
Prima dell’alba, un nome avrebbe dovuto dimostrare di meritare il futuro
di Marialuisa Veneziano
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🎧 MUSICA PER LA LETTURA
Carl Maria von Weber: Grand Duo concertant, op. 48, per clarinetto e pianoforte
Lascia che sia il clarinetto ad accompagnarti nella Parigi nebbiosa di Madame Oblio, tra botteghe illuminate, nomi che scompaiono e promesse affidate al tempo.
Weber scrive per il clarinetto come se fosse una voce umana: sa inquietare, raccontare, indugiare nell’ombra e poi improvvisamente aprirsi alla luce.
Non è soltanto una musica di accompagnamento
È quasi una seconda voce della fiaba.
Inizia la musica. Poi comincia a leggere.
(Clicca sulla freccia nera per far apparire l’ascolto).
A Parigi, in certi inverni, la nebbia aveva il cattivo gusto di entrare dappertutto.
Entrava sotto le porte, si aggrappava alle ruote delle carrozze, appannava i vetri, si infilava nei colletti e rendeva i lampioni così pallidi che parevano chiedere scusa per non riuscire a illuminare meglio.
La sera, nei quartieri più laboriosi, le botteghe chiudevano una dopo l’altra.
Il calzolaio spegneva la lampada.
Il libraio ritirava il cavalletto.
Il fornaio ricopriva il pane rimasto.
Persino i cavalli, a una certa ora, sembravano battere gli zoccoli con meno convinzione.
Ma c’era una piccola bottega che spesso rimaneva accesa più a lungo delle altre.
Da quella bottega uscivano rumori strani.
Un raschiare.
Un colpo leggero.
Madame Oblio aveva imparato qualcosa che persino il tempo, da solo, non avrebbe potuto insegnarle. Esistono nomi che vogliono essere ricordati. Ed esistono nomi che accettano di diventare una responsabilità.
Un tintinnio metallico.
Poi silenzio.
Poi una nota.
Talvolta una sola.
Lunga.
Scura.
Come se qualcuno stesse provando la voce di una creatura ancora senza nome.
La bottega apparteneva alla famiglia Buffet.
E lì si costruivano clarinetti.

Jean-Louis Buffet era un uomo che non sapeva fare nulla in fretta.
Il che, a Parigi, era già una forma di ribellione.
Aveva mani robuste, un grembiule quasi sempre coperto di polvere di legno e la fastidiosa abitudine di ricontrollare una cosa proprio quando tutti gli altri erano convinti che fosse finita.
Una vite poteva essere stretta.
Jean-Louis la ricontrollava.
Una chiave poteva funzionare.
Jean-Louis la provava ancora.
Un foro poteva essere ben calibrato.
Jean-Louis lo misurava un’altra volta.
Il suo apprendista, un ragazzo magro chiamato Étienne, lo trovava esasperante.
— Monsieur Buffet — disse un pomeriggio, mentre fuori pioveva da tre ore e dentro la bottega anche la stufa sembrava essersi stancata — quella chiave funziona.
Jean-Louis non alzò gli occhi.
— Sì.
Étienne aspettò.
— Allora perché la state smontando?
— Perché funziona quasi bene.
— Ma quasi bene non significa bene?
Jean-Louis si fermò.
Guardò il ragazzo.
— No.
— A me sembrava di sì.
— È per questo che sei ancora apprendista.
Étienne sospirò.
Jean-Louis sorrise.
Poi gli mostrò la chiave.
— Guarda qui.
— Non vedo nulla.
— Esatto.
— Esatto cosa?
— Il difetto è così piccolo che forse il musicista non saprà mai che esiste.
Étienne si illuminò.
— Allora possiamo lasciarlo.
Jean-Louis tornò serio.
— È proprio questo che non dobbiamo fare.
Il ragazzo lo fissò.
— Perché?
Jean-Louis appoggiò lo strumento sul banco.
— Perché fare bene qualcosa solo quando qualcuno può accorgersene non è mestiere.
Fece una pausa.
— È vanità.
Étienne, che aveva quindici anni e riteneva la vanità un problema molto meno grave della fame, non parve del tutto convinto.
Ma tacque.

Fuori, sotto la pioggia, una donna vestita di grigio aveva smesso di camminare.
Aveva ascoltato ogni parola.
Poi riprese il cammino.
Si chiamava Madame Oblio.
Naturalmente nessuno sapeva se fosse il suo vero nome.
I più anziani sostenevano che nessuno nascesse con un nome simile.
I bambini, invece, ritenevano perfettamente possibile nascere già chiamandosi Oblio, specialmente se si aveva l’aria di quella donna.
Madame Oblio era alta.
Molto alta.
E così sottile che, quando attraversava un vicolo immerso nella nebbia, pareva una riga d’inchiostro tracciata sulla pagina sbagliata.
Indossava un abito color cenere.
Non grigio chiaro.
Non argento.
Cenere.
La seta cadeva pesante fino al selciato e sembrava assorbire la luce invece di rifletterla.
La gonna era ampia, il busto severamente stretto, le maniche lunghe.
Sul collo portava un alto pizzo nero.
Sulle spalle, una mantellina di velluto scuro.
Alla gola, una spilla d’argento a forma di falena.
Le mani erano sempre coperte da guanti color avorio.
Sempre.
Anche d’estate.
Anche in casa.
Anche quando scriveva.
Da un cappello dalla tesa larga scendeva un velo sottile.
Dietro si intuiva un volto pallido, quasi immobile.
Ma gli occhi si vedevano bene.
Erano grigi.
Non severi.
Non crudeli.
Semplicemente vecchi di troppe cose viste.
Occhi abituati a osservare gli uomini dichiarare eterno ciò che sarebbe durato una stagione.
Madame Oblio portava con sé una piccola borsa nera.
Dentro c’erano una gomma bianca, una boccetta d’inchiostro trasparente, un paio di forbicine d’argento e un enorme registro.
Sulla copertina era inciso:
NOMI DI CUI IL MONDO HA SMESSO DI AVERE BISOGNO.
Madame Oblio non amava spiegare il proprio mestiere.
Se qualcuno glielo chiedeva, rispondeva:
— Faccio ordine.
Era una risposta che poteva significare tutto.
E infatti significava molto.
Madame Oblio cancellava i nomi.
Non quelli appena morti.
Sarebbe stato troppo facile.
Aspettava.
Un anno.
Dieci.
Cento.
Quando un nome sopravviveva soltanto perché qualcuno pretendeva che sopravvivesse, Madame Oblio arrivava.
Cancellava la firma di chi aveva amato più la gloria dell’opera.
Il titolo di chi aveva governato soltanto per essere celebrato.
L’iniziale di chi aveva voluto essere ricordato senza aver lasciato nulla di utile a nessuno.
Non provava piacere.
Non provava rimorso.
Diceva:
— Il tempo non è crudele. È selettivo.
E nessuno osava domandarle chi le avesse dato il diritto di decidere.
Forse perché, in fondo, tutti avevano paura della risposta.

Nello stesso inverno in cui Madame Oblio ascoltò Jean-Louis parlare al suo apprendista, nella bottega entrò per la prima volta Zoé Crampon.
Zoé non aveva l’aria di una persona destinata a cambiare la storia di qualcosa.
Il che, come spesso accade, era un ottimo inizio.
Aveva occhi vivaci, guanti color prugna e una risata che arrivava sempre mezzo secondo prima di quanto la buona educazione avrebbe consigliato.
Jean-Louis le mostrò la bottega con orgoglio.
Le mostrò il legno.
Gli attrezzi.
Le chiavi.
Gli strumenti terminati.
Zoé annuiva.
— Interessante.
— Solo interessante?
— Molto interessante.
— Peggio.
Lei rise.
Poi si fermò davanti a un banco pieno di piccoli componenti.
Prese una vite minuscola.
— E questa?
— Serve a fissare una chiave.
— Se mancasse?
— Il meccanismo funzionerebbe male.
Zoé la osservò.
— Quindi una cosa che nessuno vede può rovinare tutto.
Jean-Louis la guardò.
— In sostanza, sì.
Lei rimise la vite al suo posto.
— È una bella lezione.
— È una vite.
— Le cose piccole danno ottime lezioni. Gli uomini importanti, molto meno.
Jean-Louis non seppe cosa rispondere.
Fu il primo di molti momenti in cui Zoé ebbe l’ultima parola.

Qualche giorno dopo Jean-Louis le fece ascoltare uno strumento nuovo.
Un clarinettista venne in bottega.
Montò lo strumento.
Inspirò.
Suonò una frase.
Jean-Louis era soddisfatto.
Zoé no.
— C’è qualcosa.
Il clarinettista sorrise.
— Madame è musicista?
— No.
Jean-Louis sospirò.
— Appunto.
Zoé gli lanciò uno sguardo.
— Suoni ancora.
L’uomo suonò.
Zoé sollevò un dito.
— Ecco.
— Cosa?
— Quella nota.
Jean-Louis prese lo strumento.
— È intonata.
— Non ho detto che non lo è.
— E allora?
Zoé cercò la parola.
— È trattenuta.
Jean-Louis aggrottò la fronte.
— Una nota non può essere trattenuta.
— Questa sì.
Il clarinettista suonò ancora.
Jean-Louis ascoltò con più attenzione.
E finalmente sentì.
Una minima resistenza.
Quasi nulla.
Smontò il clarinetto.
Controllò il meccanismo.
Corresse un dettaglio minuscolo.
Il musicista riprovò.
La nota cambiò.
Non di altezza.
Di libertà.
Zoé sorrise.
— Adesso respira.
Jean-Louis la guardò più a lungo del necessario.
E fu così, senza castelli, senza draghi e senza violini celestiali, che cominciò una grande storia d’amore.

Si sposarono nel 1836.
Il matrimonio fu allegro e imperfetto.
Uno zio bevve troppo.
Un bambino dormì sotto un tavolo.
Un violinista saltò un’intera frase musicale, ma la eseguì così male che nessuno poté dimostrare che fosse davvero mancata.
Zoé rise.
Jean-Louis la guardò ridere.
Pensò che sarebbe stato felice di ascoltare quel suono per il resto della vita.
Naturalmente non glielo disse.
Gli uomini dell’Ottocento, come quelli di qualunque altro secolo, erano capaci di costruire cose complicatissime e di fallire miseramente davanti a una frase semplice.
Pochi giorni dopo Jean-Louis portò in bottega una nuova tavola di legno.
Su di essa era inciso:
BUFFET
Zoé la osservò.
— Bella.
Jean-Louis si irrigidì.
— Che c’è?
— Nulla.
— Quando dici “bella” in quel modo c’è sempre qualcosa.
Zoé prese un pezzetto di carboncino.
Accanto alla parola Buffet scrisse:
CRAMPON
Jean-Louis rimase in silenzio.
Ora c’era scritto:
BUFFET CRAMPON
— È lungo — disse.
— Anche un buon matrimonio.
— È il nome della mia famiglia.
Zoé annuì.
— Lo so.
— La bottega è nata così.
— Lo so.
Jean-Louis la guardò.
— E allora?
Zoé posò il carboncino.
— Non voglio cancellare ciò che c’era prima di me.
Poi indicò il secondo nome.
— Voglio capire se una storia, per continuare, debba restare identica.
Jean-Louis non rispose.
Fuori, una carrozza passò sollevando spruzzi di fango.
Zoé guardò ancora la tavola.
— Forse un’eredità non è una cosa da conservare sotto vetro.
— E cos’è?
— Qualcosa a cui aggiungere il proprio pezzo senza distruggere quello degli altri.
Jean-Louis osservò i due nomi.
Per la prima volta non vide due cognomi.
Vide due direzioni che si incontravano.
Non sapeva ancora che, dall’altro lato della strada, Madame Oblio era ferma sotto un lampione.
E stava osservando proprio quella tavola.

Quella sera Madame Oblio tornò a casa.
Se casa poteva chiamarsi.
Era un appartamento al terzo piano di un edificio che nessuno ricordava di aver visto costruire.
Le pareti erano coperte di scaffali.
Sugli scaffali c’erano registri.
Migliaia.
Madame Oblio accese una sola lampada.
Si sedette.
Aprì il grande libro.
Cercò la B.
Buffet.
Nulla.
Poi la C.
Crampon.
Nulla.
Prese la penna.
La tenne sospesa.
Non scrisse.
— Vedremo — mormorò.
Poi chiuse il libro.

La mattina seguente, sulla tavola rimaneva soltanto una parola.
BUFFET
Crampon era sparito.
Non cancellato male.
Non raschiato.
Sparito.
Zoé lo notò per prima.
— Jean-Louis.
— Cosa?
— Vieni qui.
Lui arrivò.
Guardò.
— Hai cancellato tu?
Zoé sollevò lentamente gli occhi.
Jean-Louis capì subito di aver posto la domanda sbagliata.
— Scusa.
Riscrissero il nome.
Il mattino dopo scomparve Buffet.
Rimase solo:
CRAMPON
Il terzo giorno scomparvero entrambi.
Questa volta Jean-Louis non disse nulla.
Prese il carboncino.
Li riscrisse.
Poi cominciarono le dimenticanze.
Un fornitore entrò.
— Buongiorno, monsieur…
Si bloccò.
Jean-Louis lo conosceva da anni.
— Buffet.
L’uomo arrossì.
— Naturalmente.
Il giorno dopo una vicina incontrò Zoé per strada.
— Madame…
Silenzio.
— Crampon.
— Sì. Perdoni.
Ma la cosa peggiore accadde una sera.
Zoé stava scrivendo una lettera.
Arrivò alla firma.
Zoé C…
La penna si fermò.
Jean-Louis la vide sbiancare.
— Che succede?
Zoé continuava a fissare il foglio.
— Non ricordo.
— Cosa?
— Il mio cognome.
Jean-Louis rise.
Lei no.
— Non ricordo il mio cognome.
Passarono cinque lunghi secondi.
Poi la parola tornò.
— Crampon.
Zoé posò la penna.

Quella notte nessuno dei due dormì bene.
A mezzanotte esatta suonò il campanello.
Jean-Louis scese.
Aprì.
Madame Oblio era davanti alla porta.
La nebbia si muoveva dietro di lei come una tenda.
L’abito color cenere.
I guanti.
La falena d’argento.
Il velo.
— Buonasera.
— Chi siete?
— Dipende da quanto avete da perdere.
Jean-Louis non apprezzò la risposta.
Zoé arrivò alle sue spalle.
Madame Oblio entrò.
Non chiese permesso.
Si avvicinò all’insegna.
— Buffet Crampon.
Pronunciò lentamente i due nomi.
Come se li stesse pesando.
Poi aprì la borsa.
Estrasse il registro.
Lo posò sul banco.
Jean-Louis lesse la copertina.
NOMI DI CUI IL MONDO HA SMESSO DI AVERE BISOGNO.
— È lei — sussurrò Zoé.
Madame Oblio la guardò.
— Ci conosciamo?
— No.
— Allora come fate a saperlo?
Zoé abbassò lo sguardo sulla gomma bianca.
— Intuito.
Madame Oblio sorrise.
— Pericolosa qualità.
Jean-Louis si mise davanti alla tavola.
— Cosa volete?
— Una risposta.
— A quale domanda?
Madame Oblio sfiorò la parola Buffet.
— Perché questo dovrebbe restare?
Jean-Louis rispose immediatamente:
— È il nome di mio padre.
— Non ve l’ho chiesto.
— Ha fondato questa bottega.
— Molte botteghe chiudono.
— Ha lavorato tutta la vita.
— Molti lo fanno.
Jean-Louis tacque.
Madame Oblio indicò Crampon.
— E questo?
Zoé la guardò.
— È il mio nome.
— Lo vedo.
— Rappresenta una nuova storia.
— Tutte le storie sono nuove all’inizio.
Zoé strinse le labbra.
Madame Oblio guardò entrambi.
— Voi credete che un nome meriti di vivere perché vi appartiene.
Nessuno rispose.
— È un errore comune.
Aprì il libro.
— I miei scaffali sono pieni di persone che pensavano lo stesso.
Jean-Louis si irrigidì.
— Non avrete questi nomi.
Madame Oblio sorrise.
— Non ancora.
Estrasse un piccolo orologio d’argento.
— Avete fino all’alba.
— Per fare cosa?
— Convincermi che queste due parole significano qualcosa anche per chi non siete voi.
Jean-Louis guardò Zoé.
— E se non ci riusciamo?
Madame Oblio prese la gomma.
— Domattina nessuno ricorderà che siano mai esistite.
Poi uscì.

Jean-Louis passò la prima ora a cercare argomenti.
— Mio padre.
Zoé scosse la testa.
— Glielo hai già detto.
— La bottega.
— Anche.
— Gli strumenti.
— Troppo generico.
— La qualità.
— Suona come un cartello pubblicitario.
Jean-Louis la guardò male.
Zoé si sedette.
— Stiamo sbagliando.
— Cosa?
— Stiamo cercando di spiegare perché meritiamo di essere ricordati.
— È precisamente ciò che ci ha chiesto.
Zoé scosse il capo.
— No.
— Zoé…
— Ci ha chiesto cosa significano questi nomi per chi non siamo noi.
Jean-Louis tacque.
Zoé indicò un clarinetto incompleto.
— Finiscilo.
— Ora?
— Ora.
— Mancano poche ore all’alba!
— Appunto.
— E quello dovrebbe salvare il nostro nome?
Zoé lo guardò.
— Smettila di salvarlo.
Jean-Louis la fissò.
— Cosa?
— Da quando è arrivata quella donna, non pensi più al clarinetto.
— Sto cercando di evitare che dimentichino il mio cognome!
— Esattamente.
Zoé si alzò.
— E se per salvare il nome smetti di fare bene ciò che quel nome dovrebbe rappresentare, allora Madame Oblio ha già vinto.
Silenzio.
Jean-Louis guardò il banco.
Il legno.
Le chiavi.
Gli strumenti.
Poi si tolse la giacca.
Indossò il grembiule.
E cominciò.

La notte avanzò.
Jean-Louis lavorava.
Zoé ascoltava.
Étienne fu svegliato e mandato a prendere una lampada.
— A quest’ora? — protestò.
— A quest’ora.
— Stiamo impazzendo?
— Probabilmente.
— Bene. Volevo solo saperlo.
Lavorarono.
Una chiave quasi perfetta venne smontata.
Un tampone sostituito.
Una molla alleggerita.
A un certo punto Étienne sbadigliò.
— Monsieur Buffet, nessuno saprà mai che abbiamo passato mezz’ora su quella vite.
Jean-Louis si fermò.
Lo guardò.
Poi sorrise.
— Esatto.
Zoé abbassò gli occhi per nascondere il proprio sorriso.
Poco prima dell’alba lo strumento era pronto.
Non era decorato.
Non era straordinario da vedere.
Non aveva nulla di teatrale.
Era semplicemente fatto bene.

Madame Oblio arrivò con il primo chiarore.
— Tempo.
Jean-Louis le porse il clarinetto.
Lei lo guardò.
— Questo sarebbe il vostro argomento?
— No.
— E allora?
— È il nostro lavoro.
Madame Oblio aggrottò appena le sopracciglia.
Jean-Louis chiamò Étienne.
— Suona.
Il ragazzo impallidì.
— Io?
— Tu.
— Davanti a lei?
Guardò Madame Oblio.
— Preferirei un incendio.
— Suona.
Étienne prese lo strumento.
Inspirò.
La prima nota uscì esitante.
La seconda meglio.
Poi una frase.
Semplice.
Chiara.
Il suono riempì la bottega.
Madame Oblio ascoltò.
Quando Étienne terminò, lei aspettò.
— E dunque?
Jean-Louis rispose:
— Lui non sa quanto tempo ho impiegato su quella chiave.
Madame Oblio taceva.
— Non sa chi abbia scelto il legno.
Zoé aggiunse:
— Non sa quante persone abbiano imparato prima di noi ciò che ci ha permesso di costruirlo.
Jean-Louis guardò l’apprendista.
— E un giorno, forse, qualcuno suonerà uno strumento fatto qui senza sapere nulla di me.
— Terribile — disse Madame Oblio.
Jean-Louis sorrise appena.
— Una settimana fa avrei pensato di sì.
— E adesso?
— Adesso penso che forse sia proprio questo il punto.
Madame Oblio lo studiò.
Zoé intervenne.
— Un nome non dovrebbe obbligare il futuro a ricordare il passato.
— Interessante.
— Dovrebbe obbligare chi lo porta a essere degno di ciò che promette.
Madame Oblio non si mosse.
Jean-Louis indicò l’insegna.
— Se Buffet Crampon significa soltanto noi due, cancellatelo.
Zoé lo guardò.
Jean-Louis continuò.
— Se invece può significare un lavoro fatto con cura per qualcuno che forse non conosceremo mai…
Madame Oblio abbassò gli occhi sul clarinetto.
— Allora?
Jean-Louis respirò.
— Allora il nome non è più un monumento.
Zoé completò:
— È una responsabilità.
Madame Oblio prese la gomma.
Si avvicinò all’insegna.
Passò la mano.
BUFFET scomparve.
Jean-Louis fece un passo.
Zoé lo trattenne.
Seconda passata.
CRAMPON scomparve.
Tavola vuota.
Étienne spalancò gli occhi.
— Ma…
Madame Oblio alzò un dito.
— Suona.
Il ragazzo obbedì.
La nota uscì.
Identica.
Libera.
Madame Oblio guardò Jean-Louis.
— Il vostro nome non c’è più.
Poi indicò il clarinetto.
— Eppure questo è rimasto.
Jean-Louis non rispose.
Madame Oblio sorrise.
— Perché?
Zoé fu la prima a capire.
— Perché il valore non era scritto sull’insegna.
Madame Oblio annuì lentamente.
— Era nel lavoro.
Silenzio.
Poi, con un gesto lieve, passò nuovamente il guanto sulla tavola.
Le lettere tornarono.
BUFFET CRAMPON
Jean-Louis la fissò.
— Perché ce lo restituite?
Madame Oblio richiuse la gomma nella borsa.
— Perché adesso sapete che non vi appartiene.
Jean-Louis corrugò la fronte.
Lei indicò l’insegna.
— Da oggi quel nome non dirà chi siete.
Guardò lo strumento.
— Dirà cosa promettete.
Zoé la osservò.
— E se un giorno quella promessa non fosse mantenuta?
Madame Oblio sorrise.
— Tornerò.
Fece per andarsene.
Poi Zoé la chiamò.
— Madame Oblio.
La donna si voltò.
— Posso farvi una domanda?
— Una.
— Perché conservate i nomi che cancellate?
Madame Oblio rimase immobile.
— Chi vi ha detto che li conservo?
Zoé indicò il registro.
— Se voleste davvero distruggerli, non avreste bisogno di scriverli.
Per la prima volta Madame Oblio sembrò sorpresa.
Zoé continuò:
— Li ricordate tutti?
La donna non rispose.
Jean-Louis guardò il grande libro.
— Tutti quelli che il mondo ha dimenticato?
Madame Oblio abbassò gli occhi.
Passò una mano sulla copertina.
— Qualcuno deve pur farlo.
Zoé sorrise piano.
— Allora non siete l’Oblio.
Madame Oblio la fissò.
— Come?
— Siete l’ultima memoria.
La donna rimase perfettamente immobile.
Perfino la nebbia oltre la porta sembrò fermarsi.
Poi Madame Oblio sollevò lentamente le mani.
Si tolse i guanti.
Le sue dita erano sottili.
Normali.
Umane.
Zoé notò una cosa.
Sul dito indice c’era una piccola macchia d’inchiostro.
Madame Oblio la guardò.
— Curioso.
— Cosa?
— In centinaia d’anni nessuno mi aveva mai fatto notare che forse ho sbagliato mestiere.
Zoé sorrise.
— Capita.
Madame Oblio quasi rise.
Quasi.
Poi uscì nella nebbia.
Epilogo
Gli anni passarono.
Gli anni hanno questa abitudine.
Cambiano i visi.
Consumano le mani.
Sbiadiscono le fotografie.
Rendono vecchie le novità.
Jean-Louis invecchiò.
Zoé pure.
Étienne diventò adulto.
Altri entrarono nella bottega.
Altri impararono.
Altri sbagliarono.
Altri corressero.
Gli strumenti cambiarono.
Si perfezionarono.
Viaggiarono.
Furono suonati in sale luminose e in stanze povere.
Da professionisti e da ragazzi alla prima lezione.
Da persone che conoscevano quella storia e da persone che non avevano mai sentito pronunciare i nomi di Jean-Louis o Zoé.
E forse era proprio quello il loro trionfo.
Perché la vera eredità non costringe chi viene dopo a vivere rivolto all’indietro.
Gli mette qualcosa di buono tra le mani.
E gli dice:
Vai.
Madame Oblio tornò molte volte.
Nelle sere d’inverno.
Sempre con l’abito color cenere.
Sempre con la falena d’argento.
Sempre con il grande registro.
Si fermava davanti all’insegna.
BUFFET CRAMPON
La osservava.
Poi ascoltava.
Se dalla bottega arrivava il rumore di qualcuno che lavorava ancora quando sarebbe stato più facile accontentarsi…
se una mano ricontrollava una chiave che nessun cliente avrebbe mai saputo essere stata corretta…
se qualcuno cercava non il suono più facile, ma quello più giusto…
Madame Oblio richiudeva la borsa.
E continuava il proprio cammino.
Una sera d’inverno, molti anni più tardi, rimase davanti alla bottega più a lungo del solito.
Dall’interno arrivò il suono di un clarinetto.
Prima una nota.
Poi un’altra.
Infine una melodia.
Madame Oblio sollevò il viso verso l’insegna.
La falena d’argento tremò appena alla luce del lampione.
La sua mano scese verso la borsa.
Sfiorò la gomma bianca.
Ma non la prese.
Restò ad ascoltare fino all’ultima nota.
Poi sorrise.
E scomparve nella nebbia.
Morale
I primi chiedono:
«Quanto a lungo parlerete di me?»
I secondi chiedono:
«Che cosa diventerà migliore perché io sono passato di qui?»
È una domanda assai più severa.
Perché la fama può essere ereditata. La reputazione può essere comprata. Una targa può durare secoli.
Ma nessuna scritta, nessuna statua, nessun cognome può sostituire il valore reale di ciò che viene consegnato agli altri.
E forse è per questo che un clarinetto è una creatura più saggia di molti uomini.
Non cerca di possedere il respiro.
Se lo facesse, non produrrebbe alcun suono.
Lo riceve, lo trasforma e lo lascia andare.
Così fanno le cose che meritano davvero di durare.
Così fanno i maestri, così fanno gli amori migliori; così fanno le vite che non hanno bisogno di diventare monumenti.
Perché, prima o poi, Madame Oblio viene a prendere il nostro nome.
È il suo mestiere.
Ma la domanda che conta non è se riusciremo a impedirglielo.
È un’altra:
quando il nostro nome non sarà più pronunciato, resterà nel mondo qualcosa che, grazie al nostro passaggio, funziona meglio, respira meglio, vive meglio?
Se la risposta è no, nessuna lapide sarà abbastanza grande.
Se la risposta è sì, forse abbiamo già ottenuto qualcosa di più importante della memoria.
Abbiamo lasciato un’eredità.
Abbiamo ricevuto qualcosa dal mondo e non ci siamo limitati a trattenerlo.
Lo abbiamo lavorato. Curato. Migliorato e consegnato oltre.
Proprio come accade nel clarinetto.
Il respiro entra, attraversa il legno, diventa suono.
E poi se ne va.
Ma dopo essere passato da lì, non è più soltanto aria.
È diventato musica.
Forse anche noi siamo questo: un luogo di passaggio tra ciò che abbiamo ricevuto e ciò che avremo il coraggio di lasciare.
E allora, quando Madame Oblio verrà, potrà pure prendere il nostro nome. Ciò che abbiamo davvero trasmesso sarà già altrove, nelle mani, nelle vite, nel respiro di qualcun altro.
I SIMBOLI DELLA NOVELLA (Clicca sulla freccia nera per aprire i contenuti)

La falena d’argento
Appartiene alla notte, ma cerca la luce.

Il registro
Conserva ciò che il mondo non sa più nominare.

La gomma bianca
Cancella le lettere, ma rivela il valore.

Il clarinetto
Trasforma un respiro in eredità.

L’insegna
Un nome vale solo quanto la promessa che mantiene.

La nebbia
Nasconde il mondo per far parlare il mistero.




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