Di Marialuisa Veneziano
Macerata, 6 febbraio 2026
Albrecht Mayer, la Filarmonica Marchigiana e il Teatro Lauro Rossi di Macerata: una notte in cui l’umiltà del suono ha ricordato all’uomo come si resta umani.

Ci sono sere in cui la musica smette di essere un evento e diventa un accadimento morale. Non qualcosa che si ascolta, ma qualcosa che ci riguarda. Al Teatro Lauro Rossi di Macerata è successo esattamente questo: il tempo ha rallentato, il rumore del mondo ha fatto un passo indietro, e la bellezza – quella vera, che non consola ma interroga – ha preso la parola.
Albrecht Mayer è entrato in scena come entrano le cose necessarie: senza chiedere attenzione, ma ottenendola tutta. Primo oboe dei Berliner Philharmoniker, sì, ma soprattutto artigiano del respiro. Il suo rapporto con il pubblico non è verticale, non c’è cattedra né altare. C’è una postura rara: l’umiltà di chi sa che la musica non gli appartiene. Lui la serve. E Bach, più di chiunque altro, chiede servitori e non padroni.
Bach è il grande architetto dell’invisibile. Un uomo di Eisenach che ha costruito cattedrali sonore senza mai vederle consacrate. Troppo complesso, troppo profondo, troppo necessario per essere comodo. Eppure Mayer ha scelto di vestirlo di gioco, di leggerezza, di quella serietà infantile che è l’unica via per accedere al sacro senza irrigidirlo. La musica di Bach non si “interpreta”: si attraversa.
Le trascrizioni iniziali hanno agito come una soglia. Non introduzioni, ma preparazioni dell’animo. Il corale Ich ruf zu dir, Herr Jesu Christ BWV 639, in un arrangiamento per oboe d’amore e orchestra d’archi, ha fatto qualcosa di inaudito: ha reso la preghiera vulnerabile. Questo corale, scritto originariamente per organo, nasce come meditazione sul tempo che scorre e sull’attesa. Qui, affidato all’oboe d’amore – strumento dal nome già filosofico, come se l’amore avesse bisogno di una voce propria – è diventato una domanda senza risposta. Non un grido verso Dio, ma una chiamata nel vuoto, affidata alla speranza che qualcuno, da qualche parte, stia ascoltando.
Un piccolo aneddoto che sembra una parabola: Bach inserì questo corale nell’Orgelbüchlein, una raccolta pensata anche come manuale didattico per i suoi figli. Insegnare la fede attraverso l’arte. Ieri sera, a Macerata, quel gesto si è ripetuto: Bach ci ha insegnato come si chiede, non cosa chiedere.
Con Erbarme dich, mein Gott dalla Matthäus-Passion BWV 244 si è entrati in una zona ancora più fragile. Questa aria arriva dopo il tradimento di Pietro. È il momento in cui l’uomo si accorge di essere umano. Mayer ha lasciato che l’oboe diventasse una voce che non implora perdono dall’alto, ma lo cerca dentro. Nessuna enfasi, nessuna lacrima facile. Solo una linea melodica che sembrava piegarsi sotto il peso della compassione. Qui Bach non giudica. Comprende. E in quell’istante, il teatro intero sembrava respirare allo stesso palpito dell’oboe.
Il Concerto per oboe d’amore in La maggiore BWV 1055R ha mostrato l’altro volto del genio bachiano: quello sorridente, quasi domestico. Probabile trascrizione di un concerto perduto, è musica che gioca con l’intelligenza senza mai ostentarla. Mayer lo ha affrontato con una naturalezza disarmante, come se stesse raccontando una storia antica attorno a un tavolo. La Filarmonica Marchigiana, attenta e partecipe, non ha accompagnato: ha dialogato. Qui l’orchestra è stata comunità, non macchina. Un organismo che ascolta mentre suona.
A. Mayer e la FORM
E poi il salto. Non uno strappo, ma una conseguenza. Beethoven.

Mayer, ora direttore, ha guidato l’Ottava Sinfonia in Fa maggiore op. 93 come si guida un pensiero ironico e lucidissimo. L’Ottava è spesso definita “minore” solo perché non urla. In realtà è una sinfonia filosofica travestita da scherzo. Beethoven qui guarda il mondo con occhio disincantato, quasi sorridente, ma sotto la superficie c’è una riflessione feroce sul tempo, sul progresso, sulla macchina che avanza (celebre il secondo movimento, spesso letto come parodia del metronomo). È musica che pensa.
L’interpretazione ha evitato ogni monumentalità superflua. Mayer ha scelto la chiarezza, il gesto essenziale, la fiducia nell’intelligenza dell’orchestra. La Filarmonica Marchigiana, questa volta, ha risposto più che mai con precisione, energia e un suono pieno di vita. Beethoven non è stato un eroe di marmo, ma un uomo vivo, ironico, a tratti spietatamente umano.
E allora il legame tra Bach e Beethoven si è rivelato per ciò che è: non storico, ma emotivo. Bach è la radice, Beethoven il ramo che si protende verso il cielo. Bach costruisce l’ordine del mondo, Beethoven lo mette in discussione. Ma entrambi partono dallo stesso punto: l’urgenza di dire qualcosa che valga la pena essere ascoltato. Senza Bach, Beethoven non avrebbe avuto terreno sotto i piedi. Senza Beethoven, Bach rischierebbe di restare eterno ma immobile. Come ogni vero concerto, anche questo ha avuto bisogno di un congedo che non fosse un addio ma una carezza. Il bis ha portato in scena “Lascia ch’io pianga” dal Rinaldo di Georg Friedrich Händel, altro gigante del Barocco, più teatrale di Bach, più esposto alla fragilità umana. In questa aria la semplicità è una scelta etica: poche note, una linea nuda, il dolore che non pretende di essere risolto ma solo ascoltato. Mayer ha scelto di scendere dal palco e suonare in mezzo al pubblico, annullando ogni distanza simbolica: l’oboe è diventato voce condivisa, confessione collettiva. Nessun compiacimento, nessun patetismo. La Filarmonica Marchigiana ha sostenuto questo gesto con un accompagnamento misurato, respirato, dimostrando una rara intelligenza musicale: saper esserci senza occupare spazio. In quel momento, la musica non è stata eseguita, ma abitata.
Il Teatro Lauro Rossi, in tutto questo, non è stato cornice ma condizione. Luogo necessario affinché il bello possa ancora accadere. Perché il bello, senza luoghi che lo custodiscano, si disperde. In quella sala, ieri sera, la musica ha ricordato a tutti noi che l’arte non serve a fuggire dal mondo, ma a restarci con maggiore consapevolezza.
E quando l’ultima nota si è spenta, non c’è stato silenzio. C’è stato rispetto. Che è la forma più alta dell’ascolto.


Marialuisa Veneziano






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