
Quando una voce vuole dominare le altre, perfino la musica può cominciare a morire
di Marialuisa Veneziano
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🎧 MUSICA PER LA LETTURA
Arnold Schönberg — Variations for Orchestra, op. 31
Prima di entrare nel regno delle dodici principesse, clicca sulla freccia nera e premi play.
Questa volta la musica non accompagna soltanto la storia: ne custodisce il segreto.
Nelle Variazioni per orchestra op. 31 di Arnold Schönberg, i dodici suoni entrano in un nuovo ordine, nel quale nessuno è chiamato a regnare stabilmente sugli altri. Si incontrano, si trasformano, ritornano sotto forme diverse, fino a costruire un universo sonoro in cui l’equilibrio non nasce dal predominio di una sola voce.
È la stessa domanda nascosta dietro il trono vuoto.
Mentre leggi, non cercare necessariamente una melodia da seguire.
Lascia piuttosto che la musica ti sorprenda.
Dodici suoni. Dodici principesse. Nessuna regina.
Comincia l’ascolto.
Poi apri la porta.
Ci sono troni che fanno paura quando sono occupati.
Quello del re Aldebrando cominciò a farne quando rimase vuoto.
A corte nessuno lo avrebbe ammesso, naturalmente.
Le corti hanno sempre avuto una straordinaria capacità di attribuire nomi decorosi alle proprie paure: l’ambizione diventa senso dello Stato, l’invidia prudenza, la vigliaccheria moderazione e il desiderio di sapere chi comanderà domani, quando è espresso con sufficiente gravità, prende il nome di preoccupazione per il bene del regno.
Così, la mattina dopo la morte del sovrano, nessuno disse:
«Chi si prenderà il trono?»
Dissero invece:
«Occorre assicurare la continuità della Corona.»
Che, tradotto nella lingua degli uomini, significava pressappoco la stessa cosa.
Il problema era che Aldebrando non aveva lasciato figli maschi.
Aveva lasciato dodici figlie.
E, quel che era peggio per coloro che amano le questioni semplici, le aveva amate tutte.
Non allo stesso modo — i genitori che dicono di amare tutti i figli nello stesso modo sono forse sinceri, ma certamente imprecisi — bensì con quell’arte difficile che consiste nel comprendere che persone diverse hanno bisogno di amori diversi.
La maggiore si chiamava Aurelia.
Era prudente, composta, abituata da anni a sentir dire che un giorno avrebbe dovuto assumersi grandi responsabilità; sicché aveva finito con l’assumersi anche quelle che nessuno le aveva affidato.
Beatrice possedeva un’intelligenza tagliente e il difetto, non raro nelle persone intelligenti, di adoperarla talvolta quando sarebbe stato più caritatevole lasciarla nel fodero.
Cecilia parlava poco, ma ricordava tutto.
Diana aveva un carattere così impetuoso che un giorno un ambasciatore aveva osservato che la principessa entrava nelle stanze alcuni secondi prima del proprio corpo.
Elena amava le regole.
Flora amava le persone, il che la portava spesso a violare le regole stabilite da Elena.
Ginevra desiderava il trono.
È bene dirlo subito.
Non perché fosse cattiva.
Le persone cattive sono assai più comode nelle favole: fanno il male e risparmiano al narratore ogni spiegazione.
Ginevra, invece, era generosa, brillante, coraggiosa e sinceramente convinta che il regno sarebbe stato migliore sotto il suo governo.
È una convinzione che ha causato nella storia più disgrazie della pura malvagità.
Livia aveva paura quasi di tutto, ma possedeva la curiosa capacità di essere coraggiosa quando qualcun altro aveva più paura di lei.
Matilde metteva in discussione ogni cosa, compresa la necessità di mettere in discussione ogni cosa.
Nerina preferiva le biblioteche ai ricevimenti, scelta che a corte veniva giudicata con la stessa indulgenza riservata a una malattia infantile destinata, si sperava, a passare.
Ottavia aveva una memoria prodigiosa.
E infine c’era Viola.
La più giovane.
Così abituata a essere la dodicesima che aveva imparato presto una verità che i primi nati comprendono assai più tardi:
chi arriva ultimo a parlare, se ha pazienza, spesso sente cose che gli altri non hanno ascoltato.

Quando il re fu sepolto, il Consiglio della Corona si riunì nella Grande Sala.
In fondo alla sala stava il trono.
Nero, altissimo, con dodici piccoli intarsi d’argento disposti lungo lo schienale.
Da secoli nessuno faceva caso a quegli intarsi.
È un destino comune alle cose che vediamo ogni giorno: diventano invisibili proprio grazie alla loro presenza.
Davanti al trono stava il cancelliere, marchese Ortensio di Cadenza.
Ortensio era un uomo magro, accurato e perfettamente pettinato, il quale nutriva per l’ordine un affetto tanto sincero da diffidare di tutto ciò che non aveva personalmente disposto.
— Altezza — disse rivolgendosi ad Aurelia — secondo le consuetudini del regno…
— Mio padre non ha nominato un’erede — lo interruppe Ginevra.
Il cancelliere fece una breve pausa.
— Infatti.
— Dunque non esiste alcuna consuetudine applicabile.
— Principessa, le consuetudini possiedono precisamente il vantaggio d’essere applicabili anche quando nessuno ricorda più perché esistano.
Beatrice sorrise.
— È forse la migliore definizione di consuetudine che io abbia mai sentito.
Ortensio la ignorò.
— La principessa Aurelia è la maggiore.
Tutti guardarono Aurelia.
Aurelia guardò il trono.
Avrebbe potuto dire sì.
Era stata preparata per anni a quel momento.
Aveva imparato diritto, storia, economia, diplomazia.
Le avevano insegnato come salutare un ambasciatore ostile, come ricevere una notizia terribile senza sbiancare e perfino quanto a lungo fosse opportuno tacere prima di rispondere a una dichiarazione di guerra.
Nessuno, tuttavia, le aveva insegnato come sedersi sul trono del proprio padre il giorno dopo averlo perduto.
— Aspetteremo — disse.
Ortensio impallidì quasi impercettibilmente.
Gli uomini che amano l’ordine tollerano molte cose.
L’attesa raramente è fra queste.
— Aspetteremo cosa?
Aurelia prese dalla tasca della veste una chiave.
— Questo.
La mostrò.
Era una piccola chiave d’argento che il re aveva portato al collo fino all’ultimo giorno.
Nella notte precedente alla morte, l’aveva consegnata alla figlia maggiore dicendo soltanto:
«Quando tutti cercheranno chi deve essere la prima, apri ciò che ho lasciato.»
Aurelia si avvicinò al trono.
Sotto il bracciolo destro trovò una serratura.
Nessuna di loro l’aveva mai notata.
La chiave entrò.
Scattò qualcosa.
Dallo schienale del trono uscì lentamente un piccolo cassetto.
Dentro c’erano dodici lettere.
Ognuna portava il nome di una principessa.
E sotto le lettere, una tredicesima busta.
Senza nome.
Aurelia la prese.
Sul sigillo c’erano incise poche parole:
DA APRIRE SOLTANTO QUANDO TUTTE AVRANNO PARLATO.
Ginevra alzò un sopracciglio.
— Nostro padre conservava il senso del teatro fino alla fine.
— Finalmente sappiamo da chi l’hai ereditato — disse Beatrice.
Aurelia distribuì le lettere.
Ogni sorella aprì la propria.
Nella stanza si fece silenzio.
— La mia contiene una nota — disse Cecilia.
— Anche la mia — disse Elena.
— La mia pure.
Una dopo l’altra mostrarono i fogli.
Su ciascuno era scritto un solo nome di nota musicale e una frase.
Aurelia lesse:
MI — “Non essere la prima soltanto perché altri ti hanno messo davanti.”
Beatrice:
FA — “L’intelligenza che umilia una voce finisce per ascoltare soltanto se stessa.”
Cecilia:
DO DIESIS — “Ricordare non significa ripetere.”
Diana:
SOL — “La forza che non sa attendere diventa rumore.”
Elena:
RE DIESIS — “Una regola è giusta soltanto finché protegge anche chi non l’ha scritta.”
Flora:
LA — “Ascoltare qualcuno significa correre il rischio di cambiare idea.”
Ginevra:
SI BEMOLLE — “Chi desidera il centro dovrebbe prima domandarsi chi resterà ai margini.”
Livia:
RE — “Il coraggio non è parlare per primi.”
Matilde:
LA BEMOLLE — “Dubita anche del tuo dubbio.”
Nerina:
SI — “Ciò che viene dimenticato non è sempre ciò che vale meno.”
Ottavia:
DO — “La memoria diventa prigione quando pretende che il futuro somigli al passato.”
Viola aprì per ultima.
FA DIESIS — “Ciò che manca sembra piccolo soltanto finché non manca davvero.”
Nessuna parlò.
Poi Diana disse:
— Che cosa significa?
— Che nostro padre era diventato ancora più enigmatico negli ultimi mesi — rispose Ginevra.
Ortensio si schiarì la voce.
— Con tutto il rispetto dovuto alla memoria del sovrano, il regno non può essere governato da un indovinello.
Fu allora che dalla torre arrivò un rintocco.
Uno.
Due.
Tre.
Poi un suono strano.
Come una campana che avesse dimenticato se stessa.
Tutti alzarono la testa.
Il maestro delle campane entrò nella sala pochi minuti dopo, pallido.
— Maestà…
Si fermò.
Il trono era vuoto.
Non sapendo a chi rivolgersi, fece un inchino collettivo, che non fu elegante ma ebbe almeno il pregio dell’imparzialità.
— Una delle campane non suona più correttamente.
— Si sarà incrinata — disse Ortensio.
— No, signore.
— Allora cos’ha?
Il vecchio esitò.
— Manca una nota.
Beatrice sorrise.
— Una campana non può perdere una nota.
— Infatti, Altezza.
— E dunque?
Il vecchio deglutì.
— La nota è scomparsa anche dalle altre.
Questa volta nessuno sorrise.


La notizia impiegò poche ore a raggiungere la città.
Il fa diesis era sparito.
Non stonato.
Non abbassato.
Non alterato.
Sparito.
I violinisti potevano mettere il dito esattamente dove quella nota avrebbe dovuto trovarsi e ottenere un suono che scivolava altrove.
Gli organi saltavano quel punto come se sulla tastiera ci fosse un gradino spezzato.
I flauti lo cercavano e producevano soltanto aria.
Perfino i bambini, provando a cantarlo, sentivano la voce cadere un semitono prima o salire a quello successivo.
Naturalmente molti dichiararono che non era grave.
Gli uomini hanno una straordinaria inclinazione a considerare trascurabile ciò che ancora non impedisce loro di cenare.
— Una nota su dodici — disse un mercante. — Ne restano undici.
Il giorno seguente ne sparì un’altra.
Poi una terza.
A quel punto il mercante smise di fare calcoli.
Le melodie cominciarono a deformarsi.
Le canzoni popolari inciampavano.
Le ninnananne avevano buchi improvvisi.
Un quartetto dovette interrompersi a metà d’un brano perché due strumenti non riuscivano più a incontrarsi.
La cosa più inquietante, tuttavia, non era la bruttezza dei nuovi suoni.
Era la sensazione che il mondo si stesse restringendo.
Come una lingua dalla quale qualcuno cancellasse, una alla volta, le parole.

La terza notte Viola non riuscì a dormire.
Riprese la lettera del padre.
FA DIESIS.
La prima nota scomparsa.
Lesse la frase.
Ciò che manca sembra piccolo soltanto finché non manca davvero.
Si alzò.
Attraversò il corridoio.
La biblioteca era buia.
Nerina era seduta a un tavolo con tre candele accese e diciassette libri aperti.
— Non dormi mai?
— Dormo quando gli altri smettono di fare cose che poi devo capire.
Viola le mostrò il foglio.
— La prima nota scomparsa è la mia.
Nerina rimase immobile.
Poi chiamò Ottavia.
Poi Cecilia.
Mezz’ora dopo tutte e dodici erano nella biblioteca, alcune avvolte in mantelli, altre ancora in veste da notte; Diana portava una candela in mano con l’atteggiamento di chi sarebbe stata perfettamente disposta a usarla come arma.
Posero le lettere sul tavolo.
Nerina le osservò.
— Forse non sono dodici messaggi.
— Sono palesemente dodici messaggi — disse Elena.
— No. Forse sono un messaggio solo, diviso in dodici parti.
Ottavia prese i fogli.
— Ma in quale ordine?
Ginevra rispose:
— In quello della nostra nascita.
Provarono.
Non accadde nulla.
— Forse per altezza — suggerì Diana.
— Se nostro padre ha affidato il futuro del regno alla nostra altezza, abbiamo problemi maggiori della successione — disse Beatrice.
Provarono secondo l’età.
Secondo l’alfabeto.
Secondo la disposizione delle stanze.
Secondo il giorno di nascita.
Niente.
Fu Viola a notare una cosa.
— Le note.
Tutte si voltarono.
— Non sono in ordine.
Elena sospirò.
— Questo è evidente.
— No. Voglio dire: forse l’ordine è proprio il fatto che non siano in ordine.
Silenzio.
Nerina la guardò.
Viola prese una matita e trascrisse:

Ottavia contò.
— Nessuna si ripete.
— Tutte e dodici — disse Cecilia.
Proprio in quel momento la grande campana della torre batté mezzanotte.
Un quarto suono scomparve dal mondo.

Il giorno dopo le principesse convocarono il vecchio maestro di cappella.
Si chiamava Erasmo e aveva raggiunto quell’età nella quale gli uomini non sono necessariamente più saggi, ma hanno almeno smesso di preoccuparsi se qualcuno li considera tali.
Ascoltò.
Guardò la serie.
Poi si tolse gli occhiali.
— Vostro padre studiava questa idea da anni.
Ortensio, presente alla riunione, si irrigidì.
— Quale idea?
Erasmo lo guardò.
— Quella di una musica nella quale nessun suono potesse reclamare per sé il diritto d’essere casa.
— Una musica senza centro? — domandò Aurelia.
— Esattamente.
Il cancelliere scosse il capo.
— Assurdo. Ogni ordine necessita d’un centro.
Erasmo sorrise.
— Voi confondete spesso il centro con chi vi sta seduto sopra.
Ortensio non sorrise.
— E queste note?
Il maestro indicò la serie.
— Una legge. Prima che una nota torni, tutte le altre devono aver avuto diritto di parola.
Viola guardò le sorelle.
— “Quando tutte avranno parlato.”
La tredicesima busta.
Corsero alla sala del trono.
Aurelia la prese.
— Tutte abbiamo letto le nostre lettere.
— Ma non abbiamo fatto parlare le note — disse Cecilia.
Erasmo annuì.
Nella sala c’era un antico clavicembalo.
Aurelia si sedette.
— Nell’ordine?
— Nell’ordine lasciato dal re.
Suonò il Mi.
Poi Fa.
Do diesis.
Sol.
A ogni suono uno degli intarsi d’argento sul trono si illuminava.
Re diesis.
La.
Si bemolle.
Re.
La bemolle.
Si.
Do.
Aurelia arrivò all’ultima.
Fa diesis.
Il tasto scese.
Nessun suono.
La prima nota scomparsa.
Uno degli intarsi rimase spento.
Il meccanismo non si aprì.
Ortensio disse piano:
— Siamo arrivati troppo tardi.

Quella notte sparì il quinto suono.
Il regno cominciò ad avere paura.
E la paura, quando non comprende, chiede quasi sempre un padrone.
La gente si radunò davanti al palazzo.
— Una regina!
— Incoronate Aurelia!
— Qualcuno governi!
Altri gridavano il nome di Ginevra.
Il Consiglio si divise.
Ortensio convocò Aurelia in privato.
— Domani sarete incoronata.
— No.
— Altezza, il popolo ha bisogno d’un centro.
— Il popolo ha bisogno che le note tornino.
— E torneranno quando sarà ristabilito l’ordine.
Aurelia lo guardò.
— Ne siete certo?
Ortensio esitò appena.
Troppo poco perché chiunque altro se ne accorgesse.
Abbastanza perché Aurelia sì.
— Che cosa sapete?
— Quello che so è che vostro padre, negli ultimi anni, si era lasciato sedurre da idee pericolose.
— Quali?
— Che dodici voci potessero governare senza che nessuna fosse prima.
— E voi non eravate d’accordo.
— Io conosco gli uomini.
— È una frase che spesso pronunciano coloro che hanno smesso di fidarsi di loro.
Ortensio si alzò.
— Una nazione non è un esperimento musicale.
— Forse.
Aurelia lo fissò.
— Ma questa crisi lo è.

Nerina, nel frattempo, aveva trovato qualcosa.
Dietro un antico armadio della biblioteca esisteva una porta.
Sul legno erano incise dodici linee.
E sopra:
QUANDO LA STRADA DAVANTI A VOI SARÀ CHIUSA, CERCATE QUELLA CHE TORNA INDIETRO.
— Indietro — disse Ottavia.
Prese la serie.
La lesse al contrario.
FA♯ – DO – SI – LA♭ – RE – SI♭ – LA – RE♯ – SOL – DO♯ – FA – MI.
Appena pronunciò l’ultima nota, la porta scattò.
Dietro c’era un corridoio.
Beatrice guardò le altre.
— Nostro padre aveva indubbiamente troppo tempo libero.
Entrarono.
Il passaggio scendeva sotto il palazzo.
Arrivarono a una sala rivestita di specchi.
Al centro stava un’iscrizione:
NON BASTA TORNARE.
CIÒ CHE SALE IMPARI A SCENDERE.
CIÒ CHE SCENDE IMPARI A SALIRE.
Erasmo, che le aveva seguite con la lentezza di chi sa che gli enigmi non diventano più facili correndo, passò un dito sulle parole.
— Inversione.
Elena lo guardò.
— Cioè?
— Se una nota sale d’un intervallo, la sua immagine deve scendere dello stesso intervallo.
Matilde sorrise.
— Perfino nostro padre aveva capito che il contrario non è sempre un nemico. A volte è una strada.
Ricostruirono la serie.
Ci vollero ore.
Ogni errore spegneva le torce della sala.
Ogni volta ricominciavano.
Diana perse la pazienza.
Elena insistette su una soluzione sbagliata per quasi mezz’ora.
Ginevra accusò Beatrice di distrarla.
Beatrice rispose che, per distrarre Ginevra da se stessa, sarebbe occorso molto più talento.
Aurelia batté una mano sul tavolo.
— Basta!
Silenzio.
Viola, che fino a quel momento non aveva parlato, disse:
— Stiamo facendo esattamente ciò che nostro padre voleva impedirci.
— Cioè?
— Ognuna aspetta soltanto il momento di ripetere la propria idea.
Nessuno rispose.
Era irritante.
E, come spesso accade alle cose irritanti, era vero.
Quella volta provarono diversamente.
Una parlava.
Le altre ascoltavano.
Una proposta non veniva scartata finché tutte non l’avevano compresa.
Ci misero meno di un’ora.
Lo specchio centrale si aprì.
Dietro trovarono una piccola stanza.
E nella stanza, un leggio.
Sul leggio mancava un foglio.
Il dodicesimo.

— Qualcuno è arrivato prima di noi — disse Cecilia.
Non occorsero grandi indagini.
Sulla polvere c’erano impronte.
Ordinatissime.
Uguali.
E sul pavimento una piccola goccia di ceralacca verde.
Ortensio sigillava tutti i documenti di Stato con ceralacca verde.
Ginevra impallidì.
— Il cancelliere.
Risalirono.
Ma Ortensio le stava aspettando.
Nella Sala del Trono.
Con le guardie.
E con la corona.
— Domani all’alba — disse — Aurelia sarà regina.
— Avete preso il foglio — disse Nerina.
Ortensio non negò.
— L’ho distrutto.
Viola fece un passo avanti.
— Perché?
Per la prima volta il cancelliere sembrò vecchio.
— Perché ho visto un regno quasi distrutto una volta.
Le principesse tacquero.
— Vostro nonno morì lasciando due eredi. Due. Bastarono per sette anni di guerra. Ho visto città incendiate perché due uomini ritenevano entrambi di avere diritto alla stessa sedia. Vostro padre pensava che dodici persone potessero governare senza un sovrano.
Rise.
Non con allegria.
— Dodici.
Ginevra guardò la corona.
— E quindi avete fatto sparire le note?
— No.
Ortensio la guardò.
— Ma sapevo che sarebbe accaduto.
— Come?
— Vostro padre mi mostrò il meccanismo anni fa. Mi disse che alla sua morte il trono avrebbe “messo alla prova il regno”.
— E voi avete nascosto l’ultima parte.
— Ho impedito una follia.
Viola sussurrò:
— No. Avete impedito che tutte le voci arrivassero alla fine.
Ortensio indicò il trono.
— Quel seggio ha tenuto unito questo paese per quattrocento anni.
Matilde guardò la sedia nera.
— Curioso. Credevo fossero state le persone.
— Le persone hanno bisogno di sapere chi comanda!
Fu allora che Ginevra prese la corona.
Tutte si voltarono.
La tenne fra le mani.
Era il momento che aveva immaginato per anni.
Il peso dell’oro.
Le pietre.
Il diritto d’essere guardata per prima.
Ortensio sorrise.
— Voi capite.
Ginevra osservò il trono.
Poi le sorelle.
Si avvicinò lentamente.
Per un istante parve sul punto di sedersi.
Invece posò la corona sul cuscino.
— È questo il problema — disse.
Ortensio aggrottò la fronte.
— Quale?
— Che io capisco benissimo.
Si voltò verso di lui.
— Ho desiderato quella sedia per metà della mia vita. E proprio per questo non mi fido di ciò che penso quando la guardo.
Aurelia abbassò gli occhi.
Beatrice non fece battute.
Era forse il più grande omaggio che sapesse rendere.

All’alba mancavano ormai sette note.
La città suonava come un mondo che stesse dimenticando la propria lingua.
Le principesse tornarono nella stanza degli specchi.
Il dodicesimo foglio era scomparso.
Ma Ottavia ricordava ogni parola letta.
— Io l’ho visto — disse.
— Quando?
— Una volta. Nostro padre lo teneva sulla scrivania mesi fa. Non capii cosa fosse.
Chiuse gli occhi.
Recitò:
“QUANDO AVRETE ATTRAVERSATO LA SERIE, IL RITORNO E LO SPECCHIO, NON CERCATE UN NOME. CERCATE CIÒ CHE NESSUNO DI VOI È DISPOSTO A PERDERE.”
— Il regno — disse Aurelia.
— Nostro padre — disse Flora.
— La libertà — disse Matilde.
— Il trono — disse Ginevra.
Poi si fermò.
— No.
Viola la guardò.
Ginevra comprese prima delle altre.
— La propria voce.
Silenzio.
Al centro della stanza c’erano dodici piccole cavità.
Una per ogni nota.
Erasmo disse:
— Forse l’ultima prova non riguarda ciò che dovete suonare.
— Ma ciò a cui siete disposte a rinunciare — disse Cecilia.
Una dopo l’altra, le principesse posero nelle cavità i propri sigilli.
Quando Viola appoggiò il dodicesimo, la parete si aprì.
Una scala saliva.
Non scendeva.
Saliva dentro il trono.
Arrivarono dietro lo schienale della grande sedia.
Lì trovarono dodici corde tese, una per ogni intarsio.
Undici erano spezzate.
Una sola resisteva ancora.
Ortensio, che le aveva seguite, entrò.
— Fermatevi.
Viola guardò la corda.
— Se questa si spezza, sparirà l’ultima nota.
— Se la toccate, potreste distruggere tutto!
Aurelia si voltò.
— E se non facciamo nulla?
Il cancelliere non rispose.
Fu la risposta.

Erasmo esaminò il meccanismo.
— Le corde non devono essere riparate una per una.
— Allora come?
Il vecchio indicò dodici piccoli martelletti.
— Devono suonare insieme nella successione stabilita.
— Ma le note sono scomparse.
— Dal regno, sì.
Erasmo guardò le principesse.
— Non da voi.
Nessuna capì.
Poi Cecilia portò una mano al petto.
Le lettere.
Le frasi.
I sigilli.
Ognuna di loro aveva ricevuto una nota.
Non dovevano suonarla con uno strumento.
Dovevano cantarla.
— Non posso — disse Livia. — Quelle note non esistono più.
Erasmo sorrise.
— Esistono nella memoria.
Ottavia diede il primo suono.
Incerto.
Aurelia lo seguì.
Una dopo l’altra cercarono la propria altezza.
Era difficile.
Alcune esitavano.
Alcune erano troppo basse.
Altre troppo alte.
Ginevra partì prima del proprio turno.
Il meccanismo tremò.
— Aspetta! — gridò Viola.
Ginevra tacque.
E per la prima volta nella sua vita aspettò che undici altre voci avessero diritto di esistere prima di usare di nuovo la propria.
Mi.
Fa.
Do diesis.
Sol.
Re diesis.
La.
Si bemolle.
Re.
La bemolle.
Si.
Do.
Rimaneva Fa diesis.
Viola aprì la bocca.
Non uscì nulla.
La prima nota scomparsa.
La più lontana ormai dalla memoria.
Ortensio sussurrò:
— Non può farlo.
Viola chiuse gli occhi.
Pensò alla frase del padre.
Ciò che manca sembra piccolo soltanto finché non manca davvero.
Poi accadde una cosa che nessuno aveva previsto.
Le undici sorelle non cantarono al posto suo.
Non la aiutarono dandole la nota.
Rimasero in silenzio.
Le lasciarono spazio.
Viola respirò.
Provò.
Un suono incerto.
No.
Ancora.
Più vicino.
Poi finalmente:
Fa diesis.
La dodicesima corda vibrò.
Per alcuni secondi non accadde nulla.
Poi le undici corde spezzate cominciarono a risuonare.
Una dopo l’altra.
Il meccanismo intero si mise in movimento.
Dalla città arrivò una campana.
Poi un’altra.
Un violino, da qualche finestra.
Un flauto.
Un bambino che gridava.
Le note tornavano.
Tutte.
Ma il trono cominciò a tremare.
Ortensio urlò:
— Fuggite!
Una crepa attraversò lo schienale.
Poi un’altra.
La corona cadde.
Il grande seggio nero si aprì in due.
Dentro non c’era oro.
Né una seconda corona.
Né un documento che proclamasse il nome d’una regina.
C’era soltanto una lastra d’argento.
E sopra, le ultime parole di Aldebrando.
Aurelia lesse ad alta voce:
“SE SIETE ARRIVATE FIN QUI, AVRETE FINALMENTE COMPRESO PERCHÉ NON HO NOMINATO UN’EREDE.”
Nessuna respirava.
“PER SECOLI ABBIAMO CREDUTO CHE L’ORDINE NASCESSE DA UNA VOCE CAPACE DI FAR TACERE LE ALTRE.”
Ginevra abbassò gli occhi.
“HO SCOPERTO TROPPO TARDI CHE ESISTE UN ORDINE PIÙ DIFFICILE.”
Beatrice continuò:
“QUELLO NEL QUALE NESSUNA VOCE PUÒ TORNARE A IMPORSI PRIMA CHE TUTTE LE ALTRE SIANO STATE ASCOLTATE.”
Viola lesse l’ultima frase.
“IL TRONO RESTI VUOTO.”
Sotto, più piccolo:
“NON PERCHÉ NESSUNO SIA DEGNO DI SEDERVISI.
MA PERCHÉ NESSUNO DEBBA PIÙ ESSERE NECESSARIO AL CENTRO.”

Ortensio si lasciò cadere su una sedia.
Per tutta la vita aveva temuto un regno senza sovrano.
Guardò le dodici principesse.
— E chi governerà?
Aurelia sorrise.
— Noi.
— Tutte?
— Tutte.
— È impossibile.
Beatrice inclinò la testa.
— Questo argomento ha il difetto d’essere già stato smentito diverse volte stanotte.
— Litigherete.
— Certamente — disse Matilde.
— Avrete opinioni opposte.
— Lo speriamo.
— Una vorrà parlare quando un’altra non ha finito.
Ginevra sorrise amaramente.
— Su questo dovremo lavorare.
Ortensio guardò il trono spezzato.
— E quando non sarete d’accordo?
Fu Viola a rispondere.
— Ricominceremo ad ascoltare dall’inizio.

Da quel giorno il trono rimase vuoto.
Non fu distrutto.
Le principesse vollero che restasse nella Sala Grande, con la crepa ancora visibile.
Per ricordare.
Dodici seggi più piccoli furono disposti in cerchio.
Nessuno davanti.
Nessuno dietro.
E, cosa che scandalizzò parecchio i dignitari più anziani, nessun posto rialzato.
Le dodici sorelle governarono.
Litigarono moltissimo.
È bene precisarlo.
Chi immagina che l’uguaglianza produca automaticamente concordia ha probabilmente conosciuto poca uguaglianza e ancor meno esseri umani.
Aurelia era troppo prudente.
Diana troppo veloce.
Elena voleva regolamentare perfino la durata delle discussioni.
Matilde desiderava discutere il regolamento.
Beatrice faceva osservazioni che sarebbe stato diplomaticamente preferibile pensare soltanto.
Ginevra ebbe ancora, più di una volta, nostalgia della corona.
E Viola, che aveva imparato il valore dell’ultima voce, qualche volta dimenticò che anche l’ultima può diventare arrogante quando si convince d’essere la più saggia.
Non divennero perfette.
Divennero attente.
Che è cosa assai più utile.
Stabilirono una sola regola.
Nessuna questione importante poteva essere chiusa finché tutte e dodici non avessero parlato.
E nessuna poteva intervenire una seconda volta prima che le altre avessero avuto il proprio turno.
I cortigiani trovarono il sistema lento.
I mercanti esasperante.
Gli ambasciatori stranieri incomprensibile.
Qualche volta lo era davvero.
Ma accadde qualcosa.
Le decisioni cominciarono a contenere parti di realtà che prima non entravano mai nella Sala del Trono.
Le paure di Livia.
I dubbi di Matilde.
La memoria di Ottavia.
La compassione di Flora.
La disciplina di Elena.
L’ambizione di Ginevra, che quando non poteva dominare diventava energia.
Perfino i silenzi di Cecilia.
Il regno non diventò privo di conflitti.
Diventò incapace di fingere che una sola voce potesse contenerli tutti.

Anni dopo, un bambino visitò il palazzo.
Davanti al grande trono spezzato domandò alla guida:
— Chi siede lì?
— Nessuno.
Il bambino parve sorpreso.
— Allora a cosa serve?
La guida esitò.
Viola, ormai adulta, passava proprio in quel momento.
Si fermò.
— Serve a ricordarci una cosa.
— Quale?
Viola guardò il vecchio seggio.
— Che non tutto ciò che è vuoto aspetta di essere riempito.
Il bambino non comprese.
Come spesso capita ai bambini, però, ricordò.
Molti anni più tardi avrebbe capito anche il resto.
LA MORALE DEL TRONO VUOTO
Questa favola si ispira alla dodecafonia, il sistema musicale ideato da Arnold Schönberg in cui i dodici suoni della scala cromatica vengono messi sullo stesso piano: nessuno deve imporsi stabilmente come centro, e ciascuno deve avere il proprio spazio prima che uno possa tornare.
Per questo le dodici principesse non devono scoprire chi sia la migliore.
Devono capire che la domanda stessa è sbagliata.
Non sempre l’armonia nasce quando una voce domina le altre.
A volte nasce quando tutte possono essere ascoltate senza che nessuna venga dichiarata inutile.
Le sorelle sono diverse, proprio come le dodici note.
E il loro valore non consiste nell’essere uguali, ma nell’essere insostituibili.
Quando una nota scompare, la musica si impoverisce.
Quando una voce viene esclusa, anche il mondo diventa più piccolo.
Il trono vuoto diventa allora il simbolo più importante della favola: non rappresenta un potere che manca, ma un centro che nessuno ha più bisogno di occupare.
Perché qualche volta chiamiamo “disordine” soltanto un ordine nel quale non siamo più noi a comandare.
Ed è forse questa la lezione più difficile della dodecafonia, e anche della vita: prima di ripetere la tua voce, assicurati che tutte le altre abbiano avuto il diritto di essere ascoltate.














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