Una favola musicale sulla memoria e sul coraggio di ascoltare.
Di Marialuisa Veneziano
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🎧 MUSICA PER LA LETTURA
Per accompagnare Il castello senza eco, si consiglia l’ascolto del Prélude à l’après-midi d’un faune di Claude Debussy. Circa dieci minuti nei quali il suono sembra nascere da lontano, apparire e dissolversi, come se ogni frase lasciasse dietro di sé una traccia impossibile da afferrare. Dal celebre ingresso del flauto, la musica di Debussy procede per colori, sospensioni e richiami: non racconta, suggerisce; non definisce, lascia risuonare.
È l’ascolto ideale per entrare nel Castello, dove il vero mistero non è soltanto ciò che si sente, ma ciò che dovrebbe tornare e invece tace. Come nella favola, anche Debussy sembra domandare fino a che punto un suono possa scomparire davvero, quando qualcosa di lui continua a vivere nella memoria di chi lo ha ascoltato.
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C’era una volta, sulla cima di una collina circondata da boschi di faggi, un castello tanto grande che nessuno era mai riuscito a contare tutte le sue finestre.
Aveva torri sottili, tetti d’ardesia, cortili lastricati e lunghi corridoi nei quali cento persone avrebbero potuto camminare affiancate senza sfiorarsi.
Eppure quel castello possedeva una particolarità assai strana.
Non aveva eco.
Se qualcuno batteva le mani nella sala del trono, il suono moriva immediatamente.
Se una dama rideva sotto le volte di pietra, la sua risata non tornava indietro.
Persino le campane, che nelle giornate serene avrebbero dovuto farsi udire fino ai villaggi lontani, producevano rintocchi brevi e opachi, come se fossero avvolte nella lana.
Il re, che si chiamava Teodoro il Risoluto, considerava tutto ciò una fortuna.
— Le persone educate — diceva — non ripetono mai ciò che hanno già detto. Non vedo perché debbano farlo i muri.
I cortigiani annuivano, come fanno spesso i cortigiani quando non hanno compreso nulla ma desiderano conservarsi il pranzo.
Nel castello viveva la principessa Eliana, figlia del re.
Eliana aveva dodici anni, capelli scuri, occhi attenti e la fastidiosa abitudine di fare domande proprio quando gli adulti preferivano non rispondere.
Amava la musica più di ogni altra cosa.
Studiava il flauto con il vecchio maestro Isidoro, il quale le aveva insegnato che un suono nasce da una vibrazione e viaggia nell’aria come una piccola onda invisibile.
— Quando incontra una parete — le spiegava — può essere assorbito oppure tornare indietro.
— Come una persona quando non viene accolta?
Il maestro rimase per qualche istante in silenzio.
— Più o meno — disse infine. — Ma i muri, in genere, sono meno complicati.
Eliana aveva anche imparato che l’eco non era esattamente la stessa cosa della risonanza.
L’eco ripeteva un suono dopo un breve intervallo. La risonanza, invece, lo accoglieva, lo amplificava e lo faceva durare più a lungo.
In una buona sala da concerto, le note non dovevano svanire troppo presto né confondersi tra loro. Dovevano avere il tempo di nascere, vivere e poi spegnersi.
Nel castello, però, non accadeva niente di tutto questo.
I suoni cadevano appena usciti dagli strumenti.
— È come se il castello avesse paura di ricordare — disse una volta Eliana.
Il maestro Isidoro abbassò gli occhi.
— I castelli non hanno paura.
— E gli uomini?
— Gli uomini costruiscono castelli proprio per nascondervi le proprie paure.
Dopo aver pronunciato quelle parole, Isidoro chiuse lo spartito e dichiarò terminata la lezione con venti minuti di anticipo. Era il metodo abituale degli adulti quando si accorgevano di avere detto la verità.
Una notte d’autunno Eliana si svegliò all’improvviso.
Il vento scuoteva le finestre e la pioggia batteva sui vetri. Nel camino, il fuoco si era quasi spento.
Fu allora che la principessa udì tre note di flauto.
Erano note sottili e lontane.
La prima saliva.
La seconda rimaneva sospesa.
La terza sembrava cercare qualcosa che non riusciva a trovare.
Eliana si alzò dal letto.
Le note provenivano dalla parte settentrionale del castello, dove sorgeva una torre chiusa da molti anni.
Attese.
La melodia non continuò.
La notte seguente, allo scoccare della mezzanotte, le tre note tornarono.
Questa volta furono cinque.
Le prime erano le stesse; le altre due formavano una piccola frase musicale, ma si interrompevano proprio quando sembravano sul punto di concludersi.
Eliana conosceva bene quella sensazione.
Il maestro Isidoro le aveva spiegato che una frase musicale incompleta genera tensione. L’orecchio attende una nota capace di riportare equilibrio, proprio come si aspetta la fine di una domanda.
Ma quella risposta non arrivava mai.
La principessa andò dal padre.
— Nella torre settentrionale qualcuno suona il flauto.
Re Teodoro, che stava firmando un decreto contro l’eccessiva crescita delle erbacce, spezzò la penna.
— È il vento.
— Il vento non suona sempre le stesse note.
— Questo è un vento ordinato.
— E perché si ferma sempre nello stesso punto?
— Perché è anche rispettoso degli orari.
Eliana lo fissò.
— Posso entrare nella torre?
— No.
— Perché?
— Perché è chiusa.
— E perché è chiusa?
— Perché nessuno deve entrarvi.
— E perché nessuno deve entrarvi?
Il re si alzò.
— Perché io sono il re e ho esaurito i “perché” disponibili per oggi.
Quella notte la melodia tornò ancora.
Sette note.
Poi nove.
Ogni sera diventava più lunga e più inquieta. Talvolta sembrava un canto; talvolta una preghiera. Ma terminava sempre prima dell’ultima nota.
Eliana cominciò a fare domande agli abitanti del castello.
Il cuoco dichiarò di non sapere nulla e versò il sale nella torta invece che nella zuppa.
La governante disse che la torre era disabitata, ma si fece il segno della croce.
Il campanaro sostenne di essere sordo da molti anni, sebbene udisse benissimo quando qualcuno parlava della sua paga.
Infine Eliana interrogò il giardiniere, un uomo vecchissimo che conosceva la storia di ogni albero.
— Che cosa c’è nella torre settentrionale?
Il giardiniere continuò a potare una rosa.
— La polvere.
— E sotto la polvere?
— Altra polvere.
— E sotto l’altra polvere?
L’uomo sospirò.
— Un ricordo che il re ha tentato di chiudere a chiave.
— Quale ricordo?
— Non spetta a me raccontarlo.
— A chi spetta?
— A chi avrà il coraggio di ascoltarlo.
Il giorno seguente, mentre passeggiava fuori dalle mura, Eliana incontrò una mendicante cieca. La donna sedeva accanto a una fontana e teneva sulle ginocchia un piccolo tamburo.
— Principessa — disse senza alzare il capo.
Eliana si fermò.
— Come sapete chi sono?
— Le persone importanti camminano come se la strada appartenesse loro. Tu cammini come se volessi sapere dove conduce.
La bambina sorrise.
— Conoscete la torre settentrionale?
La mendicante batté un dito sul tamburo. Il suono si diffuse nella piazza e tornò lievemente dalle case.
— Nel tuo castello l’eco non è morta — disse. — È stata imprigionata.
Eliana si sedette accanto a lei.
La donna raccontò che molti anni prima, quando la regina era ancora viva, a corte lavorava un giovane musicista. Si chiamava Lorian e suonava il flauto con tanta dolcezza che, quando eseguiva una melodia, persino le tende sembravano muoversi per ascoltarlo.
Durante la lunga malattia della regina, Lorian compose per lei un canto.
Non era una musica triste. Parlava delle cose amate che continuano a vivere nella memoria di chi resta.
La regina morì prima che il brano fosse terminato.
Il re, sconvolto, ordinò che nessuno lo suonasse mai più.
Fece rinchiudere nella torre il flauto, lo spartito incompleto e ogni oggetto appartenuto alla regina. Vietò ai cortigiani di pronunciarne il nome e proibì ai musicisti di eseguire melodie che potessero ricordarla.
— Pensava che, se nessuno avesse più parlato del dolore, il dolore sarebbe scomparso — disse la mendicante.
— E invece?
— Il dolore è un ospite assai maleducato. Se non gli si apre la porta, entra dalla cantina.
Da quel giorno il castello aveva smesso di restituire i suoni.
— Perché?
— Perché l’eco è memoria. E una casa alla quale viene proibito di ricordare finisce per non rispondere più a nessuno.
Eliana tornò al castello.
Per tre giorni cercò la chiave della torre.
Frugò nelle casse, negli armadi e nei cassetti del guardaroba reale. Esaminò le tasche dei mantelli del padre mentre lui dormiva durante le riunioni del Consiglio, abitudine che il re definiva “meditazione strategica”.
Alla fine trovò la chiave nascosta nel vecchio metronomo del maestro Isidoro.
Il maestro la sorprese mentre lo apriva.
— Non dovresti farlo.
— Voi sapevate tutto?
Isidoro sedette lentamente.
— Ho suonato nell’orchestra quando la regina era viva.
— Perché non mi avete detto nulla?
— Per paura.
— Di mio padre?
— Anche. Ma soprattutto di ricordare.
Eliana prese la chiave.
— Io entrerò nella torre.
— Il re te lo proibirà.
— Allora entrerò prima che abbia il tempo di farlo.
Quella notte una tempesta si abbatté sul castello.
Eliana attraversò i corridoi con una candela. I suoi passi, come sempre, non produssero eco.
Raggiunse la torre settentrionale e inserì la chiave nella serratura.
La porta si aprì con un gemito.
La scala saliva a spirale nel buio.
A ogni gradino, Eliana aveva l’impressione di udire qualcosa: un respiro, una parola, forse un pianto. Ma non appena si fermava, tutto taceva.
In cima trovò una stanza rotonda.
Al centro vi era un leggio con uno spartito ingiallito. Sopra un tavolo riposava un flauto d’argento.
Le pareti erano coperte da ritratti velati.
Eliana sollevò uno dei teli e vide il volto di sua madre.
Non l’aveva mai conosciuta. Il re le aveva mostrato soltanto un piccolo ritratto ufficiale, nel quale la regina appariva immobile e severa.
In quello della torre, invece, rideva.
Eliana prese il flauto.
Le tre note della melodia risuonarono da sole.
Poi altre tre.
Infine l’intera frase che ogni notte si interrompeva.
Sullo spartito mancava l’ultima battuta.
Eliana portò lo strumento alle labbra e provò a continuare.
Suonò una nota troppo alta.
Le pareti tremarono.
Da qualche parte nel castello si udì una porta sbattere e, per la prima volta dopo molti anni, il rumore tornò indietro.
Eliana tentò ancora.
Questa volta la nota era troppo bassa.
Dalle pareti si levarono voci confuse: nomi, risate, parole che qualcuno aveva pronunciato molto tempo prima.
Il castello stava restituendo ciò che aveva trattenuto.
La principessa provò una terza volta.
In quel momento la porta della torre si spalancò.
Il re entrò, seguito dal maestro Isidoro.
— Fermati! — gridò.
La sua voce rimbalzò sulle pareti.
«Fermati… fermati… fermati…»
Il re impallidì.
— Se completerai quella musica, tornerà tutto.
— Che cosa?
— Il dolore.
Eliana abbassò il flauto.
— Il dolore non se n’è mai andato.
Il re guardò il ritratto della regina.
— Io volevo dimenticare.
— Avete soltanto costretto tutti a ricordare in silenzio.
— Non capisci.
— Forse no. Ma voi non volete capire da molti anni.
Eliana osservò lo spartito.
Poi pensò alla frase musicale incompleta. Ogni suono aveva bisogno di trovare il proprio luogo. Non sempre la nota giusta era la più bella o la più forte: era quella capace di dare senso a tutte le precedenti.
Portò il flauto alle labbra.
Suonò l’ultima nota.
Per un istante non accadde nulla.
Poi la nota tornò.
Prima debole, come un sussurro.
Poi più chiara.
Infine cento volte, da ogni muro, da ogni scala, da ogni stanza.
Le campane cominciarono a risuonare.
I passi delle guardie riempirono i corridoi.
Dalle cucine giunsero il tintinnio delle pentole e la voce del cuoco, che per l’emozione salò nuovamente la torta.
Le persone pronunciarono i nomi di coloro che avevano perduto. Qualcuno rise. Qualcuno pianse.
Il re ascoltò la melodia composta per la regina.
All’inizio rimase immobile.
Poi una lacrima gli attraversò il viso.
Naturalmente, il giorno seguente dichiarò che nella torre vi era molta polvere. I re possono riconoscere il dolore, ma ammettere un errore richiede spesso una costituzione più robusta.
La torre settentrionale non venne più chiusa.
Il flauto rimase nella sala, accanto al ritratto della regina. Ogni anno Eliana eseguiva la melodia completa.
Il castello riacquistò la propria voce.
Le campane si udivano fino ai villaggi. Le risate correvano sotto le volte. Persino i passi più piccoli lasciavano dietro di sé una breve risposta.
Da allora nessuno fu più costretto a dimenticare ciò che amava.
E quando qualcuno soffriva, gli altri non gli dicevano di tacere o di essere forte.
Gli sedevano accanto.
E ascoltavano.
Ciò che non viene ascoltato non scompare. Rimane dentro di noi, finché non trova una voce capace di liberarlo.



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