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  • Intervista impossibile al Silenzio

    Intervista impossibile al Silenzio

    «Mi accusate di essere vuoto. Eppure senza di me la musica non saprebbe respirare»

    di Marialuisa Veneziano


    15 settembre 2026

    Si è presentato in redazione senza bussare.

    Del resto, sarebbe stato incoerente.

    Si è seduto davanti a me e, per alcuni secondi, non ha detto nulla. Io ho aspettato. Lui pure. Dopo un po’ ho cominciato a sentirmi a disagio, come capita spesso agli esseri umani quando nessuno riempie immediatamente lo spazio con parole, notifiche, musica d’ambiente o almeno un rispettabile rumore di fondo.

    «È il suo modo di mettermi in difficoltà?»

    Il Silenzio ha sorriso.

    «No. È il vostro modo di avere paura di me.»

    Aveva cominciato bene.


    Lei ha una pessima reputazione.

    «Lo so. Mi associate all’imbarazzo, alla solitudine, alle stanze vuote, alle telefonate che non arrivano. Quando una conversazione tace dite subito: “Che silenzio!”. Come se fosse comparso un ospite indesiderato.»

    E in musica?

    «In musica, curiosamente, mi trattate con più rispetto. Lì avete perfino inventato dei segni per convocarmi.»

    Pausa di semiminima, minima, semibreve. Pause multiple. Cesure. Corone. Generalpause.

    Il Silenzio possiede una notazione.

    Non è dunque assenza di musica. È musica alla quale è stato proibito, momentaneamente, di produrre suono.

    E la differenza è enorme.

    Una pausa di semiminima non equivale al nulla. Ha una durata precisa. Occupa il tempo. Deve essere contata, pensata, respirata.

    «È divertente», osserva. «I musicisti trascorrono anni a imparare quando non devono suonare. Gli altri trascorrono una vita a evitarlo.»

    Punto per lui.


    Quindi una pausa è già musica?

    «Naturalmente. Provate a toglierle tutte.»

    Il risultato sarebbe terrificante.

    La musica diventerebbe un discorso pronunciato senza virgole, senza punti, senza inspirazioni. Una persona che vi racconta la propria vita tutta d’un fiato dalle scuole elementari alla pensione.

    Anche Mozart, dopo un po’, chiederebbe soccorso.

    La pausa organizza il discorso musicale perché separa, articola, prepara, sorprende. Può essere respiro o abisso. Può concludere una frase oppure impedire deliberatamente che essa si chiuda.

    Nel linguaggio della retorica musicale barocca esisteva persino la suspiratio: la frammentazione di una linea attraverso piccole pause capaci di evocare il sospiro.

    Il silenzio diventava figura retorica.

    Non interrompeva l’espressione.

    Era l’espressione.


    Però noi pensiamo alla musica come suono.

    «È il vostro primo errore.»

    Mi guarda quasi con compassione.

    «Confondete il materiale con la forma. Anche una cattedrale è fatta di pietra, ma nessuno direbbe che la sua grandezza dipenda dal numero dei mattoni.»

    In musica il suono acquista significato perché esistono separazione, durata, distanza.

    Pensiamo all’intervallo.

    Due note non formano un intervallo soltanto per ciò che sono, ma per la relazione che si apre fra loro.

    Perfino una melodia necessita di qualcosa che non è materialmente presente.

    Edmund Husserl, riflettendo sulla coscienza del tempo, aveva osservato che percepiamo una melodia perché la nota appena trascorsa continua a essere trattenuta nella memoria mentre attendiamo quella successiva.

    In altre parole, ascoltiamo il presente portandoci dietro ciò che non suona più e protendendoci verso ciò che non suona ancora.

    Il Silenzio sembra divertirsi.

    «Vede? Alla fine sono sempre io.»


    Beethoven la utilizzava parecchio.

    «Beethoven mi trattava con grande serietà. Qualche volta persino con brutalità.»

    Basta pensare all’attacco della Quinta Sinfonia.

    Prima ancora del celeberrimo motivo, Beethoven inserisce un minuscolo spazio ritmico. Poi quelle quattro note vengono bloccate da una corona.

    Il gesto sembra elementare.

    Non lo è.

    Quelle interruzioni trasformano poche altezze in un avvenimento.

    Suonare soltanto le note senza comprendere ciò che accade attorno ad esse significa pronunciare una domanda eliminando il punto interrogativo.

    Beethoven comprende benissimo che l’energia non nasce soltanto dal suono.

    Nasce dall’attesa del suono.

    Nel suo linguaggio maturo, le cesure possono diventare quasi drammaturgia: una frattura, una sospensione del pensiero, qualcosa che obbliga l’ascoltatore a completare interiormente ciò che l’orchestra ha momentaneamente abbandonato.

    «Beethoven», sospira il mio interlocutore, «aveva almeno la buona educazione di lasciarmi lavorare.»


    Anche Haydn amava giocare con lei.

    «Oh, Haydn! Un uomo che aveva capito che il pubblico, per essere sorpreso, deve prima sentirsi al sicuro.»

    L’umorismo musicale di Haydn è spesso costruito proprio attraverso aspettative manipolate: attese prolungate, false conclusioni, cesure, ritorni inattesi.

    Il silenzio può essere comico.

    È importante ricordarlo.

    Non è sempre morte, metafisica e nebbia sull’abisso.

    A volte è semplicemente tempismo.

    Un comico lo sa benissimo: una battuta detta mezzo secondo troppo presto può morire; mezzo secondo di pausa può farla esplodere.

    Musica e comicità condividono qualcosa di essenziale: entrambe governano l’aspettativa.

    BOX IRONICO


    E Debussy?

    Il Silenzio cambia espressione.

    «Finalmente qualcuno che non cercava sempre di riempirmi.»

    In Debussy lo spazio fra i suoni diventa spesso parte della materia timbrica. L’accordo non vale soltanto nel momento dell’attacco: vale nella sua risonanza, nel suo decadimento, nel modo in cui lascia l’aria modificata dopo di sé.

    Il pianoforte, soprattutto, insegna una verità interessante.

    Dopo che il martelletto ha colpito la corda, il pianista non può più “fare” quella nota.

    Può soltanto ascoltarla morire.

    Questa è una delle lezioni più severe dell’interpretazione.

    Il controllo non consiste sempre nell’agire.

    Talvolta consiste nel non interferire.

    Un bravo pianista deve sapere quando lasciare che un accordo continui senza aggiungere niente.

    «Concetto sorprendentemente applicabile anche alle conversazioni», osserva il Silenzio.

    Non posso dargli torto.


    E Mahler?

    «Mahler sapeva che posso essere spaventoso.»

    Nella musica di Mahler il silenzio non è quasi mai neutro. Può arrivare dopo masse orchestrali immense e, proprio per contrasto, diventare più rumoroso dell’orchestra.

    Particolarmente nelle pagine tarde, la rarefazione del tessuto sonoro assume un significato quasi esistenziale.

    Il finale della Nona Sinfonia sembra progressivamente sottrarre materia al suono.

    Le dinamiche si abbassano.

    Le frasi si frammentano.

    L’orchestra sembra perdere peso.

    Il gesto finale non possiede il carattere della conclusione teatrale.

    È piuttosto un progressivo congedo.

    E accade allora una cosa straordinaria: quando gli strumenti smettono di suonare, l’ascoltatore non percepisce immediatamente la fine.

    Per alcuni secondi continua ad ascoltare qualcosa che non c’è più.

    «Quello», dice il Silenzio, «è uno dei miei momenti migliori.»


    Però a un certo punto è arrivato John Cage e ha fatto di lei il protagonista.

    «Ah. Finalmente qualcuno mi ha dato il ruolo principale.»

    Nel 1952 John Cage presenta 4’33”.

    Il pianista David Tudor si siede allo strumento e, nei tre movimenti dell’opera, non produce intenzionalmente note al pianoforte.

    La leggenda popolare dice spesso che 4’33” sia “quattro minuti e trentatré secondi di silenzio”.

    Ma è una definizione imprecisa.

    Il punto dell’opera è proprio che il silenzio assoluto non esiste nell’esperienza dell’ascolto.

    Durante l’esecuzione rimangono i colpi di tosse, i movimenti del pubblico, il respiro, il rumore della sala, ciò che accade fuori.

    Cage modifica dunque il confine dell’opera.

    Non ci domanda di ascoltare ciò che il musicista produce.

    Ci domanda di accorgerci di ciò che stava già suonando intorno a noi.

    «Ammetta però», gli dico, «che lei ha avuto un ufficio stampa eccezionale.»

    «Settant’anni dopo ne state ancora parlando.»

    Touché.


    Però molta gente considera 4’33” una provocazione.

    «Perché dovrebbe essere un problema? La storia dell’arte è piena di provocazioni utilissime.»

    In effetti Cage non ci obbliga ad amare 4’33”.

    Ci obbliga a formulare una domanda.

    Dove finisce il rumore e comincia la musica?

    La risposta non è puramente acustica.

    Dipende dall’attenzione.

    Un clacson ascoltato come disturbo rimane rumore.

    Lo stesso clacson inserito consapevolmente in una composizione diventa materiale musicale.

    Il suono fisicamente non è cambiato.

    È cambiato il nostro modo di organizzarlo mentalmente.

    E questo significa che ascoltare non è un gesto passivo.

    È un atto creativo.


    Quindi il vero tema non è il silenzio. È l’ascolto.

    «Finalmente ci arriviamo.»

    La società contemporanea possiede una relazione curiosa con il silenzio.

    Cerchiamo continuamente di eliminarlo.

    Entriamo in un negozio: musica.

    Saliamo in automobile: musica.

    Corriamo: cuffie.

    Studiamo: playlist.

    Cuciniamo: podcast.

    Aspettiamo cinque minuti: telefono.

    Perfino l’ascensore, poveretto, ha dovuto dotarsi di una colonna sonora pur di evitare che due esseri umani trascorressero dodici secondi insieme senza un diversivo.

    Non è necessariamente un male.

    La democratizzazione dell’ascolto è una conquista enorme.

    Ma esiste una domanda meno rassicurante:

    che cosa stiamo cercando di non sentire?

    Henri Bergson distingueva il tempo misurabile degli orologi dalla durata vissuta della coscienza.

    Il silenzio ci restituisce proprio quella durata.

    Senza eventi esterni che la segmentino, improvvisamente sentiamo il tempo.

    E sentire il tempo significa anche sentire noi stessi dentro il tempo.

    Forse è questo che ci inquieta.


    In fondo anche la musica pop utilizza molto il silenzio.

    «Certo. Non ho mai firmato un contratto di esclusiva con la musica classica.»

    Una pausa prima del ritornello può renderlo immensamente più efficace.

    Uno stop improvviso dell’accompagnamento porta la voce in primo piano.

    Nel funk il rapporto fra attacco e spazio è essenziale.

    Nel jazz un musicista può creare tensione proprio evitando di riempire ogni battuta.

    Nel rock, una sospensione prima dell’esplosione sonora prepara il corpo dell’ascoltatore.

    Nella musica elettronica, il break prepara il drop anche attraverso sottrazione e rarefazione.

    Persino nel rap il silenzio può avere peso metrico: una parola isolata da una pausa può acquisire più forza di una raffica di sillabe.

    Il principio è sempre lo stesso.

    L’orecchio desidera ciò che gli viene momentaneamente negato.

    Il Silenzio sorride.

    «Non voglio vantarmi, ma ho una discreta carriera trasversale.»


    E per l’interprete cosa rappresenta?

    Qui diventa serio.

    «Responsabilità.»

    Una pausa scritta non autorizza il musicista a smettere di interpretare.

    Al contrario.

    Durante il silenzio la tensione musicale deve continuare.

    È una delle cose più difficili da insegnare.

    Lo studente principiante pensa:

    nota = musica;
    pausa = niente.

    Il musicista maturo comprende:

    nota = gesto;
    pausa = altro gesto.

    Una corona non significa “fermiamoci per un po’”.

    Significa decidere quanto il tempo possa dilatarsi senza perdere la forma.

    Una cesura non è un buco.

    È una soglia.

    E nell’ensemble la pausa è persino un atto sociale.

    Bisogna respirare insieme.

    Sentire quando gli altri stanno per entrare.

    Restare dentro il tempo anche quando non si produce alcun suono.

    È quasi una filosofia della convivenza.


    Cioè?

    «Essere presenti senza occupare spazio.»

    Resto zitto.

    Lui mi guarda.

    Per una volta ho capito la lezione.

    Forse abbiamo confuso troppo spesso la presenza con la produzione.

    Se non parliamo, crediamo di non contribuire.

    Se non interveniamo, temiamo di scomparire.

    Se non pubblichiamo, non commentiamo, non rispondiamo, non riempiamo, sembra quasi che cessiamo di esistere.

    La musica offre una possibilità differente.

    Una voce può tacere per molte battute e rimanere perfettamente dentro la composizione.

    La sua assenza momentanea non equivale all’irrilevanza.

    Anzi, può rendere decisivo il suo ritorno.

    Pensiamoci anche nelle relazioni.

    Ascoltare qualcuno non significa attendere educatamente che finisca per poter finalmente raccontare qualcosa di più interessante su di noi.

    Significa, almeno per qualche momento, rinunciare al nostro assolo.

    Non è poco.


    Allora anche il silenzio tra due persone può essere musicale?

    «Dipende.»

    Esistono silenzi diversi come esistono accordi diversi.

    C’è il silenzio dell’intimità.

    Quello in cui non bisogna riempire nulla.

    C’è il silenzio dell’imbarazzo.

    Quello della punizione.

    Quello di chi non trova parole.

    Quello di chi ne avrebbe troppe.

    C’è il silenzio dopo una notizia grave, quando qualsiasi frase suonerebbe insignificante.

    E c’è quello rarissimo di chi sa restare accanto a un dolore senza tentare immediatamente di correggerlo.

    In musica non tutte le tensioni richiedono una risoluzione istantanea.

    Alcune hanno bisogno di permanere.

    Forse le persone dovrebbero imparare lo stesso principio.

    Abbiamo una smania quasi armonica di risolvere gli altri:

    “Devi reagire.”

    “Passerà.”

    “Pensa positivo.”

    Sono tutte toniche precipitate troppo presto.

    Qualche volta l’unica risposta musicalmente corretta è una sospensione.


    Lei quindi non è sempre pacifico.

    «Assolutamente no.»

    Il silenzio può essere violento.

    Pensiamo al silenzio imposto, alla censura, all’omertà, all’indifferenza.

    Non tutto ciò che tace è profondo.

    A volte tace semplicemente perché non ha avuto il coraggio di parlare.

    È importante non romanticizzarlo.

    La musica stessa lo dimostra.

    Una pausa funziona soltanto se esiste un contesto che le attribuisce senso.

    Altrimenti non è pausa.

    È assenza di struttura.

    «Vede? Perfino io ho bisogno di grammatica.»


    Qual è il silenzio più difficile per un musicista?

    Ci pensa.

    «Quello dopo l’ultima nota.»

    Ha ragione.

    L’interprete arriva alla fine di un brano e deve affrontare un istante delicatissimo.

    Tecnicamente l’esecuzione è terminata.

    Musicalmente, spesso, no.

    Un grande esecutore non abbandona immediatamente la tastiera, l’arco o il gesto.

    Lascia morire la risonanza.

    Conserva per qualche secondo la forma nello spazio.

    Il pubblico lo percepisce.

    Ci sono finali dopo i quali un applauso immediato sembra quasi una violazione.

    Non perché esista un codice aristocratico del concerto.

    Ma perché il corpo comprende intuitivamente che qualcosa sta ancora accadendo.

    La musica è cessata.

    L’ascolto no.

    E questo è forse il punto in cui il silenzio raggiunge la propria massima intensità.


    Se dovesse dare un consiglio a chi ascolta musica?

    «Uno soltanto.»

    Aspetto.

    Naturalmente.

    «Ogni tanto non fate niente mentre ascoltate.»

    Niente.

    Non guidate.

    Non scorrete immagini.

    Non rispondete ai messaggi.

    Non ordinate la spesa.

    Non utilizzate Bach per aumentare la produttività, Chopin per addormentarvi o Mozart per convincere il vostro cervello a ottenere risultati che Mozart stesso non aveva mai promesso.

    Mettete un brano.

    Sedetevi.

    E lasciategli il diritto scandaloso di essere l’unica cosa che sta accadendo.

    Forse scopriremo che ascoltare una musica è una delle forme più radicali di attenzione che ci siano rimaste.


    Ultima domanda. Che cos’è, allora, il Silenzio?

    Per la prima volta sembra esitare.

    Poi risponde.

    «Sono il luogo in cui il suono comprende di non essere eterno.»

    E improvvisamente tutta la storia della musica sembra stare dentro quella frase.

    Una nota possiede valore perché finisce.

    Una frase può commuoverci perché non dura per sempre.

    Una sinfonia intera è possibile soltanto perché ogni suono accetta di lasciare spazio al successivo.

    Forse è proprio questa la ragione per cui la musica ci parla così profondamente della vita.

    Anche noi siamo creature temporali.

    Entriamo.

    Rimaniamo per qualche battuta.

    Cambiamo tonalità.

    Incontriamo altre voci.

    Qualche volta troviamo un’armonia.

    Qualche volta una dissonanza.

    Poi, inevitabilmente, dobbiamo tacere.

    Ma la musica ci consegna una consolazione meno ingenua dell’eternità.

    Ci insegna che finire non significa necessariamente non essere stati.

    L’ultima nota di una sinfonia scompare.

    Eppure la sinfonia è accaduta.

    Una voce tace.

    Eppure può continuare a risuonare nella memoria di chi l’ha ascoltata.

    Forse è questo che il Silenzio custodisce.

    Non il nulla.

    La traccia di ciò che è passato.

    Mi alzo per accompagnarlo alla porta.

    «Posso chiederle almeno come preferisce essere citato?»

    Mi guarda.

    Non risponde.

    E, per una volta, la risposta è perfetta.

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  • Il cuore che non sa stare fermo

    L’ascolto di oggi: Franz Schubert – Gretchen am Spinnrade, D 118

    di Marialuisa Veneziano


    30 agosto 2026

    Prima che inizi la musica

    Ci sono pensieri educati.

    Arrivano, si fanno riconoscere e poi, con un certo buon senso, se ne vanno.

    E poi ce ne sono altri.

    Quelli che tornano.

    Li scacciamo e tornano. Cambiamo stanza e ci seguono. Proviamo a occuparci d’altro e loro, con una tenacia che meriterebbe miglior causa, ricominciano esattamente dal punto in cui li avevamo lasciati.

    Schubert aveva appena diciassette anni quando trasformò uno di questi pensieri in musica.

    Una ragazza siede all’arcolaio.

    Le mani lavorano.

    La ruota gira.

    Ma lei non è più lì.

    È interamente dentro il ricordo di un uomo.


    🎧 Apri l’ascolto. Poi continua a leggere.

    Questa pagina è pensata per essere letta con la musica accanto.

    ASCOLTA SCHUBERT – GRETCHEN AM SPINNRADE, D 118 (Clicca sulla freccia nera per far apparire l’ascolto)

    Dentro la partitura

    Prima ancora che Margherita pronunci una parola, il pianoforte ci ha già raccontato tutto.

    La mano destra disegna incessantemente figure circolari di semicrome.

    È la ruota dell’arcolaio.

    La sinistra scandisce invece un movimento regolare, quasi meccanico: il pedale, il gesto del piede che mantiene la ruota in movimento.

    Schubert compie qualcosa di straordinariamente moderno: non descrive semplicemente un oggetto.

    Trasforma un gesto esterno in psicologia.

    La ruota gira perché gira l’arcolaio.

    Ma dopo poche battute comprendiamo che sta girando anche il pensiero di Gretchen.

    Meine Ruh ist hin.

    La mia pace è perduta.

    Tutto il Lied nasce da questa impossibilità di fermarsi.

    Il pianoforte continua a macinare il tempo mentre la voce ricorda il passo di Faust, il suo volto, il sorriso, il suono delle sue parole.

    Più lei pensa a lui, più la musica si accende.

    Non stiamo osservando una ragazza all’arcolaio.

    Stiamo ascoltando un’ossessione dall’interno.


    🎧 Ascolta questo

    Segui il pianoforte.

    All’inizio la ruota sembra quasi regolare, domestica.

    Poi ascolta che cosa accade quando Gretchen comincia a ricordare più intensamente Faust.

    La linea vocale sale.

    L’armonia si tende.

    Il respiro diventa sempre più urgente.

    Finché arriva il ricordo:

    il suo bacio.

    Ed è lì che Schubert compie il gesto più bello.

    Per un istante, la ruota si ferma.

    Il pianoforte perde il suo movimento incessante.

    Come se il ricordo fosse diventato così potente da interrompere perfino la realtà.

    Silenzio.

    Sospensione.

    Poi Gretchen ritorna a se stessa.

    E lentamente la ruota ricomincia.

    È uno dei momenti in cui comprendiamo perché Schubert non abbia semplicemente “messo in musica” Goethe.

    Lo ha letto attraverso il suono.


    La nota che resta

    Ci sono pensieri che non ricordiamo: continuiamo ad abitarli.

    La grandezza di Gretchen am Spinnrade non consiste soltanto nella celebre imitazione dell’arcolaio.

    Se fosse così, avremmo una splendida pagina di musica descrittiva.

    Schubert fa qualcosa di molto più profondo.

    All’inizio crediamo che il pianoforte rappresenti la ruota.

    Alla fine comprendiamo che rappresenta Gretchen.

    Il suo pensiero è diventato circolare.

    Non procede verso una conclusione. Torna sempre allo stesso punto: lui.

    È questo che accade anche a noi quando un ricordo diventa troppo grande.

    Il mondo continua a muoversi.

    Noi continuiamo a fare le cose necessarie.

    Apriamo porte, rispondiamo, lavoriamo, sistemiamo, camminiamo.

    La ruota gira.

    Eppure, sotto ogni gesto, può esistere un nome attorno al quale tutto continua segretamente a ruotare.

    Schubert lo sapeva.

    Aveva diciassette anni.

    Il che è leggermente irritante per tutti noi che a diciassette anni eravamo già soddisfatti quando riuscivamo a capire che cosa fare del pomeriggio.



    Portalo con te

    Quando il brano finisce, la ruota non ha risolto nulla.

    Gretchen non è più libera di quanto lo fosse all’inizio.

    Il ricordo rimane.

    Il desiderio rimane.

    Perfino la tonalità sembra ricondurla al punto da cui era partita.

    Eppure noi abbiamo compreso qualcosa.

    Non tutti i pensieri devono necessariamente condurci da qualche parte.

    Alcuni tornano perché custodiscono qualcosa che non abbiamo ancora finito di amare, capire, perdere o desiderare.

    Forse per questo Schubert lascia che la ruota continui.

    Non cerca di guarire Gretchen.

    La ascolta.

    E nel farlo trasforma la sua inquietudine in una delle più straordinarie immagini musicali della mente umana.

    Una ruota.

    Una ragazza.

    Un ricordo.

    E quella strana verità per cui, qualche volta, mentre la vita continua perfettamente a procedere, il cuore rimane fermo nello stesso punto.

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  • La Rubrica Musicale Costruita Insieme a Te



    Questa volta il programma non lo scegliamo noi.

    Lo scegliete voi.

    Con la rubrica Domenica in ascolto vogliamo trasformare l’ascolto in qualcosa di condiviso: non soltanto una rubrica da leggere, ma uno spazio vivo in cui anche il pubblico possa suggerire, ricordare, raccontare.

    Per questo vi invitiamo a proporre il brano che vorreste ritrovare in una delle prossime domeniche.

    Non ci sono confini di genere.

    Musica classica, opera, jazz, rock, pop, cantautorato, colonne sonore, musica contemporanea, tradizioni popolari: se una musica ha qualcosa da raccontare, merita di essere ascoltata.

    Come partecipare

    Scrivete nei commenti:

    • titolo del brano
    • autore o interprete
    • e, se volete, una frase per raccontarci perché proprio quella musica

    In alternativa, potete inviare la vostra proposta direttamente alla redazione di Le Armonie dell’Apeiron, scrivendo all’indirizzo e-mail indicato nella pagina Contatti.

    Le proposte ricevute entreranno progressivamente nelle prossime puntate di Domenica in ascolto, seguendo l’ordine in cui ci verranno inviate, così che questa rubrica possa diventare, domenica dopo domenica, anche il riflesso dei vostri ascolti, dei vostri ricordi e delle vostre passioni musicali.

    Ogni brano proposto sarà accompagnato da una guida all’ascolto di Marialuisa Veneziano: storia, particolari musicali da riconoscere, chiavi interpretative e un video da ascoltare mentre si continua a leggere.

    Perché non vogliamo soltanto sapere che cosa ascoltate.

    Vogliamo sapere quale musica vi ha trovato.

    Proponetecela.

    La prossima domenica potrebbe cominciare proprio dalla vostra!

    Una risposta a “La Rubrica Musicale Costruita Insieme a Te”

    1. Avatar
      Anonimo

      2 brani agli antipodi:
      J. Ibert:Trois pièces brèves per quintetto di fiati
      e
      F. Guccini: la locomotiva

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  • Il filo che non si spezza

    L’ascolto di oggi: Johann Sebastian Bach – Ich ruf zu dir, Herr Jesu Christ, BWV 639

    di Marialuisa Veneziano


    23 agosto 2026

    Prima che inizi la musica

    Ci sono domeniche in cui non abbiamo bisogno di una musica che ci distragga.

    Non abbiamo bisogno che qualcuno ci convinca che tutto andrà bene, né di quelle consolazioni troppo ben confezionate che arrivano quando, francamente, preferiremmo essere lasciati in pace.

    Abbiamo bisogno di qualcosa di diverso.

    Qualcosa che sappia restare.

    Senza spiegare.
    Senza aggiustare.
    Senza avere fretta.

    Per la prima Domenica in ascolto partiamo proprio da qui.

    Da meno di tre minuti di Bach.

    Tre minuti nei quali, apparentemente, accade pochissimo.

    E forse quasi tutto.


    🎧 Apri l’ascolto. Poi continua a leggere.

    Questa pagina è pensata per essere letta con la musica accanto.

    ASCOLTA Johann Sebastian Bach, Ich ruf zu dir, Herr Jesu Christ, BWV 639 – organo. (Clicca sulla freccia nera per far apparire il video)

    Dentro la partitura

    Ora lascia suonare Bach.

    Non cercare subito di capire.

    Nella voce superiore c’è il corale: una melodia lenta, limpida, quasi vulnerabile. Non conquista lo spazio. Non alza la voce.

    Domanda.

    Sotto di lei, la mano sinistra continua invece a muoversi in una trama regolare di semicrome.

    Il canto respira.

    Il tempo continua.

    E ancora più in profondità, al pedale, una terza voce procede con passo quieto, essenziale, sostenendo l’intero edificio senza mai reclamare il centro della scena.

    Tre linee.

    Voce superiore → domanda
    Voce interna → movimento
    Pedale → sostegno

    Una domanda.
    Qualcosa che continua a camminare.
    Qualcosa, sotto, che sostiene.

    È contrappunto, certamente.

    Ma in Bach il contrappunto, quando raggiunge questa semplicità vertiginosa, smette quasi di sembrare una tecnica compositiva e diventa un modo di pensare l’esistenza.

    Le voci non devono assomigliarsi per poter stare insieme.

    Ognuna conserva il proprio cammino.

    Eppure nessuna è completamente sola.


    🎧 Ascolta questo

    Se il brano è ancora in corso, prova adesso a seguire soltanto la voce superiore.

    Lasciala respirare.

    Poi, al secondo ascolto, dimenticala per qualche istante e cerca il movimento continuo della voce interna. Ti accorgerai che, mentre il canto indugia e sembra quasi fermarsi, sotto di lui qualcosa continua inesorabilmente a scorrere.

    Infine cerca il pedale.

    Non fa nulla per farsi notare.

    Bach, fortunatamente, non aveva ancora conosciuto la necessità di diventare virale.

    Eppure senza quella linea discreta tutto perderebbe il proprio peso.

    A questo punto ascolta nuovamente l’insieme.

    Non sentirai più tre parti.

    Sentirai un organismo.


    La nota che resta

    Bach non interrompe il dolore. Gli costruisce intorno un ordine abbastanza grande da poterlo contenere.

    Forse è proprio questo che rende questa piccola pagina così necessaria.

    Bach non elimina la dissonanza.

    La conduce.

    Non cancella la tensione.

    Le assegna un luogo.

    Non pretende che ciò che fa male smetta immediatamente di farlo.

    Gli dà una forma.

    E la differenza è immensa.

    Viviamo in un tempo innamorato delle soluzioni. Se siamo inquieti dobbiamo reagire. Se siamo stanchi dobbiamo ripartire. Se qualcosa si rompe, possibilmente dobbiamo averlo già trasformato in “opportunità di crescita” entro lunedì mattina.

    Bach non ha questa fretta.

    Il titolo stesso del corale nasce da un’invocazione: “Io ti invoco”.

    Non è la dichiarazione di chi possiede già la risposta.

    È la voce di qualcuno che chiama.

    E la musica conserva esattamente questa condizione: non il trionfo di chi ha compreso tutto, ma la dignità di chi continua a cercare.


    Portalo con te

    Adesso il brano è probabilmente finito.

    E nulla, intorno a noi, è miracolosamente cambiato.

    La stanza è la stessa. Le questioni rimaste aperte sono ancora aperte. Le assenze non sono state colmate. E il lunedì, con la proverbiale delicatezza del lunedì, continua ad avvicinarsi.

    Eppure qualcosa potrebbe essersi spostato di pochi millimetri.

    Abbiamo ascoltato una voce capace di chiedere senza vergognarsi.

    Un tempo capace di continuare senza diventare nemico.

    E qualcosa, più in basso, che continua a sostenere anche quando quasi non ce ne accorgiamo.

    Bach non ci ha promesso che tutto andrà bene.

    Ci ha offerto qualcosa di più serio:

    una forma dentro cui anche ciò che non sappiamo risolvere può continuare a respirare.

    Tre minuti.

    Nessuna risposta definitiva.

    Ma forse un poco più di spazio dentro di noi.

    E per questa domenica può bastare.


    E tu, che cosa hai ascoltato?

    Riascolta il brano una volta ancora, questa volta senza leggere. Poi raccontaci nei commenti quale delle tre voci ti è rimasta dentro.

    Una risposta a “Il filo che non si spezza”

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      Anonimo

      Un dialogo rispettoso che eleva il dolore a motivo e sostanza dell’essere.

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  • La leggenda del violino immortale

    La leggenda del violino immortale

    Una favola sul tempo, la memoria e ciò che ci rende umani.

    di Marialuisa Veneziano

    *********

    🎧 Musica per la lettura
    Arvo Pärt, Spiegel im Spiegel, per violino e pianoforte.
    Una musica sospesa tra il tempo che passa e ciò che, misteriosamente, rimane. Clicca sulla freccia, avvia la musica e inizia a leggere.


    C’era una volta, nella città di Valdombra, un liutaio di nome Alvise, celebre per la bellezza dei suoi violini e per la scarsa pazienza che dimostrava verso chi li suonava.

    La sua bottega profumava di abete, acero, resina e colla calda. Alle pareti erano appese casse armoniche ancora senza corde; sui tavoli riposavano piroli, ponticelli e archetti; negli armadi, le tavole di legno attendevano per anni che il tempo le rendesse adatte alla musica.

    Alvise conosceva ogni segreto del proprio mestiere.

    Sapeva che l’abete, leggero ed elastico, doveva formare la tavola armonica, perché accoglieva la vibrazione delle corde. Sapeva che l’acero, più duro, era adatto al fondo e alle fasce. Sapeva intagliare le due effe con una precisione tale che sembravano occhi sottili aperti sul mondo.

    Conosceva persino l’anima del violino: un piccolo cilindro di legno nascosto all’interno dello strumento, invisibile agli spettatori ma indispensabile perché il suono potesse vibrare con equilibrio.

    — È curioso — gli disse un giorno il giovane apprendista — che la parte chiamata anima sia proprio quella che nessuno vede.

    — Le cose importanti si nascondono spesso — rispose Alvise.

    Fu una frase molto saggia; cioì nonostante, egli la dimenticò immediatamente.

    Il liutaio desiderava costruire strumenti perfetti. Non tollerava una venatura irregolare, una goccia di vernice fuori posto o un graffio sulla cassa.

    Quando un violinista gli riportava uno strumento da riparare, Alvise lo osservava con orrore.

    — Che cosa gli avete fatto?

    — L’ho suonato — rispondeva il musicista.

    Alvise giudicava quella spiegazione assai poco convincente.

    Un mattino entrò nella bottega un vecchio violinista. Portava uno strumento che Alvise aveva costruito molti anni prima. La vernice era consumata vicino al manico, il bordo presentava qualche scheggiatura e sulla tavola armonica appariva una piccola macchia di cera.

    — È ridotto malissimo! — esclamò il liutaio.

    — Ha suonato molto — rispose il vecchio.

    — Posso eliminare la macchia.

    Il violinista strinse lo strumento al petto.

    — Quella cera cadde da una candela quando mia figlia aveva cinque anni. Io suonavo per farla addormentare.

    — Posso cancellarla senza lasciare traccia.

    — È proprio per questo che non ve lo affiderò.

    Alvise lo guardò uscire con disappunto.

    Gli uomini, pensò, trascorrono la vita a desiderare cose perfette e poi, quando le possiedono, si affezionano ai loro difetti.

    Qualche giorno dopo, il liutaio udì parlare di un abete straordinario che cresceva oltre le montagne. Si raccontava che non perdesse mai un ramo, che la neve non riuscisse a piegarlo e che nessun insetto avesse mai intaccato la sua corteccia.

    Alvise partì immediatamente.

    Dopo tre giorni di cammino raggiunse un bosco fitto e silenzioso. Al centro di una radura si innalzava l’albero.

    Era altissimo, diritto e immobile. Non aveva una sola foglia secca. Sul tronco non comparivano nodi, crepe o cicatrici.

    Accanto all’abete sedeva un vecchio guardaboschi.

    — È questo l’albero che non invecchia? — domandò Alvise.

    — Così dicono.

    — Da quanto tempo cresce qui?

    — Da prima che mio nonno imparasse a mentire.

    — E quanti anni aveva vostro nonno?

    — Non lo so. Mentiva anche su quello.

    Alvise accarezzò la corteccia dell’albero.

    — Con questo legno potrei costruire un violino che duri per sempre.

    Il guardaboschi indicò i rami.

    — Nessun uccello vi ha mai fatto il nido.

    — Sono troppo alti.

    — Gli uccelli, mi pare, sanno volare.

    — Forse hanno paura di rovinarli.

    Il vecchio sorrise.

    — Oppure hanno capito che certi rami non sanno ospitare nulla.

    Alvise non gli prestò ascolto. Gli uomini accettano molto volentieri i consigli, purché confermino ciò che hanno già deciso.

    Quella notte, senza vento né tempesta, un grande ramo cadde dall’albero.

    Alvise lo considerò un dono.

    Il guardaboschi lo considerò un avvertimento.

    La mattina seguente, il liutaio caricò il ramo su un carro e tornò a Valdombra.

    Il legno era straordinario. Non si deformava con l’umidità, non si screpolava con il calore e non mostrava alcun segno del tempo. Tuttavia era difficile da lavorare.

    Quando Alvise tentava di curvarlo, tornava diritto. Quando provava a stagionarlo, rimaneva identico.

    — È ostinato — disse l’apprendista.

    — È perfetto — rispose il liutaio. — Solo le cose imperfette si lasciano cambiare.

    Alvise impiegò sette anni per costruire il violino.

    Scavò la tavola armonica, modellò il fondo, curvò le fasce, intagliò le effe e collocò l’anima. Scelse una vernice color ambra e la stese con tanta cura che sulla superficie non rimase neppure l’ombra di un pennello.

    Quando lo strumento fu terminato, sembrava fatto di luce.

    Il più celebre violinista della città, maestro Evaristo, venne a provarlo.

    Posò il violino sulla spalla, accordò le corde e fece scorrere l’archetto.

    Il suono era purissimo. Gli acuti brillavano, i bassi erano pieni e ogni nota nasceva limpida, precisa, perfettamente uguale a se stessa.

    — Non oppone alcuna resistenza — disse Evaristo.

    — Perché non possiede difetti — rispose Alvise.

    Il musicista acquistò il violino per una somma così alta che il liutaio dovette contare il denaro tre volte, non per prudenza ma per piacere.

    Per anni Evaristo suonò nelle corti e nei grandi teatri.

    Lo strumento non si scordava quasi mai, non soffriva il caldo, non temeva il freddo e non conservava il segno delle mani.

    I critici ne erano entusiasti.

    Uno di loro scrisse:

    «Nel suo suono non rimane alcuna traccia della fatica umana.»

    Alvise fece incorniciare la recensione.

    Evaristo, invece, cominciò a inquietarsi.

    Ogni concerto era impeccabile, ma identico al precedente. Il violino restituiva tutte le note e non sembrava conservarne nessuna. Non si lasciava trasformare dal tocco, dalla stanchezza, dalla gioia o dal dolore di chi lo suonava.

    Una sera, uscendo dal teatro, un vecchio spettatore disse:

    — Il maestro non ha commesso nemmeno un errore.

    — È vero — rispose l’amico. — Ma non mi è sembrato che avesse qualcosa da raccontare.

    Dopo qualche tempo Evaristo vendette il violino.

    Lo acquistò un giovane ufficiale e lo portò con sé durante una guerra.

    La sera lo suonava per i compagni nelle tende, negli ospedali e nelle case distrutte. Le sue melodie ricordavano ai soldati le madri, le spose, i figli e i paesi lontani.

    Quando la guerra terminò, l’ufficiale tornò a Valdombra.

    L’uniforme era lacera, i capelli erano diventati grigi sulle tempie e una mano tremava leggermente.

    Il violino, invece, era immutato.

    Il soldato lo osservò a lungo.

    — Tu eri con noi — gli disse — eppure non sei stato da nessuna parte.

    Lo vendette e comprò uno strumento comune, sul cui fondo incise i nomi dei compagni che non erano tornati.

    Il violino immortale passò poi nelle mani di una madre, che lo regalò al proprio figlio.

    Il ragazzo non era un prodigio. Durante le prime lezioni produceva suoni così acuti che il gatto di casa si trasferì spontaneamente dai vicini.

    Studiava con impazienza, dimenticava spesso di tendere l’archetto e una volta lasciò cadere lo strumento.

    La madre corse a raccoglierlo.

    Non vi era neppure un graffio.

    — È indistruttibile! — esclamò il ragazzo.

    Da quel momento lo suonò senza timore. Negli anni imparò a trarne melodie sempre più profonde. Posava ogni giorno il mento nello stesso punto, stringeva il manico con la stessa mano e passava l’archetto sulle corde per ore.

    Ma il violino non conservò alcun segno di lui.

    Il ragazzo morì ancora giovane.

    Dopo il funerale, la madre prese lo strumento e si sedette accanto alla finestra. Cercò sulla vernice l’impronta delle dita del figlio, il segno lasciato dal mento, una piccola abrasione, una macchia, qualsiasi traccia del suo passaggio.

    Il violino era perfetto.

    Sembrava che il ragazzo non lo avesse mai toccato.

    La donna lo riportò ad Alvise, che ormai era diventato molto vecchio.

    — Non lo voglio più — disse.

    — Ma è ancora intatto.

    — È proprio questo il problema.

    — Vostro figlio lo amava.

    La madre accarezzò il legno liscio.

    — Credevo che non avrebbe perduto nulla. Non avevo capito che non avrebbe ricordato niente.

    Lasciò il violino sul banco e se ne andò.

    Alvise rimase a lungo in silenzio.

    Quella sera entrò nella bottega una bambina. Portava un violino povero e malandato. Il fondo era scollato, il ponticello inclinato e la vernice quasi completamente consumata.

    — Potete ripararlo? — domandò.

    Alvise sospirò.

    — Sarebbe più semplice costruirne uno nuovo.

    — Ma io voglio questo.

    — È pieno di difetti.

    La bambina indicò un piccolo segno sul bordo.

    — Qui mio padre lo urtò contro una sedia.

    Poi mostrò una macchia di cera.

    — Questa la fece mia madre una sera che mancò la luce.

    Infine accarezzò il manico consumato.

    — E questo sono io.

    Alvise prese il violino immortale e glielo porse.

    — Prova questo.

    La bambina lo posò sulla spalla e suonò una breve melodia.

    La bottega si riempì di un suono perfetto, luminoso e limpido.

    Poi la bambina abbassò lo strumento.

    — Non ti piace? — domandò Alvise.

    — È bellissimo.

    — È il miglior violino mai costruito.

    La bambina lo restituì.

    — Ma quando lo suono non sa chi sono.

    — I violini non sanno nulla.

    — Allora perché il mio conosce il peso della mia mano?

    Il liutaio non trovò una risposta.

    — Ti regalo questo — disse.

    La bambina scosse la testa.

    — Preferisco il mio.

    — Il tuo un giorno si romperà.

    — Allora dovrò averne cura.

    Alvise riparò il vecchio violino senza chiedere denaro.

    Quando la bambina uscì, egli rimase solo con lo strumento immortale.

    Prese un coltello e tentò di incidere una piccola linea sulla cassa. Il segno scomparve.

    Versò una goccia di cera sulla tavola armonica. Scivolò via.

    Avvicinò il violino al fuoco. Il legno non annerì.

    Infine prese l’archetto.

    Alvise conosceva ogni segreto della costruzione, ma non aveva mai imparato davvero a suonare. Le sue dita si posarono goffamente sulle corde e produssero alcune note incerte.

    Poi ricordò una melodia che sua madre gli cantava quando era bambino.

    La suonò lentamente.

    Per un istante, il violino sembrò tremare. Il suono non fu limpido né perfetto. Fu fragile, esitante e umano.

    Alvise sorrise.

    Quando abbassò lo strumento, cercò sul legno il segno del proprio mento.

    Non vi era nulla.

    Dopo la morte del liutaio, il violino fu portato nel museo di Valdombra.

    Gli studiosi tentarono di stabilire chi lo avesse costruito e quanti anni avesse. Ma il legno non presentava usura, la vernice era intatta e nessun proprietario vi aveva lasciato un’incisione o un’impronta.

    Alla fine, sotto la teca, fu collocata una targhetta:

    VIOLINO IMMORTALE
    AUTORE IGNOTO
    DATAZIONE INCERTA
    PROPRIETARI SCONOSCIUTI

    Molti anni dopo, una vecchia musicista entrò nel museo portando con sé un violino consunto e riparato innumerevoli volte.

    Era la bambina che aveva visitato la bottega di Alvise.

    Il bordo conservava ancora il segno della sedia, la tavola armonica portava la macchia di cera e il manico era ormai quasi chiaro per il lungo passaggio delle dita.

    Un giovane custode la osservò.

    — Perché non acquista uno strumento migliore?

    La donna accarezzò il proprio violino.

    — Perché questo conosce tutta la mia musica, anche quella che io non ricordo più.

    Poi cominciò a suonare.

    La melodia non era perfetta. Alcune note tremavano, altre avevano il suono ruvido del legno invecchiato. Eppure, uno dopo l’altro, i visitatori si allontanarono dalla teca del violino immortale e si raccolsero intorno alla donna.

    Quando ella terminò, nella sala rimase un lungo silenzio.

    Il violino immortale brillava ancora dietro il vetro. Aveva attraversato amori, guerre, partenze e lutti senza perdere una sola venatura.

    Ma nessuna mano aveva potuto lasciargli una carezza.

    Nessun dolore aveva potuto affidargli un nome.

    Nessuna vita aveva potuto dimorare in lui.

    Vivere significa lasciarsi cambiare. Chi pretende di restare intatto può forse evitare le ferite, ma perderà anche l’amore, la memoria e tutto ciò che rende una vita degna di essere ricordata.

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  • Partitura per campana, organo e paese scomparso

    Piccolo requiem civile per l’Italia che sapeva ascoltare.

    Prima che il paese avesse un nome, aveva un suono

    di Marialuisa Veneziano


    9 luglio 2026

    ANDANTE. CON MEMORIA.

    Prima che il paese avesse un nome, aveva un suono.

    Non era scritto sulle carte geografiche, non stava nei registri comunali, non si trovava inciso sulla pietra all’ingresso della piazza. Era nell’aria. Bastava arrivare da lontano, magari lungo una strada bianca, con il mare nascosto dietro una curva o la collina appoggiata al cielo come una vecchia spalla, e il paese cominciava a presentarsi non con le case, ma con una voce.

    La campana.

    Essa non domandava permesso. Scendeva dall’alto e attraversava tutto: i tetti, le cucine, le botteghe, le mani sporche di farina, le sedie lasciate fuori dalle porte, i bambini che correvano senza sapere ancora che un giorno avrebbero avuto nostalgia perfino della polvere. La campana non suonava per essere ascoltata da qualcuno. Suonava perchè tutti, anche senza volerlo, appartenessero per un istante alla stessa ora.

    Oggi l’ora la guardiamo su uno schermo.

    Un tempo l’ora ci veniva incontro dal cielo.

    La differenza è tutta qui: minuscola e immensa.

    Lo schermo informa. La campana convoca.

    Lo schermo dice: sono le dodici.

    La campana diceva: fermati, sei dentro il tempo, non fuori.

    La campana non segnava soltanto l’ora: chiamava una comunità a riconoscersi

    ALLEGRETTO. QUASI UNA MARCIA LONTANA.

    Poi veniva la banda.

    La si sentiva prima di vederla. Da una traversa, da una salita, da un vicolo troppo stretto per contenere tutta quella solennità popolare. Arrivava con i clarinetti un poco febbrili, gli ottoni dorati come santi di provincia, il tamburo che dava al passo degli uomini una disciplina più alta della fatica.

    La banda era il teatro dei poveri e il conservatorio dei paesi.

    La grande musica, prima di diventare élite, sapeva attraversare le piazze

    Era Verdi che usciva dai palchi e veniva a prendere aria in piazza. Era Rossini che prendeva il frac e si lasciava tradurre in polvere, sudore, luminarie, processioni, bambini aggrappati alle gonne delle madri. Era l’opera lirica senza velluti, ma non senza nobiltà.

    Anzi.

    Forse una melodia, quando passa tra la gente, perde qualcosa della sua eleganza esteriore, ma guadagna destino.

    Non tutti conoscevano la forma-sonata, il contrappunto, la modulazione, la struttura di una sinfonia d’opera. Eppure tutti comprendevano quando un tema tornava, quando la musica si allargava, quando un crescendo chiedeva al cuore di mettersi in piedi prima ancora delle gambe. La musicologia, con le sue parole necessarie, direbbe che la banda svolgeva una funzione di mediazione culturale tra il repertorio colto e la comunità popolare.

    Il paese avrebbe detto più semplicemente: oggi c’è festa.

    Ed era, in fondo, la stessa cosa.

    Perchè la cultura vera non è quella che si chiude in una stanza per non contaminarsi. E’ quella che sa attraversare le strade senza diventare banale. E’ quella che permette a un bambino di ascoltare per la prima volta un tema di Verdi senza sapere che è Verdi, e tuttavia sentirsi crescere dentro una stanza nuova.

    ADAGIO. DENTRO UNA CHIESA FRESCA.

    L’organo, invece, non camminava.

    Restava.

    Era il custode immobile del respiro. Abitava le chiese come certi vecchi abitano le case: in silenzio, sapendo tutto. Quando l’organista appoggiava le mani sulla tastiera, l’aria cambiava sostanza. Le canne non producevano soltanto suono; sembravano rendere visibile l’invisibile. Ogni accordo saliva lungo le navate, toccava gli archi, sfiorava le immagini dei santi, si impigliava per un attimo nella luce delle candele, poi ricadeva sulle persone come una domanda più grande di loro.

    L’organo ha una natura misteriosa: è umano perchè respira, sovrumano perchè non ha voce sola. Contiene il flauto, la tromba, il coro, il vento, il lamento, il tuono. E’ uno strumento e insieme una città. In esso convivono molte voci, e nessuna, da sola, pretende di essere tutto.

    Forse per questo l’organo è lo strumento più simile ad una comunità. Una comunità sana non è fatta di un’unica voce che copre le altre, ma di registri diversi che imparano a stare nello stesso accordo. C’è chi porta il tema, chi lo sostiene, chi entra per poche battute e poi tace. C’è chi sembra marginale e invece dà colore all’intera armonia. C’è chi non sente più, ma ha lasciato una vibrazione che continua a reggere tutto il resto.

    L’organo non suona soltanto: respira, sostiene, consola

    Ogni paese aveva il suo organo, la sua campana, la sua banda.

    E dunque ogni paese aveva una sua partitura.

    Non sempre bella, non sempre intonata, non sempre giusta. Anche i paesi hanno le loro dissonanze: invidie, silenzi, porte chiuse, parole dette male. Ma persino le dissonanze, quando trovano risoluzione, appartengono alla musica. Il problema del nostro tempo non è la dissonanza. E’ l’indifferenza acustica. Non litighiamo più dentro una partitura comune; suoniamo ognuno per conto nostro, con le cuffie alle orecchie e il mondo ridotto a sottofondo.

    LENTO. CON VOCE QUASI SEGRETA.

    Ci sono suoni che non appartengono alla storia della musica, eppure ne conoscono il centro.

    Una risata.

    Un passo.

    Una voce che pronunciava il nostro nome in modo irripetibile.

    Una canzone ascoltata una volta, forse per caso, e rimasta poi in fondo alla memoria come un fiore seccato tra le pagine di un libro. Non la cercavamo, non la studiavamo, non le attribuivamo importanza. E invece, anni dopo, basta risentirne una scheggia, un intervallo, una cadenza, e qualcosa dentro di noi si apre con la precisione dolorosa di una chiave.

    La memoria non è un archivio.

    E’ un organo.

    Ha registri che non sappiamo di possedere. Alcuni restano muti per anni. Poi un suono li richiama e, improvvisamente rispondono.

    Vi sono persone che continuano così: non nella cronaca, non nella spiegazione, non nel racconto ordinato che possiamo fare agli altri. Continuano in un timbro. In una soglia dell’anima. In quell’istante sospeso in cui una campana lontana batte la sera e noi, senza motivo apparente, ci sentiamo raggiunti.

    Non è tristezza soltanto.

    E’ presenza trasformata.

    Come l’ultimo accordo di un corale: finisce, ma non se ne va subito. Rimane nell’aria, nella pietra, nel petto di chi ha ascoltato. Nessuno può afferrarlo, nessuno può dimostrarlo, eppure sarebbe stolto dire che non esista più solo perchè non lo vediamo.

    La musica insegna questo meglio di ogni filosofia: ciò che svanisce non sempre scompare.

    INTERMEZZO. QUASI PARLATO.

    Abbiamo salvato molte cose, in Italia.

    Abbiamo restaurato facciate, contato capitelli, protetto tele, misurato absidi, catalogato archivi. Abbiamo discusso, e giustamente, di pietre, affreschi, monumenti, paesaggi. Ma chi salverà il suono?

    Chi salverà il modo in cui una campana chiamava un paese alla festa?

    Chi salverà le bande che hanno portato l’opera nelle piazze prima che la televisione portasse il mondo nei salotti?

    Chi salverà gli organi piccoli, stanchi, dimenticati, che ancora custodiscono nelle canne il fiato di generazioni?

    Chi dirà ai ragazzi che l’Italia non è stata soltanto una civiltà dello sguardo, ma anche dell’ascolto?

    Perchè un campanile senza campana è una torre.

    Una chiesa senza organo è un edificio.

    Una festa senza banda è un raduno.

    Un paese senza suoni comuni è un insieme di case che ha smesso di essere destino.

    GRAVE. MA NON DISPERATO.

    Non si tratta di nostalgia.

    La nostalgia, da sola, è una stanza chiusa. Profuma di cose perdute, ma non sempre genera futuro. Qui, invece, si tratta di responsabilità. Educare all’ascolto significa educare alla relazione, alla misura, all’attesa. Significa insegnare che non tutto ciò che conta urla. Che una voce fragile può essere decisiva. Che il silenzio non è vuoto, ma spazio preparato.

    Nella scuola, nella cultura, nei paesi, bisognerebbe tornare a parlare di paesaggio sonoro come si parla di paesaggio artistico. Le campane, le bande, gli organi, i canti popolari non sono cornici folkloristiche per fotografie estive. Sono archivi viventi. Sono il modo in cui una comunità ha imparato a piangere insieme, festeggiare insieme, aspettare insieme.

    E chi non sa più aspettare insieme, prima o poi non sa più nemmeno vivere insieme.

    La musica non salva il mondo in modo ingenuo. Non basta una marcia per rendere giusta una società, nè un corale per consolare ogni dolore. Sarebbe retorica, e la retorica è sempre una musica che ha perso verità.

    Ma la musica può ricordarci la forma della salvezza: respirare nello stesso tempo senza diventare identici.

    Questa è già una lezione enorme.

    Forse persino politica.

    Certamente umana.

    FINALE. A CAMPANE DISTESE, MA DA LONTANO.

    La prossima volta che una campana suonerà, non domandiamoci subito che ore siano.

    Domandiamoci chi stia chiamando.

    Forse chiama il bambino che siamo stati, seduto su un muretto a guardare passare la banda. Forse chiama una donna affacciata alla finestra, un uomo che tornava dal lavoro, un organista in una chiesa di pietra, una processione lenta sotto le luci, un paese intero prima che la fretta lo rendesse distratto.

    Ci sono presenze che restano nel timbro delle cose

    Forse chiama anche qualcuno che non possiamo più raggiungere con le mani, ma che un suono, talvolta, ci restituisce con una delicatezza quasi insopportabile.

    Non per riportarlo indietro.

    Per ricordarci che l’amore, quando è stato vero, cambia registro ma non smette di suonare.

    E allora il paese scomparso non è più soltanto un luogo del passato. E’ una cassa armonica dentro di noi. Ogni campana la risveglia, ogni organo la dilata, ogni banda lontana la rimette in cammino.

    Noi crediamo di ascoltare un suono.

    In realtà, stiamo ascoltando ciò che resta.

    E ciò che resta, quando è stato amato, non è mai poco.

    E’ la parte invisibile della musica.

    E’ la patria segreta della memoria.

    E’ quel punto esatto in cui il silenzio, per non farci troppo male, decide ancora una volta di cantare.

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  • Il destino infelice della Musica nella scuola italiana

    Il destino infelice della Musica nella scuola italiana

    Quando un Paese dimentica di educare all’ascolto, smette anche di ascoltare sé stesso.

    Di Marialuisa Veneziano


    29 giugno 2026

    C’è una domanda che attraversa silenziosamente le aule italiane, spesso coperta dal rumore delle campanelle, dalle urgenze burocratiche, dai programmi da finire, dalle verifiche da somministrare, dalle griglie da compilare: che posto occupa davvero la musica nella nostra scuola?

    Non il posto che le viene riconosciuto nei documenti ministeriali, nelle dichiarazioni solenni, nei progetti di fine anno, nelle locandine colorate dei saggi. Non il posto retorico, decorativo, celebrativo. Ma il posto reale. Quello che si misura nella considerazione quotidiana, nel tempo assegnato, nelle risorse disponibili, nella formazione dei docenti, nella percezione delle famiglie, nella dignità culturale che una comunità scolastica riconosce a una disciplina.

    La risposta, se detta senza infingimenti, è dolorosa: la musica nella scuola italiana vive spesso un destino infelice. È presente, ma non sempre riconosciuta; nominata, ma non sempre compresa; richiesta quando serve a “fare festa”, ma dimenticata quando si parla di conoscenza; celebrata come linguaggio universale, ma trattata troppo spesso come materia accessoria, leggera, laterale. Una specie di graziosa tappezzeria sonora della formazione, utile per commuovere alle recite, rallegrare le cerimonie, coprire i vuoti istituzionali, ma raramente posta al centro di una visione educativa profonda.

    Eppure, questa marginalità è uno dei più grandi equivoci culturali del nostro sistema scolastico. Perché la musica non è un passatempo. Non è un intrattenimento. Non è il fiocchetto estetico da apporre su un edificio educativo già costruito altrove. La musica è pensiero organizzato nel tempo. È matematica che respira. È filosofia incarnata nel suono. È memoria storica, disciplina dell’ascolto, educazione del corpo, esercizio della relazione, grammatica dell’emozione, costruzione della forma. È una delle più antiche e raffinate modalità con cui l’essere umano ha imparato a dare ordine al caos.

    Già nel mondo greco, la mousiké non indicava soltanto ciò che oggi chiamiamo musica in senso stretto, ma un orizzonte più vasto: parola, ritmo, poesia, educazione dell’anima. Platone, pur con tutte le sue cautele verso il potere perturbante dei suoni, sapeva bene che la musica forma il carattere prima ancora che l’intelletto sappia difendersi. Aristotele riconosceva alla musica una funzione educativa, etica, catartica. Nel Medioevo, essa apparteneva al quadrivio insieme ad aritmetica, geometria e astronomia: non era un ornamento, ma una scienza dell’ordine. Boezio distingueva la musica mundana, la musica humana e la musica instrumentalis, ricordandoci che il suono non è solo ciò che si ode, ma ciò che struttura il cosmo, l’uomo e la pratica.

    È curioso, e insieme tragico, che una civiltà scolastica discendente da questa tradizione abbia finito per ridurre la musica, nella percezione comune, a “materia pratica”, spesso contrapposta alle discipline “serie”. Come se il fare non pensasse. Come se il corpo non conoscesse. Come se suonare, cantare, ascoltare, leggere una partitura, comprendere una forma, distinguere un timbro, riconoscere una funzione armonica, collocare un brano nel proprio contesto storico fossero attività minori rispetto all’analisi di un testo letterario o alla risoluzione di un problema matematico.

    La verità è che la musica contiene tutto questo: testo, numero, storia, logica, gesto, memoria, interpretazione. Un ragazzo che impara a suonare insieme agli altri impara una forma altissima di cittadinanza. Deve ascoltare, attendere, entrare al momento giusto, rispettare il tempo comune, controllare il proprio impulso, accordarsi, correggersi, sostenere la parte altrui. In un’orchestra scolastica, anche piccola, anche imperfetta, c’è già un modello di società: nessuno può gridare sopra gli altri senza distruggere la forma; nessuno può tacere del tutto senza impoverire l’insieme; nessuno è davvero solo, perché ogni voce esiste nella relazione.

    Ecco perché il destino della musica a scuola non riguarda soltanto i musicisti. Riguarda la democrazia dell’ascolto. Riguarda la qualità umana della formazione. Riguarda la capacità di educare generazioni non solo a produrre, competere, rispondere, eseguire consegne, ma anche a sentire, interpretare, distinguere, abitare il silenzio, dare senso al tempo.

    La scuola italiana, invece, sembra spesso prigioniera di una contraddizione. Da un lato, nei principi generali, riconosce il valore della cultura umanistica, della creatività, del patrimonio artistico e musicale. Dall’altro, nella pratica ordinaria, non sempre costruisce le condizioni perché quella dichiarazione diventi vita quotidiana. La musica è prevista, sì. Esistono percorsi a indirizzo musicale nella scuola secondaria di primo grado, licei musicali, progettualità, piani delle arti, collaborazioni possibili con conservatori, enti e associazioni. Ma il sistema appare ancora frammentario, discontinuo, affidato troppo spesso alla buona volontà dei singoli docenti, alla sensibilità di un dirigente, alla fortuna geografica di nascere in un territorio culturalmente attrezzato.

    Il risultato è una geografia diseguale dell’educazione musicale. Ci sono scuole in cui la musica diventa esperienza viva, orchestra, coro, laboratorio, teatro del pensiero sonoro. E ci sono scuole in cui resta confinata a poche attività residuali, magari svolte in aule inadatte, con strumenti insufficienti, senza continuità progettuale. Ci sono studenti che incontrano docenti capaci di aprire mondi, e studenti che attraversano anni di scuola senza comprendere davvero cosa sia una forma musicale, perché Bach non sia soltanto “musica vecchia”, perché il jazz sia una rivoluzione del tempo e della libertà, perché il rock abbia raccontato il Novecento più di molti manuali, perché il canto gregoriano non sia una polvere da museo, ma una cattedrale di respiro.

    Il primo nodo è culturale: la musica viene spesso percepita come esperienza emotiva, ma non come conoscenza. Questo è il peccato originale. Certo, la musica emoziona. Ma emoziona perché organizza. Commuove perché costruisce. Turba perché possiede una grammatica profonda. Nessuno direbbe che la Divina Commedia è importante solo perché “fa provare emozioni”; nessuno ridurrebbe Caravaggio al fatto che “colpisce l’occhio”; nessuno valuterebbe Euclide sulla base del “mi piace” o “non mi piace”. Per la musica, invece, accade continuamente. Si resta alla superficie del gusto: bello, brutto, allegro, triste, rilassante. Come se il compito della scuola fosse confermare le impressioni immediate e non educarle.

    Educare alla musica significa invece insegnare a passare dall’emozione indistinta alla consapevolezza. Dal “mi piace” al “perché mi parla”. Dal consumo rapido all’ascolto critico. Dal sottofondo alla forma. Viviamo in un’epoca in cui la musica è ovunque e, proprio per questo, rischia di non essere ascoltata da nessuna parte. Accompagna la spesa, l’attesa telefonica, i video, le pubblicità, i social, le palestre, i viaggi. È diventata ambiente, rumore, colonna sonora permanente dell’esistenza. I ragazzi ascoltano moltissima musica, ma raramente vengono guidati a comprenderla. Hanno accesso a un oceano, ma spesso senza bussola. E una scuola che non fornisce strumenti di orientamento lascia che siano gli algoritmi a educare il gusto.

    Questo è un punto decisivo. Oggi l’educazione musicale non può limitarsi alla pur necessaria alfabetizzazione teorica, né può rifugiarsi in una nostalgia museale. Deve misurarsi con Spotify, YouTube, TikTok, con la produzione digitale, con il rap, con la trap, con le colonne sonore, con il sound design, con la musica nei videogiochi, con l’intelligenza artificiale generativa. Ma misurarsi non significa cedere. Significa interpretare. La scuola deve insegnare che ogni linguaggio sonoro ha una storia, una tecnica, una funzione sociale, una retorica, un’estetica. Deve far capire che Beethoven e Kendrick Lamar, Monteverdi e Morricone, Hildegard von Bingen e Björk, Bach e i Beatles non stanno nello stesso scaffale per banalizzazione, ma possono entrare in dialogo se esiste una mente capace di ascoltare struttura, contesto, invenzione, rottura, memoria.

    Il secondo nodo è pedagogico. Troppo spesso la musica scolastica oscilla tra due estremi ugualmente pericolosi: il nozionismo sterile e l’intrattenimento senza profondità. Da un lato, date, nomi, definizioni, strumenti studiati come figurine; dall’altro, attività piacevoli ma poco strutturate, in cui “fare musica” significa semplicemente occupare il tempo con qualcosa di gradevole. In mezzo dovrebbe stare la vera didattica musicale: ascolto guidato, pratica vocale e strumentale, movimento, invenzione, lettura, analisi, storia, tecnologia, improvvisazione, riflessione critica.

    La musica si impara facendo, ma il fare deve essere pensato. Si impara ascoltando, ma l’ascolto deve essere educato. Si impara anche studiando, ma lo studio deve tornare al suono, al gesto, all’esperienza. Una lezione efficace di musica non è né una conferenza da conservatorio né un’ora di animazione. È un laboratorio di intelligenza sensibile. È il luogo in cui un ritmo africano può aprire una riflessione sulla comunità, una fuga di Bach può mostrare la bellezza della logica, una canzone di protesta può diventare educazione storica, un brano rap può introdurre metrica, retorica, identità, marginalità sociale, parola ritmica. È qui che la competenza del docente diventa decisiva: non basta “sapere un po’ di musica”. Bisogna conoscere la musica, la pedagogia, la storia, i linguaggi contemporanei, la psicologia dell’età evolutiva, la gestione del gruppo, la progettazione interdisciplinare.

    Il terzo nodo è professionale. La musica, per essere insegnata bene, richiede competenze specifiche. Questo dovrebbe essere ovvio, ma non lo è abbastanza. Nessuno affiderebbe l’insegnamento della matematica a chi “ama i numeri” o quello dell’italiano a chi “legge volentieri romanzi”. Per la musica, invece, sopravvive talvolta l’idea che una generica sensibilità artistica possa bastare. Non basta. La sensibilità è preziosa, ma senza competenza diventa impressionismo didattico. La scuola primaria, in particolare, avrebbe bisogno di una presenza musicale specialistica più stabile e strutturata. È proprio lì, nei primi anni, che il bambino costruisce il rapporto con la voce, il ritmo, il corpo, l’ascolto, la coordinazione, la memoria sonora. Intervenire tardi significa spesso correggere ciò che non è stato coltivato prima.

    Un Paese serio dovrebbe considerare l’educazione musicale di base non come un lusso, ma come un diritto formativo. Esattamente come l’alfabetizzazione linguistica e matematica. Perché esiste anche un analfabetismo sonoro: l’incapacità di ascoltare, distinguere, nominare, riconoscere, rispettare il paesaggio acustico. È un analfabetismo meno visibile, ma non meno grave. Produce cittadini esposti al rumore, incapaci di concentrazione, poveri di memoria uditiva, deboli nella percezione del tempo, meno allenati alla cooperazione fine. Una società rumorosa non è necessariamente una società musicale. Anzi, spesso è il contrario: più rumore c’è, meno ascolto rimane.

    Il quarto nodo è sociale. La musica a scuola potrebbe essere uno straordinario strumento di uguaglianza. Molti bambini e ragazzi non entreranno mai in un conservatorio, non prenderanno lezioni private, non possiederanno uno strumento, non avranno famiglie in grado di portarli a concerto, non incontreranno spontaneamente il patrimonio musicale. Per loro la scuola è l’unica porta. Se quella porta resta socchiusa, la cultura musicale diventa privilegio. E quando la cultura diventa privilegio, la scuola ha fallito una parte della propria missione costituzionale.

    La musica, invece, può rivelare talenti invisibili. Può dare voce a chi fatica con la parola. Può aiutare studenti fragili a trovare un posto nel gruppo. Può offrire a chi vive marginalità economiche o affettive un’esperienza di bellezza ordinata, condivisa, non competitiva. Può trasformare una classe difficile in un ensemble possibile, almeno per qualche minuto: e quei minuti, talvolta, valgono più di molte prediche disciplinari. La pratica musicale non elimina i problemi, non compie miracoli da santino pedagogico, ma crea condizioni diverse: obbliga il gruppo a respirare insieme. E respirare insieme, per una classe, è già una piccola rivoluzione.

    Ma perché tutto questo accada, servono scelte. Non bastano slogan. Non basta invocare la “creatività” come parola magica, buona per ogni progettino finanziabile. La creatività non è caos grazioso. È libertà dentro una forma. È capacità di generare qualcosa di nuovo conoscendo vincoli, materiali, tecniche. In musica, nessuno improvvisa davvero se non possiede un vocabolario. Anche il jazz, che sembra libertà pura, è una disciplina feroce dell’ascolto, dell’armonia, del tempo, della risposta. La scuola dovrebbe insegnare proprio questo: non l’opposizione tra regola e invenzione, ma la loro alleanza.

    Le proposte, allora, devono essere concrete.

    La prima: introdurre progressivamente docenti specialisti di musica nella scuola primaria, almeno attraverso moduli strutturali e continuativi, non episodici. La voce, il ritmo, l’ascolto e la pratica strumentale di base devono entrare presto nella formazione del bambino. Non come attività extracurricolare per chi può, ma come parte ordinaria dell’esperienza scolastica.

    La seconda: costruire un curricolo verticale reale, dall’infanzia alla secondaria di secondo grado. Oggi la musica rischia di procedere per frammenti: un po’ di canto, un po’ di flauto, un po’ di storia, un progetto, un saggio. Serve invece una traiettoria chiara: esplorazione sonora, voce, ritmo, movimento, ascolto; poi lettura, pratica d’insieme, strumenti, storia dei linguaggi; poi analisi, tecnologia, composizione, interpretazione critica. Ogni segmento dovrebbe sapere cosa riceve e cosa consegna al successivo.

    La terza: rafforzare i percorsi a indirizzo musicale nella scuola secondaria di primo grado, garantendo equilibrio territoriale, spazi adeguati, strumenti, continuità delle cattedre e centralità della musica d’insieme. L’indirizzo musicale non deve essere un’isola felice per pochi, ma un laboratorio di buone pratiche capace di contaminare l’intera scuola.

    La quarta: creare reti stabili tra scuole, conservatori, licei musicali, teatri, associazioni concertistiche, bande, cori, enti lirici, festival, biblioteche musicali. La scuola non può portare da sola tutto il peso della formazione artistica; ma deve essere il centro intelligente di una comunità educante. Non visite occasionali, non eventi una tantum, ma patti culturali duraturi.

    La quinta: rinnovare i contenuti senza rinnegare il patrimonio. La tradizione non si difende imbalsamandola. Si difende facendola parlare al presente. Bach non ha bisogno di essere “semplificato” fino a diventare innocuo; ha bisogno di essere raccontato come architettura viva. Verdi non è una statua nazionale; è teatro politico, respiro popolare, parola scenica. Il gregoriano non è reperto ecclesiastico; è esperienza del tempo sospeso, del sacro come forma sonora. Allo stesso modo, il rap non va liquidato come prodotto giovanile inferiore: va analizzato, compreso, discusso, anche criticato, ma con strumenti seri. La scuola non deve inseguire i gusti degli studenti; deve prenderli sul serio per ampliarli.

    La sesta: educare all’ascolto come competenza trasversale. Ascoltare musica significa imparare attenzione, memoria, previsione, confronto, sospensione del giudizio. In un tempo di notifiche e frammenti, l’ascolto lungo è quasi un atto politico. Portare una classe ad ascoltare davvero un brano di cinque, dieci, quindici minuti è una sfida enorme. Ma proprio per questo necessaria. Non si educa soltanto parlando ai ragazzi; si educa anche insegnando loro a stare dentro una durata.

    La settima: valorizzare la musica nella valutazione e negli esami, non come appendice folcloristica, ma come disciplina capace di dialogare con storia, letteratura, arte, tecnologia, educazione civica, scienze. Un colloquio interdisciplinare che attraversi il Novecento senza musica è mutilato. Parlare di totalitarismi senza inni e propaganda sonora, di migrazioni senza canti popolari, di industria culturale senza canzone, di cinema senza colonna sonora, di tecnologia senza produzione digitale significa raccontare il mondo con un orecchio tappato.

    L’ottava: investire nella formazione dei docenti. La scuola cambia se cambiano le competenze vive di chi la abita. Servono percorsi seri su didattica laboratoriale, inclusione attraverso la musica, tecnologie sonore, vocalità, musica d’insieme, ascolto guidato, storia dei repertori contemporanei, progettazione interdisciplinare. Un docente di musica oggi deve essere insieme musicista, storico, educatore, regista di processi collettivi, mediatore culturale. Una figura complessa, non un intrattenitore con registro elettronico.

    La nona: ripensare gli spazi. La musica ha bisogno di luoghi. Aule insonorizzate, strumenti accessibili, dispositivi digitali, biblioteche sonore, ambienti per la pratica d’insieme. Non si può predicare la centralità della musica e poi relegarla in stanze inadatte, dove ogni suono diventa disturbo per la classe accanto. Anche l’architettura scolastica dice il valore che attribuiamo ai saperi.

    La decima: riconoscere pubblicamente il ruolo culturale della musica nella formazione del cittadino. Questo è forse il punto più profondo. Finché la musica sarà pensata come accessorio, ogni riforma resterà fragile. Bisogna cambiare immaginario. La musica non serve a “fare diventare tutti musicisti”, così come la matematica non serve a fare diventare tutti matematici e la letteratura non serve a fare diventare tutti scrittori. Serve a formare una parte dell’intelligenza umana. Serve a dare strumenti per comprendere il mondo.

    Il destino infelice della musica nelle scuole italiane non è dunque una fatalità. È il prodotto di scelte, omissioni, abitudini mentali. E ciò che è stato prodotto può essere trasformato. Ma occorre il coraggio di dire che una scuola senza musica autenticamente vissuta è una scuola più povera. Può anche funzionare, compilare documenti, raggiungere obiettivi, produrre risultati misurabili. Ma le mancherà qualcosa di essenziale: la capacità di educare alla complessità invisibile. Perché la musica insegna proprio questo: che non tutto ciò che conta si vede. Il tempo non si vede, ma ci governa. L’armonia non si vede, ma regge le relazioni. L’ascolto non si vede, ma decide la qualità di una comunità. Una nota sbagliata, in un insieme, non è solo un errore individuale: modifica il paesaggio di tutti. Forse la scuola dovrebbe ripartire da qui. Da questa evidenza semplice e vertiginosa: siamo sempre parte di una partitura comune.

    Restituire dignità alla musica significa restituire profondità alla scuola. Significa ricordare che educare non vuol dire soltanto trasmettere informazioni, ma accordare l’essere umano con se stesso, con gli altri, con la memoria, con il futuro. Una società che educa musicalmente i propri figli non produce soltanto esecutori migliori: produce ascoltatori migliori. E un buon ascoltatore, nella vita civile, è già un cittadino meno feroce, meno manipolabile, meno solo.

    La musica, nella scuola italiana, attende ancora di essere presa sul serio. Non come lusso. Non come intervallo. Non come festa di fine anno. Ma come una delle forme più alte della conoscenza.

    E forse il compito di chi insegna, suona, studia, scrive e crede ancora nel potere umanissimo dell’arte è proprio questo: impedire che la musica resti una presenza gentile ai margini della scuola. Bisogna riportarla al centro, là dove è sempre stata nelle civiltà che hanno saputo pensare in grande: accanto alla parola, al numero, alla memoria, alla formazione dell’anima. Perché una scuola che non insegna ad ascoltare potrà anche istruire. Ma farà molta più fatica ad educare.

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