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  • Le ottantotto porte

    La musica trovò nuove strade proprio dove la vita aveva cancellato quelle di prima.

    di Marialuisa Veneziano

    *****

    🎧 MUSICA PER LA LETTURA
    Per accompagnare Le ottantotto porte, si consiglia l’ascolto del Concerto per pianoforte per la mano sinistra in Re maggiore di Maurice Ravel.
    Ravel scrisse questo Concerto per Paul Wittgenstein, il pianista che, dopo aver perduto il braccio destro durante la Prima guerra mondiale, continuò la propria carriera affidando a una sola mano una tastiera rimasta, ostinatamente, di ottantotto tasti.
    Il brano nasce quasi dal buio: contrabbassi e controfagotto emergono dal registro grave, poi la massa orchestrale cresce fino all’ingresso del pianoforte. Da quel momento Ravel costruisce una straordinaria illusione sonora: bassi, melodie, accordi, arpeggi e diversi piani musicali sembrano richiedere due mani, mentre tutto è affidato alla sola sinistra.
    È esattamente il viaggio della nostra novella: non cancellare ciò che manca, ma scoprire un modo nuovo di attraversare lo spazio rimasto.
    Clicca sulla freccia del logo “cuffie”, premi play, poi comincia a leggere.

    A Vienna c’era un pianoforte che, quando nessuno lo guardava, diventava una città.

    Aveva ottantotto porte.

    Cinquantadue erano bianche, trentasei nere. Alcune conducevano in stanze luminose, altre in cantine profonde; certe si aprivano su corridoi così acuti che sembravano fatti d’aria, altre su sotterranei nei quali il suono camminava lentamente e faceva vibrare il pavimento.

    Le due Mani di Paul Wittgenstein conoscevano quella città meglio di chiunque altro.

    Destra abitava volentieri nei quartieri alti.

    Sosteneva che lassù la luce fosse migliore.

    — È soprattutto una questione artistica — spiegava.

    Sinistra, che passava molto tempo fra bassi, accordi e fondamenta armoniche, la prendeva in giro.

    — Certo. Anche i piccioni preferiscono stare in alto.

    — Stai paragonando una melodia a un piccione?

    — Dipende dalla melodia.

    Destra era rapida, brillante e lievemente convinta che il pubblico venisse ai concerti principalmente per lei.

    Sinistra era più robusta, paziente e aveva sviluppato la tipica irritazione di chi sostiene metà del mondo mentre l’altra metà riceve i fiori.

    — Senza i miei bassi — diceva — cadresti.

    — Senza le mie melodie — rispondeva Destra — nessuno si accorgerebbe che sei caduta.

    Poi litigavano.

    Ma appena Paul cominciava a suonare, ogni discussione diventava inutile.

    Le due Mani correvano per la città.

    Sinistra apriva una porta grave, lasciava entrare un accordo; Destra rispondeva da tre ottave più in alto. Una frase passava dall’una all’altra, una scala attraversava il centro della tastiera, un arpeggio accendeva in successione finestre che all’orecchio sembravano brillare tutte insieme.

    Il Pianoforte ascoltava.

    Era un tipo metodico e possedeva un’unica mania.

    Prima di ogni esecuzione contava.

    — Uno, due, tre, quattro, cinque…

    Sinistra.

    Poi Destra.

    — Sei, sette, otto, nove, dieci. Bene. La città è completa.

    Destra rideva.

    — E se domani fossimo undici?

    Il Pianoforte impallidiva.

    — Impossibile.

    Sinistra insisteva:

    — E nove?

    Il vecchio strumento diventava serissimo.

    — Ancora più impossibile.

    — Perché?

    — Perché siete dieci.

    Per il Pianoforte era una risposta perfetta.

    Poi arrivò il 1914.

    E gli uomini decisero nuovamente che il mondo aveva bisogno di una guerra.

    Gli strumenti non hanno mai compreso bene le guerre.

    Sanno riconoscere una marcia, naturalmente. Conoscono trombe, tamburi, inni e fanfare. Ma non hanno mai capito perché gli esseri umani abbiano impiegato secoli per imparare a costruire orchestre — luoghi nei quali decine di voci diverse devono ascoltarsi per poter esistere insieme — e continuino poi, con una regolarità impressionante, a dimenticare la lezione appena escono dal teatro.

    Una mattina Paul chiuse il pianoforte.

    Nella stanza c’erano valigie.

    Voci.

    Saluti pronunciati troppo rapidamente.

    Destra sfiorò Sinistra.

    — Quando torniamo, rifacciamo quella scala?

    — Quale?

    — Quella in cui cerchi inutilmente di raggiungermi sull’ultimo do.

    Sinistra si offese.

    — Inutilmente?

    — Ti concedo cinque anni di allenamento.

    — Ti aspetto nei bassi.

    — Non scendo mai così in basso.

    — Per paura?

    Destra rise.

    Poi le due Mani si toccarono un’ultima volta.

    — Non rubarmi le melodie.

    — Tu non rubarmi i bassi.

    — Promesso?

    — Promesso.

    Paul partì.

    Il Pianoforte rimase chiuso.

    Passò un inverno.

    Poi una primavera.

    La polvere cominciò a posarsi sulle ottantotto porte.

    Ogni tanto qualcuno sollevava il coperchio per pulire.

    Il Pianoforte ne approfittava.

    Contava.

    Ottantotto.

    Sempre ottantotto.

    Gli dava conforto.

    Se la città conservava tutte le sue porte, pensava, prima o poi sarebbero tornati anche i suoi abitanti.

    Un giorno finalmente udì dei passi.

    Li riconobbe.

    La porta della stanza si aprì.

    Paul era tornato.

    Il Pianoforte sentì tutte le proprie corde tendersi di gioia.

    Il coperchio si sollevò.

    Paul si sedette.

    Sinistra apparve sulla tastiera.

    Il vecchio strumento cominciò automaticamente:

    — Uno, due, tre, quattro, cinque…

    Aspettò.

    Poi sorrise.

    — Sei?

    Silenzio.

    — Sette?

    Sinistra non si mosse.

    — Otto?

    Il Pianoforte guardò il posto accanto a lei.

    Per la prima volta comprese che esistono numeri che non vengono dopo.

    Destra non era tornata.

    Paul Wittgenstein aveva perduto il braccio destro dopo essere stato ferito durante la guerra.

    Nella città delle ottantotto porte non crollò nessun palazzo.

    Non si spense nessuna luce.

    Eppure tutto sembrò improvvisamente diverso.

    Per molti giorni nessuno suonò.

    Sinistra rimaneva sulla soglia della città e guardava.

    C’erano porte che aveva sempre aperto insieme a Destra.

    Altre che appartenevano quasi soltanto a lei.

    Un mi acuto ricordava perfettamente un trillo.

    Un do centrale ricordava quante volte le due Mani si erano incontrate proprio lì.

    Persino certi errori avevano conservato memoria.

    Una sera Sinistra avanzò.

    Sfiorò un tasto.

    Si fermò.

    — Non posso.

    Il Pianoforte non disse «puoi».

    Non disse «devi essere forte».

    Non disse nessuna delle cose che gli esseri umani pronunciano quando hanno troppa paura del dolore altrui per riuscire semplicemente a sedersi accanto ad esso.

    Rimase con lei.

    Qualche giorno dopo arrivò il Cartografo.

    Nessuno sapeva chi lo avesse chiamato.

    Era un piccolo compasso d’ottone vestito con grande eleganza, portava un monocolo e trascinava dietro di sé rotoli di mappe.

    Il suo mestiere consisteva nello stabilire fin dove le persone potessero arrivare.

    — Cinque dita — disse osservando Sinistra.

    Aprì il compasso.

    Misurò.

    Scrisse.

    Misurò ancora.

    Poi srotolò una grande pianta della tastiera.

    Tracciò una linea nera.

    Metà della città rimase dall’altra parte.

    Sopra scrisse:

    TERRITORIO NON PIÙ RAGGIUNGIBILE

    Sinistra lo fissò.

    — Che cosa avete fatto?

    — Ho corretto la mappa.

    — Ma quelle porte esistono.

    — Non ho detto il contrario.

    — Allora perché avete tracciato una linea?

    Il Cartografo sorrise con dolcezza.

    — Per proteggervi.

    Sinistra lo guardò.

    — Da cosa?

    — Dalla speranza inutile.

    Il Pianoforte ebbe un brivido.

    Il Cartografo continuò:

    — Se sapete in anticipo dove non potete andare, eviterete la sofferenza di provarci.

    Era difficile arrabbiarsi con lui.

    Non era crudele.

    Non desiderava il male di nessuno.

    Era soltanto convinto che la prudenza consistesse nel restringere il mondo fino a renderlo proporzionato alla paura.

    Sinistra guardò la linea.

    Per qualche tempo gli credette.

    Le porte oltre il confine vennero chiuse.

    I tasti acuti rimasero al buio.

    Un Si bemolle protestò.

    — Scusate?

    Il Cartografo continuò a scrivere.

    — Lei è fuori zona.

    — Sono un tasto.

    — Fuori zona.

    — Non mi avete chiesto nulla.

    — Le mappe non interrogano il territorio.

    — Forse dovrebbero cominciare.

    Un Do diesis continuava invece ad accendere la propria lampada ogni sera.

    Il Cartografo tornava ogni mattina a spegnerla.

    — Ho detto chiuso.

    — E io ho detto che sono un tasto, non una salumeria.

    Sinistra qualche volta rideva.

    Ma lentamente cominciò ad abituarsi alla città dimezzata.

    È una cosa pericolosa.

    Gli esseri umani riescono ad abituarsi perfino alle stanze nelle quali non avrebbero mai scelto di vivere.

    Una notte, però, Sinistra udì qualcosa.

    Tin.

    Si voltò.

    Il suono proveniva da oltre la linea.

    Tin.

    — Chi c’è?

    Una vocina rispose:

    — Io.

    — Io chi?

    — Do.

    — Ce ne sono parecchi.

    — Quello che avete spento.

    Sinistra si avvicinò al confine.

    Dall’altra parte, un piccolo Do acuto faceva oscillare la propria porta.

    — Non dovresti essere sveglio.

    — Non dovrei?

    — Sei fuori dal territorio raggiungibile.

    — Ah.

    Pausa.

    — E questo significa che non faccio più parte della musica?

    Sinistra non seppe rispondere.

    Il piccolo Do insistette:

    — Non ti sto chiedendo se puoi premere me.

    — E allora?

    — Ti sto chiedendo se devo smettere di esistere soltanto perché tu non sai ancora come arrivare fin qui.

    La domanda rimase sospesa.

    Sinistra guardò la linea nera.

    Per la prima volta non vide un confine.

    Vide una frase scritta da qualcun altro sulla propria vita.

    La notte successiva la oltrepassò.

    Non arrivò lontano.

    Dopo pochi tasti era già stanca.

    Il Cartografo la trovò.

    — Visto?

    Sinistra respirava a fatica.

    — Visto cosa?

    — Che avevo ragione.

    — Sono arrivata oltre la linea.

    — E siete esausta.

    — Sono due cose diverse.

    Il Cartografo scosse il compasso.

    — Una mano deve conoscere i propri limiti.

    Sinistra lo guardò.

    — Forse.

    Poi aggiunse:

    — Ma vorrei conoscerli io.

    Da quel giorno cominciò l’esplorazione.

    Il primo a offrirsi di aiutarla fu Vecchio Pedale, che viveva sotto la città e soffriva da anni per il fatto che nessuno lo invitasse mai nelle fotografie.

    — Tutti parlano dei tasti — borbottava. — Sempre i tasti. “Che bella tastiera.” “Che tocco meraviglioso.” “Che mani eleganti.” Poi arriva il momento di tenere in piedi mezza armonia e improvvisamente qualcuno si ricorda che esisto.

    Sinistra suonò un basso.

    — Adesso devo andare lassù.

    — Vai.

    — Ma perderò questa nota.

    — Non necessariamente.

    Paul abbassò il pedale.

    Sinistra lasciò il basso e corse verso il centro della tastiera.

    La nota continuò a vibrare.

    Si fermò.

    — È ancora qui.

    — Naturalmente.

    — Ma io me ne sono andata.

    Vecchio Pedale sbuffò.

    — Bambina, trattenere ciò che non può restare fisicamente nello stesso luogo è praticamente il mio mestiere.

    Sinistra ascoltò quel basso lontano.

    Per un istante pensò a Destra.

    — Quindi qualcosa può continuare anche quando non è più dove lo avevamo lasciato?

    Vecchio Pedale la guardò.

    Per una volta non scherzò.

    — Qualche volta.

    Il secondo passaggio fu il Ponte degli Arpeggi.

    Sinistra scoprì che non era necessario possedere tutte le note di un accordo nello stesso istante.

    Poteva raggiungerle in successione.

    Velocemente.

    Una dopo l’altra.

    E l’orecchio avrebbe tenuto insieme il percorso.

    Il Cartografo arrivò indignato.

    — Non vale.

    — Perché?

    — Non siete stata in tutti quei punti contemporaneamente.

    Il Pianoforte intervenne:

    — Nemmeno un ricordo si trova ancora nel luogo da cui proviene, eppure riesce tranquillamente a riempire una stanza.

    Il Cartografo richiuse il compasso.

    Non amava discutere con i pianoforti anziani.

    Avevano troppi esempi.

    Sinistra imparò altro.

    Il pollice poteva far emergere una melodia mentre le altre dita costruivano un accompagnamento.

    Il pedale poteva legare zone lontane.

    Una rapida successione poteva creare all’orecchio l’impressione di più piani contemporanei.

    I grandi salti permettevano di attraversare registri che cinque dita non avrebbero mai potuto occupare nello stesso momento.

    Il Pianoforte scoprì che la tecnica non serviva a fingere che il limite non esistesse.

    Serviva a inventare una relazione nuova con esso.

    Sinistra, però, commise un errore.

    Un errore inevitabile.

    Cominciò a credere che, se si fosse allenata abbastanza, avrebbe potuto riaprire ogni porta esattamente come prima.

    Voleva dimostrare che nulla era cambiato.

    Correva.

    Saltava.

    Forzava.

    Provava passaggi impossibili finché le dita le facevano male.

    Una sera tentò ancora una volta di raggiungere in un solo gesto ciò che un tempo Destra e Sinistra prendevano insieme.

    Fallì.

    Riprovò.

    Fallì.

    Ancora.

    Il suono si spezzò.

    Sinistra crollò sulla tastiera.

    Il Cartografo comparve.

    Non sorrise.

    Le porse la vecchia mappa.

    — Torniamo indietro.

    Sinistra aveva gli occhi pieni di lacrime.

    — Forse avevate ragione.

    Lui indicò la linea.

    — È più sicuro.

    Sinistra prese la mappa.

    La guardò.

    Sopra il territorio chiuso c’era scritto:

    IMPOSSIBILE.

    Prese una matita.

    Cancellò la parola.

    Il Cartografo aggrottò la fronte.

    Al suo posto Sinistra scrisse:

    DA ATTRAVERSARE DIVERSAMENTE

    — È impreciso — disse il Cartografo.

    — Sì.

    — Non stabilisce dove riuscirete ad arrivare.

    — Esatto.

    — Potreste fallire.

    Sinistra annuì.

    — Anche questo è esatto.

    Il Cartografo rimase turbato.

    Le mappe, secondo lui, avrebbero dovuto eliminare sorprese.

    Quella invece sembrava fatta apposta per conservarle.

    Passarono gli anni.

    Paul Wittgenstein tornò a esibirsi.

    Studiò il repertorio esistente per la mano sinistra e sviluppò una tecnica straordinariamente sofisticata.

    Sinistra divenne capace di cose che un tempo non aveva mai avuto necessità di imparare.

    Ma non diventò Destra.

    E questo fu il punto.

    Per molto tempo aveva creduto che guarire significasse riuscire a sostituirla.

    Poi comprese che quella non sarebbe stata guarigione.

    Sarebbe stata cancellazione.

    Destra aveva avuto una voce.

    Una storia.

    Un posto.

    Non doveva essere sostituita perché la vita potesse continuare.

    Poi arrivò Maurice Ravel.

    Entrò nella città con una partitura sotto il braccio e un’eleganza talmente precisa che persino il Cartografo lo trovò rassicurante.

    — Finalmente — disse — qualcuno metodico.

    Ravel lo guardò.

    — Chi siete?

    — Il Cartografo.

    — Di cosa?

    — Delle possibilità.

    Ravel alzò un sopracciglio.

    — Professione ambiziosa.

    Il Cartografo gli mostrò la vecchia mappa.

    — Il pianista possiede una sola mano.

    — Ne sono informato.

    — Cinque dita.

    — Anche di questo.

    — Suggerirei dunque una musica proporzionata.

    Ravel guardò gli ottantotto tasti.

    — Il pianoforte ne possiede ancora ottantotto.

    Il Cartografo irrigidì il compasso.

    — Non può utilizzarli contemporaneamente.

    — Nemmeno con due mani.

    Il Pianoforte provò immediatamente simpatia per il francese.

    Ravel studiò a fondo le possibilità della scrittura pianistica per la sola mano sinistra.

    Conosceva il repertorio precedente.

    Sapeva che il problema non consisteva semplicemente nel distribuire meno note.

    La sfida era creare l’impressione di una ricchezza polifonica e armonica nella quale l’ascoltatore potesse dimenticare la limitazione fisica che la produceva.

    Quando Sinistra vide le prime pagine del Concerto, fu felice.

    Poi le lesse.

    La felicità durò pochissimo.

    — Monsieur Ravel.

    — Sì?

    — Qui avete scritto il basso.

    — Sì.

    — Poi la melodia.

    — Certamente.

    — Poi accordi.

    — Sarebbe triste evitarli.

    Sinistra voltò pagina.

    — QUI AVETE SCRITTO TUTTO INSIEME!

    Ravel annuì.

    — Mi fa piacere che la partitura sia leggibile.

    — Con quale mano dovrei suonare?

    — Con la vostra.

    — È UNA!

    — È un dato che tende a ripetersi in questa casa.

    Sinistra gli puntò contro cinque dita indignate.

    — State cercando di farmi sembrare due mani.

    Ravel diventò serio.

    — No.

    Silenzio.

    — Se avessi desiderato due mani, avrei scritto per due mani.

    Indicò la tastiera.

    — Voglio sapere quanta musica può contenere questa.

    Sinistra non dimenticò quelle parole.

    Ma non significò che andarono sempre d’accordo.

    Al contrario.

    Paul Wittgenstein e Ravel ebbero divergenze reali sull’interpretazione e sulle modifiche apportate alla parte solistica.

    Nella nostra città ciò significava discussioni memorabili.

    — Questo passaggio non funziona.

    — Deve funzionare.

    — Sono io a doverlo suonare.

    — E io l’ho scritto.

    — Ho cinque dita!

    Ravel chiuse gli occhi.

    — Questo dettaglio sta diventando ossessivo.

    — Dovete semplificare.

    Ravel lo guardò.

    — Perché?

    — Perché è difficile.

    — È un Concerto.

    — È scritto per qualcuno che ha perduto una mano!

    Ravel smise di scherzare.

    Guardò Paul.

    Poi Sinistra.

    — La vostra perdita ha già ristretto abbastanza la vostra vita. Non vedo perché dovrebbe restringere anche la musica che vi affido.

    Il Cartografo smise di prendere appunti.

    Sinistra pure.

    Nessuno aveva mai parlato così.

    Non pietà.

    Non consolazione.

    Non una musica più piccola per una vita ferita.

    Una musica enorme.

    Forse persino troppo.

    Proprio per questo degna di essere tentata.

    Ma prima del concerto rimaneva una porta.

    Sinistra la evitava da anni.

    Si trovava vicino al centro della città.

    Non era realmente diversa dalle altre.

    Eppure per lei lo era.

    Era la porta davanti alla quale Destra e Sinistra si incontravano spesso quando Paul era giovane.

    Sinistra l’aveva chiamata, semplicemente:

    la porta di Destra.

    Una notte vi arrivò.

    Appoggiò le dita.

    — Sono tornata.

    Nessuna risposta.

    Provò ad aprirla.

    La porta rimase chiusa.

    — Ho attraversato quasi tutta la città.

    Silenzio.

    — Ho imparato strade nuove.

    Silenzio.

    — Posso raggiungere luoghi che credevo perduti.

    La porta non si mosse.

    Sinistra cominciò a piangere.

    — Perché tu no?

    Il Pianoforte era dietro di lei.

    — Perché alcune porte non si riaprono.

    Sinistra si voltò.

    — Allora ho fallito.

    — Perché?

    — Perché manca ancora.

    Il Pianoforte guardò la porta.

    Poi guardò le altre ottantasette.

    Alcune illuminate.

    Alcune buie.

    Alcune consumate dal passaggio.

    — Una città può continuare a vivere anche intorno a una casa vuota.

    Sinistra chiuse gli occhi.

    — Ma rimane vuota.

    — Sì.

    Era la cosa più difficile da accettare.

    E anche la più vera.

    Nessuna tecnica avrebbe riportato Destra.

    Nessun Concerto.

    Nessun applauso.

    Nessuna morale ben scritta.

    Quella porta sarebbe rimasta chiusa.

    Sinistra vi appoggiò davanti una piccola lampada.

    Non per fingere che qualcuno fosse dentro.

    Per ricordare che qualcuno c’era stato.

    Poi andò via.

    Il 5 gennaio 1932, a Vienna, Paul Wittgenstein si sedette davanti al pianoforte per la prima esecuzione del Concerto per la mano sinistra di Maurice Ravel.

    L’orchestra attendeva.

    Il Cartografo sedeva in platea.

    Aveva portato la mappa.

    Non poteva farne a meno.

    Il Concerto cominciò dal fondo.

    Controfagotto.

    Contrabbassi.

    Un suono scuro, quasi sotterraneo.

    Come se la musica non volesse fingere di cominciare in un luogo luminoso.

    L’orchestra cresceva lentamente.

    Poi arrivò il pianoforte.

    Sinistra entrò.

    Non chiedeva scusa.

    Un basso.

    Il pedale lo trattenne.

    La mano corse altrove.

    Accordi.

    Una melodia.

    Un arpeggio trasformò la successione in una grande superficie sonora.

    Il pollice fece emergere una voce interna mentre le altre dita costruivano intorno l’armonia.

    Il Cartografo aprì il compasso.

    Segnò il punto in cui si trovava la mano.

    Poi cercò di segnare il punto in cui si trovava il suono.

    Non coincidevano.

    Corrugò la fronte.

    Sinistra saltò.

    Una risonanza rimase indietro.

    Un’altra voce comparve più avanti.

    Il Cartografo prese un righello.

    Poi un altro.

    Poi una squadra.

    Il signore seduto accanto a lui cominciò a preoccuparsi.

    — State costruendo qualcosa?

    — Sto misurando.

    — Cosa?

    Il Cartografo non rispose.

    Arrivò la grande cadenza.

    L’orchestra tacque.

    Paul rimase solo.

    Una mano davanti a un’intera città.

    Per un istante Sinistra ebbe paura.

    Non di sbagliare.

    Di nuovo, per un attimo, vide tutto attraverso la vecchia mappa.

    Cinque.

    Metà.

    Mancante.

    Poi guardò la tastiera.

    Ottantotto porte.

    Una di quelle porte sarebbe rimasta chiusa per sempre.

    Le altre no.

    Cominciò.

    Il basso risuonò.

    La mano salì.

    Gli arpeggi riempirono lo spazio.

    Una melodia emerse.

    Poi un’altra sembrò nascere dalla risonanza della prima.

    L’orecchio costruiva simultaneità dove l’occhio vedeva successione.

    Il Cartografo guardò freneticamente la mappa.

    — Non può essere.

    Il Pianoforte lo sentì.

    — Cosa?

    — La mano è qui.

    — Sì.

    — Ma la musica sembra essere anche là.

    — Sì.

    — E laggiù.

    — Pare di sì.

    Il Cartografo aprì ancora il compasso.

    Non bastava.

    La città non era diventata più piccola.

    Era cambiato il modo di attraversarla.

    Finalmente l’uomo accanto gli domandò:

    — Avete trovato quello che cercavate?

    Il Cartografo rimase immobile.

    Guardava cinque dita.

    Ottantotto tasti.

    Una sala piena di suono.

    — No.

    — Cosa non trovate?

    Abbassò lentamente il compasso.

    — Il confine.

    L’ultima nota arrivò.

    Poi il silenzio.

    Poi gli applausi.

    Sinistra restò appoggiata sulla tastiera.

    Il Pianoforte le domandò:

    — Adesso ti senti intera?

    Sinistra rimase sorpresa.

    — No.

    — No?

    Guardò la porta di Destra nella città che soltanto loro potevano vedere.

    La piccola lampada era ancora accesa.

    — Mi manca.

    — Ancora?

    — Sempre.

    Il Pianoforte abbassò la voce.

    — Allora tutto questo non è servito?

    Sinistra sorrise.

    — È servito a capire che ciò che manca non deve per forza diventare tutto ciò che resta.

    Il Pianoforte sentì qualcosa vibrare nelle corde senza che nessuno avesse premuto un tasto.

    Il Cartografo arrivò dopo il concerto.

    Aveva arrotolato la vecchia mappa.

    — Devo rifarla.

    — Perché?

    — È sbagliata.

    Sinistra lo guardò.

    — No.

    Lui sembrò confuso.

    — Ho tracciato un confine che non esiste.

    — Il limite esisteva.

    — E allora?

    Sinistra gli prese la matita.

    — Avete sbagliato il nome.

    Aprì la mappa.

    Cancellò:

    TERRITORIO IMPOSSIBILE

    E scrisse:

    TERRITORIO NON ANCORA CONOSCIUTO

    Il Cartografo studiò le parole.

    — È molto meno preciso.

    — Lo so.

    — Potrebbe cambiare.

    — Anche questo.

    — Potreste scoprire che qualche strada rimane davvero chiusa.

    Sinistra guardò la porta di Destra.

    — Succede.

    Il Cartografo seguì il suo sguardo.

    — E quella come devo segnarla?

    Sinistra rimase in silenzio.

    Poi rispose:

    — Non chiamatela vuota. Scrivete che fa parte della storia.

    Il Cartografo prese la matita.

    Scrisse.

    Quella sera, prima di andare via, piegò il compasso.

    Per la prima volta nella sua vita lasciò sulla mappa uno spazio che non aveva ancora deciso come misurare.

    Molti anni più tardi un bambino si sedette davanti a un vecchio pianoforte viennese.

    Appoggiò le mani sui tasti.

    Il Pianoforte sentì tornare la vecchia abitudine.

    — Uno, due, tre…

    Si fermò.

    Il bambino sollevò le mani.

    Naturalmente non aveva sentito nulla.

    — C’è qualcosa che non va?

    Il Pianoforte guardò quelle dita.

    Ricordò Destra.

    Ricordò Sinistra.

    La guerra.

    La linea nera.

    Vecchio Pedale.

    Il piccolo Do rimasto acceso oltre il confine.

    Il Cartografo.

    Ravel.

    La cadenza.

    La porta che non si sarebbe riaperta.

    E comprese finalmente ciò che aveva impiegato una vita a imparare.

    Contare serve a sapere quanto abbiamo.

    Non può dirci quanto spazio potremo imparare ad abitare.

    Così non contò più.

    Guardò il bambino.

    E gli fece la sola domanda che ormai gli sembrava importante:

    — Che cosa hai da dire?

    Il bambino abbassò le mani.

    Nella città si aprì la prima porta.

    Poi la seconda.

    Poi un’altra ancora.

    E la musica ricominciò.


    Ci sono momenti in cui la vita ridisegna la nostra mappa senza chiederci il permesso. Alcune strade scompaiono davvero. Alcune porte restano chiuse. E ricominciare non significa fingere che non sia successo, né convincersi che con abbastanza volontà ogni limite possa essere cancellato. Ma c’è una differenza enorme tra conoscere un limite e permettergli di diventare il confine di tutto ciò che siamo. La tecnica, l’intelligenza, l’arte e perfino l’amore non sempre restituiscono ciò che abbiamo perduto. A volte fanno qualcosa di più umile e più prezioso: ci insegnano modi nuovi di abitare ciò che è rimasto. Perché una perdita può cambiare la nostra mappa. Non deve necessariamente diventare il confine del mondo.


    BOX STORICO

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  • Il risveglio del Gigante

    Un libro chiuso da troppo tempo. Un ragazzo deciso ad aprirlo. E una musica pronta a tornare nel mondo.

    di Marialuisa Veneziano

    ***********

    🎧 MUSICA PER LA LETTURA
    Per accompagnare Il risveglio del Gigante, si consiglia l’ascolto del coro iniziale “Kommt, ihr Töchter, helft mir klagen” dalla Passione secondo Matteo, BWV 244 di Johann Sebastian Bach, nell’esecuzione della Netherlands Bach Society diretta da Jos van Veldhoven. È proprio la musica al centro della nostra favola: quella grande Passione che, nel 1829, Mendelssohn contribuì a riportare con forza davanti al pubblico.
    Due cori, orchestra e corale si intrecciano in una costruzione monumentale che sembra avanzare lentamente da un tempo lontano verso di noi. Non è soltanto l’inizio di una Passione: per la nostra storia è la voce stessa del Gigante che riapre gli occhi, abbandona la polvere dello scaffale e torna a respirare attraverso altre mani, altre voci, un altro tempo. Clicca sulla freccia del logo “cuffie”, premi play e comincia a leggere.

    A Berlino, in una grande sala dove gli uomini parlavano sottovoce per rispetto della musica e gli spartiti parlavano a voce alta non appena gli uomini se ne andavano, esisteva uno scaffale che nessuno guardava mai.

    Era alto, scuro e leggermente storto.

    Sull’ultimo ripiano, schiacciato fra un volume di mottetti e una raccolta di corali che sosteneva di avere conosciuto personalmente almeno tre principi, riposava un libro enorme.

    Aveva la copertina consumata, gli angoli piegati e tante pagine che il piccolo Minuetto, il più vanitoso fra gli spartiti della sala, lo considerava quasi un difetto di fabbricazione.

    — Quante pagine hai? — gli domandò una notte.

    — Molte.

    — Questo lo vedo. Ma quante?

    — Abbastanza.

    Minuetto sospirò.

    — È per questo che non ti suonano. Oggi bisogna essere brevi.

    Il grande libro non rispose.

    Sul dorso portava un nome che la polvere aveva quasi nascosto:

    Johann Sebastian Bach.

    E sotto, in lettere ormai un poco scolorite:

    Passione secondo Matteo.

    Gli altri spartiti lo chiamavano semplicemente il Gigante.

    Non perché facesse paura.

    Perché occupava moltissimo spazio e parlava pochissimo, due caratteristiche che, secondo Minuetto, negli ambienti musicali erano spesso sufficienti per essere considerati importanti.

    Ogni notte, quando nella sala si spegnevano le luci, gli spartiti cominciavano le loro conversazioni.

    Ottavia la Croma correva da un leggio all’altro portando notizie che nessuno le aveva chiesto.

    — Domani provano Mozart! Ho sentito tutto! Orchestra completa! Due oboi! Due corni! Pubblico! E forse perfino biscotti nell’intervallo!

    — I biscotti non riguardano la musica — borbottava Herr Fagotto.

    Herr Fagotto era un vecchio strumento che viveva appoggiato nell’angolo e considerava tutto ciò che era accaduto dopo la propria giovinezza un progressivo deterioramento della civiltà.

    — Ai miei tempi… — diceva spesso.

    Nessuno aveva mai capito esattamente quali fossero i suoi tempi.

    Cambiavano a seconda dell’argomento.

    Madame Ragnatela, invece, viveva sopra il Gigante.

    Era una piccola ragna convinta di essere stata nominata Custode Generale dell’Archivio, benché nessuno ricordasse da chi.

    — Il Gigante è perfettamente conservato — dichiarava.

    — Mi stai ricoprendo di ragnatele — osservava lui.

    — Conservazione preventiva.

    — Non riesco quasi più a vedere.

    — La luce rovina la carta.

    E così passavano gli anni.

    Gli spartiti arrivavano.

    Venivano aperti.

    Suonati.

    Richiusi.

    Altri diventavano di moda.

    Altri smettevano di esserlo.

    Il Gigante rimaneva lì.

    Ma ciò che nessuno sapeva era che non era stato dimenticato del tutto.

    Era lui che aveva imparato a nascondersi.

    Molto tempo prima aveva conosciuto mani che lo sfogliavano, musicisti che si chinavano sulle sue pagine, voci che trasformavano quei piccoli segni neri in qualcosa capace di riempire una chiesa.

    Ricordava un uomo.

    Non il suo volto con precisione.

    Piuttosto le mani.

    Mani stanche, forti, veloci.

    Mani che avevano scritto.

    Corretto.

    Cancellato.

    Ricomposto.

    Quelle mani non c’erano più.

    Nemmeno quelle voci.

    E il Gigante aveva scoperto una delle cose più difficili da comprendere:

    il tempo porta via anche ciò che credevamo dovesse restare.

    Perciò aveva preso una decisione.

    Non avrebbe più cantato.

    Se fosse rimasto chiuso, nulla sarebbe cambiato.

    Nessuna nuova voce avrebbe preso il posto delle antiche.

    Nessuno avrebbe potuto suonarlo diversamente.

    Il passato sarebbe rimasto al sicuro.

    O almeno così credeva.

    Ogni pomeriggio, però, arrivava nella sala una bambina.

    Si chiamava Lotte.

    Aveva nove anni, due trecce che non rimanevano mai della stessa lunghezza e una curiosità considerata eccessiva da tutti gli adulti tranne suo padre, che lavorava nella sala e aveva ormai rinunciato a impedirle di fare domande.

    Lotte non sapeva leggere una partitura.

    Quindi, a differenza degli adulti, non aveva paura degli spartiti importanti.

    Un giorno si sedette per terra davanti allo scaffale.

    Guardò il Gigante.

    — Tu devi essere molto triste.

    Il libro ebbe un sussulto.

    Naturalmente Lotte non poteva sentirlo parlare.

    O forse sì.

    Nelle favole questa distinzione non è mai stata particolarmente utile.

    — Perché? — domandò il Gigante.

    — Perché nessuno ti apre.

    — Forse non voglio essere aperto.

    Lotte ci pensò.

    — Questo è ancora più triste.

    Il Gigante si offese.

    — Io appartengo a un altro tempo.

    — Anche mio nonno apparteneva a un altro tempo.

    Il libro tacque.

    — Dov’è?

    Lotte abbassò gli occhi.

    — Non c’è più.

    Per qualche momento nessuno disse nulla.

    Persino Ottavia la Croma, che era passata per annunciare una faccenda urgentissima riguardante una forcella dinamica, decise di rimandare.

    Poi Lotte sorrise.

    — Però alcune cose che diceva le dico anch’io.

    Il Gigante non capì.

    Lotte si alzò e corse da suo padre.

    Ma quella frase rimase fra le pagine.

    Qualche tempo dopo arrivò nella sala un giovane.

    Aveva vent’anni, capelli che sembravano aver discusso con il pettine e perso ogni interesse nella riconciliazione, e una curiosità almeno pari a quella di Lotte.

    Si chiamava Felix Mendelssohn.

    Minuetto lo osservò.

    — Troppo giovane.

    Herr Fagotto:

    — Ai miei tempi a vent’anni si aveva già la decenza di sembrare stanchi.

    Felix cominciò a esaminare gli spartiti.

    Ne aprì uno.

    Poi un altro.

    Poi arrivò allo scaffale del Gigante.

    Madame Ragnatela scese immediatamente.

    — Vietato.

    Felix, naturalmente, non la sentì.

    Allungò la mano.

    Il Gigante si irrigidì.

    La copertina si aprì.

    Una nube di polvere investì Felix.

    Ottavia starnutì per sette battute consecutive.

    Felix cominciò a leggere.

    Prima lentamente.

    Poi sempre più attentamente.

    Il Gigante sentì qualcosa che non provava da anni.

    Le note dentro di lui si muovevano.

    Una voce lontana sembrò svegliarsi.

    Poi un’altra.

    Poi un coro.

    Il vecchio libro ebbe paura.

    Si richiuse di colpo.

    Felix fece un passo indietro.

    — Curioso.

    — Maleducato! — protestò il Gigante.

    — Interessante — disse Felix.

    — Ho detto maleducato!

    Ma Felix lo riaprì.

    Minuetto osservava la scena con crescente preoccupazione.

    — Questo giovane non conosce il rispetto per la musica antica.

    Herr Fagotto brontolò:

    — Finalmente.

    Quella notte Felix fece un sogno.

    Si trovava nella grande sala, ma gli scaffali erano diventati altissimi e i fogli volavano nell’aria come uccelli bianchi.

    In fondo c’era il Gigante.

    — Perché non vuoi essere suonato? — gli domandò Felix.

    — Perché nessuno può suonarmi come allora.

    Felix rimase in silenzio.

    — È vero — disse infine.

    Il Gigante non si aspettava quella risposta.

    — Allora lasciami qui.

    — No.

    — Perché?

    Felix si avvicinò.

    — Perché ricordare non significa rifare ieri.

    — E allora cosa significa?

    Felix guardò le sue pagine.

    — Permettere a ieri di arrivare fino a domani.

    Il Gigante tremò.

    — Ma se nuove voci canteranno le mie note, quelle antiche scompariranno.

    Felix indicò Lotte, che nel sogno era seduta in fondo alla sala.

    — Quando lei ripete una frase di suo nonno, cancella forse suo nonno?

    Il Gigante guardò la bambina.

    — No.

    — Allora forse una voce nuova non cancella quella vecchia.

    Felix sorrise.

    — Forse la porta più lontano.

    Il Gigante non rispose.

    Perché ci sono pensieri che, quando arrivano davvero in profondità, hanno bisogno di silenzio prima di trovare una risposta.

    Cominciarono le prove.

    E furono un disastro.

    Almeno secondo Herr Fagotto.

    — Troppo veloci.

    — Non abbiamo ancora cominciato — gli fecero notare.

    — Appunto. Una fretta insopportabile.

    Ottavia la Croma correva sui pentagrammi gridando:

    — Sveglia! Sveglia! Dopo quasi cent’anni non possiamo presentarci spettinate!

    Minuetto si offrì come consulente artistico.

    — Io accorcerei.

    — Cosa?

    — Tutto.

    — Perché?

    — Il pubblico moderno.

    — E cosa vuole il pubblico moderno?

    Minuetto si fermò.

    — Non ne ho idea. Ma tutti dicono che bisogna darglielo.

    Madame Ragnatela soffriva moltissimo.

    Ogni volta che qualcuno girava una pagina, una sua ragnatela veniva distrutta.

    — Barbarie! — gridava. — Anni di lavoro archivistico!

    Poco a poco, però, accadde qualcosa.

    Le note che da tanto tempo erano rimaste immobili cominciarono a ricordare che non erano nate per essere guardate.

    Una dopo l’altra diventavano suono.

    Il Gigante ascoltava.

    Erano voci diverse.

    Mani diverse.

    Un tempo diverso.

    All’inizio gli faceva male.

    Poi comprese una cosa strana.

    Quelle nuove voci non stavano prendendo il posto delle vecchie.

    Stavano facendo ciò che le vecchie avevano fatto prima di loro:

    ricevevano la musica.

    E poi la consegnavano.

    Arrivò l’11 marzo 1829.

    La sala della Sing-Akademie di Berlino era piena.

    Felix Mendelssohn salì sul podio.

    Il Gigante era aperto davanti a lui.

    Le pagine tremavano.

    — Posso ancora scappare — disse Minuetto, nascosto sotto una sedia.

    — Tu non fai neppure parte dell’opera — sibilò Ottavia.

    — Precisamente. Ho meno da perdere.

    Herr Fagotto prese posizione.

    — Se proprio dobbiamo assistere a un evento storico, spero almeno che finisca a un’ora ragionevole.

    Il Gigante non li ascoltava.

    Guardava il pubblico.

    Volti nuovi.

    Vestiti nuovi.

    Un altro secolo.

    — Non mi riconosceranno — sussurrò.

    Felix posò una mano sulla partitura.

    Per un istante il Gigante ebbe l’impressione che potesse sentirlo.

    — Mi stai riportando indietro? — domandò.

    Felix sollevò gli occhi.

    E nella lingua misteriosa che talvolta esiste fra un musicista e una pagina rispose:

    — No. Ti sto affidando al futuro.

    Alzò le braccia.

    Silenzio.

    Poi cominciò la musica.

    La prima frase attraversò la sala.

    Il Gigante riconobbe ogni nota.

    Ma nessuna voce.

    Per un istante sentì una fitta.

    Non sono loro.

    Poi una voce raccolse una frase.

    Un’altra la portò avanti.

    Gli strumenti la avvolsero.

    Il coro la sollevò.

    E qualcosa cominciò a passare da una persona all’altra.

    Non si vedeva.

    Eppure c’era.

    Come una piccola luce.

    Dal compositore alle pagine.

    Dalle pagine ai musicisti.

    Dai musicisti al pubblico.

    Dal passato al presente.

    Il Gigante comprese finalmente ciò che aveva sbagliato per tanti anni.

    Aveva creduto che vivere significasse restare uguale.

    Invece vivere significava continuare a essere ricevuto.

    Bach non tornò nella sala.

    Le vecchie voci non ricomparvero.

    Nessuna mano morta tornò a sfogliare le pagine.

    E proprio per questo il miracolo era più grande.

    Il passato non era ritornato.

    Aveva trovato una strada per andare avanti.

    Sotto la sedia, Minuetto era diventato stranamente silenzioso.

    Ottavia lo guardò.

    — Che c’è?

    — Non è affatto moderno.

    — È un problema?

    Minuetto ascoltò ancora un poco.

    — No.

    Poi, quasi controvoglia:

    — Credo che sia il contrario.

    Herr Fagotto si asciugò un occhio.

    — State piangendo?

    — Condensa.

    — In marzo?

    — Condensa storica.

    Quando l’ultima nota si spense, per qualche secondo nessuno si mosse.

    Il Gigante aspettò.

    Poi arrivarono gli applausi.

    Forti.

    Lunghi.

    Il vecchio libro sentì qualcosa di simile alla felicità.

    — Sono tornato — disse.

    Madame Ragnatela, per una volta, non rispose.

    Perché il momento più importante non era ancora arrivato.

    Fuori dalla sala, Lotte camminava accanto a suo padre.

    Aveva ascoltato tutto.

    Non aveva capito tutte le parole.

    Non conosceva la storia di quello spartito.

    Non sapeva nemmeno spiegare perché quella musica l’avesse colpita.

    Ma mentre percorreva la strada cominciò, senza accorgersene, a canticchiare una piccola frase.

    Il Gigante la sentì dalla finestra.

    — La mia musica!

    Lotte continuava ad allontanarsi.

    — Sta portando via la mia musica!

    Madame Ragnatela scese lentamente sulla copertina.

    — No.

    — Come no? La senti?

    — Certamente.

    — Allora cosa sta facendo?

    La ragna guardò la bambina scomparire all’angolo della strada.

    — La sta portando avanti.

    E allora il Gigante ricordò.

    Una bambina seduta per terra.

    Due trecce disuguali.

    Una frase pronunciata quasi per caso:

    Alcune cose che diceva mio nonno le dico anch’io.

    Finalmente comprese.

    Le persone non sconfiggono il tempo impedendo alle cose di cambiare.

    Lo attraversano lasciando qualcosa nelle mani, nelle parole, nei gesti e nella memoria di chi viene dopo.

    Quella notte il Gigante tornò sullo scaffale.

    Minuetto gli si avvicinò.

    — Allora?

    — Allora cosa?

    — Sei tornato giovane?

    — No.

    — Sei diventato moderno?

    — No.

    — Famoso?

    Il Gigante rifletté.

    — Forse.

    Minuetto sembrò soddisfatto.

    — Lo sapevo.

    — Ma non importa.

    Minuetto rimase profondamente turbato da un’affermazione tanto poco mondana.

    — E allora che cosa importa?

    Il Gigante guardò le proprie pagine.

    — Che domani qualcuno possa aprirmi di nuovo.

    Madame Ragnatela cominciò istintivamente a tessere un filo sulla copertina.

    Il Gigante lo scostò con dolcezza.

    — Questa volta no.

    — Come sarebbe?

    — Lasciami aperto.

    — Ma la polvere!

    — Entrerà.

    — La luce!

    — Entrerà anche quella.

    — Le dita!

    — Gireranno le pagine.

    Madame Ragnatela era scandalizzata.

    — Ti rovinerai.

    Il Gigante sorrise.

    — Forse. Ma almeno vivrò.

    E quella notte rimase leggermente aperto sullo scaffale.

    Non aspettava più qualcuno capace di riportarlo nel passato.

    Aspettava qualcuno disposto a portarlo ancora un poco verso il futuro.

    E, da qualche parte nelle strade di Berlino, una bambina continuava a cantare.

    Ricordare non significa trattenere il passato perché rimanga immobile. Significa consegnare ciò che abbiamo ricevuto a qualcuno che verrà dopo di noi. Le cose veramente vive cambiano voce, cambiano mani, attraversano altri tempi; ed è proprio così che non finiscono con chi le ha create.


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