La musica che non sentiamo più: il silenzio nell’epoca del rumore

Cronaca sentimentale di un’umanità che ha imparato a sentire tutto, tranne ciò che conta.

di Marialuisa Veneziano


Se una persona attenta avesse osservato la scena con sufficiente pazienza, avrebbe notato qualcosa di curioso: nessuno stava realmente ascoltando.

Era mattina. Un autobus attraversava la città con l’aria dignitosa di chi compie ogni giorno lo stesso destino. I passeggeri sedevano composti, ciascuno accompagnato da un invisibile interlocutore: cuffie nelle orecchie, dita in movimento sugli schermi, melodie private che non chiedevano né risposta né attenzione.

Tutti circondati dalla musica. Nessuno davvero in sua compagnia.

Un tempo — non necessariamente migliore, ma certamente più lento — la musica richiedeva preparazione. Si attendeva l’inizio di un concerto come si attende una visita importante. Le sedie scricchiolavano, i programmi venivano piegati con cura, e quel breve silenzio prima della prima nota possedeva la solennità di una promessa.

Oggi la musica arriva senza essere invitata. Si presenta in anticipo, rimane troppo a lungo e spesso viene ignorata con educata indifferenza.

La società moderna, così efficiente nel produrre suoni, sembra aver smarrito l’arte dell’ascolto con la stessa leggerezza con cui si perde un guanto durante una passeggiata invernale: ci si accorge dell’assenza solo quando il freddo diventa evidente.

Persino gli eventi musicali più celebrati mostrano questa trasformazione. Il Festival di Sanremo, un tempo salotto nazionale dell’ascolto condiviso, appare oggi come una brillante conversazione mondana in cui si parla incessantemente della musica senza concederle davvero il tempo necessario per essere amata. Le canzoni vengono giudicate con rapidità impeccabile, commentate prima di essere comprese, archiviate prima ancora di diventare ricordo. La musica, come una giovane ospite timida in un ricevimento troppo rumoroso, resta spesso sullo sfondo mentre tutti discutono della sua presenza.

E tuttavia la musica conserva una qualità ostinata: continua a chiedere attenzione.

Chiunque abbia osservato una classe di studenti poco prima di iniziare a suonare conosce quel momento raro. Le voci si placano, qualcuno trattiene una risata, un respiro collettivo prende forma senza essere comandato. Per un istante nessuno cerca di emergere. Tutti attendono.

In quell’attesa nasce qualcosa di sorprendente: non solo la musica, ma una forma di gentile accordo umano.

Il silenzio, così evitato nella vita quotidiana, rivela allora la sua natura autentica. Non è vuoto. È spazio di relazione. È il luogo in cui l’individuo smette di occupare il centro e accetta di appartenere a un tempo comune.

Forse la nostra epoca teme il silenzio perché esso non può essere accelerato, condiviso in tempo reale o trasformato in spettacolo. Il silenzio richiede presenza, e la presenza è una virtù sempre più rara.

La vera eleganza dell’ascolto consiste proprio in questo: concedere a qualcosa il diritto di esistere senza interruzioni.

Lasciare che una melodia finisca. Non cercarne subito un’altra. Restare qualche istante con ciò che rimane nell’aria.

È possibile che il futuro della musica non dipenda da nuovi strumenti o nuove mode, ma da una riscoperta assai più discreta: imparare di nuovo ad attendere.

Forse basterebbe un gesto semplice. Spegnere ogni suono artificiale per un minuto. Ascoltare i passi, il vento, un respiro vicino, il rumore imperfetto del mondo.

E accorgersi, con una sorpresa degna dei migliori romanzi, che la musica non ci aveva mai abbandonati.

Eravamo soltanto noi ad aver smesso di ascoltare.

Ancona 1 Marzo 2026


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