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  • MACERATA OPERA FESTIVAL 2026

    MACERATA OPERA FESTIVAL 2026

    O FORTUNA, SIAMO ANCORA NOI

    I Carmina Burana allo Sferisterio: il destino, il desiderio e quella folla che crede di dominare il mondo.

    di Marialuisa Veneziano


    Macerata 10 agosto 2026

    Prima ancora che l’orchestra attacchi, O Fortuna è già nella memoria di tutti. È passata attraverso il cinema, la pubblicità, gli stadi, i talent show e perfino qualche video motivazionale nel quale l’umanità sembra sul punto di conquistare l’universo prima della pausa pranzo. Poche pagine del Novecento sono state tanto amate, usate e abusate. Eppure, quando il primo accordo irrompe nello Sferisterio e il coro pronuncia il nome della dea, quella musica riesce ancora a compiere il proprio sortilegio: strappa il brano alla caricatura di se stesso e lo riconsegna alla paura dalla quale è nato.

    Perché la Fortuna di Carl Orff non è una benefattrice. È una ruota: solleva, rovescia, incorona e umilia con la stessa indifferenza. Nel grande spazio maceratese, i Carmina Burana sono diventati lo specchio di una civiltà che pretende di controllare ogni cosa e poi scopre di non saper governare neppure il proprio desiderio.

    Sul podio della FORM–Orchestra Filarmonica Marchigiana, Ramón Tebar ha guidato cori e solisti in un organismo vasto, nel quale la difficoltà non è produrre potenza, ma darle forma. Fare rumore è facile; trasformarlo in destino richiede un musicista.

    Un Medioevo che non è mai esistito

    Il titolo trae origine dal manoscritto duecentesco rinvenuto nell’abbazia bavarese di Benediktbeuern. Orff scelse, con la consulenza del filologo Michel Hofmann, testi in latino medievale, medio alto tedesco e antico francese: canti di primavera, vino, gioco, eros e caducità. Non mise in musica il Medioevo storico. Ne inventò uno nuovo: arcaico e modernissimo, fatto di ostinati, armonie ferme, sillabe percosse e masse corali.

    La partitura, composta nel 1936 e rappresentata a Francoforte l’8 giugno 1937, procede per blocchi. La ripetizione non impoverisce il discorso: lo rende inesorabile. Qui il ritmo non accompagna l’idea; è l’idea. Percussioni e pianoforti non vestono le parole: le scolpiscono.

    Fra le due apparizioni di O Fortuna scorrono primavera, danza, ebbrezza e desiderio. La vita fiorisce, beve, ama, si vanta; poi la ruota torna al principio. L’uomo chiama progresso ciò che la Fortuna considera appena un giro.

    Tebar: il gesto e la necessità

    Ramón Tebar ha affrontato la partitura senza scambiarne la monumentalità per pesantezza. Ha cercato il nerbo ritmico e governato con sicurezza l’apparato imponente: attacchi netti, transizioni sorvegliate, tensione salda anche dove la scrittura rischia di ridursi a un magnifico meccanismo.

    Il merito maggiore è stato non lasciare che O Fortuna divorasse tutto il resto. I Carmina Burana non sono un ritornello celebre con un’ora di anticamera, ma un teatro della condizione umana, fatto anche di ironia e fragilità.

    Qualche momento avrebbe beneficiato di un’ombra più lunga prima dell’esplosione. Se ogni culmine è definitivo, il destino assume le maniere di un presentatore televisivo: entra sempre con le luci al massimo. Tebar ha però mantenuto rotta e pulsazione. In Orff la precisione non è buona educazione orchestrale; è drammaturgia.

    La FORM e il corpo del suono

    La FORM ha risposto con compattezza, prontezza e disciplina. Le percussioni hanno dato alla serata lo scheletro rituale senza trasformarsi in un reparto di demolizione; ottoni e legni hanno inciso il colore, gli archi hanno conservato mobilità e i pianoforti hanno agito da autentici motori ritmici.

    Nello spazio aperto dello Sferisterio, che amplifica il gesto ma può disperdere il dettaglio, la FORM ha sostenuto la vastità senza perdere coesione. Non una colonna sonora sotto il coro, ma il terreno sul quale parola, corpo e ritmo si sono incontrati.

    Vero protagonista è stato il Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini”, preparato da Christian Starinieri: compatto negli affondi, preciso nelle scansioni, capace di passare dall’invettiva alla danza. Nei Carmina il latino non deve profumare d’incenso; deve sapere di terra, vino e sudore. La massa corale lo ha compreso.

    I Pueri Cantores “D. Zamberletti”, diretti da Gian Luca Paolucci e preparati da Annarosa Agostini, hanno introdotto una luce diversa. Le voci bianche non addolciscono il quadro: ricordano che ogni ruota della Fortuna finisce per essere ereditata da qualcuno.

    • DAL VIVO ALLO SFERISTERIO – Video
    Momenti dell’esecuzione dei Carmina Burana Credits: Macerata Opera Festival

    Tre solisti contro la ruota

    Karen Gardeazabal ha portato nella parte del soprano luminosità, controllo della linea e sensualità priva di compiacimento. Nei passaggi più sospesi la voce si è sottratta alla massa senza opporvisi, fino a quel Dulcissime in cui vertigine tecnica e abbandono coincidono. Non un acuto da esibire, ma il punto nel quale il desiderio resta solo.

    Ruzil Gatin ha affrontato Olim lacus colueram, il lamento del cigno arrostito, con coraggio teatrale e incisività. In questa parte breve e spietata cantare “bene” non basta: occorre accettare il grottesco. Gatin ha restituito il sarcasmo di una creatura che ricorda di essere stata bella mentre viene servita a tavola. Il Medioevo non aveva ancora inventato le buone maniere, ma conosceva già la metafisica.

    Grisha Martirosyan ha mostrato un baritono saldo, timbrato e comunicativo. Da Omnia Sol temperat a Estuans interius e Ego sum abbas, ha differenziato accento e temperatura. Il baritono di Orff deve essere cantore, attore, bevitore e filosofo da taverna — categoria spesso più sincera di molti convegni accademici.

    I video di Luca Agnani hanno ampliato le imagines magicae previste dal sottotitolo dell’opera. Nei momenti migliori hanno dilatato lo spazio; altrove hanno sfiorato l’illustrazione, perché una musica così fisica non ha bisogno che le si spieghi come essere grandiosa. Con il muro dello Sferisterio occorre dialogare: decorarlo sarebbe quasi un’impertinenza.

    Il capolavoro, il successo e i nostri alibi

    O Fortuna è diventata una merce sonora globale: pochi secondi bastano a promettere catastrofi, automobili o dentifrici dall’epica insospettabile. Ma la colpa non è della musica. Disprezzare i Carmina Burana perché piacciono a molti è snobismo; amarli soltanto perché fanno tremare le gradinate è consumo. In entrambi i casi si evita di ascoltarli.

    Anche la nascita dell’opera nella Germania del 1937 impone serietà. Separarla dal proprio tempo sarebbe ingenuo; trasformarne la forza ritmica in una prova ideologica, sbrigativo. Il rapporto di Orff con il regime resta una pagina problematica, da studiare senza assoluzioni né processi sommari.

    La serata ha restituito l’opera alla sua ambiguità: festa e minaccia, eros e caducità, disciplina e febbre. Il tutto esaurito dimostra che il pubblico accorre davanti a un’esperienza forte. Ma conquistarlo con ciò che già riconosce deve essere l’inizio, non il traguardo. La cultura deve preparare l’ascolto anche per i capolavori che ancora non sappiamo amare.

    Alla fine O Fortuna ritorna identica, eppure non lo è più. Dopo primavera, vino, carne e amore, parla di noi: della fame di successo, dell’illusione di meritare ogni ascesa e dell’incapacità di immaginare la caduta.

    La ruota gira. Il suono si spegne contro il muro. Per un istante il pubblico resta immobile, come se avesse riconosciuto nel destino non una dea medievale, ma il proprio volto. È questo che una grande esecuzione deve fare: non travolgerci soltanto. Restituirci, dopo il fragore, la responsabilità del silenzio.


    Macerata Opera Festival 2026 – Carmina Burana. Musica di Carl Orff. Direttore Ramón Tebar; soprano Karen Gardeazabal; tenore Ruzil Gatin; baritono Grisha Martirosyan; FORM–Orchestra Filarmonica Marchigiana; Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini”, maestro del coro Christian Starinieri; Pueri Cantores “D. Zamberletti”, maestro del coro di voci bianche Gian Luca Paolucci; preparatrice vocale dei Pueri Cantores Annarosa Agostini; video Luca Agnani. Arena Sferisterio, Macerata, 7 agosto 2026.

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  • MACERATA OPERA FESTIVAL 2027 – Anteprima

    Tre amori sotto lo stesso cielo

    Dal 17 luglio all’8 agosto 2027, allo Sferisterio arrivano Tosca, L’elisir d’amore e la leggendaria Traviata degli specchi

    di Marialuisa Veneziano


    Macerata, 9 agosto 2027

    Il sipario sull’edizione 2026 non aveva ancora raccolto l’ultima polvere di scena quando lo Sferisterio ha deciso di guardare già oltre. Del resto, il teatro vive così: mentre il pubblico applaude ciò che finisce, dietro le quinte qualcuno sta già immaginando ciò che deve cominciare.

    Il Macerata Opera Festival ha annunciato il cartellone della sua 63ª edizione, in programma all’Arena Sferisterio dal 17 luglio all’8 agosto 2027. Tre i titoli operistici scelti: Tosca di Giacomo Puccini, L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti e La traviata di Giuseppe Verdi, nel celeberrimo allestimento ormai consegnato alla storia come la “Traviata degli specchi”.

    Tre opere popolarissime, certo. Ma popolare non significa semplice e, soprattutto, non significa innocuo. A unirle è l’amore sottoposto a tre differenti tribunali: il potere in Tosca, l’insicurezza in L’elisir d’amore, la morale sociale nella Traviata. Cambiano i secoli, i costumi e le convenzioni; resta l’antica abitudine dell’umanità di complicare ciò che il cuore aveva capito benissimo.

    Tosca: il nuovo allestimento che inaugura il Festival

    Ad aprire l’edizione 2027 sarà Tosca, opera in tre atti di Giacomo Puccini su libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica. Il titolo verrà presentato in un nuovo allestimento, realizzato in coproduzione dal Macerata Opera Festival e dalla Fondazione Pergolesi Spontini.

    La regia è affidata a Tomer Zvulun, direttore generale e artistico dell’Opera di Atlanta e artista regolarmente presente nei principali teatri statunitensi, compreso il Metropolitan di New York. Sul podio della FORM–Orchestra Filarmonica Marchigiana salirà Ramón Tebar, reduce dal debutto allo Sferisterio con i Carmina Burana e atteso nel settembre 2026 al Metropolitan per La bohème.

    Il ritorno di Tosca porta con sé una memoria importante. Il capolavoro pucciniano apparve per la prima volta allo Sferisterio nel 1968, con Tito Gobbi — uno degli Scarpia più autorevoli della storia dell’interpretazione operistica — e da allora vi è stato rappresentato cinquanta volte. Nel 2027, tuttavia, non tornerà come una reliquia da lucidare, bensì come materia da interrogare nuovamente.

    Perché Tosca non è soltanto un melodramma di passioni estreme. È un’opera sul modo in cui il potere invade l’intimità, trasforma la fede in ricatto, l’arte in sospetto e l’amore in un luogo da sorvegliare. In uno spazio smisurato come lo Sferisterio, la vera sfida sarà rendere visibile non soltanto Roma, ma la gabbia invisibile che Scarpia costruisce intorno agli altri.

    L’elisir d’amore: la leggerezza che sa dire la verità

    Il secondo titolo sarà L’elisir d’amore, melodramma giocoso in due atti di Gaetano Donizetti su libretto di Felice Romani. Tornerà l’acclamata produzione firmata nel 2018 da Damiano Michieletto, nata in coproduzione con il Palau de les Arts Reina Sofía di Valencia e il Teatro Real di Madrid e successivamente adattata anche alla dimensione all’aperto dello Sferisterio.

    La direzione musicale sarà affidata a Corrado Rovaris, dal 2005 direttore musicale di Opera Philadelphia e presenza abituale nelle maggiori stagioni internazionali.

    Colorato, estivo e teatrale, questo Elisir possiede tutte le qualità per dialogare con l’Arena senza lasciarsi schiacciare dalle sue proporzioni. Ma sotto la superficie brillante pulsa una verità tutt’altro che frivola: Nemorino non acquista una pozione, acquista la speranza di poter diventare degno d’amore. Dulcamara vende una bottiglia; la società, da secoli, vende versioni assai più costose della stessa illusione.

    Donizetti ride, ma non deride. La sua musica conserva per i personaggi una tenerezza che impedisce alla commedia di trasformarsi in caricatura. Ed è proprio questa la misura più difficile: far sorridere il pubblico senza sottrarre umanità a chi, per essere amato, crede di dover diventare qualcun altro.

    Il ritorno della Traviata degli specchi

    La conclusione del Festival sarà affidata a uno degli spettacoli simbolo dello Sferisterio: la “Traviata degli specchi”, ideata nel 1992 dal regista tedesco Henning Brockhaus con le scene del grande Josef Svoboda.

    Da allora l’allestimento ha attraversato il mondo, superando le cento recite e i cinquanta riallestimenti. Il suo dispositivo scenico — una gigantesca superficie specchiante inclinata, capace di riflettere e deformare azioni, luci e pubblico — non costituisce un semplice colpo d’occhio. È l’idea stessa dell’opera: una società che guarda Violetta, la giudica e intanto evita accuratamente di guardare se stessa.

    Sul podio salirà il direttore cinese Lü Jia, al debutto al Macerata Opera Festival. Direttore artistico del National Centre for the Performing Arts di Pechino e direttore musicale della China NCPA Orchestra, sarà chiamato a confrontarsi con un allestimento ormai leggendario, nel quale la memoria rappresenta una risorsa e, inevitabilmente, anche una prova.

    Riportare in scena uno spettacolo storico è infatti operazione più delicata di quanto sembri. Il capolavoro non va conservato sotto vetro: deve continuare a respirare. Altrimenti lo specchio rimane, ma l’immagine svanisce.

    Un cartellone popolare: approdo o punto di partenza?

    Il programma 2027 sceglie tre titoli fra i più amati del repertorio. È una proposta fortemente attrattiva e, insieme, prudente. La vera questione non è se sia lecito affidarsi ai capolavori che il pubblico desidera — naturalmente lo è — ma quale uso si faccia della loro popolarità.

    Se Tosca, Elisir e Traviata diventeranno occasioni per rinnovare i linguaggi della scena, formare nuovi spettatori e accompagnarli verso repertori meno frequentati, allora la riconoscibilità sarà una porta. Se servirà soltanto a non correre rischi, diventerà una stanza molto bella dalla quale, prima o poi, sarà necessario uscire.

    La felice edizione 2026, segnata da numerosi tutto esaurito e da un aumento di spettatori e incassi, ha dimostrato che il pubblico non fugge davanti alla grande musica. Il Festival guarda ora al 2027 rivendicando il proprio ruolo di infrastruttura culturale del territorio: non soltanto un calendario estivo, dunque, ma un luogo nel quale spettacolo, turismo, formazione e identità collettiva possono ancora incontrarsi.

    È inoltre allo studio una possibile proposta di danza, ma al momento non è stata inserita ufficialmente nel cartellone: l’eventuale appuntamento dipenderà dalla definizione delle tournée delle compagnie.

    Le informazioni già confermate

    • Periodo: dal 17 luglio all’8 agosto 2027
    • Luogo: Arena Sferisterio, Macerata
    • Edizione: 63ª
    • Apertura: Tosca di Giacomo Puccini — nuovo allestimento in coproduzione con Fondazione Pergolesi Spontini; regia Tomer Zvulun; direzione Ramón Tebar
    • Secondo titolo: L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti — regia Damiano Michieletto; direzione Corrado Rovaris
    • Chiusura: La traviata di Giuseppe Verdi, “Traviata degli specchi” — regia Henning Brockhaus; scene Josef Svoboda; direzione Lü Jia
    • Biglietteria: apertura prevista nell’autunno 2026
    • Cast: saranno annunciati entro la fine del 2026
    • Calendario delle singole recite: non ancora comunicato
    • Danza: ipotesi allo studio, non ancora confermata

    Il 17 luglio 2027 lo Sferisterio riprenderà dunque a respirare. Si comincerà con il salto di Tosca, si passerà attraverso l’ingenua bottiglia di Nemorino e si finirà davanti allo specchio di Violetta. Tre modi di amare, tre modi di essere feriti, tre modi con cui il teatro continua a dirci la stessa cosa: possiamo cambiare abiti, epoche e scenografie, ma davanti al desiderio restiamo creature ostinatamente senza prove.

    E forse è proprio per questo che torniamo all’opera. Non per conoscere il finale — quello, spesso, lo sappiamo già — ma per scoprire se, questa volta, saremo capaci di guardarci mentre accade.


    Dati aggiornati al 9 agosto 2026 sulla base delle comunicazioni ufficiali del Macerata Opera Festival.

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