
Nella Vienna di Beethoven, un piccolo metronomo scopre che il tempo si può misurare, ma la musica no.
di Marialuisa Veneziano
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🎧 MUSICA PER LA LETTURA
Per accompagnare Maestro Metròn e la pausa proibita, si consiglia l’ascolto dell’Allegretto della Sinfonia n. 7 in la maggiore, op. 92 di Ludwig van Beethoven, nell’esecuzione diretta da Nikolaus Harnoncourt. Circa otto minuti costruiti sopra una pulsazione regolare e inesorabile, quasi il tic tac di un grande metronomo invisibile; eppure, sopra quel battito, Beethoven lascia che la musica respiri, cresca, cambi intensità e diventi profondamente umana. È proprio il cuore della nostra favola: il tempo può essere misurato, ma la musica comincia davvero quando la misura smette di essere una gabbia.
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A Vienna, in un inverno in cui persino la neve sembrava cadere con educazione, viveva un ragazzo di tredici anni chiamato Matthias.
Matthias studiava pianoforte.
Non era un bambino prodigio, cosa che gli dispiaceva moltissimo, soprattutto perché aveva letto che i bambini prodigio cominciavano generalmente prima di lui e avevano già composto almeno tre concerti nell’età in cui Matthias aveva imparato a non rovesciare la minestra.
Possedeva però una qualità rara:
era preciso.
Terribilmente preciso.
Le sue scale cominciavano all’ora stabilita, le dita cadevano sui tasti esattamente dove dovevano cadere e, se sullo spartito compariva una semiminima, Matthias la trattava con un rispetto quasi amministrativo.
Il suo maestro, Herr Weiss, glielo ripeteva spesso:
— Matthias, tu suoni tutto correttamente.
Il ragazzo sorrideva.
Poi arrivava sempre la seconda frase.
— Purtroppo.
Matthias non aveva mai capito come una cosa potesse essere corretta e, nello stesso tempo, sbagliata.
Gli sembrava un’offesa alla logica.
Un pomeriggio Herr Weiss arrivò con una scatola.
— È per te.
Dentro c’era uno strano oggetto di legno, con un’asta metallica che oscillava da una parte all’altra.
— Un metronomo.
Matthias lo guardò come altri bambini avrebbero guardato un cavallo bianco.
Herr Weiss lo caricò.
Tic. Tac. Tic. Tac.
— Serve a mantenere il tempo.
Gli occhi del ragazzo si illuminarono.
Finalmente.
Qualcuno che non diceva “con più sentimento”, “respira la frase”, “non avere fretta ma non rallentare”.
Il metronomo non parlava per enigmi.
Sessanta era sessanta.
Ottanta era ottanta.
Centoventi, grazie al cielo, era centoventi.
Matthias lo portò nella propria stanza e passò il pomeriggio a studiare.
Tic. Tac.
Scale.
Tic. Tac.
Arpeggi.
Tic. Tac.
Studi.
Mai un’esitazione.
Quella sera andò a letto felice.
A mezzanotte fu svegliato da un rumore.
Tic.
Aprì gli occhi.
Tac.
Si mise seduto.
Il metronomo si muoveva da solo.
— Avete dimenticato di spegnermi — disse una voce.
Matthias spalancò la bocca.
— Avete parlato?
— Ovviamente.
— I metronomi non parlano.
— Nemmeno i pianisti dovrebbero farlo durante l’esecuzione, eppure ne conosco parecchi che gemono.
Matthias accese la candela.
— Come vi chiamate?
L’asta oscillò con dignità.
— Maestro Metròn. Custode del Tempo, Difensore della Regolarità e Nemico Naturale dei Rubati Mal Giustificati.
— È un nome molto lungo.
— A sessanta battiti al minuto richiede esattamente il tempo necessario.
Matthias era incantato.
Finalmente aveva incontrato qualcuno che la pensava come lui.
Da quel giorno divennero inseparabili.
Maestro Metròn regolava ogni cosa.
— Ottanta per le scale.
— Cento per gli esercizi.
— Sessantasei per l’Adagio.
Matthias obbediva.
Metròn cominciò poi a occuparsi anche del resto della casa.
Cronometrò la cameriera mentre spazzava il pavimento.
— Troppo irregolare.
Misurò il passo del gatto.
— Indisciplinato.
Provò perfino a stabilire la durata corretta degli abbracci della madre di Matthias.
— Quattro battiti sono sufficienti.
— Ma è mia madre.
— Il sentimento non autorizza l’anarchia.
Quando la sorellina di Matthias scoppiò a ridere durante la cena, Metròn gridò:
— Fuori tempo!
— Sta ridendo — protestò Matthias.
— Precisamente. Nessuna struttura riconoscibile.
Il ragazzo cominciò a pensare che il suo nuovo amico fosse forse un po’ esigente.
Ma al pianoforte i risultati erano straordinari.
Non accelerava più.
Non rallentava.
Non sbagliava quasi nulla.
Arrivò il giorno in cui Herr Weiss lo ascoltò eseguire un Adagio.
Matthias suonò tutto perfettamente.
Terminò.
Il maestro sospirò.
— Impeccabile.
Matthias attese.
— E?
— È morto.
— Come sarebbe morto?
— Non saprei. Devi averlo ucciso durante la seconda pagina.
Maestro Metròn, dal tavolo, si indignò.
— Calunnia!
Herr Weiss non lo sentì.
Matthias invece sì.
— Ho rispettato ogni valore.
— Lo so — rispose il maestro. — È questo che mi preoccupa.
Qualche settimana dopo Herr Weiss portò Matthias ad ascoltare un uomo famoso.
Ludwig van Beethoven.
Matthias lo immaginava solenne, ordinato e probabilmente circondato da una luce speciale.
Trovò invece un uomo spettinato, con carte ovunque e un’espressione che suggeriva che il mondo gli avesse fatto perdere parecchio tempo.
— Suona — disse Beethoven.
Matthias si sedette.
Maestro Metròn fu collocato accanto al pianoforte.
Tic. Tac.
Il ragazzo cominciò.
Nessun errore.
Nessuna esitazione.
Nessuna sorpresa.
Quando terminò, Beethoven rimase in silenzio.
— Ho sbagliato qualcosa? — domandò Matthias.
— Purtroppo no.
Il ragazzo trasalì.
Era esattamente la frase di Herr Weiss.
— Allora era perfetto.
Beethoven guardò il metronomo.
— Anche un orologio è perfetto. Non gli affiderei una sonata.
Maestro Metròn accelerò leggermente per l’indignazione.
— Ma il metronomo mi dice il tempo — protestò Matthias.
Beethoven indicò l’oggetto.
— Quello può dirti quanto dura un minuto.
Poi gli toccò leggermente il petto.
— Questo deve ancora decidere che cosa farsene.
Metròn non parlò per tutto il viaggio di ritorno.
Era la prima volta che Matthias lo vedeva offeso.
Quella notte, però, il metronomo prese una decisione.
— Dimostrerò a quell’uomo spettinato che la precisione può rendere perfetto il mondo intero.
— In che modo?
— Mettendolo a tempo.
Prima che Matthias potesse fermarlo, Maestro Metròn cominciò a battere.
TIC. TAC. TIC. TAC.
Il suono attraversò le pareti.
Scese nelle strade.
Entrò negli orologi.
Passò nei campanili.
E Vienna cominciò a seguirlo.
La mattina seguente tutti camminavano allo stesso ritmo.
Le carrozze partivano contemporaneamente.
I fornai impastavano in perfetta sincronia.
I barbieri sollevavano i rasoi nello stesso istante.
Le campane delle chiese suonavano con una precisione tale che persino gli angeli, se esistevano, probabilmente controllarono l’orologio.
All’inizio la città era entusiasta.
Nessuno arrivava tardi.
Nessuno interrompeva nessuno.
Le file scorrevano magnificamente.
Il ministro dell’Ordine Pubblico dichiarò quella mattina la più riuscita nella storia dell’Impero.
Poi cominciarono i problemi.
Un bambino cadde.
Sua madre si fermò per aiutarlo, ma la folla continuò a camminare.
TIC. TAC.
Un vecchio cercò di attraversare una strada.
Non riusciva a seguire il ritmo.
— Più veloce! — ordinò Metròn.
— Non posso — disse l’uomo.
— Il tempo non aspetta.
Matthias lo aiutò a raggiungere il marciapiede.
— Maestro Metròn, non può andare più piano?
— Se rallentassi per lui, tutti perderebbero il tempo.
— Ma lui ha bisogno di più tempo.
— Tutti hanno lo stesso.
Matthias guardò il vecchio.
Per la prima volta quella frase non gli parve giusta.
In una casa, una madre cullava un neonato.
Il bambino stava per addormentarsi.
TIC. TAC.
Il ritmo aumentò.
Il piccolo si svegliò piangendo.
Due innamorati si salutarono davanti a una carrozza.
Lui la baciò.
TIC.
— Tempo scaduto! — ordinò Metròn.
— Un momento.
TAC.
— Ho detto tempo scaduto.
Matthias intervenne:
— Forse un bacio non dura sempre lo stesso numero di battiti.
— Ecco perché i baci non hanno mai prodotto una civiltà efficiente.
Il ragazzo non ne fu completamente sicuro.
Nel pomeriggio l’orchestra di Vienna tenne un concerto.
Fu l’esecuzione più precisa che si fosse mai ascoltata.
Tutti gli attacchi insieme.
Tutte le durate esatte.
Nessuna libertà.
Nessuna esitazione.
Nessun errore.
Quando terminò, nessuno applaudì.
Non perché fosse brutto.
Peggio.
Non aveva detto nulla.
Matthias guardò Maestro Metròn.
— Vi è piaciuto?
— Tecnicamente irreprensibile.
— Non vi ho chiesto questo.
Per la prima volta Metròn esitò.
Tic…
L’asta riprese.
— Tecnicamente irreprensibile — ripeté.
Ma con minore convinzione.
Quella sera Matthias avrebbe dovuto suonare davanti a Beethoven.
La sala era piena.
Maestro Metròn impose il tempo.
— Sessantasei.
Matthias cominciò.
TIC. TAC.
Suonò bene.
Poi arrivò a una frase lenta.
Una nota saliva verso un’altra e sembrava chiedere qualcosa.
Matthias sentì che avrebbe dovuto aspettare.
TIC.
Le dita avrebbero dovuto proseguire.
Non lo fecero.
TAC.
Matthias rimase fermo.
Maestro Metròn cominciò ad agitarsi.
— Riprendi!
Il ragazzo lasciò vivere il silenzio.
Un secondo.
Due.
Tre.
— FUORI TEMPO!
Matthias guardò il pubblico.
In fondo alla sala vide il vecchio incontrato quella mattina.
Era arrivato tardi.
Respirava affannosamente.
Matthias aspettò.
Finché il vecchio sollevò lo sguardo.
Poi riprese a suonare.
Non quando lo ordinò Metròn.
Quando la frase lo chiese.
La musica cambiò.
Non diventò disordinata.
Diventò viva.
Una frase accelerò leggermente perché aveva fretta di arrivare.
Un’altra rallentò perché non voleva ancora andarsene.
Una pausa durò abbastanza da permettere a tutti di sentirne la mancanza.
Matthias continuava a rispettare il ritmo.
Ma non ne era più prigioniero.
Beethoven sorrise.
Una donna chiuse gli occhi.
Il vecchio in fondo alla sala respirò lentamente.
E Maestro Metròn, per la prima volta dalla sua costruzione, smise di battere.
Quando il brano terminò, Matthias si voltò.
Il metronomo era immobile.
— Vi siete rotto?
— No.
— Allora perché avete smesso?
Metròn tacque.
Poi disse:
— Quella pausa…
— Quale?
— Quella troppo lunga.
— Sì?
— Non era scritta.
— No.
L’asta si mosse appena.
— Era bella.
Matthias sorrise.
— Molto fuori tempo?
— Mostruosamente.
Silenzio.
— Ma bella.
Da quel giorno Vienna tornò lentamente a essere Vienna.
Le carrozze ripresero ad arrivare in ritardo.
I bambini corsero a velocità imprevedibili.
I vecchi attraversarono le strade con il tempo necessario.
Gli innamorati, con grande scandalo del ministero, tornarono a decidere autonomamente la durata dei propri baci.
E Matthias continuò a studiare ogni mattina con Maestro Metròn.
Scale.
Tic. Tac.
Arpeggi.
Tic. Tac.
Passaggi difficili.
Tic. Tac.
Un giorno, molti anni dopo, Matthias aprì un Adagio.
Era ormai un pianista.
Maestro Metròn era diventato vecchio. Il legno portava piccoli graffi e l’asta oscillava con una certa dignitosa stanchezza.
— Maestro?
— Sì?
— A che tempo dovrei suonarlo?
Per la prima volta nella sua lunga vita, il metronomo rispose:
— Non lo so.
Matthias sorrise.
Metròn aggiunse:
— Posso aiutarti a trovarlo.
— E poi?
Il vecchio metronomo fece un piccolo tic.
— Poi ascolta.
Matthias mise le mani sulla tastiera.
E Maestro Metròn tacque.
Non perché non avesse più nulla da insegnargli.
Ma perché aveva finalmente imparato quando era il momento di lasciarlo suonare.
Le regole sono preziose quando ci insegnano a diventare liberi; diventano gabbie quando pretendono di scegliere al posto nostro. La precisione può insegnare alla musica a stare in piedi, ma soltanto l’ascolto, il pensiero e il sentimento possono insegnarle dove andare.

BOX STORICO

Il metronomo meccanico entrò nella vita musicale europea all’inizio dell’Ottocento grazie a Johann Nepomuk Mälzel. Beethoven fu tra i compositori più interessati alla nuova invenzione e indicò valori metronomici per numerose proprie opere. La nostra favola parte proprio da questo incontro fra una grande aspirazione moderna — misurare con precisione il tempo musicale — e una domanda che nessun numero può risolvere completamente: quanto spazio rimane all’interprete?



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