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  • La musica può unire ancora un mondo che non si ascolta?

    Verso la Giornata internazionale della musica del 1° ottobre: da Yehudi Menuhin a Beethoven, dal jazz ai cori di comunità, un viaggio nel significato più profondo dell’ascolto. Perché suonare insieme non significa essere uguali, ma imparare a dare spazio alla voce dell’altro.

    di Marialuisa Veneziano


    29 settembre 2026

    Nel 1974 Yehudi Menuhin ebbe un’idea curiosa.

    Per celebrare la musica, propose di chiedere alle città qualche minuto di silenzio.

    Non per interrompere la vita urbana. Non per imporre un raccoglimento solenne. Ma per permettere alla musica di risuonare nei parchi e nelle piazze, là dove normalmente passa inosservata, sopraffatta dal traffico, dalle conversazioni, dalla fretta.

    Un violino al posto di un clacson, potremmo dire. Con il vantaggio che il violino, almeno di norma, non pretende di avere la precedenza.

    La proposta compariva nella lettera con cui il violinista, allora presidente dell’International Music Council, annunciava la prima Giornata internazionale della musica, fissata per il 1° ottobre 1975. La ricorrenza nasceva da una risoluzione adottata a Losanna nel 1973 e perseguiva obiettivi precisi: diffondere l’arte musicale in tutti gli strati della società, favorire lo scambio fra culture e contribuire agli ideali di pace e amicizia fra i popoli.

    Cinquantuno anni dopo, mentre ci prepariamo a celebrare nuovamente quella giornata, la proposta di Menuhin sembra ancora più singolare.

    Oggi abbiamo musica ovunque.

    Nei supermercati. Negli aeroporti. Nelle automobili. Nelle cuffie di chi corre, lavora, cucina o tenta di ignorare il vicino sul treno.

    Possiamo ascoltare una sinfonia registrata a Berlino mentre camminiamo per una strada di provincia. Un canto georgiano mentre aspettiamo l’autobus. Un quartetto di Beethoven mentre rispondiamo a un messaggio che, con ogni probabilità, non richiedeva una risposta immediata.

    La musica non ha mai avuto così tante possibilità di raggiungerci.

    Eppure rimane aperta una domanda: siamo diventati altrettanto capaci di ascoltarci?

    Perché avere accesso a milioni di brani non significa necessariamente incontrare milioni di mondi.

    A volte significa soltanto portare il nostro piccolo mondo ovunque, protetto da due auricolari.

    E forse la Giornata internazionale della musica, prima ancora di invitarci ad ascoltare qualcosa, dovrebbe chiederci di fare un gesto più difficile.

    Togliere, per qualche istante, le cuffie dalle nostre certezze.

    Un violinista che voleva ascoltare il mondo

    Menuhin avrebbe potuto limitarsi a celebrare la propria tradizione.

    Era uno dei grandi violinisti del Novecento, erede di una cultura interpretativa nella quale il concerto solistico rappresentava una delle massime espressioni dell’arte occidentale. Aveva attraversato il repertorio di Bach, Beethoven, Brahms e Bartók. La sua carriera gli avrebbe consentito di parlare della musica dalla posizione rassicurante di chi occupa il centro del palcoscenico.

    Scelse invece di allargare il proprio orizzonte.

    Nel 1966 registrò con Ravi Shankar, maestro del sitar indiano, il progetto che sarebbe diventato West Meets East, pubblicato nel 1967. Non fu soltanto un incontro fra due strumenti: Menuhin si confrontò con la musica di Shankar, entrando in un sistema nel quale l’organizzazione melodica, l’intonazione, il ritmo e l’improvvisazione obbediscono a principi differenti da quelli della tradizione europea.

    E questo è il punto più interessante.

    Per incontrare davvero un’altra cultura, Menuhin non poteva semplicemente continuare a suonare come aveva sempre fatto.

    Doveva ascoltare prima di rispondere.

    Doveva riconoscere che il proprio sapere, immenso nel suo ambito, non coincideva con tutto il sapere musicale possibile.

    Il rāga non è una scala esotica sulla quale improvvisare liberamente qualche frase. È un universo melodico dotato di comportamenti caratteristici, gerarchie fra i suoni, movimenti riconoscibili e associazioni espressive. Allo stesso modo, il tāla non è una generica pulsazione da accompagnare battendo il piede: è un’organizzazione ciclica del tempo, articolata da accenti, suddivisioni e punti di riferimento condivisi.

    Entrare in quel mondo richiede studio.

    E soprattutto richiede una forma particolare di umiltà.

    Il dialogo musicale comincia quando smettiamo di considerare la nostra grammatica l’unica possibile.

    È una lezione molto più impegnativa della consueta affermazione secondo cui la musica sarebbe un linguaggio universale.

    Quella frase è bellissima.

    Ma rischia di farci dimenticare qualcosa.

    La musica non parla necessariamente a tutti nello stesso modo. Una sonorità può avere significati culturali differenti; un ritmo che per qualcuno appartiene a una festa, per un altro può avere un valore rituale. Ciò che un ascoltatore percepisce come distensione può risultare, per un altro, irrisolto.

    Non ci comprendiamo automaticamente perché ascoltiamo gli stessi suoni.

    La musica può permetterci di incontrarci proprio perché non siamo obbligati a comprenderla tutti nello stesso modo.

    Menuhin sembrava aver intuito questa possibilità: l’incontro non richiede la cancellazione delle differenze, ma la disponibilità a frequentarle.

    Una lezione di contrappunto per il nostro tempo

    Esiste un’idea musicale che potrebbe offrirci una piccola teoria della convivenza.

    Il contrappunto.

    Immaginiamo due voci.

    La prima propone una linea melodica. La seconda entra, non per ripeterla servilmente, ma per sviluppare un proprio percorso. Le due linee possono procedere insieme, muoversi in direzioni opposte, avvicinarsi, allontanarsi, produrre tensioni.

    Nessuna delle due, però, dovrebbe perdere la propria identità.

    È questa la bellezza del contrappunto: l’unità non nasce dalla rinuncia alla differenza, ma dall’organizzazione di relazioni fra elementi autonomi.

    Pensiamo a una fuga di Bach.

    Un soggetto compare in una voce, poi viene ripreso da un’altra. Nel frattempo la prima non scompare: continua il proprio discorso, intrecciandolo con quello appena entrato.

    L’ascoltatore deve compiere un esercizio straordinario.

    Seguire una voce senza dimenticare le altre.

    Riconoscere un tema mentre cambia registro.

    Percepire la forma complessiva senza sacrificare la vita dei singoli percorsi.

    Naturalmente una fuga non è un modello politico, né Bach stava scrivendo un manuale di educazione civica.

    Ma la sua musica rende sensibile qualcosa che nella vita quotidiana fatichiamo a praticare: l’esistenza dell’altro non interrompe necessariamente la nostra voce. Può darle un significato nuovo.

    E non occorre arrivare a Bach per sperimentarlo.

    Basta pensare a un quartetto d’archi.

    Quattro persone siedono vicine e cercano di costruire una forma comune. Ognuna possiede il proprio strumento, il proprio timbro, il proprio gesto. Il primo violino non può suonare al posto del violoncello; la viola non può decidere autonomamente il respiro dell’intero ensemble.

    Occorre ascoltare la durata di una nota, riconoscere il momento in cui un’altra parte assume rilievo, modificare il proprio volume, aspettare che una frase si concluda.

    A volte bisogna avanzare.

    A volte arretrare.

    A volte avere il coraggio di sostenere una dissonanza senza precipitare verso una consonanza prematura.

    E qui la musica suggerisce una verità scomoda.

    L’armonia non consiste nel non avere conflitti. Consiste nel sapere che cosa farne.

    Il jazz e l’arte di non sapere già tutto

    Il jazz porta questa riflessione ancora più avanti.

    In una formazione che improvvisa collettivamente, la musica nasce anche da ciò che nessuno ha deciso interamente in anticipo.

    Il pianista propone un accordo con una particolare disposizione delle note. Il contrabbassista può modificare l’andamento del basso. Il batterista sposta un accento, apre uno spazio, suggerisce una nuova articolazione del tempo.

    Il solista ascolta.

    Risponde.

    Rilancia.

    Può perfino cambiare la direzione della propria frase perché qualcosa, nell’esecuzione di un altro, gli ha mostrato una possibilità inattesa.

    Questa è una delle ragioni per cui una grande improvvisazione jazzistica non coincide con una successione di assoli individuali.

    La sua qualità nasce dalla relazione.

    Nel swing, poi, il tempo non è soltanto quello indicato dal metronomo. È un’esperienza condivisa, costruita attraverso la posizione degli accenti, il fraseggio, l’interazione fra pulsazione e microvariazioni ritmiche.

    Due musicisti possono conoscere perfettamente la struttura armonica di un brano e, tuttavia, non riuscire a farlo vivere insieme.

    Perché sapere che cosa suonare non equivale a sapere come stare musicalmente con qualcuno.

    Pensiamo a un passaggio di John Coltrane, a una risposta della tromba di Miles Davis o al modo in cui una sezione ritmica può modificare la percezione di una frase.

    Non c’è dialogo autentico se ciascuno attende soltanto il proprio turno per dimostrare ciò che sa fare.

    E forse questa è una delle grandi malattie del nostro tempo: abbiamo imparato a prendere la parola con straordinaria velocità, ma non sempre a lasciare che la parola altrui modifichi ciò che stavamo per dire.

    Il jazz ci ricorda che una risposta può essere preparata tecnicamente, ma deve rimanere aperta all’imprevisto.

    In fondo, improvvisare insieme significa accettare una cosa molto semplice:

    il risultato non appartiene interamente a nessuno.

    Beethoven, la gioia e una fratellanza ancora da costruire

    Nessun discorso sulla musica come possibilità d’incontro può evitare la Nona Sinfonia di Beethoven.

    Il suo finale, costruito intorno all’Inno alla gioia di Schiller, è diventato uno dei simboli più riconoscibili dell’aspirazione alla fratellanza umana.

    Ma vale la pena ascoltare come Beethoven arriva a quella melodia.

    Il quarto movimento non comincia con il coro trionfante.

    Comincia con una violenta irruzione orchestrale.

    Poi i violoncelli e i contrabbassi introducono una sorta di recitativo strumentale. Affiorano richiami ai movimenti precedenti, come se la sinfonia stesse esaminando la propria storia, cercando qualcosa che ancora non ha trovato.

    Solo dopo questa ricerca emerge il tema della gioia.

    All’inizio è semplicissimo.

    Una melodia prevalentemente congiunta, esposta dagli strumenti gravi, lontana dalla retorica del trionfo.

    Poi passa ad altre sezioni, si arricchisce, cresce, fino a diventare canto collettivo.

    La fraternità, nella costruzione musicale di Beethoven, non appare dunque come un fatto già acquisito.

    È il risultato di un processo.

    La gioia deve essere cercata, riconosciuta, condivisa.

    E questo, forse, è il particolare che dovremmo ricordare più spesso.

    Una folla che canta insieme non è necessariamente una comunità giusta. La storia ci ha mostrato quanto facilmente la musica collettiva possa essere utilizzata anche per escludere, intimidire e celebrare il potere.

    La musica non possiede, per natura, una moralità garantita.

    Può accompagnare un gesto di solidarietà e, in altre circostanze, essere piegata alla propaganda.

    Può aiutare a riconoscere un altro essere umano, ma anche rafforzare un’identità costruita contro qualcuno.

    Non basta, dunque, cantare la fratellanza.

    Bisogna darle una forma nella vita.

    Ed è proprio qui che la Nona continua a interrogarci.

    Non ci offre la prova che gli esseri umani siano già fratelli.

    Ci mette davanti alla possibilità — e alla responsabilità — di provare a diventarlo.

    La musica è di tutti. Ma tutti possono davvero farne parte?

    C’è una domanda che le celebrazioni culturali rischiano di eludere.

    Chi può permettersi di studiare musica?

    Non soltanto di ascoltarla.

    Di farla.

    Un bambino che desidera imparare il violino ha bisogno di uno strumento, di un insegnante, di tempo, di qualcuno che lo incoraggi quando le prime note assomigliano più al cigolio di una porta che a una sonata.

    Un ragazzo che vuole cantare ha bisogno di trovare un luogo nel quale la propria voce non venga giudicata prima ancora di essere educata.

    Una persona adulta che desidera tornare a suonare dopo molti anni ha bisogno di sentirsi autorizzata a ricominciare.

    L’accessibilità non è soltanto una questione economica.

    È anche psicologica, geografica, educativa.

    Non basta mettere un pianoforte in una stanza e annunciare che tutti possono usarlo. Occorre che qualcuno abbia insegnato alle persone a non averne paura.

    L’International Music Council ha tradotto questa attenzione in cinque diritti musicali, proclamati nel 2001: la libertà di esprimersi musicalmente, la possibilità di apprendere i linguaggi della musica, l’accesso alla partecipazione e all’ascolto; per gli artisti, la possibilità di sviluppare e comunicare la propria arte e di ottenere un riconoscimento e una remunerazione equi.

    È importante che le due dimensioni stiano insieme.

    La musica deve poter raggiungere tutti.

    Ma chi la produce deve poter vivere del proprio lavoro.

    La gratuità di un concerto pubblico, per esempio, può essere una scelta culturale preziosa. Non dovrebbe diventare il pretesto per considerare gratuito anche il lavoro degli interpreti.

    Allo stesso modo, portare la musica nelle scuole non significa semplicemente organizzare uno spettacolo a fine anno.

    Significa riconoscere che l’educazione musicale offre ai ragazzi un’esperienza rara: imparare a esprimersi mentre si esercitano a riconoscere la presenza degli altri.

    Pensiamo a un coro scolastico.

    Non importa che tutti possiedano la medesima estensione vocale. Non importa che ciascuno impari alla stessa velocità.

    Il lavoro comincia quando ogni ragazzo trova una parte alla quale contribuire.

    Quando comprende che il proprio ingresso dipende anche dal respiro di chi gli sta accanto.

    Quando scopre che cantare più forte degli altri non significa necessariamente cantare meglio.

    E magari, per una volta, il compagno abitualmente più silenzioso diventa il punto di riferimento dell’intero gruppo.

    Sono esperienze piccole.

    Ma una comunità si costruisce anche così.

    Non attraverso grandi dichiarazioni sull’importanza della convivenza, bensì attraverso gesti nei quali quella convivenza viene concretamente esercitata.

    E se la musica non ci rendesse migliori?

    Bisogna però diffidare di una tentazione: attribuire alla musica una virtù quasi miracolosa.

    La musica non rende automaticamente buoni.

    Un grande interprete può essere un pessimo ascoltatore nella vita quotidiana. Un pubblico può commuoversi davanti a un’opera e tornare, cinque minuti dopo, a comportarsi esattamente come prima.

    L’emozione estetica non è una certificazione morale.

    E non esiste una sinfonia capace di sostituire la responsabilità individuale.

    Questo non diminuisce il valore della musica.

    Al contrario, lo rende più interessante.

    Perché la musica non ci obbliga a diventare migliori.

    Ci offre un’esperienza nella quale alcune qualità umane possono essere esercitate.

    Attenzione.

    Pazienza.

    Memoria.

    Capacità di attendere.

    Disponibilità a modificare la propria posizione.

    Consapevolezza che il significato di una voce può cambiare quando ne entra un’altra.

    Non è poco.

    In un mondo che tende a trasformare ogni conversazione in una competizione per l’ultima parola, ascoltare una fuga o partecipare a un ensemble può ricordarci che non tutti gli incontri devono concludersi con un vincitore.

    Ci sono relazioni nelle quali il risultato più importante non è avere ragione.

    È riuscire a costruire qualcosa che, da soli, non sarebbe esistito.

    Eppure sarebbe ingenuo pensare che basti un concerto per produrre la pace.

    Menuhin non aveva bisogno di questa ingenuità.

    Il suo progetto chiedeva piuttosto di creare occasioni concrete d’incontro: concerti, conferenze, scambi fra artisti, attività nelle scuole, nelle università, nelle fabbriche, nelle chiese, negli spazi pubblici. La musica doveva uscire dai luoghi nei quali era già amata per raggiungere quelli nei quali non aveva ancora trovato ascolto.

    Non una formula magica.

    Un lavoro culturale.

    Costante.

    Talvolta lento.

    E, proprio per questo, necessario.

    Coda. Una città che per qualche minuto ascolta

    Torniamo allora a quell’idea del 1974.

    Una città che interrompe per qualche minuto il proprio rumore.

    Non per tacere e basta.

    Per ascoltare.

    Proviamo a immaginarla oggi.

    In una piazza qualcuno comincia a suonare.

    Non importa, per il momento, se sia Bach, una melodia tradizionale, un brano jazz o una canzone contemporanea.

    Qualcuno si ferma.

    Qualcun altro continua a camminare.

    Un bambino domanda che strumento sia.

    Una persona anziana riconosce una melodia.

    Un passante scopre un suono che non aveva mai cercato.

    Nessuno è obbligato a provare la stessa emozione.

    Nessuno deve fingere di comprendere ciò che non conosce.

    Ma per qualche minuto persone diverse condividono un’esperienza alla quale ciascuna può attribuire il proprio significato.

    È un’immagine ipotetica, certo.

    Ma contiene forse il senso più profondo della proposta di Menuhin.

    La musica non ci unisce perché cancella ciò che ci distingue.

    Ci offre la possibilità di stare vicini senza pretendere di diventare identici.

    Come le voci di una fuga.

    Come gli strumenti di un quartetto.

    Come i musicisti che improvvisano e devono continuamente decidere se avanzare, rispondere o lasciare spazio.

    E forse, in un’epoca nella quale ciascuno dispone di un mezzo per farsi sentire, dovremmo preoccuparci un po’ di più di trovare occasioni per ascoltare.

    Il 1° ottobre celebreremo la Giornata internazionale della musica.

    Pubblicheremo fotografie, condivideremo brani, ricorderemo compositori e interpreti. Qualcuno organizzerà concerti, altri dedicheranno un pensiero alla canzone che ha accompagnato un momento importante della propria vita.

    Tutto bellissimo.

    Ma potremmo fare anche qualcosa di meno appariscente.

    Ascoltare una musica che non avremmo scelto.

    Chiedere a qualcuno quale brano lo rappresenti, e ascoltarlo senza interromperlo dopo trenta secondi.

    Andare a un concerto di un genere che crediamo non ci appartenga.

    Oppure lasciare che un bambino ci faccia sentire ciò che sta imparando, anche quando la melodia è ancora incerta e la mano cerca faticosamente il tasto giusto.

    Perché il valore della musica non si misura soltanto nelle opere compiute.

    Esiste anche nel momento in cui qualcuno trova il coraggio di cominciare.

    E un altro essere umano decide di ascoltarlo.

    Forse la musica non salverà il mondo.

    Non fermerà da sola la violenza, non eliminerà le ingiustizie, non ci impedirà di ferirci a vicenda.

    Ma può ricordarci qualcosa che il rumore delle nostre giornate tende a farci dimenticare.

    Che non siamo le uniche voci della partitura.

    Che il silenzio dell’altro non è sempre un vuoto da riempire.

    Che una dissonanza non richiede necessariamente la distruzione di una delle due note.

    E che esistono forme di bellezza alle quali possiamo arrivare soltanto insieme.

    Forse è questo, oggi, il significato più profondo di una Giornata internazionale della musica.

    Non celebrare un linguaggio che tutti comprendono già.

    Ma difendere la possibilità di continuare a imparare gli uni dagli altri.

    Menuhin immaginava una città che, per qualche minuto, smettesse di fare rumore.

    Cinquantuno anni dopo, potremmo raccogliere quella proposta e darle un significato ancora più ampio.

    Forse non abbiamo bisogno di un mondo nel quale tutti cantino la stessa melodia.

    Abbiamo bisogno di un mondo nel quale nessuno debba smettere di cantare per permettere agli altri di esistere.

    E nel quale, prima di alzare ancora una volta la nostra voce, sappiamo finalmente concederci il tempo di ascoltare quella di qualcun altro.

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  • La Scala Incantata di Clarinello Blu

    Una favola newyorkese fra jazz, scherzi e note ribelli

    di Marialuisa Veneziano

    **********

    🎧 MUSICA PER LA LETTURA
    Premi play prima di iniziare a leggere.
    Il primo suono che sentirai è già una piccola rivoluzione: il clarinetto parte dal registro grave e, invece di salire ordinatamente nota dopo nota, piega la scala in un unico lungo glissando.
    È proprio da quel gesto che nasce Clarinello Blu.
    Durante la lettura prova a fare attenzione a come Gershwin costruisce continuamente ponti fra mondi diversi: jazz e scrittura sinfonica, energia urbana e lirismo, ritmo e canto, ironia e malinconia.
    E soprattutto ascolta una cosa: quel celebre glissando sembra libero, quasi improvvisato. In realtà richiede un controllo raffinatissimo di fiato, imboccatura, lingua e diteggiatura.
    Forse è proprio questo il piccolo segreto nascosto dentro la nostra favola:
    la libertà più convincente è spesso quella che ha studiato abbastanza da potersi permettere di sembrare spontanea.
    Per accompagnare la lettura userei la registrazione di Andrew Litton al pianoforte e alla direzione con la Dallas Symphony Orchestra: è una versione energica e molto narrativa, e l’attacco del clarinetto rende immediatamente riconoscibile il mondo della novella.
    Un consiglio: non ascoltare soltanto le note. Ascolta anche come passano dall’una all’altra. È proprio lì che Clarinello ha nascosto la sua magia.

    New York, febbraio 1924.

    Clarinello Blu aveva un’opinione molto seria delle scale.

    Una scala, secondo lui, doveva avere gradini.

    Era questa, del resto, la ragione per cui si chiamava scala.

    Do.

    Re.

    Mi.

    Fa.

    Sol.

    E così via.

    Una nota dopo l’altra, senza scorciatoie, senza salti dal balcone, senza quelle deplorevoli abitudini che avevano certi tromboni di arrivare a destinazione scivolando.

    Clarinello detestava i tromboni.

    Non personalmente.

    Musicalmente.

    — Non mi fido di uno strumento che può stare fra due note — diceva.

    Il trombone Arturo Sbrodoloni, quando lo sentiva, allungava placidamente la coulisse.

    — Fra due note c’è parecchio spazio.

    — Non c’è niente.

    — Ah no?

    Arturo produceva allora un lento, scandaloso glissando.

    Clarinello rabbrividiva dalla campana all’imboccatura.

    — Volgare.

    — Comodo.

    — Ineducato.

    — Arrivo prima.

    — Il problema non è arrivare.

    — Questo lo dicono sempre quelli che fanno le scale.

    E Arturo se ne andava scivolando.

    Clarinello restava al proprio leggio, indignato e segretamente un po’ invidioso.

    Apparteneva a Ross Gorman, clarinettista dell’orchestra di Paul Whiteman, e aveva costruito tutta la propria reputazione sulla precisione.

    Attacchi puliti.

    Legato elegante.

    Staccato brillante.

    Intonazione sorvegliata con un rigore che sfiorava la polizia musicale.

    Aveva persino dato un nome alle proprie chiavi.

    Non perché fosse affezionato.

    Per poterle rimproverare individualmente.

    — Teodora, sei in ritardo.

    — Ernesto, chiudi bene.

    — Giulietta, se continui a perdere, ti faccio revisionare.

    La prima violinista, Donna Violante Stradivaria, lo considerava uno strumento affidabile.

    Detto da Donna Violante, equivaleva quasi a una dichiarazione d’amore.

    Lei era una signora sottile, impeccabile, con il riccio del manico sempre perfettamente pettinato e una convinzione incrollabile: tutto ciò che era veramente musicale era già stato fatto in Europa almeno cinquant’anni prima.

    — Mozart — diceva.

    E bastava.

    Se qualcuno nominava una novità:

    — Mozart.

    Se qualcuno parlava di jazz:

    — Mozart.

    Una volta Tito Squillo, la tromba, le aveva domandato:

    — E se Mozart fosse vivo oggi?

    Donna Violante aveva riflettuto.

    — Eviterebbe certe compagnie.

    Tito non le aveva più rivolto domande filosofiche.

    C’era poi Basilio Brontoloni, il fagotto.

    Basilio possedeva il raro dono di sembrare pessimista anche quando era felicissimo.

    — Buongiorno — diceva.

    E pareva una diagnosi.

    Era però il migliore amico di Clarinello.

    Quella mattina sedevano insieme sul palco dell’Aeolian Hall durante una prova.

    Sul leggio c’era una partitura nuova.

    In cima, un nome:

    GEORGE GERSHWIN

    e sotto:

    RHAPSODY IN BLUE.

    Basilio lesse il titolo tre volte.

    — Rapsodia in blu.

    — Sì.

    — Perché blu?

    — Non lo so.

    — Non cominciamo bene.

    Donna Violante, due file più avanti, si voltò.

    — “Blue” allude certamente a una sensibilità americana.

    Tito Squillo intervenne:

    — Potrebbe alludere al blues.

    Donna Violante fece quella faccia particolare che assumeva quando qualcuno le ricordava che il Novecento era già cominciato.

    — Appunto. Americana.

    Sul palco arrivò George Gershwin.

    Aveva venticinque anni, una quantità di capelli neri che sembravano pensare per conto proprio e l’aria di un uomo che avesse appena avuto cinque idee mentre gli altri stavano ancora formulando la prima.

    Si sedette al pianoforte.

    Basilio lo osservò.

    — È giovane.

    — Molto — disse Clarinello.

    — Questo mi preoccupa.

    — Perché?

    — I giovani non sanno ancora quali cose siano impossibili.

    Tito Squillo rise.

    — E sarebbe un difetto?

    Basilio ci pensò.

    — Dipende molto da chi deve suonarle.

    Paul Whiteman alzò la bacchetta.

    L’orchestra tacque.

    Clarinello sentì Ross Gorman sistemare l’imboccatura.

    Guardò la prima battuta.

    Era lui.

    L’inizio della Rhapsody in Blue apparteneva al clarinetto.

    Questo gli piaceva moltissimo.

    Prima ancora che Gershwin toccasse il pianoforte, prima che l’orchestra spiegasse che razza di musica fosse quella, doveva parlare lui.

    Un trillo grave.

    Poi la salita.

    Clarinello osservò le note.

    Una scala.

    Ottimo.

    Finalmente qualcosa di civile.

    Partirono.

    Il trillo vibrò nel registro grave.

    Poi cominciò la scala.

    Uno.

    Due.

    Tre gradini.

    Tutto perfetto.

    Fu allora che Basilio Brontoloni ebbe un’idea.

    Le idee di Basilio erano rare.

    Per questa ragione venivano quasi sempre sottovalutate.

    Si sporse appena e sussurrò:

    — Clarinello.

    Lui continuò a salire.

    — Clarinello.

    Nessuna risposta.

    — Donna Violante ha appena sbagliato una nota.

    Era falso.

    Ma funzionò.

    Clarinello sentì una risata salirgli dentro.

    La trattenne.

    Quarto gradino.

    Quinto.

    Basilio continuò:

    — Credo fosse un fa diesis.

    La risata salì ancora.

    Sesto gradino.

    — O forse un sol.

    Clarinello non resistette.

    E la scala…

    si sciolse.

    Le note smisero di essere gradini.

    Il suono si piegò.

    Scivolò.

    Sbuffò.

    Strisciò fra le altezze.

    Salì dal grave verso l’acuto in un’unica curva sfacciata, come se qualcuno avesse tolto improvvisamente tutti i gradini e Clarinello avesse deciso, invece di cadere, di risalire sulla ringhiera.

    La sala fu attraversata da un lungo:

    WRAAAAAAAAAAH!

    Poi silenzio.

    Assoluto.

    Clarinello avrebbe voluto farsi piccolo quanto un ottavino.

    Donna Violante aveva smesso di respirare.

    Tito Squillo spalancava la campana.

    Basilio fissava il leggio con l’aria di chi non sapesse assolutamente nulla.

    Paul Whiteman abbassò lentamente la bacchetta.

    Ross Gorman rimase con il clarinetto in mano.

    George Gershwin si voltò dal pianoforte.

    Clarinello pensò:

    Fine della carriera.

    Si vide già appeso alla parete di qualche ristorante.

    «Autentico clarinetto decorativo.»

    Forse con dei fiori nella campana.

    Gershwin disse:

    — Ancora.

    Clarinello non capì.

    Neppure Ross Gorman.

    — Scusa?

    Gershwin fece un gesto con la mano.

    — Quella cosa.

    Donna Violante mormorò:

    — Quale cosa?

    Basilio, senza voltarsi:

    — Credo intenda il reato.

    Gershwin sorrise.

    — Rifalla.

    Ross riportò Clarinello alla bocca.

    Il povero strumento era sconvolto.

    Maestro, quella non era una cosa. Era una disgrazia.

    Ripartì.

    Trillo.

    Salita.

    Clarinello tentò di ricreare lo stesso effetto.

    Wraaaaaaah.

    Gershwin scosse la testa.

    — No.

    Clarinello si offese.

    Prima era sbagliato perché l’aveva fatto.

    Adesso era sbagliato perché non lo faceva abbastanza bene.

    Terzo tentativo.

    — Troppo dritto.

    Quarto.

    — Troppo pulito.

    Donna Violante si voltò verso Basilio.

    — Ha detto “troppo pulito”?

    — Ho sentito.

    — A un clarinetto?

    — Sì.

    Donna Violante guardò il soffitto.

    Forse cercava Mozart.

    Quinto tentativo.

    Clarinello inspirò.

    Lasciò che Ross allentasse appena il controllo del suono.

    Le dita cominciarono la salita, ma questa volta non cercarono ogni gradino con la stessa precisione. L’imboccatura, il fiato, la lingua, la cavità della bocca cominciarono a collaborare.

    Il suono si incurvò.

    Salì.

    Non più scala.

    Non ancora grido.

    Qualcosa fra un lamento, una risata e una sirena newyorkese che avesse studiato armonia.

    Gershwin batté una mano sul pianoforte.

    — Quello.

    Clarinello sentì un brivido.

    Quello.

    Proprio quello che per anni avrebbe considerato un difetto.

    Adesso era diventato l’inizio.


    La notizia fece il giro dell’orchestra in undici minuti.

    In dodici, era già falsa.

    Alle percussioni raccontavano che Clarinello avesse improvvisato per protesta.

    I corni sostenevano che Gershwin avesse pianto.

    Donna Violante affermava di avere previsto tutto.

    Basilio le ricordò che dieci minuti prima aveva invocato Mozart.

    — Mozart avrebbe compreso — rispose lei.

    — Certamente.

    Clarinello, invece, era euforico.

    — Hai visto?

    disse a Basilio.

    — Ho sentito.

    — Gli è piaciuto.

    — Pare.

    — Ha cambiato la musica per me.

    Basilio lo guardò.

    — Non esagerare.

    — Ha detto “quello”.

    — Anche il mio medico dice spesso “quello”. Non ne traggo conclusioni artistiche.

    Clarinello non lo ascoltò.

    Continuava a provare.

    Il problema era che adesso il glissando, per riuscire veramente, richiedeva lavoro.

    Questo lo contrariava.

    — Come sarebbe?

    domandò quella sera a Zio Chalumò, il più anziano clarinetto dell’orchestra.

    Zio Chalumò abitava in una custodia nera imbottita di velluto e sosteneva di essere nato quando le ance avevano ancora rispetto per gli anziani.

    Il suo vero nome era Chalumeau, ma Basilio lo aveva francesizzato male una volta e il soprannome era rimasto.

    — Come sarebbe cosa?

    — Stamattina l’ho fatto senza pensarci.

    — Sì.

    — Ora, quando provo a rifarlo, è difficile.

    — Sì.

    — Non dovrebbe essere il contrario?

    Zio Chalumò sbadigliò.

    — Benvenuto nell’arte.

    — Non capisco.

    — La prima volta sei inciampato.

    — Io non sono inciampato.

    — Scivolato.

    — Suona meglio.

    — Molto. Adesso devi imparare a cadere apposta senza romperti il collo.

    Clarinello guardò le proprie chiavi.

    — Ma è un glissando.

    — Precisamente.

    — Basta far scorrere le dita.

    Zio Chalumò lo fissò.

    Poi scoppiò a ridere.

    Era una risata secca, legnosa, antica.

    — Cosa c’è?

    — Niente. Continua pure.

    — Perché ridi?

    — Perché stai scoprendo che un clarinetto non è un trombone.

    Dalla custodia accanto Arturo Sbrodoloni sporse la coulisse.

    — Finalmente.

    — Nessuno ti ha interpellato — disse Clarinello.

    Zio Chalumò spiegò.

    Sul clarinetto non esiste una coulisse capace di collegare meccanicamente tutte le altezze. Per produrre un glissando esteso e continuo non bastava aprire le chiavi in successione.

    Servivano le dita.

    Ma non soltanto.

    Serviva il fiato.

    Serviva l’imboccatura.

    Serviva modificare la pressione e, soprattutto, il modo in cui il musicista modellava dentro di sé la colonna d’aria.

    La lingua.

    La gola.

    La cavità orale.

    Clarinello rimase scandalizzato.

    — Tutto questo per sembrare che io stia facendo quello che mi pare?

    — Esattamente.

    — È una truffa.

    — È tecnica.

    — Peggio.

    Zio Chalumò sorrise.

    — Le cose che sembrano libere, ragazzo mio, molto spesso sono quelle che hanno lavorato più a lungo per non far vedere lo sforzo.

    Clarinello rimase in silenzio.

    Quella frase gli dava fastidio.

    Di solito era un buon segno.


    Nei giorni successivi diventò bravissimo.

    Glissando.

    Ancora.

    Ancora.

    Ancora.

    Gershwin chiedeva più ampiezza.

    Ross modificava l’imboccatura.

    Clarinello imparava a non spezzare la linea.

    Il suono cominciava con quel trillo grave quasi sospettoso e poi si apriva verso l’acuto con una libertà che sembrava improvvisata e invece richiedeva un controllo sempre più sottile.

    L’orchestra ormai aspettava soltanto quello.

    Tito Squillo lo imitava malissimo durante le pause.

    Arturo Sbrodoloni sosteneva che i tromboni lo facessero da secoli e chiedeva il pagamento degli arretrati.

    Basilio aveva composto una piccola marcia intitolata Trionfo del clarinetto che finalmente ha scoperto il trombone.

    Donna Violante dichiarava di non trovarla divertente.

    Era la prima a ridere.

    Clarinello cominciò a montarsi la campana.

    Prima pochissimo.

    Poi abbastanza.

    Infine moltissimo.

    Un pomeriggio, in un punto lirico della Rapsodia, aggiunse un piccolo scivolamento.

    Gershwin alzò la testa.

    — No.

    Clarinello ci rimase male.

    Due pagine dopo ci riprovò.

    — No.

    Alla terza, Gershwin smise di suonare.

    Ross Gorman abbassò il clarinetto.

    — Non lì.

    Clarinello era indignato.

    Durante la pausa corse da Zio Chalumò.

    — Non capisco quell’uomo.

    — Ottimo.

    — Gli piace il glissando.

    — Sì.

    — È diventato il mio suono.

    — No.

    — Come no?

    — È un suono che fai.

    — È la stessa cosa.

    Zio Chalumò si mise seduto.

    — Ah. Siamo già a questo punto.

    — Quale punto?

    — Quello in cui un musicista scopre una cosa bella e comincia a infilarla ovunque finché non diventa insopportabile.

    — Non è vero.

    — Certamente.

    — Anche Donna Violante dice “certamente” così.

    — Sto invecchiando.

    Clarinello sbuffò.

    — Perché all’inizio sì e dopo no?

    Zio Chalumò smise di scherzare.

    — Perché lì apre qualcosa.

    — Che cosa?

    — La Rapsodia.

    — Anche altrove potrebbe aprire.

    — E quante porte vuoi in una stanza?

    Clarinello tacque.

    — Quel gesto funziona perché arriva proprio lì — continuò il vecchio. — Prima che il pubblico abbia capito che cosa sta per ascoltare. Prima che il pianoforte entri. Prima che l’orchestra possa comportarsi come un’orchestra beneducata.

    — Quindi?

    — Quindi in pochi secondi gli dici: “Attento. Qui le note potrebbero non camminare come pensavi”.

    Clarinello guardò il pavimento.

    — Ma è mio.

    — Ecco il problema.

    — Cosa?

    — Hai cominciato domandandoti che cosa può servire alla musica. Adesso ti domandi che cosa può far ricordare te.

    Fu un colpo.

    Non violento.

    Peggio.

    Preciso.

    Clarinello non parlò più con Zio Chalumò per due giorni.

    Ne ebbe però una conversazione lunghissima nella propria testa.

    La perse.


    I protagonisti: (da sinistra) Basilio Brontoloni, Donna Violante Stradivaria, Clarinello Blu,  Nonno Chalumó, Arturo Sbrodoloni

    Tre giorni prima del concerto, accadde una disgrazia.

    Il glissando diventò perfetto.

    Clarinello lo fece una volta.

    Impeccabile.

    Lo rifece.

    Identico.

    Una terza.

    Uguale.

    Attacco.

    Curva.

    Crescita.

    Arrivo.

    Nessuna sbavatura.

    Basilio lo ascoltò.

    — Molto bello.

    Clarinello lo guardò.

    — No.

    — Per una volta ti faccio un complimento e ti offendi?

    — Non è bello.

    — Ho appena detto che—

    — È morto.

    Basilio tacque.

    Clarinello lo rifecе.

    Tecnica impeccabile.

    Nessuna sorpresa.

    — Senti?

    Basilio non rispose subito.

    — Sì.

    — Che cosa?

    — Sai già tutto quello che succederà.

    — Certo. L’ho studiato.

    — Forse è quello.

    Clarinello ricominciò.

    Ancora più preciso.

    Ancora più morto.

    Arrivò Donna Violante.

    Ascoltò.

    — Magnifico controllo.

    Clarinello quasi pianse.

    Era la cosa peggiore che potesse dirgli.

    — Prima ridevo.

    Donna Violante lo osservò.

    — Adesso esegui.

    — Non voglio eseguire.

    — È una frase curiosa da sentire in un’orchestra.

    — Sai cosa intendo.

    Sì.

    Lo sapeva.

    Donna Violante guardò la partitura.

    Poi lui.

    — Forse stai cercando di essere identico alla volta in cui sei stato spontaneo.

    Clarinello la fissò.

    Basilio spalancò gli occhi.

    Donna Violante si irrigidì.

    — Perché mi guardate?

    Basilio si portò una zampa al cuore.

    — Hai appena detto qualcosa di moderno.

    — Ti prego.

    — Sono emozionato.

    — Basilio.

    — Devo sedermi.

    — Sei già seduto.

    — Peggio.

    Ma Clarinello non rideva.

    Aveva paura.

    Fra tre giorni avrebbe aperto Rhapsody in Blue davanti a una sala piena.

    E la cosa che era nata da uno scherzo ora sembrava un esercizio.

    Aveva imparato perfettamente come farla.

    Aveva dimenticato perché.


    Quella notte uscì dalla custodia.

    Non chiedetemi come un clarinetto possa aprire una custodia, scendere da un palco e camminare per Manhattan.

    Se è questo il problema che avete con la storia, vi prego di considerare che un fagotto di nome Basilio Brontoloni ha parlato per diverse pagine senza che nessuno protestasse.

    New York era sveglia.

    New York nel 1924 sembrava possedere una quantità di energia incompatibile con il sonno.

    Automobili.

    Treni sopraelevati.

    Passi.

    Voci.

    Porte.

    Freni.

    Motori.

    Musica che usciva dai locali.

    Clarinello camminò.

    Per la prima volta provò a non cercare note.

    Ascoltò soltanto.

    Il treno sopraelevato passò:

    ta-TÀ ta-ta, ta-TÀ ta-ta.

    Una ruota aveva un piccolo difetto e produceva un accento là dove non avrebbe dovuto esserci.

    Clarinello sorrise.

    Più avanti un venditore abbassò una serranda.

    Un ritmo metallico.

    Un taxi suonò il clacson.

    Un altro rispose.

    — Molto male intonato — commentò Clarinello.

    Poi si fermò.

    — Sto diventando Donna Violante.

    Continuò.

    Da un locale seminterrato arrivava musica.

    Entrò.

    Un pianista suonava con tre uomini.

    Clarinello si mise in fondo.

    Ascoltò un tema.

    Semplice.

    Il pianista lo espose.

    Poi lo riprese.

    Ma non nello stesso modo.

    Una nota arrivò prima.

    Un’altra sembrò indugiare.

    La terza venne quasi accarezzata dal basso.

    Il ritmo restava riconoscibile eppure sembrava respirare diversamente.

    Il tema tornò ancora.

    Nuovo.

    E ancora riconoscibile.

    Clarinello si avvicinò.

    — Sta sbagliando.

    Una voce accanto a lui disse:

    — Speriamo.

    Era Zio Chalumò.

    Clarinello sobbalzò.

    — Mi hai seguito?

    — Alla mia età non seguo nessuno.

    — Come sei arrivato?

    — Stessa clausola narrativa che vale per te.

    Si sedettero.

    — Suona ogni volta diverso — disse Clarinello.

    — Sì.

    — Ma non sembra casuale.

    — No.

    — Sa esattamente dove si trova.

    — Sì.

    — Eppure cambia.

    — Vedo che l’udito funziona.

    Clarinello lo ignorò.

    Il pianista terminò una frase.

    Il batterista la prese.

    Il basso spostò il peso.

    Il tema tornò.

    — Pensavo che libertà significasse non sapere in anticipo cosa fare.

    Zio Chalumò sorrise.

    — Sarebbe comodo.

    — E invece?

    — Tu cosa senti?

    Clarinello ascoltò.

    Poi disse:

    — Sembra libero perché sa dove può andare.

    Il vecchio non rispose.

    — Non perché non conosce la strada.

    Ancora silenzio.

    — La conosce così bene che può permettersi di uscirne e ritrovarla.

    Zio Chalumò annuì appena.

    Clarinello si voltò.

    — Perché non dici niente?

    — Perché finalmente non ne hai bisogno.


    Il 12 febbraio 1924 arrivò con il freddo.

    All’Aeolian Hall il concerto portava un titolo ambizioso:

    An Experiment in Modern Music.

    Donna Violante lo lesse.

    — “Esperimento”.

    Basilio:

    — Sì.

    — Non amo essere parte di un esperimento.

    — Nemmeno i topi.

    — Basilio.

    — Cercavo di confortarti.

    La sala si riempì.

    Musicisti.

    Critici.

    Curiosi.

    Persone convinte che il jazz dovesse restare dove stava.

    Persone convinte che l’orchestra dovesse fare altrettanto.

    Persone che non sapevano ancora cosa pensare e che, senza saperlo, erano probabilmente le più fortunate.

    Gershwin sedeva al pianoforte.

    Paul Whiteman era pronto.

    Ross Gorman prese Clarinello.

    Il clarinetto sentì il proprio cuore.

    Non ne aveva uno.

    Quella sera ne aveva almeno tre.

    La bacchetta si alzò.

    Silenzio.

    Basilio gli sussurrò:

    — Clarinello.

    — Ti prego, non dire che Donna Violante ha sbagliato una nota.

    — Non avrei osato.

    Pausa.

    — Volevo dirti che se va male possiamo sempre dare la colpa a Gershwin.

    Clarinello rise.

    Piano.

    Abbastanza.

    Poi arrivò il momento.

    Trillo.

    Grave.

    Vibrante.

    Il suono cominciò a salire.

    Per un attimo Clarinello vide davanti a sé tutti i gradini.

    Le dita.

    L’imboccatura.

    La lingua.

    La gola.

    Il fiato.

    La tecnica.

    La versione perfetta.

    Poteva farla.

    Sapeva esattamente come.

    Poi pensò alla città.

    Al treno.

    Alla serranda.

    Al pianista del seminterrato.

    Alla prima prova.

    E comprese che aveva fatto per settimane una domanda sbagliata.

    Non:

    Come faccio a riprodurre quel glissando?

    Ma:

    Che cosa deve succedere al pubblico mentre lo faccio?

    E la risposta era lì.

    Doveva perdere il pavimento.

    Solo per pochi secondi.

    Doveva aspettarsi una scala e trovarsi improvvisamente davanti a una curva.

    Doveva capire, prima ancora che Gershwin suonasse una nota al pianoforte, che quella musica avrebbe attraversato territori nei quali le vecchie porte non sempre sarebbero rimaste chiuse.

    Clarinello lasciò andare il suono.

    La scala si sciolse.

    Il grave si allungò.

    Il timbro si piegò.

    La salita prese corpo, ironia, sensualità, insolenza.

    Non fu identica a quella della prova.

    Per fortuna.

    Arrivò in alto.

    Un istante di sospensione.

    Poi il pianoforte di Gershwin entrò.

    E la Rapsodia cominciò davvero.

    Clarinello sentì George sorridere.

    Non guardò.

    Quella volta non aveva bisogno di approvazione.

    Aveva capito perché quel suono fosse lì.

    12 FEBBRAIO 1924 – Quella sera accadde davvero ( clicca sulla freccia)


    Dopo il concerto, Tito Squillo sosteneva di avere sempre saputo che sarebbe stato un successo.

    Basilio:

    — Ieri hai detto che quella salita sembrava un gatto calpestato.

    — Era un’analisi timbrica.

    Arturo Sbrodoloni reclamava ancora i diritti d’autore sul principio dello scivolamento.

    Donna Violante si avvicinò a Clarinello.

    — Bene.

    Lui aspettò.

    — Tutto qui?

    — Molto bene.

    Clarinello spalancò le chiavi.

    — Donna Violante!

    — Non abituarti.

    Fece per andarsene.

    Poi si voltò.

    — Una sola cosa.

    Clarinello sospirò.

    — Naturalmente.

    — Quello che hai fatto questa sera…

    — Sì?

    — Non farlo mai nel Concerto di Mozart.

    Clarinello scoppiò in una risata tale che persino Arturo Sbrodoloni ammise di essere impressionato.


    Gli anni passarono.

    Quel glissando diventò inseparabile da Rhapsody in Blue.

    Clarinetti di città diverse cominciarono a studiarlo.

    Maestri ne discutevano.

    Allievi soffrivano.

    Ance venivano accusate ingiustamente.

    Qualcuno cercava un suono più lamentoso.

    Qualcun altro più brillante.

    Alcuni iniziavano lentamente e acceleravano.

    Altri costruivano una curva più continua.

    Clarinello, diventato anziano, ascoltava.

    E, come accade spesso a chi da giovane ha combattuto contro le regole, cominciò gradualmente a crearne di proprie.

    — Troppo corto.

    — Troppo veloce.

    — Io lo facevo più largo.

    — L’imboccatura!

    — Non così!

    — Ma cosa insegnano oggi?

    Zio Chalumò, che ormai era talmente vecchio da essere probabilmente precedente all’invenzione del legno, sopportò per molto tempo.

    Poi un giorno disse:

    — Violante.

    Clarinello si voltò.

    — Cosa?

    — Niente, Donna Violante.

    — Ritira immediatamente.

    — Troppo tardi.

    — Io non sono come lei.

    — Certamente.

    Clarinello si immobilizzò.

    Quella parola.

    Detta in quel modo.

    Era grave.

    Il giorno dopo ascoltò un ragazzo provare l’attacco della Rapsodia.

    Primo tentativo.

    Terribile.

    Secondo.

    Peggio.

    Terzo.

    Troppo studiato.

    Clarinello stava già per intervenire.

    Al quarto, però, accadde qualcosa.

    Il ragazzo lasciò andare un poco il suono.

    La curva fu diversa da quella di Ross Gorman.

    Diversa da quella che Clarinello ricordava.

    Più scura.

    Forse meno ironica.

    Quasi malinconica.

    Clarinello sentì salire l’antica obiezione:

    Non era così.

    Aprì la campana per parlare.

    Poi si fermò.

    Il ragazzo proseguì.

    Il pianoforte entrò.

    E quella particolare curva aveva preparato perfettamente quella Rapsodia, suonata da quel musicista, in quel momento.

    Clarinello richiuse la campana.

    Zio Chalumò lo osservò.

    — Niente?

    — Niente.

    — Sei malato?

    Clarinello sorrise.

    — Non era come il mio.

    — No.

    — Non era neanche come quello della prima volta.

    — No.

    Silenzio.

    Poi Clarinello disse:

    — Meno male.

    Zio Chalumò non rispose.

    Clarinello guardò il giovane musicista riprendere il clarinetto.

    Aveva finalmente capito che una tradizione muore in due modi.

    Muore quando viene dimenticata.

    Ma può morire anche quando viene conservata così perfettamente da non permetterle più di respirare.

    La prima risata di Ross Gorman era diventata storia proprio perché qualcuno aveva avuto il coraggio di non correggerla.

    Sarebbe stato curioso trasformarla, un secolo dopo, in qualcosa che nessuno avesse più il diritto di cambiare.

    Il ragazzo riprovò.

    Questa volta sbagliò.

    Clarinello sorrise.

    — Male.

    — Ah! — disse Zio Chalumò. — Eccoti tornato.

    — Ho detto che può essere diverso. Non ho detto che tutto vada bene.

    Il vecchio scoppiò a ridere.

    — Finalmente una filosofia musicale sensata.

    E, per qualche ragione, a Clarinello sembrò il complimento migliore ricevuto in tutta la vita.


    Clarinello aveva passato molto tempo a confondere cose differenti.

    Prima aveva creduto che essere corretti significasse non uscire mai dalla strada.

    Poi, quando uno scherzo era diventato una trovata musicale straordinaria, aveva pensato che essere liberi significasse uscire dalla strada ogni volta che ne avesse voglia.

    Infine aveva scoperto una terza possibilità.

    La più difficile: sapere dove si trova la strada, conoscere ciò che la regola protegge, possedere gli strumenti necessari.

    E soltanto allora decidere se, in quel preciso momento, valga la pena attraversare il confine.

    Non è un dettaglio.

    Perché oggi tendiamo spesso a raccontare l’originalità come se fosse una virtù sufficiente.

    «Sii diverso.»

    «Rompi gli schemi.»

    «Non seguire le regole.»

    Belle frasi.

    Ma anche un bambino di tre anni può rompere uno schema.

    Il problema artistico — e forse umano — è capire che cosa costruire dopo averlo rotto.

    Ross Gorman non rese memorabile l’inizio di Rhapsody in Blue semplicemente perché fece qualcosa di diverso da ciò che era scritto. Quella deviazione acquistò senso perché Gershwin riconobbe che possedeva il carattere giusto per aprire quel mondo musicale: un mondo in cui il linguaggio sinfonico incontrava jazz, blues, energia urbana, lirismo, ritmo e teatralità senza chiedere il permesso a una sola categoria.

    E poi c’è un altro paradosso ancora più bello.

    Quel gesto che sembra quasi una sfrontatezza improvvisata richiede tecnica.

    Sul clarinetto, ottenere una salita continua di quell’estensione non significa semplicemente “far scivolare le dita”. Il musicista deve coordinare progressivamente diteggiatura, imboccatura, flusso dell’aria, lingua e configurazione del tratto vocale affinché l’altezza possa piegarsi e attraversare ciò che normalmente percepiamo come gradini distinti.

    In altre parole:

    per far sembrare che la scala non abbia gradini bisogna conoscere molto bene ogni gradino.

    Ed è forse questo uno dei più bei paradossi dell’arte. La disciplina non è necessariamente il contrario della libertà. Può esserne la condizione.

    Un grande improvvisatore non è qualcuno che «non sa cosa farà».

    È qualcuno che possiede un linguaggio così profondamente da poter prendere una strada non prevista senza perdere la capacità di tornare.

    E anche nella vita esiste qualcosa di simile. Ci sono regole che abbiamo il diritto di contestare. Tradizioni che meritano di essere trasformate. Definizioni dalle quali è necessario uscire.

    Ma non tutto ciò che ci limita è automaticamente nemico.

    A volte un limite custodisce una ragione che non abbiamo ancora compreso.

    E non tutto ciò che ci distingue deve essere continuamente mostrato.

    Clarinello lo scoprì quando cominciò a mettere il proprio glissando dappertutto.

    Anche una caratteristica autentica può diventare maniera. Anche una qualità può diventare vanità.

    Anche la libertà può trasformarsi in posa quando smettiamo di domandarci perché facciamo qualcosa e cominciamo a farla soltanto perché ormai gli altri si aspettano che siamo “quelli che fanno quella cosa”.

    Forse maturare significa anche questo: non trascorrere tutta la vita a dimostrare di essere diversi. E nemmeno a dimostrare di essere impeccabili.

    Ma arrivare a possedere abbastanza profondamente ciò che siamo da non doverlo esibire a ogni battuta.

    C’è infine la lezione più sottile lasciata da quel primo glissando.

    Gershwin avrebbe potuto correggerlo. Era il compositore. Aveva la partitura. Aveva l’autorità.

    E invece ascoltò.

    Forse la vera intelligenza creativa non consiste soltanto nel sapere ciò che vogliamo.

    Consiste anche nel riconoscere qualcosa di migliore quando arriva da dove non lo avevamo previsto.

    È difficile.

    Perché significa accettare che una nostra opera, un nostro progetto, perfino un’idea alla quale teniamo possa diventare più ricca attraverso l’intervento di qualcun altro.

    Significa rinunciare per un momento alla soddisfazione di dire: «L’avevo pensato io.» per poter dire: «Questo funziona. Teniamolo.»

    Ed è una forma di grandezza molto meno rumorosa dell’originalità.

    Si chiama ascolto.

    Così, forse, Clarinello Blu aveva avuto ragione soltanto a metà.

    Fra una nota e l’altra c’erano davvero dei gradini.

    Ma non c’erano soltanto quelli.

    C’era anche lo spazio.

    E ci volle una risata al momento sbagliato perché qualcuno avesse finalmente il coraggio di attraversarlo.




    🎬 CLARINELLO FUORI DALLA FAVOLA

    Dopo aver conosciuto Clarinello Blu, è arrivato il momento di uscire per qualche minuto dalla favola.

    Perché dietro la sua scala incantata ci sono un clarinettista vero, un effetto difficilissimo e una Rapsodia che, più di cent’anni dopo, continua a non stare ferma dentro una sola definizione.

    🎙️ ASCOLTA IL VERO “CLARINELLO” DEL 1924
    Il glissando di Ross Gorman nella prima registrazione di Rhapsody in Blue
    Il 10 giugno 1924, pochi mesi dopo la prima esecuzione all’Aeolian Hall, George Gershwin registrò Rhapsody in Blue al pianoforte con la Paul Whiteman Concert Orchestra. All’inizio si sente proprio Ross Gorman, il clarinettista legato alla nascita del celebre glissando.
    Cosa ascoltare: non aspettarti il suono levigatissimo di una moderna orchestra sinfonica. È una registrazione acustica del 1924. Proprio per questo ha un fascino enorme: stai ascoltando quella musica quando era ancora praticamente nuova.
    Il nostro Clarinello Blu è immaginario. Ma questo clarinetto ha davvero più di cent’anni.
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