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  • Le dodici principesse e il trono vuoto

    Quando una voce vuole dominare le altre, perfino la musica può cominciare a morire

    di Marialuisa Veneziano

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    🎧 MUSICA PER LA LETTURA
    Arnold Schönberg — Variations for Orchestra, op. 31
    Prima di entrare nel regno delle dodici principesse, clicca sulla freccia nera e premi play.
    Questa volta la musica non accompagna soltanto la storia: ne custodisce il segreto.
    Nelle Variazioni per orchestra op. 31 di Arnold Schönberg, i dodici suoni entrano in un nuovo ordine, nel quale nessuno è chiamato a regnare stabilmente sugli altri. Si incontrano, si trasformano, ritornano sotto forme diverse, fino a costruire un universo sonoro in cui l’equilibrio non nasce dal predominio di una sola voce.
    È la stessa domanda nascosta dietro il trono vuoto.
    Mentre leggi, non cercare necessariamente una melodia da seguire.
    Lascia piuttosto che la musica ti sorprenda.
    Dodici suoni. Dodici principesse. Nessuna regina.
    Comincia l’ascolto.
    Poi apri la porta.

    Ci sono troni che fanno paura quando sono occupati.

    Quello del re Aldebrando cominciò a farne quando rimase vuoto.

    A corte nessuno lo avrebbe ammesso, naturalmente.

    Le corti hanno sempre avuto una straordinaria capacità di attribuire nomi decorosi alle proprie paure: l’ambizione diventa senso dello Stato, l’invidia prudenza, la vigliaccheria moderazione e il desiderio di sapere chi comanderà domani, quando è espresso con sufficiente gravità, prende il nome di preoccupazione per il bene del regno.

    Così, la mattina dopo la morte del sovrano, nessuno disse:

    «Chi si prenderà il trono?»

    Dissero invece:

    «Occorre assicurare la continuità della Corona.»

    Che, tradotto nella lingua degli uomini, significava pressappoco la stessa cosa.

    Il problema era che Aldebrando non aveva lasciato figli maschi.

    Aveva lasciato dodici figlie.

    E, quel che era peggio per coloro che amano le questioni semplici, le aveva amate tutte.

    Non allo stesso modo — i genitori che dicono di amare tutti i figli nello stesso modo sono forse sinceri, ma certamente imprecisi — bensì con quell’arte difficile che consiste nel comprendere che persone diverse hanno bisogno di amori diversi.

    La maggiore si chiamava Aurelia.

    Era prudente, composta, abituata da anni a sentir dire che un giorno avrebbe dovuto assumersi grandi responsabilità; sicché aveva finito con l’assumersi anche quelle che nessuno le aveva affidato.

    Beatrice possedeva un’intelligenza tagliente e il difetto, non raro nelle persone intelligenti, di adoperarla talvolta quando sarebbe stato più caritatevole lasciarla nel fodero.

    Cecilia parlava poco, ma ricordava tutto.

    Diana aveva un carattere così impetuoso che un giorno un ambasciatore aveva osservato che la principessa entrava nelle stanze alcuni secondi prima del proprio corpo.

    Elena amava le regole.

    Flora amava le persone, il che la portava spesso a violare le regole stabilite da Elena.

    Ginevra desiderava il trono.

    È bene dirlo subito.

    Non perché fosse cattiva.

    Le persone cattive sono assai più comode nelle favole: fanno il male e risparmiano al narratore ogni spiegazione.

    Ginevra, invece, era generosa, brillante, coraggiosa e sinceramente convinta che il regno sarebbe stato migliore sotto il suo governo.

    È una convinzione che ha causato nella storia più disgrazie della pura malvagità.

    Livia aveva paura quasi di tutto, ma possedeva la curiosa capacità di essere coraggiosa quando qualcun altro aveva più paura di lei.

    Matilde metteva in discussione ogni cosa, compresa la necessità di mettere in discussione ogni cosa.

    Nerina preferiva le biblioteche ai ricevimenti, scelta che a corte veniva giudicata con la stessa indulgenza riservata a una malattia infantile destinata, si sperava, a passare.

    Ottavia aveva una memoria prodigiosa.

    E infine c’era Viola.

    La più giovane.

    Così abituata a essere la dodicesima che aveva imparato presto una verità che i primi nati comprendono assai più tardi:

    chi arriva ultimo a parlare, se ha pazienza, spesso sente cose che gli altri non hanno ascoltato.

    Quando il re fu sepolto, il Consiglio della Corona si riunì nella Grande Sala.

    In fondo alla sala stava il trono.

    Nero, altissimo, con dodici piccoli intarsi d’argento disposti lungo lo schienale.

    Da secoli nessuno faceva caso a quegli intarsi.

    È un destino comune alle cose che vediamo ogni giorno: diventano invisibili proprio grazie alla loro presenza.

    Davanti al trono stava il cancelliere, marchese Ortensio di Cadenza.

    Ortensio era un uomo magro, accurato e perfettamente pettinato, il quale nutriva per l’ordine un affetto tanto sincero da diffidare di tutto ciò che non aveva personalmente disposto.

    — Altezza — disse rivolgendosi ad Aurelia — secondo le consuetudini del regno…

    — Mio padre non ha nominato un’erede — lo interruppe Ginevra.

    Il cancelliere fece una breve pausa.

    — Infatti.

    — Dunque non esiste alcuna consuetudine applicabile.

    — Principessa, le consuetudini possiedono precisamente il vantaggio d’essere applicabili anche quando nessuno ricorda più perché esistano.

    Beatrice sorrise.

    — È forse la migliore definizione di consuetudine che io abbia mai sentito.

    Ortensio la ignorò.

    — La principessa Aurelia è la maggiore.

    Tutti guardarono Aurelia.

    Aurelia guardò il trono.

    Avrebbe potuto dire sì.

    Era stata preparata per anni a quel momento.

    Aveva imparato diritto, storia, economia, diplomazia.

    Le avevano insegnato come salutare un ambasciatore ostile, come ricevere una notizia terribile senza sbiancare e perfino quanto a lungo fosse opportuno tacere prima di rispondere a una dichiarazione di guerra.

    Nessuno, tuttavia, le aveva insegnato come sedersi sul trono del proprio padre il giorno dopo averlo perduto.

    — Aspetteremo — disse.

    Ortensio impallidì quasi impercettibilmente.

    Gli uomini che amano l’ordine tollerano molte cose.

    L’attesa raramente è fra queste.

    — Aspetteremo cosa?

    Aurelia prese dalla tasca della veste una chiave.

    — Questo.

    La mostrò.

    Era una piccola chiave d’argento che il re aveva portato al collo fino all’ultimo giorno.

    Nella notte precedente alla morte, l’aveva consegnata alla figlia maggiore dicendo soltanto:

    «Quando tutti cercheranno chi deve essere la prima, apri ciò che ho lasciato.»

    Aurelia si avvicinò al trono.

    Sotto il bracciolo destro trovò una serratura.

    Nessuna di loro l’aveva mai notata.

    La chiave entrò.

    Scattò qualcosa.

    Dallo schienale del trono uscì lentamente un piccolo cassetto.

    Dentro c’erano dodici lettere.

    Ognuna portava il nome di una principessa.

    E sotto le lettere, una tredicesima busta.

    Senza nome.

    Aurelia la prese.

    Sul sigillo c’erano incise poche parole:

    DA APRIRE SOLTANTO QUANDO TUTTE AVRANNO PARLATO.

    Ginevra alzò un sopracciglio.

    — Nostro padre conservava il senso del teatro fino alla fine.

    — Finalmente sappiamo da chi l’hai ereditato — disse Beatrice.

    Aurelia distribuì le lettere.

    Ogni sorella aprì la propria.

    Nella stanza si fece silenzio.

    — La mia contiene una nota — disse Cecilia.

    — Anche la mia — disse Elena.

    — La mia pure.

    Una dopo l’altra mostrarono i fogli.

    Su ciascuno era scritto un solo nome di nota musicale e una frase.

    Aurelia lesse:

    MI — “Non essere la prima soltanto perché altri ti hanno messo davanti.”

    Beatrice:

    FA — “L’intelligenza che umilia una voce finisce per ascoltare soltanto se stessa.”

    Cecilia:

    DO DIESIS — “Ricordare non significa ripetere.”

    Diana:

    SOL — “La forza che non sa attendere diventa rumore.”

    Elena:

    RE DIESIS — “Una regola è giusta soltanto finché protegge anche chi non l’ha scritta.”

    Flora:

    LA — “Ascoltare qualcuno significa correre il rischio di cambiare idea.”

    Ginevra:

    SI BEMOLLE — “Chi desidera il centro dovrebbe prima domandarsi chi resterà ai margini.”

    Livia:

    RE — “Il coraggio non è parlare per primi.”

    Matilde:

    LA BEMOLLE — “Dubita anche del tuo dubbio.”

    Nerina:

    SI — “Ciò che viene dimenticato non è sempre ciò che vale meno.”

    Ottavia:

    DO — “La memoria diventa prigione quando pretende che il futuro somigli al passato.”

    Viola aprì per ultima.

    FA DIESIS — “Ciò che manca sembra piccolo soltanto finché non manca davvero.”

    Nessuna parlò.

    Poi Diana disse:

    — Che cosa significa?

    — Che nostro padre era diventato ancora più enigmatico negli ultimi mesi — rispose Ginevra.

    Ortensio si schiarì la voce.

    — Con tutto il rispetto dovuto alla memoria del sovrano, il regno non può essere governato da un indovinello.

    Fu allora che dalla torre arrivò un rintocco.

    Uno.

    Due.

    Tre.

    Poi un suono strano.

    Come una campana che avesse dimenticato se stessa.

    Tutti alzarono la testa.

    Il maestro delle campane entrò nella sala pochi minuti dopo, pallido.

    — Maestà…

    Si fermò.

    Il trono era vuoto.

    Non sapendo a chi rivolgersi, fece un inchino collettivo, che non fu elegante ma ebbe almeno il pregio dell’imparzialità.

    — Una delle campane non suona più correttamente.

    — Si sarà incrinata — disse Ortensio.

    — No, signore.

    — Allora cos’ha?

    Il vecchio esitò.

    — Manca una nota.

    Beatrice sorrise.

    — Una campana non può perdere una nota.

    — Infatti, Altezza.

    — E dunque?

    Il vecchio deglutì.

    — La nota è scomparsa anche dalle altre.

    Questa volta nessuno sorrise.

    La notizia impiegò poche ore a raggiungere la città.

    Il fa diesis era sparito.

    Non stonato.

    Non abbassato.

    Non alterato.

    Sparito.

    I violinisti potevano mettere il dito esattamente dove quella nota avrebbe dovuto trovarsi e ottenere un suono che scivolava altrove.

    Gli organi saltavano quel punto come se sulla tastiera ci fosse un gradino spezzato.

    I flauti lo cercavano e producevano soltanto aria.

    Perfino i bambini, provando a cantarlo, sentivano la voce cadere un semitono prima o salire a quello successivo.

    Naturalmente molti dichiararono che non era grave.

    Gli uomini hanno una straordinaria inclinazione a considerare trascurabile ciò che ancora non impedisce loro di cenare.

    — Una nota su dodici — disse un mercante. — Ne restano undici.

    Il giorno seguente ne sparì un’altra.

    Poi una terza.

    A quel punto il mercante smise di fare calcoli.

    Le melodie cominciarono a deformarsi.

    Le canzoni popolari inciampavano.

    Le ninnananne avevano buchi improvvisi.

    Un quartetto dovette interrompersi a metà d’un brano perché due strumenti non riuscivano più a incontrarsi.

    La cosa più inquietante, tuttavia, non era la bruttezza dei nuovi suoni.

    Era la sensazione che il mondo si stesse restringendo.

    Come una lingua dalla quale qualcuno cancellasse, una alla volta, le parole.

    La terza notte Viola non riuscì a dormire.

    Riprese la lettera del padre.

    FA DIESIS.

    La prima nota scomparsa.

    Lesse la frase.

    Ciò che manca sembra piccolo soltanto finché non manca davvero.

    Si alzò.

    Attraversò il corridoio.

    La biblioteca era buia.

    Nerina era seduta a un tavolo con tre candele accese e diciassette libri aperti.

    — Non dormi mai?

    — Dormo quando gli altri smettono di fare cose che poi devo capire.

    Viola le mostrò il foglio.

    — La prima nota scomparsa è la mia.

    Nerina rimase immobile.

    Poi chiamò Ottavia.

    Poi Cecilia.

    Mezz’ora dopo tutte e dodici erano nella biblioteca, alcune avvolte in mantelli, altre ancora in veste da notte; Diana portava una candela in mano con l’atteggiamento di chi sarebbe stata perfettamente disposta a usarla come arma.

    Posero le lettere sul tavolo.

    Nerina le osservò.

    — Forse non sono dodici messaggi.

    — Sono palesemente dodici messaggi — disse Elena.

    — No. Forse sono un messaggio solo, diviso in dodici parti.

    Ottavia prese i fogli.

    — Ma in quale ordine?

    Ginevra rispose:

    — In quello della nostra nascita.

    Provarono.

    Non accadde nulla.

    — Forse per altezza — suggerì Diana.

    — Se nostro padre ha affidato il futuro del regno alla nostra altezza, abbiamo problemi maggiori della successione — disse Beatrice.

    Provarono secondo l’età.

    Secondo l’alfabeto.

    Secondo la disposizione delle stanze.

    Secondo il giorno di nascita.

    Niente.

    Fu Viola a notare una cosa.

    — Le note.

    Tutte si voltarono.

    — Non sono in ordine.

    Elena sospirò.

    — Questo è evidente.

    — No. Voglio dire: forse l’ordine è proprio il fatto che non siano in ordine.

    Silenzio.

    Nerina la guardò.

    Viola prese una matita e trascrisse:

    Ottavia contò.

    — Nessuna si ripete.

    — Tutte e dodici — disse Cecilia.

    Proprio in quel momento la grande campana della torre batté mezzanotte.

    Un quarto suono scomparve dal mondo.

    Il giorno dopo le principesse convocarono il vecchio maestro di cappella.

    Si chiamava Erasmo e aveva raggiunto quell’età nella quale gli uomini non sono necessariamente più saggi, ma hanno almeno smesso di preoccuparsi se qualcuno li considera tali.

    Ascoltò.

    Guardò la serie.

    Poi si tolse gli occhiali.

    — Vostro padre studiava questa idea da anni.

    Ortensio, presente alla riunione, si irrigidì.

    — Quale idea?

    Erasmo lo guardò.

    — Quella di una musica nella quale nessun suono potesse reclamare per sé il diritto d’essere casa.

    — Una musica senza centro? — domandò Aurelia.

    — Esattamente.

    Il cancelliere scosse il capo.

    — Assurdo. Ogni ordine necessita d’un centro.

    Erasmo sorrise.

    — Voi confondete spesso il centro con chi vi sta seduto sopra.

    Ortensio non sorrise.

    — E queste note?

    Il maestro indicò la serie.

    — Una legge. Prima che una nota torni, tutte le altre devono aver avuto diritto di parola.

    Viola guardò le sorelle.

    — “Quando tutte avranno parlato.”

    La tredicesima busta.

    Corsero alla sala del trono.

    Aurelia la prese.

    — Tutte abbiamo letto le nostre lettere.

    — Ma non abbiamo fatto parlare le note — disse Cecilia.

    Erasmo annuì.

    Nella sala c’era un antico clavicembalo.

    Aurelia si sedette.

    — Nell’ordine?

    — Nell’ordine lasciato dal re.

    Suonò il Mi.

    Poi Fa.

    Do diesis.

    Sol.

    A ogni suono uno degli intarsi d’argento sul trono si illuminava.

    Re diesis.

    La.

    Si bemolle.

    Re.

    La bemolle.

    Si.

    Do.

    Aurelia arrivò all’ultima.

    Fa diesis.

    Il tasto scese.

    Nessun suono.

    La prima nota scomparsa.

    Uno degli intarsi rimase spento.

    Il meccanismo non si aprì.

    Ortensio disse piano:

    — Siamo arrivati troppo tardi.

    Quella notte sparì il quinto suono.

    Il regno cominciò ad avere paura.

    E la paura, quando non comprende, chiede quasi sempre un padrone.

    La gente si radunò davanti al palazzo.

    — Una regina!

    — Incoronate Aurelia!

    — Qualcuno governi!

    Altri gridavano il nome di Ginevra.

    Il Consiglio si divise.

    Ortensio convocò Aurelia in privato.

    — Domani sarete incoronata.

    — No.

    — Altezza, il popolo ha bisogno d’un centro.

    — Il popolo ha bisogno che le note tornino.

    — E torneranno quando sarà ristabilito l’ordine.

    Aurelia lo guardò.

    — Ne siete certo?

    Ortensio esitò appena.

    Troppo poco perché chiunque altro se ne accorgesse.

    Abbastanza perché Aurelia sì.

    — Che cosa sapete?

    — Quello che so è che vostro padre, negli ultimi anni, si era lasciato sedurre da idee pericolose.

    — Quali?

    — Che dodici voci potessero governare senza che nessuna fosse prima.

    — E voi non eravate d’accordo.

    — Io conosco gli uomini.

    — È una frase che spesso pronunciano coloro che hanno smesso di fidarsi di loro.

    Ortensio si alzò.

    — Una nazione non è un esperimento musicale.

    — Forse.

    Aurelia lo fissò.

    — Ma questa crisi lo è.

    Nerina, nel frattempo, aveva trovato qualcosa.

    Dietro un antico armadio della biblioteca esisteva una porta.

    Sul legno erano incise dodici linee.

    E sopra:

    QUANDO LA STRADA DAVANTI A VOI SARÀ CHIUSA, CERCATE QUELLA CHE TORNA INDIETRO.

    — Indietro — disse Ottavia.

    Prese la serie.

    La lesse al contrario.

    FA♯ – DO – SI – LA♭ – RE – SI♭ – LA – RE♯ – SOL – DO♯ – FA – MI.

    Appena pronunciò l’ultima nota, la porta scattò.

    Dietro c’era un corridoio.

    Beatrice guardò le altre.

    — Nostro padre aveva indubbiamente troppo tempo libero.

    Entrarono.

    Il passaggio scendeva sotto il palazzo.

    Arrivarono a una sala rivestita di specchi.

    Al centro stava un’iscrizione:

    NON BASTA TORNARE.
    CIÒ CHE SALE IMPARI A SCENDERE.
    CIÒ CHE SCENDE IMPARI A SALIRE.

    Erasmo, che le aveva seguite con la lentezza di chi sa che gli enigmi non diventano più facili correndo, passò un dito sulle parole.

    — Inversione.

    Elena lo guardò.

    — Cioè?

    — Se una nota sale d’un intervallo, la sua immagine deve scendere dello stesso intervallo.

    Matilde sorrise.

    — Perfino nostro padre aveva capito che il contrario non è sempre un nemico. A volte è una strada.

    Ricostruirono la serie.

    Ci vollero ore.

    Ogni errore spegneva le torce della sala.

    Ogni volta ricominciavano.

    Diana perse la pazienza.

    Elena insistette su una soluzione sbagliata per quasi mezz’ora.

    Ginevra accusò Beatrice di distrarla.

    Beatrice rispose che, per distrarre Ginevra da se stessa, sarebbe occorso molto più talento.

    Aurelia batté una mano sul tavolo.

    — Basta!

    Silenzio.

    Viola, che fino a quel momento non aveva parlato, disse:

    — Stiamo facendo esattamente ciò che nostro padre voleva impedirci.

    — Cioè?

    — Ognuna aspetta soltanto il momento di ripetere la propria idea.

    Nessuno rispose.

    Era irritante.

    E, come spesso accade alle cose irritanti, era vero.

    Quella volta provarono diversamente.

    Una parlava.

    Le altre ascoltavano.

    Una proposta non veniva scartata finché tutte non l’avevano compresa.

    Ci misero meno di un’ora.

    Lo specchio centrale si aprì.

    Dietro trovarono una piccola stanza.

    E nella stanza, un leggio.

    Sul leggio mancava un foglio.

    Il dodicesimo.

    — Qualcuno è arrivato prima di noi — disse Cecilia.

    Non occorsero grandi indagini.

    Sulla polvere c’erano impronte.

    Ordinatissime.

    Uguali.

    E sul pavimento una piccola goccia di ceralacca verde.

    Ortensio sigillava tutti i documenti di Stato con ceralacca verde.

    Ginevra impallidì.

    — Il cancelliere.

    Risalirono.

    Ma Ortensio le stava aspettando.

    Nella Sala del Trono.

    Con le guardie.

    E con la corona.

    — Domani all’alba — disse — Aurelia sarà regina.

    — Avete preso il foglio — disse Nerina.

    Ortensio non negò.

    — L’ho distrutto.

    Viola fece un passo avanti.

    — Perché?

    Per la prima volta il cancelliere sembrò vecchio.

    — Perché ho visto un regno quasi distrutto una volta.

    Le principesse tacquero.

    — Vostro nonno morì lasciando due eredi. Due. Bastarono per sette anni di guerra. Ho visto città incendiate perché due uomini ritenevano entrambi di avere diritto alla stessa sedia. Vostro padre pensava che dodici persone potessero governare senza un sovrano.

    Rise.

    Non con allegria.

    — Dodici.

    Ginevra guardò la corona.

    — E quindi avete fatto sparire le note?

    — No.

    Ortensio la guardò.

    — Ma sapevo che sarebbe accaduto.

    — Come?

    — Vostro padre mi mostrò il meccanismo anni fa. Mi disse che alla sua morte il trono avrebbe “messo alla prova il regno”.

    — E voi avete nascosto l’ultima parte.

    — Ho impedito una follia.

    Viola sussurrò:

    — No. Avete impedito che tutte le voci arrivassero alla fine.

    Ortensio indicò il trono.

    — Quel seggio ha tenuto unito questo paese per quattrocento anni.

    Matilde guardò la sedia nera.

    — Curioso. Credevo fossero state le persone.

    — Le persone hanno bisogno di sapere chi comanda!

    Fu allora che Ginevra prese la corona.

    Tutte si voltarono.

    La tenne fra le mani.

    Era il momento che aveva immaginato per anni.

    Il peso dell’oro.

    Le pietre.

    Il diritto d’essere guardata per prima.

    Ortensio sorrise.

    — Voi capite.

    Ginevra osservò il trono.

    Poi le sorelle.

    Si avvicinò lentamente.

    Per un istante parve sul punto di sedersi.

    Invece posò la corona sul cuscino.

    — È questo il problema — disse.

    Ortensio aggrottò la fronte.

    — Quale?

    — Che io capisco benissimo.

    Si voltò verso di lui.

    — Ho desiderato quella sedia per metà della mia vita. E proprio per questo non mi fido di ciò che penso quando la guardo.

    Aurelia abbassò gli occhi.

    Beatrice non fece battute.

    Era forse il più grande omaggio che sapesse rendere.

    All’alba mancavano ormai sette note.

    La città suonava come un mondo che stesse dimenticando la propria lingua.

    Le principesse tornarono nella stanza degli specchi.

    Il dodicesimo foglio era scomparso.

    Ma Ottavia ricordava ogni parola letta.

    — Io l’ho visto — disse.

    — Quando?

    — Una volta. Nostro padre lo teneva sulla scrivania mesi fa. Non capii cosa fosse.

    Chiuse gli occhi.

    Recitò:

    “QUANDO AVRETE ATTRAVERSATO LA SERIE, IL RITORNO E LO SPECCHIO, NON CERCATE UN NOME. CERCATE CIÒ CHE NESSUNO DI VOI È DISPOSTO A PERDERE.”

    — Il regno — disse Aurelia.

    — Nostro padre — disse Flora.

    — La libertà — disse Matilde.

    — Il trono — disse Ginevra.

    Poi si fermò.

    — No.

    Viola la guardò.

    Ginevra comprese prima delle altre.

    — La propria voce.

    Silenzio.

    Al centro della stanza c’erano dodici piccole cavità.

    Una per ogni nota.

    Erasmo disse:

    — Forse l’ultima prova non riguarda ciò che dovete suonare.

    — Ma ciò a cui siete disposte a rinunciare — disse Cecilia.

    Una dopo l’altra, le principesse posero nelle cavità i propri sigilli.

    Quando Viola appoggiò il dodicesimo, la parete si aprì.

    Una scala saliva.

    Non scendeva.

    Saliva dentro il trono.

    Arrivarono dietro lo schienale della grande sedia.

    Lì trovarono dodici corde tese, una per ogni intarsio.

    Undici erano spezzate.

    Una sola resisteva ancora.

    Ortensio, che le aveva seguite, entrò.

    — Fermatevi.

    Viola guardò la corda.

    — Se questa si spezza, sparirà l’ultima nota.

    — Se la toccate, potreste distruggere tutto!

    Aurelia si voltò.

    — E se non facciamo nulla?

    Il cancelliere non rispose.

    Fu la risposta.

    Erasmo esaminò il meccanismo.

    — Le corde non devono essere riparate una per una.

    — Allora come?

    Il vecchio indicò dodici piccoli martelletti.

    — Devono suonare insieme nella successione stabilita.

    — Ma le note sono scomparse.

    — Dal regno, sì.

    Erasmo guardò le principesse.

    — Non da voi.

    Nessuna capì.

    Poi Cecilia portò una mano al petto.

    Le lettere.

    Le frasi.

    I sigilli.

    Ognuna di loro aveva ricevuto una nota.

    Non dovevano suonarla con uno strumento.

    Dovevano cantarla.

    — Non posso — disse Livia. — Quelle note non esistono più.

    Erasmo sorrise.

    — Esistono nella memoria.

    Ottavia diede il primo suono.

    Incerto.

    Aurelia lo seguì.

    Una dopo l’altra cercarono la propria altezza.

    Era difficile.

    Alcune esitavano.

    Alcune erano troppo basse.

    Altre troppo alte.

    Ginevra partì prima del proprio turno.

    Il meccanismo tremò.

    — Aspetta! — gridò Viola.

    Ginevra tacque.

    E per la prima volta nella sua vita aspettò che undici altre voci avessero diritto di esistere prima di usare di nuovo la propria.

    Mi.

    Fa.

    Do diesis.

    Sol.

    Re diesis.

    La.

    Si bemolle.

    Re.

    La bemolle.

    Si.

    Do.

    Rimaneva Fa diesis.

    Viola aprì la bocca.

    Non uscì nulla.

    La prima nota scomparsa.

    La più lontana ormai dalla memoria.

    Ortensio sussurrò:

    — Non può farlo.

    Viola chiuse gli occhi.

    Pensò alla frase del padre.

    Ciò che manca sembra piccolo soltanto finché non manca davvero.

    Poi accadde una cosa che nessuno aveva previsto.

    Le undici sorelle non cantarono al posto suo.

    Non la aiutarono dandole la nota.

    Rimasero in silenzio.

    Le lasciarono spazio.

    Viola respirò.

    Provò.

    Un suono incerto.

    No.

    Ancora.

    Più vicino.

    Poi finalmente:

    Fa diesis.

    La dodicesima corda vibrò.

    Per alcuni secondi non accadde nulla.

    Poi le undici corde spezzate cominciarono a risuonare.

    Una dopo l’altra.

    Il meccanismo intero si mise in movimento.

    Dalla città arrivò una campana.

    Poi un’altra.

    Un violino, da qualche finestra.

    Un flauto.

    Un bambino che gridava.

    Le note tornavano.

    Tutte.

    Ma il trono cominciò a tremare.

    Ortensio urlò:

    — Fuggite!

    Una crepa attraversò lo schienale.

    Poi un’altra.

    La corona cadde.

    Il grande seggio nero si aprì in due.

    Dentro non c’era oro.

    Né una seconda corona.

    Né un documento che proclamasse il nome d’una regina.

    C’era soltanto una lastra d’argento.

    E sopra, le ultime parole di Aldebrando.

    Aurelia lesse ad alta voce:

    “SE SIETE ARRIVATE FIN QUI, AVRETE FINALMENTE COMPRESO PERCHÉ NON HO NOMINATO UN’EREDE.”

    Nessuna respirava.

    “PER SECOLI ABBIAMO CREDUTO CHE L’ORDINE NASCESSE DA UNA VOCE CAPACE DI FAR TACERE LE ALTRE.”

    Ginevra abbassò gli occhi.

    “HO SCOPERTO TROPPO TARDI CHE ESISTE UN ORDINE PIÙ DIFFICILE.”

    Beatrice continuò:

    “QUELLO NEL QUALE NESSUNA VOCE PUÒ TORNARE A IMPORSI PRIMA CHE TUTTE LE ALTRE SIANO STATE ASCOLTATE.”

    Viola lesse l’ultima frase.

    “IL TRONO RESTI VUOTO.”

    Sotto, più piccolo:

    “NON PERCHÉ NESSUNO SIA DEGNO DI SEDERVISI.
    MA PERCHÉ NESSUNO DEBBA PIÙ ESSERE NECESSARIO AL CENTRO.”

    Ortensio si lasciò cadere su una sedia.

    Per tutta la vita aveva temuto un regno senza sovrano.

    Guardò le dodici principesse.

    — E chi governerà?

    Aurelia sorrise.

    — Noi.

    — Tutte?

    — Tutte.

    — È impossibile.

    Beatrice inclinò la testa.

    — Questo argomento ha il difetto d’essere già stato smentito diverse volte stanotte.

    — Litigherete.

    — Certamente — disse Matilde.

    — Avrete opinioni opposte.

    — Lo speriamo.

    — Una vorrà parlare quando un’altra non ha finito.

    Ginevra sorrise amaramente.

    — Su questo dovremo lavorare.

    Ortensio guardò il trono spezzato.

    — E quando non sarete d’accordo?

    Fu Viola a rispondere.

    — Ricominceremo ad ascoltare dall’inizio.

    Da quel giorno il trono rimase vuoto.

    Non fu distrutto.

    Le principesse vollero che restasse nella Sala Grande, con la crepa ancora visibile.

    Per ricordare.

    Dodici seggi più piccoli furono disposti in cerchio.

    Nessuno davanti.

    Nessuno dietro.

    E, cosa che scandalizzò parecchio i dignitari più anziani, nessun posto rialzato.

    Le dodici sorelle governarono.

    Litigarono moltissimo.

    È bene precisarlo.

    Chi immagina che l’uguaglianza produca automaticamente concordia ha probabilmente conosciuto poca uguaglianza e ancor meno esseri umani.

    Aurelia era troppo prudente.

    Diana troppo veloce.

    Elena voleva regolamentare perfino la durata delle discussioni.

    Matilde desiderava discutere il regolamento.

    Beatrice faceva osservazioni che sarebbe stato diplomaticamente preferibile pensare soltanto.

    Ginevra ebbe ancora, più di una volta, nostalgia della corona.

    E Viola, che aveva imparato il valore dell’ultima voce, qualche volta dimenticò che anche l’ultima può diventare arrogante quando si convince d’essere la più saggia.

    Non divennero perfette.

    Divennero attente.

    Che è cosa assai più utile.

    Stabilirono una sola regola.

    Nessuna questione importante poteva essere chiusa finché tutte e dodici non avessero parlato.

    E nessuna poteva intervenire una seconda volta prima che le altre avessero avuto il proprio turno.

    I cortigiani trovarono il sistema lento.

    I mercanti esasperante.

    Gli ambasciatori stranieri incomprensibile.

    Qualche volta lo era davvero.

    Ma accadde qualcosa.

    Le decisioni cominciarono a contenere parti di realtà che prima non entravano mai nella Sala del Trono.

    Le paure di Livia.

    I dubbi di Matilde.

    La memoria di Ottavia.

    La compassione di Flora.

    La disciplina di Elena.

    L’ambizione di Ginevra, che quando non poteva dominare diventava energia.

    Perfino i silenzi di Cecilia.

    Il regno non diventò privo di conflitti.

    Diventò incapace di fingere che una sola voce potesse contenerli tutti.

    Anni dopo, un bambino visitò il palazzo.

    Davanti al grande trono spezzato domandò alla guida:

    — Chi siede lì?

    — Nessuno.

    Il bambino parve sorpreso.

    — Allora a cosa serve?

    La guida esitò.

    Viola, ormai adulta, passava proprio in quel momento.

    Si fermò.

    — Serve a ricordarci una cosa.

    — Quale?

    Viola guardò il vecchio seggio.

    — Che non tutto ciò che è vuoto aspetta di essere riempito.

    Il bambino non comprese.

    Come spesso capita ai bambini, però, ricordò.

    Molti anni più tardi avrebbe capito anche il resto.


    LA MORALE DEL TRONO VUOTO

    Questa favola si ispira alla dodecafonia, il sistema musicale ideato da Arnold Schönberg in cui i dodici suoni della scala cromatica vengono messi sullo stesso piano: nessuno deve imporsi stabilmente come centro, e ciascuno deve avere il proprio spazio prima che uno possa tornare.

    Per questo le dodici principesse non devono scoprire chi sia la migliore.

    Devono capire che la domanda stessa è sbagliata.

    Non sempre l’armonia nasce quando una voce domina le altre.

    A volte nasce quando tutte possono essere ascoltate senza che nessuna venga dichiarata inutile.

    Le sorelle sono diverse, proprio come le dodici note.

    E il loro valore non consiste nell’essere uguali, ma nell’essere insostituibili.

    Quando una nota scompare, la musica si impoverisce.

    Quando una voce viene esclusa, anche il mondo diventa più piccolo.

    Il trono vuoto diventa allora il simbolo più importante della favola: non rappresenta un potere che manca, ma un centro che nessuno ha più bisogno di occupare.

    Perché qualche volta chiamiamo “disordine” soltanto un ordine nel quale non siamo più noi a comandare.

    Ed è forse questa la lezione più difficile della dodecafonia, e anche della vita: prima di ripetere la tua voce, assicurati che tutte le altre abbiano avuto il diritto di essere ascoltate.


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  • Biennale Musica 2026: e se per ascoltare il futuro dovessimo tornare bambini?

    Dal 10 al 24 ottobre Venezia ospita “A Child of Sound”, la 70ª Biennale Musica diretta da Caterina Barbieri. Non un invito all’ingenuità, ma a qualcosa di molto più difficile: liberare per qualche istante l’orecchio da ciò che crede già di sapere.

    di Marialuisa Veneziano


    6 ottobre 2026

    Un bambino non domanda se quello che sta ascoltando sia tonale.

    Non chiede se appartenga alla musica colta, all’elettronica, al noise, alla techno o all’avanguardia.

    Se sente una porta che cigola, prova a farla cigolare di nuovo.

    Se una pentola produce un suono interessante, la colpisce un’altra volta.

    Se scopre che la propria voce cambia dentro una stanza vuota, può continuare a gridare la stessa sillaba finché un adulto, meno interessato all’acustica e più alla sopravvivenza domestica, non interviene.

    Prima di imparare che cosa sia la musica, il bambino ascolta.

    E forse è precisamente questo che, crescendo, perdiamo.

    Impariamo i nomi.

    Le epoche.

    Le forme.

    Le gerarchie.

    Impariamo che Beethoven è importante, che una sinfonia possiede movimenti, che dopo una dominante ci aspettiamo una tonica, che un violino dovrebbe produrre certi suoni e che, se comincia a produrne altri, qualcuno in sala potrebbe pensare che sia arrivato il momento di preoccuparsi.

    Costruiamo competenze.

    Ed è giusto.

    Ma insieme alle competenze costruiamo anche aspettative.

    E un giorno può accadere che, invece di ascoltare ciò che una musica sta facendo, cominciamo ad ascoltare ciò che secondo noi dovrebbe fare.

    È da questa crepa che parte la Biennale Musica 2026.

    Dal 10 al 24 ottobre Venezia ospiterà la settantesima edizione del Festival Internazionale di Musica Contemporanea, diretto da Caterina Barbieri. Il titolo è A Child of Sound: 130 artisti, oltre quaranta appuntamenti, ventitré nuove opere, diciotto delle quali in prima assoluta, in un programma che dichiara apertamente di voler attraversare epoche, geografie e generi senza considerarne i confini invalicabili.

    Ma il titolo è più interessante dei numeri.

    Un bambino di suono.

    Che cosa significa?

    E soprattutto: che cosa dovrebbe farne un ascoltatore adulto?


    L’orecchio adulto ha un problema: sa troppe cose

    Caterina Barbieri definisce la musica «l’infanzia dello spirito» e costruisce il progetto della Biennale intorno all’idea di un ascolto originario: aperto, non giudicante, ancora capace di meravigliarsi davanti al suono prima di classificarlo. Nella sua dichiarazione curatoriale richiama anche Stockhausen, che legava la sperimentazione alla capacità infantile di giocare con il materiale sonoro.

    Attenzione, però.

    Non dobbiamo trasformare il bambino in una creatura mistica dotata di un udito puro che l’età adulta inevitabilmente corromperebbe.

    Non è questo il punto.

    Un bambino possiede anch’egli aspettative, memorie, preferenze. Crescendo, inoltre, imparare una grammatica musicale significa acquisire strumenti magnifici: riconoscere una modulazione, percepire una struttura, seguire una fuga di Bach o comprendere la tensione armonica di Wagner amplia enormemente l’esperienza dell’ascolto.

    Il problema nasce quando la conoscenza smette di essere una lente e diventa un cancello.

    Quando diciamo:

    «Questa non è musica.»

    «Non c’è melodia.»

    «Non capisco dove voglia andare.»

    «Sono soltanto rumori.»

    Sono frasi interessantissime, perché dicono molto meno sull’oggetto che stiamo ascoltando di quanto dicano sul nostro sistema di aspettative.

    Per secoli la musica occidentale ha educato l’orecchio a riconoscere determinate relazioni: tensione e risoluzione, consonanza e dissonanza, gerarchie tonali, periodicità ritmica, sviluppo tematico.

    Poi il Novecento ha cominciato a fare qualcosa di apparentemente irritante.

    Ha domandato:

    e se il suono potesse organizzarsi anche in altri modi?

    Se il timbro diventasse importante quanto l’altezza?

    Se la durata contasse più della melodia?

    Se un rumore avesse dignità compositiva?

    Se lo spazio nel quale ascoltiamo facesse parte dell’opera?

    Se il musicista non dovesse sempre eseguire qualcosa già completamente stabilito?

    Se il silenzio non fosse una pausa fra due eventi, ma un evento esso stesso?

    La musica contemporanea non ha abolito la grammatica.

    Ha moltiplicato le grammatiche.

    Ed è forse per questo che talvolta ci mette in difficoltà.

    Non sappiamo ancora quale dizionario utilizzare.


    Venezia, città perfetta per perdersi anche con le orecchie

    C’è poi qualcosa di particolarmente adatto nel fatto che tutto questo accada a Venezia.

    Venezia è una città che obbliga l’occhio a perdere continuamente la linea retta.

    Si gira.

    Si devia.

    Si attraversa un ponte convinti di andare da una parte e si scopre, con grande dignità, che si stava andando altrove.

    Forse anche l’orecchio contemporaneo ha bisogno di qualcosa di simile.

    Di smettere, almeno per un po’, di pretendere di conoscere anticipatamente la destinazione.

    La Biennale ha costruito il proprio programma non come una successione di “novità” contrapposte alla “tradizione”, ma come una rete di genealogie.

    Ed è questa una delle idee più intelligenti dell’edizione.

    Il 17 ottobre, nella Basilica di San Marco, i Tallis Scholars diretti da Peter Phillips attraverseranno quasi un millennio di canto: Hildegard von Bingen, Gregorio Allegri, Arvo Pärt e una nuova commissione a Kara-Lis Coverdale. Non quattro epoche collocate educatamente in quattro scaffali diversi, ma modi differenti di interrogare il rapporto fra voce, spiritualità, memoria e spazio acustico.

    Pensiamoci.

    Hildegard nasce nel XII secolo.

    Pärt appartiene al nostro tempo.

    Coverdale scrive oggi.

    Eppure, nella Basilica di San Marco, la domanda può rimanere sorprendentemente simile:

    che cosa accade alla voce umana quando prova a oltrepassare l’individuo che la produce?

    Questa è contemporaneità.

    Non necessariamente ciò che è stato composto ieri.

    Ma ciò che riesce ancora a porre una domanda oggi.


    Bach incontra Morricone. E nessuno dei due ha bisogno di chiedere permesso

    Uno dei programmi più affascinanti della Biennale mette nello stesso spazio Johann Sebastian Bach, Anton Webern, Ennio Morricone e Sarah Davachi.

    Il Parco della Musica Contemporanea Ensemble proporrà il Ricercar a sei voci dell’Offerta musicale nella celebre orchestrazione di Webern, pagine della Passione secondo Matteo, la prima esecuzione pubblica di Musica per una fine di Morricone — lavoro per coro e orchestra costruito attorno a una registrazione della voce di Pier Paolo Pasolini — e Chanters, nuova commissione di Sarah Davachi per orchestra, coro da camera e organo.

    Sembra un programma costruito da qualcuno che abbia dimenticato di rispettare i reparti del negozio.

    Ed è esattamente ciò che lo rende interessante.

    Perché Webern, quando orchestra Bach, non “modernizza” Bach.

    Fa qualcosa di molto più sottile.

    Distribuisce le linee del contrappunto fra timbri differenti, facendo sì che una struttura nata dalla relazione fra le voci diventi anche una struttura di colori.

    La melodia passa da uno strumento all’altro.

    Il contrappunto diventa quasi visibile.

    Bach rimane Bach.

    Ma l’orchestrazione modifica il modo in cui il nostro orecchio entra nella sua architettura.

    È un esempio perfetto di ciò che dovrebbe fare una Biennale dedicata all’ascolto: non dirci soltanto che cosa ascoltare, ma mostrarci che una stessa struttura può diventare nuova quando cambia il punto dal quale la osserviamo.

    E accanto a Bach arriva Morricone.

    Non quello delle melodie cinematografiche ormai entrate nell’immaginario collettivo, ma un Morricone meno immediatamente conosciuto, legato alla ricerca compositiva e al rapporto con Pasolini.

    Poi Sarah Davachi.

    La sua musica lavora spesso con durate estese, accordature, minime trasformazioni timbriche, fenomeni psicoacustici. La Biennale le assegna quest’anno il Leone d’Argento proprio riconoscendo un percorso nel quale elettronica, strumenti acustici, organologia e percezione convivono.

    Qui il “bambino di suono” comincia a diventare comprensibile.

    Non ci viene chiesto di dimenticare Bach per essere contemporanei.

    Ci viene chiesto di dimenticare, per un istante, il modo in cui siamo abituati ad ascoltarlo.


    Il rumore ha diritto di cittadinanza?

    Il Leone d’Oro alla carriera va a Keiji Haino, compositore e performer giapponese che da oltre cinquant’anni attraversa noise, free jazz, rock, improvvisazione, blues, drone ed elettronica rifiutando una collocazione stilistica stabile. La Biennale lo definisce significativamente un «poeta del rumore».

    E qui arriva una delle questioni più antiche e più divertenti della musica contemporanea:

    quando un rumore diventa musica?

    La risposta più semplice sarebbe: quando un compositore decide di usarlo.

    Ma non basta.

    Un rumore diventa materiale musicale quando entra in una relazione.

    Quando possiede durata.

    Intensità.

    Posizione.

    Timbro.

    Ripetizione.

    Contrasto.

    Memoria.

    Quando ciò che sembrava accidente viene ascoltato come evento.

    È un passaggio straordinario.

    Il mondo non cambia.

    Cambia la nostra attenzione.

    È ciò che accade quando ci rendiamo improvvisamente conto del ritmo di un treno, della frequenza intermittente di una sirena, del suono di una ventola, della risonanza di un sottopassaggio.

    Il bambino spesso fa questa operazione spontaneamente.

    L’adulto domanda subito se tutto questo «serva».

    Forse perché l’adulto ha trascorso molti anni imparando che il valore delle cose deve poter essere spiegato possibilmente entro il termine della riunione.

    L’arte ha il pessimo vizio di non collaborare.


    Il suono che non possiamo vedere

    Anche KMRU, musicista keniota fra le figure centrali della ricerca sul field recording e sulla composizione elettronica, porterà alla Biennale As Nature, progetto realizzato con Nick Verstand e Mareike Bode. Il lavoro utilizza anche suoni elettromagnetici e costruisce un ambiente multisensoriale nel quale suono, luce e componenti olfattive partecipano a un’unica esperienza percettiva.

    È un ottimo esempio di quanto il concetto stesso di “concerto” stia diventando insufficiente per descrivere alcune pratiche contemporanee.

    Il concerto tradizionale prevede qualcosa di molto preciso.

    Qualcuno produce musica.

    Qualcun altro, seduto, la ascolta.

    Il palco indica dove guardare.

    La platea indica dove stare.

    L’inizio e la fine sono riconoscibili.

    Applaudire fra i movimenti di una sinfonia richiede invece una valutazione tattica che ancora oggi mette alla prova intere generazioni di spettatori.

    In molte esperienze contemporanee questo patto cambia.

    Il pubblico cammina.

    Il suono proviene da più direzioni.

    Un’opera può dipendere dallo spazio nel quale si realizza.

    La luce entra nella composizione.

    Perfino l’olfatto può essere coinvolto.

    Non significa che il concerto tradizionale sia diventato obsoleto.

    Significa che l’ascolto non è obbligato a possedere sempre la stessa postura.

    Anche il corpo ascolta.

    Lo sappiamo da sempre, in realtà.

    Basta pensare all’organo in una cattedrale.

    Una nota grave non viene soltanto sentita.

    Si avverte fisicamente nello spazio.

    Forse alcune avanguardie non fanno altro che ricordarci qualcosa che la musica sapeva già molto prima di diventare “contemporanea”.


    E poi arriva la techno

    Ed è qui che il programma diventa ancora più interessante.

    Accanto alla composizione elettroacustica, all’organo, alla musica corale, al noise e all’improvvisazione, la Biennale ospita anche DJ set e scene della dance globale: dalla techno alle esperienze legate all’etichetta portoghese Príncipe fino al Singeli di Dar es Salaam. La stessa serata inaugurale del 10 ottobre passerà da Laraaji alle prime assolute di Kara-Lis Coverdale e Keiji Haino, per concludersi con un DJ set di Livwutang.

    Qualcuno potrebbe domandare:

    ma è ancora Biennale Musica contemporanea?

    La domanda è legittima.

    La risposta, però, dipende da ciò che intendiamo per contemporaneo.

    Se intendiamo una categoria stilistica ben delimitata — ensemble specializzati, partiture complesse, elettroacustica istituzionale — allora il programma sembra effettivamente allargare moltissimo il recinto.

    Ma se “contemporaneo” significa interrogare le forme attraverso cui oggi organizziamo il suono, il quadro cambia.

    La club culture ha sviluppato una propria sofisticatissima concezione della durata.

    La techno lavora sulla microvariazione all’interno della ripetizione.

    La musica ambient modifica il rapporto fra primo piano e sfondo.

    Il drone dilata la percezione del tempo.

    Il noise porta in primo piano densità e saturazione.

    L’elettronica permette di comporre direttamente il timbro, anziché considerarlo soltanto una proprietà dello strumento.

    Non sono generi intercambiabili.

    E non serve fingere che lo siano.

    Ma possono abitare uno stesso festival se ciò che li collega non è una presunta somiglianza sonora, bensì una domanda comune sul modo in cui ascoltiamo.

    Questa è la scommessa della Biennale.

    Ed è una scommessa molto più radicale di una semplice contaminazione.


    Hildegard accanto a un DJ: provocazione?

    No.

    O almeno, non necessariamente.

    La provocazione sarebbe metterli insieme soltanto per ottenere una fotografia curiosa.

    Qui il punto è un altro.

    Pensiamo a Hildegard von Bingen.

    Una monodia medievale nasce dentro un mondo nel quale la distinzione moderna fra autore, interprete, rito e spazio acustico non funziona esattamente come funziona oggi.

    Quella musica vive in un contesto.

    In una comunità.

    In un’architettura.

    In una concezione del tempo.

    Anche un DJ set vive in una relazione fra suono, spazio, durata, corpo e comunità.

    Le analogie finiscono rapidamente, ed è bene che finiscano.

    Ma entrambe le esperienze ci ricordano che la musica non è necessariamente soltanto un oggetto da osservare frontalmente.

    Può essere una situazione nella quale entrare.

    E questo è forse uno degli aspetti più stimolanti di A Child of Sound: costringerci a rimettere in discussione non soltanto ciò che chiamiamo musica, ma il modo in cui crediamo di doverle stare davanti.


    «Non capisco la musica contemporanea»

    Forse è la frase più importante di tutto questo articolo.

    Perché viene pronunciata spesso con una specie di imbarazzo.

    Come se non comprendere immediatamente un’opera fosse una colpa dell’ascoltatore.

    Oppure, al contrario, come se fosse automaticamente una colpa del compositore.

    Potremmo liberare entrambe le parti da questo processo.

    Non capire immediatamente può essere un’esperienza perfettamente legittima.

    Davanti a una musica che non possiede la grammatica alla quale siamo abituati, l’orecchio cerca punti di riferimento.

    Dove comincia la frase?

    Qual è la pulsazione?

    Che cosa devo ricordare?

    Quale elemento è importante?

    È lo stesso spaesamento che proviamo entrando in una città sconosciuta.

    All’inizio tutto sembra equivalersi.

    Dopo qualche giorno distinguiamo le strade.

    Dopo qualche settimana riconosciamo una piazza da un dettaglio.

    L’ascolto funziona anche attraverso la familiarità.

    Per questo forse dovremmo smettere di pretendere dalla musica contemporanea una cosa che non chiediamo quasi a nessun’altra forma complessa di conoscenza:

    essere compresa interamente al primo incontro.

    Nessuno apre un trattato di filosofia, legge tre pagine e conclude che la filosofia ha fallito perché non gli ha procurato abbastanza emozione.

    Nessuno guarda una partita di uno sport di cui ignora le regole e pretende di comprenderne immediatamente tutta la strategia.

    Con la musica, invece, siamo convinti che l’emozione debba essere istantanea.

    A volte lo è.

    Ed è meraviglioso.

    Altre volte bisogna frequentare un linguaggio.

    Permettergli di costruire lentamente dentro di noi i propri punti cardinali.


    Tornare bambini non significa diventare ignoranti

    Questo è forse il rischio più grande della metafora scelta dalla Biennale.

    Potremmo pensare che ascoltare come bambini significhi rinunciare alla competenza.

    Non è così.

    L’ascoltatore ideale non è colui che non sa nulla.

    È forse colui che riesce a sapere molto senza obbligare ciò che ascolta a confermare quello che già sa.

    È una condizione difficilissima.

    Il musicologo riconosce.

    Il musicista analizza.

    L’interprete anticipa.

    Ma a volte l’esperienza più rara consiste nel riuscire a dire:

    non so ancora che cosa sia.

    Aspetto.

    Questo “aspetto” è un atto intellettuale molto serio.

    Significa sospendere il giudizio abbastanza a lungo da consentire all’oggetto di rivelare la propria logica.

    Un bambino può ascoltare il rumore dell’acqua senza domandare immediatamente quale sia la sua funzione formale.

    Un compositore come Stockhausen può prendere quello stesso atteggiamento e trasformarlo, attraverso una tecnica gigantesca, in ricerca.

    L’innocenza artistica autentica non è assenza di sapere.

    È la capacità di non diventare prigionieri del proprio sapere.


    Può la musica guarire?

    Caterina Barbieri attribuisce al suono anche una funzione catartica, descrivendo la musica come possibilità di trasformazione e di riconnessione, e collega questa idea tanto all’infanzia quanto a Hildegard von Bingen.

    È un terreno delicato.

    La musica non è una medicina nel senso clinico del termine.

    Una sinfonia non sostituisce una terapia.

    Un concerto non risolve automaticamente il dolore.

    E sarebbe ingiusto caricare l’arte di un compito salvifico che nessuna opera potrebbe garantire.

    Ma esiste un’altra forma di trasformazione.

    La musica può dare forma a ciò che prima era soltanto confusione.

    Può permettere a un dolore di diventare esperienza condivisibile.

    Può interrompere per qualche minuto l’automatismo della giornata.

    Può cambiare la qualità della nostra attenzione.

    E a volte questo è già molto.

    Non elimina ciò che ci fa male.

    Ma può impedire che il dolore rimanga completamente privo di linguaggio.

    Forse è questa la catarsi più credibile.

    Non essere salvati dal suono.

    Essere, per qualche momento, accompagnati dentro di esso.


    Un Leone d’Oro al rumore, un Leone d’Argento alla lentezza

    Anche i due riconoscimenti principali sembrano raccontare bene questa filosofia.

    Keiji Haino, Leone d’Oro, rappresenta la radicalità del gesto, l’improvvisazione, l’attraversamento dei generi, la materia sonora portata verso il limite.

    Sarah Davachi, Leone d’Argento, lavora invece spesso sulla durata, sul timbro, sulle trasformazioni quasi impercettibili, sulle accordature e sulle risonanze.

    Due modi apparentemente opposti.

    Il rumore e l’attesa.

    La saturazione e la concentrazione.

    L’esplosione e la lentezza.

    Eppure entrambi chiedono la stessa cosa all’ascoltatore:

    presenza.

    Haino può costringerci a non sottrarci alla forza del suono.

    Davachi può obbligarci a percepire una trasformazione talmente lenta che, se smettiamo di prestare attenzione, non sappiamo più dire quando sia avvenuta.

    È interessante che una Biennale dedicata al “bambino di suono” premi due artisti tanto diversi.

    Perché un bambino non cerca necessariamente soltanto il rumore.

    Può rimanere affascinato anche da qualcosa di piccolissimo.

    Una vibrazione.

    Un’eco.

    Un suono che lentamente scompare.

    La meraviglia non dipende dal volume.

    Dipende dalla capacità di accorgersi.


    Forse il problema non è la musica contemporanea

    Arriviamo allora alla domanda più scomoda.

    E se il problema della musica contemporanea non fosse soltanto la difficoltà dei suoi linguaggi?

    E se fosse anche la velocità del nostro ascolto?

    Viviamo dentro un sistema che ci abitua a decidere rapidamente.

    Mi piace.

    Non mi piace.

    Salto.

    Avanti.

    Ancora.

    Una canzone deve convincerci prima che il pollice raggiunga lo schermo.

    Un video viene giudicato nei primi secondi.

    Perfino l’ascolto musicale è diventato, spesso, una successione di microdecisioni.

    La musica di ricerca può comportarsi malissimo dentro questo sistema.

    Può impiegare dieci minuti prima che “succeda” qualcosa.

    Può far accadere molto senza che sappiamo subito dove guardare.

    Può costruire la propria forma attraverso trasformazioni che richiedono memoria.

    Può perfino rifiutarsi di offrirci un punto culminante.

    In termini algoritmici, un disastro.

    In termini umani, forse un’occasione.

    Perché ci obbliga a esercitare una facoltà che rischia di diventare rara:

    restare.

    Non perché tutto ciò che è difficile sia necessariamente bello.

    Non lo è.

    Esiste musica contemporanea straordinaria e musica contemporanea dimenticabile, esattamente come esistono sinfonie ottocentesche sublimi e altre che la storia ha avuto buone ragioni per frequentare meno.

    L’apertura non significa abolire il giudizio.

    Significa rinviarlo abbastanza da poterlo fondare sull’esperienza anziché sul pregiudizio.

    Ed è una differenza enorme.


    A Child of Sound

    Forse è questa, alla fine, la provocazione più bella della Biennale Musica 2026.

    Non chiederci di amare tutto.

    Sarebbe impossibile e anche terribilmente noioso.

    Non chiederci di fingere di capire.

    Non trasformare l’avanguardia in una nuova ortodossia nella quale chi non apprezza abbastanza un drone di quaranta minuti debba essere espulso dal consesso degli esseri culturalmente presentabili.

    Molto più semplicemente:

    provare ad ascoltare prima di decidere.

    Dal 10 al 24 ottobre Venezia metterà nello stesso paesaggio sonoro Hildegard e la techno, Bach e l’elettronica, Morricone e Pasolini, improvvisazione radicale, organi, field recording, club culture, voci rinascimentali, prime assolute e musiche vecchie di secoli.

    Non perché tutto sia uguale.

    Al contrario.

    Perché tutto è diverso.

    E ascoltare significa precisamente imparare a distinguere senza trasformare immediatamente la differenza in una gerarchia.

    Forse crescere musicalmente non consiste soltanto nell’accumulare repertorio.

    Conoscere più compositori.

    Riconoscere più forme.

    Possedere più dischi.

    Sapere finalmente spiegare agli amici perché quella cadenza non è esattamente ciò che credono.

    Forse esiste un secondo tipo di maturità.

    Più difficile.

    Quella che arriva quando, dopo aver imparato molto, siamo ancora capaci di stupirci.

    Quando possiamo entrare in una sala e non sapere in anticipo che cosa dobbiamo provare.

    Quando un rumore può ancora farci voltare la testa.

    Quando una nota tenuta abbastanza a lungo smette di sembrarci immobile e cominciamo a sentire tutte le piccole cose che stanno cambiando al suo interno.

    Quando davanti a una musica incomprensibile non diciamo subito:

    «Non è per me.»

    Ma:

    «Aspetta. Fammi sentire ancora.»

    Forse è questo il bambino di suono.

    Non qualcuno che non conosce ancora il mondo.

    Qualcuno che, nonostante lo conosca, non ha smesso di concedergli la possibilità di sorprenderlo.

    E forse è proprio questo che dovrebbe fare una Biennale.

    Non dirci dove sta andando la musica.

    Nessuno lo sa.

    Ma metterci per qualche giorno nella condizione più fertile possibile:

    davanti a qualcosa che non abbiamo ancora imparato a chiamare per nome.

    E avere il coraggio di ascoltarlo prima che il nome arrivi.

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  • La Scala gratis: quando l’opera esce dal teatro

    Dal 1° settembre LaScalaTv apre gratuitamente il proprio archivio al pubblico. Una rivoluzione dell’accesso che pone una domanda meno semplice di quanto sembri: se la cultura non si paga, vale di meno — o finalmente può valere per tutti?

    di Marialuisa Veneziano


    22 settembre 2026

    C’è qualcosa di leggermente sovversivo nell’idea di entrare alla Scala in pantofole.

    Niente velluto rosso. Niente foyer. Nessun signore che, dopo aver individuato il proprio posto, scopre con sgomento che qualcun altro vi è già seduto e avvia quell’antichissimo recitativo italiano che comincia sempre con: «Mi scusi, credo che questo sia il mio».

    Niente abito da sera.

    Niente Milano.

    Nemmeno un biglietto.

    Dal 1° settembre 2026 basta uno schermo e una registrazione gratuita per entrare in LaScalaTv, la piattaforma digitale del Teatro alla Scala. Il servizio, nato nel 2023 e inizialmente a pagamento, ha cambiato modello: grazie al sostegno di Intesa Sanpaolo, il catalogo è ora accessibile gratuitamente previa registrazione. Non più acquisto del singolo contenuto, non più abbonamento obbligatorio.

    È una notizia apparentemente semplice.

    In realtà contiene una piccola rivoluzione culturale.

    Perché quando il più celebre teatro d’opera italiano decide che una parte consistente della propria memoria audiovisiva può essere raggiunta senza pagare un prezzo d’ingresso, non sta semplicemente modificando un listino.

    Sta intervenendo su una delle parole più delicate della cultura contemporanea: accesso.

    E immediatamente ne compare un’altra. Valore.

    Perché siamo ancora stranamente convinti che le due cose siano legate.

    Se qualcosa è costoso, dev’essere importante.

    Se è gratuito, da qualche parte nel nostro cervello comincia a comparire il sospetto che valga meno.

    È lo stesso cervello che considera preziosa una bottiglia di vino da cento euro prima ancora di averla assaggiata e guarda con moderato scetticismo una conferenza gratuita su Kant.

    Il mercato ci ha educati bene.

    La musica, fortunatamente, è un po’ più complicata.


    L’opera è sempre stata anche una questione di porte

    Da quando il melodramma esiste, qualcuno ha dovuto decidere chi potesse entrare.

    All’inizio erano le corti.

    Poi arrivarono i teatri pubblici a pagamento: Venezia, nel Seicento, trasformò l’opera da spettacolo aristocratico in impresa teatrale aperta a chi poteva acquistare l’accesso.

    Fu una rivoluzione.

    L’opera diventò pubblico, mercato, abbonamento, successo, fiasco, impresario, capriccio dei cantanti e preoccupazione dei compositori.

    In altre parole, diventò modernissima.

    Per secoli il teatro d’opera è stato contemporaneamente luogo dell’arte e luogo della distinzione sociale. Andare a teatro non significava soltanto ascoltare musica.

    Significava essere visti.

    Avere un palco.

    Appartenere a una città.

    Partecipare a un rito.

    La sala stessa raccontava una società: platea, ordini di palchi, loggione. Architettura e gerarchia guardavano lo spettacolo l’una accanto all’altra.

    Poi sono arrivati il disco, la radio, la televisione.

    E ogni volta qualcuno ha annunciato che il teatro sarebbe morto.

    Ha mostrato, finora, una certa ostinazione.


    Ma vedere la Scala sullo schermo significa essere alla Scala?

    No.

    Ed è importante dirlo.

    Altrimenti, nel tentativo di celebrare l’accessibilità digitale, finiremmo per svalutare proprio ciò che stiamo cercando di diffondere.

    Una ripresa di Traviata non è Traviata in teatro.

    È un’altra esperienza di Traviata.

    In sala, l’occhio sceglie.

    Possiamo guardare Violetta oppure il direttore. Possiamo perdere per qualche secondo il protagonista e osservare una comparsa immobile sul fondo. Possiamo sentire l’orchestra provenire realmente dalla buca, percepire la pressione sonora, lo spazio, il respiro della sala, la tosse del vicino nel momento meno opportuno.

    La ripresa video sceglie per noi.

    Ci offre il primo piano.

    Ci mostra la mano.

    Ci conduce dietro un dettaglio scenico che dalla platea avremmo forse ignorato.

    Il montaggio audiovisivo non è neutro.

    È già un’interpretazione.

    Lo stesso vale per il suono. Nella sala l’equilibrio fra voce e orchestra nasce dall’acustica, dal corpo del cantante, dalla posizione dello spettatore. Nello streaming passa attraverso microfoni, regia del suono, compressione e diffusori.

    Il teatro è presenza.

    Lo streaming è mediazione.

    Ma “mediato” non significa necessariamente “inferiore”.

    Significa diverso.


    Walter Benjamin avrebbe probabilmente aperto un account

    Quando Walter Benjamin scriveva dell’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, rifletteva sulla perdita dell’aura: quell’unicità legata alla presenza irripetibile dell’opera nel proprio luogo e nel proprio tempo.

    La questione ritorna con una precisione sorprendente.

    Che cosa accade all’aura della Scala quando la Scala entra nel nostro computer?

    Una risposta superficiale sarebbe: si perde.

    Ma forse accade qualcosa di più interessante.

    L’aura non scompare necessariamente.

    Si sposta.

    Lo streaming può perfino accrescere il desiderio della presenza reale.

    Vedere da casa la sala del Piermarini, ascoltare un cantante, conoscere un’opera, comprenderne la trama può trasformare un luogo percepito come estraneo in qualcosa che finalmente desideriamo attraversare.

    Un lavoro del 2022 sul consumo di opera in streaming ha rilevato che determinati valori dell’esperienza digitale — soprattutto quello conoscitivo — possono essere collegati anche all’intenzione di assistere successivamente all’opera in teatro. (Taylor & Francis Online)

    Non è dunque necessariamente:

    streaming oppure teatro.

    Potrebbe essere:

    streaming prima del teatro.

    Streaming dopo il teatro.

    Streaming perché il teatro è lontano.

    Streaming perché quel titolo non tornerà per anni.

    Streaming perché abbiamo tredici anni e nessuno, fino a ieri, ci aveva mai fatto vedere un’opera dall’inizio alla fine.


    Però attenzione: “gratis” è una parola bugiarda

    LaScalaTv è gratuita per chi la guarda.

    Non significa che produrre ciò che vediamo sia gratuito.

    Questa distinzione è fondamentale.

    Ci sono orchestra, coro, cantanti, ballerini, direttori, maestri collaboratori, tecnici, sarte, scenografi, illuminotecnici, macchinisti, registi, personale audiovisivo.

    Ci sono inoltre nove telecamere fisse installate nel Piermarini, sistemi di ripresa, montaggio, conservazione e gestione digitale. La piattaforma è sostenuta economicamente da uno sponsor.

    La cultura gratuita non è cultura senza costo.

    È cultura il cui costo viene sostenuto in un altro punto della catena.

    Qualcuno paga sempre.

    Lo Stato.

    Una fondazione.

    Uno sponsor.

    Un mecenate.

    Un abbonato.

    Un contribuente.

    Nel Seicento pagava il principe.

    Nel 2026 può pagare anche una banca.

    La storia cambia abito, ma il conto arriva con notevole puntualità.

    Ed è bene che il pubblico lo sappia.

    Perché rendere gratuitamente accessibile un contenuto culturale non significa dichiarare che quel contenuto non abbia valore economico.

    Significa compiere una scelta su chi debba sostenerne il costo.

    È molto diverso.


    La domanda più difficile: basta aprire la porta?

    Qui arriviamo al problema sociologico più interessante.

    Se rendiamo l’opera gratuita online, arriveranno automaticamente nuovi pubblici?

    Non necessariamente.

    Ed è un punto importantissimo.

    Una ricerca presentata nel 2026 sull’utilizzo della piattaforma OperaVision, basata su 3.125 risposte, ha trovato un elevato valore aggiunto dello streaming soprattutto per il pubblico già regolare e fedele dell’opera; per gli utenti meno interessati o occasionali, la semplice disponibilità digitale non basta sempre a modificare associazioni e atteggiamenti preesistenti verso il genere.

    Tradotto:

    aprire una porta non significa necessariamente far venire voglia di attraversarla.

    Se una persona pensa che l’opera sia incomprensibile, vecchia, elitaria e lunga quanto una dichiarazione dei redditi particolarmente complessa, poterla vedere gratuitamente non risolve da solo il problema. Occorre mediazione culturale. Occorre raccontare. Spiegare senza infantilizzare. Creare curiosità. Dare chiavi d’ascolto.

    Far capire che Verdi non è nato per intimidire gli studenti e che Mozart non trascorse la propria vita sapendo che un giorno sarebbe comparso nei programmi scolastici sotto la minacciosa intestazione “Classicismo”.

    L’accessibilità economica è una condizione.

    L’accessibilità culturale è un lavoro. E forse è persino il lavoro più difficile.


    L’opera non deve diventare più facile. Deve diventare meno estranea

    Sono due cose diversissime.

    Ogni volta che si parla di nuovi pubblici compare la tentazione di “semplificare”.

    Accorciamo.

    Modernizziamo.

    Rendiamo tutto più veloce.

    Mettiamo qualche luce contemporanea.

    Forse aggiungiamo una proiezione, nel dubbio.

    Ma non sempre il problema è l’opera.

    A volte è il modo in cui l’abbiamo presentata.

    Nessuno si scandalizza se per comprendere una partita di calcio bisogna conoscere il fuorigioco.

    Nessuno pretende di capire gli scacchi osservando casualmente tre minuti di una partita.

    Con la musica colta, invece, abbiamo sviluppato una strana pretesa: o emoziona immediatamente oppure ha fallito.

    Non è così.

    Alcune bellezze richiedono apprendistato.

    E non c’è nulla di elitario nel dirlo, purché quell’apprendistato venga offerto a tutti.

    Lo streaming può essere formidabile proprio qui.

    Posso fermarmi.

    Riascoltare.

    Leggere.

    Confrontare due produzioni.

    Ascoltare Götterdämmerung in più serate senza dover spiegare alla mia famiglia che Wagner necessita di qualche adattamento logistico.

    Posso costruire lentamente familiarità.

    E la familiarità è il contrario dell’élite.


    Lo schermo può perfino insegnarci a vedere

    Esiste inoltre un effetto musicologicamente interessante.

    La ripresa audiovisiva rende visibili dettagli che il teatro tradizionale distribuisce nello spazio.

    Un primo piano può mostrarci come un cantante prepara un respiro.

    Come modifica l’articolazione.

    Come una parola viene fisicamente prodotta.

    Possiamo osservare il gesto del direttore.

    La relazione fra buca e palcoscenico.

    L’attacco di una sezione orchestrale.

    L’espressione di un personaggio che dalla galleria sarebbe appena percepibile.

    Questo produce una forma diversa di competenza spettatoriale.

    Non sostituisce l’acustica della sala.

    Ma può allenare l’occhio.

    Il Metropolitan Opera lavora da vent’anni proprio su questa trasformazione dello spettacolo operistico attraverso Live in HD: nella stagione 2026-27 le sue produzioni cinematografiche raggiungono migliaia di sedi in circa sessanta Paesi.

    Il teatro d’opera non sta dunque semplicemente andando online.

    Sta imparando un secondo linguaggio.


    E la sacralità del teatro?

    Qualcuno potrebbe obiettare che così si perda il rito.

    In parte è vero.

    Guardare Otello sul divano non equivale a entrare alla Scala.

    Soprattutto se durante Dio! mi potevi scagliar qualcuno interrompe per chiedere se vogliamo una tisana.

    Ma attenzione a non trasformare il rito in feticcio.

    Il teatro deve essere speciale.

    Non deve essere intimidatorio.

    C’è una differenza enorme fra custodire la solennità e custodire l’esclusione.

    L’opera non diventa meno importante perché può raggiungere qualcuno che vive lontano da Milano, che non può permettersi un viaggio, che ha difficoltà motorie, che è molto giovane o che semplicemente vuole capire se questo mondo faccia per lui prima di comprare un biglietto.

    Al contrario.

    Un patrimonio culturale acquista forza quando può essere conosciuto senza essere banalizzato.


    Non è la gratuità a svalutare l’arte

    La svalutazione comincia altrove.

    Comincia quando consideriamo la musica un rumore di fondo.

    Quando smettiamo di attribuirle attenzione.

    Quando immaginiamo che, siccome possiamo raggiungerla facilmente, non richieda lavoro.

    Una biblioteca pubblica non svaluta Dante perché presta gratuitamente la Commedia.

    La scuola pubblica non svaluta Pitagora perché non emette una fattura dopo il teorema.

    Un museo gratuito non rende meno importante Caravaggio.

    L’accesso e il valore non sono sinonimi.

    A volte sono perfino inversamente proporzionali: rendere accessibile qualcosa di prezioso è una delle forme più alte con cui una società ne riconosce il valore collettivo.

    Questo, però, comporta una responsabilità per chi riceve.

    La gratuità dovrebbe eliminare il prezzo.

    Non l’attenzione.


    La Scala senza Milano

    C’è infine qualcosa di simbolicamente bellissimo in questa operazione.

    La Scala è uno dei luoghi fisicamente più connotati della cultura musicale occidentale.

    Milano.

    Piazza della Scala.

    Il Piermarini.

    I palchi.

    La storia.

    Toscanini.

    Abbado.

    Muti.

    Callas.

    Memorie che sembrano appartenere indissolubilmente a quelle mura.

    Eppure ora una parte di quel patrimonio può attraversarle.

    Nel catalogo convivono produzioni recenti e materiali storici; il progetto continua inoltre con nuove pubblicazioni e dirette streaming. Fra gli appuntamenti già annunciati, il concerto del 25 settembre diretto da Daniele Rustioni, con Brahms e la Seconda Sinfonia di Schumann, sarà trasmesso gratuitamente e rimarrà poi disponibile on demand per alcuni giorni.

    La Scala rimane a Milano.

    Ma non è più necessario essere a Milano perché una parte della Scala arrivi fino a noi.

    È una differenza culturale enorme.


    Il vero lusso

    Forse, allora, abbiamo formulato male la domanda.

    Non dovremmo chiederci:

    “Se l’opera è gratis, perderà valore?”

    Dovremmo chiederci:

    “Che cosa faremo del privilegio di poterla ascoltare?”

    Perché per secoli milioni di persone non hanno avuto alcuna possibilità di sentire una grande orchestra, vedere una produzione importante, confrontare interpretazioni, accedere agli archivi dei grandi teatri.

    Oggi possiamo farlo da uno schermo.

    Non è il teatro.

    Non vuole esserlo.

    È un’altra porta.

    E forse il vero rischio non è che l’opera, diventando accessibile, perda la propria aura.

    Il rischio è molto più contemporaneo:

    avere finalmente la porta aperta e non trovare più il tempo di entrare.

    Possedere accesso a Mozart, Verdi, Wagner, Puccini, balletto, sinfonica, archivi, grandi direttori e grandi interpreti — e continuare a scorrere distrattamente lo schermo perché qualcosa di più breve ci ha appena mandato una notifica.

    La tecnologia può abbattere il prezzo.

    Può abolire la distanza.

    Può portare la Scala in una casa che non avrebbe mai potuto permettersi di arrivare alla Scala.

    Ma una cosa non può ancora regalarci.

    L’attenzione.

    Quella dobbiamo mettercela noi.

    E forse, nell’epoca dell’abbondanza infinita, è proprio l’attenzione ad essere diventata il biglietto più costoso.

    LaScalaTv oggi è gratuita.

    La musica, fortunatamente, continua a chiederci un prezzo.

    Non in euro.

    In tempo.

    In curiosità.

    In disponibilità a lasciarci sorprendere da qualcosa che ancora non conosciamo.

    Ed è forse questo il modo più bello di intendere una cultura davvero pubblica:

    non una cultura che vale poco perché non costa nulla,

    ma una cultura abbastanza preziosa da decidere che nessuno dovrebbe essere escluso prima ancora di aver avuto la possibilità di incontrarla.

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