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  • Quando il suono si fa colore: I Solisti Aquilani al Festival Respighi di Bologna

    Quando il suono si fa colore: I Solisti Aquilani al Festival Respighi di Bologna

    Da Casella a Liszt, dalla nuova pagina di Marco Taralli al Trittico botticelliano: al Teatro Manzoni una serata costruita intorno alla memoria, con Michele Campanella e la direzione di Davide Trolton

    di Marialuisa Veneziano


    13 ottobre 2026

    Bologna ha con il passato una familiarità che altre città, forse più prudenti, chiamerebbero soggezione. Lo conserva nei portici, lo nasconde dietro un muro, lo lascia affiorare da una facciata; e quando sembra averlo messo debitamente al sicuro nella storia, quello ricompare, con una certa ostinazione, a chiedere di essere nuovamente interpretato.

    Mercoledì 7 ottobre è accaduto anche in musica.

    Al Teatro Auditorium Manzoni, il Festival Respighi Bologna si è intrecciato con un’altra ricorrenza significativa, i quarant’anni di Musica Insieme, affidando ai Solisti Aquilani, al pianoforte di Michele Campanella e alla direzione di Davide Trolton un programma che, osservato distrattamente, avrebbe potuto apparire assai eterogeneo: Alfredo Casella, Franz Liszt, Marco Taralli, Ottorino Respighi.

    Ma la musica, quando un programma è pensato bene, ama smentire le apparenze.

    Il filo esisteva.

    Ed era il tempo.

    Non quello misurato dal metronomo, ma quello più misterioso attraverso il quale un compositore guarda indietro e decide che il passato non è ancora finito.

    Casella cerca forme antiche mentre intorno a lui la storia precipita nella guerra. Liszt, al contrario, scrive una pagina tanto inquieta da sembrare proiettata in avanti. Taralli dichiara già nel titolo il proprio dialogo con l’antico. Respighi, infine, compie l’operazione forse più vertiginosa: guarda tre dipinti del Quattrocento e domanda alla musica di farli tornare a muoversi.

    Il concerto diventava così, quasi senza dichiararlo, una riflessione su una domanda essenziale:

    che cosa significa essere moderni quando si possiede una memoria?


    Casella: costruire mentre il mondo si disfa

    Il Concerto per archi, pianoforte e percussioni op. 69 di Alfredo Casella porta con sé una data che impedisce di ascoltarlo innocentemente.

    1943.

    Casella lo scrive a Roma fra ottobre e novembre, durante l’occupazione tedesca, mentre la malattia che lo avrebbe condotto alla morte pochi anni dopo ha già cominciato a manifestarsi. La composizione, destinata a Paul Sacher e alla sua orchestra di Basilea, nasce dunque mentre due instabilità — quella della storia e quella del corpo — bussano contemporaneamente alla porta dell’autore.

    Eppure Casella non risponde con una musica disgregata.

    Fa quasi il contrario.

    Costruisce.

    Contrappunto, forma, danza, simmetria.

    Come se, mentre il mondo perdeva le proprie coordinate, la musica potesse almeno continuare a tracciare linee dritte.

    L’Allegro alquanto pesante iniziale possiede una scrittura contrappuntistica fitta, nella quale il pianoforte non si comporta secondo il modello romantico del solista sovrano circondato da sudditi orchestrali. Entra invece nel meccanismo, vi si oppone e insieme vi appartiene.

    È una differenza sostanziale.

    Il pianoforte non è semplicemente davanti agli archi.

    È dentro la struttura.

    Michele Campanella si confrontava dunque con una pagina nella quale il virtuosismo non può diventare esibizione esteriore: deve farsi precisione ritmica, articolazione, capacità di emergere e subito dopo rientrare nel tessuto.

    E la presenza di Campanella, figura storica della scuola pianistica italiana, conferiva a questo repertorio un peso particolare: non il pianoforte come esercizio atletico, ma come intelligenza della forma. Musica Insieme lo presentava, non a torto, come una vera istituzione della scuola pianistica napoletana, alla vigilia del doppio traguardo degli ottant’anni e dei sessant’anni di carriera.

    Poi arriva la Sarabanda.

    E qui il tempo cambia.

    La danza antica, già presente nella coeva Sonata per arpa op. 68 e trasportata da Casella nel Concerto, non è archeologia. Non c’è alcun Settecento da cartolina.

    La sarabanda diventa piuttosto memoria di un ordine.

    Passo grave, scansione, raccoglimento.

    Una forma del passato chiamata a parlare dentro una delle epoche più disordinate della storia europea.

    È difficile non sentirvi qualcosa di profondamente umano: quando ogni cosa vacilla, cercare una forma non significa necessariamente fuggire dal presente.

    Può significare resistergli.

    Anche il finale parte con energia, quasi con ostinata fiducia nel movimento, prima di approdare a una conclusione più oscura, sostenuta da un disegno grave degli strumenti bassi che le fonti dell’epoca lessero persino come un presentimento funebre.

    Non occorre forzare la biografia per comprenderne il peso.

    Basta ascoltare l’idea.

    Una musica che vuole procedere.

    E qualcosa, sotto, che comincia a trattenerla.


    Liszt: il pianoforte prima di diventare imperatore

    Poi Malédiction.

    E il titolo, bisogna riconoscerlo, non promette precisamente una serata di serena villeggiatura.

    Liszt scrisse questa singolare pagina per pianoforte e archi negli anni Trenta dell’Ottocento; rimase inedita durante la sua vita e vide la pubblicazione soltanto nel 1915. Le fonti pongono persino un problema interessante sulla sua stessa identità: concerto per pianoforte e archi o più intimo lavoro cameristico con pianoforte fortemente concertante?

    È proprio questa ambiguità a renderla affascinante.

    Il giovane Liszt non è ancora il monumento di se stesso.

    Non è ancora interamente il pianista prometeico che il secolo avrebbe imparato ad adorare e, talvolta, a temere.

    Sta cercando.

    La scrittura è instabile, nervosa, percorsa da tensioni armoniche che sembrano voler sottrarre continuamente il terreno sotto i piedi dell’ascoltatore.

    E così, dopo Casella, il pianoforte cambia improvvisamente natura.

    Nel primo era parte di un organismo costruttivo.

    In Liszt diventa una forza perturbatrice.

    Qui la modernità non cerca un’architettura antica nella quale trovare riparo.

    Sembra volerla incendiare dall’interno.

    L’accostamento era dunque assai meno arbitrario di quanto potesse apparire: Casella e Liszt mettono entrambi in discussione il rapporto fra individuo e collettività sonora.

    Dove finisce il solista?

    Dove comincia l’ensemble?

    Quando il pianoforte conduce, e quando viene assorbito?

    Domande tecniche, certamente.

    Ma le grandi forme concertanti sono sempre, in fondo, anche piccole metafore sociali.

    C’è un individuo.

    C’è una comunità.

    E bisogna trovare il modo di farli parlare senza che uno distrugga l’altra.


    Marco Taralli: l’antico dopo che l’antico è già accaduto

    La Piccola Suite nello stile antico di Marco Taralli portava il programma direttamente nel presente.

    La composizione era freschissima: la prima esecuzione assoluta era avvenuta il giorno precedente all’Aquila, sempre con i Solisti Aquilani, Trolton e Campanella; Bologna ne raccoglieva immediatamente il seguito.

    Ma già il titolo pone un problema estetico interessante.

    Che cosa significa, nel 2026, scrivere “nello stile antico”?

    Non possiamo più compiere quel gesto con la stessa innocenza con cui lo si sarebbe fatto due secoli fa.

    Fra noi e l’antico sono passati Stravinskij, Casella, Respighi, neoclassicismo, postmodernità, filologia, prassi storicamente informata.

    L’antico, oggi, non è mai soltanto antico.

    È il ricordo che possediamo dell’antico.

    Taralli entra dunque in un territorio delicato: utilizzare una grammatica riconoscibile senza trasformarla in travestimento, far parlare la memoria senza ridurla a nostalgia.

    Ed è precisamente per questo che la sua presenza nel programma assumeva senso.

    Casella aveva recuperato la sarabanda.

    Respighi avrebbe di lì a poco convocato il Rinascimento botticelliano.

    Taralli si collocava fra questi due mondi ricordandoci che la relazione della musica italiana con la propria storia non è mai stata pacificata.

    Noi italiani abbiamo un problema meraviglioso e terribile: possediamo talmente tanto passato che rischiamo continuamente di esserne proprietari invece che interlocutori.

    La musica migliore evita entrambi gli estremi.

    Non distrugge ciò che è venuto prima per dimostrarsi moderna.

    Ma neppure lo lucida fino a trasformarlo in soprammobile.

    Lo interroga.


    Respighi: quando Botticelli comincia a muoversi

    Poi arriva il Trittico botticelliano.

    E tutto ciò che fino a quel momento era stato discorso sulla memoria diventa improvvisamente colore.

    Respighi lo compone nel 1927 per un organico sorprendentemente contenuto: flauto, oboe, clarinetto, fagotto, corno, tromba, triangolo, campanelli, celesta, arpa, pianoforte e archi. Una tavolozza cameristica, dunque, lontana dalla massa orchestrale delle grandi pagine romane.

    È una scelta decisiva.

    Per Botticelli non serve il marmo.

    Serve la trasparenza.

    Respighi non vuole dipingere sopra i quadri. Vuole trovare il loro equivalente temporale.

    Perché qui sta la difficoltà profonda della musica ispirata alla pittura.

    Un dipinto esiste tutto contemporaneamente.

    La musica no.

    La Primavera di Botticelli è già interamente davanti a noi nell’istante in cui la guardiamo: Mercurio, le Grazie, Venere, Flora, Zefiro.

    Respighi deve invece costringerci a incontrarla nel tempo.

    Deve decidere quale colore verrà prima.

    Quale figura dovrà emergere.

    Quale movimento dovremo immaginare.

    In altre parole, deve compiere un piccolo prodigio:

    far camminare ciò che Botticelli aveva fermato.


    La Primavera: non descrivere i fiori, ma farli nascere

    Nella Primavera trilli, tremoli, figurazioni mobili e reminiscenze di danze antiche producono una scrittura leggera, continuamente attraversata da piccoli moti interni.

    Ma parlare soltanto di “descrittivismo” sarebbe riduttivo.

    Respighi non sta componendo un catalogo sonoro di fiori, alberi e ninfe.

    Sta traducendo la qualità del movimento botticelliano.

    Guardiamo le Tre Grazie.

    I corpi sembrano muoversi e tuttavia posseggono la perfezione immobile dell’immagine.

    La musica deve compiere esattamente questa contraddizione: avanzare senza perdere grazia, danzare senza diventare pesante.

    Ed è qui che un complesso come I Solisti Aquilani trova un repertorio particolarmente congeniale alla propria natura.

    La partitura chiede precisione cameristica prima ancora che potenza.

    Ascolto reciproco.

    Elasticità.

    Capacità di passare il colore da uno strumento all’altro senza che la frase perda continuità.

    Il merito dell’ensemble sta proprio nel ricordare quanto Respighi possa essere raffinato quando lo si libera dall’equivoco secondo cui sarebbe soltanto il compositore delle grandi esplosioni orchestrali.

    Il Respighi del Trittico non alza la voce.

    Dipinge con la punta del pennello.


    L’Adorazione dei Magi: quando il Rinascimento ricorda il Medioevo

    Il secondo quadro cambia completamente la luce.

    Nell’Adorazione dei Magi appare una scrittura pastorale; flauto e fagotto introducono anche la melodia di Veni, veni Emmanuel, mentre la strumentazione utilizza colori che suggeriscono l’avvicinarsi della carovana e un Oriente più sognato che geografico.

    Ed ecco un cortocircuito temporale magnifico.

    Noi ascoltiamo un compositore del Novecento.

    Che guarda un pittore del Quattrocento.

    Che rappresenta una scena evangelica.

    Utilizzando una melodia proveniente da una tradizione ancora più antica.

    Quanti tempi esistono contemporaneamente in queste poche battute?

    È questa la ragione per cui parlare semplicemente di “musica antica” e “musica moderna” talvolta non serve a nulla.

    Nella memoria musicale il tempo non procede in linea retta.

    Si ripiega.

    Ritorna.

    Sopravvive.

    Un frammento medievale può entrare nel Novecento e, senza cessare di appartenere al proprio passato, diventare materia nuova.

    Respighi comprendeva questa possibilità con un’intelligenza straordinaria.

    Non imbalsamava l’antico.

    Lo faceva risuonare nel presente.


    Venere: il mare prima della dea

    Infine, La nascita di Venere.

    E Respighi compie qui forse la scelta più poetica dell’intero trittico.

    Prima della dea, ci dà il mare.

    Gli archi costruiscono un movimento ondeggiante; trilli, arpeggi e leggere oscillazioni timbriche trasformano la superficie orchestrale in acqua. Solo progressivamente emerge un motivo più ampio, legato alla figura di Venere e costruito attraverso richiami modali arcaizzanti.

    È un dettaglio importante.

    Respighi non traduce il quadro dicendo: “questa è Venere”.

    Ci conduce verso di lei.

    La musica diventa attesa dello sguardo.

    Prima sentiamo l’acqua.

    Poi il vento.

    Poi qualcosa si solleva.

    Ed è proprio in questa pagina che la piccola orchestra dimostra quanto il colore non dipenda dal numero degli strumenti, ma dalla qualità delle loro relazioni.

    Celesta, arpa, pianoforte, fiati e archi non producono semplicemente una bella sonorità.

    Costruiscono profondità.

    Respighi orchestra come un pittore che conosca il valore dello spazio fra due colori.

    La trasparenza non è assenza di materia.

    È materia perfettamente distribuita.

    E qui I Solisti Aquilani meritano un riconoscimento particolare: una compagine nata sulla cultura dell’ensemble possiede naturalmente quell’attenzione alla linea interna che il Trittico richiede. Anche una delle cronache successive alla serata, pur assai severa su altri aspetti dell’esecuzione, ha riconosciuto esplicitamente la qualità dell’ensemble.

    Davide Trolton si trovava davanti a un compito tutt’altro che elementare. Un programma simile non richiede un unico gesto direttoriale, ma quattro differenti idee di peso, tempo e articolazione: la geometria di Casella non può respirare come Liszt; l’arcaismo di Taralli non può essere trattato come il colorismo di Respighi. Il valore della bacchetta, qui, si misura anzitutto nella capacità di non uniformare.

    E affidare un programma tanto esposto a un giovane direttore significa anche ricordare che la tradizione non si conserva soltanto affidandola a chi la conosce da decenni.

    Si conserva consegnandola a qualcuno che dovrà ancora portarla altrove.


    Una serata italiana, ma non provinciale

    Alla fine, il dato più interessante del concerto bolognese non era la presenza di quattro compositori assai diversi.

    Era ciò che accadeva mettendoli uno accanto all’altro.

    Liszt guardava avanti.

    Casella guardava indietro per continuare ad avanzare.

    Taralli domandava all’antico se avesse ancora qualcosa da dire.

    Respighi prendeva Botticelli per mano e lo conduceva nel Novecento.

    Nessuno di loro considerava il passato un luogo nel quale tornare ad abitare.

    Lo consideravano un interlocutore.

    E questa è forse una delle questioni centrali della musica italiana.

    Abbiamo ereditato un patrimonio talmente vasto che potremmo trascorrere intere stagioni a celebrarlo.

    Ma celebrare non basta.

    Il compito dell’interpretazione è un altro.

    Occorre permettere a una pagina già scritta di accadere nuovamente.

    Non riprodurla.

    Farle correre ancora un rischio.

    È in questo che il lavoro di un’orchestra diventa davvero culturale: non quando esegue correttamente il passato, ma quando riesce a sottrarlo alla condizione di passato.

    I Solisti Aquilani, guidati da un eccellente e sensibile Davide Trolton, hanno portato a Bologna proprio questa identità: quella di un ensemble nel quale la disciplina cameristica rimane il fondamento anche quando il repertorio assume dimensione orchestrale. Campanella ha dato alla serata il peso di una lunga storia interpretativa; Trolton quello di una generazione che quella storia deve ricevere senza esserne schiacciata.

    E alla fine è rimasto Respighi.

    O forse Botticelli.

    Non è facile stabilire dove terminasse l’uno e cominciasse l’altro.

    La Primavera continuava a danzare.

    I Magi proseguivano il loro viaggio.

    Venere saliva ancora dall’acqua.

    Soltanto che, per una sera, non avevano più bisogno di essere guardati.

    Avevano trovato un’altra maniera di esistere.

    Erano diventati suono.

    Ed è forse questo il prodigio più serio della musica quando incontra un’opera d’arte: non illustrarla, non spiegarla, non sovrapporle una didascalia sonora.

    Restituirle il tempo che la pittura le aveva tolto.

    Botticelli aveva fermato un istante.

    Respighi lo rimise in movimento.

    E al Manzoni, quasi un secolo dopo, quel movimento ha avuto ancora qualcuno disposto a continuarlo.

    Photo Credit: Paolo Perna

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  • Il duello senza pistole

    Liszt, Thalberg e la notte in cui Parigi combatté con ottantotto tasti.

    di Marialuisa Veneziano

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    🎧 MUSICA PER LA LETTURA – (Box 1)
    Sigismond Thalberg – Fantaisie sur des thèmes de Moïse, op. 33
    Questa volta non ascoltiamo una semplice colonna sonora.Entriamo direttamente nel duello.
    Comincia con Thalberg: cerca quella melodia che sembra cantare nel centro della tastiera mentre le altre dita le costruiscono sopra e sotto un intero mondo sonoro. È il celebre effetto delle “tre mani”.

    Clicca sulla freccia nera per far apparire l’ascolto

    Matteo ricevette l’arma alle nove del mattino.

    Era lunga quindici centimetri, aveva la punta appena temperata ed era rossa.

    — Non perderla — disse il signor Valmont.

    Matteo la rigirò tra le dita.

    — È una matita.

    — Lo vedo.

    — Avevate detto che mi avreste affidato una cosa importante.

    Il direttore della tipografia sollevò gli occhi.

    — Con quella, questa sera, ucciderai un uomo.

    Matteo lasciò quasi cadere la matita.

    Valmont scoppiò a ridere.

    — Un nome, idiota. Ucciderai un nome.

    Sul banco, tra caratteri di piombo, stracci sporchi d’inchiostro e fogli ancora umidi, erano distese due prime pagine.

    La prima annunciava:

    La seconda:

    Matteo lesse la prima.

    Poi la seconda.

    Poi tornò alla prima.

    — Ma il concerto è stasera.

    — Ottima memoria.

    — Non hanno ancora suonato.

    — Altra osservazione impeccabile.

    — E voi avete già scritto chi ha vinto?

    — Ho scritto entrambe le possibilità.

    Matteo si grattò la fronte.

    — E se non vince nessuno?

    Valmont smise di sorridere.

    Lo guardò con quella particolare compassione che gli adulti riservano ai bambini quando dicono qualcosa di ragionevole.

    — Hai quattordici anni, vero?

    — Sì.

    — Si sente.

    Indicò le due pagine.

    — Stasera andrai al palazzo della principessa Belgiojoso. Ascolterai Liszt e Thalberg. Quando avranno finito, prenderai questa matita e farai una croce sul nome del perdente.

    — E poi?

    — Corri qui.

    — Quanto forte?

    — Se vuoi conservare il lavoro, abbastanza da arrivare prima delle due.

    Matteo infilò la matita in tasca.

    — Quindi sarò io a decidere chi ha vinto.

    Valmont rise.

    — No, ragazzo mio. Parigi ha già deciso.

    — E allora io a cosa servo?

    — A scoprire quale Parigi aveva ragione.

    Quella frase rimase nella testa di Matteo per tutta la giornata.

    Non perché fosse particolarmente intelligente.

    Perché, camminando per la città, si accorse che era vera.

    Parigi si era divisa.

    Non con barricate.

    Non ancora.

    Con qualcosa di molto più comodo: le opinioni.

    Nei caffè si litigava.

    Nei salotti si litigava con voce più bassa.

    Nelle botteghe si litigava interrompendo il lavoro.

    Sui giornali si litigava con l’inchiostro, che aveva il vantaggio di rendere permanenti anche le sciocchezze.

    — Liszt è un genio.

    — Liszt è un acrobata.

    — Thalberg fa cantare il pianoforte.

    — Thalberg fa sempre lo stesso trucco.

    — Liszt è il futuro.

    — Thalberg ha gusto.

    — Liszt ha il fuoco.

    — Thalberg non ne ha bisogno.

    Vicino al Pont-Neuf, Matteo consegnò alcune bozze a un uomo che stava discutendo animatamente.

    — Thalberg non vale la metà di Liszt!

    Matteo si fermò.

    — L’avete sentito?

    L’uomo lo guardò.

    — Chi?

    — Thalberg.

    — No.

    — E allora come sapete che Liszt è migliore?

    L’uomo si tolse lentamente gli occhiali.

    — Tu per chi sei?

    — Non lo so.

    L’uomo lo fissò con sospetto.

    — E allora perché parli?

    Matteo proseguì.

    Dieci minuti dopo udì due signore.

    — Liszt sarà certamente insopportabile.

    — Lo hai mai ascoltato?

    — Mai.

    — E allora?

    La signora aprì il ventaglio.

    — Mia cara, certe cose si capiscono.

    Matteo continuò a camminare.

    Verso mezzogiorno cominciò ad avere l’impressione che il concerto della sera servisse a tutto tranne che ad ascoltare musica. Il palazzo della principessa Cristina Trivulzio di Belgiojoso era già in fermento.

    Il concerto sarebbe stato benefico. Una parte del ricavato sarebbe servita agli italiani in difficoltà ed esuli.

    Quando Matteo lo seppe, si raddrizzò.

    — Io sono italiano e sono in difficoltà.

    Il maggiordomo che gli stava consegnando una pila di programmi lo squadrò.

    — Ti terrò presente se avanzano tartine.

    Matteo decise che, per un francese, era un uomo spiritoso.

    Passò il pomeriggio trasportando sedie, piegando fogli e cercando di non rompere nulla che valesse più di sua madre, cioè quasi tutto.

    Fu allora che sentì il primo pianoforte.

    La porta di un salottino era aperta.

    Matteo sbirciò.

    Un uomo elegantissimo sedeva alla tastiera.

    Non si muoveva molto.

    Non ne aveva bisogno.

    Dal pianoforte uscì una melodia nitida, perfettamente riconoscibile, come se qualcuno stesse cantando nel centro dello strumento.

    Ma sopra quella voce correvano arabeschi.

    E sotto si muoveva il basso.

    Matteo guardò le mani.

    Due.

    Ascoltò.

    Tre.

    Guardò di nuovo.

    Due.

    Fece qualche passo.

    Si chinò accanto al pianoforte.

    La musica si interruppe.

    — C’è qualcosa di interessante sotto?

    Matteo alzò la testa.

    L’uomo lo osservava.

    — Cercavo la terza mano.

    Silenzio.

    — Quale terza mano?

    — Quella che suona la melodia.

    L’uomo rimase serio.

    Poi rise.

    — E l’hai trovata?

    — No.

    — Peccato. È anni che la cercano.

    Matteo si rialzò.

    — Voi siete Thalberg.

    — Dipende.

    — Da cosa?

    — Se vieni a riscuotere denaro, no.

    Matteo sorrise.

    Sigismond Thalberg gli fece cenno di avvicinarsi.

    — Guarda.

    Ripeté lentamente il passaggio.

    La melodia passava fra i pollici, nel registro centrale. Le altre dita costruivano intorno un paesaggio sonoro che dava l’illusione di più piani sovrapposti.

    Matteo spalancò gli occhi.

    — È un trucco.

    Thalberg lo guardò.

    — Tu lavori in una tipografia?

    — Sì.

    — Quando stampi la parola mare, il foglio si bagna?

    — No.

    — Allora anche voi fate trucchi.

    — Non è la stessa cosa.

    — Naturalmente. Il mio costa molto di più.

    Matteo rise.

    Poi ricordò la matita nella tasca.

    — Stasera vincerete?

    Thalberg smise di suonare.

    — Contro chi?

    — Liszt.

    — Ah.

    Il nome rimase fra loro.

    — Tutti dicono che sarà un duello.

    — Gli esseri umani amano molto i duelli nei quali non rischiano di essere colpiti.

    — Ma voi volete vincere?

    Thalberg lo guardò.

    Matteo si aspettava una frase magnifica sulla superiorità dell’arte.

    Thalberg disse:

    — Moltissimo.

    Matteo rimase deluso.

    — Pensavo avreste detto che conta soltanto la musica.

    Thalberg richiuse piano la tastiera.

    — È una delle cose che i musicisti dicono quando hanno già vinto.

    BOX MUSICOLOGICO (Clicca sulla freccia nera per aprire i contenuti)

    L’altro pianoforte si trovava due stanze più in là.

    Matteo sentì la stessa frase nove volte.

    Alla decima si affacciò.

    Franz Liszt sedeva da solo.

    Suonava quattro battute.

    Si fermava.

    Ripeteva.

    Ancora.

    Ancora.

    Alla dodicesima Matteo domandò:

    — Non vi riesce?

    Liszt si voltò.

    — Come?

    — Quel pezzo.

    — Perché?

    — Continuate a rifarlo.

    Liszt lo studiò.

    — Quando tu non sai fare qualcosa, quante volte provi?

    — Di solito alla terza arriva il signor Valmont e mi chiama incapace.

    Liszt rise.

    Matteo entrò.

    Nel piegarsi per raccogliere alcuni programmi, lasciò cadere le due prime pagine.

    Liszt le raccolse.

    Lesse:

    LISZT SCHIACCIA THALBERG.

    Un sorriso.

    Girò il foglio.

    THALBERG DETRONIZZA LISZT.

    Il sorriso rimase, ma gli occhi cambiarono.

    — Previdenti.

    — Devo riportarne uno stanotte.

    — Allora non avrai difficoltà.

    — Quale?

    Liszt indicò il primo.

    Matteo rise.

    — Anche Thalberg vuole vincere.

    — Che uomo sorprendente.

    — Pensavo anche voi avreste detto che conta soltanto la musica.

    Liszt tornò al pianoforte.

    — Thalberg ti ha detto così?

    — No.

    — Allora, per una volta, siamo perfettamente d’accordo.

    Riprese le quattro battute.

    Matteo lo osservò.

    Due uomini diversissimi.

    Entrambi volevano vincere.

    Per ragioni che Matteo non conosceva ancora, la cosa gli piacque.

    Li rendeva meno statue.

    Più pericolosi.

    Più umani.

    Ed è proprio quando ci si sente importanti che si commettono le stupidaggini migliori.

    Thalberg era nel corridoio quando Matteo uscì.

    — Hai incontrato Liszt?

    — Sì.

    — E?

    Matteo avrebbe potuto dire:

    Sta provando.

    Avrebbe potuto dire:

    Vuole vincere.

    Avrebbe potuto tacere.

    Invece sentì la voce di Valmont nella testa.

    Nessuno compra un giornale se non succede niente.

    — Ha detto che stasera vi farà dimenticare.

    Thalberg si fermò.

    — Ha detto questo?

    Il cuore di Matteo ebbe un piccolo sobbalzo.

    — Più o meno.

    Era falso.

    Non completamente falso, si disse.

    Liszt voleva vincere.

    Una frase, in fondo, valeva l’altra.

    Thalberg lo guardò ancora per un momento.

    Poi entrò nella sala prove e chiuse la porta.

    Poco dopo Matteo sentì il pianoforte.

    Non più calmo come prima.

    Più rapido.

    Più duro.

    Una frase venne ripetuta tre volte.

    Matteo sentì freddo.

    Aveva fatto qualcosa.

    Non sapeva quanto grande.

    Per la prima volta tirò fuori la matita rossa.

    La guardò.

    Non sembrava più tanto innocente.

    Alle otto il palazzo smise di essere una casa.

    Divenne un teatro.

    Poi, lentamente, un’arena.

    Carrozze davanti all’ingresso.

    Gioielli.

    Uniformi.

    Profumi.

    Seta.

    Ventagli.

    Voci.

    Matteo riconobbe i sostenitori di Liszt e quelli di Thalberg senza che nessuno portasse una divisa.

    Bastava ascoltarli.

    — Se Thalberg fa ancora quel suo giochetto della melodia centrale, me ne vado.

    — Davvero?

    — Naturalmente.

    — Lo avete mai sentito?

    — No.

    Più avanti:

    — Liszt suona troppo forte.

    — Non ha ancora cominciato.

    — Non importa.

    Matteo strinse i programmi.

    Aveva trascorso il pomeriggio con i due uomini.

    Nessuno dei due assomigliava alla versione che ne davano quelle persone.

    Mentre attraversava il salone, qualcuno gli sfilò dalla tasca i fogli.

    Matteo si girò spaventato.

    La principessa Belgiojoso li stava leggendo.

    Uno.

    Poi l’altro.

    — Molto pratico.

    — Altezza…

    — Non preoccuparti. Non denuncerò il tuo giornale per eccesso di immaginazione.

    Gli restituì i fogli.

    — Quale userete?

    — Quello giusto.

    — E se fossero sbagliati entrambi?

    Matteo esitò.

    — Il mio direttore dice che è impossibile.

    La principessa lo osservò.

    — Dev’essere un uomo molto fortunato.

    — Perché?

    — Io ho trascorso gran parte della vita vedendo accadere cose che uomini molto sicuri avevano appena definito impossibili.

    Poi indicò la sala.

    — Ascolta bene.

    — È quello che devo fare.

    — No.

    Cristina sorrise appena.

    — Tu devi scegliere. È diverso.

    Si allontanò.

    Matteo rimase lì.

    Per la prima volta quelle due cose gli sembrarono davvero diverse.

    Quando Thalberg si avvicinò al pianoforte, la sala cadde nel silenzio.

    Un silenzio tutt’altro che innocente.

    Centinaia di persone stavano aspettando.

    Alcune la musica.

    Molte il verdetto.

    Thalberg posò le mani sulla tastiera.

    Cominciò la Fantasia sul Mosè di Rossini.

    Matteo lo conosceva ormai abbastanza da vedere ciò che il pubblico non poteva vedere.

    All’inizio Thalberg era teso.

    Lo capì dalle spalle.

    Dalla prima respirazione.

    Da quel gesto minuscolo con cui aveva sistemato il polsino.

    Forse stava pensando alla frase che Matteo gli aveva attribuito a Liszt.

    Vi farà dimenticare.

    Matteo sentì la vergogna salire.

    Poi Thalberg cominciò davvero a suonare.

    E dimenticò tutto.

    La melodia comparve nel centro della tastiera.

    Cantava.

    Non aveva altro verbo.

    Cantava.

    Attorno a essa, le note correvano come acqua attorno a una pietra.

    Sopra.

    Sotto.

    Tre piani sonori con due mani.

    Matteo guardò.

    Non cercò più la terza.

    Chiuse gli occhi.

    E vide sua madre.

    Non nel presente.

    Due anni prima.

    Durante il viaggio verso Parigi.

    Una stanza presa per una notte.

    Poche monete.

    La pioggia.

    Lui che chiedeva se il giorno dopo avrebbero mangiato.

    Sua madre che non rispondeva.

    Poi, nel buio, una canzone italiana.

    Cantata piano.

    Con una voce che voleva sembrare sicura e non lo era.

    Matteo, allora, lo aveva capito.

    Ma aveva fatto finta di no.

    Thalberg continuava.

    La melodia restava ferma al centro mentre intorno tutto cambiava.

    Proprio come quella voce.

    Sua madre aveva avuto paura.

    E aveva cantato lo stesso.

    Matteo aprì gli occhi.

    Per alcuni secondi non vide il salotto della principessa.

    Vide casa.

    Una casa che non esisteva più.

    L’ultima nota si spense.

    Ci fu un brevissimo silenzio.

    Poi l’applauso.

    Enorme.

    Matteo infilò la mano nella tasca.

    Tirò fuori la pagina:

    THALBERG DETRONIZZA LISZT.

    Prese la matita rossa.

    Avvicinò la punta alla carta.

    Un centimetro.

    Mezzo.

    Si fermò.

    Liszt non aveva ancora suonato.

    Ripiegò il foglio.

    *******

    🎧 ORA CAMBIA IL SUONO – (Box 2)
    Franz Liszt – Grande fantaisie sur des motifs de Niobe, S.419
    Hai ascoltato Thalberg mentre Matteo ritrovava qualcosa del proprio passato.
    Adesso entra Liszt.
    Non cercare lo stesso tipo di bellezza: il duello comincia davvero proprio perché il pianoforte cambia volto.

    Clicca sulla freccia nera per far apparire l’ascolto.

    Thalberg passò vicino a lui.

    — Allora?

    Matteo sobbalzò.

    — Cosa?

    — La terza mano.

    Il ragazzo sorrise.

    — Non l’ho trovata.

    — Bene.

    — Bene?

    Thalberg abbassò la voce.

    — Quando smetti di cercare il trucco, qualche volta cominci a sentire la musica.

    E andò via.

    Matteo rimase immobile.

    La frase gli fece ancora più male.

    Perché lui, quel pomeriggio, aveva fatto esattamente il contrario.

    Aveva cercato il trucco dentro due uomini.

    E ne aveva inventato uno.

    Quando Liszt entrò, una parte del pubblico applaudì prima ancora che toccasse la tastiera.

    Matteo si accorse che gli dava fastidio.

    Poi ricordò che era successo anche con Thalberg.

    Gli adulti, pensò, riuscivano spesso a essere ingiusti in modo perfettamente equilibrato.

    Liszt sedette.

    Non guardò Thalberg.

    O forse lo fece.

    Matteo non seppe dirlo.

    Cominciò.

    La Niobe entrò nella sala in maniera completamente diversa.

    Matteo cercò, all’inizio, ciò che aveva trovato in Thalberg.

    La voce centrale.

    La continuità.

    Quel canto.

    Non c’era.

    Si sentì quasi tradito.

    Poi Liszt cambiò prospettiva.

    Un passaggio esplose.

    Un altro si ritirò improvvisamente.

    Il pianoforte sembrò diventare troppo stretto per ciò che il pianista pretendeva da lui.

    A tratti orchestra.

    A tratti una voce sola.

    A tratti materia.

    A tratti vertigine.

    Matteo smise di pensare a sua madre.

    Cominciò a pensare a se stesso.

    Alla tipografia.

    Alle scarpe troppo grandi che portava perché erano state di suo cugino.

    Alla stanza che divideva con sua madre.

    Alle lettere di piombo che componeva ogni giorno per raccontare le vite degli altri.

    Aveva sempre pensato che un giorno avrebbe avuto una tipografia sua.

    Non perché lo desiderasse.

    Perché era l’unico futuro che conosceva.

    Poi Liszt suonò una frase che sembrò spalancare qualcosa.

    Matteo ebbe un pensiero.

    E se non fosse già deciso?

    Tutto qui.

    Un pensiero minuscolo.

    Ma alcuni pensieri hanno bisogno di pochissimo spazio per rendere improvvisamente piccola la stanza in cui hai vissuto fino a quel momento.

    E se non fosse già deciso che cosa avrebbe fatto?

    Dove sarebbe vissuto?

    Chi sarebbe diventato?

    Liszt terminò.

    La sala esplose.

    Matteo non applaudì subito.

    Aveva bisogno delle mani per tenere insieme una cosa che non sapeva nominare.

    Thalberg gli aveva restituito un luogo da cui proveniva.

    Liszt gli aveva fatto sospettare che potesse esisterne uno verso cui andare.

    Matteo prese le due pagine.

    Le mise una accanto all’altra.

    Guardò la matita rossa.

    E capì di essere nei guai.

    La musica finì.

    La gara cominciò.

    — Liszt!

    — Thalberg!

    — Thalberg!

    — Liszt!

    I nomi rimbalzarono nella sala.

    Qualcuno rise.

    Qualcuno fischiò.

    La principessa alzò una mano.

    Il rumore calò.

    Non del tutto.

    Mai del tutto.

    — A quanto pare — disse — Parigi è venuta qui con una domanda.

    — Chi ha vinto! — gridò qualcuno.

    Risate.

    Matteo guardò i pianisti.

    Liszt aveva l’aria di un uomo che fingeva molto bene di non essere interessato.

    Thalberg quella di un uomo che fingeva ancora meglio.

    La principessa li guardò.

    Poi guardò Matteo.

    E vide i due fogli.

    — Vieni qui.

    Il sangue lasciò il volto del ragazzo.

    Fece finta di non avere capito.

    — Tu.

    Niente da fare.

    Attraversò la sala.

    Ogni passo gli sembrò rumoroso.

    La principessa indicò i fogli.

    — Il tuo giornale vuole un nome.

    — Sì.

    — Bene. Daglielo.

    Matteo deglutì.

    Qualcuno disse:

    — Facciamo giudicare il ragazzo!

    Una risata percorse il salone.

    — Allora? — domandò un uomo. — Chi è stato migliore?

    Matteo guardò Thalberg.

    Poi Liszt.

    La risposta non arrivò.

    — Non lo so.

    Risate.

    — Non lo sa!

    — Che giudice!

    — Ma deve scegliere!

    Matteo infilò la mano in tasca.

    Strinse la matita.

    Guardò Thalberg.

    — Quando suonava lui…

    Il salone lentamente tacque.

    — …avevo dimenticato che monsieur Liszt esistesse.

    Qualcuno mormorò approvazione.

    Matteo si voltò verso Liszt.

    — E quando ha suonato lui avevo dimenticato che esistesse monsieur Thalberg.

    Il mormorio cambiò.

    L’uomo del caffè, quello che aveva già deciso al mattino, sbuffò.

    — E questo cosa dimostra?

    Matteo abbassò gli occhi sulle due prime pagine.

    La risposta arrivò da lì.

    — Che per decidere chi era migliore avrei dovuto ricordarmi dell’altro mentre ascoltavo.

    Nessuno rise.

    — Ma allora avrei ascoltato peggio.

    Silenzio.

    Matteo continuò, ormai troppo spaventato per fermarsi.

    — Monsieur Thalberg mi ha fatto ricordare casa.

    Guardò Liszt.

    — Monsieur Liszt mi ha fatto chiedere dove potrei andare.

    Poi guardò la sala.

    — Non so quale delle due cose sia migliore.

    Pausa.

    — E non voglio perderne una soltanto per poter dire che ho scelto bene.

    Quella frase non produsse applausi.

    Matteo ne fu quasi felice.

    Gli applausi avrebbero rovinato tutto.

    Produsse invece qualcosa di più raro.

    Persone che non sapevano immediatamente cosa dire.

    Avrebbe potuto fermarsi.

    La principessa avrebbe trovato una frase elegante.

    Il pubblico avrebbe discusso.

    Valmont avrebbe urlato.

    La vita sarebbe continuata.

    Ma Matteo vide Thalberg.

    E vide di nuovo quella porta chiusa nel pomeriggio.

    La musica più nervosa.

    La frase inventata.

    Alzò la mano.

    — C’è un’altra cosa.

    La principessa sospirò.

    — Naturalmente.

    Qualche risata.

    Matteo guardò Thalberg.

    — Vi ho mentito.

    Thalberg aggrottò la fronte.

    — Quando?

    — Oggi.

    Liszt sollevò lo sguardo.

    — Vi ho detto che monsieur Liszt aveva promesso di farvi dimenticare.

    La sala si fece immobile.

    Thalberg si voltò verso Liszt.

    Liszt disse semplicemente:

    — Non l’ho detto.

    Matteo sentì il viso bruciare.

    — Lo so.

    — Perché? — chiese Thalberg.

    Non era arrabbiato.

    Sarebbe stato più facile se lo fosse stato.

    Matteo guardò i fogli.

    — Perché così sembrava una storia migliore.

    Nessuno si mosse.

    — Pensavo che se vi foste odiati un po’ di più, la gente avrebbe voluto sapere ancora di più chi avrebbe vinto.

    Thalberg continuava a guardarlo.

    — E adesso?

    Matteo inspirò.

    — Adesso penso che la musica fosse più interessante della storia che avevo inventato.

    Liszt abbassò gli occhi.

    Thalberg fece lo stesso.

    Per un momento i due uomini non sembrarono né rivali né virtuosi.

    Sembrarono due persone che avevano appena scoperto quanto facilmente gli altri potessero raccontare al posto loro ciò che provavano.

    La principessa osservò Matteo.

    — Hai imparato in fretta.

    — Cosa?

    — Il mestiere del giornalista.

    La sala rise.

    Matteo diventò rosso.

    Poi Cristina aggiunse:

    — Fortunatamente stai anche imparando il rimedio.

    Il cronista accanto al pianoforte alzò la voce.

    — Tutto molto bello, Altezza. Ma domattina i lettori chiederanno ancora chi ha vinto.

    La tensione tornò.

    — Il ragazzo ha due titoli — continuò. — Uno dei due sarà pur vero.

    Matteo guardò i fogli.

    LISZT SCHIACCIA THALBERG.

    THALBERG DETRONIZZA LISZT.

    La punta rossa aspettava.

    Quella era la cosa più semplice.

    Una croce.

    Un perdente.

    Un vincitore.

    Una storia pulita.

    Matteo pensò a Valmont.

    Al lavoro.

    A sua madre.

    Alle monete che portava a casa.

    Poi tracciò una linea.

    Sul primo titolo.

    Un mormorio.

    Spostò la matita.

    Tracciò una linea sul secondo.

    — Ragazzo! — gridò il cronista.

    Matteo ripose la matita.

    — Sono sbagliati.

    — Tutti e due?

    — Sì.

    — E noi cosa dovremmo scrivere?

    Matteo alzò le spalle.

    — Quello che è successo.

    — È ciò che stavamo facendo!

    Matteo guardò le due frasi cancellate.

    — No.

    Poi, molto piano:

    — Stavate scrivendo quello che volevate succedesse.

    Fu Liszt a ridere per primo.

    Una risata breve.

    Thalberg lo guardò.

    Poi rise anche lui.

    Non un abbraccio.

    Non una riconciliazione da favola.

    Nessuno dei due aveva improvvisamente smesso di desiderare la vittoria.

    Ma per un momento sembrarono vedere dall’esterno la gabbia dentro cui Parigi li aveva messi.

    E ciò bastò.

    Quando quasi tutti furono usciti, Matteo tornò nel salone.

    Doveva recuperare i programmi abbandonati.

    C’erano bicchieri sui tavoli, candele consumate, una sedia rovesciata.

    Il pianoforte era ancora aperto.

    Liszt stava per andare via.

    Thalberg era vicino alla porta.

    Si incontrarono al centro della stanza.

    Matteo si nascose istintivamente dietro una tenda.

    Non voleva origliare.

    Voleva soltanto capire se si sarebbero uccisi.

    Liszt guardò Thalberg.

    — Il ragazzo ha mentito male.

    — Molto.

    — Avrebbe potuto inventare qualcosa di più offensivo.

    — Gliel’ho già detto.

    Un silenzio.

    Poi Liszt indicò il pianoforte.

    — Quella melodia nel registro centrale.

    Thalberg lo guardò.

    — Cosa?

    — Fatemela vedere.

    Thalberg rimase immobile per un secondo.

    Poi tornò alla tastiera.

    Suonò lentamente il passaggio.

    Liszt osservò.

    Provò.

    Thalberg scosse la testa.

    — No.

    Liszt ripeté.

    — Così?

    — Peggio.

    Liszt lo guardò.

    — Sapete che avete un carattere insopportabile?

    — Il pubblico mi trova elegante.

    — Il pubblico non vi conosce.

    Per la prima volta Matteo capì una cosa che i titoli non avrebbero mai potuto raccontare.

    Due rivali potevano studiarsi.

    Rubarsi un’idea.

    Ammirarsi controvoglia.

    Desiderare di superarsi e, proprio per questo, costringersi a diventare migliori.

    La competizione non era necessariamente il male.

    Il male cominciava quando qualcuno pretendeva che, per esistere uno, l’altro dovesse essere cancellato.

    Matteo uscì dalla tenda.

    Liszt lo vide.

    — Tu.

    Matteo si fermò.

    — Mi dispiace ancora.

    Thalberg fece un gesto con la mano.

    — Lo sappiamo.

    Liszt indicò il pianoforte.

    — Sai suonare?

    — No.

    — Perfetto. Vieni.

    Matteo si avvicinò.

    Liszt indicò un tasto.

    — Premi.

    Matteo lo fece.

    Una nota.

    Thalberg inclinò la testa.

    — Troppo pesante.

    Liszt disse:

    — Non ascoltarlo. È invidioso.

    Thalberg premette lo stesso tasto.

    — Ecco.

    Liszt fece una smorfia.

    — Troppo elegante.

    Matteo li guardò.

    — Chi dei due l’ha suonata meglio?

    I due pianisti tacquero.

    Liszt indicò la porta.

    — Fuori.

    Quella volta Matteo rise prima di obbedire.

    Quando arrivò in tipografia erano passate le due.

    Valmont era in piedi.

    Non disse nulla.

    Era peggio.

    Matteo gli porse i fogli.

    Il direttore vide il primo titolo cancellato.

    Poi il secondo.

    Sollevò lentamente lo sguardo.

    — Spiegami.

    — Non hanno funzionato.

    — Sono titoli. Non devono funzionare.

    — Erano sbagliati.

    — Chi ha vinto?

    — Non lo so.

    — Matteo.

    — Davvero.

    — Ti ho mandato a scoprire una sola cosa.

    — Lo so.

    — E torni senza saperla.

    Matteo abbassò la testa.

    — Sì.

    Valmont inspirò.

    — Sai almeno perché?

    Matteo ci pensò.

    — Perché mentre suonavano non riuscivo a confrontarli.

    — È esattamente il contrario di quello che dovevi fare.

    — Credo di sì.

    — Hai fallito.

    Matteo guardò la matita rossa.

    Poi disse:

    — Forse.

    Valmont diventò paonazzo.

    — Forse?

    — Però ho ascoltato tutto.

    Silenzio.

    I tipografi avevano smesso di lavorare.

    Valmont guardò i due fogli.

    Poi Matteo.

    Infine li gettò sul banco.

    — Smontate.

    Un uomo cominciò a togliere i caratteri dal compositoio.

    SCHIACCIA.

    Una lettera alla volta.

    S.

    C.

    H.

    I.

    A.

    C.

    C.

    I.

    A.

    Il verbo scomparve.

    Poi:

    DETRONIZZA.

    D.

    E.

    T.

    R.

    O.

    N.

    I.

    Z.

    Z.

    A.

    Matteo osservò.

    Al mattino quelle parole gli erano sembrate fatti.

    Ora tornavano a essere ciò che erano sempre state:

    pezzi di piombo scelti da qualcuno.

    Valmont prese un compositoio vuoto.

    — Bene.

    Guardò Matteo.

    — Visto che hai distrutto due prime pagine, aiutami con la terza.

    — Io?

    — Non farmelo ripetere.

    Matteo pensò.

    — “Liszt e Thalberg suonano magnificamente”.

    Valmont lo guardò con disgusto.

    — Voglio vendere giornali, non sonniferi.

    Matteo rifletté ancora.

    Pensò al salone.

    Al pubblico.

    Alla matita.

    Alle due mani di Thalberg che sembravano tre.

    Alle quattro battute che Liszt aveva provato dodici volte.

    A sua madre.

    Al futuro.

    Poi disse:

    — Scrivete…

    Valmont aspettò.

    PARIGI ASPETTAVA UN VINCITORE.

    — E poi?

    Matteo sorrise.

    LA MUSICA NON NE HA SCELTO UNO.

    Valmont lo fissò.

    — È lungo.

    Matteo abbassò gli occhi.

    Il direttore prese un carattere di piombo.

    — Ma si può lavorare.

    Fu il complimento più grande che Matteo avesse mai ricevuto da lui.

    ******

    Parigi si svegliò esattamente come era andata a dormire.

    Divisa.

    Chi sosteneva Liszt continuò a sostenere Liszt.

    Chi amava Thalberg continuò a preferire Thalberg.

    Qualcuno giurò che Liszt avesse trionfato.

    Qualcun altro che Thalberg gli avesse dato una lezione.

    Matteo ne fu quasi contento.

    La storia non aveva cambiato il mondo.

    Le storie migliori raramente lo fanno in una notte.

    Stava consegnando i giornali quando vide una copia del Journal des Débats.

    La aprì.

    Cercò il resoconto della serata.

    Lesse il giudizio di Jules Janin.

    Il critico non aveva consegnato a Parigi il vincitore assoluto che aspettava.

    Il senso era semplice:

    due vincitori. Nessun vinto.

    Matteo rimase fermo sul marciapiede.

    Poi rise.

    L’uomo del caffè del giorno precedente era lì.

    — Cos’hai da ridere?

    — Niente.

    — Alla fine chi ha vinto?

    Matteo lo guardò.

    — Voi per chi eravate?

    — Liszt.

    — Avete ascoltato Thalberg?

    — Naturalmente.

    Matteo sorrise.

    — No.

    L’uomo aggrottò la fronte.

    — Come sarebbe “no”?

    Ma Matteo era già andato via.

    Aveva una tipografia da raggiungere.

    Valmont gli avrebbe detratto dalla paga il costo della matita che aveva spezzato correndo.

    Perché quella mattina, senza pensarci, Matteo aveva infilato la mano in tasca, l’aveva trovata e l’aveva spezzata in due.

    Poi si era pentito.

    Una buona matita non aveva nessuna colpa.

    Aveva raccolto entrambe le metà.

    E le aveva tenute.

    Per ricordarsi una cosa: non è lo strumento che cancella i nomi.

    È la mano che decide di usarlo per farlo.


    Non siamo nati per diventare la copia migliore di qualcun altro.

    C’è sempre qualcuno più veloce, più sicuro, più applaudito. Ma confrontarsi continuamente può farci dimenticare una domanda più importante:

    Sto diventando davvero la persona che voglio essere?

    Liszt e Thalberg erano diversi proprio perché cercavano strade diverse. Nessuno dei due aveva bisogno di cancellare l’altro per avere valore.

    Anche nella vita è così: crescere non significa arrivare prima degli altri, ma capire qual è la propria direzione. Perché il vero fallimento non è essere secondi. È passare il tempo a correre una gara che non ci appartiene.

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