La rubrica “Domenica in ascolto” cresce insieme a voi!
Questa volta il programma non lo scegliamo noi.
Lo scegliete voi.
Con la rubrica Domenica in ascolto vogliamo trasformare l’ascolto in qualcosa di condiviso: non soltanto una rubrica da leggere, ma uno spazio vivo in cui anche il pubblico possa suggerire, ricordare, raccontare.
Per questo vi invitiamo a proporre il brano che vorreste ritrovare in una delle prossime domeniche.
Non ci sono confini di genere.
Musica classica, opera, jazz, rock, pop, cantautorato, colonne sonore, musica contemporanea, tradizioni popolari: se una musica ha qualcosa da raccontare, merita di essere ascoltata.
Come partecipare
Scrivete nei commenti:
• titolo del brano • autore o interprete • e, se volete, una frase per raccontarci perché proprio quella musica
In alternativa, potete inviare la vostra proposta direttamente alla redazione di Le Armonie dell’Apeiron, scrivendo all’indirizzo e-mail indicato nella pagina Contatti.
Le proposte ricevute entreranno progressivamente nelle prossime puntate di Domenica in ascolto, seguendo l’ordine in cui ci verranno inviate, così che questa rubrica possa diventare, domenica dopo domenica, anche il riflesso dei vostri ascolti, dei vostri ricordi e delle vostre passioni musicali.
Ogni brano proposto sarà accompagnato da una guida all’ascolto di Marialuisa Veneziano: storia, particolari musicali da riconoscere, chiavi interpretative e un video da ascoltare mentre si continua a leggere.
Perché non vogliamo soltanto sapere che cosa ascoltate.
Vogliamo sapere quale musica vi ha trovato.
Proponetecela.
La prossima domenica potrebbe cominciare proprio dalla vostra!
Una serata gremita e commossa, in cui la musica di Morandi, Bach, Guilmant e Liszt è diventata gesto di bellezza, solidarietà e comunità.
Falconara Marittima (An), 9 giugno 2026
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Bisognerebbe domandarsi, qualche volta, che cosa cerchi davvero una folla quando riempie una chiesa per ascoltare un organo.
Non certo il rumore, di cui il mondo è già prodigo dispensatore; non lo svago leggero, che nasce e muore con la stessa fretta; non la vanità di esserci, perché vi sono luoghi nei quali anche la vanità, se entra, è costretta ad abbassare la voce. La sera del 6 giugno, nella Chiesa di Sant’Antonio da Padova di Falconara Marittima (An), una comunità numerosissima — una chiesa piena, anzi colma, come raramente accade per un concerto d’organo — sembrava cercare qualcosa di più antico e più necessario: una ragione per ascoltare insieme.
E quella ragione è arrivata con il primo suono.
Non fu un semplice inizio. Fu come se l’aria, fino a quel momento immobile, trovasse improvvisamente un’anima. L’organo prese voce e la chiesa, che pure era già piena di persone, parve riempirsi davvero soltanto allora. Perché vi sono strumenti che accompagnano il pensiero, e altri che lo chiamano a giudizio. L’organo appartiene a questi ultimi. Non chiede distrazione, non concede superficialità: prende il silenzio degli uomini e lo misura.
Allo strumento sedeva Marialuisa Veneziano, organista, pianista e musicologo, interprete di rara intensità, capace di unire una tecnica poderosa a una qualità ancora più difficile da trovare: la necessità interiore del suono. Non suonava per ornare la serata, né per compiacere il pubblico, né per esibire quella padronanza che pure appariva evidente fin dalle prime battute. Suonava come chi sa che ogni nota, se non nasce da una verità, resta soltanto una nota; e che la musica, quando non è chiamata a dire qualcosa dell’uomo, diventa un lusso inutile.
Il concerto è stato promosso a favore della Caritas, con il sostegno della presidente Ondina Valeria Ghergut e della comunità dei frati francescani della parrocchia. E non è un dettaglio da collocare in fondo, tra i ringraziamenti d’obbligo. È, al contrario, la chiave morale della serata. Perché la bellezza, quando incontra la carità, smette di essere contemplazione isolata e diventa opera. E i frati francescani, con quella semplicità laboriosa che spesso fa più di tanti proclami, hanno aperto le porte non soltanto di un edificio sacro, ma di una possibilità: quella di mostrare che una comunità può ancora radunarsi intorno a ciò che eleva.
A presentare il concerto è stata Eleonora Tarsetti, e chi avesse avuto occhi attenti avrebbe compreso subito che la sua non era una presenza ornamentale. Vi sono persone che gli eventi li annunciano soltanto; altre, invece, li generano prima ancora che comincino. Eleonora appartiene a questa seconda specie, più rara e più preziosa. La sua voce, misurata e partecipe, portava con sé la storia silenziosa di un’amicizia forte, operosa, non esibita. Un’amicizia che ha creduto, organizzato, sostenuto, preparato la strada. Accanto a lei, Marina Mancini ha contribuito con gentilezza e grazia a guidare il pubblico attraverso la serata, come chi accompagna senza mai sovrastare, offrendo alle parole la misura discreta dell’accoglienza. Anche questo ha dato al concerto un tono particolare: non quello freddo delle occasioni ufficiali, ma quello più raro delle serate curate con mano lieve, nelle quali ogni intervento prepara l’ascolto e invita il pubblico a entrare, passo dopo passo, nel significato più profondo dell’evento.
Tra Eleonora Tarsetti e Marialuisa Veneziano si avvertiva quel legame che non ha bisogno di molte dichiarazioni, perché parla attraverso i gesti. E, in tempi nei quali non sempre il talento viene custodito — talvolta viene guardato con sospetto, come se la luce altrui fosse una diminuzione della propria — è bello vedere un’amicizia che compie l’atto contrario: non spegne, non trattiene, non misura; apre. Eleonora Tarsetti ha aperto una porta. E da quella porta, quella sera, è passata la musica.
Il programma non era una sequenza di brani, ma un itinerario morale.
Con Giovanni Morandi e il suo Offertorio, l’organo ha mostrato il suo volto italiano, chiaro, cantabile, quasi sorridente nella sua compostezza. Vi era in quella pagina una grazia semplice, non povera; una luminosità capace di unire la misura sacra a un respiro più umano, quasi teatrale. Marialuisa Veneziano l’ha resa con finezza, senza calcare, senza appesantire, lasciando che il suono camminasse nella chiesa come una luce mattutina. Era l’inizio giusto: non l’irruzione del sublime, ma il suo annuncio.
Poi venne Bach. E quando Bach entra davvero in una chiesa, non entra mai da ospite. Entra da fondamento.
La Toccata e fuga in re minore (BWV 565), così celebre da essere spesso consumata dall’abitudine, quella sera ritrovò la propria severità originaria. Non fu la pagina “famosa” che il pubblico riconosce con compiacimento; fu un richiamo. La Toccata ha squarciato lo spazio con una forza che parve insieme musicale e morale. La Fuga, poi, ha ricomposto quella scossa in ordine, voce dopo voce, come se il caos fosse chiamato a dare ragione di sé.
Qui il Maestro Veneziano ha mostrato una padronanza straordinaria. La tecnica organistica, nella sua complessità di mani, piedi, registri, equilibrio fonico e controllo dell’acustica, era sicura, limpida, dominata. Ma il vero merito è stato un altro: quella tecnica non chiedeva di essere ammirata. Serviva. Sosteneva. Portava. Era come una colonna nascosta dentro una costruzione: chi guarda ammira la volta, ma la volta non reggerebbe senza quella colonna. Così era il virtuosismo di Veneziano: non vanità, ma architettura.
In Bach, la sua interpretazione ha avuto il respiro delle cose necessarie. Ogni voce della fuga sembrava avanzare con una propria dignità, e tutte insieme costruivano quel miracolo che solo Bach compie con tanta naturalezza: trasformare il pensiero in emozione senza tradire né l’uno né l’altra. La chiesa ascoltava immobile. E vi sono immobilità che valgono più di molti applausi.
Con Alexandre Guilmant e la Symphonie n°1 in Re minore per organo, il discorso si è fatto più ampio. L’organo ha assunto dimensione sinfonica, quasi orchestrale. Non più soltanto strumento liturgico, ma mondo sonoro: ottoni immaginari, archi invisibili, masse luminose, ombre profonde. La scrittura francese chiedeva grandezza, ma la grandezza è una materia pericolosa: in mani meno esperte diventa peso, retorica, rumore. Veneziano, invece, ha saputo darle respiro. Il suono si allargava senza travolgere; saliva senza schiacciare; riempiva senza confondere.
Fu, quello, uno dei momenti nei quali si è compresa meglio la natura dell’interprete: una musicista capace di potenza, ma non innamorata della potenza; capace di far tremare lo spazio, ma senza perdere il pudore del dettaglio. E il pudore, nell’arte, non è debolezza. È la custodia della grandezza.
Infine Franz Liszt.
Qui la serata è entrata in una regione più aspra, più ardente, quasi profetica. Il Präludium und Fugue über B-A-C-H non è soltanto un omaggio al genio di Eisenach: è una lotta con il nome, con la memoria, con l’eredità, con quell’assoluto che Liszt inseguì per tutta la vita, ora con l’impeto del virtuoso, ora con l’inquietudine del penitente. In questa pagina la musica non si limita a procedere: cerca, interroga, precipita, risale. Marialuisa Veneziano vi è entrata senza compiacimenti. Non ha fatto di Liszt un esercizio di bravura, sebbene la difficoltà fosse evidente e altissima. Ne ha fatto un dramma. Ogni passaggio sembrava portare con sé una domanda: che cosa resta dell’uomo quando affida il proprio nome alla musica? Che cosa resta del dolore quando viene trasformato in forma? Che cosa resta della fatica quando diventa bellezza?
In Liszt, l’artista è apparsa nella sua pienezza. Non solo la concertista dalla tecnica sicura; non solo la studiosa che conosce la struttura interna dei brani; ma l’interprete che rischia qualcosa di sé. Vi sono esecuzioni corrette, vi sono esecuzioni brillanti, e poi vi sono esecuzioni che sembrano avere attraversato una vita prima di arrivare al pubblico. Quella di Veneziano apparteneva a quest’ultima categoria. Non si limitava a produrre suono: lo consegnava.
E il pubblico, in una chiesa ormai diventata quasi un unico essere in ascolto, riceveva.
Si potrebbe dire che gli applausi furono calorosi, e sarebbe vero. Si potrebbe dire che la partecipazione fu grande, e sarebbe ancora vero. Ma vi sono verità più piccole, e proprio per questo più rivelatrici. Una di queste accadde quando, nel silenzio ancora vibrante dopo la musica, una voce giovanissima gridò:
“Brava prof!!”
Non si può inventare una frase migliore. Nessun critico, nessun presentatore, nessun comunicato avrebbe saputo dire di più con tanto poco.
“Brava prof!”: due parole soltanto, ma dentro vi era l’intera serata vista dagli occhi di un giovane. Vi era lo stupore affettuoso di chi riconosce, nella propria insegnante, non solo la figura quotidiana della scuola, ma l’artista capace di far tremare una chiesa. Vi era la tenerezza di una generazione che, quando non viene educata soltanto al rumore, sa ancora accorgersi della grandezza. Vi era la prova che la musica, quando è vera, non resta chiusa nei titoli e nelle competenze: arriva anche lì dove il linguaggio tecnico non serve, perché parla il cuore.
Quel grido non ruppe il silenzio. Lo compì.
Fece entrare nella solennità della serata una nota di vita semplice, limpida, irresistibile. E forse fu proprio in quel momento che il concerto ha mostrato il proprio significato più profondo: non separare l’alto dal quotidiano, ma unirli. Bach e la scuola. Liszt e l’affetto. La Caritas e il virtuosismo. I frati francescani e la folla. L’amicizia di Eleonora e la voce di un ragazzo. Tutto, per un istante, insieme.
È questa la forza della musica quando incontra una comunità: ricompone ciò che la vita spesso divide.
La serata del 6 giugno ha avuto, infatti, una bellezza non soltanto artistica, ma civile. La Caritas, la presidente Ondina Valeria Ghergut, i frati francescani e quanti hanno reso possibile l’evento hanno ricordato che la solidarietà non è soltanto risposta all’emergenza, ma educazione dello sguardo. Aiutare significa anche creare luoghi in cui l’uomo possa sentirsi nuovamente parte di qualcosa. Una chiesa piena per un concerto d’organo non è solo un successo di pubblico: è un segno. E i segni, quando sono sinceri, valgono più delle dichiarazioni.
In questo segno, Eleonora Tarsetti ha avuto il ruolo discreto e decisivo di chi sa riconoscere prima degli altri. Ma dire soltanto questo sarebbe ancora poco. Ci sono persone che non arrivano nella vita per occupare spazio, ma per restituirlo; non per chiedere luce, ma per permettere ad altri di non averne più paura. Eleonora, in questa serata, è stata esattamente questo: una presenza capace di credere senza invadere, di sostenere senza trattenere, di preparare la strada senza pretendere di essere la strada.
Non tutte le amicizie sono generative. Alcune consolano, altre accompagnano; le più alte, però, fanno accadere le cose. Sono quelle amicizie che vedono quando il mondo distrae, che custodiscono quando altri disperdono, che non arretrano davanti alla grandezza dell’altro perché non la vivono come minaccia, ma come dono. In un tempo nel quale troppe energie vengono consumate per ridimensionare, contenere, spegnere ciò che eccede la misura comune, un’amicizia che promuove la bellezza diventa quasi un atto controcorrente.
Eleonora ha fatto questo: ha creduto in una luce e le ha preparato spazio. Ha intuito che un concerto poteva diventare qualcosa di più di una serata musicale; poteva diventare incontro, carità, memoria, riconoscimento. Ha portato la propria cura dentro l’organizzazione dell’evento, ma soprattutto ha portato quella forma rara di fiducia che non ha bisogno di clamore per essere decisiva. Perché talvolta le cose più grandi non nascono da chi alza la voce, ma da chi sa dire, con fermezza mite: “questa bellezza deve accadere”.
Così il concerto è diventato più di un concerto. È diventato una piccola parabola sul riconoscimento.
E al centro di questa parabola rimane la figura di Marialuisa Veneziano. Un’artista che non chiede indulgenza, perché possiede gli strumenti del rigore; ma che non si rifugia nemmeno nel rigore, perché sa che l’arte senza anima è soltanto disciplina ben vestita. La sua esecuzione ha unito precisione e fuoco, controllo e abbandono, pensiero e vibrazione. Ha fatto dell’organo non un monumento, ma una creatura viva.
C’è stato, nel suo modo di suonare, qualcosa che potremmo chiamare responsabilità della bellezza. Ogni brano sembrava portato al pubblico non come possesso personale, ma come dono. Morandi con la sua grazia; Bach con il suo abisso ordinato; Guilmant con la sua ampiezza solenne; Liszt con la sua febbre spirituale. Ogni pagina diventava una tappa, e ogni tappa lasciava intravedere non solo il compositore, ma anche l’interprete: la sua cultura, la sua forza, la sua storia, la sua capacità di trasformare la fatica in forma.
Quando l’ultima vibrazione si è dissolta, la chiesa non è tornata subito alla normalità. Nessun luogo torna identico dopo essere stato attraversato da una musica necessaria. Le pareti sembravano trattenere ancora qualcosa; i volti del pubblico portavano quella luce particolare che compare quando si è ricevuto più di quanto ci si aspettava.
Poi accadde ciò che nelle serate vere non si può comandare né prevedere: il pubblico si alza in piedi.
L’applauso, già lungo e grato, è divenuto una standing ovation piena, calorosa, quasi liberatoria. Non soltanto il tributo a un’esecuzione riuscita; è stato il riconoscimento di qualcosa che aveva toccato più in profondità. Gli spettatori non applaudivano soltanto la tecnica, pur straordinaria, né soltanto la forza dei brani: applaudivano l’esperienza vissuta, la commozione ricevuta, la sensazione di essere stati condotti per mano dentro un luogo più alto.
E proprio nei saluti finali, quando un artista potrebbe facilmente rifugiarsi nell’orgoglio del successo, Marialuisa Veneziano ha scelto invece la via più difficile e più luminosa: quella dell’umiltà.
Ha ringraziato il pubblico con parole semplici, ma capaci di commuovere. “L’artista senza il pubblico non è nulla, perché la musica non vive nel gesto solitario di chi la esegue, ma nell’incontro con chi la accoglie. La musica ha bisogno dell’umanità, di persone disposte ad ascoltare, a emozionarsi, a riconoscersi l’una nell’altra attraverso il suono”.
E’ stato un momento di rara verità.
Dopo Bach, Guilmant e Liszt, dopo la potenza dell’organo e l’intensità della serata, quelle parole hanno riportato tutto alla sua radice più pura: la musica non appartiene all’artista come un possesso, ma passa attraverso l’artista come un dono. E un dono esiste davvero soltanto quando qualcuno lo riceve.
La standing ovation, allora, non è parsa più soltanto un applauso in piedi, ma una risposta. Il pubblico restituiva all’artista ciò che aveva ricevuto; e l’artista, con umiltà, riconsegnava al pubblico il senso stesso della musica. In quel dialogo senza partitura, fatto di mani, occhi lucidi e gratitudine, si è compiuto forse il significato più profondo della serata.
E forse è questa la parola giusta: riconoscenza.
Riconoscenza verso la Caritas e i frati, per aver fatto della chiesa una casa aperta. Riconoscenza verso Eleonora Tarsetti, per aver creduto e costruito. Riconoscenza verso Marina Mancini, per aver guidato il pubblico con grazia e gentilezza attraverso i passaggi della serata. Riconoscenza verso il pubblico, per aver riempito non soltanto uno spazio, ma un silenzio. Riconoscenza verso quel giovane che, con il suo “Brava prof!”, ha consegnato alla serata la sua frase più innocente e più vera. Riconoscenza, infine, verso Marialuisa Veneziano, per aver ricordato che la musica, quando nasce da studio, dolore, fede e dedizione, può ancora compiere il miracolo più difficile: far sentire gli uomini meno soli.
Non sappiamo se tutti, uscendo dalla chiesa, abbiano saputo dire con precisione ciò che avevano ascoltato. Forse alcuni avranno nominato Bach, altri Liszt, altri la potenza dell’organo, altri ancora la chiesa piena o la commozione di quel grido giovane. Ma non è sempre necessario dare subito un nome alle cose che ci cambiano. Talvolta basta portarle via con sé.
Il 6 giugno, a Falconara, molti sono entrati in chiesa per un concerto.
Ne sono usciti con una memoria.
E la memoria, quando è fatta di bellezza, amicizia e carità, somiglia molto a una forma di grazia.
SABATO 6 GIUGNO 2026 ALLA CHIESA DI SANT’ANTONIO DA PADOVA DI FALCONARA MARITTIMA, UNA SERATA IN CUI IL GRANDE REPERTORIO ORGANISTICO INCONTRA LA SOLIDARIETÀ, LA SPIRITUALITÀ FRANCESCANA E LA FORZA SILENZIOSA DELL’ AMICIZIA.
La locandina del concerto di sabato 6 giugno 2026
Di Claudia Valenti
Falconara Marittima, 3 giugno 2026
L’organo non è uno strumento che semplicemente si suona. È uno strumento che si attraversa. Ha bisogno di mani, certo, di piedi, di studio, di controllo, di una tecnica severissima; ma soprattutto ha bisogno di una visione. Perché l’organo, più di ogni altro strumento, non concede nulla alla superficie: amplifica ciò che l’interprete è. Se dentro c’è vuoto, restituisce vuoto. Se dentro c’è pensiero, restituisce architettura. Se dentro c’è anima, allora il suono diventa destino dell’aria.
Il prossimo 6 giugno, presso la Chiesa di Sant’Antonio da Padova di Falconara Marittima, il pubblico potrà ascoltare il Maestro Marialuisa Veneziano, organista, pianista, musicologa, giornalista culturale e divulgatrice musicale, in un concerto che nasce dall’incontro tra arte, spiritualità e solidarietà.
Marialuisa Veneziano è un’artista dal profilo raro: diplomata in Pianoforte al Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma, ha costruito nel tempo un percorso nel quale interpretazione, ricerca, scrittura e divulgazione non sono mai compartimenti separati, ma parti di una stessa vocazione. Ha suonato in contesti di particolare prestigio, anche in occasioni legate alla vita spirituale e istituzionale della Chiesa, tra cui momenti connessi ai pontificati di Benedetto XVI e di Papa Francesco. Alla carriera concertistica ha affiancato un’intensa attività musicologica, giornalistica e didattica, fino alla fondazione e direzione della testata culturale “Le Armonie dell’Apeiron”, luogo di riflessione sulla musica, sull’arte e sul pensiero. Ma ciò che colpisce, incontrandola, non è soltanto il curriculum. È la compresenza, non comune, di umiltà e grandezza artistica. Veneziano parla della musica con rispetto quasi religioso, ma senza rigidità; con cultura profonda, ma senza compiacimento. È un’artista che conosce la disciplina durissima dello studio e insieme la fragilità umana che ogni vera interpretazione porta con sé. La sua tecnica organistica, solida, raffinata, capace di governare con lucidità tastiere, pedaliera, registri, piani sonori e complessità acustiche dello strumento, non viene mai esibita come virtuosismo fine a sé stesso: diventa mezzo per scavare, per dire, per illuminare. Il concerto del 6 giugno sarà anche un gesto di comunità. Dietro la serata c’è il lavoro di chi ha creduto nel valore di un evento capace di unire bellezza e partecipazione concreta: la Caritas, la presidente Ondina, la comunità dei frati francescani della Parrocchia, che hanno messo a disposizione energie, spazi, attenzione e una generosità non scontata, quasi l’impensabile, pur di offrire alla comunità falconarese una serata di tale respiro. In tempi in cui spesso la cultura viene trattata come ornamento superfluo, questa scelta ha il valore di un segno: la bellezza non è un lusso, ma una forma di cura.
Alla vigilia del concerto, abbiamo incontrato Marialuisa Veneziano per una conversazione vera, intensa, a tratti sorprendente, nella quale il programma musicale diventa occasione per parlare di arte, amicizia, fede, resistenza e destino personale.
Maestro, il concerto del 6 giugno nasce dentro una comunità: la Caritas, la presidente Ondina Valeria Ghergut, i frati francescani della Parrocchia. Che valore ha per lei tutto questo?
Ha un valore enorme, perché un concerto così non nasce mai da una persona sola. Certo, poi sullo strumento ci sono io, con la mia responsabilità, il mio studio, il mio modo di respirare dentro la musica. Ma prima ancora c’è una rete di persone che rende possibile l’incontro. La Caritas, la presidente Ondina e la comunità dei frati francescani hanno fatto qualcosa di profondamente bello: hanno creduto che una serata musicale potesse diventare un dono per la comunità falconarese. Hanno messo a disposizione non soltanto uno spazio, ma una fiducia, una cura, una disponibilità rara. E quando una comunità religiosa e solidale apre le porte alla musica, non sta semplicemente ospitando un evento: sta dicendo che l’uomo ha bisogno anche di bellezza per rimanere umano. Io sento molta gratitudine. I frati francescani portano con sé un’idea di semplicità e di essenzialità che mi commuove. San Francesco parlava al creato, alla povertà, alla luce, agli ultimi. E in fondo la musica, quando è vera, fa qualcosa di simile: non si impone, non urla, ma raggiunge. Arriva dove spesso le parole non riescono più ad arrivare.
Spesso dietro un concerto non c’è soltanto il lavoro dell’artista, ma anche una trama silenziosa di fiducia, incontri e amicizie che rendono possibile l’evento. Quanto conta, per lei, sapere che qualcuno riconosce il valore di un progetto artistico e sceglie di farsene promotore?
Conta moltissimo, perché un concerto non nasce mai soltanto nel momento in cui l’artista si siede allo strumento. Nasce molto prima: da una fiducia, da un’intuizione, da qualcuno che guarda oltre la superficie e comprende che un progetto artistico può diventare occasione di bellezza, di incontro, di bene.In questo percorso un ruolo fondamentale lo ha avuto Eleonora Tarsetti, persona profondamente legata alla realtà parrocchiale e alla comunità falconarese, che ha creduto nella forza di questa proposta musicale. È stata lei a intuire che un concerto d’organo potesse essere non soltanto un eventoculturale, ma un momento di raccoglimento, di condivisione, di apertura alla città. Ha riconosciuto una possibilità e ha scelto di farsene carico, con discrezione, cura e determinazione.Ecco, per me questa parola è decisiva: riconoscere. Viviamo spesso in ambienti dove il talento non viene accompagnato, ma sorvegliato; dove la competenza non viene valorizzata, ma ridimensionata; dove chi porta luce viene talvolta invitato, con molta educazione e poca grandezza, ad abbassare la fiamma per non disturbare il buio circostante. Ci sono realtà lavorative che dovrebbero nutrire le persone e invece le consumano; luoghi in cui si parla molto di collaborazione, ma si pratica troppo spesso l’arte sottile dello spegnimento. Per questo, quando si incontra qualcuno che compie il gesto opposto — che non spegne, non sminuisce, non teme, non trattiene — si sente quasi fisicamente la differenza. Eleonora ha fatto questo: ha visto, ha creduto, ha aperto una strada. Non ha chiesto alla musica di rimpicciolirsi per stare dentro una misura mediocre; ha desiderato, al contrario, che potesse arrivare alla comunità nella sua pienezza. Ci sono persone che arrivano nella vita non facendo rumore, ma spostando qualcosa. Non entrano con grandi proclami, non promettono mari e monti: semplicemente vedono. E quando una persona ti vede davvero, soprattutto nei momenti in cui tu stessa fai fatica a riconoscerti interamente, compie un gesto enorme. Perché essere visti non significa essere lodati: significa essere compresi nella propria verità. In un percorso artistico si studia tanto, si lavora tanto, si cade, ci si rialza. Si impara anche a resistere a quegli ambienti in cui la qualità viene accolta come una minaccia invece che come una ricchezza; a quei contesti dove chi sa fare viene spesso guardato con sospetto, come se la preparazione fosse una colpa e non un servizio. Ma poi, a un certo punto, arriva qualcuno chenon ti chiede di dimostrare continuamente chi sei. Ti riconosce. E quel riconoscimento diventa una casa. Eleonora, in questo concerto, è stata anche questo: non soltanto un’amica, non soltanto una presenza organizzativa, ma una persona capace di trasformare la fiducia in azione. Ha creduto in me, mi ha proposta, ha lavorato perché l’idea prendesse corpo e arrivasse alla Caritas, alla comunità dei frati francescani, alla parrocchia, alle persone. Ha fatto tutto questo con una cura che non appartiene alla semplice efficienza, ma a qualcosa di più raro: l’amore per ciò che si costruisce. Per me questa è una forma altissima di amicizia: non trattenere l’altro nell’ombra, ma accompagnarlo verso la luce. Non dire soltanto “ti sono vicina”, ma fare in modo che ciò che l’altro porta dentro possa incontrare il mondo. L’amicizia vera non livella, non invidia, non teme la grandezza altrui. L’amicizia vera sa dire: “vai, questa cosa deve vivere”. Ecco perché questo concerto porta anche il suo nome invisibile. Non come firma ufficiale, forse, ma come presenza profonda. Perché ci sono eventi che si realizzano grazie ai programmi, alle autorizzazioni, agli spazi; e poi ci sono eventi che si realizzano perché qualcuno, prima di tutti, ha saputo dire: “ne vale la pena”. Le sono grata perché ha aperto una porta. E certe porte, quando vengono aperte da un’amica vera e da una persona che ama la propria comunità, non conducono soltanto a un concerto: conducono a una forma più grande di destino condiviso. In fondo, forse, il senso più bello di questa serata è anche qui: dimostrare che dove qualcuno prova a spegnere, altri possono ancora accendere. E che basta una sola luce sincera, quando è custodita con amore, per far capire quanto fosse inutile tutto quel buio.
L’organo è uno strumento imponente, quasi sovrumano. Qual è il suo rapporto personale con questo strumento?
È un rapporto di amore e di timore. Timore nel senso più nobile: rispetto, soglia, vertigine.L’organo non è uno strumento che puoi possedere. Puoi studiarlo per anni, puoi conoscere la tecnica, puoi governare mani e piedi, puoi lavorare sul fraseggio, sulla registrazione, sulla forma; ma alla fine ogni organo resta un incontro nuovo. Ogni strumento ha un carattere, una voce, una resistenza, un segreto. E ogni chiesa lo trasforma ancora. Con il pianoforte il suono nasce sotto le dita. Con l’organo, invece, il suono nasce anche altrove: nell’aria, nelle canne, nello spazio, nella distanza tra te e ciò che ritorna. Tu premi un tasto e il suono ti risponde da un altro punto, come se venisse da una zona più grande di te. Per questo l’organo mi educa continuamente all’umiltà. Ti ricorda che non basta esserebravi. Bisogna ascoltare. Bisogna aspettare. Bisogna capire quando guidare e quando lasciarsi guidare.
Marialuisa Veneziano all’organo
Il pubblico spesso immagina l’organo come uno strumento severo, liturgico, distante. Il programma della serata proverà a scardinare questa idea?
Sì, molto. L’organo è certamente legato alla liturgia, alla spiritualità, alla grande tradizione sacra. Ma ridurlo a questo sarebbe come guardare il mare e dire che è solo acqua. L’organo può essere monumentale, ma anche intimo. Può avere la potenza di un’intera orchestra e, un attimo dopo, la delicatezza di una voce solitaria. Può evocare la preghiera, ma anche la danza; può essere teatro, meditazione, fuoco, ombra, gioia. Il programma è pensato proprio come un viaggio tra queste possibilità. Non voglio che il pubblico assista a una successione di brani come a una vetrina. Vorrei che entrasse in un racconto: ogni pagina musicale sarà una stanza, un paesaggio, una domanda diversa.
C’è una domanda esistenziale che la musica le pone ogni volta che si siede allo strumento?
Sì: “Che cosa stai cercando davvero?”Credo che ogni artista, prima o poi, debba rispondere a questa domanda. Non basta cercare l’applauso, non basta cercare la perfezione, non basta cercare il riconoscimento. Sono cose umane, certo, ma non possono essere il centro. Quando mi siedo all’organo, soprattutto in un luogo sacro, sento che la domanda è più radicale. Sto cercando bellezza? Sto cercando verità? Sto cercando consolazione? Sto cercando di trasformare qualcosa che mi abita in un suono che possa parlare anche agli altri?La musica ti mette davanti a te stessa. Non puoi mentire troppo a lungo. Prima o poi il suono rivela tutto: la tua forza, la tua paura, la tua disciplina, le tue ferite, la tua fede nella vita. Forse è per questo che continuo a cercarla. Perché la musica non mi permette di diventare superficiale.
Lei possiede una tecnica organistica di grande solidità, ma nelle sue interpretazioni sembra che la tecnica non voglia mai mettersi in mostra. Che rapporto ha con il virtuosismo?
La tecnica è indispensabile. Senza tecnica non c’è libertà, c’è solo intenzione. E l’intenzione, da sola, non basta.L’organo richiede un controllo enorme: mani, piedi, registri, tempi di risposta dello strumento, acustica, equilibrio delle voci. È una macchina meravigliosa e complessa. Bisogna avere lucidità, coordinazione, resistenza mentale, precisione. Ma la tecnica, se resta fine a sé stessa, diventa ginnastica. Io credo che il virtuosismo più alto sia quello che scompare dentro il senso. Il pubblico magari non deve pensare: “quanto è difficile quello che sta facendo”. Deve sentire che quella difficoltà è diventata espressione. La tecnica è come la grammatica di una lingua: necessaria, ma nessuno si commuove per la grammatica da sola. Ci si commuove quando quella grammatica diventa poesia.
Nel suo percorso Lei ha conosciuto anche ostacoli, resistenze, tentativi di ridimensionamento. La musica è stata anche una forma di difesa?
Direi più una forma di verità. La difesa a volte irrigidisce; la verità invece rimette in piedi. Ogni persona che fa qualcosa con serietà incontra, prima o poi, chi prova a sminuire, a sporcare, a togliere luce. Fa parte della vita, anche se non dovrebbe. Ma la cosa importante è non diventare simili a ciò che ci ferisce. Io credo che il lavoro serio, alla lunga, abbia una voce più forte del rumore. Chi tenta di affossare qualcuno spesso dimentica una cosa semplice: se una persona ha radici profonde, nonbasta agitare un po’ di vento per farla cadere. E se l’arte è autentica, prima o poi trova il modo di parlare. Preferisco rispondere con lo studio, con la musica, con la qualità. È una forma di eleganza, ma anche di sopravvivenza. L’organo, in questo, è un grande maestro: non discute con il rumore. Lo supera in altezza.
Lei è anche musicologo, giornalista culturale e divulgatrice. Quanto conta raccontare la musica, oltre che suonarla?
Conta moltissimo. La musica ha bisogno di essere ascoltata, ma anche accompagnata. Non perché il pubblico non sia capace di comprendere, ma perché ogni ascolto può diventare più profondo se qualcuno apre una porta. Divulgare non significa semplificare fino a banalizzare. Significa rendere accessibile la complessità senza tradirla. Io ho sempre pensato che la cultura non debba stare su un piedistallo. Deve scendere tra le persone, non per abbassarsi, ma per alzare lo sguardo di tutti. La musica è una forma di pensiero. Ci insegna il tempo, l’attesa, la relazione tra le parti, il silenzio. In una società che consuma tutto rapidamente, educarsi all’ascolto è quasi un atto rivoluzionario. E forse anche terapeutico.
Avendo suonato in luoghi e occasioni importanti, anche legate a momenti solenni della Chiesa, che cosa cambia quando si suona in una comunità locale?
Non cambia la responsabilità. Anzi, a volte aumenta. Suonare in contesti prestigiosi è certamente emozionante. Sono esperienze che segnano, che ti ricordano la grandezza di una tradizione, il peso simbolico di certi luoghi, la storia che passa attraverso la musica. Ma una comunità locale ha qualcosa di altrettanto prezioso: la prossimità. A Falconara non suonerò per un pubblico astratto. Suonerò per persone che vivono quel territorio, quella parrocchia, quella comunità. Persone che entreranno forse con le fatiche della giornata, con le loro storie, le loro preoccupazioni, le loro speranze. E la musica dovrà parlare anche a loro, non a un’idea ideale di pubblico. Questo per me è bellissimo. Perché la grande musica non appartiene solo ai grandi palcoscenici. Appartiene a ogni luogo in cui qualcuno è disposto ad ascoltarla davvero.
Che cosa vorrebbe che accadesse nel pubblico durante il concerto?
Vorrei che accadesse un piccolo spostamento interiore. Non necessariamente qualcosa di clamoroso. A volte le trasformazioni più vere sono silenziose. Vorrei che qualcuno, ascoltando, ritrovasse un pensiero dimenticato. Che qualcun altro sentisse una forma di pace. Che qualcun altro ancora uscisse dicendo: “Non pensavo che l’organo potesse parlarmi così”. La musica autentica non invade. Lavora dentro. Si deposita. Continua dopo l’ultima nota. E forse il concerto più bello non è quello che finisce con un applauso, ma quello che continua nella memoria di chi c’era.
Se dovesse definire il concerto del 6 giugno con un’immagine, quale sceglierebbe?
Una porta aperta. Una porta aperta dalla Caritas, dalla presidente Ondina, dai frati francescani, da Eleonora, dalla comunità. Una porta attraverso cui la musica può entrare e uscire, perché la bellezza non va trattenuta. Va condivisa. E poi una porta interiore. Perché l’organo, quando risuona in una chiesa, sembra aprire qualcosa sopra di noi, ma anche dentro di noi. Ci ricorda che non siamo fatti solo per correre, difenderci, produrre, sopportare. Siamo fatti anche per ascoltare, per commuoverci, per riconoscerci in qualcosa di più grande.
Il concerto del 6 giugno si annuncia dunque come molto più di un appuntamento musicale. Sarà una serata in cui la comunità falconarese potrà incontrare un’artista di spessore, capace di unire cultura, tecnica e intensità umana; ma anche una donna che, dietro la solidità del percorso e la forza dell’interpretazione, conserva una qualità sempre più rara: l’umiltà di chi sa che la musica non appartiene mai del tutto a chi la esegue.
Nel M° Marialuisa Veneziano convivono il rigore della concertista, la profondità della studiosa e la passione della divulgatrice. Ma, soprattutto, emerge una fedeltà ostinata alla bellezza. Una fedeltà che non ignora le difficoltà, le attraversa. Non nega il dolore, lo trasforma. Non risponde al rumore con altro rumore, ma con una nota più alta. E forse è proprio questo il messaggio più forte della serata: la musica, quando nasce da una necessità vera, non è mai decorazione. È una forma di resistenza spirituale. È il modo con cui una comunità si raccoglie, un’amicizia diventa gesto, una causa trova voce, e un’artista consegna al pubblico non soltanto il proprio talento, ma la parte più limpida della propria storia. Il 6 giugno, nella Chiesa di Sant’Antonio da Padova, l’organo non sarà soltanto ascoltato. Sarà abitato. E, almeno per una sera, il suo respiro potrà diventare il respiro di tutti.
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