
Un libro chiuso da troppo tempo. Un ragazzo deciso ad aprirlo. E una musica pronta a tornare nel mondo.
di Marialuisa Veneziano
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🎧 MUSICA PER LA LETTURA
Per accompagnare Il risveglio del Gigante, si consiglia l’ascolto del coro iniziale “Kommt, ihr Töchter, helft mir klagen” dalla Passione secondo Matteo, BWV 244 di Johann Sebastian Bach, nell’esecuzione della Netherlands Bach Society diretta da Jos van Veldhoven. È proprio la musica al centro della nostra favola: quella grande Passione che, nel 1829, Mendelssohn contribuì a riportare con forza davanti al pubblico.
Due cori, orchestra e corale si intrecciano in una costruzione monumentale che sembra avanzare lentamente da un tempo lontano verso di noi. Non è soltanto l’inizio di una Passione: per la nostra storia è la voce stessa del Gigante che riapre gli occhi, abbandona la polvere dello scaffale e torna a respirare attraverso altre mani, altre voci, un altro tempo. Clicca sulla freccia del logo “cuffie”, premi play e comincia a leggere.
A Berlino, in una grande sala dove gli uomini parlavano sottovoce per rispetto della musica e gli spartiti parlavano a voce alta non appena gli uomini se ne andavano, esisteva uno scaffale che nessuno guardava mai.
Era alto, scuro e leggermente storto.
Sull’ultimo ripiano, schiacciato fra un volume di mottetti e una raccolta di corali che sosteneva di avere conosciuto personalmente almeno tre principi, riposava un libro enorme.
Aveva la copertina consumata, gli angoli piegati e tante pagine che il piccolo Minuetto, il più vanitoso fra gli spartiti della sala, lo considerava quasi un difetto di fabbricazione.
— Quante pagine hai? — gli domandò una notte.
— Molte.
— Questo lo vedo. Ma quante?
— Abbastanza.
Minuetto sospirò.
— È per questo che non ti suonano. Oggi bisogna essere brevi.
Il grande libro non rispose.
Sul dorso portava un nome che la polvere aveva quasi nascosto:
Johann Sebastian Bach.
E sotto, in lettere ormai un poco scolorite:
Passione secondo Matteo.
Gli altri spartiti lo chiamavano semplicemente il Gigante.
Non perché facesse paura.
Perché occupava moltissimo spazio e parlava pochissimo, due caratteristiche che, secondo Minuetto, negli ambienti musicali erano spesso sufficienti per essere considerati importanti.

Ogni notte, quando nella sala si spegnevano le luci, gli spartiti cominciavano le loro conversazioni.
Ottavia la Croma correva da un leggio all’altro portando notizie che nessuno le aveva chiesto.
— Domani provano Mozart! Ho sentito tutto! Orchestra completa! Due oboi! Due corni! Pubblico! E forse perfino biscotti nell’intervallo!
— I biscotti non riguardano la musica — borbottava Herr Fagotto.
Herr Fagotto era un vecchio strumento che viveva appoggiato nell’angolo e considerava tutto ciò che era accaduto dopo la propria giovinezza un progressivo deterioramento della civiltà.
— Ai miei tempi… — diceva spesso.
Nessuno aveva mai capito esattamente quali fossero i suoi tempi.
Cambiavano a seconda dell’argomento.
Madame Ragnatela, invece, viveva sopra il Gigante.
Era una piccola ragna convinta di essere stata nominata Custode Generale dell’Archivio, benché nessuno ricordasse da chi.
— Il Gigante è perfettamente conservato — dichiarava.
— Mi stai ricoprendo di ragnatele — osservava lui.
— Conservazione preventiva.
— Non riesco quasi più a vedere.
— La luce rovina la carta.
E così passavano gli anni.
Gli spartiti arrivavano.
Venivano aperti.
Suonati.
Richiusi.
Altri diventavano di moda.
Altri smettevano di esserlo.
Il Gigante rimaneva lì.
Ma ciò che nessuno sapeva era che non era stato dimenticato del tutto.
Era lui che aveva imparato a nascondersi.
Molto tempo prima aveva conosciuto mani che lo sfogliavano, musicisti che si chinavano sulle sue pagine, voci che trasformavano quei piccoli segni neri in qualcosa capace di riempire una chiesa.
Ricordava un uomo.
Non il suo volto con precisione.
Piuttosto le mani.
Mani stanche, forti, veloci.
Mani che avevano scritto.
Corretto.
Cancellato.
Ricomposto.
Quelle mani non c’erano più.
Nemmeno quelle voci.
E il Gigante aveva scoperto una delle cose più difficili da comprendere:
il tempo porta via anche ciò che credevamo dovesse restare.
Perciò aveva preso una decisione.
Non avrebbe più cantato.
Se fosse rimasto chiuso, nulla sarebbe cambiato.
Nessuna nuova voce avrebbe preso il posto delle antiche.
Nessuno avrebbe potuto suonarlo diversamente.
Il passato sarebbe rimasto al sicuro.
O almeno così credeva.
Ogni pomeriggio, però, arrivava nella sala una bambina.
Si chiamava Lotte.
Aveva nove anni, due trecce che non rimanevano mai della stessa lunghezza e una curiosità considerata eccessiva da tutti gli adulti tranne suo padre, che lavorava nella sala e aveva ormai rinunciato a impedirle di fare domande.
Lotte non sapeva leggere una partitura.
Quindi, a differenza degli adulti, non aveva paura degli spartiti importanti.
Un giorno si sedette per terra davanti allo scaffale.
Guardò il Gigante.
— Tu devi essere molto triste.
Il libro ebbe un sussulto.
Naturalmente Lotte non poteva sentirlo parlare.
O forse sì.
Nelle favole questa distinzione non è mai stata particolarmente utile.
— Perché? — domandò il Gigante.
— Perché nessuno ti apre.
— Forse non voglio essere aperto.
Lotte ci pensò.
— Questo è ancora più triste.
Il Gigante si offese.
— Io appartengo a un altro tempo.
— Anche mio nonno apparteneva a un altro tempo.
Il libro tacque.
— Dov’è?
Lotte abbassò gli occhi.
— Non c’è più.
Per qualche momento nessuno disse nulla.
Persino Ottavia la Croma, che era passata per annunciare una faccenda urgentissima riguardante una forcella dinamica, decise di rimandare.
Poi Lotte sorrise.
— Però alcune cose che diceva le dico anch’io.
Il Gigante non capì.
Lotte si alzò e corse da suo padre.
Ma quella frase rimase fra le pagine.
Qualche tempo dopo arrivò nella sala un giovane.
Aveva vent’anni, capelli che sembravano aver discusso con il pettine e perso ogni interesse nella riconciliazione, e una curiosità almeno pari a quella di Lotte.
Si chiamava Felix Mendelssohn.
Minuetto lo osservò.
— Troppo giovane.
Herr Fagotto:
— Ai miei tempi a vent’anni si aveva già la decenza di sembrare stanchi.
Felix cominciò a esaminare gli spartiti.
Ne aprì uno.
Poi un altro.
Poi arrivò allo scaffale del Gigante.
Madame Ragnatela scese immediatamente.
— Vietato.
Felix, naturalmente, non la sentì.
Allungò la mano.
Il Gigante si irrigidì.
La copertina si aprì.
Una nube di polvere investì Felix.
Ottavia starnutì per sette battute consecutive.
Felix cominciò a leggere.
Prima lentamente.
Poi sempre più attentamente.
Il Gigante sentì qualcosa che non provava da anni.
Le note dentro di lui si muovevano.
Una voce lontana sembrò svegliarsi.
Poi un’altra.
Poi un coro.

Il vecchio libro ebbe paura.
Si richiuse di colpo.
Felix fece un passo indietro.
— Curioso.
— Maleducato! — protestò il Gigante.
— Interessante — disse Felix.
— Ho detto maleducato!
Ma Felix lo riaprì.
Minuetto osservava la scena con crescente preoccupazione.
— Questo giovane non conosce il rispetto per la musica antica.
Herr Fagotto brontolò:
— Finalmente.
Quella notte Felix fece un sogno.
Si trovava nella grande sala, ma gli scaffali erano diventati altissimi e i fogli volavano nell’aria come uccelli bianchi.
In fondo c’era il Gigante.
— Perché non vuoi essere suonato? — gli domandò Felix.
— Perché nessuno può suonarmi come allora.
Felix rimase in silenzio.
— È vero — disse infine.
Il Gigante non si aspettava quella risposta.
— Allora lasciami qui.
— No.
— Perché?
Felix si avvicinò.
— Perché ricordare non significa rifare ieri.
— E allora cosa significa?
Felix guardò le sue pagine.
— Permettere a ieri di arrivare fino a domani.
Il Gigante tremò.
— Ma se nuove voci canteranno le mie note, quelle antiche scompariranno.
Felix indicò Lotte, che nel sogno era seduta in fondo alla sala.
— Quando lei ripete una frase di suo nonno, cancella forse suo nonno?
Il Gigante guardò la bambina.
— No.
— Allora forse una voce nuova non cancella quella vecchia.
Felix sorrise.
— Forse la porta più lontano.
Il Gigante non rispose.
Perché ci sono pensieri che, quando arrivano davvero in profondità, hanno bisogno di silenzio prima di trovare una risposta.
Cominciarono le prove.
E furono un disastro.
Almeno secondo Herr Fagotto.
— Troppo veloci.
— Non abbiamo ancora cominciato — gli fecero notare.
— Appunto. Una fretta insopportabile.
Ottavia la Croma correva sui pentagrammi gridando:
— Sveglia! Sveglia! Dopo quasi cent’anni non possiamo presentarci spettinate!
Minuetto si offrì come consulente artistico.
— Io accorcerei.
— Cosa?
— Tutto.
— Perché?
— Il pubblico moderno.
— E cosa vuole il pubblico moderno?
Minuetto si fermò.
— Non ne ho idea. Ma tutti dicono che bisogna darglielo.
Madame Ragnatela soffriva moltissimo.
Ogni volta che qualcuno girava una pagina, una sua ragnatela veniva distrutta.
— Barbarie! — gridava. — Anni di lavoro archivistico!
Poco a poco, però, accadde qualcosa.
Le note che da tanto tempo erano rimaste immobili cominciarono a ricordare che non erano nate per essere guardate.
Una dopo l’altra diventavano suono.
Il Gigante ascoltava.
Erano voci diverse.
Mani diverse.
Un tempo diverso.
All’inizio gli faceva male.
Poi comprese una cosa strana.
Quelle nuove voci non stavano prendendo il posto delle vecchie.
Stavano facendo ciò che le vecchie avevano fatto prima di loro:
ricevevano la musica.
E poi la consegnavano.

Arrivò l’11 marzo 1829.
La sala della Sing-Akademie di Berlino era piena.
Felix Mendelssohn salì sul podio.
Il Gigante era aperto davanti a lui.
Le pagine tremavano.
— Posso ancora scappare — disse Minuetto, nascosto sotto una sedia.
— Tu non fai neppure parte dell’opera — sibilò Ottavia.
— Precisamente. Ho meno da perdere.
Herr Fagotto prese posizione.
— Se proprio dobbiamo assistere a un evento storico, spero almeno che finisca a un’ora ragionevole.
Il Gigante non li ascoltava.
Guardava il pubblico.
Volti nuovi.
Vestiti nuovi.
Un altro secolo.
— Non mi riconosceranno — sussurrò.
Felix posò una mano sulla partitura.
Per un istante il Gigante ebbe l’impressione che potesse sentirlo.
— Mi stai riportando indietro? — domandò.
Felix sollevò gli occhi.
E nella lingua misteriosa che talvolta esiste fra un musicista e una pagina rispose:
— No. Ti sto affidando al futuro.

Alzò le braccia.
Silenzio.
Poi cominciò la musica.
La prima frase attraversò la sala.
Il Gigante riconobbe ogni nota.
Ma nessuna voce.
Per un istante sentì una fitta.
Non sono loro.
Poi una voce raccolse una frase.
Un’altra la portò avanti.
Gli strumenti la avvolsero.
Il coro la sollevò.
E qualcosa cominciò a passare da una persona all’altra.
Non si vedeva.
Eppure c’era.
Come una piccola luce.
Dal compositore alle pagine.
Dalle pagine ai musicisti.
Dai musicisti al pubblico.
Dal passato al presente.
Il Gigante comprese finalmente ciò che aveva sbagliato per tanti anni.
Aveva creduto che vivere significasse restare uguale.
Invece vivere significava continuare a essere ricevuto.
Bach non tornò nella sala.
Le vecchie voci non ricomparvero.
Nessuna mano morta tornò a sfogliare le pagine.
E proprio per questo il miracolo era più grande.
Il passato non era ritornato.
Aveva trovato una strada per andare avanti.
Sotto la sedia, Minuetto era diventato stranamente silenzioso.
Ottavia lo guardò.
— Che c’è?
— Non è affatto moderno.
— È un problema?
Minuetto ascoltò ancora un poco.
— No.
Poi, quasi controvoglia:
— Credo che sia il contrario.
Herr Fagotto si asciugò un occhio.
— State piangendo?
— Condensa.
— In marzo?
— Condensa storica.
Quando l’ultima nota si spense, per qualche secondo nessuno si mosse.
Il Gigante aspettò.
Poi arrivarono gli applausi.
Forti.
Lunghi.
Il vecchio libro sentì qualcosa di simile alla felicità.
— Sono tornato — disse.
Madame Ragnatela, per una volta, non rispose.
Perché il momento più importante non era ancora arrivato.
Fuori dalla sala, Lotte camminava accanto a suo padre.
Aveva ascoltato tutto.
Non aveva capito tutte le parole.
Non conosceva la storia di quello spartito.
Non sapeva nemmeno spiegare perché quella musica l’avesse colpita.
Ma mentre percorreva la strada cominciò, senza accorgersene, a canticchiare una piccola frase.
Il Gigante la sentì dalla finestra.
— La mia musica!
Lotte continuava ad allontanarsi.
— Sta portando via la mia musica!
Madame Ragnatela scese lentamente sulla copertina.
— No.
— Come no? La senti?
— Certamente.
— Allora cosa sta facendo?
La ragna guardò la bambina scomparire all’angolo della strada.
— La sta portando avanti.
E allora il Gigante ricordò.
Una bambina seduta per terra.
Due trecce disuguali.
Una frase pronunciata quasi per caso:
Alcune cose che diceva mio nonno le dico anch’io.
Finalmente comprese.
Le persone non sconfiggono il tempo impedendo alle cose di cambiare.
Lo attraversano lasciando qualcosa nelle mani, nelle parole, nei gesti e nella memoria di chi viene dopo.
Quella notte il Gigante tornò sullo scaffale.
Minuetto gli si avvicinò.
— Allora?
— Allora cosa?
— Sei tornato giovane?
— No.
— Sei diventato moderno?
— No.
— Famoso?
Il Gigante rifletté.
— Forse.
Minuetto sembrò soddisfatto.
— Lo sapevo.
— Ma non importa.
Minuetto rimase profondamente turbato da un’affermazione tanto poco mondana.
— E allora che cosa importa?
Il Gigante guardò le proprie pagine.
— Che domani qualcuno possa aprirmi di nuovo.
Madame Ragnatela cominciò istintivamente a tessere un filo sulla copertina.
Il Gigante lo scostò con dolcezza.
— Questa volta no.
— Come sarebbe?
— Lasciami aperto.
— Ma la polvere!
— Entrerà.
— La luce!
— Entrerà anche quella.
— Le dita!
— Gireranno le pagine.
Madame Ragnatela era scandalizzata.
— Ti rovinerai.
Il Gigante sorrise.
— Forse. Ma almeno vivrò.
E quella notte rimase leggermente aperto sullo scaffale.
Non aspettava più qualcuno capace di riportarlo nel passato.
Aspettava qualcuno disposto a portarlo ancora un poco verso il futuro.
E, da qualche parte nelle strade di Berlino, una bambina continuava a cantare.
Ricordare non significa trattenere il passato perché rimanga immobile. Significa consegnare ciò che abbiamo ricevuto a qualcuno che verrà dopo di noi. Le cose veramente vive cambiano voce, cambiano mani, attraversano altri tempi; ed è proprio così che non finiscono con chi le ha create.
🎬 NEL CAST DELLA FAVOLA
Ogni personaggio ha una parte. E qualcuno, forse, ne recita più di una. (Clicca sulla freccia e scopri di più!)

📖 Il Gigante
Un vecchio spartito che ha smesso di voler essere aperto.
(La memoria) — rappresenta ciò che abbiamo ricevuto dal passato e che, per paura di perderlo o modificarlo, rischiamo di trasformare in qualcosa di immobile. Il suo viaggio insegna che custodire non significa chiudere: significa consegnare.

🎼 Felix Mendelssohn
Vent’anni, curiosità e la pericolosa abitudine di aprire ciò che gli altri hanno lasciato chiuso.
(Il ponte) — è colui che mette in comunicazione due tempi. Non vuole ricostruire il passato, ma permettergli di raggiungere il futuro. Rappresenta l’interprete, lo studioso, il maestro e chiunque riceva qualcosa e scelga di tramandarlo.

👧 Lotte
Nove anni, due trecce disuguali e nessuna soggezione davanti alle cose importanti.
(L’eredità) — rappresenta ciò che continua senza sapere ancora di continuare. La frase imparata dal nonno e la melodia canticchiata dopo il concerto mostrano che spesso portiamo dentro di noi ciò che abbiamo ricevuto molto prima di comprenderne il valore.

🎩 Minuetto
Elegante, vanitoso e convinto che qualunque cosa troppo lunga debba essere immediatamente accorciata.
(La moda) — rappresenta il bisogno di essere sempre nuovi, attuali, facili da consumare. È convinto che ciò che non appartiene al presente sia inevitabilmente superato, finché Bach non gli dimostra che alcune opere non hanno bisogno di essere moderne perché riescono a essere contemporanee a ogni epoca.

🎶 Ottavia la Croma
Piccolissima, velocissima e incapace di rimanere ferma abbastanza a lungo da terminare una conversazione.
(Il futuro) — è ciò che corre in avanti. Porta notizie, movimento, curiosità. Ricorda al Gigante che il tempo non può essere fermato: possiamo soltanto decidere se restare immobili oppure viaggiare con lui.

🎵 Herr Fagotto
Burbero, nostalgico e assolutamente certo che “ai suoi tempi” tutto funzionasse meglio.
(La nostalgia) — rappresenta l’altra tentazione della memoria: idealizzare ciò che è stato fino a renderlo intoccabile. Ama il passato, ma rischia di amarlo proprio perché non può più cambiare.

🕸️ Madame Ragnatela
Autoproclamata responsabile della conservazione dell’intero archivio.
(La paura di perdere) — vuole proteggere ogni cosa così bene da impedirle quasi di respirare. È il simbolo di una conservazione che, quando diventa eccessiva, finisce per assomigliare alla sepoltura. La sua comicità nasconde una domanda seria: quanto possiamo proteggere qualcosa prima di impedirle di vivere?

E Bach?
Bach non ha bisogno di entrare in scena.
(La voce che resta) — è presente proprio attraverso ciò che ha lasciato. Non ritorna come fantasma, non parla, non chiede di essere ricordato. La sua musica compie qualcosa di molto più potente: continua senza di lui.
BOX STORICO




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