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  • Dodici rintocchi prima dell’alba

    Dodici rintocchi prima dell’alba

    Una storia su ciò che finisce, su ciò che resta e su ciò che continua a risuonare.

    di Marialuisa Veneziano

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    🎧 MUSICA PER LA LETTURA – I (Clicca sulla freccia nera per far comparire l’ascolto)
    Per accompagnare la lettura di Dodici rintocchi prima dell’alba, si consiglia un percorso musicale che non fa da semplice sottofondo, ma segue il respiro emotivo della novella.
    Si comincia con Camille Saint-Saëns, Danse macabre, op. 40
    Questa musica non accompagna soltanto la lettura:
    apre una soglia.
    Prima la notte danza.
    Poi il dolore prende voce.
    E infine resta quella risonanza misteriosa che la morte non riesce a spegnere del tutto.
    Ascoltatela leggendo.
    E quando arriverà l’alba, forse capirete che non tutto ciò che scompare smette davvero di risuonare.

    Ci sono persone che se ne vanno dalla nostra vita con una tale discrezione che, per qualche tempo, continuiamo a lasciare loro un posto.

    Non necessariamente a tavola, ché le abitudini domestiche, a differenza del cuore, hanno un’invidiabile disposizione alla praticità e imparano abbastanza presto a contare i piatti. È altrove che quel posto rimane: in una frase che ci viene da raccontare proprio a loro; nel riflesso improvviso di un volto che non è il loro; in una strada dove il passo rallenta senza che glielo abbiamo comandato; in un oggetto che non avremmo nessuna ragione di conservare e che tuttavia sopravvive a traslochi, pulizie, arrabbiature e buoni propositi.

    Qualche volta resta nella musica.

    Una certa successione di note, un accordo, il modo in cui un violino entra dopo un silenzio: ed ecco che una persona la quale non è nella stanza vi ritorna con una precisione che nessuna fotografia avrebbe saputo ottenere.

    Gli uomini chiamano tutto questo ricordo.

    È una parola comoda.

    E soprattutto ordinata.

    Mette i vivi da una parte, ciò che non c’è più dall’altra; sistema il passato in uno scaffale decoroso e lascia al presente la libertà di occuparsi delle proprie faccende.

    Ma il cuore, bisogna pur dirlo, non ha mai mostrato una particolare inclinazione per gli archivi.

    Tiene ciò che vuole.

    Perde ciò che dovrebbe conservare.

    Riapre stanze che credevamo murate.

    E vi sono notti nelle quali perfino il tempo, che di solito è un funzionario abbastanza scrupoloso, sembra distrarsi.

    La notte del trentuno ottobre fu una di quelle.

    Elena arrivò in teatro poco dopo le otto.

    Pioveva da ore, ma senza convinzione: una di quelle piogge autunnali sottili e ostinate che non fanno rumore e tuttavia, quando hanno finito, hanno impregnato ogni cosa.

    La piazza era lucida.

    I lampioni si sdoppiavano sulle pietre.

    Le facciate dei palazzi sembravano più scure del solito e le finestre accese, viste da fuori, avevano qualcosa di remoto, quasi fossero vite osservate da un altro tempo.

    Elena attraversò la strada stringendo la cartella contro il petto.

    Il teatro la accolse con il consueto disordine.

    C’era chi cercava una matita.

    Chi cercava la persona che cercava la matita.

    Un tecnico gridava che mancavano cinque minuti chiedendo contemporaneamente silenzio.

    Una porta si apriva.

    Un’altra si chiudeva.

    Un uomo con una cartellina attraversò tre volte il corridoio in direzioni opposte e con la stessa aria urgentissima, prova non trascurabile del fatto che molto dell’affaccendarsi umano consiste nel convincere se stessi di sapere dove si sta andando.

    Elena conosceva quell’agitazione.

    Le piaceva quasi.

    Prima di un concerto un teatro non è ancora il luogo dell’arte: è un organismo nervoso che tenta disperatamente di sembrare elegante prima che entrino gli spettatori.

    Sul palcoscenico, invece, tutto era fermo.

    Il pianoforte aspettava.

    Nero.

    Aperto.

    La superficie lucida raccoglieva le luci dall’alto e le restituiva deformate.

    Sul leggio c’era la partitura.

    Camille Saint-Saëns. Danse macabre.

    Più sotto, il nome di Liszt.

    Elena sorrise appena.

    Aveva sempre trovato divertente l’ambizione con cui Liszt trattava le orchestre: Saint-Saëns aveva disposto archi, legni, arpa, percussioni, violino solista e perfino un discreto numero di scheletri; Liszt, giunto più tardi, aveva deciso che tutto ciò sarebbe potuto entrare comodamente in un pianoforte.

    La modestia, del resto, non fu mai il difetto principale di certi geni.

    Elena appoggiò le dita sulla carta.

    Conosceva quella musica da anni.

    L’aveva studiata.

    Analizzata.

    Spiegata.

    Aveva mostrato ad altri studenti quei dodici colpi iniziali, l’ingresso del violino, la scordatura, il tritono, lo xilofono, il Dies irae, il canto del gallo.

    Ne conosceva l’ingegneria.

    Eppure vi sono composizioni che, anche quando sappiamo come sono fatte, continuano a sottrarsi.

    La Danse macabre era una di quelle.

    La leggenda era quasi infantile nella sua semplicità.

    A mezzanotte la Morte esce.

    Accorda il violino.

    I morti si alzano.

    Ballano.

    All’alba il gallo canta.

    Le tombe li riprendono.

    Tutto qui.

    Ma Saint-Saëns aveva compreso una cosa che forse appartiene più alla filosofia che alla musica: la morte diventa davvero inquietante non quando piange, ma quando ride.

    Non aveva scritto una marcia funebre.

    Aveva scritto una danza.

    Le ossa non gemevano.

    Crepitavano.

    I morti non supplicavano.

    Ballavano.

    La Morte stessa non arrivava con un passo grave e solenne, ma con un violino.

    Un violino, per giunta, volutamente alterato.

    La corda più acuta abbassata.

    Mi bemolle contro La.

    Un tritono.

    Quel suono sospeso, irrisolto, che sembra non sapere da che parte cadere.

    Elena pensò che fosse una delle intuizioni più belle di tutta la composizione.

    La Morte entrava nel mondo dei vivi con uno strumento che tutti conoscevano, ma non più accordato come dovrebbe.

    Quasi a dire: il mondo è lo stesso. È cambiato soltanto un intervallo. Eppure da quel momento nulla suona più nello stesso modo.

    Si accorse di aver indugiato.

    Alzò gli occhi.

    Le porte della sala erano aperte.

    Il pubblico entrava.

    Cappotti scuri.

    Ombrelli chiusi.

    Programmi piegati.

    Saluti.

    Persone che cercavano il proprio posto con quella serietà leggermente comica che gli esseri umani riservano ai numeri stampati su una poltrona.

    Elena osservò distrattamente le file.

    Prima.

    Seconda.

    Terza.

    Poi più indietro.

    E lo vide.

    Non pensò subito il suo nome.

    Prima venne il corpo.

    La mano che teneva la partitura si fermò.

    Il respiro si spezzò.

    Il cuore fece una cosa strana: accelerò e insieme sembrò mancare un colpo.

    Poi arrivò il nome.

    Lorenzo.

    Era seduto nell’ultima fila.

    Quasi al centro.

    Cappotto scuro.

    Le mani intrecciate davanti a sé.

    La guardava.

    Elena rimase immobile.

    Da quanto tempo non lo vedeva?

    La risposta esisteva.

    Avrebbe persino potuto contarla.

    Mesi.

    Giorni.

    Ore.

    Ma in quel momento il tempo misurato non aveva alcun significato.

    Quando una persona importante torna improvvisamente davanti ai nostri occhi, il passato non si presenta con un calendario.

    Arriva tutto insieme.

    Un gesto.

    Una voce.

    Una frase.

    Un’assenza.

    Una domanda rimasta sospesa.

    La rabbia.

    La tenerezza.

    E quella forma particolare di stupore che nasce soltanto quando rivediamo qualcuno che avevamo ormai imparato a incontrare soltanto nei pensieri.

    Lorenzo non sorrise.

    Neppure lei.

    Rimasero così per qualche secondo.

    Tra loro c’erano decine di poltrone, persone che parlavano, luci, un pianoforte, anni di cose dette e soprattutto di cose non dette.

    Eppure a Elena parve che non ci fosse nulla.

    Fece un passo verso il bordo del palco.

    — Maestro.

    Una voce alle sue spalle.

    Elena si voltò bruscamente.

    — Sì?

    — Cinque minuti.

    — Sì. Certo.

    Quando tornò a guardare verso il fondo, Lorenzo era ancora lì.

    Questa volta piegò appena il capo.

    Nulla di più.

    Un gesto così piccolo che chiunque altro non vi avrebbe visto nulla.

    Lei sì.

    Lo conosceva.

    Vai.

    Perché le persone che hanno abitato a lungo dentro di noi finiscono per lasciare un vocabolario che non ha parole.

    Un sopracciglio.

    Una mano.

    Il modo in cui inclinano il capo.

    Il respiro prima di una frase.

    Elena inspirò lentamente.

    Poi si sedette al pianoforte.

    Il brusio cessò.

    La sala si fece immobile.

    Lei non cominciò subito.

    Le piaceva parlare della musica prima di suonarla.

    Non per spiegarla.

    La musica non ha bisogno di un interprete che le faccia da avvocato.

    Ma perché talvolta basta indicare a qualcuno un dettaglio affinché, quando quel dettaglio arriverà, l’ascolto diventi improvvisamente cosciente.

    — Prima di cominciare — disse — vorrei chiedervi di ascoltare una cosa molto semplice.

    Sollevò lo sguardo.

    — L’inizio.

    Una pausa.

    — Saint-Saëns non ci mostra il cimitero. Non ci descrive la notte. Non ha bisogno di farlo. Gli bastano dodici colpi sulla stessa nota.

    Fece un gesto leggero verso la partitura.

    — Mezzanotte.

    Le sue parole attraversarono la sala.

    Elena guardò istintivamente verso il fondo.

    Lorenzo era lì.

    Immobilissimo.

    — Poi arriva la Morte.

    Qualcuno sorrise.

    — E qui Saint-Saëns fa una scelta meravigliosa. Non la affida allo strumento più grave dell’orchestra. Non la fa entrare con un suono oscuro, pesante. Le dà un violino.

    Un bambino in prima fila si mosse sulla sedia.

    — E ne modifica l’accordatura. La corda più acuta viene abbassata da Mi a Mi bemolle. In questo modo, contro il La, nasce un tritono.

    Elena lasciò passare un secondo.

    — Una sonorità inquieta. Instabile. Un intervallo che nei secoli si è guadagnato perfino un nome suggestivo: diabolus in musica.

    La bambina della prima fila spalancò gli occhi.

    Elena sorrise.

    — Poi sentirete le ossa. Nell’orchestra è lo xilofono a evocarle. Non con un suono terrificante: con un rumore secco, quasi giocoso.

    Guardò la partitura.

    — Più avanti compare il Dies irae. L’antico canto medievale del giorno del giudizio. Ma Saint-Saëns lo prende e lo trascina dentro la danza, quasi a deformarlo.

    Fece una pausa più lunga.

    Poi disse:

    — E infine arriva l’alba.

    Questa volta guardò direttamente Lorenzo.

    — L’oboe imita il canto del gallo. E quando il gallo canta, i morti devono tornare alle tombe.

    Lorenzo abbassò gli occhi.

    Elena sentì qualcosa.

    Non avrebbe saputo dire cosa.

    Una fitta piccola.

    Quasi un presagio.

    Lo ignorò.

    — La notte è finita.

    Posò le mani sulla tastiera.

    E cominciò.

    I dodici colpi caddero nella sala.

    Netti.

    Uguali.

    Uno.

    Due.

    Tre.

    Elena li conosceva tanto bene da non doverli più contare.

    Ma quella sera, mentre li suonava, ebbe la sensazione assurda che qualcun altro li stesse contando con lei.

    Quattro.

    Cinque.

    Sei.

    Ogni nota sembrava aprire una porta.

    Sette.

    Otto.

    Nove.

    Arrivata all’ultima, trattenne appena il respiro.

    Dodici.

    Poi il tritono.

    La.

    Mi bemolle.

    Due suoni.

    Nient’altro.

    Eppure l’intera sala cambiò.

    Elena aveva sempre amato quel momento.

    Saint-Saëns non aveva bisogno di dire: «Ecco la Morte».

    Gli bastava alterare la familiarità.

    La musica sembrava la stessa.

    Ma non lo era più.

    Le mani di Elena entrarono nella danza.

    Il pianoforte diventò orchestra.

    O almeno ci provò, come ogni trascrizione di Liszt costringe un pianista a fare con una certa mancanza di pietà.

    Le dita correvano.

    Gli accordi si sovrapponevano.

    Le linee si inseguivano.

    Lei cercava la leggerezza del violino, l’arpa, gli archi, il rumore asciutto delle ossa.

    Quando arrivò lo xilofono immaginario, pensò a quanto fosse geniale quell’effetto.

    Tac.

    Tac-tac.

    Tac.

    Non paura.

    Non dolore.

    Ossa che ballano.

    La morte privata della sua dignità tragica e costretta a diventare ritmo.

    Perché, in fondo, anche questa è una forma di uguaglianza.

    Davanti alla danza macabra non c’è nobile, povero, sapiente, sciocco, fortunato o infelice.

    Le ossa fanno lo stesso rumore.

    Il pubblico respirava insieme.

    Elena suonava.

    E sapeva dove fosse Lorenzo.

    Non lo guardava.

    Non ne aveva bisogno.

    L’ultima fila sembrava avere un peso.

    Un punto preciso della sala esercitava su di lei una presenza.

    Poi arrivò il Dies irae.

    Il tema emerse nel tessuto della musica.

    Antico.

    Riconoscibile.

    Ma deformato.

    Quasi ironizzato.

    E in quel momento accadde qualcosa che Elena non seppe spiegare.

    Dal pianoforte parve venirle incontro una nota che non aveva suonato.

    Non un errore.

    Non un rimbalzo acustico.

    Qualcosa di più lontano.

    Come se, sotto la musica, ce ne fosse un’altra.

    Un’eco.

    La sentì.

    E subito non la sentì più.

    Le dita continuarono.

    La danza si fece sempre più frenetica.

    Gli scheletri di Saint-Saëns giravano.

    Ridevano.

    Si inseguivano.

    Fino a quando, quasi all’improvviso, la notte cominciò a cedere.

    Nella versione orchestrale, l’oboe avrebbe cantato il gallo.

    Quella sera c’era soltanto il pianoforte.

    Eppure Elena lo udì.

    Non con l’orecchio.

    In qualche luogo più interno.

    Una voce semplice.

    Un richiamo.

    Qualcosa che diceva:

    basta.

    La danza si spezzò.

    L’ultima nota si spense.

    Per un istante nessuno applaudì.

    Elena amava sempre quel breve spazio.

    Quel secondo in cui la musica non c’è più e gli uomini non sono ancora tornati del tutto.

    Poi la sala esplose.

    Applausi.

    Lei si alzò.

    Salutò.

    Guardò l’ultima fila.

    Il posto era vuoto.

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    🎧 MUSICA PER LA LETTURA – II (Clicca sulla freccia nera per far comparire l’ascolto) Camille Saint-Saëns – Requiem, op. 54
    Da questo punto, lasciate che la danza ceda lentamente il posto a un’altra voce di Saint-Saëns.
    La notte continua, ma la musica cambia: ciò che prima apparteneva al mistero della Danse macabre diventa più intimo, grave, umano.
    Mentre Giuseppe e Marialuisa cominciano finalmente a parlare di ciò che il tempo aveva lasciato sospeso, il Requiem accompagna il racconto verso il suo significato più profondo.
    Non interrompete la lettura. Lasciate semplicemente cambiare la musica.

    ******

    Sentì una delusione così rapida che quasi la irritò.

    «Naturalmente», pensò.

    Era tipico.

    Comparire.

    Spostare qualcosa.

    E poi sottrarsi.

    Terminò i saluti.

    Parlò con qualcuno.

    Ricevette complimenti che dimenticò mentre ancora li ascoltava.

    Una signora le disse che lo xilofono era stato magnifico.

    Elena la ringraziò senza farle notare che non ce n’era stato nessuno.

    Gli esseri umani, quando hanno ascoltato con sincerità, meritano qualche volta di conservare anche ciò che hanno immaginato.

    Raccolse le cose.

    Uscì.

    Lorenzo era sotto il portico.

    Appoggiato a una colonna.

    La pioggia era cessata.

    Sulle pietre rimaneva una luce umida.

    Elena si fermò.

    Lui sorrise.

    — Sei venuto davvero.

    — Avevo detto che prima o poi ti avrei ascoltata.

    Lei corrugò la fronte.

    — Non ricordo che tu me l’abbia mai promesso.

    Lorenzo fece un piccolo gesto.

    — Allora devo averlo pensato molto forte.

    Quella risposta.

    Esattamente quella maniera di prendere una frase, spostarla appena e restituirla senza aver risposto.

    Elena sentì tornare qualcosa che conosceva bene.

    L’irritazione.

    E, cosa assai più imbarazzante da ammettere, le fece bene.

    Perché ci sono persone che ci sono mancate tanto che, quando riappaiono, perfino il difetto che un tempo ci esasperava acquista la tenerezza delle cose ritrovate.

    — Avresti potuto avvisarmi.

    — E perdermi la tua faccia quando mi hai visto?

    — Non era una bella faccia.

    — Era molto istruttiva.

    Lei cercò di trattenere il sorriso.

    Non ci riuscì.

    Rimasero qualche secondo senza parlare.

    Avevano molto da dirsi.

    E, come accade quasi sempre quando due persone hanno molto da dirsi, nessuno sapeva da dove cominciare.

    Lorenzo guardò la piazza.

    — Camminiamo?

    Elena avrebbe dovuto dire di no.

    Era tardi.

    Faceva freddo.

    Aveva appena suonato.

    Aveva fame.

    Aveva una vita normale da riprendere.

    E soprattutto aveva passato molto tempo a convincersi che, se mai Lorenzo fosse tornato, avrebbe saputo esattamente cosa fare.

    Disse:

    — Sì.

    Attraversarono la piazza.

    Le ultime persone uscivano dal teatro.

    Una signora spiegava a un’amica quanto avesse apprezzato «quel rumore dello xilofono».

    Elena rise.

    — Che c’è? — chiese Lorenzo.

    — Nulla.

    — Quando dici “nulla” c’è sempre qualcosa.

    — Quella signora sta lodando lo xilofono.

    Lorenzo guardò nella direzione indicata.

    — Magari ha un udito eccezionale.

    — O molta immaginazione.

    — Non sottovalutarla.

    — L’immaginazione?

    — Ha riempito più sale da concerto della musica.

    Elena lo guardò.

    — Questa è buona.

    — Puoi usarla.

    Camminarono.

    Lei lo osservava di lato.

    C’era qualcosa di diverso.

    Non nel viso, forse.

    O non soltanto.

    La luce dei lampioni gli cadeva addosso in un modo strano, ma la luce notturna è una grande falsificatrice ed Elena non si fidò.

    — Dove sei stato?

    Lorenzo guardò davanti a sé.

    — In giro.

    — Risposta straordinaria.

    — Ci ho lavorato.

    — Hai avuto tempo.

    — Parecchio.

    Elena si fermò.

    Lui fece ancora un passo.

    Poi si voltò.

    — Che c’è?

    — Non fare così.

    — Così come?

    — Come se fosse passato poco.

    Lorenzo abbassò gli occhi.

    — Non ho detto questo.

    — No. È peggio. Ti comporti come se non fosse successo niente.

    Silenzio.

    Elena sentì salire la rabbia.

    Non la rabbia violenta.

    Quella più antica.

    Più stanca.

    — Sei sparito.

    Lorenzo non disse nulla.

    — E sai qual è la parte peggiore?

    Lui la guardò.

    — No.

    — Che non c’è stato nemmeno un momento preciso in cui potessi dire: ecco, è finita.

    La voce le uscì più bassa.

    — Se qualcuno sbatte una porta, almeno hai una porta da odiare. Se ti dice “non voglio più vederti”, puoi odiare quelle parole. Puoi ricordarle. Puoi discuterci contro anche da sola, se proprio vuoi perdere tempo.

    Sorrise amaramente.

    — Ma quando qualcuno semplicemente… smette…

    Non riuscì a completare.

    Lorenzo lo fece.

    — Di esserci.

    Lei alzò gli occhi.

    — Sì.

    Fu una parola semplice.

    Eppure tra loro diventò qualcosa di enorme.

    Esserci.

    Un verbo così piccolo.

    Il mondo intero che può contenerci.

    Ripresero a camminare.

    Poco più avanti c’era un piccolo bar ancora aperto.

    Entrarono.

    Dietro il bancone, un uomo stava impilando bicchieri con l’espressione di chi considerava la clientela un abuso amministrativo.

    Elena si sedette.

    Lorenzo di fronte.

    — Due caffè — disse.

    Il barista annuì senza entusiasmo.

    Tornò poco dopo.

    Una sola tazzina.

    Elena lo richiamò.

    — Scusi. Ne avevo chiesti due.

    L’uomo la guardò.

    — Due?

    — Sì.

    Lorenzo intervenne.

    — Lascia stare.

    Elena si voltò verso di lui.

    — Cosa?

    — Non ne voglio.

    — Potevi dirlo prima.

    — Non avevo sete.

    Lei lo fissò.

    — Il caffè non si beve per sete.

    Lorenzo sorrise.

    — Questa è una delle cose che non ho mai capito dei vivi.

    Elena smise di sollevare la tazzina.

    — Dei vivi?

    Un secondo.

    Lui sorrise più apertamente.

    — Degli italiani.

    — Ah.

    Elena bevve.

    La frase le restò da qualche parte.

    Non abbastanza vicino alla coscienza da diventare un pensiero.

    Le cose che ci avvertono, del resto, hanno questo difetto: quasi sempre diventano chiare soltanto quando non servono più.

    Uscirono.

    La città era ormai quasi vuota.

    Dopo mezzanotte le strade perdono il loro mestiere.

    I negozi non vendono più nulla.

    I bar chiudono.

    Le finestre si spengono.

    Rimangono muri, pietre, campanili, angoli.

    Le ossa della città.

    Lorenzo infilò le mani nelle tasche.

    — Sai cosa mi ha sempre colpito della Danse macabre?

    Elena lo guardò.

    — Vediamo se superi l’interrogazione.

    — Mi sembra tardi per studiare.

    — Allora?

    — Che i morti abbiano una sola notte.

    — È la leggenda di partenza.

    — Non fare la musicologa.

    — È difficile.

    — Per una volta.

    Lei rise.

    — Va bene. Una notte per cosa?

    Lorenzo continuò a camminare.

    — Per tornare.

    — Non tornano davvero.

    — Lo so.

    — È simbolico. La danza macabra viene da una tradizione iconografica e letteraria in cui la morte…

    Lorenzo sospirò.

    — Lo stai facendo.

    — Cosa?

    — La musicologa.

    Elena sorrise.

    — Te l’avevo detto che era difficile.

    — Prova ancora.

    Lei fece un gesto.

    — Va bene. Dunque: i morti hanno una notte.

    — Sì.

    — E la cosa ti sembra bella?

    — Generosa.

    Elena si voltò.

    — Generosa?

    — Molto.

    — Una storia in cui degli scheletri escono dalle tombe?

    — Concede loro una notte.

    — Per fare cosa?

    Lorenzo rimase qualche secondo in silenzio.

    Poi disse:

    — Per ricordarsi di essere stati vivi.

    Elena non rispose.

    Sentì qualcosa stringerle il petto.

    Non dolore.

    Non ancora.

    Qualcosa di più sottile.

    Quasi una nota fuori armonia.

    In quel momento le campane cominciarono a battere.

    Lorenzo alzò immediatamente la testa.

    Uno.

    Due.

    Elena sorrise.

    — Davvero?

    Tre.

    — Stai contando?

    Quattro.

    Lorenzo non rispose.

    Cinque.

    Sei.

    — Lorenzo.

    Sette.

    Otto.

    Nove.

    Lui continuò.

    Dieci.

    Undici.

    Dodici.

    Silenzio.

    Lorenzo abbassò lentamente la mano.

    — Tutto in ordine.

    Elena lo fissò.

    — Avevi paura che arrivasse il tredicesimo?

    — Non paura.

    — E cosa?

    — Curiosità.

    — Sei diventato superstizioso?

    — No.

    Un mezzo sorriso.

    — Soltanto più attento a ciò che finisce.

    Elena lo guardò.

    Lui riprese a camminare.

    Lei lo seguì.

    Passarono davanti a un vecchio palazzo.

    Elena rallentò.

    Lorenzo se ne accorse.

    — Te lo ricordi?

    Lei lo guardò.

    — Tu sì?

    — Pioveva.

    — Pioveva spesso.

    — Avevi quell’ombrello.

    Elena rise.

    — Era un ottimo ombrello.

    — Ti cadeva acqua addosso.

    — Aveva una sua personalità.

    — Era rotto.

    — Era concettualmente un ombrello.

    Lorenzo rise.

    E quella risata arrivò a Elena con una violenza inaspettata.

    Perché era uguale.

    Non simile.

    Uguale.

    Un suono che il tempo non aveva modificato.

    Per un momento le parve che nulla fosse accaduto.

    Che bastasse quella risata a cancellare tutto.

    Lorenzo indicò il portone.

    — Qui ti arrabbiasti con me.

    — Avevo ragione.

    — Certamente no.

    — Su cosa litigavamo?

    Lui rimase zitto.

    Elena lo guardò trionfante.

    — Vedi?

    Lorenzo rise.

    — Non me lo ricordo.

    — E allora a cosa serve ricordare così bene?

    Lui la guardò.

    Il sorriso scomparve a poco a poco.

    — Quando non puoi più aggiungere niente a una storia, diventi molto bravo a ricordare quello che c’è già.

    Elena sentì la frase entrare.

    Lentamente.

    — Cosa significa?

    Lorenzo distolse lo sguardo.

    — Significa che avevi un ombrello terribile.

    — Lorenzo.

    Lui non rispose.

    E proprio allora, da una finestra aperta più avanti, venne della musica.

    Un’arpa.

    Poi il violino.

    Elena si fermò.

    — Non ci credo.

    La Danse macabre.

    La versione orchestrale.

    Lontana.

    Qualcuno, in una casa, la stava ascoltando.

    Lorenzo sollevò una mano verso di lei.

    — Balliamo.

    Elena lo guardò.

    — No.

    — Perché?

    — Perché siamo in mezzo alla strada.

    — Non vedo il problema.

    — Io sì.

    — È Halloween.

    — E dunque?

    — Saint-Saëns sta facendo ballare dei morti in un cimitero e tu temi il giudizio dei condomini.

    Elena scosse la testa.

    — Sei ridicolo.

    — Lo so.

    — E se passa qualcuno?

    — Penserà che siamo vivi.

    La frase passò.

    Elena non la trattenne.

    Guardò la mano.

    Poi Lorenzo.

    Gliela prese.

    Ballarono.

    Male.

    Il che salvò la scena da ogni sentimentalismo.

    Lorenzo tentò di guidarla.

    Elena gli corresse il ritmo.

    — Stai anticipando.

    — Stiamo ballando, non facendo un esame.

    — Il tempo è il tempo.

    — Ecco.

    — Cosa?

    — Vuoi dirigere anche quando balli.

    — Sono musicista.

    — È grave?

    — Cronico.

    Lui la fece girare.

    Elena inciampò e scoppiò a ridere.

    Rise davvero.

    Con il viso rovesciato appena indietro.

    Con quel genere di risata che non attraversava più da tempo nessun pensiero.

    Per qualche secondo la notte non ebbe peso.

    La musica cresceva.

    Le ossa dello xilofono cominciarono a battere.

    Tac.

    Tac-tac.

    Tac.

    Elena pensò alla trovata di Saint-Saëns.

    La morte ridotta a rumore.

    Il corpo, dopo tutte le pretese, le ambizioni, gli abiti, i titoli, le paure, trasformato in percussione.

    Il narratore delle danze macabre medievali l’avrebbe trovata un’idea ragionevole: re e mendicanti, una volta ridotti all’essenziale, tengono press’a poco lo stesso ritmo.

    Guardò Lorenzo.

    Per un istante lo vide diverso.

    Più giovane.

    Non nel volto.

    Nel modo in cui stava nella notte.

    Nel sorriso.

    Nella maniera in cui la guardava.

    Un Lorenzo che apparteneva a prima.

    Prima delle esitazioni.

    Prima delle distanze.

    Prima che ciascuno imparasse a proteggersi.

    Lei smise di ridere.

    — Cosa c’è? — domandò lui.

    — Niente.

    — Ancora?

    — Ti ricordavo diverso.

    Lorenzo rallentò.

    La musica continuava.

    — Tutti ricordiamo gli altri diversi.

    — Perché?

    Lui ci pensò.

    — Perché la memoria non conserva le persone.

    — E cosa conserva?

    Lorenzo la guardò.

    — Il modo in cui eravamo noi quando stavamo con loro.

    Questa volta la frase fece male.

    Non subito.

    Le cose che fanno davvero male spesso hanno bisogno di qualche secondo per trovare il posto giusto.

    Elena abbassò gli occhi.

    Ripresero a camminare.

    Dalla casa lontana il Dies irae cominciò a emergere.

    Lei lo riconobbe immediatamente.

    — Eccolo.

    Lorenzo ascoltò.

    — Il giudizio.

    Elena lo guardò sorpresa.

    — Giorno dell’ira.

    — Non “canto della morte”.

    — Vedo che hai studiato.

    — Ti ascoltavo.

    — Non sempre.

    Lorenzo sorrise appena.

    — Più di quanto pensassi.

    La melodia antica passava deformata attraverso l’orchestra.

    — Sai cosa trovo strano? — disse lui.

    — Cosa?

    — Che il giudizio venga alla fine.

    Elena aggrottò la fronte.

    — Sarebbe difficile farlo prima.

    — Non tanto.

    — Spiegati.

    Lorenzo continuò a guardare davanti a sé.

    — Forse il giudizio arriva quando non puoi più correggere niente.

    Elena avvertì freddo.

    Non il freddo della notte.

    Un altro.

    — Perché parli così?

    — Così come?

    — Come se sapessi.

    Lorenzo tacque.

    Poi:

    — Tutti sappiamo.

    — Non è vero.

    — Sì.

    La guardò.

    — Solo che, finché possiamo, facciamo finta di avere più tempo.

    Elena si fermò.

    Non voleva più metafore.

    Non voleva Saint-Saëns.

    Non voleva la notte.

    Voleva la domanda.

    Quella che aveva aspettato troppo.

    — Perché te ne sei andato?

    Lorenzo chiuse gli occhi per un istante.

    — Non è semplice.

    — Non voglio che lo sia.

    — Elena…

    — No. Non farlo.

    Lui la guardò.

    — Cosa?

    — Non proteggerti con le complicazioni.

    Lorenzo rimase immobile.

    Lei continuò:

    — Perché te ne sei andato?

    Passò qualche secondo.

    Poi lui disse:

    — Avevo paura.

    Elena non si aspettava quella parola.

    Era preparata a quasi tutto.

    Non a quella.

    — Di cosa?

    Lorenzo guardò la strada.

    — Di quello che sarebbe successo se avessi scelto.

    — E allora hai scelto di non scegliere.

    — Sì.

    — Comodo.

    Lui la guardò immediatamente.

    — No.

    Fu la prima risposta veramente dura della notte.

    — Comodo no.

    Elena strinse le labbra.

    — Credevo che tacere fosse meno crudele.

    — Per chi?

    Lorenzo abbassò il capo.

    — Per tutti.

    — E lo è stato?

    Lui fece un sorriso breve.

    Stanco.

    — No.

    Poi aggiunse:

    — Il silenzio sceglie comunque.

    Elena non disse nulla.

    — Solo che lascia agli altri il lavoro di capire cosa hai scelto.

    Quella frase la colpì.

    Perché era vera.

    E le verità dette troppo tardi hanno una crudeltà particolare: non possono più cambiare nulla, ma riescono comunque a cambiare il modo in cui ricordiamo tutto.

    Elena abbassò gli occhi.

    Quante volte aveva immaginato quella conversazione.

    Quante volte aveva pronunciato mentalmente discorsi impeccabili.

    Frasi definitive.

    Domande che avrebbero costretto Lorenzo a non sfuggire.

    Nella fantasia, naturalmente, l’altro tace sempre nel punto esatto in cui deve sentirsi colpevole. È uno dei pochi lussi che l’immaginazione concede.

    Ora che Lorenzo era lì, tutte quelle parole le sembravano vecchie.

    — Mi dovevi una spiegazione.

    — Sì.

    — L’ho aspettata.

    — Lo so.

    Lei sollevò bruscamente il viso.

    — Come fai a saperlo?

    Lorenzo la guardò.

    — Perché avrei fatto lo stesso.

    — Non basta.

    — No.

    — Niente di quello che dici basta.

    — Lo so anche questo.

    Elena si strinse nel cappotto.

    Lorenzo rimase in silenzio per un poco.

    Poi:

    — Però c’è una cosa che devi sapere.

    — Cosa?

    — Che a un certo punto ciò che qualcuno ci deve non può diventare ciò che noi dobbiamo a noi stessi.

    Lei aggrottò la fronte.

    — Spiegati.

    — Io ti dovevo una risposta.

    — Sì.

    — Ma tu non potevi restare per sempre nel punto in cui io non te l’avevo data.

    Elena scosse la testa.

    — Io non sono rimasta ferma.

    — Lo so.

    — Ho vissuto.

    — Lo so.

    — Ho lavorato.

    — Lo so.

    — Ho fatto cose.

    — Lo so.

    — Allora cosa stai dicendo?

    Lorenzo la guardò con una tenerezza che la fece arrabbiare più di qualsiasi difesa.

    — Che vivere non significa necessariamente smettere di aspettare.

    Elena non riuscì a rispondere.

    Ripresero a camminare.

    Passarono davanti a una vetrina.

    Lei vide il proprio riflesso.

    Cappotto scuro.

    Capelli mossi dall’umidità.

    Volto stanco.

    Accanto, nulla.

    Si fermò.

    Tornò indietro di mezzo passo.

    Lorenzo era lì.

    — Cosa fai?

    Elena guardò il vetro.

    Una luce attraversò la strada.

    Per un momento apparvero due figure.

    Poi una.

    Poi soltanto le luci.

    — Nulla.

    Lorenzo sorrise appena.

    — Questa parola stasera lavora troppo.

    — La luce mi ha confusa.

    — Succede.

    Lei riprese a camminare.

    Dopo qualche metro si voltò.

    La vetrina era ormai buia.

    Non vide nessuno.

    La notte avanzava.

    Non sembrava tardi.

    Sembrava piuttosto che il tempo avesse rinunciato, per qualche ora, alla pretesa di essere misurato.

    Parlarono ancora.

    E questa volta non di cose importanti.

    Forse perché le cose importanti, quando sono state finalmente toccate, hanno bisogno di silenzio attorno.

    Parlarono di un concerto.

    Di una persona che entrambi conoscevano.

    Di una telefonata.

    Di un’estate.

    Di una frase che lei ricordava perfettamente e che Lorenzo negava di aver mai detto.

    — L’hai detta.

    — Mai.

    — Parola per parola.

    — Impossibile.

    — Ti ricordo meglio di quanto ti ricordi tu.

    Lorenzo sorrise.

    — Questo è possibile.

    Più parlavano, più Elena sentiva qualcosa di stonato.

    Non Lorenzo.

    La notte.

    Come quando in un accordo una nota è appena più bassa del necessario: non sempre la si individua, ma tutto cambia colore.

    A un certo punto domandò:

    — Dove vivi adesso?

    Lorenzo la guardò.

    — Domanda difficile.

    — Non tanto. Una città.

    — Non credo che basti.

    — Perché?

    Lui tacque.

    — Lorenzo.

    — Sì?

    Elena esitò.

    Poi:

    — Tornerai?

    Questa volta lui non sorrise.

    La guardò così a lungo che lei sentì nascere paura.

    — Sono qui.

    — Non è quello che ti ho chiesto.

    — Lo so.

    Il cielo a oriente stava diventando meno nero.

    Non ancora chiaro.

    Semplicemente meno certo della propria oscurità.

    Lorenzo lo vide.

    — Quanto manca all’alba?

    Elena lo fissò.

    — Perché?

    — Curiosità.

    — Prima conti i rintocchi.

    — Precisione.

    — Poi parli di morti tutta la notte.

    — Saint-Saëns.

    — Adesso vuoi sapere quando arriva il sole.

    — Meteorologia.

    Lei rise.

    — Sei insopportabile.

    Lorenzo sorrise.

    — Questo dovrebbe rassicurarti.

    La frase le tolse il sorriso.

    — Perché?

    Lui non rispose.

    Il teatro era poco lontano.

    Quando arrivarono, il portone laterale era già aperto.

    Un custode stava portando fuori alcune scatole.

    Vide Elena.

    — Maestro?

    — Buongiorno.

    L’uomo guardò l’orologio.

    — Ma è ancora qui?

    — Ho fatto una passeggiata.

    Elena fece un gesto verso Lorenzo.

    — Ci siamo messi a parlare e…

    Il custode seguì il movimento della sua mano.

    Poi guardò lei.

    Poi di nuovo il punto indicato.

    La sua faccia cambiò.

    Non molto.

    Ma abbastanza.

    — Con chi?

    Elena sentì qualcosa stringersi.

    — Con Lorenzo.

    L’uomo rimase in silenzio.

    — Lorenzo…?

    Pronunciò il cognome.

    Lei annuì.

    Il custode abbassò gli occhi.

    — Maestro…

    Ci sono frasi che dovrebbero arrivare preparate.

    Con una sedia.

    Un bicchiere d’acqua.

    Una mano.

    Un avvertimento.

    E invece le frasi più terribili hanno spesso la forma più semplice.

    — Ma Lorenzo è morto.

    Il mondo non cambiò.

    Fu questa la prima cosa che Elena non perdonò al mondo.

    Nessuna luce si spense.

    Nessun tuono.

    La strada continuò.

    Una finestra si aprì al piano di sopra.

    Una donna trascinò una sedia.

    Un uomo avviò un motorino.

    Il custode continuò a parlare.

    Una data.

    Qualche mese prima.

    Una notizia arrivata.

    Qualcuno che forse pensava che lei sapesse.

    Elena non ascoltava più.

    Si voltò.

    Lorenzo era dall’altra parte della piazza.

    La guardava.

    Presente.

    Intero.

    Vivo.

    No.

    Non vivo.

    Quella parola adesso esisteva.

    Attraversò la strada quasi correndo.

    Si fermò davanti a lui.

    — Sei morto.

    Non una domanda.

    Lorenzo abbassò gli occhi.

    — Sì.

    Elena lo colpì sul petto.

    O tentò di farlo.

    Sentì il cappotto.

    O forse ricordò come avrebbe dovuto sentirlo.

    Non seppe mai.

    — No.

    — Elena.

    — No.

    — Ascoltami.

    — No!

    Gli occhi le si riempirono.

    — Perché non me l’hai detto?

    Lorenzo la guardò.

    Quasi con tenerezza.

    Quasi con dolore.

    — Perché avresti passato tutta la notte a parlare con un morto.

    Elena lo fissò.

    — E invece?

    Lui sorrise appena.

    — Hai parlato con me.

    Fu allora che tutto tornò.

    Non in ordine.

    Tutto insieme.

    La tazzina.

    «Non ho mai capito certe cose dei vivi.»

    Il vetro.

    Il suo modo di ricordare.

    «Quando non puoi più aggiungere niente a una storia…»

    Le persone che non lo avevano salutato.

    Le risposte evasive.

    La domanda sull’alba.

    Il gallo.

    La musica.

    Ogni dettaglio della notte, che fino a quel momento aveva conservato una propria innocenza, cambiò significato.

    — Lo sapevo.

    Lorenzo scosse il capo.

    — No.

    — Sì.

    — No.

    Elena respirava male.

    — Qualcosa lo sapeva.

    Lorenzo annuì.

    — Forse.

    — Io no.

    — No.

    Lei pianse.

    Non come si piange quando si riceve una notizia.

    Peggio.

    Come si piange quando si scopre che una notizia era già entrata dentro di noi e aveva passato ore a bussare da stanze che non volevamo aprire.

    — Perché sei qui?

    Lorenzo guardò il teatro.

    — Stanotte suonavi la Danse macabre.

    Elena fece un gesto esasperato.

    — Non scherzare.

    — Non sto scherzando.

    — Sei tornato perché ho suonato Saint-Saëns?

    Giuseppe sorrise.

    — Sarebbe una vanità notevole perfino per un compositore francese.

    Elena emise una risata spezzata.

    Quasi un singhiozzo.

    Lui continuò:

    — Non lo so perché sono qui.

    — Come sarebbe?

    — Non lo so.

    — Sei morto.

    — Questo l’abbiamo stabilito.

    — E non sai perché sei qui?

    — Dalla mia parte non danno molte spiegazioni.

    Elena lo guardò tra le lacrime.

    — Quale parte?

    Lorenzo fece un piccolo gesto.

    — Quella.

    Per un attimo tornarono loro.

    Quasi normalmente.

    Quasi.

    — Forse certe notti hanno porte che le altre non hanno — disse lui.

    — Io non credo a queste cose.

    — Nemmeno io ci credevo.

    — E adesso?

    Lorenzo si guardò le mani.

    — Ho qualche elemento in più.

    Elena avrebbe voluto ridere ancora.

    Non riuscì.

    Il cielo stava schiarendo.

    Lorenzo lo vide.

    E il suo volto cambiò.

    Questa volta lei capì.

    — No.

    Lui non disse nulla.

    — No.

    — Elena.

    — Il gallo.

    Lorenzo abbassò gli occhi.

    — Sì.

    — No.

    — Deve arrivare.

    — Non deve arrivare proprio niente.

    — Non dipende da noi.

    — La musica può ricominciare.

    Lorenzo la guardò.

    — Non allo stesso modo.

    — Non mi interessa.

    Elena gli prese la mano.

    Questa volta la sentì.

    O volle sentirla.

    Non importava.

    — Resta.

    — Non posso.

    — Non mi interessa.

    — Lo so.

    — Non puoi tornare così e poi andartene di nuovo.

    La voce si ruppe sull’ultima parola.

    Lorenzo strinse la sua mano.

    — Io non sono tornato per andarmene.

    Elena alzò gli occhi.

    — E allora perché?

    Lui la guardò.

    A lungo.

    Come se volesse ricordare il suo volto.

    O come se lo stesse già ricordando.

    — Perché tu capissi che non me ne ero mai andato del tutto.

    Elena scosse il capo.

    — Ma sei morto.

    — Sì.

    — È andarsene abbastanza.

    Lorenzo sorrise.

    Non con allegria.

    Con quella dolcezza terribile delle cose che non possono essere cambiate.

    Portò la mano di lei verso il proprio petto.

    — Dal mondo, forse.

    Fece una pausa.

    — Non da tutto.

    ***************

    In qualche cortile lontano cantò un gallo.

    Un suono piccolo.

    Quasi ridicolo.

    Un animale ignaro.

    Elena chiuse gli occhi.

    Le parve insopportabile che una cosa così semplice potesse avere il potere di dividere il tempo.

    Ma forse l’alba ha sempre vinto così.

    Non convince la notte.

    Non la consola.

    Non la combatte.

    Arriva.

    Lorenzo guardò il cielo.

    — È ora.

    — Aspetta.

    — Non dipende da me.

    — Da chi allora?

    Lui sorrise.

    — Se lo scopri, fammelo sapere.

    Elena lo fissò.

    Il dolore della frase arrivò un istante dopo.

    Lorenzo la vide.

    — Non devi.

    — Cosa?

    — Dispiacerti per averlo chiesto.

    Lei abbassò gli occhi.

    Rimasero immobili.

    Il mondo intorno cominciava a svegliarsi.

    E lì, in mezzo a una piazza che tornava lentamente ai propri commerci, alle consegne, ai motorini, alle chiavi nelle serrature, due persone stavano esaurendo il tempo che non avevano saputo usare quando ne avevano avuto di più.

    È forse questa una delle crudeltà maggiori della vita: non soltanto ci dà un tempo limitato, ma si guarda bene dal dirci quale parte di quel tempo sarà l’ultima.

    — Posso chiederti una cosa? — disse Elena.

    — Una sola?

    — Una.

    Lorenzo annuì.

    Lei aveva immaginato per anni domande diverse.

    Mi hai voluto bene?

    Perché non hai scelto?

    Perché non sei tornato?

    Mi hai pensata?

    Ti sono mancata?

    Domande che in altri momenti le erano sembrate necessarie.

    Ora nessuna bastava.

    Rimase a guardarlo.

    Poi chiese:

    — Sono rimasta con te?

    Lorenzo non esitò.

    Non abbassò lo sguardo.

    Non cercò parole migliori.

    Disse soltanto:

    — Fino alla fine.

    Quattro parole.

    Elena chiuse gli occhi.

    Sentì il dolore aprirsi, ma insieme qualcosa di diverso.

    Non consolazione.

    La consolazione è spesso una parola troppo ambiziosa.

    Piuttosto una verità.

    Terribile.

    Bellissima.

    Lei era rimasta.

    Anche nel silenzio.

    Anche nell’assenza.

    Anche senza saperlo.

    Pianse.

    Non cercò di nascondersi.

    Lorenzo aspettò.

    Come aveva aspettato altre volte.

    Poi disse:

    — Adesso tocca a me.

    Elena lo guardò.

    — Avevi detto una domanda.

    — Una ciascuno.

    — Non avevamo stabilito le regole.

    — È il vantaggio dei morti.

    Lei rise attraverso le lacrime.

    — Barate?

    — Molto.

    Lorenzo divenne serio.

    — Quando penserai a me…

    Si fermò.

    Elena aspettò.

    — Cosa?

    — Non pensarmi morto.

    La frase le fece male.

    — Come faccio?

    — Non lo so.

    — Sei morto.

    — Lo so.

    — E allora come dovrei pensarti?

    Lorenzo la guardò.

    — Come mi pensavi prima di sapere.

    Elena rimase senza parole.

    Quella era forse la richiesta più impossibile.

    E proprio per questo la più giusta.

    Non voleva essere ridotto all’ultima notizia.

    Non voleva che la morte riscrivesse retroattivamente tutto ciò che era stato.

    La piazza cominciava a riempirsi.

    Una bicicletta.

    Un furgone.

    Una donna con un cane.

    Una serranda metallica salì con un rumore atroce.

    La vita aveva la scarsa eleganza di tornare.

    Lorenzo fece un passo indietro.

    Elena lo seguì.

    — No.

    Lui sollevò una mano.

    — Questa parte della strada non è ancora tua.

    Lei si fermò.

    — Non voglio che tu vada.

    Lorenzo scosse lentamente il capo.

    — Non confondere il non vedermi con il non esserci.

    Una persona passò tra loro.

    Per un istante Elena perse Lorenzo.

    Quando l’uomo si spostò, Lorenzo era più lontano.

    — Lorenzo!

    Lui si voltò.

    E sorrise.

    Poi fece quel gesto.

    Lo stesso della sera precedente.

    Il capo appena inclinato.

    Vai.

    Elena comprese.

    La voce le uscì quasi senza suono.

    — Suona?

    Lorenzo sorrise.

    — Suona.

    Un autobus attraversò la piazza.

    Per pochi secondi ne nascose il corpo.

    Elena aspettò.

    Quando passò, la strada era vuota.

    Non ci fu dissolvenza.

    Non ci fu luce.

    Non ci fu nulla di soprannaturale.

    Lorenzo semplicemente non c’era.

    Ed era forse questa la cosa più terribile.

    E la più vera.

    Elena rimase ferma.

    Le persone continuavano a passare.

    Per qualcuna di loro quel mattino cominciava bene.

    Per qualcun’altra male.

    Qualcuno aveva fretta.

    Qualcuno pensava al lavoro.

    Nessuno sapeva che, pochi istanti prima, in quella piazza un morto aveva salutato una donna.

    E il mondo, con l’antica indifferenza che gli uomini scambiano spesso per crudeltà, continuò.

    Elena tornò nel teatro.

    La sala era vuota.

    Vuota davvero.

    Sul palco il pianoforte l’aspettava.

    La partitura della Danse macabre era ancora aperta.

    Elena salì.

    Si sedette.

    Per qualche minuto non fece nulla.

    Poi guardò la prima pagina.

    Dodici colpi.

    Mezzanotte.

    Il violino.

    La scordatura.

    Il tritono.

    Le ossa.

    Il Dies irae.

    Il gallo.

    Conosceva tutto.

    Aveva spiegato tutto.

    E improvvisamente si accorse che non aveva compreso la cosa più importante.

    Saint-Saëns aveva scritto una musica nella quale, per una notte, vivi e morti condividevano lo stesso tempo.

    Poi arrivava l’alba.

    Il confine si ricomponeva.

    I morti tornavano alle tombe.

    Ma la danza era avvenuta.

    Questo era il punto.

    Il gallo poteva interromperla.

    Non poteva cancellarla.

    Elena posò le mani sulla tastiera.

    Suonò il primo Re.

    Poi il secondo.

    Il terzo.

    Contò.

    Uno.

    Due.

    Tre.

    Quattro.

    Cinque.

    Sei.

    Sette.

    Otto.

    Nove.

    Dieci.

    Undici.

    Dodici.

    Si fermò.

    Il silenzio le rispose.

    Non proseguì con il tritono.

    Restò immobile.

    Pensò a Lorenzo.

    Non al Lorenzo morto.

    Quella parola adesso esisteva, ma lei si rifiutò di concederle il diritto di divorare tutto il resto.

    Pensò alla risata.

    All’ombrello.

    Alle risposte che la facevano arrabbiare.

    Al modo in cui aveva contato i rintocchi.

    Alla mano tesa nella strada.

    Al ballo storto sotto i lampioni.

    Alla frase detta troppo tardi.

    Il silenzio sceglie comunque.

    Pensò alle quattro parole.

    Fino alla fine.

    E capì.

    La morte può fare moltissimo.

    Più di quanto agli uomini piaccia ammettere.

    Può interrompere una voce.

    Può togliere un volto al nostro sguardo.

    Può rendere impossibile una telefonata.

    Può lasciare una domanda senza risposta.

    Può fermare una mano prima che tocchi la nostra.

    Può togliere il futuro.

    Questo soprattutto.

    Il futuro è forse il furto più grande della morte: non ciò che è stato, ma tutto ciò che non potrà più essere.

    Un altro incontro.

    Un’altra discussione.

    Una riconciliazione.

    Un giorno qualunque.

    Una frase detta meglio.

    Un pomeriggio inutile.

    Il tempo che credevamo di avere.

    Ma c’è una cosa che la morte non può fare.

    Non può retroagire.

    Non può tornare indietro e cancellare.

    Non può rendere mai avvenuto ciò che è avvenuto.

    Non può togliere una risata già ascoltata.

    Non può annullare una persona dal modo in cui siamo diventati noi.

    Non può impedire che qualcuno ci abbia modificati.

    Non può restituirci a ciò che eravamo prima di incontrarlo.

    E forse è questo il limite più grande della morte.

    Arriva.

    Prende.

    Divide.

    Ma arriva sempre dopo.

    Elena sollevò gli occhi.

    Guardò l’ultima fila.

    Il posto di Lorenzo era vuoto.

    Eppure non le sembrò vuoto.

    Non perché credesse di vederlo.

    Non perché volesse negare ciò che aveva saputo.

    Non perché il dolore avesse bisogno di fantasmi.

    Era qualcosa di diverso.

    Un posto vuoto può appartenere a qualcuno.

    Come una pausa appartiene alla musica.

    Come un silenzio scritto in partitura non è assenza di musica, ma parte della frase.

    Quell’ultima fila, ormai, conteneva Lorenzo proprio perché non c’era.

    Elena abbassò gli occhi.

    Cominciò a suonare.

    Non la Danse macabre.

    Un’altra cosa.

    Qualcosa che non avrebbe saputo nominare.

    Non suonava per dirgli addio.

    Questa parola, in quel momento, le sembrò quasi falsa.

    Non suonava per trattenerlo.

    Non per liberarsene.

    Non per accettare.

    Suonava perché la musica era l’unica lingua capace di contenere insieme due verità che le parole avrebbero voluto tenere separate.

    Lorenzo era morto.

    E:

    Lorenzo era ancora dentro la sua vita.

    Non come presenza immaginaria.

    Non come illusione.

    Non come rifiuto della morte.

    Ma come accade con le cose che hanno veramente contato: una volta entrate nella nostra storia, cessano di essere completamente esterne a noi.

    Diventano un modo di guardare.

    Un’intonazione.

    Una memoria.

    Un dolore.

    Una scelta.

    Una frase che riaffiora.

    Un punto vulnerabile.

    Una forma di tenerezza.

    Perfino un silenzio.

    Il sole entrò dalle finestre alte.

    La luce attraversò lentamente la sala.

    Raggiunse le prime file.

    Poi le altre.

    Infine l’ultima.

    Elena vide la poltrona vuota illuminarsi.

    Non smise di suonare.

    Pensò che forse aveva frainteso per anni una parte della Danse macabre.

    Aveva creduto che l’alba fosse la vittoria dei vivi.

    Che il gallo ristabilisse l’ordine.

    I morti di qua.

    I vivi di là.

    Forse no.

    Forse l’alba ricordava semplicemente che ogni incontro ha una forma diversa.

    Che ciò che nella notte può avere un corpo, al mattino deve trovare un altro modo di restare.

    Il gallo aveva cantato.

    La notte era finita.

    Lorenzo era morto.

    Tutte e tre le cose erano vere.

    Nessuna poteva essere modificata.

    Eppure era vera anche un’altra cosa.

    Più difficile.

    Più ostinata.

    Forse perfino più scandalosa della danza di Saint-Saëns.

    Erano ancora legati.

    Non come prima.

    Non come due persone alle quali rimane ancora un domani da decidere.

    Non nella forma che Elena avrebbe voluto.

    Non in quella che Giuseppe aveva desiderato e non potuto scegliere.

    Ma nel modo in cui una musica, dopo l’ultima nota, resta sospesa nella sala.

    Nessuno la sta più suonando.

    Lo strumento tace.

    La vibrazione fisica stessa si spegne.

    Eppure chi l’ha ascoltata non torna immediatamente quello che era prima.

    Qualcosa rimane.

    Talvolta per pochi secondi.

    Talvolta per tutta la vita.

    Elena continuò a suonare.

    Le lacrime scendevano senza che lei le asciugasse.

    E soltanto allora comprese fino in fondo ciò che la musica della notte precedente sembrava averle preparato.

    Saint-Saëns aveva fatto tornare i morti alle tombe.

    Aveva interrotto la danza.

    Aveva fatto tacere il violino della Morte.

    Aveva chiamato l’alba.

    Ma nella partitura non c’era nessun segno che ordinasse alla memoria di tacere.

    Nessuna indicazione che imponesse all’amore di finire.

    Nessuna battuta nella quale fosse scritto che, insieme ai morti, dovesse morire anche ciò che avevano lasciato nei vivi.

    Le mani di Elena rallentarono.

    L’ultima nota si sollevò dal pianoforte.

    Rimase per un poco nell’aria.

    Poi non si sentì più.

    Elena non si mosse.

    Ascoltò ciò che restava dopo.

    E per la prima volta capì che anche il silenzio può essere pieno di qualcuno.


    La morte può sottrarci una presenza.

    Può toglierci il futuro che avremmo voluto vivere con qualcuno.

    Ma non può rendere inesistente ciò che quella persona ha lasciato dentro di noi.

    Ci sono legami che non sopravvivono perché rifiutiamo di dire addio.

    Sopravvivono perché, dopo averci attraversati, hanno cambiato per sempre il modo in cui sentiamo il mondo.

    Come una musica finita: l’ultima nota tace, ma chi l’ha ascoltata non torna più esattamente quello che era prima.

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