sentirai la melodia tendere continuamente verso l’alto e poi ricadere, come se cercasse di raggiungere qualcosa che rimane sempre un poco più lontano.

    Ascolta anche le ripetizioni.

    In una cattiva canzone la ripetizione può essere mancanza d’idee.

    Qui è il contrario.

    Ripetere significa non riuscire a smettere di pensare.

    E poi ascolta Noa.

    Non cercare di stabilire se la sua pronuncia appartenga alla Sardegna. Non è questo il punto.

    Questa è una voce che arriva da altrove e che entra in una musica ricevuta in dono.

    Ed è proprio questa distanza a rendere l’interpretazione così significativa.


    Una canzone passata di mano

    Qui la storia diventa quasi più bella della musicologia.

    Noa racconta che fu Andrea Parodi a invitarla in Sardegna e a insegnarle No potho reposare. Nella descrizione pubblicata sul proprio canale ufficiale, ricorda la sua voce, la sua audacia artistica e il legame profondissimo che aveva con l’isola. Poco dopo quell’incontro Parodi morì, a 51 anni. Quando Noa partecipò al Concerto di Natale di quello stesso 2006, scelse proprio questa canzone e la dedicò alla sua memoria e alla Sardegna.

    Pensiamoci.

    Un poeta scrive per una donna.

    Un compositore trasforma quelle parole in canto.

    Un’isola adotta quel canto.

    Andrea Parodi lo porta nella propria voce fino a farne una delle interpretazioni simbolo del suo percorso.

    Poi lo insegna a una cantante israeliana.

    Lui non c’è più.

    E lei lo canta.

    Questo è ciò che la musica sa fare con il tempo.

    Non lo annulla.

    Lo attraversa.

    Andrea Parodi aveva fatto di No potho reposare una presenza costante del proprio repertorio; la Fondazione che porta il suo nome documenta anche la collaborazione con Noa nel 2006.

    E allora l’esecuzione che stiamo ascoltando non è semplicemente una cover.

    È una restituzione.


    La nota che resta

    Ci sono musiche che ricordano per noi quando noi non sappiamo più come farlo.

    È forse questa una delle ragioni per cui No potho reposare ha superato il confine della semplice canzone d’amore.

    Parla di una persona precisa, eppure ciascuno può abitarla.

    Parla di lontananza, ma è diventata appartenenza.

    Parla di qualcuno che non riesce a riposare pensando a chi ama, e nel corso di un secolo è stata cantata per amori presenti, lontani, perduti, per una terra lasciata e ritrovata, per persone che continuano a vivere nel ricordo.

    Qui accade qualcosa che appartiene alla musica più che alle parole.

    Una poesia dice:

    io amo te.

    Una canzone cantata da migliaia di persone finisce per dire:

    noi sappiamo che cosa significa.

    Ed è in quel passaggio dall’io al noi che una canzone comincia a diventare patrimonio.


    🔎 Una cosa da sapere

    No potho reposare è conosciuta anche con il titolo originario A Diosa.

    La poesia di Salvatore Sini risale al 1915; Giuseppe Rachel la mise in musica nel 1920. Nel corso del Novecento il brano è passato attraverso cori, interpreti della tradizione, musica colta, jazz e popular music, fino a diventare uno dei simboli sonori più riconoscibili della Sardegna.

    E una curiosità dice molto sul suo valore identitario: nel 2018 No potho reposare fu tra le alternative discusse per diventare inno ufficiale della Regione Sardegna. Alla fine fu scelta Procurade ’e moderare.

    Forse va bene così.

    Alcune canzoni non hanno bisogno di un decreto.

    Sono già state elette dal cuore.


    Portalo con te

    Quando l’ultima nota sarà finita, pensa per un momento al viaggio che ha compiuto questa musica.

    Da Sarule a Nuoro.

    Dalla carta alla voce.

    Dalla Sardegna al mondo.

    Da Andrea Parodi a Noa.

    E ora da un nostro lettore fino a questa pagina.

    È esattamente il motivo per cui abbiamo voluto aprire Domenica in ascolto alle vostre proposte.

    Una musica amata non rimane ferma.

    Si consegna.

    Qualcuno ce la fa conoscere.

    Noi la custodiamo per un po’.

    Poi la passiamo a qualcun altro.

    E forse è questa la forma più bella dell’immortalità che la musica possa concedere: non impedire alle cose di finire, ma permettere loro di continuare in un’altra voce.

    No potho reposare parla di un amore che non lascia riposare.

    Ma dopo più di un secolo racconta anche qualcosa d’altro.

    Una terra.

    Una lingua.

    Un uomo che affidò una canzone a un’altra voce.

    Una cantante che, quando quell’uomo non c’era più, gliela restituì cantando.

    E un lettore che oggi ha deciso di passarla a noi.

    La musica, in fondo, fa proprio questo.

    Non trattiene.

    Passa.

    E passando, qualche volta, riesce a restare.


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  • Il concerto dura due ore. Per costruirlo ci vuole una vita

    Il concerto dura due ore. Per costruirlo ci vuole una vita

    Dalla sinfonica al pop, dai piccoli club allo streaming: ascoltiamo più musica che mai. Ma abbiamo ancora idea di quanto costa farla esistere?

    di Marialuisa Veneziano


    1 settembre 2026

    Alle nove di sera il pubblico prende posto.

    Qualcuno spegne il telefono, qualcuno invece lo tiene già sollevato, pronto a dimostrare a centinaia di persone che anche lui era presente. È uno dei grandi misteri del nostro tempo: paghiamo per vedere qualcosa dal vivo e, appena comincia, lo guardiamo attraverso un rettangolo di vetro.

    In un teatro l’orchestra accorda.

    In uno stadio si spengono le luci.

    In un piccolo club un cantante controlla per l’ultima volta il microfono e il chitarrista si china sulla pedaliera con la devozione che un organista del Seicento avrebbe riservato ai registri.

    Cambiano i vestiti, cambiano i decibel, cambia perfino il prezzo della birra.

    Ma sta per accadere la stessa cosa.

    Qualcuno farà musica per qualcun altro.

    Due ore dopo arriverà l’applauso.

    E noi avremo l’impressione di aver assistito a due ore di lavoro.

    È una delle illusioni meglio riuscite della musica.


    Il lavoro che deve sembrare scomparire

    Un violinista entra in orchestra e suona.

    Un cantante pop sale sul palco e canta.

    Un pianista si siede e comincia.

    Visto da fuori, è tutto sorprendentemente semplice.

    Il grande interprete, però, esercita un mestiere paradossale: lavora per migliaia di ore affinché, quando finalmente lo guardiamo, il lavoro non si veda più.

    Se avvertissimo la fatica dietro ogni passaggio, l’interpretazione sarebbe fallita. Se il cantante ci mostrasse continuamente il sostegno del fiato, se il pianista esibisse la difficoltà tecnica, se il violinista trasformasse ogni cambio di posizione in una richiesta di solidarietà nazionale, ascolteremmo ginnastica, non musica.

    La tecnica raggiunge il proprio scopo quando scompare.

    Ed è forse proprio questa invisibilità ad averci ingannati.

    Dietro un concerto sinfonico ci sono anni di formazione individuale, audizioni, prove d’insieme, direttori, bibliotecari musicali, tecnici, amministrativi, personale di sala, manutenzione degli strumenti, trasporti.

    Dietro il concerto di un artista pop non c’è semplicemente “uno che canta”.

    Ci sono musicisti, arrangiatori, producer, fonici di sala e di palco, tecnici delle luci, backliner, tour manager, addetti alla sicurezza, autisti, montatori, programmatori, spesso coreografi, videomaker e decine — nei grandi tour centinaia — di persone che lavorano prima che il primo accordo venga suonato.

    E prima ancora del tour c’è stata una canzone.

    Qualcuno l’ha scritta.

    Qualcuno l’ha arrangiata.

    Qualcuno l’ha registrata.

    Qualcuno ha trascorso tre ore a scegliere il suono di un rullante che l’ascoltatore sentirà per un quarto di secondo.

    Non ridiamo: nella musica le grandi tragedie possono consumarsi anche intorno a un charleston.


    La musica non è mai stata tanto presente

    Il paradosso contemporaneo è sorprendente.

    Non stiamo assistendo alla scomparsa della musica.

    Al contrario: ne consumiamo quantità gigantesche.

    Nel 2025 il mercato mondiale della musica registrata ha raggiunto 31,7 miliardi di dollari, crescendo per l’undicesimo anno consecutivo. Lo streaming rappresenta ormai quasi il 70% dei ricavi globali della musica registrata e gli account a pagamento hanno raggiunto 837 milioni. (IFPI)

    Anche il vivo corre.

    In Italia, secondo il Rapporto SIAE 2025, i concerti hanno superato per la prima volta 1,16 miliardi di euro di spesa al botteghino, con una crescita del 17,5% rispetto all’anno precedente. Sono diventati il principale motore economico dello spettacolo italiano. (SIAE)

    Dunque la musica interessa.

    Eccome se interessa.

    La ascoltiamo mentre guidiamo, corriamo, studiamo, cuciniamo, lavoriamo, ci innamoriamo e, in alcuni casi, tentiamo disperatamente di disinnamorarci scegliendo playlist che ottengono invariabilmente l’effetto opposto.

    La musica è ovunque.

    Ed è proprio qui che comincia il problema.

    Quando qualcosa diventa onnipresente, rischia di sembrarci priva di costo.


    Un tempo compravamo un disco. Oggi compriamo l’accesso all’universo

    C’è stato un cambiamento antropologico, prima ancora che economico.

    Per ascoltare un disco bisognava possederlo.

    Lo si sceglieva. Lo si comprava. Lo si portava a casa.

    Esisteva dunque una relazione abbastanza chiara tra l’oggetto musicale e il suo prezzo.

    Oggi paghiamo un abbonamento e davanti a noi appare una biblioteca sonora praticamente sconfinata.

    È una conquista straordinaria.

    Un adolescente può passare in pochi secondi da Billie Eilish a Miles Davis, da una sinfonia di Mahler a un rapper coreano, da Monteverdi a una band indipendente registrata ieri dall’altra parte del pianeta.

    Mai nella storia umana abbiamo avuto una simile disponibilità musicale.

    Ma l’abbondanza modifica la percezione del valore.

    Quando possediamo tutto, ogni singola cosa sembra costare meno.

    Lo streaming non è semplicemente un nuovo supporto, come furono il CD o il vinile. Ha trasformato la nostra idea stessa di possesso: non compriamo più l’opera, compriamo la possibilità permanente di raggiungerla.

    Spotify, nei propri dati relativi al 2025, dichiara di aver distribuito oltre 11 miliardi di dollari ai titolari dei diritti e sottolinea che il sistema non remunera attraverso una tariffa fissa “per ascolto”, ma mediante la quota di streaming maturata all’interno del monte royalties. La stessa piattaforma riferisce che oltre 81.000 artisti hanno generato almeno 10.000 dollari di royalties Spotify nel 2025. Sono dati della piattaforma stessa e, dunque, vanno letti come tali; mostrano però quanto complessa sia diventata l’economia che si nasconde dietro un gesto apparentemente innocuo come premere play. (loudandclear.byspotify.com)

    Il problema non consiste allora nel rimpiangere il negozio di dischi come se vi si fosse custodita l’ultima riserva morale dell’Occidente.

    Il problema è un altro:

    abbiamo separato sempre più nettamente l’esperienza dell’ascolto dalla percezione del lavoro necessario a produrla.


    Bach, Beyoncé e il medesimo problema

    A questo punto qualcuno potrebbe pensare che il discorso valga soprattutto per orchestre, teatri d’opera e musica cosiddetta colta.

    Sarebbe un errore.

    Una sinfonia di Mahler richiede un organico enorme e non può essere “ottimizzata” riducendo i professori d’orchestra senza modificarne la natura.

    Ma nemmeno un gruppo rock può andare in tournée sostituendo il batterista con mezzo batterista perché il prezzo del gasolio è aumentato.

    Ed ecco un vecchio problema economico che torna sorprendentemente moderno.

    Negli anni Sessanta gli economisti William Baumol e William Bowen descrissero quello che sarebbe diventato noto come “cost disease”, il morbo dei costi delle arti performative.

    Il concetto, semplificando, è geniale.

    Per costruire un’automobile oggi servono molte meno ore di lavoro rispetto a un secolo fa, grazie all’aumento della produttività.

    Ma per eseguire un quartetto di Beethoven servono ancora quattro musicisti e grosso modo lo stesso tempo che serviva nel 1826.

    Non possiamo eseguire Beethoven al 220% della velocità per aumentare la produttività. Tecnicamente potremmo. Probabilmente Beethoven verrebbe però a reclamarci personalmente dall’aldilà.

    La musica dal vivo resiste alla produttività industriale perché il suo tempo coincide con il nostro.

    E questo vale anche per una canzone.

    Tre minuti di musica richiedono tre minuti per essere ascoltati.

    Un concerto di due ore necessita ancora di due ore della vita dell’artista e del pubblico.

    La tecnologia può moltiplicare la distribuzione.

    Non può moltiplicare il tempo umano.

    Ed è proprio questa inefficienza, economicamente parlando, a costituire una parte della bellezza dell’esperienza musicale.


    Lo stadio pieno e il locale che chiude

    C’è poi un’altra contraddizione del nostro tempo.

    Vediamo stadi esauriti e concludiamo che la musica dal vivo goda ovunque di ottima salute.

    Ma osservare soltanto il vertice significa confondere la salute di alcuni grandi alberi con quella dell’intera foresta.

    Nel Regno Unito — uno dei mercati musicali più importanti al mondo — il Music Venue Trust ha rilevato che nel 2025 il 53% dei piccoli locali dedicati alla musica dal vivo non ha prodotto alcun profitto. Il margine medio del settore è stato appena del 2,5%; trenta locali hanno chiuso definitivamente e il comparto ha perso migliaia di posti di lavoro. (Music Venue Trust)

    Non è un dato italiano e non va importato meccanicamente nella nostra realtà.

    È però un avvertimento prezioso.

    Perché prima dello stadio esiste il locale da cento posti.

    Prima della tournée mondiale c’è spesso un concerto davanti a quaranta persone, tre delle quali sono amici del bassista e una è entrata soltanto perché fuori pioveva.

    Quella sera può sembrare irrilevante.

    Non lo è.

    I piccoli luoghi sono i laboratori nei quali gli artisti imparano il mestiere davanti a un pubblico vero.

    Si può imparare armonia in una scuola.

    Si può studiare tecnica in una stanza.

    Ma nessuna piattaforma può insegnare cosa succede quando una sala non reagisce, quando un pezzo non funziona, quando bisogna conquistare l’attenzione di qualcuno che non ha alcun obbligo di concedercela.

    Il pubblico fa parte della formazione del musicista.

    Anche quello distratto.

    Talvolta soprattutto quello distratto.

    ************

    La società ama il risultato e rimuove il processo

    Qui la musica diventa uno specchio di qualcosa di molto più vasto.

    La nostra società è innamorata dei risultati.

    Vediamo il calciatore quando segna, non gli allenamenti.

    Vediamo il romanzo pubblicato, non le pagine buttate.

    Vediamo il cantante sotto i riflettori, non gli anni nei quali cantava senza che nessuno lo chiamasse “artista”.

    Il successo contemporaneo viene rappresentato quasi sempre come un’apparizione.

    All’improvviso qualcuno “esplode”.

    “È diventato famoso.”

    “È arrivato.”

    Come se fino alla settimana precedente fosse stato conservato sottovuoto.

    La cultura digitale ha accentuato questa percezione perché mostra continuamente l’esito, molto raramente la durata che lo ha prodotto.

    E la musica soffre particolarmente di questa distorsione.

    Perché sembra facile quando è fatta bene.

    Il cantante che controlla perfettamente la voce sembra semplicemente aprire la bocca.

    Il pianista che possiede davvero un passaggio sembra quasi non muovere le mani.

    L’orchestra perfettamente insieme fa dimenticare che cento individui stanno prendendo cento decisioni simultanee.

    La qualità cancella le proprie tracce.

    È la sua grande eleganza.

    Ed economicamente, qualche volta, la sua condanna.


    Ma allora la cultura deve essere sovvenzionata per sempre?

    Arriviamo alla domanda che generalmente compare quando si parla di orchestre, teatri, festival, musica contemporanea:

    se il pubblico non basta a mantenerli, perché dovrebbe intervenire la collettività?

    Domanda legittima.

    La risposta non può essere: “perché è cultura”, pronunciato con la stessa solennità con cui un cardinale mostrerebbe una reliquia.

    La cultura non deve diventare l’alibi dietro cui nascondere cattiva amministrazione, programmazioni pigre o istituzioni incapaci di parlare al proprio tempo.

    Il finanziamento pubblico comporta responsabilità.

    Trasparenza.

    Accessibilità.

    Educazione.

    Capacità di costruire pubblico.

    Ma esiste contemporaneamente un equivoco da smontare: non tutto ciò che produce valore sociale è in grado di trasformarlo integralmente in ricavo commerciale.

    Una biblioteca non è inutile perché presta gratuitamente i libri.

    Una scuola non è fallimentare perché il profitto annuale degli studenti non appare nel suo bilancio.

    Un parco pubblico non deve vendere abbastanza alberi per giustificare la propria esistenza.

    Il mercato misura alcune forme di valore.

    Non tutte.

    La musica produce istruzione, identità, aggregazione, memoria, turismo, lavoro, reputazione culturale, benessere urbano, appartenenza.

    E produce qualcosa di ancora più difficile da mettere in Excel:

    occasioni in cui degli sconosciuti provano qualcosa insieme.

    Non è pochissimo.

    Nella società più individualizzata della storia, potrebbe persino essere una necessità.

    ***********

    Dal concerto di Taylor Swift alla banda del paese

    È qui che dobbiamo abbandonare definitivamente la vecchia gerarchia tra musica “alta” e musica “bassa”.

    Il valore sociale della musica non risiede soltanto nella complessità della partitura.

    Uno stadio che canta insieme una canzone pop, una piccola jazz band in un club, un coro amatoriale, una banda durante una processione, un’orchestra sinfonica che affronta Bruckner stanno facendo cose musicalmente diversissime.

    Ma condividono un gesto fondamentale.

    Stanno costruendo tempo comune.

    Ed è forse questo che continuiamo a comprare quando acquistiamo un biglietto.

    Non soltanto suono.

    Presenza.

    Il disco è ripetibile.

    Il concerto no.

    Possiamo ascoltare cento registrazioni dello stesso brano, ma quella sera, in quella sala, con quelle persone, quella precisa esecuzione esisterà una sola volta.

    È una merce stranissima.

    Nel momento stesso in cui viene prodotta, comincia a scomparire.


    Quanto dovrebbe costare, allora, una canzone?

    Non esiste una risposta semplice.

    E diffiderei da chi ne possiede una.

    I biglietti devono rimanere accessibili.

    Gli artisti devono essere remunerati.

    I tecnici devono vivere.

    Le istituzioni devono essere sostenibili.

    I locali devono poter restare aperti.

    Gli autori devono ricevere i diritti.

    Il pubblico non può essere considerato un bancomat emotivo al quale aumentare continuamente il prezzo perché “tanto ama l’artista”.

    È un equilibrio delicatissimo.

    Ma almeno possiamo cominciare modificando una domanda.

    Quando diciamo:

    “Perché costa tanto?”

    dovremmo imparare anche a domandare:

    “Quante persone e quanto tempo ci sono dietro ciò che sto pagando?”

    Non significa accettare qualsiasi prezzo.

    Significa recuperare la relazione tra prezzo e lavoro.

    Un rapporto che l’economia digitale ha reso sempre meno visibile.


    L’ultima nota

    Alla fine del concerto il direttore abbassa le braccia.

    Oppure il cantante lascia cadere il microfono lungo il fianco.

    Le luci rimangono ferme.

    Per un istante accade qualcosa di curioso.

    La musica è finita, ma il pubblico non applaude ancora.

    Esiste un brevissimo spazio tra l’ultima vibrazione e il rumore delle mani.

    È forse il momento più prezioso di tutta la serata.

    Cento musicisti possono aver lavorato per settimane.

    Una band può aver attraversato mezza Europa.

    Un cantante può aver impiegato anni per arrivare su quel palco.

    Tecnici e maestranze possono aver lavorato dalla mattina.

    E tutto quel lavoro ha prodotto qualcosa che non possiamo conservare.

    Domani il palco sarà vuoto.

    La sala verrà pulita.

    Gli strumenti torneranno nelle custodie.

    L’orchestra dovrà ricominciare.

    La band dovrà rimontare tutto altrove.

    Perché la musica possiede una crudeltà meravigliosa:

    per continuare a vivere deve continuamente morire.

    Forse abbiamo quindi sbagliato domanda.

    Continuiamo a domandarci quanto costi la musica.

    Molto.

    In denaro, disciplina, studio, rinunce, infrastrutture, tentativi falliti, chilometri, prove, notti.

    Ma esiste una domanda assai più seria.

    Quanto ci costerebbe una società nella quale nessuno avesse più il tempo, i mezzi o il coraggio di fare tutto questo?

    Una società piena di cuffie, piattaforme e altoparlanti, ma senza nuovi musicisti da ascoltare.

    Una società capace di consumare musica ventiquattr’ore al giorno e incapace di permettere a chi la crea di vivere.

    Sarebbe il paradosso perfetto del nostro tempo:

    avere tutta la musica del mondo e aver dimenticato che, da qualche parte, qualcuno deve ancora farla.


    MINI BOX IRONICO

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