Giovani, riti e il curioso vizio di raccontare Beethoven come se avesse bisogno di essere salvato.
di Marialuisa Veneziano
25 agosto 2026
Da almeno un secolo annunciamo la morte della musica classica con una puntualità che Beethoven avrebbe probabilmente apprezzato più del metronomo.
Muore perché i giovani non la ascoltano. Muore perché esiste Spotify. Muore per TikTok, per gli smartphone, per i videogiochi, per i jeans a teatro e forse anche per quel disgraziato che, preso dall’entusiasmo, applaude fra il primo e il secondo movimento.
C’è soltanto un inconveniente.
Mentre prepariamo il funerale, la defunta continua ostinatamente a respirare.
E non respira soltanto nelle sale frequentate dagli habitué. Un rapporto della Royal Philharmonic Orchestra ha rilevato una crescita dell’interesse verso l’esperienza orchestrale e, soprattutto, un pubblico sempre meno riconducibile al solo nucleo dei melomani tradizionali: nuovi ascoltatori e “scopritori” costituiscono ormai una parte determinante dell’audience osservata. Nel 2025, inoltre, l’Association of British Orchestras ha registrato quasi il triplo, rispetto al 2019, degli eventi rivolti a bambini e giovani. Sono dati britannici, dunque non trasferibili automaticamente a ogni Paese, ma raccontano una tendenza che merita almeno di farci posare la corona di fiori.
Forse la domanda, allora, è sbagliata.
Non: come possiamo salvare la musica classica?
Ma: da che cosa dovremmo salvarla?
E soprattutto: non sarà che, qualche volta, dovremmo salvarla proprio da noi?
ASCOLTA PRIMA DI CONTINUARE (clicca la freccia): quattro note. Tutto qui? No. In Beethoven quelle quattro note diventano materia generatrice, conflitto, ritorno, destino formale. Ascolta l’attacco della Quinta senza pensare al monumento. Pensa a un organismo che comincia a muoversi.
Il problema non è Beethoven. È come gli presentiamo Beethoven
Immaginiamo un ragazzo di quattordici anni.
Gli diciamo che oggi ascolterà Beethoven.
Fin qui, tutto bene.
Poi cominciamo: “Ludwig van Beethoven, nato a Bonn nel 1770, esponente di passaggio fra Classicismo e Romanticismo…”
A questo punto Beethoven è già morto una seconda volta.
E stavolta non c’entra la cirrosi.
Perché Beethoven non è interessante in quanto “importante compositore nato a Bonn”. Beethoven è interessante perché prende una forma che il suo tempo conosceva perfettamente e comincia a torcerla dall’interno. Perché trasforma cellule minuscole in organismi giganteschi. Perché crea aspettative, le nega, le esaspera. Perché il suo silenzio può avere più violenza di un fortissimo.
La celeberrima cellula iniziale della Quinta non dovrebbe essere presentata come quattro note da riconoscere al quiz televisivo.
Non era un monumento. Era un problema.

È un germe strutturale.
Quattro suoni che penetrano nel movimento, ritornano, mutano, contaminano il discorso. Il principio motivico diventa destino formale.
Questo dovrebbe sentire un ragazzo.
Non la targhetta sotto il busto.
Lo stesso vale per Mozart. Lo abbiamo trasformato in un bambino con la parrucca che componeva mentre gli altri giocavano con le trottole, dimenticandoci di raccontare quanto possa essere vertiginoso il modo in cui, nella sua musica, luce e inquietudine abitano spesso la stessa battuta.
E Bach? Il terribile signore delle fughe, quello che a scuola compare generalmente quando l’allegria della classe comincia a diventare sospetta.
Eppure una fuga è uno dei giochi intellettuali più entusiasmanti che si possano ascoltare: una voce afferma un’idea, un’altra la riprende, un’altra ancora la contraddice o la capovolge; tutto cambia e tutto continua a ricordare l’origine.
Altro che musica vecchia.
È architettura in movimento.
Forse i giovani non rifiutano la musica classica. Rifiutano la noia con cui, qualche volta, gliela raccontiamo.
E avrebbero perfino ragione.

BOX IRONICO
Manuale rapido per uccidere Beethoven a scuola
Passaggio 1.
Pronunciare con tono irreprensibilmente serio: “Ludwig van Beethoven, nato a Bonn nel 1770…”
Passaggio 2.
Aggiungere subito: “Compositore di transizione fra Classicismo e Romanticismo.”
Il ragazzo, nel frattempo, ha già smesso di respirare emotivamente.
Passaggio 3.
Ridurre la Quinta Sinfonia a ta-ta-ta-taaa, come se uno dei più sconvolgenti organismi musicali della storia fosse un jingle ante litteram.
Passaggio 4.
Evitare accuratamente di dire che Beethoven incendia la forma dall’interno, trasforma quattro note in destino e riesce a far vibrare il conflitto prima ancora della melodia.
Risultato finale.
Complimenti: non avete presentato un rivoluzionario.
Avete compilato la sua scheda catastale.
Il museo che abbiamo costruito intorno al suono
C’è poi il rito.
Ingresso composto. Luci abbassate. Silenzio.
Programma sulle ginocchia.
Non applaudire qui.
Non tossire là.
Non entrare adesso.
Non muoverti.
Non respirare troppo convintamente durante Mahler.
Il nuovo ascoltatore entra talvolta in sala con la stessa serenità con cui si affronta un controllo doganale: sa di non aver fatto nulla, ma teme comunque che qualcuno scopra qualcosa.
Eppure il nostro attuale galateo concertistico non discende immutato dall’Olimpo. La storia della performance racconta pubblici molto più reattivi di quelli odierni; nella Vienna del primo Ottocento, per esempio, gli ascoltatori di musica da camera potevano applaudire tra i movimenti e manifestare apertamente il proprio gradimento. Molti comportamenti che oggi percepiamo come “naturali” sono il risultato di un lungo processo storico di formalizzazione dell’ascolto.
Questo non significa trasformare la Nona in una festa di paese con telefonate durante l’Adagio.
Il silenzio è prezioso. La concentrazione lo è ancora di più.
Ma bisogna distinguere il rispetto dalla soggezione.
Se una persona che entra per la prima volta in sala applaude alla fine di un movimento perché ne è stata travolta, forse il problema più urgente non è informarla che ha violato il protocollo di Ginevra della filarmonica.
Forse potremmo essere felici che sia stata travolta.
Poi imparerà.
La cultura dovrebbe insegnare i propri codici senza usarli come filo spinato.
TikTok non ha ucciso Mozart
C’è un’altra eresia che dobbiamo concederci.
Un giovane può incontrare Chopin su TikTok.
Può incontrare Rachmaninov nella colonna sonora di un video.
Può arrivare a Mahler attraverso un film, a Strauss attraverso una serie televisiva, a un’orchestra sinfonica attraverso la musica di un videogioco.
E allora?
Dobbiamo sequestrargli il telefono e consegnargli immediatamente un cofanetto di dodici CD con libretto critico?
La Royal Philharmonic Orchestra rilevava già che streaming e nuovi media stavano cambiando radicalmente le vie attraverso cui il pubblico incontra la musica orchestrale; allo stesso tempo, l’interesse per il repertorio tradizionale continuava a convivere con colonne sonore, crossover e altri formati.
Qui sta il punto.
La porta d’ingresso non deve necessariamente assomigliare alla stanza in cui entreremo.
Se trenta secondi di Rachmaninov spingono qualcuno a cercare il concerto intero, quei trenta secondi non hanno profanato Rachmaninov.
Hanno aperto una porta.
Il problema comincia se decidiamo che dietro quella porta non esiste più nulla.
Candele, effetti, location: povero Mozart, al buio
E arriviamo ai concerti immersivi.
Migliaia di candele. Chiese, palazzi, spazi suggestivi. Atmosfera accuratamente fotografabile.
Potremmo domandarci, con una certa perfidia:
abbiamo davvero dovuto spegnere la luce per accorgerci che Mozart era ancora vivo?
Forse sì.
E non sarebbe necessariamente una tragedia.
Se una diversa atmosfera porta in sala qualcuno che non vi sarebbe mai entrato, ben venga.
Se una candela conduce a un quartetto, lasciamola accesa.
Purché, a un certo punto, ci si accorga che fra tutte quelle candele c’era anche un quartetto.
Perché la divulgazione funziona quando conduce verso l’opera, non quando la sostituisce.
Accessibilità non significa impoverimento.
Non dobbiamo rendere Beethoven più semplice.
Dobbiamo rendere desiderabile la sua complessità.
Questa è una differenza enorme.
La musica classica non ha bisogno di giovani ben educati
Ha bisogno di giovani curiosi.
Che è molto diverso.
Forse dovremmo smettere di chiedere alle nuove generazioni di diventare culturalmente vecchie prima di poter entrare in una sala.
Non devono amarne subito il rituale.
Devono poter incontrare la musica.
Un ragazzo può non sapere cosa sia una ricapitolazione e sentire fisicamente il ritorno di un tema.
Può ignorare il significato di appoggiatura e percepirne la tensione.
Può non conoscere la parola agogica e accorgersi che un interprete ha trattenuto il tempo proprio lì, in quel punto, facendo improvvisamente diventare una frase diversa.
La conoscenza arriverà.
Anzi: arriverà più facilmente se prima sarà nato il desiderio di conoscere.
Noi musicisti qualche volta commettiamo l’errore di invertire l’ordine.
Prima forniamo le istruzioni.
Poi, se rimane tempo, la meraviglia.
Dovremmo fare esattamente il contrario.
Lasciamolo essere colpito
Immaginiamo ancora quel ragazzo.
È entrato per la prima volta in un teatro.
Forse non sa quando applaudire.
Forse fino a dieci minuti prima stava guardando il telefono.
Forse Beethoven lo conosce soltanto perché qualcuno gli ha fatto ascoltare l’inizio della Quinta.
Poi l’orchestra accorda.
Il brusio lentamente scompare.
Il direttore alza le braccia.
E accade qualcosa di antichissimo.
Cinquanta, settanta, cento esseri umani respirano insieme e producono un suono che un istante prima non esisteva.
Niente algoritmo può anticipare completamente ciò che accadrà in quella sala: il peso di quel primo accordo, la tensione di un silenzio, l’errore minuscolo, il rischio, la vibrazione dell’aria.
E forse quel ragazzo, per qualche secondo, dimentica perfino di controllare il telefono.
Non chiediamogli subito se conosce la forma-sonata.
Non domandiamogli se ha capito lo sviluppo tematico.
Non correggiamolo se alla fine del primo movimento gli scappa un applauso.
Lasciamogli almeno il tempo di essere colpito.
Se tornerà, imparerà tutto il resto.
La musica classica non è una farfalla morta da appuntare nella teca della cultura occidentale. Non ha bisogno della nostra pietà, né di essere imbalsamata, semplificata o difesa come una specie in via d’estinzione.
Ha attraversato rivoluzioni, guerre, cambiamenti sociali, grammofoni, radio, cinema, televisione, rock, streaming e adesso algoritmi.
Probabilmente sopravvivrà anche a TikTok.
La questione è se noi saremo abbastanza intelligenti da permettere alle nuove generazioni di incontrarla senza metterci continuamente in mezzo.
Forse, là fuori, non c’è una generazione incapace di ascoltare.
C’è una generazione che aspetta di capire perché dovrebbe farlo.
E quando la risposta arriverà da un’orchestra, da una voce, da quattro battute di Beethoven o da un pianissimo che improvvisamente farà tacere tutto il resto, non ci sarà bisogno di convincerla.
Avrà già capito.
La musica classica, dunque, non sta morendo.
Per favore.
Togliamole soltanto l’abito nero.

La musica classica non si eredita: si incontra. Raccontateci il vostro primo incontro!








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