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  • La Scala gratis: quando l’opera esce dal teatro

    Dal 1° settembre LaScalaTv apre gratuitamente il proprio archivio al pubblico. Una rivoluzione dell’accesso che pone una domanda meno semplice di quanto sembri: se la cultura non si paga, vale di meno — o finalmente può valere per tutti?

    di Marialuisa Veneziano


    22 settembre 2026

    C’è qualcosa di leggermente sovversivo nell’idea di entrare alla Scala in pantofole.

    Niente velluto rosso. Niente foyer. Nessun signore che, dopo aver individuato il proprio posto, scopre con sgomento che qualcun altro vi è già seduto e avvia quell’antichissimo recitativo italiano che comincia sempre con: «Mi scusi, credo che questo sia il mio».

    Niente abito da sera.

    Niente Milano.

    Nemmeno un biglietto.

    Dal 1° settembre 2026 basta uno schermo e una registrazione gratuita per entrare in LaScalaTv, la piattaforma digitale del Teatro alla Scala. Il servizio, nato nel 2023 e inizialmente a pagamento, ha cambiato modello: grazie al sostegno di Intesa Sanpaolo, il catalogo è ora accessibile gratuitamente previa registrazione. Non più acquisto del singolo contenuto, non più abbonamento obbligatorio.

    È una notizia apparentemente semplice.

    In realtà contiene una piccola rivoluzione culturale.

    Perché quando il più celebre teatro d’opera italiano decide che una parte consistente della propria memoria audiovisiva può essere raggiunta senza pagare un prezzo d’ingresso, non sta semplicemente modificando un listino.

    Sta intervenendo su una delle parole più delicate della cultura contemporanea: accesso.

    E immediatamente ne compare un’altra. Valore.

    Perché siamo ancora stranamente convinti che le due cose siano legate.

    Se qualcosa è costoso, dev’essere importante.

    Se è gratuito, da qualche parte nel nostro cervello comincia a comparire il sospetto che valga meno.

    È lo stesso cervello che considera preziosa una bottiglia di vino da cento euro prima ancora di averla assaggiata e guarda con moderato scetticismo una conferenza gratuita su Kant.

    Il mercato ci ha educati bene.

    La musica, fortunatamente, è un po’ più complicata.


    L’opera è sempre stata anche una questione di porte

    Da quando il melodramma esiste, qualcuno ha dovuto decidere chi potesse entrare.

    All’inizio erano le corti.

    Poi arrivarono i teatri pubblici a pagamento: Venezia, nel Seicento, trasformò l’opera da spettacolo aristocratico in impresa teatrale aperta a chi poteva acquistare l’accesso.

    Fu una rivoluzione.

    L’opera diventò pubblico, mercato, abbonamento, successo, fiasco, impresario, capriccio dei cantanti e preoccupazione dei compositori.

    In altre parole, diventò modernissima.

    Per secoli il teatro d’opera è stato contemporaneamente luogo dell’arte e luogo della distinzione sociale. Andare a teatro non significava soltanto ascoltare musica.

    Significava essere visti.

    Avere un palco.

    Appartenere a una città.

    Partecipare a un rito.

    La sala stessa raccontava una società: platea, ordini di palchi, loggione. Architettura e gerarchia guardavano lo spettacolo l’una accanto all’altra.

    Poi sono arrivati il disco, la radio, la televisione.

    E ogni volta qualcuno ha annunciato che il teatro sarebbe morto.

    Ha mostrato, finora, una certa ostinazione.


    Ma vedere la Scala sullo schermo significa essere alla Scala?

    No.

    Ed è importante dirlo.

    Altrimenti, nel tentativo di celebrare l’accessibilità digitale, finiremmo per svalutare proprio ciò che stiamo cercando di diffondere.

    Una ripresa di Traviata non è Traviata in teatro.

    È un’altra esperienza di Traviata.

    In sala, l’occhio sceglie.

    Possiamo guardare Violetta oppure il direttore. Possiamo perdere per qualche secondo il protagonista e osservare una comparsa immobile sul fondo. Possiamo sentire l’orchestra provenire realmente dalla buca, percepire la pressione sonora, lo spazio, il respiro della sala, la tosse del vicino nel momento meno opportuno.

    La ripresa video sceglie per noi.

    Ci offre il primo piano.

    Ci mostra la mano.

    Ci conduce dietro un dettaglio scenico che dalla platea avremmo forse ignorato.

    Il montaggio audiovisivo non è neutro.

    È già un’interpretazione.

    Lo stesso vale per il suono. Nella sala l’equilibrio fra voce e orchestra nasce dall’acustica, dal corpo del cantante, dalla posizione dello spettatore. Nello streaming passa attraverso microfoni, regia del suono, compressione e diffusori.

    Il teatro è presenza.

    Lo streaming è mediazione.

    Ma “mediato” non significa necessariamente “inferiore”.

    Significa diverso.


    Walter Benjamin avrebbe probabilmente aperto un account

    Quando Walter Benjamin scriveva dell’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, rifletteva sulla perdita dell’aura: quell’unicità legata alla presenza irripetibile dell’opera nel proprio luogo e nel proprio tempo.

    La questione ritorna con una precisione sorprendente.

    Che cosa accade all’aura della Scala quando la Scala entra nel nostro computer?

    Una risposta superficiale sarebbe: si perde.

    Ma forse accade qualcosa di più interessante.

    L’aura non scompare necessariamente.

    Si sposta.

    Lo streaming può perfino accrescere il desiderio della presenza reale.

    Vedere da casa la sala del Piermarini, ascoltare un cantante, conoscere un’opera, comprenderne la trama può trasformare un luogo percepito come estraneo in qualcosa che finalmente desideriamo attraversare.

    Un lavoro del 2022 sul consumo di opera in streaming ha rilevato che determinati valori dell’esperienza digitale — soprattutto quello conoscitivo — possono essere collegati anche all’intenzione di assistere successivamente all’opera in teatro. (Taylor & Francis Online)

    Non è dunque necessariamente:

    streaming oppure teatro.

    Potrebbe essere:

    streaming prima del teatro.

    Streaming dopo il teatro.

    Streaming perché il teatro è lontano.

    Streaming perché quel titolo non tornerà per anni.

    Streaming perché abbiamo tredici anni e nessuno, fino a ieri, ci aveva mai fatto vedere un’opera dall’inizio alla fine.


    Però attenzione: “gratis” è una parola bugiarda

    LaScalaTv è gratuita per chi la guarda.

    Non significa che produrre ciò che vediamo sia gratuito.

    Questa distinzione è fondamentale.

    Ci sono orchestra, coro, cantanti, ballerini, direttori, maestri collaboratori, tecnici, sarte, scenografi, illuminotecnici, macchinisti, registi, personale audiovisivo.

    Ci sono inoltre nove telecamere fisse installate nel Piermarini, sistemi di ripresa, montaggio, conservazione e gestione digitale. La piattaforma è sostenuta economicamente da uno sponsor.

    La cultura gratuita non è cultura senza costo.

    È cultura il cui costo viene sostenuto in un altro punto della catena.

    Qualcuno paga sempre.

    Lo Stato.

    Una fondazione.

    Uno sponsor.

    Un mecenate.

    Un abbonato.

    Un contribuente.

    Nel Seicento pagava il principe.

    Nel 2026 può pagare anche una banca.

    La storia cambia abito, ma il conto arriva con notevole puntualità.

    Ed è bene che il pubblico lo sappia.

    Perché rendere gratuitamente accessibile un contenuto culturale non significa dichiarare che quel contenuto non abbia valore economico.

    Significa compiere una scelta su chi debba sostenerne il costo.

    È molto diverso.


    La domanda più difficile: basta aprire la porta?

    Qui arriviamo al problema sociologico più interessante.

    Se rendiamo l’opera gratuita online, arriveranno automaticamente nuovi pubblici?

    Non necessariamente.

    Ed è un punto importantissimo.

    Una ricerca presentata nel 2026 sull’utilizzo della piattaforma OperaVision, basata su 3.125 risposte, ha trovato un elevato valore aggiunto dello streaming soprattutto per il pubblico già regolare e fedele dell’opera; per gli utenti meno interessati o occasionali, la semplice disponibilità digitale non basta sempre a modificare associazioni e atteggiamenti preesistenti verso il genere.

    Tradotto:

    aprire una porta non significa necessariamente far venire voglia di attraversarla.

    Se una persona pensa che l’opera sia incomprensibile, vecchia, elitaria e lunga quanto una dichiarazione dei redditi particolarmente complessa, poterla vedere gratuitamente non risolve da solo il problema. Occorre mediazione culturale. Occorre raccontare. Spiegare senza infantilizzare. Creare curiosità. Dare chiavi d’ascolto.

    Far capire che Verdi non è nato per intimidire gli studenti e che Mozart non trascorse la propria vita sapendo che un giorno sarebbe comparso nei programmi scolastici sotto la minacciosa intestazione “Classicismo”.

    L’accessibilità economica è una condizione.

    L’accessibilità culturale è un lavoro. E forse è persino il lavoro più difficile.


    L’opera non deve diventare più facile. Deve diventare meno estranea

    Sono due cose diversissime.

    Ogni volta che si parla di nuovi pubblici compare la tentazione di “semplificare”.

    Accorciamo.

    Modernizziamo.

    Rendiamo tutto più veloce.

    Mettiamo qualche luce contemporanea.

    Forse aggiungiamo una proiezione, nel dubbio.

    Ma non sempre il problema è l’opera.

    A volte è il modo in cui l’abbiamo presentata.

    Nessuno si scandalizza se per comprendere una partita di calcio bisogna conoscere il fuorigioco.

    Nessuno pretende di capire gli scacchi osservando casualmente tre minuti di una partita.

    Con la musica colta, invece, abbiamo sviluppato una strana pretesa: o emoziona immediatamente oppure ha fallito.

    Non è così.

    Alcune bellezze richiedono apprendistato.

    E non c’è nulla di elitario nel dirlo, purché quell’apprendistato venga offerto a tutti.

    Lo streaming può essere formidabile proprio qui.

    Posso fermarmi.

    Riascoltare.

    Leggere.

    Confrontare due produzioni.

    Ascoltare Götterdämmerung in più serate senza dover spiegare alla mia famiglia che Wagner necessita di qualche adattamento logistico.

    Posso costruire lentamente familiarità.

    E la familiarità è il contrario dell’élite.


    Lo schermo può perfino insegnarci a vedere

    Esiste inoltre un effetto musicologicamente interessante.

    La ripresa audiovisiva rende visibili dettagli che il teatro tradizionale distribuisce nello spazio.

    Un primo piano può mostrarci come un cantante prepara un respiro.

    Come modifica l’articolazione.

    Come una parola viene fisicamente prodotta.

    Possiamo osservare il gesto del direttore.

    La relazione fra buca e palcoscenico.

    L’attacco di una sezione orchestrale.

    L’espressione di un personaggio che dalla galleria sarebbe appena percepibile.

    Questo produce una forma diversa di competenza spettatoriale.

    Non sostituisce l’acustica della sala.

    Ma può allenare l’occhio.

    Il Metropolitan Opera lavora da vent’anni proprio su questa trasformazione dello spettacolo operistico attraverso Live in HD: nella stagione 2026-27 le sue produzioni cinematografiche raggiungono migliaia di sedi in circa sessanta Paesi.

    Il teatro d’opera non sta dunque semplicemente andando online.

    Sta imparando un secondo linguaggio.


    E la sacralità del teatro?

    Qualcuno potrebbe obiettare che così si perda il rito.

    In parte è vero.

    Guardare Otello sul divano non equivale a entrare alla Scala.

    Soprattutto se durante Dio! mi potevi scagliar qualcuno interrompe per chiedere se vogliamo una tisana.

    Ma attenzione a non trasformare il rito in feticcio.

    Il teatro deve essere speciale.

    Non deve essere intimidatorio.

    C’è una differenza enorme fra custodire la solennità e custodire l’esclusione.

    L’opera non diventa meno importante perché può raggiungere qualcuno che vive lontano da Milano, che non può permettersi un viaggio, che ha difficoltà motorie, che è molto giovane o che semplicemente vuole capire se questo mondo faccia per lui prima di comprare un biglietto.

    Al contrario.

    Un patrimonio culturale acquista forza quando può essere conosciuto senza essere banalizzato.


    Non è la gratuità a svalutare l’arte

    La svalutazione comincia altrove.

    Comincia quando consideriamo la musica un rumore di fondo.

    Quando smettiamo di attribuirle attenzione.

    Quando immaginiamo che, siccome possiamo raggiungerla facilmente, non richieda lavoro.

    Una biblioteca pubblica non svaluta Dante perché presta gratuitamente la Commedia.

    La scuola pubblica non svaluta Pitagora perché non emette una fattura dopo il teorema.

    Un museo gratuito non rende meno importante Caravaggio.

    L’accesso e il valore non sono sinonimi.

    A volte sono perfino inversamente proporzionali: rendere accessibile qualcosa di prezioso è una delle forme più alte con cui una società ne riconosce il valore collettivo.

    Questo, però, comporta una responsabilità per chi riceve.

    La gratuità dovrebbe eliminare il prezzo.

    Non l’attenzione.


    La Scala senza Milano

    C’è infine qualcosa di simbolicamente bellissimo in questa operazione.

    La Scala è uno dei luoghi fisicamente più connotati della cultura musicale occidentale.

    Milano.

    Piazza della Scala.

    Il Piermarini.

    I palchi.

    La storia.

    Toscanini.

    Abbado.

    Muti.

    Callas.

    Memorie che sembrano appartenere indissolubilmente a quelle mura.

    Eppure ora una parte di quel patrimonio può attraversarle.

    Nel catalogo convivono produzioni recenti e materiali storici; il progetto continua inoltre con nuove pubblicazioni e dirette streaming. Fra gli appuntamenti già annunciati, il concerto del 25 settembre diretto da Daniele Rustioni, con Brahms e la Seconda Sinfonia di Schumann, sarà trasmesso gratuitamente e rimarrà poi disponibile on demand per alcuni giorni.

    La Scala rimane a Milano.

    Ma non è più necessario essere a Milano perché una parte della Scala arrivi fino a noi.

    È una differenza culturale enorme.


    Il vero lusso

    Forse, allora, abbiamo formulato male la domanda.

    Non dovremmo chiederci:

    “Se l’opera è gratis, perderà valore?”

    Dovremmo chiederci:

    “Che cosa faremo del privilegio di poterla ascoltare?”

    Perché per secoli milioni di persone non hanno avuto alcuna possibilità di sentire una grande orchestra, vedere una produzione importante, confrontare interpretazioni, accedere agli archivi dei grandi teatri.

    Oggi possiamo farlo da uno schermo.

    Non è il teatro.

    Non vuole esserlo.

    È un’altra porta.

    E forse il vero rischio non è che l’opera, diventando accessibile, perda la propria aura.

    Il rischio è molto più contemporaneo:

    avere finalmente la porta aperta e non trovare più il tempo di entrare.

    Possedere accesso a Mozart, Verdi, Wagner, Puccini, balletto, sinfonica, archivi, grandi direttori e grandi interpreti — e continuare a scorrere distrattamente lo schermo perché qualcosa di più breve ci ha appena mandato una notifica.

    La tecnologia può abbattere il prezzo.

    Può abolire la distanza.

    Può portare la Scala in una casa che non avrebbe mai potuto permettersi di arrivare alla Scala.

    Ma una cosa non può ancora regalarci.

    L’attenzione.

    Quella dobbiamo mettercela noi.

    E forse, nell’epoca dell’abbondanza infinita, è proprio l’attenzione ad essere diventata il biglietto più costoso.

    LaScalaTv oggi è gratuita.

    La musica, fortunatamente, continua a chiederci un prezzo.

    Non in euro.

    In tempo.

    In curiosità.

    In disponibilità a lasciarci sorprendere da qualcosa che ancora non conosciamo.

    Ed è forse questo il modo più bello di intendere una cultura davvero pubblica:

    non una cultura che vale poco perché non costa nulla,

    ma una cultura abbastanza preziosa da decidere che nessuno dovrebbe essere escluso prima ancora di aver avuto la possibilità di incontrarla.

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  • La musica classica è viva. Siamo noi che continuiamo a vestirla da funerale.

    La musica classica è viva. Siamo noi che continuiamo a vestirla da funerale.

    Giovani, riti e il curioso vizio di raccontare Beethoven come se avesse bisogno di essere salvato.

    di Marialuisa Veneziano


    25 agosto 2026

    Da almeno un secolo annunciamo la morte della musica classica con una puntualità che Beethoven avrebbe probabilmente apprezzato più del metronomo.

    Muore perché i giovani non la ascoltano. Muore perché esiste Spotify. Muore per TikTok, per gli smartphone, per i videogiochi, per i jeans a teatro e forse anche per quel disgraziato che, preso dall’entusiasmo, applaude fra il primo e il secondo movimento.

    C’è soltanto un inconveniente.

    Mentre prepariamo il funerale, la defunta continua ostinatamente a respirare.

    E non respira soltanto nelle sale frequentate dagli habitué. Un rapporto della Royal Philharmonic Orchestra ha rilevato una crescita dell’interesse verso l’esperienza orchestrale e, soprattutto, un pubblico sempre meno riconducibile al solo nucleo dei melomani tradizionali: nuovi ascoltatori e “scopritori” costituiscono ormai una parte determinante dell’audience osservata. Nel 2025, inoltre, l’Association of British Orchestras ha registrato quasi il triplo, rispetto al 2019, degli eventi rivolti a bambini e giovani. Sono dati britannici, dunque non trasferibili automaticamente a ogni Paese, ma raccontano una tendenza che merita almeno di farci posare la corona di fiori.

    Forse la domanda, allora, è sbagliata.

    Non: come possiamo salvare la musica classica?

    Ma: da che cosa dovremmo salvarla?

    E soprattutto: non sarà che, qualche volta, dovremmo salvarla proprio da noi?


    ASCOLTA PRIMA DI CONTINUARE (clicca la freccia): quattro note. Tutto qui? No. In Beethoven quelle quattro note diventano materia generatrice, conflitto, ritorno, destino formale. Ascolta l’attacco della Quinta senza pensare al monumento. Pensa a un organismo che comincia a muoversi.

    Il problema non è Beethoven. È come gli presentiamo Beethoven

    Immaginiamo un ragazzo di quattordici anni.

    Gli diciamo che oggi ascolterà Beethoven.

    Fin qui, tutto bene.

    Poi cominciamo: “Ludwig van Beethoven, nato a Bonn nel 1770, esponente di passaggio fra Classicismo e Romanticismo…”

    A questo punto Beethoven è già morto una seconda volta.

    E stavolta non c’entra la cirrosi.

    Perché Beethoven non è interessante in quanto “importante compositore nato a Bonn”. Beethoven è interessante perché prende una forma che il suo tempo conosceva perfettamente e comincia a torcerla dall’interno. Perché trasforma cellule minuscole in organismi giganteschi. Perché crea aspettative, le nega, le esaspera. Perché il suo silenzio può avere più violenza di un fortissimo.

    La celeberrima cellula iniziale della Quinta non dovrebbe essere presentata come quattro note da riconoscere al quiz televisivo.

    Non era un monumento. Era un problema.

    È un germe strutturale.

    Quattro suoni che penetrano nel movimento, ritornano, mutano, contaminano il discorso. Il principio motivico diventa destino formale.

    Questo dovrebbe sentire un ragazzo.

    Non la targhetta sotto il busto.

    Lo stesso vale per Mozart. Lo abbiamo trasformato in un bambino con la parrucca che componeva mentre gli altri giocavano con le trottole, dimenticandoci di raccontare quanto possa essere vertiginoso il modo in cui, nella sua musica, luce e inquietudine abitano spesso la stessa battuta.

    E Bach? Il terribile signore delle fughe, quello che a scuola compare generalmente quando l’allegria della classe comincia a diventare sospetta.

    Eppure una fuga è uno dei giochi intellettuali più entusiasmanti che si possano ascoltare: una voce afferma un’idea, un’altra la riprende, un’altra ancora la contraddice o la capovolge; tutto cambia e tutto continua a ricordare l’origine.

    Altro che musica vecchia.

    È architettura in movimento.

    Forse i giovani non rifiutano la musica classica. Rifiutano la noia con cui, qualche volta, gliela raccontiamo.

    E avrebbero perfino ragione.


    BOX IRONICO

    Manuale rapido per uccidere Beethoven a scuola

    Passaggio 1.
    Pronunciare con tono irreprensibilmente serio: “Ludwig van Beethoven, nato a Bonn nel 1770…”

    Passaggio 2.
    Aggiungere subito: “Compositore di transizione fra Classicismo e Romanticismo.”
    Il ragazzo, nel frattempo, ha già smesso di respirare emotivamente.

    Passaggio 3.
    Ridurre la Quinta Sinfonia a ta-ta-ta-taaa, come se uno dei più sconvolgenti organismi musicali della storia fosse un jingle ante litteram.

    Passaggio 4.
    Evitare accuratamente di dire che Beethoven incendia la forma dall’interno, trasforma quattro note in destino e riesce a far vibrare il conflitto prima ancora della melodia.

    Risultato finale.
    Complimenti: non avete presentato un rivoluzionario.
    Avete compilato la sua scheda catastale.


    Il museo che abbiamo costruito intorno al suono

    C’è poi il rito.

    Ingresso composto. Luci abbassate. Silenzio.

    Programma sulle ginocchia.

    Non applaudire qui.

    Non tossire là.

    Non entrare adesso.

    Non muoverti.

    Non respirare troppo convintamente durante Mahler.

    Il nuovo ascoltatore entra talvolta in sala con la stessa serenità con cui si affronta un controllo doganale: sa di non aver fatto nulla, ma teme comunque che qualcuno scopra qualcosa.

    Eppure il nostro attuale galateo concertistico non discende immutato dall’Olimpo. La storia della performance racconta pubblici molto più reattivi di quelli odierni; nella Vienna del primo Ottocento, per esempio, gli ascoltatori di musica da camera potevano applaudire tra i movimenti e manifestare apertamente il proprio gradimento. Molti comportamenti che oggi percepiamo come “naturali” sono il risultato di un lungo processo storico di formalizzazione dell’ascolto.

    Questo non significa trasformare la Nona in una festa di paese con telefonate durante l’Adagio.

    Il silenzio è prezioso. La concentrazione lo è ancora di più.

    Ma bisogna distinguere il rispetto dalla soggezione.

    Se una persona che entra per la prima volta in sala applaude alla fine di un movimento perché ne è stata travolta, forse il problema più urgente non è informarla che ha violato il protocollo di Ginevra della filarmonica.

    Forse potremmo essere felici che sia stata travolta.

    Poi imparerà.

    La cultura dovrebbe insegnare i propri codici senza usarli come filo spinato.


    TikTok non ha ucciso Mozart

    C’è un’altra eresia che dobbiamo concederci.

    Un giovane può incontrare Chopin su TikTok.

    Può incontrare Rachmaninov nella colonna sonora di un video.

    Può arrivare a Mahler attraverso un film, a Strauss attraverso una serie televisiva, a un’orchestra sinfonica attraverso la musica di un videogioco.

    E allora?

    Dobbiamo sequestrargli il telefono e consegnargli immediatamente un cofanetto di dodici CD con libretto critico?

    La Royal Philharmonic Orchestra rilevava già che streaming e nuovi media stavano cambiando radicalmente le vie attraverso cui il pubblico incontra la musica orchestrale; allo stesso tempo, l’interesse per il repertorio tradizionale continuava a convivere con colonne sonore, crossover e altri formati.

    Qui sta il punto.

    La porta d’ingresso non deve necessariamente assomigliare alla stanza in cui entreremo.

    Se trenta secondi di Rachmaninov spingono qualcuno a cercare il concerto intero, quei trenta secondi non hanno profanato Rachmaninov.

    Hanno aperto una porta.

    Il problema comincia se decidiamo che dietro quella porta non esiste più nulla.


    Candele, effetti, location: povero Mozart, al buio

    E arriviamo ai concerti immersivi.

    Migliaia di candele. Chiese, palazzi, spazi suggestivi. Atmosfera accuratamente fotografabile.

    Potremmo domandarci, con una certa perfidia:

    abbiamo davvero dovuto spegnere la luce per accorgerci che Mozart era ancora vivo?

    Forse sì.

    E non sarebbe necessariamente una tragedia.

    Se una diversa atmosfera porta in sala qualcuno che non vi sarebbe mai entrato, ben venga.

    Se una candela conduce a un quartetto, lasciamola accesa.

    Purché, a un certo punto, ci si accorga che fra tutte quelle candele c’era anche un quartetto.

    Perché la divulgazione funziona quando conduce verso l’opera, non quando la sostituisce.

    Accessibilità non significa impoverimento.

    Non dobbiamo rendere Beethoven più semplice.

    Dobbiamo rendere desiderabile la sua complessità.

    Questa è una differenza enorme.


    La musica classica non ha bisogno di giovani ben educati

    Ha bisogno di giovani curiosi.

    Che è molto diverso.

    Forse dovremmo smettere di chiedere alle nuove generazioni di diventare culturalmente vecchie prima di poter entrare in una sala.

    Non devono amarne subito il rituale.

    Devono poter incontrare la musica.

    Un ragazzo può non sapere cosa sia una ricapitolazione e sentire fisicamente il ritorno di un tema.

    Può ignorare il significato di appoggiatura e percepirne la tensione.

    Può non conoscere la parola agogica e accorgersi che un interprete ha trattenuto il tempo proprio lì, in quel punto, facendo improvvisamente diventare una frase diversa.

    La conoscenza arriverà.

    Anzi: arriverà più facilmente se prima sarà nato il desiderio di conoscere.

    Noi musicisti qualche volta commettiamo l’errore di invertire l’ordine.

    Prima forniamo le istruzioni.

    Poi, se rimane tempo, la meraviglia.

    Dovremmo fare esattamente il contrario.


    Lasciamolo essere colpito

    Immaginiamo ancora quel ragazzo.

    È entrato per la prima volta in un teatro.

    Forse non sa quando applaudire.

    Forse fino a dieci minuti prima stava guardando il telefono.

    Forse Beethoven lo conosce soltanto perché qualcuno gli ha fatto ascoltare l’inizio della Quinta.

    Poi l’orchestra accorda.

    Il brusio lentamente scompare.

    Il direttore alza le braccia.

    E accade qualcosa di antichissimo.

    Cinquanta, settanta, cento esseri umani respirano insieme e producono un suono che un istante prima non esisteva.

    Niente algoritmo può anticipare completamente ciò che accadrà in quella sala: il peso di quel primo accordo, la tensione di un silenzio, l’errore minuscolo, il rischio, la vibrazione dell’aria.

    E forse quel ragazzo, per qualche secondo, dimentica perfino di controllare il telefono.

    Non chiediamogli subito se conosce la forma-sonata.

    Non domandiamogli se ha capito lo sviluppo tematico.

    Non correggiamolo se alla fine del primo movimento gli scappa un applauso.

    Lasciamogli almeno il tempo di essere colpito.

    Se tornerà, imparerà tutto il resto.

    La musica classica non è una farfalla morta da appuntare nella teca della cultura occidentale. Non ha bisogno della nostra pietà, né di essere imbalsamata, semplificata o difesa come una specie in via d’estinzione.

    Ha attraversato rivoluzioni, guerre, cambiamenti sociali, grammofoni, radio, cinema, televisione, rock, streaming e adesso algoritmi.

    Probabilmente sopravvivrà anche a TikTok.

    La questione è se noi saremo abbastanza intelligenti da permettere alle nuove generazioni di incontrarla senza metterci continuamente in mezzo.

    Forse, là fuori, non c’è una generazione incapace di ascoltare.

    C’è una generazione che aspetta di capire perché dovrebbe farlo.

    E quando la risposta arriverà da un’orchestra, da una voce, da quattro battute di Beethoven o da un pianissimo che improvvisamente farà tacere tutto il resto, non ci sarà bisogno di convincerla.

    Avrà già capito.

    La musica classica, dunque, non sta morendo.

    Per favore.

    Togliamole soltanto l’abito nero.

    La musica classica non si eredita: si incontra. Raccontateci il vostro primo incontro!

    2 risposte a “La musica classica è viva. Siamo noi che continuiamo a vestirla da funerale.”

    1. Avatar
      Anonimo

      Jesi Teatro Pergolesi. Orchestra russa in tournée in Italia. 13 anni tanta voglia di ascoltare un’orchestra dal vivo, io abituato solo alla banda. Accompagnato da mio padre ci accomodammo su un palchetto di 2° ordine. Iniziò il concerto, non ricordo il programma, bellissimo… mi addormentai!!!

    2. Avatar
      Anonimo

      Ben detto! Salviamo la musica classica anche dalle case discografiche, intente solo ad inseguire facili profitti.

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