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  • La falena d’argento e il nome perduto

    Prima dell’alba, un nome avrebbe dovuto dimostrare di meritare il futuro

    di Marialuisa Veneziano

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    🎧 MUSICA PER LA LETTURA
    Carl Maria von Weber: Grand Duo concertant, op. 48, per clarinetto e pianoforte
    Lascia che sia il clarinetto ad accompagnarti nella Parigi nebbiosa di Madame Oblio, tra botteghe illuminate, nomi che scompaiono e promesse affidate al tempo.
    Weber scrive per il clarinetto come se fosse una voce umana: sa inquietare, raccontare, indugiare nell’ombra e poi improvvisamente aprirsi alla luce.
    Non è soltanto una musica di accompagnamento
    È quasi una seconda voce della fiaba.
    Inizia la musica. Poi comincia a leggere.

    (Clicca sulla freccia nera per far apparire l’ascolto).

    A Parigi, in certi inverni, la nebbia aveva il cattivo gusto di entrare dappertutto.

    Entrava sotto le porte, si aggrappava alle ruote delle carrozze, appannava i vetri, si infilava nei colletti e rendeva i lampioni così pallidi che parevano chiedere scusa per non riuscire a illuminare meglio.

    La sera, nei quartieri più laboriosi, le botteghe chiudevano una dopo l’altra.

    Il calzolaio spegneva la lampada.

    Il libraio ritirava il cavalletto.

    Il fornaio ricopriva il pane rimasto.

    Persino i cavalli, a una certa ora, sembravano battere gli zoccoli con meno convinzione.

    Ma c’era una piccola bottega che spesso rimaneva accesa più a lungo delle altre.

    Da quella bottega uscivano rumori strani.

    Un raschiare.

    Un colpo leggero.

    Madame Oblio aveva imparato qualcosa che persino il tempo, da solo, non avrebbe potuto insegnarle. Esistono nomi che vogliono essere ricordati. Ed esistono nomi che accettano di diventare una responsabilità.

    Un tintinnio metallico.

    Poi silenzio.

    Poi una nota.

    Talvolta una sola.

    Lunga.

    Scura.

    Come se qualcuno stesse provando la voce di una creatura ancora senza nome.

    La bottega apparteneva alla famiglia Buffet.

    E lì si costruivano clarinetti.

    Jean-Louis Buffet era un uomo che non sapeva fare nulla in fretta.

    Il che, a Parigi, era già una forma di ribellione.

    Aveva mani robuste, un grembiule quasi sempre coperto di polvere di legno e la fastidiosa abitudine di ricontrollare una cosa proprio quando tutti gli altri erano convinti che fosse finita.

    Una vite poteva essere stretta.

    Jean-Louis la ricontrollava.

    Una chiave poteva funzionare.

    Jean-Louis la provava ancora.

    Un foro poteva essere ben calibrato.

    Jean-Louis lo misurava un’altra volta.

    Il suo apprendista, un ragazzo magro chiamato Étienne, lo trovava esasperante.

    — Monsieur Buffet — disse un pomeriggio, mentre fuori pioveva da tre ore e dentro la bottega anche la stufa sembrava essersi stancata — quella chiave funziona.

    Jean-Louis non alzò gli occhi.

    — Sì.

    Étienne aspettò.

    — Allora perché la state smontando?

    — Perché funziona quasi bene.

    — Ma quasi bene non significa bene?

    Jean-Louis si fermò.

    Guardò il ragazzo.

    — No.

    — A me sembrava di sì.

    — È per questo che sei ancora apprendista.

    Étienne sospirò.

    Jean-Louis sorrise.

    Poi gli mostrò la chiave.

    — Guarda qui.

    — Non vedo nulla.

    — Esatto.

    — Esatto cosa?

    — Il difetto è così piccolo che forse il musicista non saprà mai che esiste.

    Étienne si illuminò.

    — Allora possiamo lasciarlo.

    Jean-Louis tornò serio.

    — È proprio questo che non dobbiamo fare.

    Il ragazzo lo fissò.

    — Perché?

    Jean-Louis appoggiò lo strumento sul banco.

    — Perché fare bene qualcosa solo quando qualcuno può accorgersene non è mestiere.

    Fece una pausa.

    — È vanità.

    Étienne, che aveva quindici anni e riteneva la vanità un problema molto meno grave della fame, non parve del tutto convinto.

    Ma tacque.

    Fuori, sotto la pioggia, una donna vestita di grigio aveva smesso di camminare.

    Aveva ascoltato ogni parola.

    Poi riprese il cammino.

    Si chiamava Madame Oblio.

    Naturalmente nessuno sapeva se fosse il suo vero nome.

    I più anziani sostenevano che nessuno nascesse con un nome simile.

    I bambini, invece, ritenevano perfettamente possibile nascere già chiamandosi Oblio, specialmente se si aveva l’aria di quella donna.

    Madame Oblio era alta.

    Molto alta.

    E così sottile che, quando attraversava un vicolo immerso nella nebbia, pareva una riga d’inchiostro tracciata sulla pagina sbagliata.

    Indossava un abito color cenere.

    Non grigio chiaro.

    Non argento.

    Cenere.

    La seta cadeva pesante fino al selciato e sembrava assorbire la luce invece di rifletterla.

    La gonna era ampia, il busto severamente stretto, le maniche lunghe.

    Sul collo portava un alto pizzo nero.

    Sulle spalle, una mantellina di velluto scuro.

    Alla gola, una spilla d’argento a forma di falena.

    Le mani erano sempre coperte da guanti color avorio.

    Sempre.

    Anche d’estate.

    Anche in casa.

    Anche quando scriveva.

    Da un cappello dalla tesa larga scendeva un velo sottile.

    Dietro si intuiva un volto pallido, quasi immobile.

    Ma gli occhi si vedevano bene.

    Erano grigi.

    Non severi.

    Non crudeli.

    Semplicemente vecchi di troppe cose viste.

    Occhi abituati a osservare gli uomini dichiarare eterno ciò che sarebbe durato una stagione.

    Madame Oblio portava con sé una piccola borsa nera.

    Dentro c’erano una gomma bianca, una boccetta d’inchiostro trasparente, un paio di forbicine d’argento e un enorme registro.

    Sulla copertina era inciso:

    NOMI DI CUI IL MONDO HA SMESSO DI AVERE BISOGNO.

    Madame Oblio non amava spiegare il proprio mestiere.

    Se qualcuno glielo chiedeva, rispondeva:

    — Faccio ordine.

    Era una risposta che poteva significare tutto.

    E infatti significava molto.

    Madame Oblio cancellava i nomi.

    Non quelli appena morti.

    Sarebbe stato troppo facile.

    Aspettava.

    Un anno.

    Dieci.

    Cento.

    Quando un nome sopravviveva soltanto perché qualcuno pretendeva che sopravvivesse, Madame Oblio arrivava.

    Cancellava la firma di chi aveva amato più la gloria dell’opera.

    Il titolo di chi aveva governato soltanto per essere celebrato.

    L’iniziale di chi aveva voluto essere ricordato senza aver lasciato nulla di utile a nessuno.

    Non provava piacere.

    Non provava rimorso.

    Diceva:

    — Il tempo non è crudele. È selettivo.

    E nessuno osava domandarle chi le avesse dato il diritto di decidere.

    Forse perché, in fondo, tutti avevano paura della risposta.

    Nello stesso inverno in cui Madame Oblio ascoltò Jean-Louis parlare al suo apprendista, nella bottega entrò per la prima volta Zoé Crampon.

    Zoé non aveva l’aria di una persona destinata a cambiare la storia di qualcosa.

    Il che, come spesso accade, era un ottimo inizio.

    Aveva occhi vivaci, guanti color prugna e una risata che arrivava sempre mezzo secondo prima di quanto la buona educazione avrebbe consigliato.

    Jean-Louis le mostrò la bottega con orgoglio.

    Le mostrò il legno.

    Gli attrezzi.

    Le chiavi.

    Gli strumenti terminati.

    Zoé annuiva.

    — Interessante.

    — Solo interessante?

    — Molto interessante.

    — Peggio.

    Lei rise.

    Poi si fermò davanti a un banco pieno di piccoli componenti.

    Prese una vite minuscola.

    — E questa?

    — Serve a fissare una chiave.

    — Se mancasse?

    — Il meccanismo funzionerebbe male.

    Zoé la osservò.

    — Quindi una cosa che nessuno vede può rovinare tutto.

    Jean-Louis la guardò.

    — In sostanza, sì.

    Lei rimise la vite al suo posto.

    — È una bella lezione.

    — È una vite.

    — Le cose piccole danno ottime lezioni. Gli uomini importanti, molto meno.

    Jean-Louis non seppe cosa rispondere.

    Fu il primo di molti momenti in cui Zoé ebbe l’ultima parola.

    Qualche giorno dopo Jean-Louis le fece ascoltare uno strumento nuovo.

    Un clarinettista venne in bottega.

    Montò lo strumento.

    Inspirò.

    Suonò una frase.

    Jean-Louis era soddisfatto.

    Zoé no.

    — C’è qualcosa.

    Il clarinettista sorrise.

    — Madame è musicista?

    — No.

    Jean-Louis sospirò.

    — Appunto.

    Zoé gli lanciò uno sguardo.

    — Suoni ancora.

    L’uomo suonò.

    Zoé sollevò un dito.

    — Ecco.

    — Cosa?

    — Quella nota.

    Jean-Louis prese lo strumento.

    — È intonata.

    — Non ho detto che non lo è.

    — E allora?

    Zoé cercò la parola.

    — È trattenuta.

    Jean-Louis aggrottò la fronte.

    — Una nota non può essere trattenuta.

    — Questa sì.

    Il clarinettista suonò ancora.

    Jean-Louis ascoltò con più attenzione.

    E finalmente sentì.

    Una minima resistenza.

    Quasi nulla.

    Smontò il clarinetto.

    Controllò il meccanismo.

    Corresse un dettaglio minuscolo.

    Il musicista riprovò.

    La nota cambiò.

    Non di altezza.

    Di libertà.

    Zoé sorrise.

    — Adesso respira.

    Jean-Louis la guardò più a lungo del necessario.

    E fu così, senza castelli, senza draghi e senza violini celestiali, che cominciò una grande storia d’amore.

    Si sposarono nel 1836.

    Il matrimonio fu allegro e imperfetto.

    Uno zio bevve troppo.

    Un bambino dormì sotto un tavolo.

    Un violinista saltò un’intera frase musicale, ma la eseguì così male che nessuno poté dimostrare che fosse davvero mancata.

    Zoé rise.

    Jean-Louis la guardò ridere.

    Pensò che sarebbe stato felice di ascoltare quel suono per il resto della vita.

    Naturalmente non glielo disse.

    Gli uomini dell’Ottocento, come quelli di qualunque altro secolo, erano capaci di costruire cose complicatissime e di fallire miseramente davanti a una frase semplice.

    Pochi giorni dopo Jean-Louis portò in bottega una nuova tavola di legno.

    Su di essa era inciso:

    BUFFET

    Zoé la osservò.

    — Bella.

    Jean-Louis si irrigidì.

    — Che c’è?

    — Nulla.

    — Quando dici “bella” in quel modo c’è sempre qualcosa.

    Zoé prese un pezzetto di carboncino.

    Accanto alla parola Buffet scrisse:

    CRAMPON

    Jean-Louis rimase in silenzio.

    Ora c’era scritto:

    BUFFET CRAMPON

    — È lungo — disse.

    — Anche un buon matrimonio.

    — È il nome della mia famiglia.

    Zoé annuì.

    — Lo so.

    — La bottega è nata così.

    — Lo so.

    Jean-Louis la guardò.

    — E allora?

    Zoé posò il carboncino.

    — Non voglio cancellare ciò che c’era prima di me.

    Poi indicò il secondo nome.

    — Voglio capire se una storia, per continuare, debba restare identica.

    Jean-Louis non rispose.

    Fuori, una carrozza passò sollevando spruzzi di fango.

    Zoé guardò ancora la tavola.

    — Forse un’eredità non è una cosa da conservare sotto vetro.

    — E cos’è?

    — Qualcosa a cui aggiungere il proprio pezzo senza distruggere quello degli altri.

    Jean-Louis osservò i due nomi.

    Per la prima volta non vide due cognomi.

    Vide due direzioni che si incontravano.

    Non sapeva ancora che, dall’altro lato della strada, Madame Oblio era ferma sotto un lampione.

    E stava osservando proprio quella tavola.

    Quella sera Madame Oblio tornò a casa.

    Se casa poteva chiamarsi.

    Era un appartamento al terzo piano di un edificio che nessuno ricordava di aver visto costruire.

    Le pareti erano coperte di scaffali.

    Sugli scaffali c’erano registri.

    Migliaia.

    Madame Oblio accese una sola lampada.

    Si sedette.

    Aprì il grande libro.

    Cercò la B.

    Buffet.

    Nulla.

    Poi la C.

    Crampon.

    Nulla.

    Prese la penna.

    La tenne sospesa.

    Non scrisse.

    — Vedremo — mormorò.

    Poi chiuse il libro.

    La mattina seguente, sulla tavola rimaneva soltanto una parola.

    BUFFET

    Crampon era sparito.

    Non cancellato male.

    Non raschiato.

    Sparito.

    Zoé lo notò per prima.

    — Jean-Louis.

    — Cosa?

    — Vieni qui.

    Lui arrivò.

    Guardò.

    — Hai cancellato tu?

    Zoé sollevò lentamente gli occhi.

    Jean-Louis capì subito di aver posto la domanda sbagliata.

    — Scusa.

    Riscrissero il nome.

    Il mattino dopo scomparve Buffet.

    Rimase solo:

    CRAMPON

    Il terzo giorno scomparvero entrambi.

    Questa volta Jean-Louis non disse nulla.

    Prese il carboncino.

    Li riscrisse.

    Poi cominciarono le dimenticanze.

    Un fornitore entrò.

    — Buongiorno, monsieur…

    Si bloccò.

    Jean-Louis lo conosceva da anni.

    — Buffet.

    L’uomo arrossì.

    — Naturalmente.

    Il giorno dopo una vicina incontrò Zoé per strada.

    — Madame…

    Silenzio.

    — Crampon.

    — Sì. Perdoni.

    Ma la cosa peggiore accadde una sera.

    Zoé stava scrivendo una lettera.

    Arrivò alla firma.

    Zoé C…

    La penna si fermò.

    Jean-Louis la vide sbiancare.

    — Che succede?

    Zoé continuava a fissare il foglio.

    — Non ricordo.

    — Cosa?

    — Il mio cognome.

    Jean-Louis rise.

    Lei no.

    — Non ricordo il mio cognome.

    Passarono cinque lunghi secondi.

    Poi la parola tornò.

    — Crampon.

    Zoé posò la penna.

    Quella notte nessuno dei due dormì bene.

    A mezzanotte esatta suonò il campanello.

    Jean-Louis scese.

    Aprì.

    Madame Oblio era davanti alla porta.

    La nebbia si muoveva dietro di lei come una tenda.

    L’abito color cenere.

    I guanti.

    La falena d’argento.

    Il velo.

    — Buonasera.

    — Chi siete?

    — Dipende da quanto avete da perdere.

    Jean-Louis non apprezzò la risposta.

    Zoé arrivò alle sue spalle.

    Madame Oblio entrò.

    Non chiese permesso.

    Si avvicinò all’insegna.

    — Buffet Crampon.

    Pronunciò lentamente i due nomi.

    Come se li stesse pesando.

    Poi aprì la borsa.

    Estrasse il registro.

    Lo posò sul banco.

    Jean-Louis lesse la copertina.

    NOMI DI CUI IL MONDO HA SMESSO DI AVERE BISOGNO.

    — È lei — sussurrò Zoé.

    Madame Oblio la guardò.

    — Ci conosciamo?

    — No.

    — Allora come fate a saperlo?

    Zoé abbassò lo sguardo sulla gomma bianca.

    — Intuito.

    Madame Oblio sorrise.

    — Pericolosa qualità.

    Jean-Louis si mise davanti alla tavola.

    — Cosa volete?

    — Una risposta.

    — A quale domanda?

    Madame Oblio sfiorò la parola Buffet.

    — Perché questo dovrebbe restare?

    Jean-Louis rispose immediatamente:

    — È il nome di mio padre.

    — Non ve l’ho chiesto.

    — Ha fondato questa bottega.

    — Molte botteghe chiudono.

    — Ha lavorato tutta la vita.

    — Molti lo fanno.

    Jean-Louis tacque.

    Madame Oblio indicò Crampon.

    — E questo?

    Zoé la guardò.

    — È il mio nome.

    — Lo vedo.

    — Rappresenta una nuova storia.

    — Tutte le storie sono nuove all’inizio.

    Zoé strinse le labbra.

    Madame Oblio guardò entrambi.

    — Voi credete che un nome meriti di vivere perché vi appartiene.

    Nessuno rispose.

    — È un errore comune.

    Aprì il libro.

    — I miei scaffali sono pieni di persone che pensavano lo stesso.

    Jean-Louis si irrigidì.

    — Non avrete questi nomi.

    Madame Oblio sorrise.

    — Non ancora.

    Estrasse un piccolo orologio d’argento.

    — Avete fino all’alba.

    — Per fare cosa?

    — Convincermi che queste due parole significano qualcosa anche per chi non siete voi.

    Jean-Louis guardò Zoé.

    — E se non ci riusciamo?

    Madame Oblio prese la gomma.

    — Domattina nessuno ricorderà che siano mai esistite.

    Poi uscì.

    Jean-Louis passò la prima ora a cercare argomenti.

    — Mio padre.

    Zoé scosse la testa.

    — Glielo hai già detto.

    — La bottega.

    — Anche.

    — Gli strumenti.

    — Troppo generico.

    — La qualità.

    — Suona come un cartello pubblicitario.

    Jean-Louis la guardò male.

    Zoé si sedette.

    — Stiamo sbagliando.

    — Cosa?

    — Stiamo cercando di spiegare perché meritiamo di essere ricordati.

    — È precisamente ciò che ci ha chiesto.

    Zoé scosse il capo.

    — No.

    — Zoé…

    — Ci ha chiesto cosa significano questi nomi per chi non siamo noi.

    Jean-Louis tacque.

    Zoé indicò un clarinetto incompleto.

    — Finiscilo.

    — Ora?

    — Ora.

    — Mancano poche ore all’alba!

    — Appunto.

    — E quello dovrebbe salvare il nostro nome?

    Zoé lo guardò.

    — Smettila di salvarlo.

    Jean-Louis la fissò.

    — Cosa?

    — Da quando è arrivata quella donna, non pensi più al clarinetto.

    — Sto cercando di evitare che dimentichino il mio cognome!

    — Esattamente.

    Zoé si alzò.

    — E se per salvare il nome smetti di fare bene ciò che quel nome dovrebbe rappresentare, allora Madame Oblio ha già vinto.

    Silenzio.

    Jean-Louis guardò il banco.

    Il legno.

    Le chiavi.

    Gli strumenti.

    Poi si tolse la giacca.

    Indossò il grembiule.

    E cominciò.

    La notte avanzò.

    Jean-Louis lavorava.

    Zoé ascoltava.

    Étienne fu svegliato e mandato a prendere una lampada.

    — A quest’ora? — protestò.

    — A quest’ora.

    — Stiamo impazzendo?

    — Probabilmente.

    — Bene. Volevo solo saperlo.

    Lavorarono.

    Una chiave quasi perfetta venne smontata.

    Un tampone sostituito.

    Una molla alleggerita.

    A un certo punto Étienne sbadigliò.

    — Monsieur Buffet, nessuno saprà mai che abbiamo passato mezz’ora su quella vite.

    Jean-Louis si fermò.

    Lo guardò.

    Poi sorrise.

    — Esatto.

    Zoé abbassò gli occhi per nascondere il proprio sorriso.

    Poco prima dell’alba lo strumento era pronto.

    Non era decorato.

    Non era straordinario da vedere.

    Non aveva nulla di teatrale.

    Era semplicemente fatto bene.

    Madame Oblio arrivò con il primo chiarore.

    — Tempo.

    Jean-Louis le porse il clarinetto.

    Lei lo guardò.

    — Questo sarebbe il vostro argomento?

    — No.

    — E allora?

    — È il nostro lavoro.

    Madame Oblio aggrottò appena le sopracciglia.

    Jean-Louis chiamò Étienne.

    — Suona.

    Il ragazzo impallidì.

    — Io?

    — Tu.

    — Davanti a lei?

    Guardò Madame Oblio.

    — Preferirei un incendio.

    — Suona.

    Étienne prese lo strumento.

    Inspirò.

    La prima nota uscì esitante.

    La seconda meglio.

    Poi una frase.

    Semplice.

    Chiara.

    Il suono riempì la bottega.

    Madame Oblio ascoltò.

    Quando Étienne terminò, lei aspettò.

    — E dunque?

    Jean-Louis rispose:

    — Lui non sa quanto tempo ho impiegato su quella chiave.

    Madame Oblio taceva.

    — Non sa chi abbia scelto il legno.

    Zoé aggiunse:

    — Non sa quante persone abbiano imparato prima di noi ciò che ci ha permesso di costruirlo.

    Jean-Louis guardò l’apprendista.

    — E un giorno, forse, qualcuno suonerà uno strumento fatto qui senza sapere nulla di me.

    — Terribile — disse Madame Oblio.

    Jean-Louis sorrise appena.

    — Una settimana fa avrei pensato di sì.

    — E adesso?

    — Adesso penso che forse sia proprio questo il punto.

    Madame Oblio lo studiò.

    Zoé intervenne.

    — Un nome non dovrebbe obbligare il futuro a ricordare il passato.

    — Interessante.

    — Dovrebbe obbligare chi lo porta a essere degno di ciò che promette.

    Madame Oblio non si mosse.

    Jean-Louis indicò l’insegna.

    — Se Buffet Crampon significa soltanto noi due, cancellatelo.

    Zoé lo guardò.

    Jean-Louis continuò.

    — Se invece può significare un lavoro fatto con cura per qualcuno che forse non conosceremo mai…

    Madame Oblio abbassò gli occhi sul clarinetto.

    — Allora?

    Jean-Louis respirò.

    — Allora il nome non è più un monumento.

    Zoé completò:

    — È una responsabilità.

    Madame Oblio prese la gomma.

    Si avvicinò all’insegna.

    Passò la mano.

    BUFFET scomparve.

    Jean-Louis fece un passo.

    Zoé lo trattenne.

    Seconda passata.

    CRAMPON scomparve.

    Tavola vuota.

    Étienne spalancò gli occhi.

    — Ma…

    Madame Oblio alzò un dito.

    — Suona.

    Il ragazzo obbedì.

    La nota uscì.

    Identica.

    Libera.

    Madame Oblio guardò Jean-Louis.

    — Il vostro nome non c’è più.

    Poi indicò il clarinetto.

    — Eppure questo è rimasto.

    Jean-Louis non rispose.

    Madame Oblio sorrise.

    — Perché?

    Zoé fu la prima a capire.

    — Perché il valore non era scritto sull’insegna.

    Madame Oblio annuì lentamente.

    — Era nel lavoro.

    Silenzio.

    Poi, con un gesto lieve, passò nuovamente il guanto sulla tavola.

    Le lettere tornarono.

    BUFFET CRAMPON

    Jean-Louis la fissò.

    — Perché ce lo restituite?

    Madame Oblio richiuse la gomma nella borsa.

    — Perché adesso sapete che non vi appartiene.

    Jean-Louis corrugò la fronte.

    Lei indicò l’insegna.

    — Da oggi quel nome non dirà chi siete.

    Guardò lo strumento.

    — Dirà cosa promettete.

    Zoé la osservò.

    — E se un giorno quella promessa non fosse mantenuta?

    Madame Oblio sorrise.

    — Tornerò.

    Fece per andarsene.

    Poi Zoé la chiamò.

    — Madame Oblio.

    La donna si voltò.

    — Posso farvi una domanda?

    — Una.

    — Perché conservate i nomi che cancellate?

    Madame Oblio rimase immobile.

    — Chi vi ha detto che li conservo?

    Zoé indicò il registro.

    — Se voleste davvero distruggerli, non avreste bisogno di scriverli.

    Per la prima volta Madame Oblio sembrò sorpresa.

    Zoé continuò:

    — Li ricordate tutti?

    La donna non rispose.

    Jean-Louis guardò il grande libro.

    — Tutti quelli che il mondo ha dimenticato?

    Madame Oblio abbassò gli occhi.

    Passò una mano sulla copertina.

    — Qualcuno deve pur farlo.

    Zoé sorrise piano.

    — Allora non siete l’Oblio.

    Madame Oblio la fissò.

    — Come?

    — Siete l’ultima memoria.

    La donna rimase perfettamente immobile.

    Perfino la nebbia oltre la porta sembrò fermarsi.

    Poi Madame Oblio sollevò lentamente le mani.

    Si tolse i guanti.

    Le sue dita erano sottili.

    Normali.

    Umane.

    Zoé notò una cosa.

    Sul dito indice c’era una piccola macchia d’inchiostro.

    Madame Oblio la guardò.

    — Curioso.

    — Cosa?

    — In centinaia d’anni nessuno mi aveva mai fatto notare che forse ho sbagliato mestiere.

    Zoé sorrise.

    — Capita.

    Madame Oblio quasi rise.

    Quasi.

    Poi uscì nella nebbia.


    Epilogo

    Gli anni passarono.

    Gli anni hanno questa abitudine.

    Cambiano i visi.

    Consumano le mani.

    Sbiadiscono le fotografie.

    Rendono vecchie le novità.

    Jean-Louis invecchiò.

    Zoé pure.

    Étienne diventò adulto.

    Altri entrarono nella bottega.

    Altri impararono.

    Altri sbagliarono.

    Altri corressero.

    Gli strumenti cambiarono.

    Si perfezionarono.

    Viaggiarono.

    Furono suonati in sale luminose e in stanze povere.

    Da professionisti e da ragazzi alla prima lezione.

    Da persone che conoscevano quella storia e da persone che non avevano mai sentito pronunciare i nomi di Jean-Louis o Zoé.

    E forse era proprio quello il loro trionfo.

    Perché la vera eredità non costringe chi viene dopo a vivere rivolto all’indietro.

    Gli mette qualcosa di buono tra le mani.

    E gli dice:

    Vai.

    Madame Oblio tornò molte volte.

    Nelle sere d’inverno.

    Sempre con l’abito color cenere.

    Sempre con la falena d’argento.

    Sempre con il grande registro.

    Si fermava davanti all’insegna.

    BUFFET CRAMPON

    La osservava.

    Poi ascoltava.

    Se dalla bottega arrivava il rumore di qualcuno che lavorava ancora quando sarebbe stato più facile accontentarsi…

    se una mano ricontrollava una chiave che nessun cliente avrebbe mai saputo essere stata corretta…

    se qualcuno cercava non il suono più facile, ma quello più giusto…

    Madame Oblio richiudeva la borsa.

    E continuava il proprio cammino.

    Una sera d’inverno, molti anni più tardi, rimase davanti alla bottega più a lungo del solito.

    Dall’interno arrivò il suono di un clarinetto.

    Prima una nota.

    Poi un’altra.

    Infine una melodia.

    Madame Oblio sollevò il viso verso l’insegna.

    La falena d’argento tremò appena alla luce del lampione.

    La sua mano scese verso la borsa.

    Sfiorò la gomma bianca.

    Ma non la prese.

    Restò ad ascoltare fino all’ultima nota.

    Poi sorrise.

    E scomparve nella nebbia.


    Morale

    I primi chiedono:

    «Quanto a lungo parlerete di me?»

    I secondi chiedono:

    «Che cosa diventerà migliore perché io sono passato di qui?»

    È una domanda assai più severa.

    Perché la fama può essere ereditata. La reputazione può essere comprata. Una targa può durare secoli.

    Ma nessuna scritta, nessuna statua, nessun cognome può sostituire il valore reale di ciò che viene consegnato agli altri.

    E forse è per questo che un clarinetto è una creatura più saggia di molti uomini.

    Non cerca di possedere il respiro.

    Se lo facesse, non produrrebbe alcun suono.

    Lo riceve, lo trasforma e lo lascia andare.

    Così fanno le cose che meritano davvero di durare.

    Così fanno i maestri, così fanno gli amori migliori; così fanno le vite che non hanno bisogno di diventare monumenti.

    Perché, prima o poi, Madame Oblio viene a prendere il nostro nome.

    È il suo mestiere.

    Ma la domanda che conta non è se riusciremo a impedirglielo.

    È un’altra:

    quando il nostro nome non sarà più pronunciato, resterà nel mondo qualcosa che, grazie al nostro passaggio, funziona meglio, respira meglio, vive meglio?

    Se la risposta è no, nessuna lapide sarà abbastanza grande.

    Se la risposta è sì, forse abbiamo già ottenuto qualcosa di più importante della memoria.

    Abbiamo lasciato un’eredità.

    Abbiamo ricevuto qualcosa dal mondo e non ci siamo limitati a trattenerlo.

    Lo abbiamo lavorato. Curato. Migliorato e consegnato oltre.

    Proprio come accade nel clarinetto.

    Il respiro entra, attraversa il legno, diventa suono.

    E poi se ne va.

    Ma dopo essere passato da lì, non è più soltanto aria.

    È diventato musica.

    Forse anche noi siamo questo: un luogo di passaggio tra ciò che abbiamo ricevuto e ciò che avremo il coraggio di lasciare.

    E allora, quando Madame Oblio verrà, potrà pure prendere il nostro nome. Ciò che abbiamo davvero trasmesso sarà già altrove, nelle mani, nelle vite, nel respiro di qualcun altro.

    I SIMBOLI DELLA NOVELLA (Clicca sulla freccia nera per aprire i contenuti)

    La falena d’argento
    Appartiene alla notte, ma cerca la luce.

    Il registro
    Conserva ciò che il mondo non sa più nominare.

    La gomma bianca
    Cancella le lettere, ma rivela il valore.

    Il clarinetto
    Trasforma un respiro in eredità.

    L’insegna
    Un nome vale solo quanto la promessa che mantiene.

    La nebbia
    Nasconde il mondo per far parlare il mistero.


    Una risposta a “La falena d’argento e il nome perduto”

    1. Avatar Danilo Dolciotti
      Danilo Dolciotti

      Bellissima questa favola sul clarinetto e su uno dei produttori migliori di clarinetti… bravissima

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  • La Scala Incantata di Clarinello Blu

    Una favola newyorkese fra jazz, scherzi e note ribelli

    di Marialuisa Veneziano

    **********

    🎧 MUSICA PER LA LETTURA
    Premi play prima di iniziare a leggere.
    Il primo suono che sentirai è già una piccola rivoluzione: il clarinetto parte dal registro grave e, invece di salire ordinatamente nota dopo nota, piega la scala in un unico lungo glissando.
    È proprio da quel gesto che nasce Clarinello Blu.
    Durante la lettura prova a fare attenzione a come Gershwin costruisce continuamente ponti fra mondi diversi: jazz e scrittura sinfonica, energia urbana e lirismo, ritmo e canto, ironia e malinconia.
    E soprattutto ascolta una cosa: quel celebre glissando sembra libero, quasi improvvisato. In realtà richiede un controllo raffinatissimo di fiato, imboccatura, lingua e diteggiatura.
    Forse è proprio questo il piccolo segreto nascosto dentro la nostra favola:
    la libertà più convincente è spesso quella che ha studiato abbastanza da potersi permettere di sembrare spontanea.
    Per accompagnare la lettura userei la registrazione di Andrew Litton al pianoforte e alla direzione con la Dallas Symphony Orchestra: è una versione energica e molto narrativa, e l’attacco del clarinetto rende immediatamente riconoscibile il mondo della novella.
    Un consiglio: non ascoltare soltanto le note. Ascolta anche come passano dall’una all’altra. È proprio lì che Clarinello ha nascosto la sua magia.

    New York, febbraio 1924.

    Clarinello Blu aveva un’opinione molto seria delle scale.

    Una scala, secondo lui, doveva avere gradini.

    Era questa, del resto, la ragione per cui si chiamava scala.

    Do.

    Re.

    Mi.

    Fa.

    Sol.

    E così via.

    Una nota dopo l’altra, senza scorciatoie, senza salti dal balcone, senza quelle deplorevoli abitudini che avevano certi tromboni di arrivare a destinazione scivolando.

    Clarinello detestava i tromboni.

    Non personalmente.

    Musicalmente.

    — Non mi fido di uno strumento che può stare fra due note — diceva.

    Il trombone Arturo Sbrodoloni, quando lo sentiva, allungava placidamente la coulisse.

    — Fra due note c’è parecchio spazio.

    — Non c’è niente.

    — Ah no?

    Arturo produceva allora un lento, scandaloso glissando.

    Clarinello rabbrividiva dalla campana all’imboccatura.

    — Volgare.

    — Comodo.

    — Ineducato.

    — Arrivo prima.

    — Il problema non è arrivare.

    — Questo lo dicono sempre quelli che fanno le scale.

    E Arturo se ne andava scivolando.

    Clarinello restava al proprio leggio, indignato e segretamente un po’ invidioso.

    Apparteneva a Ross Gorman, clarinettista dell’orchestra di Paul Whiteman, e aveva costruito tutta la propria reputazione sulla precisione.

    Attacchi puliti.

    Legato elegante.

    Staccato brillante.

    Intonazione sorvegliata con un rigore che sfiorava la polizia musicale.

    Aveva persino dato un nome alle proprie chiavi.

    Non perché fosse affezionato.

    Per poterle rimproverare individualmente.

    — Teodora, sei in ritardo.

    — Ernesto, chiudi bene.

    — Giulietta, se continui a perdere, ti faccio revisionare.

    La prima violinista, Donna Violante Stradivaria, lo considerava uno strumento affidabile.

    Detto da Donna Violante, equivaleva quasi a una dichiarazione d’amore.

    Lei era una signora sottile, impeccabile, con il riccio del manico sempre perfettamente pettinato e una convinzione incrollabile: tutto ciò che era veramente musicale era già stato fatto in Europa almeno cinquant’anni prima.

    — Mozart — diceva.

    E bastava.

    Se qualcuno nominava una novità:

    — Mozart.

    Se qualcuno parlava di jazz:

    — Mozart.

    Una volta Tito Squillo, la tromba, le aveva domandato:

    — E se Mozart fosse vivo oggi?

    Donna Violante aveva riflettuto.

    — Eviterebbe certe compagnie.

    Tito non le aveva più rivolto domande filosofiche.

    C’era poi Basilio Brontoloni, il fagotto.

    Basilio possedeva il raro dono di sembrare pessimista anche quando era felicissimo.

    — Buongiorno — diceva.

    E pareva una diagnosi.

    Era però il migliore amico di Clarinello.

    Quella mattina sedevano insieme sul palco dell’Aeolian Hall durante una prova.

    Sul leggio c’era una partitura nuova.

    In cima, un nome:

    GEORGE GERSHWIN

    e sotto:

    RHAPSODY IN BLUE.

    Basilio lesse il titolo tre volte.

    — Rapsodia in blu.

    — Sì.

    — Perché blu?

    — Non lo so.

    — Non cominciamo bene.

    Donna Violante, due file più avanti, si voltò.

    — “Blue” allude certamente a una sensibilità americana.

    Tito Squillo intervenne:

    — Potrebbe alludere al blues.

    Donna Violante fece quella faccia particolare che assumeva quando qualcuno le ricordava che il Novecento era già cominciato.

    — Appunto. Americana.

    Sul palco arrivò George Gershwin.

    Aveva venticinque anni, una quantità di capelli neri che sembravano pensare per conto proprio e l’aria di un uomo che avesse appena avuto cinque idee mentre gli altri stavano ancora formulando la prima.

    Si sedette al pianoforte.

    Basilio lo osservò.

    — È giovane.

    — Molto — disse Clarinello.

    — Questo mi preoccupa.

    — Perché?

    — I giovani non sanno ancora quali cose siano impossibili.

    Tito Squillo rise.

    — E sarebbe un difetto?

    Basilio ci pensò.

    — Dipende molto da chi deve suonarle.

    Paul Whiteman alzò la bacchetta.

    L’orchestra tacque.

    Clarinello sentì Ross Gorman sistemare l’imboccatura.

    Guardò la prima battuta.

    Era lui.

    L’inizio della Rhapsody in Blue apparteneva al clarinetto.

    Questo gli piaceva moltissimo.

    Prima ancora che Gershwin toccasse il pianoforte, prima che l’orchestra spiegasse che razza di musica fosse quella, doveva parlare lui.

    Un trillo grave.

    Poi la salita.

    Clarinello osservò le note.

    Una scala.

    Ottimo.

    Finalmente qualcosa di civile.

    Partirono.

    Il trillo vibrò nel registro grave.

    Poi cominciò la scala.

    Uno.

    Due.

    Tre gradini.

    Tutto perfetto.

    Fu allora che Basilio Brontoloni ebbe un’idea.

    Le idee di Basilio erano rare.

    Per questa ragione venivano quasi sempre sottovalutate.

    Si sporse appena e sussurrò:

    — Clarinello.

    Lui continuò a salire.

    — Clarinello.

    Nessuna risposta.

    — Donna Violante ha appena sbagliato una nota.

    Era falso.

    Ma funzionò.

    Clarinello sentì una risata salirgli dentro.

    La trattenne.

    Quarto gradino.

    Quinto.

    Basilio continuò:

    — Credo fosse un fa diesis.

    La risata salì ancora.

    Sesto gradino.

    — O forse un sol.

    Clarinello non resistette.

    E la scala…

    si sciolse.

    Le note smisero di essere gradini.

    Il suono si piegò.

    Scivolò.

    Sbuffò.

    Strisciò fra le altezze.

    Salì dal grave verso l’acuto in un’unica curva sfacciata, come se qualcuno avesse tolto improvvisamente tutti i gradini e Clarinello avesse deciso, invece di cadere, di risalire sulla ringhiera.

    La sala fu attraversata da un lungo:

    WRAAAAAAAAAAH!

    Poi silenzio.

    Assoluto.

    Clarinello avrebbe voluto farsi piccolo quanto un ottavino.

    Donna Violante aveva smesso di respirare.

    Tito Squillo spalancava la campana.

    Basilio fissava il leggio con l’aria di chi non sapesse assolutamente nulla.

    Paul Whiteman abbassò lentamente la bacchetta.

    Ross Gorman rimase con il clarinetto in mano.

    George Gershwin si voltò dal pianoforte.

    Clarinello pensò:

    Fine della carriera.

    Si vide già appeso alla parete di qualche ristorante.

    «Autentico clarinetto decorativo.»

    Forse con dei fiori nella campana.

    Gershwin disse:

    — Ancora.

    Clarinello non capì.

    Neppure Ross Gorman.

    — Scusa?

    Gershwin fece un gesto con la mano.

    — Quella cosa.

    Donna Violante mormorò:

    — Quale cosa?

    Basilio, senza voltarsi:

    — Credo intenda il reato.

    Gershwin sorrise.

    — Rifalla.

    Ross riportò Clarinello alla bocca.

    Il povero strumento era sconvolto.

    Maestro, quella non era una cosa. Era una disgrazia.

    Ripartì.

    Trillo.

    Salita.

    Clarinello tentò di ricreare lo stesso effetto.

    Wraaaaaaah.

    Gershwin scosse la testa.

    — No.

    Clarinello si offese.

    Prima era sbagliato perché l’aveva fatto.

    Adesso era sbagliato perché non lo faceva abbastanza bene.

    Terzo tentativo.

    — Troppo dritto.

    Quarto.

    — Troppo pulito.

    Donna Violante si voltò verso Basilio.

    — Ha detto “troppo pulito”?

    — Ho sentito.

    — A un clarinetto?

    — Sì.

    Donna Violante guardò il soffitto.

    Forse cercava Mozart.

    Quinto tentativo.

    Clarinello inspirò.

    Lasciò che Ross allentasse appena il controllo del suono.

    Le dita cominciarono la salita, ma questa volta non cercarono ogni gradino con la stessa precisione. L’imboccatura, il fiato, la lingua, la cavità della bocca cominciarono a collaborare.

    Il suono si incurvò.

    Salì.

    Non più scala.

    Non ancora grido.

    Qualcosa fra un lamento, una risata e una sirena newyorkese che avesse studiato armonia.

    Gershwin batté una mano sul pianoforte.

    — Quello.

    Clarinello sentì un brivido.

    Quello.

    Proprio quello che per anni avrebbe considerato un difetto.

    Adesso era diventato l’inizio.


    La notizia fece il giro dell’orchestra in undici minuti.

    In dodici, era già falsa.

    Alle percussioni raccontavano che Clarinello avesse improvvisato per protesta.

    I corni sostenevano che Gershwin avesse pianto.

    Donna Violante affermava di avere previsto tutto.

    Basilio le ricordò che dieci minuti prima aveva invocato Mozart.

    — Mozart avrebbe compreso — rispose lei.

    — Certamente.

    Clarinello, invece, era euforico.

    — Hai visto?

    disse a Basilio.

    — Ho sentito.

    — Gli è piaciuto.

    — Pare.

    — Ha cambiato la musica per me.

    Basilio lo guardò.

    — Non esagerare.

    — Ha detto “quello”.

    — Anche il mio medico dice spesso “quello”. Non ne traggo conclusioni artistiche.

    Clarinello non lo ascoltò.

    Continuava a provare.

    Il problema era che adesso il glissando, per riuscire veramente, richiedeva lavoro.

    Questo lo contrariava.

    — Come sarebbe?

    domandò quella sera a Zio Chalumò, il più anziano clarinetto dell’orchestra.

    Zio Chalumò abitava in una custodia nera imbottita di velluto e sosteneva di essere nato quando le ance avevano ancora rispetto per gli anziani.

    Il suo vero nome era Chalumeau, ma Basilio lo aveva francesizzato male una volta e il soprannome era rimasto.

    — Come sarebbe cosa?

    — Stamattina l’ho fatto senza pensarci.

    — Sì.

    — Ora, quando provo a rifarlo, è difficile.

    — Sì.

    — Non dovrebbe essere il contrario?

    Zio Chalumò sbadigliò.

    — Benvenuto nell’arte.

    — Non capisco.

    — La prima volta sei inciampato.

    — Io non sono inciampato.

    — Scivolato.

    — Suona meglio.

    — Molto. Adesso devi imparare a cadere apposta senza romperti il collo.

    Clarinello guardò le proprie chiavi.

    — Ma è un glissando.

    — Precisamente.

    — Basta far scorrere le dita.

    Zio Chalumò lo fissò.

    Poi scoppiò a ridere.

    Era una risata secca, legnosa, antica.

    — Cosa c’è?

    — Niente. Continua pure.

    — Perché ridi?

    — Perché stai scoprendo che un clarinetto non è un trombone.

    Dalla custodia accanto Arturo Sbrodoloni sporse la coulisse.

    — Finalmente.

    — Nessuno ti ha interpellato — disse Clarinello.

    Zio Chalumò spiegò.

    Sul clarinetto non esiste una coulisse capace di collegare meccanicamente tutte le altezze. Per produrre un glissando esteso e continuo non bastava aprire le chiavi in successione.

    Servivano le dita.

    Ma non soltanto.

    Serviva il fiato.

    Serviva l’imboccatura.

    Serviva modificare la pressione e, soprattutto, il modo in cui il musicista modellava dentro di sé la colonna d’aria.

    La lingua.

    La gola.

    La cavità orale.

    Clarinello rimase scandalizzato.

    — Tutto questo per sembrare che io stia facendo quello che mi pare?

    — Esattamente.

    — È una truffa.

    — È tecnica.

    — Peggio.

    Zio Chalumò sorrise.

    — Le cose che sembrano libere, ragazzo mio, molto spesso sono quelle che hanno lavorato più a lungo per non far vedere lo sforzo.

    Clarinello rimase in silenzio.

    Quella frase gli dava fastidio.

    Di solito era un buon segno.


    Nei giorni successivi diventò bravissimo.

    Glissando.

    Ancora.

    Ancora.

    Ancora.

    Gershwin chiedeva più ampiezza.

    Ross modificava l’imboccatura.

    Clarinello imparava a non spezzare la linea.

    Il suono cominciava con quel trillo grave quasi sospettoso e poi si apriva verso l’acuto con una libertà che sembrava improvvisata e invece richiedeva un controllo sempre più sottile.

    L’orchestra ormai aspettava soltanto quello.

    Tito Squillo lo imitava malissimo durante le pause.

    Arturo Sbrodoloni sosteneva che i tromboni lo facessero da secoli e chiedeva il pagamento degli arretrati.

    Basilio aveva composto una piccola marcia intitolata Trionfo del clarinetto che finalmente ha scoperto il trombone.

    Donna Violante dichiarava di non trovarla divertente.

    Era la prima a ridere.

    Clarinello cominciò a montarsi la campana.

    Prima pochissimo.

    Poi abbastanza.

    Infine moltissimo.

    Un pomeriggio, in un punto lirico della Rapsodia, aggiunse un piccolo scivolamento.

    Gershwin alzò la testa.

    — No.

    Clarinello ci rimase male.

    Due pagine dopo ci riprovò.

    — No.

    Alla terza, Gershwin smise di suonare.

    Ross Gorman abbassò il clarinetto.

    — Non lì.

    Clarinello era indignato.

    Durante la pausa corse da Zio Chalumò.

    — Non capisco quell’uomo.

    — Ottimo.

    — Gli piace il glissando.

    — Sì.

    — È diventato il mio suono.

    — No.

    — Come no?

    — È un suono che fai.

    — È la stessa cosa.

    Zio Chalumò si mise seduto.

    — Ah. Siamo già a questo punto.

    — Quale punto?

    — Quello in cui un musicista scopre una cosa bella e comincia a infilarla ovunque finché non diventa insopportabile.

    — Non è vero.

    — Certamente.

    — Anche Donna Violante dice “certamente” così.

    — Sto invecchiando.

    Clarinello sbuffò.

    — Perché all’inizio sì e dopo no?

    Zio Chalumò smise di scherzare.

    — Perché lì apre qualcosa.

    — Che cosa?

    — La Rapsodia.

    — Anche altrove potrebbe aprire.

    — E quante porte vuoi in una stanza?

    Clarinello tacque.

    — Quel gesto funziona perché arriva proprio lì — continuò il vecchio. — Prima che il pubblico abbia capito che cosa sta per ascoltare. Prima che il pianoforte entri. Prima che l’orchestra possa comportarsi come un’orchestra beneducata.

    — Quindi?

    — Quindi in pochi secondi gli dici: “Attento. Qui le note potrebbero non camminare come pensavi”.

    Clarinello guardò il pavimento.

    — Ma è mio.

    — Ecco il problema.

    — Cosa?

    — Hai cominciato domandandoti che cosa può servire alla musica. Adesso ti domandi che cosa può far ricordare te.

    Fu un colpo.

    Non violento.

    Peggio.

    Preciso.

    Clarinello non parlò più con Zio Chalumò per due giorni.

    Ne ebbe però una conversazione lunghissima nella propria testa.

    La perse.


    I protagonisti: (da sinistra) Basilio Brontoloni, Donna Violante Stradivaria, Clarinello Blu,  Nonno Chalumó, Arturo Sbrodoloni

    Tre giorni prima del concerto, accadde una disgrazia.

    Il glissando diventò perfetto.

    Clarinello lo fece una volta.

    Impeccabile.

    Lo rifece.

    Identico.

    Una terza.

    Uguale.

    Attacco.

    Curva.

    Crescita.

    Arrivo.

    Nessuna sbavatura.

    Basilio lo ascoltò.

    — Molto bello.

    Clarinello lo guardò.

    — No.

    — Per una volta ti faccio un complimento e ti offendi?

    — Non è bello.

    — Ho appena detto che—

    — È morto.

    Basilio tacque.

    Clarinello lo rifecе.

    Tecnica impeccabile.

    Nessuna sorpresa.

    — Senti?

    Basilio non rispose subito.

    — Sì.

    — Che cosa?

    — Sai già tutto quello che succederà.

    — Certo. L’ho studiato.

    — Forse è quello.

    Clarinello ricominciò.

    Ancora più preciso.

    Ancora più morto.

    Arrivò Donna Violante.

    Ascoltò.

    — Magnifico controllo.

    Clarinello quasi pianse.

    Era la cosa peggiore che potesse dirgli.

    — Prima ridevo.

    Donna Violante lo osservò.

    — Adesso esegui.

    — Non voglio eseguire.

    — È una frase curiosa da sentire in un’orchestra.

    — Sai cosa intendo.

    Sì.

    Lo sapeva.

    Donna Violante guardò la partitura.

    Poi lui.

    — Forse stai cercando di essere identico alla volta in cui sei stato spontaneo.

    Clarinello la fissò.

    Basilio spalancò gli occhi.

    Donna Violante si irrigidì.

    — Perché mi guardate?

    Basilio si portò una zampa al cuore.

    — Hai appena detto qualcosa di moderno.

    — Ti prego.

    — Sono emozionato.

    — Basilio.

    — Devo sedermi.

    — Sei già seduto.

    — Peggio.

    Ma Clarinello non rideva.

    Aveva paura.

    Fra tre giorni avrebbe aperto Rhapsody in Blue davanti a una sala piena.

    E la cosa che era nata da uno scherzo ora sembrava un esercizio.

    Aveva imparato perfettamente come farla.

    Aveva dimenticato perché.


    Quella notte uscì dalla custodia.

    Non chiedetemi come un clarinetto possa aprire una custodia, scendere da un palco e camminare per Manhattan.

    Se è questo il problema che avete con la storia, vi prego di considerare che un fagotto di nome Basilio Brontoloni ha parlato per diverse pagine senza che nessuno protestasse.

    New York era sveglia.

    New York nel 1924 sembrava possedere una quantità di energia incompatibile con il sonno.

    Automobili.

    Treni sopraelevati.

    Passi.

    Voci.

    Porte.

    Freni.

    Motori.

    Musica che usciva dai locali.

    Clarinello camminò.

    Per la prima volta provò a non cercare note.

    Ascoltò soltanto.

    Il treno sopraelevato passò:

    ta-TÀ ta-ta, ta-TÀ ta-ta.

    Una ruota aveva un piccolo difetto e produceva un accento là dove non avrebbe dovuto esserci.

    Clarinello sorrise.

    Più avanti un venditore abbassò una serranda.

    Un ritmo metallico.

    Un taxi suonò il clacson.

    Un altro rispose.

    — Molto male intonato — commentò Clarinello.

    Poi si fermò.

    — Sto diventando Donna Violante.

    Continuò.

    Da un locale seminterrato arrivava musica.

    Entrò.

    Un pianista suonava con tre uomini.

    Clarinello si mise in fondo.

    Ascoltò un tema.

    Semplice.

    Il pianista lo espose.

    Poi lo riprese.

    Ma non nello stesso modo.

    Una nota arrivò prima.

    Un’altra sembrò indugiare.

    La terza venne quasi accarezzata dal basso.

    Il ritmo restava riconoscibile eppure sembrava respirare diversamente.

    Il tema tornò ancora.

    Nuovo.

    E ancora riconoscibile.

    Clarinello si avvicinò.

    — Sta sbagliando.

    Una voce accanto a lui disse:

    — Speriamo.

    Era Zio Chalumò.

    Clarinello sobbalzò.

    — Mi hai seguito?

    — Alla mia età non seguo nessuno.

    — Come sei arrivato?

    — Stessa clausola narrativa che vale per te.

    Si sedettero.

    — Suona ogni volta diverso — disse Clarinello.

    — Sì.

    — Ma non sembra casuale.

    — No.

    — Sa esattamente dove si trova.

    — Sì.

    — Eppure cambia.

    — Vedo che l’udito funziona.

    Clarinello lo ignorò.

    Il pianista terminò una frase.

    Il batterista la prese.

    Il basso spostò il peso.

    Il tema tornò.

    — Pensavo che libertà significasse non sapere in anticipo cosa fare.

    Zio Chalumò sorrise.

    — Sarebbe comodo.

    — E invece?

    — Tu cosa senti?

    Clarinello ascoltò.

    Poi disse:

    — Sembra libero perché sa dove può andare.

    Il vecchio non rispose.

    — Non perché non conosce la strada.

    Ancora silenzio.

    — La conosce così bene che può permettersi di uscirne e ritrovarla.

    Zio Chalumò annuì appena.

    Clarinello si voltò.

    — Perché non dici niente?

    — Perché finalmente non ne hai bisogno.


    Il 12 febbraio 1924 arrivò con il freddo.

    All’Aeolian Hall il concerto portava un titolo ambizioso:

    An Experiment in Modern Music.

    Donna Violante lo lesse.

    — “Esperimento”.

    Basilio:

    — Sì.

    — Non amo essere parte di un esperimento.

    — Nemmeno i topi.

    — Basilio.

    — Cercavo di confortarti.

    La sala si riempì.

    Musicisti.

    Critici.

    Curiosi.

    Persone convinte che il jazz dovesse restare dove stava.

    Persone convinte che l’orchestra dovesse fare altrettanto.

    Persone che non sapevano ancora cosa pensare e che, senza saperlo, erano probabilmente le più fortunate.

    Gershwin sedeva al pianoforte.

    Paul Whiteman era pronto.

    Ross Gorman prese Clarinello.

    Il clarinetto sentì il proprio cuore.

    Non ne aveva uno.

    Quella sera ne aveva almeno tre.

    La bacchetta si alzò.

    Silenzio.

    Basilio gli sussurrò:

    — Clarinello.

    — Ti prego, non dire che Donna Violante ha sbagliato una nota.

    — Non avrei osato.

    Pausa.

    — Volevo dirti che se va male possiamo sempre dare la colpa a Gershwin.

    Clarinello rise.

    Piano.

    Abbastanza.

    Poi arrivò il momento.

    Trillo.

    Grave.

    Vibrante.

    Il suono cominciò a salire.

    Per un attimo Clarinello vide davanti a sé tutti i gradini.

    Le dita.

    L’imboccatura.

    La lingua.

    La gola.

    Il fiato.

    La tecnica.

    La versione perfetta.

    Poteva farla.

    Sapeva esattamente come.

    Poi pensò alla città.

    Al treno.

    Alla serranda.

    Al pianista del seminterrato.

    Alla prima prova.

    E comprese che aveva fatto per settimane una domanda sbagliata.

    Non:

    Come faccio a riprodurre quel glissando?

    Ma:

    Che cosa deve succedere al pubblico mentre lo faccio?

    E la risposta era lì.

    Doveva perdere il pavimento.

    Solo per pochi secondi.

    Doveva aspettarsi una scala e trovarsi improvvisamente davanti a una curva.

    Doveva capire, prima ancora che Gershwin suonasse una nota al pianoforte, che quella musica avrebbe attraversato territori nei quali le vecchie porte non sempre sarebbero rimaste chiuse.

    Clarinello lasciò andare il suono.

    La scala si sciolse.

    Il grave si allungò.

    Il timbro si piegò.

    La salita prese corpo, ironia, sensualità, insolenza.

    Non fu identica a quella della prova.

    Per fortuna.

    Arrivò in alto.

    Un istante di sospensione.

    Poi il pianoforte di Gershwin entrò.

    E la Rapsodia cominciò davvero.

    Clarinello sentì George sorridere.

    Non guardò.

    Quella volta non aveva bisogno di approvazione.

    Aveva capito perché quel suono fosse lì.

    12 FEBBRAIO 1924 – Quella sera accadde davvero ( clicca sulla freccia)


    Dopo il concerto, Tito Squillo sosteneva di avere sempre saputo che sarebbe stato un successo.

    Basilio:

    — Ieri hai detto che quella salita sembrava un gatto calpestato.

    — Era un’analisi timbrica.

    Arturo Sbrodoloni reclamava ancora i diritti d’autore sul principio dello scivolamento.

    Donna Violante si avvicinò a Clarinello.

    — Bene.

    Lui aspettò.

    — Tutto qui?

    — Molto bene.

    Clarinello spalancò le chiavi.

    — Donna Violante!

    — Non abituarti.

    Fece per andarsene.

    Poi si voltò.

    — Una sola cosa.

    Clarinello sospirò.

    — Naturalmente.

    — Quello che hai fatto questa sera…

    — Sì?

    — Non farlo mai nel Concerto di Mozart.

    Clarinello scoppiò in una risata tale che persino Arturo Sbrodoloni ammise di essere impressionato.


    Gli anni passarono.

    Quel glissando diventò inseparabile da Rhapsody in Blue.

    Clarinetti di città diverse cominciarono a studiarlo.

    Maestri ne discutevano.

    Allievi soffrivano.

    Ance venivano accusate ingiustamente.

    Qualcuno cercava un suono più lamentoso.

    Qualcun altro più brillante.

    Alcuni iniziavano lentamente e acceleravano.

    Altri costruivano una curva più continua.

    Clarinello, diventato anziano, ascoltava.

    E, come accade spesso a chi da giovane ha combattuto contro le regole, cominciò gradualmente a crearne di proprie.

    — Troppo corto.

    — Troppo veloce.

    — Io lo facevo più largo.

    — L’imboccatura!

    — Non così!

    — Ma cosa insegnano oggi?

    Zio Chalumò, che ormai era talmente vecchio da essere probabilmente precedente all’invenzione del legno, sopportò per molto tempo.

    Poi un giorno disse:

    — Violante.

    Clarinello si voltò.

    — Cosa?

    — Niente, Donna Violante.

    — Ritira immediatamente.

    — Troppo tardi.

    — Io non sono come lei.

    — Certamente.

    Clarinello si immobilizzò.

    Quella parola.

    Detta in quel modo.

    Era grave.

    Il giorno dopo ascoltò un ragazzo provare l’attacco della Rapsodia.

    Primo tentativo.

    Terribile.

    Secondo.

    Peggio.

    Terzo.

    Troppo studiato.

    Clarinello stava già per intervenire.

    Al quarto, però, accadde qualcosa.

    Il ragazzo lasciò andare un poco il suono.

    La curva fu diversa da quella di Ross Gorman.

    Diversa da quella che Clarinello ricordava.

    Più scura.

    Forse meno ironica.

    Quasi malinconica.

    Clarinello sentì salire l’antica obiezione:

    Non era così.

    Aprì la campana per parlare.

    Poi si fermò.

    Il ragazzo proseguì.

    Il pianoforte entrò.

    E quella particolare curva aveva preparato perfettamente quella Rapsodia, suonata da quel musicista, in quel momento.

    Clarinello richiuse la campana.

    Zio Chalumò lo osservò.

    — Niente?

    — Niente.

    — Sei malato?

    Clarinello sorrise.

    — Non era come il mio.

    — No.

    — Non era neanche come quello della prima volta.

    — No.

    Silenzio.

    Poi Clarinello disse:

    — Meno male.

    Zio Chalumò non rispose.

    Clarinello guardò il giovane musicista riprendere il clarinetto.

    Aveva finalmente capito che una tradizione muore in due modi.

    Muore quando viene dimenticata.

    Ma può morire anche quando viene conservata così perfettamente da non permetterle più di respirare.

    La prima risata di Ross Gorman era diventata storia proprio perché qualcuno aveva avuto il coraggio di non correggerla.

    Sarebbe stato curioso trasformarla, un secolo dopo, in qualcosa che nessuno avesse più il diritto di cambiare.

    Il ragazzo riprovò.

    Questa volta sbagliò.

    Clarinello sorrise.

    — Male.

    — Ah! — disse Zio Chalumò. — Eccoti tornato.

    — Ho detto che può essere diverso. Non ho detto che tutto vada bene.

    Il vecchio scoppiò a ridere.

    — Finalmente una filosofia musicale sensata.

    E, per qualche ragione, a Clarinello sembrò il complimento migliore ricevuto in tutta la vita.


    Clarinello aveva passato molto tempo a confondere cose differenti.

    Prima aveva creduto che essere corretti significasse non uscire mai dalla strada.

    Poi, quando uno scherzo era diventato una trovata musicale straordinaria, aveva pensato che essere liberi significasse uscire dalla strada ogni volta che ne avesse voglia.

    Infine aveva scoperto una terza possibilità.

    La più difficile: sapere dove si trova la strada, conoscere ciò che la regola protegge, possedere gli strumenti necessari.

    E soltanto allora decidere se, in quel preciso momento, valga la pena attraversare il confine.

    Non è un dettaglio.

    Perché oggi tendiamo spesso a raccontare l’originalità come se fosse una virtù sufficiente.

    «Sii diverso.»

    «Rompi gli schemi.»

    «Non seguire le regole.»

    Belle frasi.

    Ma anche un bambino di tre anni può rompere uno schema.

    Il problema artistico — e forse umano — è capire che cosa costruire dopo averlo rotto.

    Ross Gorman non rese memorabile l’inizio di Rhapsody in Blue semplicemente perché fece qualcosa di diverso da ciò che era scritto. Quella deviazione acquistò senso perché Gershwin riconobbe che possedeva il carattere giusto per aprire quel mondo musicale: un mondo in cui il linguaggio sinfonico incontrava jazz, blues, energia urbana, lirismo, ritmo e teatralità senza chiedere il permesso a una sola categoria.

    E poi c’è un altro paradosso ancora più bello.

    Quel gesto che sembra quasi una sfrontatezza improvvisata richiede tecnica.

    Sul clarinetto, ottenere una salita continua di quell’estensione non significa semplicemente “far scivolare le dita”. Il musicista deve coordinare progressivamente diteggiatura, imboccatura, flusso dell’aria, lingua e configurazione del tratto vocale affinché l’altezza possa piegarsi e attraversare ciò che normalmente percepiamo come gradini distinti.

    In altre parole:

    per far sembrare che la scala non abbia gradini bisogna conoscere molto bene ogni gradino.

    Ed è forse questo uno dei più bei paradossi dell’arte. La disciplina non è necessariamente il contrario della libertà. Può esserne la condizione.

    Un grande improvvisatore non è qualcuno che «non sa cosa farà».

    È qualcuno che possiede un linguaggio così profondamente da poter prendere una strada non prevista senza perdere la capacità di tornare.

    E anche nella vita esiste qualcosa di simile. Ci sono regole che abbiamo il diritto di contestare. Tradizioni che meritano di essere trasformate. Definizioni dalle quali è necessario uscire.

    Ma non tutto ciò che ci limita è automaticamente nemico.

    A volte un limite custodisce una ragione che non abbiamo ancora compreso.

    E non tutto ciò che ci distingue deve essere continuamente mostrato.

    Clarinello lo scoprì quando cominciò a mettere il proprio glissando dappertutto.

    Anche una caratteristica autentica può diventare maniera. Anche una qualità può diventare vanità.

    Anche la libertà può trasformarsi in posa quando smettiamo di domandarci perché facciamo qualcosa e cominciamo a farla soltanto perché ormai gli altri si aspettano che siamo “quelli che fanno quella cosa”.

    Forse maturare significa anche questo: non trascorrere tutta la vita a dimostrare di essere diversi. E nemmeno a dimostrare di essere impeccabili.

    Ma arrivare a possedere abbastanza profondamente ciò che siamo da non doverlo esibire a ogni battuta.

    C’è infine la lezione più sottile lasciata da quel primo glissando.

    Gershwin avrebbe potuto correggerlo. Era il compositore. Aveva la partitura. Aveva l’autorità.

    E invece ascoltò.

    Forse la vera intelligenza creativa non consiste soltanto nel sapere ciò che vogliamo.

    Consiste anche nel riconoscere qualcosa di migliore quando arriva da dove non lo avevamo previsto.

    È difficile.

    Perché significa accettare che una nostra opera, un nostro progetto, perfino un’idea alla quale teniamo possa diventare più ricca attraverso l’intervento di qualcun altro.

    Significa rinunciare per un momento alla soddisfazione di dire: «L’avevo pensato io.» per poter dire: «Questo funziona. Teniamolo.»

    Ed è una forma di grandezza molto meno rumorosa dell’originalità.

    Si chiama ascolto.

    Così, forse, Clarinello Blu aveva avuto ragione soltanto a metà.

    Fra una nota e l’altra c’erano davvero dei gradini.

    Ma non c’erano soltanto quelli.

    C’era anche lo spazio.

    E ci volle una risata al momento sbagliato perché qualcuno avesse finalmente il coraggio di attraversarlo.




    🎬 CLARINELLO FUORI DALLA FAVOLA

    Dopo aver conosciuto Clarinello Blu, è arrivato il momento di uscire per qualche minuto dalla favola.

    Perché dietro la sua scala incantata ci sono un clarinettista vero, un effetto difficilissimo e una Rapsodia che, più di cent’anni dopo, continua a non stare ferma dentro una sola definizione.

    🎙️ ASCOLTA IL VERO “CLARINELLO” DEL 1924
    Il glissando di Ross Gorman nella prima registrazione di Rhapsody in Blue
    Il 10 giugno 1924, pochi mesi dopo la prima esecuzione all’Aeolian Hall, George Gershwin registrò Rhapsody in Blue al pianoforte con la Paul Whiteman Concert Orchestra. All’inizio si sente proprio Ross Gorman, il clarinettista legato alla nascita del celebre glissando.
    Cosa ascoltare: non aspettarti il suono levigatissimo di una moderna orchestra sinfonica. È una registrazione acustica del 1924. Proprio per questo ha un fascino enorme: stai ascoltando quella musica quando era ancora praticamente nuova.
    Il nostro Clarinello Blu è immaginario. Ma questo clarinetto ha davvero più di cent’anni.
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