Verso la Giornata internazionale della musica del 1° ottobre: da Yehudi Menuhin a Beethoven, dal jazz ai cori di comunità, un viaggio nel significato più profondo dell’ascolto. Perché suonare insieme non significa essere uguali, ma imparare a dare spazio alla voce dell’altro.

di Marialuisa Veneziano
29 settembre 2026
Nel 1974 Yehudi Menuhin ebbe un’idea curiosa.
Per celebrare la musica, propose di chiedere alle città qualche minuto di silenzio.
Non per interrompere la vita urbana. Non per imporre un raccoglimento solenne. Ma per permettere alla musica di risuonare nei parchi e nelle piazze, là dove normalmente passa inosservata, sopraffatta dal traffico, dalle conversazioni, dalla fretta.
Un violino al posto di un clacson, potremmo dire. Con il vantaggio che il violino, almeno di norma, non pretende di avere la precedenza.
La proposta compariva nella lettera con cui il violinista, allora presidente dell’International Music Council, annunciava la prima Giornata internazionale della musica, fissata per il 1° ottobre 1975. La ricorrenza nasceva da una risoluzione adottata a Losanna nel 1973 e perseguiva obiettivi precisi: diffondere l’arte musicale in tutti gli strati della società, favorire lo scambio fra culture e contribuire agli ideali di pace e amicizia fra i popoli.
Cinquantuno anni dopo, mentre ci prepariamo a celebrare nuovamente quella giornata, la proposta di Menuhin sembra ancora più singolare.
Oggi abbiamo musica ovunque.
Nei supermercati. Negli aeroporti. Nelle automobili. Nelle cuffie di chi corre, lavora, cucina o tenta di ignorare il vicino sul treno.
Possiamo ascoltare una sinfonia registrata a Berlino mentre camminiamo per una strada di provincia. Un canto georgiano mentre aspettiamo l’autobus. Un quartetto di Beethoven mentre rispondiamo a un messaggio che, con ogni probabilità, non richiedeva una risposta immediata.
La musica non ha mai avuto così tante possibilità di raggiungerci.
Eppure rimane aperta una domanda: siamo diventati altrettanto capaci di ascoltarci?
Perché avere accesso a milioni di brani non significa necessariamente incontrare milioni di mondi.
A volte significa soltanto portare il nostro piccolo mondo ovunque, protetto da due auricolari.
E forse la Giornata internazionale della musica, prima ancora di invitarci ad ascoltare qualcosa, dovrebbe chiederci di fare un gesto più difficile.
Togliere, per qualche istante, le cuffie dalle nostre certezze.
Un violinista che voleva ascoltare il mondo
Menuhin avrebbe potuto limitarsi a celebrare la propria tradizione.
Era uno dei grandi violinisti del Novecento, erede di una cultura interpretativa nella quale il concerto solistico rappresentava una delle massime espressioni dell’arte occidentale. Aveva attraversato il repertorio di Bach, Beethoven, Brahms e Bartók. La sua carriera gli avrebbe consentito di parlare della musica dalla posizione rassicurante di chi occupa il centro del palcoscenico.
Scelse invece di allargare il proprio orizzonte.
Nel 1966 registrò con Ravi Shankar, maestro del sitar indiano, il progetto che sarebbe diventato West Meets East, pubblicato nel 1967. Non fu soltanto un incontro fra due strumenti: Menuhin si confrontò con la musica di Shankar, entrando in un sistema nel quale l’organizzazione melodica, l’intonazione, il ritmo e l’improvvisazione obbediscono a principi differenti da quelli della tradizione europea.
E questo è il punto più interessante.
Per incontrare davvero un’altra cultura, Menuhin non poteva semplicemente continuare a suonare come aveva sempre fatto.
Doveva ascoltare prima di rispondere.
Doveva riconoscere che il proprio sapere, immenso nel suo ambito, non coincideva con tutto il sapere musicale possibile.
Il rāga non è una scala esotica sulla quale improvvisare liberamente qualche frase. È un universo melodico dotato di comportamenti caratteristici, gerarchie fra i suoni, movimenti riconoscibili e associazioni espressive. Allo stesso modo, il tāla non è una generica pulsazione da accompagnare battendo il piede: è un’organizzazione ciclica del tempo, articolata da accenti, suddivisioni e punti di riferimento condivisi.
Entrare in quel mondo richiede studio.
E soprattutto richiede una forma particolare di umiltà.
Il dialogo musicale comincia quando smettiamo di considerare la nostra grammatica l’unica possibile.
È una lezione molto più impegnativa della consueta affermazione secondo cui la musica sarebbe un linguaggio universale.
Quella frase è bellissima.
Ma rischia di farci dimenticare qualcosa.
La musica non parla necessariamente a tutti nello stesso modo. Una sonorità può avere significati culturali differenti; un ritmo che per qualcuno appartiene a una festa, per un altro può avere un valore rituale. Ciò che un ascoltatore percepisce come distensione può risultare, per un altro, irrisolto.
Non ci comprendiamo automaticamente perché ascoltiamo gli stessi suoni.
La musica può permetterci di incontrarci proprio perché non siamo obbligati a comprenderla tutti nello stesso modo.
Menuhin sembrava aver intuito questa possibilità: l’incontro non richiede la cancellazione delle differenze, ma la disponibilità a frequentarle.
Una lezione di contrappunto per il nostro tempo
Esiste un’idea musicale che potrebbe offrirci una piccola teoria della convivenza.
Il contrappunto.
Immaginiamo due voci.
La prima propone una linea melodica. La seconda entra, non per ripeterla servilmente, ma per sviluppare un proprio percorso. Le due linee possono procedere insieme, muoversi in direzioni opposte, avvicinarsi, allontanarsi, produrre tensioni.
Nessuna delle due, però, dovrebbe perdere la propria identità.
È questa la bellezza del contrappunto: l’unità non nasce dalla rinuncia alla differenza, ma dall’organizzazione di relazioni fra elementi autonomi.
Pensiamo a una fuga di Bach.
Un soggetto compare in una voce, poi viene ripreso da un’altra. Nel frattempo la prima non scompare: continua il proprio discorso, intrecciandolo con quello appena entrato.
L’ascoltatore deve compiere un esercizio straordinario.
Seguire una voce senza dimenticare le altre.
Riconoscere un tema mentre cambia registro.
Percepire la forma complessiva senza sacrificare la vita dei singoli percorsi.
Naturalmente una fuga non è un modello politico, né Bach stava scrivendo un manuale di educazione civica.
Ma la sua musica rende sensibile qualcosa che nella vita quotidiana fatichiamo a praticare: l’esistenza dell’altro non interrompe necessariamente la nostra voce. Può darle un significato nuovo.
E non occorre arrivare a Bach per sperimentarlo.
Basta pensare a un quartetto d’archi.
Quattro persone siedono vicine e cercano di costruire una forma comune. Ognuna possiede il proprio strumento, il proprio timbro, il proprio gesto. Il primo violino non può suonare al posto del violoncello; la viola non può decidere autonomamente il respiro dell’intero ensemble.
Occorre ascoltare la durata di una nota, riconoscere il momento in cui un’altra parte assume rilievo, modificare il proprio volume, aspettare che una frase si concluda.
A volte bisogna avanzare.
A volte arretrare.
A volte avere il coraggio di sostenere una dissonanza senza precipitare verso una consonanza prematura.
E qui la musica suggerisce una verità scomoda.
L’armonia non consiste nel non avere conflitti. Consiste nel sapere che cosa farne.
Il jazz e l’arte di non sapere già tutto
Il jazz porta questa riflessione ancora più avanti.
In una formazione che improvvisa collettivamente, la musica nasce anche da ciò che nessuno ha deciso interamente in anticipo.
Il pianista propone un accordo con una particolare disposizione delle note. Il contrabbassista può modificare l’andamento del basso. Il batterista sposta un accento, apre uno spazio, suggerisce una nuova articolazione del tempo.
Il solista ascolta.
Risponde.
Rilancia.
Può perfino cambiare la direzione della propria frase perché qualcosa, nell’esecuzione di un altro, gli ha mostrato una possibilità inattesa.
Questa è una delle ragioni per cui una grande improvvisazione jazzistica non coincide con una successione di assoli individuali.
La sua qualità nasce dalla relazione.
Nel swing, poi, il tempo non è soltanto quello indicato dal metronomo. È un’esperienza condivisa, costruita attraverso la posizione degli accenti, il fraseggio, l’interazione fra pulsazione e microvariazioni ritmiche.
Due musicisti possono conoscere perfettamente la struttura armonica di un brano e, tuttavia, non riuscire a farlo vivere insieme.
Perché sapere che cosa suonare non equivale a sapere come stare musicalmente con qualcuno.
Pensiamo a un passaggio di John Coltrane, a una risposta della tromba di Miles Davis o al modo in cui una sezione ritmica può modificare la percezione di una frase.
Non c’è dialogo autentico se ciascuno attende soltanto il proprio turno per dimostrare ciò che sa fare.
E forse questa è una delle grandi malattie del nostro tempo: abbiamo imparato a prendere la parola con straordinaria velocità, ma non sempre a lasciare che la parola altrui modifichi ciò che stavamo per dire.
Il jazz ci ricorda che una risposta può essere preparata tecnicamente, ma deve rimanere aperta all’imprevisto.
In fondo, improvvisare insieme significa accettare una cosa molto semplice:
il risultato non appartiene interamente a nessuno.
Beethoven, la gioia e una fratellanza ancora da costruire
Nessun discorso sulla musica come possibilità d’incontro può evitare la Nona Sinfonia di Beethoven.
Il suo finale, costruito intorno all’Inno alla gioia di Schiller, è diventato uno dei simboli più riconoscibili dell’aspirazione alla fratellanza umana.
Ma vale la pena ascoltare come Beethoven arriva a quella melodia.
Il quarto movimento non comincia con il coro trionfante.
Comincia con una violenta irruzione orchestrale.
Poi i violoncelli e i contrabbassi introducono una sorta di recitativo strumentale. Affiorano richiami ai movimenti precedenti, come se la sinfonia stesse esaminando la propria storia, cercando qualcosa che ancora non ha trovato.
Solo dopo questa ricerca emerge il tema della gioia.
All’inizio è semplicissimo.
Una melodia prevalentemente congiunta, esposta dagli strumenti gravi, lontana dalla retorica del trionfo.
Poi passa ad altre sezioni, si arricchisce, cresce, fino a diventare canto collettivo.
La fraternità, nella costruzione musicale di Beethoven, non appare dunque come un fatto già acquisito.
È il risultato di un processo.
La gioia deve essere cercata, riconosciuta, condivisa.
E questo, forse, è il particolare che dovremmo ricordare più spesso.
Una folla che canta insieme non è necessariamente una comunità giusta. La storia ci ha mostrato quanto facilmente la musica collettiva possa essere utilizzata anche per escludere, intimidire e celebrare il potere.
La musica non possiede, per natura, una moralità garantita.
Può accompagnare un gesto di solidarietà e, in altre circostanze, essere piegata alla propaganda.
Può aiutare a riconoscere un altro essere umano, ma anche rafforzare un’identità costruita contro qualcuno.
Non basta, dunque, cantare la fratellanza.
Bisogna darle una forma nella vita.
Ed è proprio qui che la Nona continua a interrogarci.
Non ci offre la prova che gli esseri umani siano già fratelli.
Ci mette davanti alla possibilità — e alla responsabilità — di provare a diventarlo.
La musica è di tutti. Ma tutti possono davvero farne parte?
C’è una domanda che le celebrazioni culturali rischiano di eludere.
Chi può permettersi di studiare musica?
Non soltanto di ascoltarla.
Di farla.
Un bambino che desidera imparare il violino ha bisogno di uno strumento, di un insegnante, di tempo, di qualcuno che lo incoraggi quando le prime note assomigliano più al cigolio di una porta che a una sonata.
Un ragazzo che vuole cantare ha bisogno di trovare un luogo nel quale la propria voce non venga giudicata prima ancora di essere educata.
Una persona adulta che desidera tornare a suonare dopo molti anni ha bisogno di sentirsi autorizzata a ricominciare.
L’accessibilità non è soltanto una questione economica.
È anche psicologica, geografica, educativa.
Non basta mettere un pianoforte in una stanza e annunciare che tutti possono usarlo. Occorre che qualcuno abbia insegnato alle persone a non averne paura.
L’International Music Council ha tradotto questa attenzione in cinque diritti musicali, proclamati nel 2001: la libertà di esprimersi musicalmente, la possibilità di apprendere i linguaggi della musica, l’accesso alla partecipazione e all’ascolto; per gli artisti, la possibilità di sviluppare e comunicare la propria arte e di ottenere un riconoscimento e una remunerazione equi.
È importante che le due dimensioni stiano insieme.
La musica deve poter raggiungere tutti.
Ma chi la produce deve poter vivere del proprio lavoro.
La gratuità di un concerto pubblico, per esempio, può essere una scelta culturale preziosa. Non dovrebbe diventare il pretesto per considerare gratuito anche il lavoro degli interpreti.
Allo stesso modo, portare la musica nelle scuole non significa semplicemente organizzare uno spettacolo a fine anno.
Significa riconoscere che l’educazione musicale offre ai ragazzi un’esperienza rara: imparare a esprimersi mentre si esercitano a riconoscere la presenza degli altri.
Pensiamo a un coro scolastico.
Non importa che tutti possiedano la medesima estensione vocale. Non importa che ciascuno impari alla stessa velocità.
Il lavoro comincia quando ogni ragazzo trova una parte alla quale contribuire.
Quando comprende che il proprio ingresso dipende anche dal respiro di chi gli sta accanto.
Quando scopre che cantare più forte degli altri non significa necessariamente cantare meglio.
E magari, per una volta, il compagno abitualmente più silenzioso diventa il punto di riferimento dell’intero gruppo.
Sono esperienze piccole.
Ma una comunità si costruisce anche così.
Non attraverso grandi dichiarazioni sull’importanza della convivenza, bensì attraverso gesti nei quali quella convivenza viene concretamente esercitata.
E se la musica non ci rendesse migliori?
Bisogna però diffidare di una tentazione: attribuire alla musica una virtù quasi miracolosa.
La musica non rende automaticamente buoni.
Un grande interprete può essere un pessimo ascoltatore nella vita quotidiana. Un pubblico può commuoversi davanti a un’opera e tornare, cinque minuti dopo, a comportarsi esattamente come prima.
L’emozione estetica non è una certificazione morale.
E non esiste una sinfonia capace di sostituire la responsabilità individuale.
Questo non diminuisce il valore della musica.
Al contrario, lo rende più interessante.
Perché la musica non ci obbliga a diventare migliori.
Ci offre un’esperienza nella quale alcune qualità umane possono essere esercitate.
Attenzione.
Pazienza.
Memoria.
Capacità di attendere.
Disponibilità a modificare la propria posizione.
Consapevolezza che il significato di una voce può cambiare quando ne entra un’altra.
Non è poco.
In un mondo che tende a trasformare ogni conversazione in una competizione per l’ultima parola, ascoltare una fuga o partecipare a un ensemble può ricordarci che non tutti gli incontri devono concludersi con un vincitore.
Ci sono relazioni nelle quali il risultato più importante non è avere ragione.
È riuscire a costruire qualcosa che, da soli, non sarebbe esistito.
Eppure sarebbe ingenuo pensare che basti un concerto per produrre la pace.
Menuhin non aveva bisogno di questa ingenuità.
Il suo progetto chiedeva piuttosto di creare occasioni concrete d’incontro: concerti, conferenze, scambi fra artisti, attività nelle scuole, nelle università, nelle fabbriche, nelle chiese, negli spazi pubblici. La musica doveva uscire dai luoghi nei quali era già amata per raggiungere quelli nei quali non aveva ancora trovato ascolto.
Non una formula magica.
Un lavoro culturale.
Costante.
Talvolta lento.
E, proprio per questo, necessario.
Coda. Una città che per qualche minuto ascolta
Torniamo allora a quell’idea del 1974.
Una città che interrompe per qualche minuto il proprio rumore.
Non per tacere e basta.
Per ascoltare.
Proviamo a immaginarla oggi.
In una piazza qualcuno comincia a suonare.
Non importa, per il momento, se sia Bach, una melodia tradizionale, un brano jazz o una canzone contemporanea.
Qualcuno si ferma.
Qualcun altro continua a camminare.
Un bambino domanda che strumento sia.
Una persona anziana riconosce una melodia.
Un passante scopre un suono che non aveva mai cercato.
Nessuno è obbligato a provare la stessa emozione.
Nessuno deve fingere di comprendere ciò che non conosce.
Ma per qualche minuto persone diverse condividono un’esperienza alla quale ciascuna può attribuire il proprio significato.
È un’immagine ipotetica, certo.
Ma contiene forse il senso più profondo della proposta di Menuhin.
La musica non ci unisce perché cancella ciò che ci distingue.
Ci offre la possibilità di stare vicini senza pretendere di diventare identici.
Come le voci di una fuga.
Come gli strumenti di un quartetto.
Come i musicisti che improvvisano e devono continuamente decidere se avanzare, rispondere o lasciare spazio.
E forse, in un’epoca nella quale ciascuno dispone di un mezzo per farsi sentire, dovremmo preoccuparci un po’ di più di trovare occasioni per ascoltare.
Il 1° ottobre celebreremo la Giornata internazionale della musica.
Pubblicheremo fotografie, condivideremo brani, ricorderemo compositori e interpreti. Qualcuno organizzerà concerti, altri dedicheranno un pensiero alla canzone che ha accompagnato un momento importante della propria vita.
Tutto bellissimo.
Ma potremmo fare anche qualcosa di meno appariscente.
Ascoltare una musica che non avremmo scelto.
Chiedere a qualcuno quale brano lo rappresenti, e ascoltarlo senza interromperlo dopo trenta secondi.
Andare a un concerto di un genere che crediamo non ci appartenga.
Oppure lasciare che un bambino ci faccia sentire ciò che sta imparando, anche quando la melodia è ancora incerta e la mano cerca faticosamente il tasto giusto.
Perché il valore della musica non si misura soltanto nelle opere compiute.
Esiste anche nel momento in cui qualcuno trova il coraggio di cominciare.
E un altro essere umano decide di ascoltarlo.
Forse la musica non salverà il mondo.
Non fermerà da sola la violenza, non eliminerà le ingiustizie, non ci impedirà di ferirci a vicenda.
Ma può ricordarci qualcosa che il rumore delle nostre giornate tende a farci dimenticare.
Che non siamo le uniche voci della partitura.
Che il silenzio dell’altro non è sempre un vuoto da riempire.
Che una dissonanza non richiede necessariamente la distruzione di una delle due note.
E che esistono forme di bellezza alle quali possiamo arrivare soltanto insieme.
Forse è questo, oggi, il significato più profondo di una Giornata internazionale della musica.
Non celebrare un linguaggio che tutti comprendono già.
Ma difendere la possibilità di continuare a imparare gli uni dagli altri.
Menuhin immaginava una città che, per qualche minuto, smettesse di fare rumore.
Cinquantuno anni dopo, potremmo raccogliere quella proposta e darle un significato ancora più ampio.
Forse non abbiamo bisogno di un mondo nel quale tutti cantino la stessa melodia.
Abbiamo bisogno di un mondo nel quale nessuno debba smettere di cantare per permettere agli altri di esistere.
E nel quale, prima di alzare ancora una volta la nostra voce, sappiamo finalmente concederci il tempo di ascoltare quella di qualcun altro.








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