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  • Il mondo prende posto in platea

    Il mondo prende posto in platea

    I teatri condominiali dell’Italia centrale entrano nel Patrimonio UNESCO. Otto delle dieci sale riconosciute sono marchigiane: la “regione dei teatri” sale sul palcoscenico della storia.

    di Marialuisa Veneziano


    La storia ha il difetto, o forse la cortesia, di non avvertire sempre quando entra. Non bussa, non domanda che si accendano le luci, non pretende fanfare. Talvolta si presenta con il linguaggio sobrio di una deliberazione, attraverso poche righe destinate agli archivi; e tuttavia, dietro quelle righe, un’intera terra scopre che il proprio nome è appena diventato un poco più grande.

    È accaduto il 26 luglio 2026.

    Mentre l’estate si distendeva sulle colline marchigiane con quella sua aria quieta, quasi persuasa che nulla avesse troppa fretta, a Busan, in Corea del Sud, la 48ª sessione del Comitato del Patrimonio mondiale UNESCO iscriveva nella Lista del Patrimonio dell’Umanità “Il sistema dei teatri condominiali all’italiana del XVIII e XIX secolo nell’Italia centrale”.

    Una frase composta, quasi austera. Ma dentro vi risuona un applauso lungo due secoli.

    Il sito seriale riconosciuto dall’UNESCO comprende dieci teatri distribuiti fra Marche, Emilia-Romagna e Umbria. Otto sono marchigiani: il Teatro Gentile da Fabriano, il Pergolesi di Jesi, il Ventidio Basso di Ascoli Piceno, il Serpente Aureo di Offida, il Teatro dell’Aquila di Fermo, il Lauro Rossi di Macerata, il Feronia di San Severino Marche e il Bramante di Urbania. A essi si uniscono il Teatro Angelo Mariani di Sant’Agata Feltria e il Nuovo Gian Carlo Menotti di Spoleto.

    L’iscrizione, deliberata in base al criterio UNESCO III, riconosce in questi edifici una testimonianza eccezionale della trasformazione del teatro da spazio aristocratico a istituzione culturale e civile. Con questo risultato salgono a sessantadue i siti italiani iscritti nella Lista del Patrimonio mondiale.

    Per una sera, dunque, la proverbiale sobrietà marchigiana può concedersi il lusso di applaudire in piedi.

    Quel condominio dove si costruiva la civiltà

    La parola condominio, bisogna ammetterlo, non gode oggi di una reputazione particolarmente lirica. Evoca amministratori, millesimi, grondaie in discussione e assemblee nelle quali l’umanità offre talvolta prove meno nobili di quelle contemplate dall’UNESCO.

    Eppure, tra il Settecento e l’Ottocento, quel termine poteva designare un patto assai più ambizioso.

    Municipalità e cittadini privati — nobili, professionisti, commercianti, rappresentanti della borghesia emergente — partecipavano insieme alla costruzione del teatro, ne sostenevano i costi, ne possedevano i palchi e ne condividevano la gestione. Il teatro nasceva così non soltanto per volontà di un sovrano o per magnificenza di una corte, ma attraverso un investimento collettivo della comunità.

    Non era ancora la democrazia culturale come oggi vorremmo intenderla. I palchi conservavano le distinzioni sociali, le gerarchie si accomodavano sui diversi ordini e, oltre allo spettacolo, ciascuno contemplava volentieri anche se stesso. La storia, del resto, non procede mai con la nettezza dei manuali: avanza per compromessi, contraddizioni e porte socchiuse.

    Ma una di quelle porte si era aperta davvero.

    Il teatro usciva dall’esclusivo dominio aristocratico e diventava istituzione cittadina, luogo d’incontro, di rappresentazione e perfino di formazione dell’opinione pubblica. L’UNESCO ha riconosciuto precisamente questo passaggio: non solo la bellezza delle sale, ma l’idea sociale che le aveva generate. Il modello condominiale, fondato sulla collaborazione fra istituzioni pubbliche e cittadini, rese possibile la diffusione dei teatri anche nelle città piccole e medie, trasformandoli in centri di vita culturale, economica e politica.

    Quegli edifici, dunque, non furono semplicemente contenitori di spettacoli. Furono laboratori di cittadinanza.

    Sul palcoscenico si rappresentavano passioni, delitti, amori e rivoluzioni; in platea, intanto, una società nuova imparava faticosamente a guardarsi, a riconoscersi, qualche volta perfino a discutere di sé. E non è poca cosa che la coscienza pubblica abbia trovato una delle proprie prime dimore proprio là dove gli uomini fingevano di essere altri: spesso il teatro dice la verità servendosi di una maschera, mentre la vita quotidiana riesce assai bene a mentire senza nemmeno il disturbo di indossarne una.

    Un’architettura che sa ascoltare

    Il teatro all’italiana non è un edificio nel quale, per fortunata coincidenza, si produce musica. È esso stesso uno strumento musicale.

    La pianta, gli ordini sovrapposti dei palchi, la curvatura della sala, il rapporto fra scena e platea, i ridotti, i foyer e gli antichi apparati scenici compongono una vera architettura dell’ascolto. Ogni elemento organizza la visione, governa la distanza, raccoglie e distribuisce il suono. L’UNESCO sottolinea proprio l’attenzione riservata all’acustica e alla visibilità, insieme alla presenza di caratteristiche architettoniche comuni, riconducibili soprattutto al Neoclassicismo, ma ancora attraversate da influssi tardobarocchi.

    Prima ancora che l’orchestra accordi, la sala ha già scelto il proprio timbro.

    I palchi disposti verticalmente sembrano le voci di un accordo; la platea ne costituisce il fondamento; il palcoscenico apre la zona instabile nella quale l’ordine può trasformarsi in dramma. Lo spettatore guarda la scena, ma vede anche gli altri spettatori: ascolta la musica e, nello stesso tempo, prende parte a una comunità riunita dall’ascolto.

    In questi teatri l’opera lirica trovò una rete capillare attraverso la quale raggiungere città e borghi. Il crescendo rossiniano, la lunga melodia belliniana, il nervo teatrale di Donizetti, la parola accesa di Verdi poterono circolare ben oltre i grandi centri, penetrando nel tessuto vivo delle province. Prima ancora che l’Italia diventasse pienamente una nazione politica, il melodramma le aveva già insegnato un vocabolario comune di passioni, conflitti, sacrifici e libertà.

    La provincia, in questo sistema, non fu periferia. Fu circolazione sanguigna.

    Le Marche, una regione costruita in forma di teatro

    Il riconoscimento sarebbe importante per qualunque territorio. Per le Marche possiede però una forza particolare, quasi la precisione di un accordo finalmente risolto.

    Questa terra non è organizzata attorno a una sola città dominante. Vive di centri grandi, piccoli e piccolissimi; di borghi adagiati sulle alture; di comunità che per secoli hanno difeso con tenacia la propria identità. In tale geografia plurale, il teatro divenne il luogo nel quale ogni città poteva pronunciare pubblicamente il proprio nome.

    Accanto alle chiese e ai palazzi civici sorsero sale ornate, palcoscenici, camerini, foyer. Non per capriccio decorativo, ma perché una comunità che costruiva un teatro dichiarava di voler essere qualcosa di più di un insieme di abitazioni. Dichiarava di possedere una memoria, un’immaginazione e un futuro.

    Le Marche custodiscono una rete di sessantadue teatri storici e una densità teatrale, rapportata alla popolazione e al numero dei Comuni, che non ha eguali nel territorio italiano. Non tutti fanno parte formalmente del sito seriale UNESCO: il riconoscimento riguarda dieci teatri, otto dei quali marchigiani. Ma la luce che oggi si accende su quelle otto sale illumina inevitabilmente l’intera costellazione regionale.

    Il Pergolesi, il Ventidio Basso, il Serpente Aureo, l’Aquila, il Lauro Rossi, il Feronia, il Gentile e il Bramante non sono otto monumenti isolati. Sono le voci soliste di un coro molto più vasto.

    Ed è forse questa la vittoria più bella: l’UNESCO non ha premiato la grandezza di una capitale, ma la tenacia culturale delle comunità. Ha riconosciuto che anche nei centri lontani dalle metropoli la bellezza può diventare necessità pubblica; che la cultura non appartiene soltanto ai luoghi nei quali si concentra il potere, ma anche a quelli nei quali gli uomini decidono di costruire insieme uno spazio per l’ascolto.

    L’UNESCO non sia una corona funebre

    È a questo punto, proprio mentre l’applauso cresce, che occorre chiedergli di fermarsi per il tempo di un respiro.

    Perché ogni festa autentica porta con sé una responsabilità; e un riconoscimento tanto solenne rischierebbe di assumere un’amara ironia se celebrasse come patrimonio vivo ciò che, nella vita quotidiana, viene lasciato lentamente morire.

    Accanto ai grandi teatri dotati di stagioni regolari, troppi teatri storici marchigiani restano chiusi, inattivi o affidati a un’apertura occasionale. Altri si accendono soltanto per pochi appuntamenti all’anno, privi di una programmazione continuativa, di personale stabile, di risorse adeguate e di un progetto artistico capace di restituirli davvero alle comunità.

    Abbiamo salvato gli stucchi, ma rischiamo di perdere la voce. Abbiamo restaurato i palchi, ma non sempre vi facciamo tornare il pubblico. Abbiamo difeso le facciate dal tempo, mentre il silenzio, assai più paziente dell’umidità, continuava a lavorare all’interno.

    Bisogna dirlo senza attenuazioni celebrative: un teatro restaurato non è necessariamente un teatro vivo. Aprirlo una volta l’anno per una visita guidata non equivale ad abitarlo; accendervi le luci per una cerimonia non significa restituirlo alla città; ospitarvi qualche evento estivo non sostituisce una stagione pensata, riconoscibile, capace di formare un pubblico.

    Un teatro vive quando il sipario si alza con regolarità. Quando offre lavoro agli artisti e ai tecnici. Quando accoglie orchestre, compagnie, scuole, conservatori, associazioni e giovani interpreti. Quando un bambino vi entra per la prima volta e comprende, magari senza ancora saperlo, che la bellezza non è un lusso riservato agli adulti o alle grandi città.

    È precisamente la continuità della funzione teatrale a costituire uno degli elementi essenziali riconosciuti dall’UNESCO. La decisione richiama inoltre la necessità di coinvolgere le comunità locali nella gestione quotidiana del patrimonio. Non si tratta di una raccomandazione accessoria: questi teatri nacquero attraverso la partecipazione dei cittadini e soltanto mediante una nuova partecipazione potranno sopravvivere.

    Il riconoscimento del 26 luglio deve dunque diventare un rimprovero rivolto anzitutto alle istituzioni. Non basta finanziare i restauri: occorre sostenere la gestione, la manutenzione, il personale e soprattutto la programmazione. Non basta promuovere fotograficamente i teatri: bisogna riempirli di spettacoli. Non basta chiamarli “presìdi culturali” nei discorsi ufficiali, se poi, terminati i discorsi, si spengono le luci e si richiude il portone.

    La stessa programmazione culturale regionale indica fra gli obiettivi il sostegno alla fruizione, alla gestione integrata, alle attività residenziali e al rapporto fra piccoli teatri, conservatori e soggetti dello spettacolo dal vivo. È da qui che occorre ripartire: trasformando gli intenti in calendari, i progetti in aperture, le risorse in lavoro culturale continuativo.

    Anche i Comuni devono essere messi nelle condizioni di collaborare, superando la frammentazione e costruendo una vera rete regionale: produzioni condivise, circuitazione degli artisti, residenze musicali e teatrali, progetti scolastici, bigliettazione comune, itinerari culturali. Sessantadue teatri isolati rischiano di essere sessantadue fragilità; collegati fra loro possono diventare una delle più straordinarie infrastrutture culturali d’Europa.

    E una responsabilità appartiene anche al pubblico. I teatri non si salvano soltanto con i finanziamenti, ma nemmeno possono essere abbandonati all’eroismo di pochi volontari. Hanno bisogno di cittadini che li frequentino, di scuole che li conoscano, di giovani che li sentano propri. La cultura è un diritto; ma, come tutti i diritti che vogliono restare vivi, domanda anche partecipazione.

    L’UNESCO non diventi dunque una targa dorata apposta sopra una porta chiusa. Non sia la certificazione prestigiosa di una grandezza trascorsa, né — peggio ancora — una corona funebre deposta sulla bellezza mentre essa sta ancora respirando.

    Un teatro spento non è un monumento in riposo. È una promessa tradita.

    Per questo il riconoscimento deve segnare l’inizio di una nuova stagione: non soltanto più visitatori, ma più spettacoli; non soltanto turismo, ma produzione culturale; non soltanto memoria, ma lavoro, studio, educazione e futuro.

    Altrimenti avremo ottenuto il privilegio di essere ammirati dal mondo proprio mentre smettiamo di ascoltare noi stessi.

    Un applauso rivolto al futuro

    Il 26 luglio non si è concluso semplicemente un percorso istituzionale promosso dalla Regione Marche insieme al Ministero della Cultura, con la partecipazione dell’Emilia-Romagna, dell’Umbria e dei Comuni coinvolti. Si è aperto un tempo nuovo.

    È giusto festeggiare. È giusto accendere i lampadari, spalancare le porte, raccontare questa storia ai ragazzi, invitare il pubblico a entrare. È giusto ringraziare coloro che hanno costruito la candidatura, gli studiosi, gli amministratori, i restauratori, i tecnici, gli artisti e tutte le persone che, spesso lontano dai riflettori, hanno continuato a credere che un teatro di provincia non fosse un lusso del passato, ma una necessità del presente.

    Soprattutto, è giusto riconoscere il merito delle comunità che nei secoli hanno custodito questi luoghi. Le pietre non si conservano da sole. I velluti non resistono per devozione spontanea. Ogni patrimonio giunto fino a noi è il risultato di qualcuno che, in un momento spesso difficile, ha deciso di non abbandonarlo.

    Questa volta il riconoscimento non celebra soltanto ciò che le Marche possiedono. Celebra ciò che le Marche sono: una terra plurale, laboriosa, discreta; una regione che ha disseminato teatri fra colline, piazze e borghi perché non ha mai considerato la bellezza un privilegio riservato alle capitali.

    Ma il 26 luglio sarà davvero una data storica soltanto se, dopo gli applausi, qualcuno tornerà ad aprire tutte quelle porte.

    Il mondo ha preso posto in platea.

    Ha guardato verso queste piccole e grandi città dell’Italia centrale e ha riconosciuto in esse una storia universale: quella di uomini e donne che, mettendo insieme risorse, ambizioni e speranze, decisero di costruire non soltanto un edificio, ma uno spazio nel quale una comunità potesse immaginarsi migliore.

    Ora le luci si abbassano. Il brusio tace.

    Il sipario non cade: si alza.

    E per le Marche, regione dei teatri, la storia ricomincia proprio da qui.

  • Marialuisa Veneziano, quando l’organo diventa respiro dell’anima


    SABATO 6 GIUGNO 2026 ALLA CHIESA DI SANT’ANTONIO DA PADOVA DI FALCONARA MARITTIMA, UNA SERATA IN CUI IL GRANDE REPERTORIO ORGANISTICO INCONTRA LA SOLIDARIETÀ, LA SPIRITUALITÀ FRANCESCANA E LA FORZA SILENZIOSA DELL’ AMICIZIA.

    La locandina del concerto di sabato 6 giugno 2026

    Di Claudia Valenti


    Falconara Marittima, 3 giugno 2026

    L’organo non è uno strumento che semplicemente si suona. È uno strumento che si attraversa. Ha bisogno di mani, certo, di piedi, di studio, di controllo, di una tecnica severissima; ma soprattutto ha bisogno di una visione. Perché l’organo, più di ogni altro strumento, non concede nulla alla superficie: amplifica ciò che l’interprete è. Se dentro c’è vuoto, restituisce vuoto. Se dentro c’è pensiero, restituisce architettura. Se dentro c’è anima, allora il suono diventa destino dell’aria.

    Il prossimo 6 giugno, presso la Chiesa di Sant’Antonio da Padova di Falconara Marittima, il pubblico potrà ascoltare il Maestro Marialuisa Veneziano, organista, pianista, musicologa, giornalista culturale e divulgatrice musicale, in un concerto che nasce dall’incontro tra arte, spiritualità e solidarietà.

    Marialuisa Veneziano è un’artista dal profilo raro: diplomata in Pianoforte al Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma, ha costruito nel tempo un percorso nel quale interpretazione, ricerca, scrittura e divulgazione non sono mai compartimenti separati, ma parti di una stessa vocazione. Ha suonato in contesti di particolare prestigio, anche in occasioni legate alla vita spirituale e istituzionale della Chiesa, tra cui momenti connessi ai pontificati di Benedetto XVI e di Papa Francesco. Alla carriera concertistica ha affiancato un’intensa attività musicologica, giornalistica e didattica, fino alla fondazione e direzione della testata culturale “Le Armonie dell’Apeiron”, luogo di riflessione sulla musica, sull’arte e sul pensiero. Ma ciò che colpisce, incontrandola, non è soltanto il curriculum. È la compresenza, non comune, di umiltà e grandezza artistica. Veneziano parla della musica con rispetto quasi religioso, ma senza rigidità; con cultura profonda, ma senza compiacimento. È un’artista che conosce la disciplina durissima dello studio e insieme la fragilità umana che ogni vera interpretazione porta con sé. La sua tecnica organistica, solida, raffinata, capace di governare con lucidità tastiere, pedaliera, registri, piani sonori e complessità acustiche dello strumento, non viene mai esibita come virtuosismo fine a sé stesso: diventa mezzo per scavare, per dire, per illuminare. Il concerto del 6 giugno sarà anche un gesto di comunità. Dietro la serata c’è il lavoro di chi ha creduto nel valore di un evento capace di unire bellezza e partecipazione concreta: la Caritas, la presidente Ondina, la comunità dei frati francescani della Parrocchia, che hanno messo a disposizione energie, spazi, attenzione e una generosità non scontata, quasi l’impensabile, pur di offrire alla comunità falconarese una serata di tale respiro. In tempi in cui spesso la cultura viene trattata come ornamento superfluo, questa scelta ha il valore di un segno: la bellezza non è un lusso, ma una forma di cura.

    Alla vigilia del concerto, abbiamo incontrato Marialuisa Veneziano per una conversazione vera, intensa, a tratti sorprendente, nella quale il programma musicale diventa occasione per parlare di arte, amicizia, fede, resistenza e destino personale.

    • Maestro, il concerto del 6 giugno nasce dentro una comunità: la Caritas, la presidente Ondina Valeria Ghergut, i frati francescani della Parrocchia. Che valore ha per lei tutto questo?

    Ha un valore enorme, perché un concerto così non nasce mai da una persona sola. Certo, poi sullo strumento ci sono io, con la mia responsabilità, il mio studio, il mio modo di respirare dentro la musica. Ma prima ancora c’è una rete di persone che rende possibile l’incontro. La Caritas, la presidente Ondina e la comunità dei frati francescani hanno fatto qualcosa di profondamente bello: hanno creduto che una serata musicale potesse diventare un dono per la comunità falconarese. Hanno messo a disposizione non soltanto uno spazio, ma una fiducia, una cura, una disponibilità rara. E quando una comunità religiosa e solidale apre le porte alla musica, non sta semplicemente ospitando un evento: sta dicendo che l’uomo ha bisogno anche di bellezza per rimanere umano. Io sento molta gratitudine. I frati francescani portano con sé un’idea di semplicità e di essenzialità che mi commuove. San Francesco parlava al creato, alla povertà, alla luce, agli ultimi. E in fondo la musica, quando è vera, fa qualcosa di simile: non si impone, non urla, ma raggiunge. Arriva dove spesso le parole non riescono più ad arrivare.

    • Spesso dietro un concerto non c’è soltanto il lavoro dell’artista, ma anche una trama silenziosa di fiducia, incontri e amicizie che rendono possibile l’evento. Quanto conta, per lei, sapere che qualcuno riconosce il valore di un progetto artistico e sceglie di farsene promotore?

    Conta moltissimo, perché un concerto non nasce mai soltanto nel momento in cui l’artista si siede allo strumento. Nasce molto prima: da una fiducia, da un’intuizione, da qualcuno che guarda oltre la superficie e comprende che un progetto artistico può diventare occasione di bellezza, di incontro, di bene.In questo percorso un ruolo fondamentale lo ha avuto Eleonora Tarsetti, persona profondamente legata alla realtà parrocchiale e alla comunità falconarese, che ha creduto nella forza di questa proposta musicale. È stata lei a intuire che un concerto d’organo potesse essere non soltanto un evento culturale, ma un momento di raccoglimento, di condivisione, di apertura alla città. Ha riconosciuto una possibilità e ha scelto di farsene carico, con discrezione, cura e determinazione. Ecco, per me questa parola è decisiva: riconoscere. Viviamo spesso in ambienti dove il talento non viene accompagnato, ma sorvegliato; dove la competenza non viene valorizzata, ma ridimensionata; dove chi porta luce viene talvolta invitato, con molta educazione e poca grandezza, ad abbassare la fiamma per non disturbare il buio circostante. Ci sono realtà lavorative che dovrebbero nutrire le persone e invece le consumano; luoghi in cui si parla molto di collaborazione, ma si pratica troppo spesso l’arte sottile dello spegnimento. Per questo, quando si incontra qualcuno che compie il gesto opposto — che non spegne, non sminuisce, non teme, non trattiene — si sente quasi fisicamente la differenza. Eleonora ha fatto questo: ha visto, ha creduto, ha aperto una strada. Non ha chiesto alla musica di rimpicciolirsi per stare dentro una misura mediocre; ha desiderato, al contrario, che potesse arrivare alla comunità nella sua pienezza. Ci sono persone che arrivano nella vita non facendo rumore, ma spostando qualcosa. Non entrano con grandi proclami, non promettono mari e monti: semplicemente vedono. E quando una persona ti vede davvero, soprattutto nei momenti in cui tu stessa fai fatica a riconoscerti interamente, compie un gesto enorme. Perché essere visti non significa essere lodati: significa essere compresi nella propria verità. In un percorso artistico si studia tanto, si lavora tanto, si cade, ci si rialza. Si impara anche a resistere a quegli ambienti in cui la qualità viene accolta come una minaccia invece che come una ricchezza; a quei contesti dove chi sa fare viene spesso guardato con sospetto, come se la preparazione fosse una colpa e non un servizio. Ma poi, a un certo punto, arriva qualcuno che non ti chiede di dimostrare continuamente chi sei. Ti riconosce. E quel riconoscimento diventa una casa. Eleonora, in questo concerto, è stata anche questo: non soltanto un’amica, non soltanto una presenza organizzativa, ma una persona capace di trasformare la fiducia in azione. Ha creduto in me, mi ha proposta, ha lavorato perché l’idea prendesse corpo e arrivasse alla Caritas, alla comunità dei frati francescani, alla parrocchia, alle persone. Ha fatto tutto questo con una cura che non appartiene alla semplice efficienza, ma a qualcosa di più raro: l’amore per ciò che si costruisce. Per me questa è una forma altissima di amicizia: non trattenere l’altro nell’ombra, ma accompagnarlo verso la luce. Non dire soltanto “ti sono vicina”, ma fare in modo che ciò che l’altro porta dentro possa incontrare il mondo. L’amicizia vera non livella, non invidia, non teme la grandezza altrui. L’amicizia vera sa dire: “vai, questa cosa deve vivere”. Ecco perché questo concerto porta anche il suo nome invisibile. Non come firma ufficiale, forse, ma come presenza profonda. Perché ci sono eventi che si realizzano grazie ai programmi, alle autorizzazioni, agli spazi; e poi ci sono eventi che si realizzano perché qualcuno, prima di tutti, ha saputo dire: “ne vale la pena”. Le sono grata perché ha aperto una porta. E certe porte, quando vengono aperte da un’amica vera e da una persona che ama la propria comunità, non conducono soltanto a un concerto: conducono a una forma più grande di destino condiviso. In fondo, forse, il senso più bello di questa serata è anche qui: dimostrare che dove qualcuno prova a spegnere, altri possono ancora accendere. E che basta una sola luce sincera, quando è custodita con amore, per far capire quanto fosse inutile tutto quel buio.

    • L’organo è uno strumento imponente, quasi sovrumano. Qual è il suo rapporto personale con questo strumento?

    È un rapporto di amore e di timore. Timore nel senso più nobile: rispetto, soglia, vertigine. L’organo non è uno strumento che puoi possedere. Puoi studiarlo per anni, puoi conoscere la tecnica, puoi governare mani e piedi, puoi lavorare sul fraseggio, sulla registrazione, sulla forma; ma alla fine ogni organo resta un incontro nuovo. Ogni strumento ha un carattere, una voce, una resistenza, un segreto. E ogni chiesa lo trasforma ancora. Con il pianoforte il suono nasce sotto le dita. Con l’organo, invece, il suono nasce anche altrove: nell’aria, nelle canne, nello spazio, nella distanza tra te e ciò che ritorna. Tu premi un tasto e il suono ti risponde da un altro punto, come se venisse da una zona più grande di te. Per questo l’organo mi educa continuamente all’umiltà. Ti ricorda che non basta essere bravi. Bisogna ascoltare. Bisogna aspettare. Bisogna capire quando guidare e quando lasciarsi guidare.

    Marialuisa Veneziano all’organo
    • Il pubblico spesso immagina l’organo come uno strumento severo, liturgico, distante. Il programma della serata proverà a scardinare questa idea?

    Sì, molto. L’organo è certamente legato alla liturgia, alla spiritualità, alla grande tradizione sacra. Ma ridurlo a questo sarebbe come guardare il mare e dire che è solo acqua. L’organo può essere monumentale, ma anche intimo. Può avere la potenza di un’intera orchestra e, un attimo dopo, la delicatezza di una voce solitaria. Può evocare la preghiera, ma anche la danza; può essere teatro, meditazione, fuoco, ombra, gioia. Il programma è pensato proprio come un viaggio tra queste possibilità. Non voglio che il pubblico assista a una successione di brani come a una vetrina. Vorrei che entrasse in un racconto: ogni pagina musicale sarà una stanza, un paesaggio, una domanda diversa.

    • C’è una domanda esistenziale che la musica le pone ogni volta che si siede allo strumento?

    Sì: “Che cosa stai cercando davvero?” Credo che ogni artista, prima o poi, debba rispondere a questa domanda. Non basta cercare l’applauso, non basta cercare la perfezione, non basta cercare il riconoscimento. Sono cose umane, certo, ma non possono essere il centro. Quando mi siedo all’organo, soprattutto in un luogo sacro, sento che la domanda è più radicale. Sto cercando bellezza? Sto cercando verità? Sto cercando consolazione? Sto cercando di trasformare qualcosa che mi abita in un suono che possa parlare anche agli altri? La musica ti mette davanti a te stessa. Non puoi mentire troppo a lungo. Prima o poi il suono rivela tutto: la tua forza, la tua paura, la tua disciplina, le tue ferite, la tua fede nella vita. Forse è per questo che continuo a cercarla. Perché la musica non mi permette di diventare superficiale.

    • Lei possiede una tecnica organistica di grande solidità, ma nelle sue interpretazioni sembra che la tecnica non voglia mai mettersi in mostra. Che rapporto ha con il virtuosismo?

    La tecnica è indispensabile. Senza tecnica non c’è libertà, c’è solo intenzione. E l’intenzione, da sola, non basta.L’organo richiede un controllo enorme: mani, piedi, registri, tempi di risposta dello strumento, acustica, equilibrio delle voci. È una macchina meravigliosa e complessa. Bisogna avere lucidità, coordinazione, resistenza mentale, precisione. Ma la tecnica, se resta fine a sé stessa, diventa ginnastica. Io credo che il virtuosismo più alto sia quello che scompare dentro il senso. Il pubblico magari non deve pensare: “quanto è difficile quello che sta facendo”. Deve sentire che quella difficoltà è diventata espressione. La tecnica è come la grammatica di una lingua: necessaria, ma nessuno si commuove per la grammatica da sola. Ci si commuove quando quella grammatica diventa poesia.

    • Nel suo percorso Lei ha conosciuto anche ostacoli, resistenze, tentativi di ridimensionamento. La musica è stata anche una forma di difesa?

    Direi più una forma di verità. La difesa a volte irrigidisce; la verità invece rimette in piedi. Ogni persona che fa qualcosa con serietà incontra, prima o poi, chi prova a sminuire, a sporcare, a togliere luce. Fa parte della vita, anche se non dovrebbe. Ma la cosa importante è non diventare simili a ciò che ci ferisce. Io credo che il lavoro serio, alla lunga, abbia una voce più forte del rumore. Chi tenta di affossare qualcuno spesso dimentica una cosa semplice: se una persona ha radici profonde, non basta agitare un po’ di vento per farla cadere. E se l’arte è autentica, prima o poi trova il modo di parlare. Preferisco rispondere con lo studio, con la musica, con la qualità. È una forma di eleganza, ma anche di sopravvivenza. L’organo, in questo, è un grande maestro: non discute con il rumore. Lo supera in altezza.

    • Lei è anche musicologo, giornalista culturale e divulgatrice. Quanto conta raccontare la musica, oltre che suonarla?

    Conta moltissimo. La musica ha bisogno di essere ascoltata, ma anche accompagnata. Non perché il pubblico non sia capace di comprendere, ma perché ogni ascolto può diventare più profondo se qualcuno apre una porta. Divulgare non significa semplificare fino a banalizzare. Significa rendere accessibile la complessità senza tradirla. Io ho sempre pensato che la cultura non debba stare su un piedistallo. Deve scendere tra le persone, non per abbassarsi, ma per alzare lo sguardo di tutti. La musica è una forma di pensiero. Ci insegna il tempo, l’attesa, la relazione tra le parti, il silenzio. In una società che consuma tutto rapidamente, educarsi all’ascolto è quasi un atto rivoluzionario. E forse anche terapeutico.

    • Avendo suonato in luoghi e occasioni importanti, anche legate a momenti solenni della Chiesa, che cosa cambia quando si suona in una comunità locale?

    Non cambia la responsabilità. Anzi, a volte aumenta. Suonare in contesti prestigiosi è certamente emozionante. Sono esperienze che segnano, che ti ricordano la grandezza di una tradizione, il peso simbolico di certi luoghi, la storia che passa attraverso la musica. Ma una comunità locale ha qualcosa di altrettanto prezioso: la prossimità. A Falconara non suonerò per un pubblico astratto. Suonerò per persone che vivono quel territorio, quella parrocchia, quella comunità. Persone che entreranno forse con le fatiche della giornata, con le loro storie, le loro preoccupazioni, le loro speranze. E la musica dovrà parlare anche a loro, non a un’idea ideale di pubblico. Questo per me è bellissimo. Perché la grande musica non appartiene solo ai grandi palcoscenici. Appartiene a ogni luogo in cui qualcuno è disposto ad ascoltarla davvero.

    • Che cosa vorrebbe che accadesse nel pubblico durante il concerto?

    Vorrei che accadesse un piccolo spostamento interiore. Non necessariamente qualcosa di clamoroso. A volte le trasformazioni più vere sono silenziose. Vorrei che qualcuno, ascoltando, ritrovasse un pensiero dimenticato. Che qualcun altro sentisse una forma di pace. Che qualcun altro ancora uscisse dicendo: “Non pensavo che l’organo potesse parlarmi così”. La musica autentica non invade. Lavora dentro. Si deposita. Continua dopo l’ultima nota. E forse il concerto più bello non è quello che finisce con un applauso, ma quello che continua nella memoria di chi c’era.

    • Se dovesse definire il concerto del 6 giugno con un’immagine, quale sceglierebbe?

    Una porta aperta. Una porta aperta dalla Caritas, dalla presidente Ondina, dai frati francescani, da Eleonora, dalla comunità. Una porta attraverso cui la musica può entrare e uscire, perché la bellezza non va trattenuta. Va condivisa. E poi una porta interiore. Perché l’organo, quando risuona in una chiesa, sembra aprire qualcosa sopra di noi, ma anche dentro di noi. Ci ricorda che non siamo fatti solo per correre, difenderci, produrre, sopportare. Siamo fatti anche per ascoltare, per commuoverci, per riconoscerci in qualcosa di più grande.

    Il concerto del 6 giugno si annuncia dunque come molto più di un appuntamento musicale. Sarà una serata in cui la comunità falconarese potrà incontrare un’artista di spessore, capace di unire cultura, tecnica e intensità umana; ma anche una donna che, dietro la solidità del percorso e la forza dell’interpretazione, conserva una qualità sempre più rara: l’umiltà di chi sa che la musica non appartiene mai del tutto a chi la esegue.

    Nel M° Marialuisa Veneziano convivono il rigore della concertista, la profondità della studiosa e la passione della divulgatrice. Ma, soprattutto, emerge una fedeltà ostinata alla bellezza. Una fedeltà che non ignora le difficoltà, le attraversa. Non nega il dolore, lo trasforma. Non risponde al rumore con altro rumore, ma con una nota più alta. E forse è proprio questo il messaggio più forte della serata: la musica, quando nasce da una necessità vera, non è mai decorazione. È una forma di resistenza spirituale. È il modo con cui una comunità si raccoglie, un’amicizia diventa gesto, una causa trova voce, e un’artista consegna al pubblico non soltanto il proprio talento, ma la parte più limpida della propria storia. Il 6 giugno, nella Chiesa di Sant’Antonio da Padova, l’organo non sarà soltanto ascoltato. Sarà abitato. E, almeno per una sera, il suo respiro potrà diventare il respiro di tutti.

  • La forma del tempo e la voce dell’anima

    La forma del tempo e la voce dell’anima

    Dal respiro ipnotico di Glass alla luce inquieta di Beethoven, Piovano, la FORM e Scolastra danno forma a un’esperienza in cui il tempo non passa: ci interroga, ci ferisce, ci restituisce.

    Di Marialuisa Veneziano


    Ravenna, 30 aprile 2026

    Non so se la musica cominci davvero quando il primo suono si stacca dal silenzio. A volte, credo, essa cominci prima, molto prima: in una domanda che ci accompagna senza che noi sappiamo darle nome, in una inquietudine che sembra non avere oggetto, in quel presentimento oscuro e dolcissimo per cui, entrando in una sala da concerto, non andiamo soltanto ad ascoltare qualcosa, ma a cercare — forse senza confessarlo neppure a noi stessi — una forma più alta di presenza. Si va a un concerto portando con sé il rumore della giornata, la stanchezza, qualche pensiero lasciato a metà, una piccola pena che non si vede, e poi accade che, a poco a poco, tutto questo venga chiamato a raccolta da un ordine diverso, più severo e più misericordioso. È allora che la musica non consola nel senso facile della parola; piuttosto, ci restituisce a noi stessi con una intensità che quasi commuove.

    È con questa disposizione che ho ripensato al dialogo con Luigi Piovano. Non un’intervista nel senso consueto, non quella sequenza ordinata di domande e risposte che spesso serve più a chi scrive che a chi legge, ma un avvicinamento progressivo al centro di un pensiero. Piovano non parla della musica come di un oggetto da illustrare. La musica, nelle sue parole, non è mai fuori di lui; vi passa attraverso. Ed è forse questo che colpisce prima ancora del contenuto: la naturalezza con cui l’esperienza tecnica, l’intelligenza interpretativa e una forma rara di umiltà si raccolgono in una sola voce. Violoncellista e direttore, da oltre vent’anni primo violoncello solista dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, artista che ha attraversato il repertorio sinfonico, cameristico e solistico con una familiarità conquistata nel corpo prima ancora che nello studio, Piovano porta sul podio una qualità non comune: non dirige “sopra” l’orchestra, ma sembra ascoltarla dall’interno, come chi conosce la fatica fisica del suono, il respiro dell’arco, il peso di una frase prima che essa diventi idea.

    Luigi Piovano

    Quando gli ho proposto di leggere l’accostamento tra Philip Glass e Ludwig van Beethoven non come una semplice alternanza di stili, ma come un confronto fra due forme del tempo — da una parte il tempo ciclico, contemplativo, dall’altra il tempo drammatico del divenire — Piovano non ha cercato di ridurre, spiegare, correggere. Ha accolto quella intuizione con una frase che aveva il valore di una porta aperta: «Non potevi esprimerlo meglio». E tuttavia, mentre lo diceva, si avvertiva che il punto non era trovare una formula felice. Il punto era entrare in quel luogo in cui il tempo non è più cronologia, non è più misura, non è più la successione indifferente degli istanti, ma diventa sostanza dell’esperienza, materia viva dell’ascolto. Glass e Beethoven, così lontani nella storia, si incontrano proprio lì: non nell’apparenza del linguaggio, ma in una domanda radicale. Che cosa accade all’uomo quando il tempo smette di essere qualcosa che passa e diventa qualcosa che lo attraversa?

    Da questa domanda nasce il senso profondo del programma. Perché un grande programma da concerto non è mai soltanto una scelta di brani; è una forma di pensiero, e talvolta una forma di destino. Si potrebbe dire che Glass e Beethoven appartengano a due mondi inconciliabili: l’uno alla modernità minimalista, alle strutture reiterate, alle geometrie ipnotiche del secondo Novecento; l’altro al cuore della grande tradizione sinfonica, alla tensione dialettica, alla drammaturgia della forma. Ma sarebbe una distinzione troppo comoda, e dunque insufficiente. La storia della musica non è un museo ordinato per stanze separate: è piuttosto una trama di richiami, anticipazioni, ritorni, ferite che si riaprono sotto altra luce. E Piovano, con grande lucidità, lo lascia intendere quando osserva che in Beethoven stesso, anche là dove meno ce lo aspetteremmo, vive già una forza della reiterazione, una capacità di costruire mondi attraverso cellule minime, insistenti, necessarie. Persino quattro colpi possono diventare architettura, pensiero, destino.

    Nel Tirol Concerto di Glass, il tempo non si impone come racconto, ma come ambiente. Non conduce l’ascoltatore da un punto a un altro, non lo prende per mano secondo la logica tradizionale dell’esposizione, dello sviluppo, della risoluzione. Piuttosto lo circonda, lo avvolge, lo mette alla prova. L’inizio pianistico, nelle parole di Piovano, sembra quasi portare con sé un profumo schubertiano, come se per un momento una memoria ottocentesca si affacciasse alla soglia di un edificio moderno. È una suggestione preziosa, perché non serve a “romanticizzare” Glass, ma a riconoscere come la musica, anche quando pare nuova, porti spesso in sé fantasmi antichi, impronte remote, voci che non hanno finito di parlare. Poi, però, quella promessa iniziale viene subito trasformata: entra la logica glassiana, quella specie di sorriso obliquo della ripetizione, quel gioco serio in cui ciò che ritorna non è mai veramente uguale a prima.

    La parola “ripetizione”, applicata a Glass, è tanto inevitabile quanto pericolosa. Inevitabile, perché la sua scrittura vive di cellule che ritornano, di pulsazioni che insistono, di figure che sembrano riscrivere se stesse. Pericolosa, perché rischia di ridurre a meccanismo ciò che invece è trasformazione della coscienza percettiva. La ripetizione, nella grande musica, non è povertà di invenzione: è una prova spirituale. Ci chiede se sappiamo restare, se sappiamo ascoltare ciò che muta nel minimo, se sappiamo accorgerci che anche ciò che sembra identico viene alterato dal fatto stesso di ritornare. Un dolore che ritorna non è mai lo stesso dolore; un ricordo che ritorna non è mai lo stesso ricordo; una nota che ritorna non è mai la stessa nota, perché noi, nel frattempo, siamo cambiati.

    Piovano individua con precisione il punto più difficile: il rischio che la reiterazione diventi ossessione, e che l’ossessione si trasformi in noia. È un rischio reale, e proprio per questo artisticamente fecondo. La musica di Glass cammina su un margine: da un lato la trance, dall’altro l’automatismo; da un lato la sospensione del tempo, dall’altro la sua cancellazione meccanica. Il compito dell’interprete è impedire che la macchina vinca sulla vita. Non basta tenere il tempo, non basta la pulizia ritmica, non basta una disciplina esatta, per quanto indispensabile. Occorre un respiro. Occorre far sì che la precisione abbia sangue, che il disegno abbia temperatura, che l’ordine non diventi gelo. Piovano parla di dinamiche, di micro-aggiustamenti, di equilibri, di quelle “battute spia” che spezzano la regolarità e fanno sobbalzare l’ascolto come un cuore che per un istante inciampa e poi ritrova il proprio ritmo.

    In questa prospettiva, la FORM — Orchestra Filarmonica Marchigiana — ha avuto il merito raro di non trasformare Glass in un congegno, ma di restituirgli carne, respiro, temperatura umana. È facile, in una scrittura fondata sulla reiterazione, scambiare la precisione per verità; ma la precisione, da sola, non basta. Può diventare gelo. Può diventare superficie. Qui, invece, si è avvertita una tensione più nobile: quella di un’orchestra capace di tenere insieme l’esattezza del disegno e la fragilità del vivente. Ogni sezione sembrava ascoltare l’altra; ogni ingresso pareva nascere non da un automatismo, ma da una necessità condivisa. In questo senso, la FORM non ha semplicemente accompagnato un percorso interpretativo: lo ha abitato, offrendo a Piovano quella materia viva senza la quale anche l’idea più alta resta soltanto intenzione.

    Dentro questo organismo, il pianoforte di Marco Scolastra non si è posto come voce separata, né come centro narcisistico del discorso. È stato piuttosto una presenza interna, pensante, mobile: una coscienza sonora che attraversava l’orchestra e ne veniva a sua volta trasformata. Piovano, nell’intervista, parlava di un approccio cameristico, di una sintonia costruita nella prova e nella condivisione; ed è proprio questa parola — condivisione — a restare come chiave morale prima ancora che musicale. Perché là dove solista, orchestra e direttore cessano di contendersi lo spazio e cominciano invece a respirarlo insieme, la musica smette di essere esecuzione e diventa comunità.

    Quando poi Beethoven prende la parola, non si ha la sensazione di abbandonare Glass, ma di vederne l’enigma riflesso in uno specchio più antico e più drammatico. La Quarta Sinfonia è spesso raccontata come una parentesi luminosa tra due colossi, la Terza e la Quinta; e tuttavia questa definizione, pur comoda, è ingiusta. La Quarta non è minore: è segreta. Non urla la propria grandezza, non alza monumenti, non si presenta con il volto corrucciato del Beethoven titanico che la tradizione, talvolta pigramente, ci ha consegnato. Essa sorride, dice Piovano; ma il suo sorriso nasce da un’ombra. E questa frase, nella sua semplicità, coglie l’essenza di tutta la sinfonia.

    L’introduzione lenta, con quegli archi scuri, non è un semplice preludio. È una soglia morale. La musica sembra trattenere il fiato, come se prima di mostrarsi dovesse attraversare una zona di incertezza. Beethoven, qui, non ci consegna subito una verità; ci educa all’attesa. E l’attesa, in musica come nella vita, è una delle forme più profonde della conoscenza. Solo chi attende davvero può ricevere ciò che arriva. Quando l’Allegro si apre, la luce non cancella l’ombra: la porta con sé, la trasfigura. E allora quel sorriso non è ingenuità, ma conquista; non è spensieratezza, ma grazia sopravvissuta alla complessità.

    Nel secondo movimento, il filo con Glass diventa quasi palpabile. Piovano parla di una reiterazione ritmica “degna del minimalismo”, una pulsazione che percorre l’intero movimento e ne costituisce non un ornamento, ma una struttura profonda. Qui Beethoven sembra ricordarci che il ritorno non appartiene soltanto alla modernità minimalista: appartiene alla musica stessa, e prima ancora alla vita. Il cuore ripete. Il passo ripete. Il respiro ripete. Le stagioni ripetono. Ma nulla, in questa ripetizione, è mai semplicemente identico. Tutto torna portando con sé una differenza. La grandezza di Beethoven sta nel trasformare questa verità elementare in architettura spirituale: ciò che ritorna non ci imprigiona, ma ci conduce più a fondo.

    Il terzo movimento apre un altro paesaggio. Piovano lo racconta con immagini di terra, quasi con affetto: un contadino rustico e insieme elegante, una contadinella che entra “tutta sistemata”, un mondo agreste che non è pittoresco, ma profondamente umano. In quella descrizione, che potrebbe sembrare lieve, c’è invece una lettura importante. Beethoven non è soltanto il poeta della necessità, della lotta, del destino che bussa alla porta; è anche colui che sa ascoltare la vita minuta, la danza, il passo popolare, la grazia imperfetta del quotidiano. La sua grandezza non sta nell’essere sempre sublime, ma nel sapere che anche la semplicità può diventare sublime, se accolta nella forma.

    Ecco allora che la Quarta Sinfonia diventa una lezione contro ogni semplificazione. Beethoven non è soltanto titanismo; non è soltanto tempesta. È anche sorriso, eleganza, leggerezza, ironia trattenuta, pudore della tenerezza. Piovano, parlando dell’uomo Beethoven, ricorda la dolcezza che appare nelle lettere, la complessità di un carattere che non può essere ridotto al cliché del genio irascibile. È un passaggio importante, perché la musicologia più vera non consiste nel congelare i compositori dentro formule, ma nel restituire loro la contraddizione, cioè la vita. Beethoven è grande non perché sia marmo, ma perché nel marmo continua a battere un cuore.

    Il finale della Quarta porta questa vitalità a una soglia vertiginosa. La scrittura corre, scintilla, chiede agli archi e ai fiati una lucidità estrema, e tuttavia non deve diventare puro virtuosismo. Piovano parla di una specie di ossimoro tra l’indicazione agogica e il metronomo, tra il “non troppo” e una velocità che appare come una fucilata; e in questa tensione interpretativa sta uno dei problemi più affascinanti della musica: la partitura non è mai un cadavere da rispettare, ma un corpo da riportare alla vita. Servono fedeltà e libertà, umiltà e decisione, rispetto e rischio. Chi dirige deve stare in mezzo a queste forze senza tradirne nessuna.

    Forse è qui che il percorso umano di Piovano diventa decisivo. Il suo gesto nasce da una lunga consuetudine con il suono. Egli stesso, nell’intervista, riconduce la propria visione direttoriale alla vita da strumentista, agli anni passati dentro l’orchestra, all’incontro con maestri come Chung e Pappano, alla comprensione che la musica non è mai un atto di comando, ma un atto di responsabilità condivisa. Dice una cosa bellissima: l’esperienza non impedisce di sbagliare, ma aiuta a capire che la condivisione è fondamentale. È un pensiero che andrebbe scritto all’ingresso di ogni sala prove. Perché la musica d’insieme non è una democrazia indistinta, ma nemmeno una tirannia del gesto: è un’idea forte che si offre agli altri affinché diventi comune.

    E qui l’artista incontra il filosofo, anche quando non pretende di esserlo. Piovano parla di umiltà e consapevolezza. Umiltà davanti a pagine che egli definisce perfette; consapevolezza di dover fare tutto il possibile per renderle vive. Cita l’insegnamento dei Greci, l’imperfezione necessaria perché l’occhio umano possa accogliere la perfezione, e ricorda una frase di Giulini: il meglio può diventare nemico del bene. In queste parole c’è una sapienza antica, che va oltre la musica. Ogni opera umana vive in questa tensione: cercare il massimo sapendo che il massimo, se diventa idolatria, può distruggere ciò che di vivo stavamo cercando. La perfezione non è sterilità; è misura abitata dall’umano.

    Da questo punto di vista, il concerto non è intrattenimento. È uno degli ultimi luoghi in cui una comunità accetta di vivere insieme il tempo senza accelerarlo. Piovano lo dice con parole che non hanno nulla di ornamentale: dopo il Covid abbiamo capito che non è la stessa cosa mettersi davanti a uno schermo, anche con il migliore apparato audio. Non è lo stesso profumo, non è la stessa attesa, non è lo stesso dopo. C’è il caffè, c’è lo spritz, c’è il commento, la critica, persino il gossip, dice con una concretezza che fa sorridere perché restituisce al rito la sua carne quotidiana; poi le luci si abbassano, entra l’orchestra, entra il direttore, e “lì si prega”.

    Questa parola, preghiera, potrebbe sembrare eccessiva solo a chi non ha mai ascoltato davvero. Non si tratta necessariamente di religione, ma di raccoglimento. Di una sospensione dell’io. Di quel momento in cui una moltitudine di persone, ciascuna con la propria vita segreta, accetta di respirare nello stesso silenzio. In un mondo che moltiplica i suoni e impoverisce l’ascolto, il concerto è una forma di resistenza spirituale. Non ci distrae dalla vita: ci restituisce alla sua profondità. Ci insegna che essere presenti è ancora possibile; che condividere un tempo non funzionale, non produttivo, non immediatamente spendibile, è un atto quasi rivoluzionario.

    E allora Glass e Beethoven, attraverso Piovano, diventano più di un programma: diventano una meditazione sull’esistenza. Glass ci insegna che non tutto ciò che ritorna è prigione; talvolta il ritorno è la via per scendere più a fondo. Beethoven ci insegna che il divenire non è semplice avanzamento; è lotta tra ombra e luce, tra peso e grazia, tra necessità e sorriso. L’uno dilata il tempo fino a farci perdere la misura; l’altro lo tende fino a farne destino. Ma entrambi ci chiedono la stessa cosa: ascoltare non con l’orecchio soltanto, ma con quella zona vulnerabile dell’essere in cui il pensiero diventa emozione e l’emozione diventa conoscenza.

    Quando il concerto finisce, la musica non finisce davvero. Piovano lo sa bene. Alla domanda su cosa resti dopo, egli non offre una risposta retorica. Dice che rimangono due elementi: il piacere di aver dato suono a una sinfonia, e poi l’altra voce, più severa, quella che domanda se si sarebbe potuto fare meglio. È una confessione che commuove perché è vera. Ogni artista autentico vive in questa fenditura: da una parte la gratitudine, dall’altra l’inquietudine. Da una parte l’applauso, dall’altra la notte in cui si ripensa a un attacco, a un accordo, a un punto in cui tutto poteva essere più giusto, più limpido, più necessario.

    Ma forse proprio questa ferita impedisce alla musica di diventare mestiere soltanto. Chi non dubita più, ha già smesso di cercare. Chi, dopo aver dato tutto, sente ancora il richiamo di un possibile meglio, custodisce intatta la propria fedeltà alla bellezza. E se questa tensione arriva al pubblico, se qualcuno esce dalla sala con gli occhi più quieti o più lucidi, se qualcuno può dire “questa sera ne avevo bisogno”, allora il servizio della musica si è compiuto. Non perché abbia cancellato il dolore, ma perché gli ha dato una forma. Non perché abbia risolto la vita, ma perché per un poco l’ha resa abitabile.

    Alla fine, forse, il vero centro di questa esperienza è proprio qui: nell’ascolto come atto di umanità. Piovano racconta di due ragazze, una israeliana e una iraniana, sedute vicine nella sua fila, e immagina che quell’immagine dovrebbe girare il mondo, perché nella musica certe differenze, per un momento, cessano di essere confini. Non è ingenuità. La musica non ferma le guerre, non cancella la storia, non assolve l’uomo dalle sue colpe. Ma mostra una possibilità. E qualche volta, nella notte del mondo, una possibilità intravista è già una luce.

    Così, ripensando a Glass e Beethoven, a Scolastra e alla Filarmonica Marchigiana, alla voce di Piovano e a quella parola — tempo — che continuava a tornare come un tema ostinato, mi è parso che il concerto avesse compiuto il suo miracolo più discreto: non quello di stupire, ma quello di approfondire. Ci sono musiche che passano e musiche che restano; ma le più necessarie non restano semplicemente nella memoria. Restano nel modo in cui, dopo, guardiamo il mondo. Perché per un’ora, forse per poco più, il tempo non è stato il nemico che ci consuma, né il fiume che ci porta via. È stato una casa. E dentro quella casa, fragile e luminosa, abbiamo ritrovato qualcosa che credevamo perduto: la possibilità di ascoltare, e dunque di essere vivi con più verità.

  • Quando la cultura cambia voce: il giorno in cui Montemarciano ha ascoltato i suoi ragazzi.

    Un viaggio tra suono, materia e storia guidato dai giovani: la cultura come esercizio quotidiano, non come semplice evento, in occasione delle Giornate del FAI, 21 e 22 marzo 2026.

    Di Marialuisa Veneziano


    Montemarciano, 21 marzo 2026

    Ci sono pomeriggi che non accadono: si rivelano.

    Non arrivano come eventi, ma come svelamenti lenti, quasi timidi, in cui ogni cosa sembra attendere il proprio momento per dire qualcosa di essenziale. E quando accade, ci si accorge — con una punta di meraviglia — che ciò che si sta vivendo non è solo un insieme di attività, ma una forma di bellezza che prende corpo.

    Al Teatro Alfieri di Montemarciano, la cultura ha avuto un volto inatteso.

    Quello dei ragazzi.

    I ragazzi, alunni dell’I.C. Montemarciano – Monte San Vito: piccoli ciceroni nel pomeriggio FAI

    Non erano lì per imparare. Erano lì per restituire.

    C’era, nei loro gesti e nelle loro parole, qualcosa di estremamente raro: una consapevolezza ancora giovane, ma già capace di farsi voce. Gli studenti delle classi seconde e terze dell’Istituto Comprensivo Montemarciano-Monte San Vito accoglievano il pubblico non come semplici guide, ma come custodi temporanei di un patrimonio che, per un pomeriggio, passava attraverso di loro.

    E in questo passaggio accadeva qualcosa di profondamente bello.

    Perché la cultura, quando è viva, non si trasmette: si affida.

    Un elogio pieno, sincero, quasi necessario a una scuola che ha saputo compiere il gesto più difficile: lasciare spazio. Credere che i ragazzi non siano soltanto destinatari, ma origine possibile di senso. È una scelta che non produce soltanto apprendimento, ma forma sguardi, e gli sguardi — quando imparano a vedere — cambiano il mondo.

    Accanto a questa visione, il Comune di Montemarciano si è mosso con quella discrezione elegante che appartiene a chi comprende davvero il valore delle cose. Non ha semplicemente organizzato: ha creato le condizioni perché qualcosa potesse accadere. E in questo gesto, silenzioso ma decisivo, si riconosce una forma alta di responsabilità culturale.

    Il percorso si apriva senza dichiararsi.

    Una voce — quella di un ragazzo, e poi un altro ancora — e subito la musica.

    Ma non la musica che si ascolta.
    Quella che si osserva.

    La collezione di clarinetti storici di Andrea Greganti appariva come una costellazione di forme sospese, oggetti che non chiedevano di essere ammirati, ma compresi. Il clarinetto, strumento giovane nella storia eppure già carico di nobiltà, si mostrava nella sua inquietudine originaria: una continua ricerca di equilibrio, di perfezione, di identità.

    Alcuni clarinetti storici esposti nel foyer del Teatro Alfieri

    Non è nato compiuto.

    Si è costruito nel tempo, attraversando errori, tentativi, correzioni. E in questa evoluzione si intravede qualcosa di profondamente umano: il desiderio ostinato di trovare una voce che sia, finalmente, propria attraverso il perfezionamento tecnico dei materiali e della meccanica.

    Tra gli strumenti, uno — quasi con pudore — attirava lo sguardo: il cosiddetto clarinetto termosifone. Un nome lieve, domestico, eppure capace di racchiudere un’intuizione sorprendente. Una camera d’aria interna ad un fusto in metallo, pensata per riscaldare lo strumento in breve tempo attraverso l’insufflazione del musicista, per renderlo immediatamente pronto al suono.

    E in quel dettaglio tecnico si nascondeva una verità più ampia.

    Che nulla di ciò che vibra nasce senza essere preparato.
    Che il suono, prima di esistere, ha bisogno di cura.

    È qui che la cultura smette di essere superficie e diventa pensiero.

    E ancora una volta, si comprende quanto sia stato prezioso il gesto del Comune di Montemarciano: rendere accessibile ciò che normalmente resta custodito, permettere a una comunità di entrare in un’intimità rara. Non è solo apertura: è fiducia.

    Poi, senza soluzione di continuità, accade qualcosa di ancora più sottile.

    La materia si lascia attraversare.

    Grazie alla collaborazione con l’Università Politecnica delle Marche, i clarinetti vengono osservati attraverso la micro-TAC: una tecnologia capace di penetrare l’interno degli oggetti senza violarli, rivelandone la struttura nascosta. È come se lo sguardo imparasse una nuova forma di profondità.

    Dimostrazione computerizzata dello studio interno dello strumento

    Si vedono le cavità, gli spessori, le linee invisibili che rendono possibile il suono.

    E allora si comprende che la bellezza non è mai solo ciò che appare.
    È sempre anche ciò che sostiene.

    E i ragazzi — ancora loro — a guidare questo sguardo dentro l’invisibile, con una semplicità che non impoverisce, ma illumina.

    Poi il passaggio si fa più intimo.

    Nel Piccolo Teatro, la luce cambia, il tempo rallenta, e la storia entra.

    Ma non entra come racconto.

    Entra come presenza.

    Alfonso Piccolomini prende forma attraverso uno sketch essenziale, quasi trattenuto, e proprio per questo potente. Duca di Montemarciano, figura segnata dalla complessità del suo tempo, dalle tensioni, dalle scelte che non si lasciano semplificare.

    Non c’è celebrazione.

    C’è restituzione.

    E in questa restituzione si compie qualcosa di raro: la storia non viene addolcita, ma rispettata. I ragazzi la attraversano senza timore, la abitano, la rendono viva. E in quel momento si capisce che educare non significa proteggere dalla complessità, ma offrire strumenti per sostenerla.

    Ancora una volta, la scuola si rivela per ciò che può essere quando è autentica: un luogo in cui il sapere si trasforma in coscienza. Un elogio pieno, profondo, a un’istituzione che non si limita a insegnare, ma sceglie di formare.

    E accanto, sempre, il Comune. Presenza coerente, capace di sostenere una visione che non divide, ma unisce. Perché ciò che si è visto non è la somma di tre attività, ma un unico gesto: mettere in relazione.

    E tuttavia, proprio nel momento in cui tutto appare armonico, emerge una domanda — non come critica, ma come desiderio.

    Che tutto questo non resti un’isola.

    Che non si esaurisca nel tempo breve di un pomeriggio ben riuscito. Perché la cultura, se vuole essere davvero tale, non può vivere di apparizioni. Deve diventare pratica, abitudine, respiro quotidiano.

    E qui la scuola torna, ancora, al centro. Non solo come luogo che partecipa, ma come luogo che prepara. Preparare a vedere, prima ancora che a conoscere. Preparare a riconoscere il valore di ciò che è vicino, prima di cercarlo altrove. Preparare a collegare, in un tempo che divide.

    Musica, storia, scienza — non come compartimenti, ma come dialogo.

    In un’epoca che troppo spesso educa alla sopravvivenza e dimentica il senso del bello, insegnare a vedere diventa un atto necessario. Quasi un atto di resistenza.

    E qui, per un istante, questa possibilità si è resa visibile.

    Alla fine, uscendo, restava una sensazione sottile.

    Non quella di aver assistito a qualcosa.
    Ma di essere stati attraversati.

    Come se la cultura, per un pomeriggio, avesse scelto di passare di mano.

    E le mani che l’hanno accolta erano giovani.

    E proprio per questo, perfettamente pronte.

    Andrea Greganti accanto ai suoi clarinetti: non una collezione, ma un dialogo continuo tra ingegno, storia e musica.
    Non immagini di un evento, ma tracce di un passaggio: il sapere che si affida, il futuro che ascolta. I piccoli ciceroni guidano il pubblico tra musica, storia e scoperta: quando la scuola diventa esperienza viva.